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A leggere distrattamente alcuni post ‘recenti’ (su Enrico Ganni, su Michele Sampaolo… e latita vergognosamente quello su “Dino”), parrebbe che il mio sia diventato un blog riservato ai necrologi. Non è così, perché si tratta di figure sempre diverse, dotate di sfaccettature peculiari, incommensurabili direttamente, e riflettendo sulle cui vite (irrimediabilmente) concluse ne spigolo ancora spunti, dai quali cerco di trarre qualche insegnamento (e magari trasmetterlo a qualcun altr* dispost* a leggere le mie elucubrazioni).
E per sgombrare il campo da eventuali altre malignità, chiarisco subito che scriverò qualcosa di molto personale (questo spiega la seconda persona del titolo), preliminare a notizie più legate alla sua parabola personale e intellettuale, per concentrarmi poi sullo studioso che a me interessa maggiormente (Špet). Per l’ambito di studi specifico lascio invece del tutto la parola alla ricostruzione della sua carriera accademica, offerta dai suoi colleghi Guido Carpi e Giovanni Savino, insieme a Roberto Tottoli (rettore dell’Orientale dal 1° novembre 2020).1
Mentre davo gli ultimi ritocchi a queste righe, inoltre, ho appreso di una splendida iniziativa: alla sua memoria è dedicata la prima edizione della Summer School for PhD Students in Slavic Studies, “Culturology and Contemporary Cultural Studies in Slavic Countries” (Procida, 16-20 settembre 2024). Non ho dubbi a immaginare quanto le sarebbe piaciuto parteciparvi nell’isola di Arturo, ma sono altrettanto certo che la sua presenza aleggerà sugli astanti.
Tutto quanto segue questo preambolo è la rielaborazione, imposta dalla circostanza ormai irreversibile, di una serie di domande che mi sarebbe piaciuto trasformare in un’intervista, concepita come un dialogo aperto e disteso (sia pure a distanza), inglobandovi le sue risposte, da pubblicare su questo stesso blog. Avevo inoltrato a Michela una prima lista di domande (più o meno abbozzate e da rifinire insieme, anche a seconda delle sue reazioni) immediatamente dopo la presentazione del suo libro al quale sono più legato (per ragioni che spiegherò): l’edizione italiana di Gustav Gustavovič Špet, La forma interna della parola. Studi e variazioni su temi humboldtiani (Mimesis, 2015 – è il numero 409 della collana “Filosofie”, senz’altro prolifica, ma anche piuttosto eterogenea).

La copertina del libro tradotto e curato da Michela Venditti
Infatti venerdì 10 febbraio 2017 mi ero intrufolato da perfetto outsider nel Circolo russistico romano (riunitosi per l’occasione alle ex vetrerie Sciarra, cioè nel quartiere San Lorenzo, dove anch’io tenni corsi tra il 2008 e il 2010), allorché Rita Giuliani2 la introdusse a un consesso quasi interamente femminile.

Rita Giuliani
Ricordo che feci addirittura una domanda durante la discussione che seguì… Tuttavia Michela declinò la mia proposta di intavolare quella intervista a distanza, immagino perché già proiettata verso altri lidi, progetti, testi, lavori, ai quali magari non voleva sottrarre tempo ed energie preziose,3 anche se so che ne ha profuse sempre tantissime per chiunque (vabbè, quasi), senza risparmiarsi. Dunque io non ebbi mai le risposte scritte che chiedevo4, ma preferii non insistere, poi arrivò la pandemia e a seguire la malattia (di cui venni però a sapere per caso e con molto ritardo, perché da quel venerdì non ci siamo più incontrati di persona, ma solo scritti telematicamente).
Ma comincio più ordinatamente dall’inizio.
