Chi ben comincia il 2018…

Sono molto contento che il primo volume cartaceo a varcare la soglia di casa mia nel 2018 sia questo di Jürgen Trabant, sebbene quindici anni dopo la sua pubblicazione. Se non fosse chiaro, l’immagine che occhieggia dal ‘buco’ in copertina è quella di una torre di Babele (NOTA 1 ) , metafora iniziale e archetipica nell’argomentazione dell’opera.

La copertina di Trabant 2003

Un aspetto assai apprezzabile è che in pratica l’ho pagato la metà del prezzo riportato sul risvolto di copertina (edizione rilegata!), per uno di quei motivi inspiegabili, o che forse è meglio non approfondire… è mai possibile che non interessi proprio nessuno? Oppure è un fondo di magazzino, di cui Amazon preferisce sbarazzarsi rapidamente in questa maniera?

A noi italiani dovrebbe interessare già solamente perché snocciola lugno l’indice alcuni dei nostri luoghi più significativi per le humanities: Firenze, Bologna, Napoli… ma anche Londra, Parigi, Riga, Tegel, Cambridge (quella nel Massachusetts, ma anche quella britannica), sino alla Foresta nera…

Jürgen Trabant (dal sito juergen-trabant.de/)

Con Trabant ebbi a che fare indirettamente, quando Laterza affidò a Donatella Di Cesare la traduzione del suo libro su Vico, La scienza nuova dei segni antichi. La sematologia di Vico (1996: Bcm, 1092, con una presentazione di Tullio De Mauro), in cui fu aggiunto un capitolo dal suo importante Traditionen Humboldts (Suhrkamp 1990 – stw, 877), credo l’ottavo: “Fantasia e favella. Osservazioni su Vico e Humboldt”. Il libro vichiano uscì poi anche negli Stati Uniti nel 2004, non so in quale forma.

Il libro curato da Trabant nel 1995, contenente un saggio di D. Di Cesare

Credo che proprio in occasione di quel lavoro di redazione Donatella mi regalò, con breve dedica, un libro solamente curato da Trabant (vale a dire, senza saggi trabantiani all’interno) al quale lei aveva contribuito con un lavoro teorico, interno al dibattito filosofico ed ermeneutico tipicamente germanico. Il volume si intitola Sprache denken. Positionen aktueller Sprachphilosophie (Fischer 1995, nella serie “Philosophie der Gegenwart” curata da Patrizia Nanz, che conobbi a Francoforte e il rapporto con la quale si esaurì dopo poco, data la scarsa ricettività laterziana alle proposte tedesche); il saggio Di Cesare, in seconda posizione, è Über Sprachphilosophie und die Grenzen der Sprache e sta in buona compagnia, letteralmente ‘in mezzo’ ad autori noti anche da noi: infatti segue Sylvain Auroux, lì autore con Djamel Kouloughli (NOTA 2 ) di Für eine “richtige” Philosophie der Linguistik, ma precede Henri Meschonnic, che scrive Humboldt denken heute.

Con Donatella persi poi del tutto i contatti, salvo poi ritrovarla mediatamente nelle righe, ferme e autorevoli, che aprono l’edizione italiana di Eugenio Coseriu, Storia della filosofia del linguaggio (Carocci 2010), da lei stessa tradotto e soprattutto curato, essendone stata allieva a Tubinga una ventina d’anni prima. E non sarà un caso, allora, che il secondo libro entrato a casa quest’anno nuovo, acquistato on-line presso la Fondazione Campostrini di Verona, sia Eugenio Coseriu, Il linguaggio e l’uomo attuale. Saggi di filosofia del linguaggio (2007, a cura di Cristian Bota e Massimo Schiavi, con la collaborazione di Giuseppe Di Salvatore e Lidia Gasperoni, prefazione di Tullio De Mauro — il quale nella seconda delle poche pagine concessegli, scriveva: «Ora che anche Giancarlo Bolognesi se ne è andato, credo di essere il più vecchio testimone dei primi anni e dei ritorni di Coseriu in Italia, nei tardi anni Cinquanta» [p. 10]).

La Storia della filosofia del linguaggio è un’opera estremamente interessante e permette di intrecciare variamente gli studiosi qui menzionati. L’edizione originale tedesca, da cui proviene anche quella Carocci, aveva una premessa di Trabant, qui conservata (pp. 25-32) e istruttiva, ma anche lui è criticato dalla curatrice (v. p. 14). A quest’ultima bisogna comunque riconoscere il merito di avere messo in luce l’angolatura migliore per apprezzare quel testo, «che, a ben guardare, non è davvero una “storia”, ma è piuttosto una “filosofia del linguaggio”. […] E come tale va letta. […] è un grande dialogo con i filosofi […], per cercare una risposta alle sue {sc., di Coseriu} domande sul linguaggio. Ma anche per riconoscere ogni volta il suo debito. E che cosa si presta di più al fraintendimento in tempi come questi di appropriazione egocentrica, di boria e presunzione scientifica? L’habitus di Coseriu era esattamente l’opposto» (p. 15).
E ancora: «la filosofia del linguaggio è tutta la filosofia dal punto di vista del linguaggio […]. Il grande merito di Coseriu è stato quello di aver giustificato la domanda filosofica sul linguaggio» come distinta da quella storica e da quella scientifica (p. 17). Ne consegue che, allo stesso modo, bisogna distinguere la filosofia del linguaggio dalla linguistica generale e dalla teoria del linguaggio, mentre ad esempio in Italia «un disprezzo per la dimensione filosofica, detestata o ignorata, può condurre e ha condotto [..] ad una confusione tra filosofia del linguaggio e linguistica». «La domanda filosofica mira ad andare sempre oltre, mette in dubbio ciò che linguistica generale e teoria del linguaggio accettano tacitamente, comincia là dove queste finiscono. Ma a ben guardare le precede, dato che solleva a problema filosofico il “fondamento” del linguaggio che linguistica generale e teoria del linguaggio si limitano ad assumere. Queste ultime si basano dunque sulla filosofia del linguaggio, la presuppongono. La domanda filosofica sul linguaggio è così la domanda sul “senso dell’essere del linguaggio”» (p. 18).
Ho l’impressione che questa vena polemica sia stata generata probabilmente dall’intreccio fra dolorosi vissuti personali e duri sfondi storici sovraindividuali, più o meno aggiornati.
Nonostante ciò, queste stesse righe mi hanno fatto intuire che l’obiettivo da perseguire in una certa riflessione ‘alta’ sulla traduzione sia far capire (anche se non mi è ancora ben chiaro come) l’importanza, anzi di più: l’imprescindibilità, direi quasi la consustanzialità di quella attività, sfuggente, eppure analoga a «quell’estraniamento talmente quotidiano, da apparirci quasi ovvio, senza il quale non potremmo esistere» che è il linguaggio (cito sempre dall’introduzione di Di Cesare, pp. 16-17). L’attività traduttiva, riprendendone la foggia, ossia quasi (ma non del tutto) modellata dalla lingua, duplica quella (e la nostra competenza linguistica, in senso lato), appoggiandovisi e sopravanzandola, e perciò appare ancora più difficile separarnela, scinderla dagli usi che abbiamo e facciamo della lingua. Dovrò tornarci, forse Trabant e Coseriu sapranno fornirmi spunti illuminanti.

Concludo segnalando il sito dedicato a Eugenio Coseriu, dal quale si possono ricavare informazioni su di lui e scaricare praticamente quasi tutti i suoi saggi: http://www.romling.uni-tuebingen.de/coseriu/

Eugenio Coseriu (dal sito http://www.coseriu.de/)

N O T E

NOTA 1 – Nella fattispecie si tratta di un quadro dipinto nel 1602 da Roelant Savery e attualmente al Museo nazionale tedesco di Norimberga. Clicca qui per tornare al testo
NOTA 2 – Auroux scrisse con Kouloughli e Jacques Deschamps La filosofia del linguaggio (trad. it. di Ilaria Tani, Editori Riuniti, Roma 1998). Clicca qui per tornare al testo

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È nato!

Finalmente, proprio a ridosso dell’ultimo giorno dell’anno, e come tale di buon augurio, è uscito il mio saggio sulla traduzione e la Treccani: cliccando sul link o sull’immagine (che è il logo della Scuola), poi sul numero 9 del 2017, poi sul titolo La traduzione e la Treccani: un rapporto difficile?, lo potrete leggere on-line (altamente sconsigliabile: sono 58 pagine, anche se di formato ‘piccolo’), o scaricare gratuitamente. Un grazie dal profondo del cuore e un plauso alla rivista «Fogli di filosofia» della Scuola superiore di studi in filosofia dell’ateneo di Tor Vergata (Roma 2) e al suo coordinatore, Francesco Aronadio, per aver materializzato questa utopia.