Per andare così indietro nel tempo mi sono servito degli appunti che scandirono in maniera ossessiva sin verso la fine degli anni Ottanta la mia esistenza quotidiana in diari-agende, quelle rubriche di lavoro con un foglio per ogni giorno della settimana (a volte, sabato e domenica condividevano però lo stesso spazio), oggi rese obsolete dall’ingombro (spazio + peso) rispetto all’uso più spiccio dei telefonini.
Michela mi fu presentata da un’amica comune, verosimilmente Stefania Pieri (chissà che fine avrà fatto…), attorno alla fine del 1983. Tra il 1983 e il 1984 fui research assistant presso il “Dipartimento di semiotica e arti della performance” dell’American College of Rome. Quest’ultimo era la sezione italiana della University of Charlestone, West Virginia (Stati Uniti d’America), in cui Massimo Buscema era riuscito non ricordo più come a ritagliare e gestire quello spazio, dopo aver insegnato (gratis et amore sophiae) per qualche anno alla Sapienza, presso la seconda cattedra di Storia della critica letteraria, tenuta dal professor Mario Costanzo (che io ricordo come Costanzo-Beccaria). Pur non avendo alcuna esperienza didattica, nella suddivisione di corsi e seminari, nonché in base alle mie propensioni, fui incaricato di tenere due cicli di lezioni: sulla fonologia di Trubeckoj (all’interno di “Linguistica e semiotica”) e sulla narratologia, ossia Propp, Bremond e il modello attanziale greimasiano (in “Storia dei modelli semiotici”). L’ACR non aveva un assetto finanziario (ma forse neanche progettuale) molto solido, per cui le mie aspirazioni didattiche si arenarono dopo gli esami di quel semestre, ma tra i pochi studenti iscritti, Michela fu quella a cui diedi i voti migliori (cioè senza pentimenti, testimoniati invece dalle cancellature su altri nominativi, come si vede dalla foto sul brogliaccio ritrovato nell’appartamento di famiglia, ormai venduto) e i più alti in assoluto.

Voti appioppati dal sottoscritto ai 10 studenti dei miei due corsi seminariali presso l’American College of Rome – University of Charlestone, West Virginia (1983)
Nei miei appunti remoti trovo scritto che all’epoca Michela, appena iscritta alla Sapienza, era interessatissima a linguistica e semiotica, e si illuminava tutta quando coglieva qualche aspetto importante o difficile, insomma era una vera entusiasta che avrebbe fatto la gioia di qualunque docente. Fu così che finimmo per metterci insieme (ironizzavamo sul fatto, anche con gli amici, canticchiando la canzone dei Police uscita da poco, Don’t stand so close to me) e demmo vita a una relazione che durò un annetto, ma per me è rimasta molto importante, anche se non fu priva di luci e ombre, tormentata anzi che no. Michela aveva avuto un’adolescenza difficile, forse in parte anche traumatica; era insieme incoscientemente spavalda e temeraria, ma anche insicura, sapeva mostrarsi determinata, ma anche dolcissima; aveva un bisogno enorme e imperioso di affetto, di fisicità e passione, che se da un lato mi travolse (facendo breccia nel mio algido aplomb astrattamente intellettuale e cinicamente rigorista, un’armatura difensiva elaborata con cura per anni nel chiuso del mio animo, in fondo pavido e ombroso), col senno di poi riconosco di averle saputo dare solo in parte minima, o comunque insufficiente per lei, bloccato com’ero da troppi fantasmi interiori. Addirittura “mi rileggo” che a un certo punto diventai geloso di un gattino che avevano preso a casa loro, dove andavo spesso e volentieri, anche perché Trastevere non dista molto da san Saba. I suoi genitori comunisti (da cui penso derivassero certi suoi atteggiamenti disinibiti, come si diceva un tempo, che mi coglievano assolutamente impreparato) mi intimorivano, ma col padre non parlai davvero mai, mentre spesso avevo l’impressione che la madre Franca mi guardasse malissimo; ma sarà stata una mia proiezione, e posso immaginare che fosse più o meno lo sguardo che avevano anche i miei nei confronti di Michela, quando ricambiava le visite a casa mia… Invece il suo fratellino Luca è un puro nome in quelle righe, credo che al massimo lo salutassi appena, se salivo da loro: praticamente scotomizzato.
Nei miei appunti le attribuivo “vitalità pura”, ma la ritenevo anche “una ragazza molto complicata che vuole apparire semplice”, perché voleva proiettarsi tutta all’esterno, forse per superare i problemi che la agitavano nel retroterra. Con lei ricordo un viaggio in una Venezia autunnale e un altro estivo a Praga (chaperon fu Giuseppe Dierna, rendendola un’esperienza indimenticabile), ma mi piantò mentre facevo il servizio militare in Sardegna (marzo-aprile 1985). Stetti malissimo e rimuginai per molto tempo su quell’abbandono, ma adesso so che lei fece la cosa giusta, a modo suo: si sganciò dalle mie incertezze e formalismi inconcludenti per lanciarsi avanti verso nuovi obiettivi, lasciandomi a cuocere nel mio brodo: che all’epoca significò finire la tesi (obiettivo per raggiungere il quale impiegai il doppio del tempo dei miei coetanei, almeno quelli ‘bravi’, che si sono fatti strada con onore nella vita adulta) e tentare qualche concorso di dottorato senza impegnarmici davvero: gli esiti fallimentari mi spinsero quasi inesorabilmente a trovare un qualche impiego, ma la prima vera occasione di lavoro arrivò alla fine degli anni Ottanta grazie ai progetti lessicografici avviati da Tullio De Mauro (Garzanti, Paravia, Utet – Tullio mi invitò addirittura a casa sua per farmi osservare il prodotto finale e finito, e che ero citato tra i redattori del medesimo, anche se abbandonai il cantiere quando ricevetti la proposta di assunzione in Laterza, nel 1990: fu comunque un’esperienza molto formativa, e la riprova della bontà del materiale umano da lui scelto sta nel fatto che tre di quei redattori romani insegnano oggi materie linguistiche all’università, due come ordinari, mentre purtroppo ho perso ogni contatto con Antonella e Luisa).

Gli otto volumi della seconda edizione del Grande dizionario italiano dell’uso (2007), realizzato da Tullio De Mauro per Utet
Sono stato lieto di vedere confermate, almeno in parte, le mie impressioni frammentarie di allora nelle belle, sincere parole elogiative e di apprezzamento pronunciate da parenti, colleghi e amici durante la commemorazione laica all’interno del Tempietto egizio al Verano: quello stacco inesorabile dalla mia personalità contorta e inconcludente fu veramente necessario, perché Michela sviluppasse appieno la sua personalità – solare, diretta, espansiva, estroversa, ironica, che tutti hanno ammirato e oggi rimpiangono.
Quell’umanità di Michela, la sua benevolenza e l’amore per la vita, andarono però anche oltre. Infatti continuammo a vederci anche in seguito, più o meno saltuariamente: ad esempio, io l’aiutavo su traduzioni tedesche di Špet (così mi pare di ricordare…), e lei in cambio mi lasciava fotocopie di testi in russo (dovrei avere ancora una versione integrale della Vnutrennjaja forma slova, all’epoca merce rarissima!), oppure quando tornava da Mosca mi portava in regalo vari quadernetti, dnevniki e anche libri che pensava potessero stuzzicare la mia curiosità (uno per tutti: Majakovskij skvoz’ prizmu žanra); ma praticando io progressivamente sempre di meno la lingua, ora sono finiti a giacere freddi e imbarazzati dentro qualche scatolone di cartone, in buona compagnia ma muta e trascurata.