Scuola superiore di studi in filosofia, Università di Tor Vergata (Roma 2)

Lottando contro il tempo (e il sonno – anche per questo mi pare particolarmente adatta l’immagine appena inserita), vi ho riordinato (molto) meglio una parte dei materiali di cui parlavo in questo post. Anzi, per riuscire a pubblicare almeno questa parte del lavoro, al quale ho dedicato almeno gli ultimi cinque-sei anni, sia pure a tempo perso, a un certo punto ho dovuto impormi di darle un taglio abbastanza drastico, in maniera sia da non sacrificare i materiali rimanenti, magari per scarso approfondimento, sia anche per valorizzare al meglio quelli raccolti sin qui.
La speranza (come capirà subito chi si metterà a leggerlo) è di poter trovare una sede che accolga anche il seguito del lavoro, che rimonta progressivamente sino alle origini del pensiero enciclopedico moderno, vale a dire alla prima metà del Settecento, intersecando tanti saperi e tanti fatti, date, personaggi.

Secondo il parere di almeno un paio di persone, in realtà dovrei scrivere un libro, e questo appena uscito potrebbe esserne già un capitolo. Ma di editori così folli non ce ne sono. Una possibilità a portata di mano potrebbe essere offerta invece dall’autopubblicazione presso i Dragomanni. È vero che sinora non ha ancora ospitato testi di saggistica, ma parlandone molto in generale col fondatore Daniele A. Gewurz non si tratta di una preclusione di principio. Certo è però che sul prosieguo del discorso e relative argomentazioni c’è ancora un bel po’ di lavoro da fare…

Il logo del sito ufficiale dei “Dragomanni”

Lascio qui appresso il sommario dettagliato del mio contributo, sperando che invogli qualcuno a dargli almeno una lettura veloce: per critiche, suggerimenti, proposte ecc., trovate sotto uno spazio dove scriverle o semplicemente per contattarmi.

Premessa (pp. 89-91); 0.1. Inquadramento (pp. 91-92): 0.1.1. Il riconoscimento di una “scoperta multipla”; 0.2. Studi di riferimento (pp. 92-103): 0.2.1. HSK; 0.2.2. Translation Studies; 0.2.3. Francia; 0.2.4. Italia; 1. Il caso Treccani (pp. 103-113): 1.1. Il problema iniziale; 1.2. Dopo la guerra; 1.3. Dizionario vs. enciclopedia; 2. L’«effetto Treccani» in Italia (pp. 113-124): 2.1. Il contributo di Georges Mounin; 2.2.1. Il nulla nullifica; 2.2.2. Esempi virtuosi; 3. Valutazione del problema (pp. 124-146): 3.1. Dubbi, refutazioni, proposte interpretative; 3.2. Le valutazioni degli storici; 3.3. Le traduzioni vere e proprie; 3.4 La Treccani come patronato?

 

Per Luca Serianni

Non sapevo che il noto storico della lingua italiana avesse concluso la sua lunga carriera universitaria – questo la dice lunga su quanto io stia perdendo, e non da ora e non da questo solo fatto incidentale, il contatto col mondo universitario, ma tant’è.
Mi consola aver scoperto che su Youtube sia disponibile il video della sua “lezione di congedo dall’attività didattica”, tenuta alla Sapienza il 14 giugno scorso. Era un mercoledì, ma comunque sarebbe stato difficile per me andarci, e in questo caso benedette le nuove tecnologie! A questo link, un breve articolo ‘commemorativo’ sul suo magistero, pubblicato sul Messaggero (la rima interna è voluta!) e da cui ho tratto la foto che correda questo mio post.

Il titolo della conferenza di Serianni è Insegnare l’italiano nell’università e nella scuola, il video dura circa un’ora e dieci minuti e, per chi non sappia bene chi sia stato costui, ricopio qui le bioinfo presenti sul sito indicato, segnalando altresì che ivi, a sinistra del video in questione, ce ne sono elencati diversi con interventi dell’emerito, tutti da esplorare (e condividere).

Socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, della Crusca e dell’Arcadia, direttore delle riviste “Studi linguistici italiani” e “Studi di lessicografia italiana”, Serianni è tra i maggiori studiosi di storia linguistica italiana antica e moderna. È autore di una Grammatica italiana (Utet), più volte ristampata, e ha curato con Pietro Trifone una Storia della lingua italiana in tre volumi (Einaudi 1993-94). In quattro decenni di insegnamento universitario Luca Serianni ha trasmesso ai suoi allievi l’italiano, le sue leggi, la sua evoluzione nei secoli, introducendoli attraverso la dottrina a strumenti di crescita culturale e personale.

Luca Serianni il 22 maggio 2017, alla fine della sua ultima lezione all’ateneo romano, forse in atto di ricevere un applauso fragoroso: la soddisfazione che trapela dal suo volto dev’essere riferita alla sua estesa e preclara attività di insegnante e saggista.

A Youtube sono arrivato grazie a questo articolo sul portale Treccani.it di Daniele Scarampi, che si definisce “insegnante di lettere, esperto di didattica e di didattica dell’italiano”. Il saggio mi sembra utile, soprattutto per chi insegni a scuola, in quanto propone un decalogo che va dalla meditazione sulla lettura, a una sana e moderata dissacrazione della precettistica grammaticale, fino all’importanza della linguistica testuale (che alla fine mi ha reso anche più simpatico l’autore).

Di Scarampi sul medesimo sito ho trovato anche quest’altro intervento, che parla di errori prendendo spunto dalla scenetta del film Brian di Nazareth nel quale il protagonista viene costretto a scrivere mille volte una frase corretta, esercizio nel quale sia lui sia il centurione che lo controlla perdono completamente di vista il contenuto e il fine eversivo della stessa (Romani, ite domum, che è l’equivalente dell’odierno Yankees go home) – il che la dice lunga sui rischi di accanimenti e ossessioni di vario genere…
Ironicamente o paradossalmente, però, nella seconda metà del testo di Scarampi c’è un refuso (cioè un tipo di errore, anche se rubricabile più come svista: ma produce comunque una stortura, una dissonanza): ERRATUM «Ritengo che ci abituassimo a cogliere il più bel fior delle produzioni scritte dei nostri alunni […]» CORRIGE «Ritengo che SE ci abituassimo a cogliere il più bel fior delle produzioni scritte dei nostri alunni […]» Evidentemente, nessuno è perfetto 😉

Ricordo che quando iniziai l’università Serianni faceva lezione di Storia della lingua italiana (seconda cattedra) a piano terra, dove c’erano aule più capienti di quelle ai piani superiori, e rispetto a docenti più affermati (Roncaglia, De Mauro, per non parlare della pletora di docenti di storia della letteratura che affollavano il secondo piano) era un po’ snobbato, in quanto era ancora vivo Ignazio Baldelli, che aveva appunto la prima cattedra.

Il cavallo di battaglia di Serianni era lo smontaggio del primo canto dell’Inferno dantesco, un vero pezzo di bravura, che adesso chiunque può godersi comodamente nell’edizione Bulzoni 1998, intitolata (immodestamente) Lezioni di grammatica storica italiana. Di fatto, una volta che forse per curiosità o forse per l’assenza di qualche altro docente, mi imbucai in una di queste lezioni, rimasi ammirato dalla sua ‘scienza’ e capî che era quasi adorato dai suoi studenti. Invece io avevo biennalizzato l’esame con Baldelli, al quale devo anche la firma su una delle lettere di presentazione con cui tramite il DAAD ottenni una borsa di studio per Friburgo (quello tedesco, in Bresgovia, sì, vicino a dove stava Heidegger) dove frequentai un corso di lingua tedesca, conseguendo un livello intermedio che nell’offerta del Goethe Institut italiano non era presente (ma dopo proseguî fino al Kleines Deutsches Sprachdiplom, corrispondente grosso modo all’attuale C1).

Antonelli, Motolese, Tomasin (a cura di), 2014c

Concludo ricordando che Serianni fu tra i primi firmatari dell’appello contro il licenziamento della redazione Carocci, editore per il quale ha pubblicato vari volumi (l’ultimo in ordine di tempo è una Storia illustrata della lingua italiana, con Lucilla Pizzoli), ma è stato, credo, soprattutto l’ispiratore della grandiosa Storia dell’italiano scritto, 3 tomi usciti nel 2014 e già ristampati due volte (a fianco la copertina del terzo, forse il più innovativo).

Siete pronti a “Osare l’Enciclopedia”?

Forse è uno dei post più brevi in assoluto (magari sto imparando…): subito qui il link pertinente (ehi, mancano appena due giorni: affilate i vostri browser!) e poi spazio all’immagine:

Edition Numérique collaborative et CRitique de l’Encyclopédie

Intanto per ingannare l’attesa ho acquistato, nella versione PDF, il libro che occhieggia dal fondo dell’angolo inferiore destro…


AGGIUNTA DEL 25 OTTOBRE 2017

La messa on-line della prima edizione digitale, critica e collaborativa dell’Encyclopédie ha modificato radicalmente l’home page, per cui inserisco qui sotto un paio di link per chi fosse interessato a procurarsi per pochi euro (8,99 in PDF, 14 su carta) il distillato delle ricerche svolte dall’equipe di ricercatori per approntare il progetto in questione:

sito dell’Académie des sciences

sito dell’editore

Lo consiglio a chiunque voglia farsi un’idea chiara e sintetica dell’essenziale che c’è da sapere sulla grande opera illuminista (su cui tornerò presto).

(Piccola) biblioteca della lingua italiana

Piano dell’opera “Biblioteca della lingua italiana” – I classici del CdS

Oggi è uscito il primo volume(tto) di una serie allegata al maggiore (?) quotidiano nazionale, il Corriere della sera di via Solferino (questo è un vecchio topos, credo incomprensibile agli stranieri). L’immagine qui sopra riproduce il piano dell’opera e si trova alle pagine 8-9 del libro.
È una delle tante iniziative del genere, inaugurate ai primi anni del nuovo millennio e inizialmente salutate con grande entusiasmo dagli editori, che notandone il successo pensavano di risolvere così, cioè senza grandi sforzi ideativi, di risolvere i propri, cronici problemi di liquidità. È stato in molti casi un buon sistema per movimentare la cosiddetta backlist, cioè il ‘fondo’ di buoni titoli di svariate case editrici (parlo soprattutto per la saggistica, ovvio), che altrimenti con difficoltà sarebbero stati ‘smerciati’, o con tempi molto più lunghi che rischiavano di diventare anti-redditizi.
Questa in particolare è diretta da Giuseppe Antonelli (n. Arezzo, 1970), docente di Linguistica italiana a Cassino e noto a un pubblico probabilmente più ampio di quello degli studiosi in quanto conduttore (credevo fosse l’ideatore, però mi sbagliavo) della trasmissione radiofonica “La lingua batte”, che va in onda su Rai3 tutte le domeniche alle 10,45 (clicca qui se vuoi risentirne qualcuna, purché non sia prima del 22 febbraio 2014).
La collana, tutta di testi pubblicati da autori italiani (potrebbe sembrare un truismo, ma non lo è) negli ultimi vent’anni, conta 25 titoli, quindi andrà avanti per tutti i mercoledì fino al 7 marzo 2018.

Ho aggiunto “piccola” alla denominazione scelta dal Corriere per la serie in quanto si tratta di volumi «concepiti fin dall’inizio per un largo pubblico […] e dal tono divulgativo» (così Antonelli nella sua Presentazione generale, a p. 6).
Non so se il prezzo rimarrà costante per tutta la serie (tantomeno se ci saranno cambiamenti rispetto all’ordine di uscita, caso non infrequente), comunque questo (7,90€ + il costo del giornale) è conveniente rispetto all’edizione cartacea tuttora offerta sul sito dell’editore Laterza (12€ – la prima edizione era del 2002, nel 2017 è arrivata alla quinta), leggermente meno rispetto alla «versione digitale in formato ePub con DRM» (7,49€), che però è ‘immateriale’, appunto, mentre questa riprende quella originaria, anche nel formato pressoché tascabile (in realtà questa ‘marchiata’ CdS presenta dei risguardi, che non ci sono mai stati in tutta la storia della collana UL – li ho sempre pensati come una sorta di scorciatoia per fungere da segnalibro). È evidente che comunque all’editore conviene questa formula (e in questo non c’è nulla di male), sui cui dettagli commerciali però non so nulla di specifico. Né so come sia messa la carta stampata, di cui a inizio anno venivano dichiarati grossi affanni. Qualche edicolante vende anche il libretto senza giornale, ma non sempre senza una corrispondente riduzione di prezzo per l’acquirente 😦

Buone letture in tutti i casi!

Qualche libro dalla Francia

Mi sono concesso una breve vacanza in una città dove non sono mai stato, anche se forse avrei dovuto da tempo: Parigi!
La mattina dell’ultimo giorno di permanenza (e del mese di luglio) ho fatto un salto in una libreria (Gibert Joseph sul boulevard Saint Michel: occupa quattro piani + un seminterrato), abbastanza simile a una Feltrinelli, ma con la particolarità di mettere nello stesso scaffale, una accanto all’altra, una copia nuova e una usata della medesima opera, se disponibile.
In più, dopo l’ampio settore di linguistica, ecco spuntare un’esile ma interessante sezione “traductologie”, che ho scoperto solo dopo un po’ perché evidentemente il commesso al quale mi ero rivolto non era molto pratico di queste branche del sapere. Vi risparmio in tutti i casi il racconto di cos’altro ho sbirciato.
In una prossima visita mi riprometto di perlustrare meglio libreriole accanto alle Sorbone più “umanistiche”, anche perché questo periodo non era favorevole, tra chiusure per ferie e assenza di corsi.
Ecco comunque cosa ho incamerato, dopo aver deciso di calmierare gli acquisti puntando unicamente su autori che conoscevo già:

  • Henri Meschonnic (1932 – 2009) è una sorta di ‘mostro sacro’ della traduttologia (e non solo: più spesso passa da poeta) francese (e non solo); l’originale di questa edizione tascabile uscì nel 1999 e credo che l’attacco sia già stato tradotto da Nazzareno Mataldi nel n° 23 di «Testo a fronte» del 2000 (pp. 5-36), come Poetica del tradurre – Cominciando dai principi.
    Ho cominciato a leggerlo subito, attratto dal titolo di uno dei capitoli: «L’Europe des traductions est d’abord l’Europe de l’effacement des traductions» (p. 38), che in una trentina di pagine condensa una storia della traduzione a modo suo.
    Nello scaffale c’era anche il suo ultimo sforzo, dal titolo affascinante: Langage, histoire, une même théorie (sempre per Verdier, 2012). Purtroppo dimensioni e costo non erano così ‘affabili’ come questo delizioso libretto, che comunque sfiora le 600 paginette.

  • Questo reader accademico di oltre trecento pagine torna utile per quanto sto scrivendo, almeno per la sintesi di D’Hulst sugli anni 1722-1789 (pp. 83-100), seguita da un saggio di José Lambert relativo al discourse implicite sur la traduction dans l’Encyclopédie (pp. 101-119 ricordo qui che nel 2006 D’Hulst curò, insieme a Dirk Delabastita e Reine Meylaerts, Functional approaches to culture and translation, saggi di Lambert scelti e raccolti nel volume 69 della nota «Benjamins translation library»).
    Quello che adesso è il “mio” volume è presente in tre sole biblioteche dell’Opac-Sbn (nessuna di queste a Roma).
  • Van Hoof era un altro ‘Carneade’ delle mie peregrinazioni bibliografiche, ma poco ‘permeabile’ su internet, donde lo stupore nel trovarmelo di fronte senza preavviso. Questo volume impegnativo (chiude a pagina 368), ampliamento del 1991 di un altro suo lavoro apparso cinque anni prima, dopo una ventina di pagine introduttive espone la materia in 5 capitoli piuttosto densi, suddivisi per paese: Francia, Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi e Fiandre, paese degli zar e dei soviet (sic, anche se il sottotitolo riporta più pudicamente ‘Russie’). La ripartizione può essere opinabile in linea teorica, ma prima di scagliare anatemi aprioristici occorre vedere praticamente come viene affrontata. Nonostante anche questo testo fosse scontato, è risultato piuttosto caro; peraltro già sapevo che fra tutte le biblioteche italiane consultabili dall’Opac-Sbn risulta disponibile solamente in undici, e a Roma esclusivamente alla Casanatense.

  • Mollier è un testo che conoscevo da qualche recensione su internet e mi incuriosiva anzichennò. Negli scaffali occhieggiavano ancora copie della epocale e ponderosa Histoire de l’édition française curata da Chartier e Martin nella prima metà degli anni Ottanta e poi ripubblicata nel 1990-91, ma il costo era eccessivo (e tutto sommato anche il peso nella valigia non sarebbe stato trascurabile… soprattutto viaggiando con una compagnia aerea low-cost). Quindi non ho avuto dubbi ad afferrare questo libretto, che comunque supera le 400 pagine, sia pure di piccolo formato, e ha l’indubbio vantaggio di essere ‘vecchio’ solamente di un paio d’anni.

  • Infine una ‘chicca’ che inseguivo da tempo, seppure non ossessivamente: il ‘piccolo classico’ del 1991 di un grande medievista, reperticato (insieme alla ristampa Seuil 1995 di un Pierre Riché a me ancora ignoto, nonostante l’originale risalga al 1962 e si poneva come sviluppo della storia di Marrou, che fu tempestivamente tradotta e variamente ristampata in italiano, ma che per ora ho preferito lasciare ancora nello scaffale: Éducation et culture dans l’Occident barbare. VIe- VIIIe siècles) nella libreria piccola ma tutto sommato ben fornita del museo medievale di Cluny, attualmente in ristrutturazione, ma che rimane pur sempre uno dei migliori da visitare in centro, e non soltanto per la raffinatissima dame à la licorne.

Come si vede, tutto sommato nessuna novità strabiliante, ma testi che in genere hanno ‘resistito bene’ nonostante la ventina d’anni trascorsi. Pregasi inoltre notare la fascetta giallo-blu “Occasion” per 3 titoli su 5 – e gli altri due sono edizioni economiche.

Chi volesse consultarli, può contattarmi tramite un commento qui sotto.

Buon ferragosto a tutti gli altri!