Oppure, dalle carte della memoria ecco emergere una lettera autografa di Maria Di Salvo, che mi ringrazia di averle fatto avere non so più cosa per il tramite di Michela. Tra fine Ottanta e inizi Novanta, infatti, si era creato un ottimo rapporto con la docente patavina, un mio saldo punto di riferimento da quando ero venuto a conoscenza e poi consultato in biblioteca il suo fondamentale lavoro pionieristico su Baudouin de Courtenay,5 in qualche modo ricambiato si parva licet dal suo apprezzamento verso la mia strabocchevole tesi di laurea (in quel caso ‘galeotto’ fu Luigi Marinelli, mai abbastanza ringraziato). Perciò incontravo abbastanza spesso Maria quando scendeva in trasferta nella capitale (in particolare ricordo una piacevole chiacchierata pomeridiana davanti a un caffè in un bar del Pantheon), per qualche affinità sincera e disinteressata su lati più ascosi dei nostri caratteri.
A me dunque piace credere che da quelle sue frequentazioni esperte e raffinate Michela abbia scoperto e assorbito l’interesse per il Settecento russo, che dopo anni ho ritrovato nel saggio in un volumone che mi regalò: Oblast’ daj umu… : tre poeti settecenteschi traducono Voltaire,6 sulle versioni di L’vov, Deržavin e Radiščev degli otto versi posti da Voltaire alla fine del suo Poème sur la loi naturelle (1756). Si tratta sicuramente di un esito del suo dottorato, svolto presso la cattedra di Lingua e Letteratura Russa della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma “La Sapienza”, dove all’epoca insegnava Michele Colucci (1937-2002), con cui discusse la tesi nel 2001. È da quell’alveo creativo che trae origine la traduzione e curatela delle Ody duchovnye di Deržavin, che fu anche traduttore dal francese, dal latino e dal greco (Il poeta e l’ineffabile. Gavrila Romanovič Deržavin. Le odi spirituali, D’Auria, Napoli 2010).

La copertina del volume su Deržavin (2010)
Con la successiva traduzione e curatela di Il cosmorama (Aracne 2012), un racconto lungo di Vladimir Fëdorovič Odoevskij, il «narratore filosofo» della letteratura russa, secondo il felice binomio coniato da Strada,7 si comincia a intravedere lo spazio di lavoro che Michela si andava ritagliando, tra metà Settecento e metà Ottocento, un periodo di grande fermento e sviluppo per la Russia, la quale intreccia legami più stretti con la cultura e specificamente anche con la produzione letteraria europea, soprattutto in conseguenza delle aperture riformistiche di Pietro I il Grande, per così dire contagiato dall’ardore illuministico del secolo, e che produsse grandi studiosi anche in quelle regioni così lontane dai circoli intellettuali e centri d’opinione del Vecchio Mondo.
A riprova un solo esempio, eccentrico perché apportato dai miei interessi di studio: come sappiamo dai lavori curati con grande acribia dallo storico Frank A. Kafker, il fervore suscitato in tutto l’Occidente dal successo e dall’originalità dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert fece sorgere il desiderio di emularli anche in un grande progetto russo, purtroppo rimasto incompiuto.8
Lascio qui soltanto accenni stenografici alle ultime fatiche di Michela:

La copertina della monografia su Gazdanov (2018)
• i lavori sullo scrittore russo di origine osseta Gajto Gazdanov (1903-1971), ossia la monografia originale Il volo sospeso di Gajto Gazdanov. Vita e opere di uno scrittore russo emigrato a Parigi (Mimesis 2018), che riprende il titolo di una sua opera tradotta da lei stessa poco tempo dopo (Il volo, Criterion, Milano 2022, scritto nel 1939 ma la cui prima edizione integrale uscì soltanto nel 1992) e andava ad alimentare quanto già offerto al pubblico italiano dagli editori romani Voland e Fazi, e di cui ho trovato la presentazione di Michela con Mario Caramitti su YouTube (presso l’Istituto di cultura e lingua russa a Roma, il 13 maggio 2022);
• una lettura, rivolta al grande pubblico e non soltanto a studenti di slavistica, sul capolavoro dell’Ottocento russo Tolstoj: guida ad Anna Karenina (Carocci 2023);

La copertina dell’ultimo libro, sul capolavoro di Tolstoj (2023)
• alcuni capitoli di un’opera collettanea, scritti assieme al marito Manfred Schruba, che speriamo di leggere al più presto per assaporarne ancora le sue qualità espositive e interpretative.