 

Le fromages de/et la France

Il ruolo storico dei traduttori (secolo XVIII)

Il titolo di questo post è una traduzione molto libera e “interpretante” di un convegno, tenutosi meno di un mese fa a Firenze (chi non ha tempo o voglia di proseguire la lettura, trova tutte le informazioni a questo link).
Si tratta di un workshop organizzato dal Dipartimento SAGAS dell’Università di Firenze e dal Department of History and Civilization dello European University Institute.
Si è svolto a Firenze, nella Sala del Camino di Villa Salviati (Via Bolognese 156), il 23 giugno 2017; il titolo era Translators as historical actors.

Vale la pena leggere il testo di presentazione, soprattutto nelle righe iniziali, che riporto qui sotto (miei i neretti, aggiunti per evidenziarne gli aspetti a mio avviso più significativi – vi ho anche introdotto tacitamente alcune lievi modifiche/correzioni):

The importance of the study of translation is increasingly realised by historians, and is no longer left to theoreticians of translation or literary specialists. This workshop, like the two previous ones in the series, will look at the question through a study of translators, in order to acquire a better understanding of translation as a historical phenomenon and its importance.
In the introduction to Cultural Translation in Early Modern Europe, Peter Burke asked: who translates? With what intentions? For whom? With what consequences?
This workshop will, through case studies of individual translators or particular groups over a long historical period, both try to answer these questions and look at the context in which they worked and the factors influencing their decisions and the publication of their translations.
This third workshop will concentrate on the Eighteenth Century. Like the two previous ones workshop is co-organised in collaboration with the History Department of Università di Firenze (SAGAS), as part of a programme of wider cooperation, and also with the Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno, ISPF-CNR, Milano-Napoli. It will also be an opportunity to present the project of a database of eighteenth-century translators.

Ecco anche il programma (ometto le varie pause, evidenti dall’orario):

9.30 Introduction: Rolando Minuti, Luisa Simonutti, Ann Thomson

10.00-10.45 Giancarlo Casale: Revisiting Translation in the Ottoman Empire: A Long View

11.00-11.45 Yasmin Haskell: Jesuit Poetic Translation in the Shadow of the Suppression: Commerce, Consolidation, Consolation?

11.45-12.30 Stefano Pellò: Translation and the Hindu Scribe: Reconstructions from the 18th c. Indo-Persian space

14.00-14.45 Antonella Alimento: Une opération de publication: l’édition livournaise du Del commercio de Belloni (1751)

14.45-15.30 Gertjan Schutte: Debates on decline and economic reform in the Dutch Republic, 1771-1796

16.00 Presentation of the Database on eighteenth-century translators, followed by a Roundtable, chaired by Luisa Simonutti, with: Emmanuelle de Champs, Lázló Kontler, Giovanni Tarantino, Luisa Simonutti, Alessia Castagnino, Rolando Minuti

Marco Guidi & Monica Lupetti: presentation of EE-T Project

Non è chiaro se ne verrà fuori una pubblicazione. Personalmente lo ritengo improbabile, più facile che questo sia un momento intermedio che porti, con altri progetti e ricerche, a una delle pubblicazioni della Società italiana di studi sul secolo XVIII (donde l’acronimo SISSD), di cui si trova l’elenco completo qui.
Ricordo che il primo volume fu quello curato da Lia Formigari nel 1984, fortemente innovativo nell’impianto e negli ambiti indagati, con diversi saggi ancora oggi citati (e citabili): Teorie e pratiche linguistiche nell’Italia del Settecento (il Mulino).

Per finire, occorre ricordare per contiguità temporale le ricerche svolte già da anni anche da Giulia Cantarutti e Stefano Ferrari, polarizzate soprattutto (ma non esclusivamente) sulla Germania e pubblicate da FrancoAngeli (cliccando sull’immagine si arriva a una pagina con una silloge per ciascun volume):

La copertina di Cantarutti, Ferrari, Filippi (a cura di) 2010

Traduzioni e traduttori del Neoclassicismo (2010), che si apre con un importante saggio metodologico di Michel Espagne;

La copertina di Cantarutti, Ferrari, Filippi (a cura di) 2013

Traduzione e Transfert nel XVIII Secolo (2013), acquistabile anche on-line;
il “progenitore” uscì invece per il Mulino nel 2001:
Il Settecento tedesco in Italia. Gli italiani e l’immagine della cultura tedesca nel XVIII secolo.

La copertina di Cantarutti, Ferrari, Filippi (a cura di) 2001

Sono tutte pubblicazioni dell’Accademia roveretana degli Agiati, fondata (sarà un caso?) nel 1750 e approvata con diploma imperiale da Maria Teresa d’Austria tre anni dopo. Per chi ne volesse sapere di più, da questo link può scaricare gratuitamente la monografia di Marcello Bonazza, L’Accademia Roveretana degli Agiati (Osiride, Rovereto 1998 – PDF di 89 pagine, 17 megabyte).

Aggiungo ancora qualche integrazione:

  • di Giulia Cantarutti segnalo altresì un altro saggio: Ars translationis nell’Italia arcadica con un inedito Discorso intorno al tradurre (1770), in Graziano Benelli e Manuela Raccanello (a cura di), Tradurre la letteratura. Studi in onore di Ruggero Campagnoli, Le Lettere, Firenze 2012, pp. 37-48.
  • Dopo il pionieristico (e infatti menzionato di rado) studio di Claudia Fanti, Teorie della traduzione nel Settecento italiano (Tipografia Compositori, Bologna 1980), accosto qui altri volumi afferenti, derivanti da convegni:
  • diversi dei saggi contenuti in Gabriella Catalano e Fabio Scotto (a cura di), La nascita del concetto moderno di traduzione. Le nazioni europee fra enciclopedismo e cultura romantica (Armando, Roma 2001 – in questo caso si tratta degli atti di un convegno internazionale, tenutosi all’Università IULM di Milano dal 18 al 20 novembre 1999), fra i quali spicca per nettezza Emilio Mattioli, La teoria della traduzione in Italia fra Settecento e Ottocento: le linee guida (pp. 88-101);
  • Il genio delle lingue. Le traduzioni del Settecento in area franco-italiana (Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1989 – atti del Primo colloquio italo-francese “Le traduzioni nel Settecento”, Torino, 28-30 ottobre 1985, con un saggio rilevante di Stefano Gensini in “pole position”);
  • Arnaldo Bruni, Roberta Turchi (a cura di), A gara con l’autore. Aspetti della traduzione nel Settecento (Bulzoni, Roma 2004), che contiene anche una piccola antologia di testi di Madame Dacier, Desfontaines, D’Alembert, Batteux, Delille;
  • quello curato da Giuseppe Coluccia e Beatrice Stasi, Traduzioni letterarie e rinnovamento del gusto: dal neoclassicismo al primo Romanticismo, che riporta gli atti del convegno internazionale tenutosi a Lecce-Castro dal 15 al 18 giugno 2005 (Congedo, Galatina 2006);
  • almeno la prima metà dei contributi raccolti in Antonio Daniele (a cura di), Teoria e prassi della traduzione (Esedra, Padova 2009 – Atti del convegno di Udine del 29-30 maggio 2007, collana «Filologia veneta», IX).
  • Last not least, un convegno su un traduttore poco noto di questo periodo: Paolo Rambelli (a cura di), Dionigi Strocchi e la traduzione neoclassica [Atti del convegno di studi Faenza–Forlì, 15-16 febbraio 2013], Aracne, Ariccia 2015 [ISBN 978-88-548-8474-8]. A una premessa di Andrea Cristiani seguono saggi di Arnaldo Bruni (La traduzione come paradigma della cultura neoclassica), Francesca Martina Falchi (Il Callimaco di Strocchi: la cultura della traduzione), Luca Frassineti Dodici lettere inedite di Giovanni Antonio Roverella conte di Sorrivoli, traduttore e patriota dimenticato), Federica Marinoni (Dionigi Strocchi nella scuola carducciana: la tesi di laurea di Oda Montanari), Elena Parrini Cantini (Leopardi e la traduzione neoclassica), Bruna Pieri (Io non sono poeta ma filologo: Dionigi Strocchi traduttore delle Georgiche), Paolo Rambelli (Gli editori forlivesi della Scuola Classica Romagnola e la missione del tradurre) e Jean Robaey (Foscolo traduttore di Omero: una discussa armonia).

Chi volesse aggiungere qualche titolo, me lo segnali e provvederò ad allungare l’elenco.

Un “tesoro nascosto” sotto la polvere da 250 anni

Procura una certa soddisfazione vedere che un documento, trovato un po’ casualmente in rete e in apparenza dedicato a un argomento peregrino e trascurabile, è riuscito a farsi strada sino a diventare (suppongo con qualche aggiornamento e modifica) un titolo pubblicato da una collana assai rispettabile e giustamente lodata da tanti anni.

La copertina del libro di Linn Holmberg, nuovo di zecca (2017).

Mi riferisco a Linn Holmberg, The Maurists’ unfinished encyclopedia (ISBN 9780729411912), uscito a febbraio di quest’anno nella “OSE”, cioè la collana “Oxford University Studies in the Enlightenment”, che dal 2013 ha soppiantato la gloriosa “SVEC”, ossia gli “Studies on Voltaire and the Eighteenth Century” nei quali dal varo nel lontano 1955 a opera di Theodore Besterman hanno visto la luce oltre 400 titoli NOTA_1.

Tra essi, rammento che alla Voltaire Foundation si devono parecchie edizioni critiche: le Œuvres complètes volterriane, quelle di Montesquieu (previste in 28 tomi, undici dei quali in collaborazione con l’Istituto italiano di studi filosofici di Napoli), la Correspondance complète di Rousseau (a cura di R.A. Leigh, 49 voll. + 3 di apparati vari, 1965-1998), le lettere di Pierre Bayle, Claude-Adrien Helvétius e molto altro ancora. Inoltre da lì si raggiunge comodamente una pagina con 39 collegamenti relativi al Settecento e all’Illuminismo, fra i quali spiccano (a mio gusto) la pagina dalla quale è possibile cercare fra le opere di Voltaire (ospitata dal sito ARTFL, noto tra l’altro per la versione on-line dell’Encyclopédie) oppure frugare negli scambi epistolari dell’epoca, grazie all’originale sito Electronic Enlightenment — letters & lives online.
Concessa questa breve divagazione, torno all’argomento principale, per sottolineare che in un certo senso il bello, dopo aver scorto l’uscita del volume, è la permanenza on-line della versione PDF primigenia, intitolata The Forgotten Encyclopedia. The Maurists’ Dictionary of Arts, Crafts, and Sciences, the Unrealized Rival of the Encyclopédie of Diderot and d’Alembert e nata come tesi di PhD in storia delle scienze e delle idee all’università di Umeå nel 2014 NOTA_2

La copertina della tesi di dottorato di Linn Holmberg (2008).

Vediamo di cosa si tratta; mi baso sulla versione on-line, non avendo intenzione di spenderci 70 sterline (82€, 88$), soprattutto dopo essermi già sfogliato praticamente tutto il PDF (in gran parte sul tablet, gran comodità).

Anzitutto dirò che si tratta di un (raro?) caso di scoperta vera e propria, cioè in cui la ricercatrice ha quasi letteralmente riesumato quello che possiamo chiamare il “torso”, l’abbozzo di un grandioso lavoro originale che avrebbe voluto rivaleggiare con l’opera realizzata da d’Alembert e Diderot, ma attorno a metà Settecento venne accantonato definitivamente, per ragioni non ancora accertate, ed è rimasto del tutto ignorato fino a quando il suo intuito non le ha fatto avvertire che si poteva trattare di qualcosa di interessante, su cui valeva la pena “perdere tempo” a indagare.
Già nel 2008, mentre scriveva la sua tesi di master, Linn aveva letto di una sorta di enciclopedia redatta dai padri benedettini NOTA_3, ma non trovando altri riscontri aveva dedotto che non era stata pubblicata (Holmberg p. 15). In sé il ragionamento era corretto, ma le era rimasta quella “pulce nell’orecchio”: per cui nel 2009 scrisse direttamente al fondo manoscritti della Bibliothèque nationale française chiedendo “lumi” su quella segnalazione, a sua conoscenza fatta solamente da Micheline Meillassoux-Le Cerf, Dom Pernety et son milieu (1716–1796) – Contribution à l’histoire de la sensibilité et des idées à la seconde moitié du XVIIIème siècle (tesi all’Université de Paris-IV Sorbonne, 1988, pp. 45-46) che curiosamente la riprendeva dalle stesse pagine della monografia del decano Jacques Proust, L’Encyclopédie (Colin, Paris 1965): entrambi qualificavano strange/étrange il materiale incontrato (Holmberg p. 54). Ma come loro, nessun altro si era dato la pena di approfondire: dunque nella ricerca ci possono essere strade accennate che rimangono a lungo deserte e, quindi, praticamente invisibili.
Comunque sia, in un paio di settimane le giunse la risposta della massima biblioteca di Francia: effettivamente c’erano sei volumi di “Matériaux pour un Dictionnaire des arts et sciences, par dom Antoine-Joseph Pernety”. Tempo un mese, Linn era a Parigi e dopo averli consultati, decise di dedicarvi la sua tesi di PhD (Holmberg pp. 15-17)!

Per sapere chi è questa studiosa così acuta e intraprendente, rimando all’autopresentazione sul blog della Voltaire Foundation.

Tornando alla sua “enciclopedia perduta”, un aspetto buffo o paradossale è che, almeno nelle primissime fasi, l’opera benedettina e quella degli illuministi vennero portate avanti a poche centinaia di metri l’una dall’altra, probabilmente senza esserne rispettivamente a conoscenza: c’era in effetti tanta attenzione a quel nuovo tipo di genere editoriale.
La prima fu redatta nell’abbazia di Saint-Germaine-de-Prés, la seconda, almeno secondo alcune leggende, in parte al Café ProcopeNOTA_4.
Chi si interessa delle enciclopedie moderne troverà molto ricco il lavoro svolto da Linn Holmberg. Non potendo dare conto di tutto, mi limiterò qui a selezionare alcuni aspetti per me più significativi.
Già dai ringraziamenti, ma ancor più dallo sviluppo e dall’argomentazione dei capitoli emerge chiaramente il suo debito nei confronti delle migliori ricercatrici sul campo: Marie Leca-Tsiomis e Martine Groult, ma non mancano riferimenti anche a Darnton, Eisenstein, Chartier, Martin, Tanselle, Yeo, Gay, Kafker, Goodman, Outram, Edelstein, insomma tutti i maggiori specialisti. A questo si aggiunge la rilevantissima quantità di studi eruditi ed estremamente specifici di cui grondano le note (v. soprattutto nel cap. 7), che mettono al sicuro le sue affermazioni da qualunque accusa di superficialità e approssimazione.
La «terra incognita» che calcava per la prima volta (Holmberg p. 30) poneva problemi non semplici: scegliendo l’approccio microstorico indiziario promosso da Carlo Ginzburg, si è dovuta occupare di storia e produzione libraria (soprattutto nel versante materiale!), di scrittura manoscritta, paleografia (compresa l’analisi degli inchiostri adoperati), analisi forense, appoggiandosi anche al supporto di archivisti esperti della Bibliothèque.

Un esempio (quasi una pagina “pronta”) dei materiali preparatori giacenti alla BNF (metà XVIII secolo).

Che cosa si è trovata in mano Linn, dopo aver tolto strati di polvere pluricentenari? Quasi 7000 blocchi di testo (non esattamente corrispondenti a ‘lemmi’), riportati su oltre 1400 fogli e corredati da ca. duecento figure, ordinati sia alfabeticamente sia per temi, ossia un po’ come la successiva e mastodontica Encyclopédie méthodique di Charles-Joseph Panckoucke (Holmberg pp. 41 e 172). Dopo aver ricostruito il loro iter in 170 pacchi dall’abbazia (l’ordine dei padri maurini fu sciolto dai rivoluzionari e un incendio nell’agosto 1794 distrusse quasi completamente le opere a stampa raccolte nella loro biblioteca, una delle più grandi di Francia, con quasi 50mila volumi – invece fortunatamente si salvarono 7000 manoscritti, archiviati altrove) alla Bibliothèque nationale, in cui furono ricatalogati fra il 1830 e il 1852 (Holmberg, pp. 46-47). Alla nostra eroina ci vollero quasi sei mesi, prima di riuscire a discernere calligrafie differenti, ma alla fine non ebbe dubbi: si trattò di un «progetto collaborativo» che coinvolse sette o otto persone diverse, anche se la loro identità rimane tuttora inattingibile, tranne due, ai quali in passato era stato attribuito erroneamente l’intero progetto (Holmberg p. 72).
Come l’Encyclopédie sorse dal progetto di tradurre la Cyclopaedia di Chambers (ispirato dal Lexicon Technicum di John Harris), adattandola e infine ampliandola sino a farne un prodotto originale, così questa enciclopedia benedettina prese le mosse dalla traduzione di un manuale di matematica in 3 volumi dell’illuminista tedesco Christian Wolff, svolta probabilmente fra il 1743 e il 1747, e integrata con brani opportunamente scelti dal Dictionnaire de Trévoux NOTA_5 (che sappiamo essere a sua volta un rifacimento del dizionario di Basnage de BeauvalNOTA_6, il quale rifiugiatosi in Olanda dal suo amico Pierre Bayle aveva riscritto [1701] a sua volta in chiave protestante il Dictionnaire universel di Furetière,

Ritratto e dizionario di Antoine Furetière (seconda edizione, 1701, riveduta da Basnage de Beauval).

e fu poi rimaneggiato con ampliamenti da Jean-Baptiste Brutel de la Rivière nel 1727, sempre in Olanda) per gli àmbiti assenti da quello, più una nutrita serie di dizionari e testi specialistici (Holmberg capp. 8 e 12), con particolare attenzione ai 2 volumi del Dictionnaire universel de mathématique et de physique, où l’on traite de l’origine, du progrès de ces deux sciences et des arts qui en dépendent et des diverses révolutions qui leur sont arrivées jusqu’à notre temps, avec l’explication de leurs principes et l’analyse des sentiments des plus célèbres auteurs sur chaque matière di Alexandre Saverien, pubblicato a Parigi nel 1753.