A tutto ciò occorre aggiungere un ulteriore tassello, in quanto ho saltato un momento rilevante, anche se (purtroppo e con ricadute perverse, da cui Michela però fu esente) in un curricolo accademico tende a essere trascurato, perché ritenuto (a torto: da qui sortiscono le perversioni suddette) di secondo piano: la traduzione di saggi per la materia che si conosce meglio.
Mi riferisco a un momento di collaborazione più intensa con Michela, incaricata di tradurre l’unico libro russo che io abbia visto passare sulla mia scrivania alla Loggetta nel ventennio scarso durante il quale lavorai per l’editore romano-barese. Era infatti il 1994, quando i responsabili della bella collana «Fare l’Europa»9 acquisirono il testo di Aron Jakovlevič Gurevič, Individ v Evrope (srednevekov’e). All’epoca le mie cognizioni di russo erano assai migliori di adesso, per cui nel mio ruolo di Translations Coordinator volli affidare senz’altro a Michela l’onore di quel lavoro, anche se l’editore impose la supervisione di una collaboratrice già affermata e di più lunga data, (Maria) Clara Castelli,10 che difatti nell’antifrontespizio, subito sotto il nome di Michela, figura come curatrice. Ricordo che su alcune correzioni della professoressa lei ebbe da obiettare (p.es., la predica di Bertoldo di Ratisbona sui cinque talenti, che nell’originale pare avessero altra denominazione11), ma l’establishment accademico-editoriale doveva prevalere sulle sue scelte e argomentazioni.
Viene allora spontaneo collegare e anticipare qui un aspetto che, per il mio interesse professionale, avrei voluto che Michela illustrasse più distesamente di quanto ha fatto nella “Nota alla traduzione” (pp. 53-54 della sua presentazione alla Forma interna della parola, su cui torno infra molto più in dettaglio): quello relativo alla difficoltà della traduzione e in particolare allo stile di Špet, molto particolare (si segnalano in particolare questioni di sintassi e lessico, improntati al tedesco, la cui struttura è più elaborata del russo, problemi su note, rinvii bibliografici spesso ellittici e non uniformi, nonché sulle citazioni, spesso a memoria e quindi da ricostruire tramite un paziente lavorio di ricerca minuta, per non parlare di quelle implicite, di cui pare intessuta l’argomentazione). Mi limito però a riportare alcune righe della presentazione in cui ne scrive esplicitamente.
«Il filosofo si esprime in una prosa ricca, densa di citazioni da diverse lingue senza traduzione, con frequenti domande retoriche ed esclamazioni, battute ironiche, a volte perfide, nei confronti degli avversari, spesso prolisso, ma mai pedante» (p. 25).
E in una nota Michela integra queste considerazioni, asserendo che «l’uso delle parole in Špet è intenzionalmente attento e mirato, essendo queste gli strumenti con cui opera la filosofia. Il suo lessico è per la maggior parte attinto o modellato sul tedesco, ma anche il russo è usato con estrema precisione filologica per esprimere ogni sottile distinzione tra concetti. Ciò, naturalmente, impone al traduttore scelte difficili, l’uso di locuzioni quando non si riesce a trovare un corrispettivo che possa accogliere tutte le sfumature dell’originale. Il termine ‘urazumenie’ significa in russo ‘comprensione’, così come ‘ponimanie’, ma il filosofo li distingue in base alla radice “razum”, ragione, presente nel primo, con cui intende “la comprensione che è risultato di un atto razionale”. Mi sembra, quindi, che si possa tradurre ‘urazumenie’ con ‘comprensione razionale’. Il verbo corrispondente ‘urazumet’’, il tedesco ‘begreifen’, si è tradotto con ‘capire’ nel significato originario del latino ‘capio, capere’, ossia ‘afferrare, cogliere’, per distinguerlo da ‘comprendere’» (p. 15, nota 19).