L’anno successivo, o al massimo nel 1755 il lavoro fu interrotto bruscamente. Se ne possono congetturare varie cause, non ultima proprio la presenza sul mercato editoriale dell’Encyclopédie (il cui primo volume era uscito nel 1751).

Peccato, potremmo dire col senno di poi, perché «The Benedictines were making a new kind of dictionary: a hybrid. They were not compiling yet another specialized subject dictionary, but nor a universal dictionary in the tradition of Furetière. It was a dictionary of arts, crafts, and the related sciences, from where religion, metaphysics, ethics, politics, and jurisprudence were omitted. […] In contrast to the encyclopédistes, the monks did not explain or justify their exclusions with epistemological arguments. By simply focusing on the concrete, they took an alternative, non-confrontational road and arrived to a ‘similar’ result – in the meaning of emphasizing the utile and productive of universal interest to all, irrespectively of beliefs» (Holmberg pp. 171-172). Considerando avveduta questa scelta di non includere i  temi più ideologizzati all’epoca («While the Jesuits and the philosophes were waging a war, the Benedictines simply cut everything sensitive out, and focused on the useful and productive»: Holmberg p. 259), forse il lavoro si sarebbe potuto collocare a metà strada (una “terza via”) fra l’antecedente gesuita, cioè il succitato, fortunatissimo Trévoux (ben sette edizioni dal 1704 al 1771, lievitate progressivamente da 3 a 8 volumiNOTA_7 ), e la “fiaccola dell’illuminismo”, una vera e propria “macchina da guerra”, per riprendere le note metafore che hanno descritto l’opera più caratteristica e nota dei philosophes francesi (Holmberg p. 176; v. anche pp. 251 ss.).

Frontespizio del primo volume del c.d. Dictionnaire de Trévoux (prima edizione, 1704).

Di più: «The Maurists’ unfinished manuscripts cannot compete with the dimensions of the Encyclopédie, but they show that the monks were thinking along the same lines. They were each acknowledging and appreciating the useful arts and technology transforming the eighteenth-century society. While the Dictionnaire de Trévoux fundamentally was focusing on language, the Benedictines and the encyclopédistes were describing and illustrating men at work, their tools and products» (Holmberg p. 206; v. anche p. 220 e la conclusione del cap. 13 a p. 234). Di fatto, però, uno dei due monaci sicuramente coinvolti a pieno titolo in questo lavoro ne derivò un suo Dictionnaire portatif de peinture, sculpture et gravure, pubblicato nel 1757 da un libraio-editore che aveva la sua bottega vicino al negozio di Charles-Antoine Jombert, quello cioè che risulta aver pubblicizzato il lavoro dei mauristi quando era ancora in corso, e aveva anche sposato la figlia di un socio di costui (Homberg pp. 147, 190; su di lui v. soprattutto il cap. 7).
Allora, nel riperticare questo lavoro incompiuto (sprecato?) Linn è stata anche molto fortunata: avrebbe potuto anche ritrovarsi fra le mani un’emerita schifezza. Ad ogni modo, la sua bravura e sicurezza di giudizio si dispiegano completamente nella quinta parte, che mutua parte del titolo da quello che aveva la sua prima tesi: “A monastic reflection of the French Enlightenment” e nel cui penultimo capitolo 14 (The Maurist Enterprise and Enlightenment Thought) svolge le considerazioni più generali.

A chi sia riuscito ad arrivare sin qui, regalo una considerazione strettamente personale (astenersi perditempo e frettolosi): non vi siete chiesti come mai “tesoro nascosto” sia tra virgolette nel titolo? È una criptocitazione da quel libro tuttora e anch’esso ‘strano’ di Francesco Orlando, Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, anche se il titolo esatto sarebbe Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura (Einaudi 1993, nuova ed. ampliata a cura di Luciano Pellegrini, Einaudi 2015)NOTA_8.

Lo so che non dovrei, ma ammetto di provare un certo piacere nell’immedesimarmi vagamente in tali immagini ‘decadenti’.
E comunque aggiungo che il mio lavoro sulla Treccani, poi ampliato alle enciclopedie di età moderna (un primo bilancio è in questo post), è stato portato avanti anche per resistere alla depressione causata dalla mancanza di lavoro o comunque dalla difficoltà di trovarne di adeguati alle mie qualifiche, competenze, capacità e interessi. In tal modo, da un altro punto di vista, è stato un modo per riguadagnare terreno su alcuni campi che mi interessano e che il lavoro “vero” aveva relegato ai margini, anche se la ricerca non è stata condotta in un àmbito asetticamente universitario — e dunque sarà passibile di errori, fattuali e di metodo, superficialità e imprecisioni, difetti che invece non si possono imputare a questa preziosa perla riportata alla luce da Linn Holmberg.
Bisogna ringraziarla per essere riuscita a introdurci in uno scrittoio dove il tempo si è fermato improvvisamente 250 anni fa, facendoci assaporare emozioni simili a quelle provate da chi scavò per la prima volta una Pompei che nessuno aveva più visto per millenni, dopo la distruzione causata dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo.


NOTE AL POST

NOTA_1 A questo indirizzo una pagina di ricerca per temi, o eventi, o nomi od opere o luoghi.

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NOTA_2 Una presentazione succinta era uscita nei “Projektberichte” di «Frühneuzeit-Info», 24 (2013), pp. 81-89.

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NOTA_3 Si trattava dei “maurini” o “mauristi”. Per capire quale importanza abbia avuto all’epoca, ricordo che ne fece parte Jean Mabillon e da noi essi influirono sulla formazione di Antonio Ludovico Muratori.
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NOTA_4 A questo indirizzo se ne può consultare integralmente l’edizione lorenese “di lusso” (1738-42). Il lessico settecentesco ricavato dal dizionario è raggruppato in una dozzina di argomenti sul sito Kapelos.
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NOTA_5 È divertente la storia multiculturale di quest’ultimo, oggi al civico 13 della Rue de l’Ancienne Comédie: il più antico caffè parigino e ancor oggi luogo mondanissimo di ritrovo fu aperto da un armeno vicino al teatro della Comédie française più o meno quando il sultano Maometto IV introdusse in Francia la bevanda corroborante (il cui nome, tra l’altro, fu poi dato al noto periodico lombardo uscito nel biennio 1764-1766), poi si trasferì e fu rilevato da un siciliano al quale è attribuita l’invenzione del sorbetto e che battezzò il locale col suo cognome, appunto Procopio.
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NOTA_6 Lo si veda p.es. nell’interessante “Museo virtuale dei dizionari” (diretto da Jean Pruvost e Christine Jacquet-Pfau dell’università di Cergy-Pontoise).
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NOTA_7 Sia la prima sia l’ultima edizione si possono consultare su Wikisource; l’ultima è disponibile anche su Gallica. Un buon saggio complessivo sull’opera è quello di Wionet del 2006.
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NOTA_8 Cfr. p.es. la recensione di Niccolò Scaffai.
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Una sorpresa (s)Gra.D.Ita (grazie, Doktorvater)

SI può trovare un risvolto positivo “dietro” a un evento (apparentemente) sfavorevole? Almeno in qualche caso sì, come dimostra questa foto che ho fatto stamattina col cellulare all’ingresso della Biblioteca nazionale centrale di Roma Vittorio Emanuele II.

Roma, Biblioteca nazionale, sabato 13 maggio 2017, ore 10 circa

C’ero andato per consultare, appunto in sala Linguistica, qualche testo per la mia ricerca inesauribile. È stato un po’ come vedere il classico “bicchiere mezzo pieno”, ossia quello che gli inglesi esprimono col detto “every cloud has a silver lining”, che sembra far propendere il genio della lingua inglese ad una maggiore ariosità rispetto alla materialità dell’italiano…

Scherzi a parte, per fortuna non è questa l’unica notizia del genere che ci conforta dopo la sua dipartita. Infatti leggo sul Giornale del Sud che già lo scorso 6 aprile è stata inaugurata nell’Università della Calabria di Arcavacata di Rende (CS) la Biblioteca d’area umanistica:

Essa contiene la collezione saussuriana istituita dalla Biblioteca nel 2013 e arricchita dalla donazione di circa 300 documenti, tra libri, tesi di dottorato, microfilm e corrispondenza scientifica, provenienti dalla biblioteca personale di De Mauro e affidati all’Unical lo scorso dicembre.

Nell’articolo completo (con Daniele Gambarara in bella vista) c’è uno sfondone madornale: segnalatelo nei commenti a questo post, se vi va…

E comunque il trasferimento (traslazione e magari anche ‘traduzione’, in un’accezione non comune) di almeno parte della biblioteca di Tullio al luogo dove ho passato una quantità stratosferica di ore, con qualunque tempo e in ogni stagione, non può non fare piacere.
Ma al contempo fa tornare in mente quello che diceva pochi anni fa il mio Maestro — e, riflettendovi, permette di apprezzare ancora di più il gesto della donazione, chiunque la abbia decisa:

Il nuovo edificio della Biblioteca Nazionale è stato costruito in modo dissennato — mi dispiace dirlo per i bravi architetti che ci hanno lavorato. […] doveva essere tutto automatizzato, ma i fondi per far funzionare l’automazione non c’erano, non ci sono mai stati. L’edificio è di una inutile grandiosità per tanti aspetti, […]. Vede queste nostre case di professori, ingolfate di libri? Questo non accade in altri paesi. […] non mi è mai capitato di vedere più di tre, quattrocento libri in casa di professori stranieri. Si posseggono i libri di affezione. I classici più amati. È del tutto naturale che per il resto si vada in biblioteca. Insomma, queste pile oscene di libri che si ammucchiano sui nostri tavoli e sulle nostre scrivanie non si trovano altrove. E invece qui, a Roma, in una condizione già privilegiata, con grandi biblioteche di conservazione, se vogliamo accedere rapidamente a un libro, l’unica cosa è averlo a casa. […] le nostre biblioteche, per esempio nel settore linguistico, non riescono a dar conto di ciò che si stampa all’estero. Per essere aggiornati bisogna ogni tanto andare fuori d’Italia. E poi comprare i libri indispensabili alla propria ricerca.
Tullio De Mauro, La cultura degli italiani, nuova edizione ampliata, Laterza 2010, pp. 32-34 (e sulle biblioteche si leggano anche le pp. 227-8 e 247-8)

Questa istantanea, con Tullio intervistato nel suo appartamento, ritrae proprio la situazione ‘denunciata’ nel passo citato qui sopra.

PS: per chi avesse molto tempo, pazienza e interesse, qui trova il testo della lectio magistralis che Eco tenne all’apertura del Salone del libro torinese del 2007. Che fine farà la sua immensa biblioteca, che si vede in un noto filmato col suo possessore à-la-chaperon?

Mi piaceva quest’immagine per chiudere in tema…

Il primo congresso internazionale di studi sulla traduzione

Si svolge per tutta questa settimana all’università Nanterre di Parigi (già Paris X, oggi nota anche come “Université de Paris Ouest-Nanterre-La Défense”, di cui era presidente onorario Umberto Eco) il primo congresso mondiale di Studi sulla traduzione, più noti come Translation Studies (d’ora in avanti TS).
Il fatto che l’evento occupi tutti e cinque i giorni feriali è la dimostrazione più evidente, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto sia cresciuto questo approccio, dalla formulazione seminale di James S. Holmes nel 1972. {NOTA: La storia è stata raccontata molte volte: v. p.es. nell’esordio (p. 11) della prima edizione di Paola Faini, Tradurre. Dalla teoria alla pratica, Carocci 2004; l’Introduzione di Mirella Agorni al volume da lei stessa curato, La traduzione. Teorie e metodologie a confronto, LED Edizioni universitarie di Lettere Economia Diritto 2005, pp. 9-65; Jeremy Munday, Manuale di studi sulla traduzione, Bononia UP 2012 [2008], 2ª ed., trad. di Chiara Bucaria: § 1.4, pp. 34-38. “Contro” una caratterizzazione ‘teorica’ dei TS, Neergard sceglie opportunamente di qualificarli come «campo di studi» (si veda nell’Introduzione al suo diffusissimo reader Teorie contemporanee della traduzione, Bompiani 2002,2ªa ed., p. 14. E può essere utile ricordare che tradizionalmente l’attenzione per le traduzioni era riservato agli studi di letteratura comparata: cfr. la Prefazione all’edizione riveduta in Susan Bassnett-McGuire, La traduzione. Teorie e pratica, Bompiani 1993, pp. 1-10.}
Una riprova ulteriore è nell’osar chiamare questo primo consesso: «TS: una disciplina autonoma».
Ma non basta: riservato l’intero lunedì ai convenevoli ed esaurite le sessioni introduttive e plenarie, si può ammirare quanto lavoro complesso sia stato svolto dagli organizzatori nell’impostare il programma di lavori. Ecco infatti dispiegarsi sei differenti àmbiti di indagine (domains), ognuno dei quali suddiviso minuziosamente nelle varie giornate, aperte da una conferenza plenaria e poi dipanate in vari laboratori (da un minimo di due a un massimo di cinque) più specifici, descritti chiaramente nel sito che ha una struttura a scatole cinesi, ovvero a matrioska (fra parentesi l’eventuale seduta introduttiva, con relatore):

  1. DOMAIN 1: The State of Play for Translation Studies in the World
    • martedì 11: Europe (Michael Cronin, La traductologie face à Gaïa: enjeux langagiers pour un monde en mutation)
    • mercoledì 12: North America, Latin America, Oceania
    • giovedì 13: The Near and Middle East and Sub-Saharan Africa (Henri Awaiss, Guerre et traduction: 1975-2016)
    • venerdì 14: Asia (Marie-Josée de Saint Robert, La traduction en Chine)
  2. DOMAIN 2: Translation Studies and the History of Translation
    • martedì 11: History of Translation Studies: Concepts, Discourse and Transdisciplinarity (Yen-Mai Tran-Gervat, Un parcours historique des métaphores traductologiques)
    • mercoledì 12: History of Literary and Scientific Translations (Jean-Yves Masson, Comment rendre compte d’un texte d’autrefois?)
    • giovedì 13: A History of the Translations of Sacred, Mystical and Holy Texts (Marc-Alain Ouaknin)
    • venerdì 14: History of the Translation of Philosophical and Religious Texts from the Far-East (Rémi Mathieu, Peut-on traduire Lao zi?)
  3. DOMAIN 3: Theoretical Approaches to Translation
    • martedì 11: Translating Culture (Sherry Simon, L’hôtel, le pont et autres espaces de la traduction; Marianne Lederer, La culture, pierre angulaire du traduire)
    • mercoledì 12: Semiotic, Semantic and Linguistic Approaches to Translation (Magdalena Nowotna, La perception et la forme: comment les traduit-on?)
    • giovedì 13: Cognitivist Theories in Translation (Christine Durieux, Un paradigme cognitif pour la traductologie)
    • venerdì 14: The Dialogue between Psychoanalysis and Translation (Camille Fort, Janine Altounian)
  4. DOMAIN 4: New Methodologies and the Problematics of Literary Translation
    • martedì 11: Textual Genetics, Philology and Translation (Viviana Agostini-Ouafi; Maria Teresa Giaveri, La patte du lion, la main de Saint Jérôme: approches génétiques de la traduction / approches traductologiques de la genèse textuelle)
    • mercoledì 12: Translation Studies and Methods for the Translator of Literary Texts (Françoise Wuilmart, Méthodologies conscientes et inconscientes du traducteur littéraire)
    • giovedì 13: Translation Studies and the Untranslatables (Cornelius Crowley, The Poetics of the Untranslatable”: Time Out from the Politics of Tweeted Carelessness)
    • venerdì 14: Translating Oral Discourse or Direct Speech (Gabriel Bergounioux, Traduire ce qui n’a pas été dit : comment se représente l’endophasie ?”)
  5. DOMAIN 5: Translation Studies, Terminology and Transdisciplinary Discourses
    • martedì 11: Translation Studies and Translation in the Humanities (Tatiana Milliaressi, Traduire un texte épistémique)
    • mercoledì 12: Terminology and Translation Studies (Jean Pruvost, De l’usage des dictionnaires monolingues d’hier et d’aujourd’hui pour la traduction; Rosa María Agost Canós, Quelle terminologie pour qui? Les liaisons avantageuses entre traducteurs et terminologues)
    • giovedì 13: Translation Studies: Economic and Legal Activities (Michel Rochard, Le Traductologue et le pull-over économique; Franck Barbin, Spécificités de la traduction économique, financière et commerciale)
    • venerdì 14: Translation Studies and Political Discourse (Carmen Pineira-Tresmontant, Le dialogisme dans la traduction du discours politique)
  6. DOMAIN 6: The Digital Revolution, the Audiovisual Sector and Translation Studies
    • martedì 11: Corpus and Software/Applications for Translation (Natalie Kübler; Rudy Loock, The Use of Electronic Corpora in Translation and Translation Studies: “You like potato and I like potahto”?)
    • mercoledì 12: Automated Language-Processing and Translation Studies (Nadine Lucas, Qu’apportera(it) la traductologie au monde du traitement automatique des langues?)
    • giovedì 13: The Evolution of Tools, Professions and the Practice of Translation (Elisabeth Lavault-Olléon, L’approche ergonomique en traductologie appliquée: petit état des lieux)
    • venerdì 14: Translation Studies Serving the Audiovisual Sector (Laura Cruz García; Gius Gargiulo, Cinéma, séries télé et jeux vidéo : Les aventures de la traduction)

Che varietà sorprendente: ce n’è veramente per tutti i gusti!
A rendere ancora più bello il panorama ci sono ben quattro italiani a coordinare alcuni workshops: infatti oltre alla torinese Maria Teresa Giaveri intravista sopra (dominio 4, prima sessione), incontriamo:

  • Licia Reggiani, Bologna (dominio 1, sessione 1, laboratorio 2: Southern Europe: Croatia, Spain, Greece, Italy, Portugal, Slovenia)
  • Fabio Regattin, Bologna (2, 2, 4: History of the Reception of Scientific Texts in Translation)
  • Antonio Lavieri, Palermo (2, 2, 5: Narratives of Translation and Translation Imaginary)
  • Antonio Lavieri, Palermo (4, 1, 1, con Stefano Bory e Michèle Leclerc-Olive: Translating the Social Sciences: Elements for a Genetic Criticism)
  • Chiara Montini, Pisa (4, 2, 4: Narratives of Translation and Translation Imaginary).