Tornando a un piano assai più generale, quali erano gli obiettivi ai quali puntò Michela? Condensandoli in una battuta, che sintetizza il suo tragitto, potrei dire “da Špet all’ordinariato”. Qui non importa se lei ne avesse piena consapevolezza, né tanto meno se se li fosse prefissati in maniera intenzionale. L’importante, oggi-qui-ora, è far osservare che lì in mezzo Michela ha intrecciato la sua esistenza e le sue passioni di studio a quelle di tante altre persone, e proprio questa è stata una delle sue caratteristiche salienti, fulgide e migliori: quella di superare di slancio gli steccati disciplinari, anche grazie alla sua carica empatica, all’ironia acuta e salutare, alla risata liberatoria di una tensione, di un nervosismo, di un malinteso che costellano sempre tutti i giorni nella vita di tutte le persone. E che a quanto sembra non l’hanno abbandonata nemmeno nella sua lunga lotta contro il tumore, se una delle ultime conquiste è stato il varo di quei “Transnational Russian Studies”12 che campeggiano nel sottotitolo della rivista «Sdvig/Shift», di cui è stata promotrice e direttrice (mutuandone il titolo anche dall’attivo polo editoriale della Sdvig Press, a cui collaborava sin dalla nascita, in particolare nell’Editorial Advisory Board della rivista «Acta Structuralica»), riuscendone a vedere realizzato purtroppo soltanto il primo numero, giusto alla fine del 2023. Nella presentazione, oltre la motivazione del titolo e l’indicazione di alcune tematiche13, spicca l’intento politicamente schierato e umanisticamente aggiornato: Michela voleva che la rivista diventasse «uno spazio privilegiato di incontro e di discussione tra i russisti, specialmente nel contesto attuale, in cui l’invasione russa dell’Ucraina ha disgregato la nostra comunità internazionale», e si distinguesse per «rigore metodologico e filologico, coniugato ad un approccio semiotico, che include anche le nuove direzioni delle Digital Humanities».

La copertina del primo numero della rivista voluta e diretta da Michela (2023)
Nella progressione cronologica ho saltato intenzionalmente un passaggio fondamentale: la tesi di laurea (vecchio ordinamento), nel 1992, con relatore Emilio Garroni, allora ordinario di Estetica alla Sapienza: Filosofia ed estetica in G. G. Špet.
Non ricordo i dettagli (e non potei assistere alla discussione, perché già lavoravo in pianta stabile), ma dato che Garroni non conosceva il russo a sufficienza14, Michela fruì di un aiuto rilevante nella persona di Pietro Montani (successore alla cattedra romana di Garroni dopo la scomparsa nel 2005), ottimo conoscitore della lingua e della cultura sovietica, tanto da aver curato buona parte delle opere di due giganti della cinematografia sovietica (rectius: mondiale), pur animati da visioni molto distanti sugli obiettivi del loro lavoro e quindi in polemica anche aspra tra loro: Sergej Michajlovič Ejzenštejn e Dziga Vertov. Perciò il ringraziamento alla fine della presentazione (p. 49) non è di sola prammatica.15

Emilio Garroni

Pietro Montani
Qui un aneddoto servirà ad alleggerire la lettura: poco dopo la laurea, Garroni propose alla casa editrice Laterza (al timone c’era ancora il ‘gran vecchio’ Vito) di pubblicare la traduzione del libro sulla “forma interna della parola”, in logica consequenzialità con la prima edizione italiana dell’imprescindibile testo di Wilhelm von Humboldt, curato da Donatella Di Cesare,16 ma la segnalazione non venne accolta. Michela lo ricordò verso la fine del succitato intervento alle Vetrerie Sciarra, quando Giuliani le chiese quanto tempo avesse impiegato a tradurlo, e aggiunse con la sua tipica autoironia dissacrante che fu meglio che Laterza avesse declinato il suggerimento del suo relatore, lasciando intuire che la resa non sarebbe stata così smagliante come quella affidata alle stampe vent’anni dopo!17
Tuttavia la scelta di Špet, un autore a cavallo fra letteratura e filosofia (non meno di Odoevskij, seppur diversamente…), può già far intuire che i suoi interessi sono sempre andati un po’ oltre la tradizionale ottica ‘filologica’ o storico-letteraria tout court.