Ma altri ancora ce ne sono, a scavare bene negli Abstracts (tutti rigorosamente in inglese e francese)… e questo è ancora più interessante se lo si confronta con quanto scrive Roberto Menin nella sintesi del suo intervento (sub 1-1-2), significativamente intitolato “Una traduttologia alla ricerca di se stessa: il caso italiano”:

Translation theory in Italy does not actually exist as a single and common trend, and this is confirmed by the small – indeed extremely rare – number of quotes and bibliographical references taken from the Italian field of translation studies. […] In fact, there are many items and lines of research in all the subdomains of translation studies, but scholars and researchers are not able to identify a single contextual reference outside their own discipline. It is as if pedriatrics could exist without general medicine. One of the reasons for this situation could be the integration of each field of research into different schools and faculties. The theory of literary translation, for example, is contained within each individual language area that has little knowledge of and rarely interacts with the others – as is the case for Italian, English, German, Hispanic Studies and so on. […] The Italian world of translation meets during festivals, city fairs, important literary events (Bookcity, Fiera del libro/Book Fair, Fiera del libro per ragazzi/Children’s Book Fair, etc), but all the discussions and considerations are dominated by the source language. One interesting new aspect is the growth of an online content, such as journals (for example, literary or theatre translation journals) and centres for permanent education that are now creating networks with academic and institutional education centres (mainly universities). Within this general framework, there are apparently all the ingredients needed to develop a strong tradition of Italian translation theory/studies, but we must simply find some elements to bring them together.

Un po’ troppo ottimista, forse, ma comunque un punto di vita originale.

Il logo dell’università parigina che organizza il convegno internazionale

Si tratta di un’iniziativa congiunta della SoFT, Société Française de Traductologie (Paris-Nanterre University), insieme a sue filiazioni: il SEPTET, Société d’Études des Pratiques et Théories en Traduction, la Society for Tertiary Education Specialists in English (SAES), il laboratorio MoDyCo, Modèles-Dynamiques-Corpus e il CREA, Centre de Recherches anglophones, col patrocinio della commissione francese dell’UNESCO.

Le 3 branche della traduttologia: storia, prassi e teoria

Gli appuntamenti si ripeteranno ogni 3 anni e si dovranno occupare sempre delle tre branche principali dei TS: storia, prassi e teoria della traduzione. Gli atti sono previsti su carta (per la nota casa editrice Classiques Garnier) e, in forma leggermente differente, anche on-line.

Avrei voluto tradurre la descrizione riportata nella pagina principale del sito, ma è in inglese e pertanto mi limito a ricopiarla qui sotto (corsivi e neretti sono presenti nell’originale). Buona delibazione!

Several factors determine the autonomy of a discipline: its place as an object of reflection in the history of the intellect, the quality of its engagement in other disciplines, and its impact on society.
Translation is one of the very first responses in actu to the temptation of explaining the meaning of human language. And beyond linguistic considerations and crossings between languages-cultures, translation relates to a crucial reflection on its very nature, its ontological foundations and the nature of reality perceived and represented through consciousness. Well before the translator Cicero made a few remarks on the dependance of language on the philosophical environment in which it unfolds, readers and translators of Heraclitus « the obscure » were confronted with the central difficulty of translating the form of discourse of the presocratic philosopher that was susceptible to imitate the structure of reality, this possible isomorphism, intended or not, but which changes the framework in which the translator operates. From this period in time, right up to Octavio Paz and Yves Bonnefoy, there remains the question of the translation of the pre-rhetorical and pre-conceptual nature of the form, as well as the translation of “culturemes”, “philosophemes” or “cognemes”.
During the XXth and XXIst centuries, not only a growing number of disciplines have contributed to the enrichment of translation studies but they have even been enriched by the theories and concepts developed within the field of translation studies. This transversal work has today gone beyond the first stage of pluridisciplinarity – that wary relationship of proximity –, followed by interdisciplinarity, the entente cordiale, to reach finally that of transdisciplinarity, an assumed puerperium which alone leads to a new painless delivery. Language sciences, on the one hand, comparative literature, on the other hand, the philosophy of language and even theology can no longer oversee by themselves (whether they be separated or in groups) a discipline that has its own concepts, its own specialist community, and above all, one that is based on its own practice.
The constant recourse to translation in all the spheres of contemporary society – and as a result, the use of an increasing number of professional translators –, the multiplication of training courses and research further increases the tightening of the links between practitioners as key players and theorists in this discipline. Even if the university authorities in numerous countries do not yet officially recognise translation studies, either through a lack of awareness or for any other reason that escapes the world of specialists, the fact remains that such a discipline, defined as the reflection on all the dimensions of the act of translating, cannot be lumped together with others. And indeed the principal objective of this congress is to establish translation studies as an autonomous discipline.
With this principle in mind, the congress will therefore be organised around six key domains with as many disciplined-based subsets that could combine all languages. Each domain is divided into four sessions and each session into four or five related workshops. A workshop will have between seven and eight papers spread over a single day and followed by a debate where other presenters can participate.
The first domain, which is more generalist and factual, will chart the state of play for translation studies in the world today. An attempt will be made to give an update on the teaching of translation studies in a large number of countries and across the different continents, whether it be within schools or faculties of translation or university courses from year one to doctorate studies. Moreover, we will be able to focus on the progress in translation studies research, the development of centres for research or specialist publications, and the evolution of editorial policies for translation studies or translations.
The second domain will try to provide an overview of the history of translations through its most varied aspects, both from the point of view of discourse and concepts encountered through the history of translation studies to the specific genres it deals with, including, for example, literary or scientific texts. This second domain aims at positioning itself as a continuation of a dominant French model which, in recent years, has concentrated on in-depth encyclopaedic research by teams of specialists studying the History of Translations into French (the HTLF, directed by Yves Chevrel and Jean-Yves Masson, Sorbonne University). This research has led not only to exploring the history of the reception of translations, but also to the history of translation practices, their theories or the theoretical assumptions that their works reveal. Further still, this congress in 2017 will provide an opportunity for an important number of workshops to focus on the history of the translations of philosophical or religious texts and, by doing so, explore domains that are still rarely consulted, as shown in the results provided by the HTLF.
The third domain will concentrate on all the most salient and innovative aspects of the theoretical approaches to translation in the XXIst century. Umberto Eco in particular will be honoured this year. The transdisciplinary approach will therefore be emphasised often in order to highlight the theoretical links, at the heart of translation studies between, for example, semantics and cognitivism, symbolism and semiotics, or between feminism and gender studies, and even between certain psychoanalytical concepts and some of the “theorems for translation”.
The papers in the fourth domain, will concentrate essentially on the methodologies for literary translation, whether they be developed by professional translators or translators from the world of academia. The presentations will thereby emphasise the four most innovative or recurrent aspects of recent research into the methods or the problematics of translation: textual genetics which has developed since the 1970s and has recently led specialists in translation studies to be interested in the contribution of this discipline and to reconstitute, in a dynamic way, the very act of translating in order to highlight the doubts, the flaws and the achievements of the translator during the birth of the target text; the growing challenges of untranslatability: the untranslatability of certain texts belonging to recent disciplines such as law and the humanities; aporiae in the translation of poetic, religious or philosophical texts, that have been revisited; or further still, the aporiae that arise from translating different types of oral discourse including its most contemporary, literary or dialectical forms.
The fifth domain will show the new calmer orientations taken by terminology-translation studies, in the well-established translation fields of economics and commerce as well as political discourse, and also try to pave the way for the new field of legal translation studies and revamped sociolingusitics. Electronic dictionaries, the fruit of recent research in general linguistics and knowledge engineering, will be dealt with not only as electronic tools for lexicological research, but also the latest advances in ergonomics and meta-cognitition. Translation studies in the humanities develop in terms of transposable and not superposable terminology. They do not lend themselves to unity and normalisation. The workshops will shed new light on the status of translation in relation to literary and specialised translation that will bring together philosophers, philologists and linguists.
Finally, the sixth domain will explore, in the context of the digital revolution and the upheavals in the audiovisual sector, the linguistics of the corpus which, for several years now, has opened up new fields for exploration and application for researchers in translation studies by proposing corpus processing tools – aligned or simultaneous –, automatic translation or translation tools, the creation and management of data bases for terminology. This domain will also explore the new translation tools using mobile phones and voice recognition techniques, as well as the new professions that are entirely linked to the evolution of digitalisation for post-editing, quality assurance and project management. The physical, cognitive or organisational ergonomics of professional translation activities will be studied along with the development of collaborative tools. Finally, this domain will show the need for even more cutting-edge reflection for translation studies in relation to the cinema, subtitling, dubbing, video games, and will also include the latest advances in the field of sign languages.