Chiarisco. Se Odoevskij scarrocciava, per così dire, dalla letteratura verso la filosofia, specularmente Špet guardava alla letteratura dal suo podio filosofico, o perlomeno mirava a tenerle assieme. Ecco così lumeggiata un’altra peculiarità di Michela, rara avis a innalzarsi sopra canoni e competenze tradizionali, non solamente dei russisti, ma degli slavisti e in fondo anche di ogni specialista di un qualunque settore, che più è delimitato, più è sicuro, perché espone a minori rischi di critiche, invidie, rimbrotti, gelosie, sgambetti, ritorsioni, vendette laterali, e tutta la variegata serie di microdrammi del teatrino accademico autoreferenziale.18
A ogni modo, Michela trovò anche il tempo di sposarsi una prima volta e generare due figli: Silvia e Marco. Questi ultimi due li ho veduti per la prima volta nella camera ardente al Gemelli, però ringrazio mia moglie per avermi ricordato un particolare tenero che altrimenti avrebbe rischiato di restare inerte. Quando nacque Silvia, evidentemente c’era ancora un rapporto abbastanza regolare con Michela, perché decisi con mia moglie di regalarle un semplice pupazzetto di pile (all’epoca un materiale non così diffuso): ci accordammo per andare a portarglielo sotto casa, all’Eur, e ne fu felicissima, dimostrandolo con la sua semplicità invidiabilmente contagiosa. Dopo, il nostro rapporto si diradò, probabilmente anche per le sopraggiunte cure parentali (mie e sue), perciò ritorno sui binari del suo cursus studiorum, riletto a modo mio.
Michela diventò ricercatrice nel 2008 e nel 2015 professore associato di Slavistica, nonché Coordinatrice del corso di laurea triennale in Lingue e culture comparate presso “L’Orientale” di Napoli, vale a dire «la più antica Scuola di sinologia e orientalistica del continente europeo, con una consolidata tradizione di studi nelle lingue, culture e società dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa e delle Americhe».19

Una veduta dell’università “L’Orientale” di Napoli, dov’era incardinata Michela
È stata inoltre docente dei corsi di Letteratura russa e Lingua russa per tutti i livelli presso il Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Comparati, diretto dall’ispanista Augusto Guarino, finché nel 2018 vinse il concorso per ordinario di Slavistica. Non ricordo come, ma lo seppi per tempo e fui tra i primi a informarne Savina Raynaud, nella cena sociale per il primo Convegno nazionale del Cispels (Coordinamento Intersocietario per la Storia del Pensiero Linguistico e Semiotico), tenutosi a Villa Mirafiori dal 17 al 19 settembre 2018 e i cui atti ospitano anche un mio modesto contributo (sul romeno, spiacente qui di deludere gli slavisti…).20 Fu molto lieta di apprenderlo per via informale e me ne ringraziò sinceramente.
Passo qui alla parte per me più interessante e significativa (per il solo aspetto ‘intellettuale’), vale a dire il lavoro su Špet e dintorni.
Špet: chi era costui?
Chi volesse cercare in rete qualche notizia su questo importante filosofo russo, scoverà le prime informazioni su Wikipedia (a fine agosto 2024, mentre sto scrivendo, una voce su di lui è presente in 11 edizioni: tedesca, inglese, estone, francese, finlandese, azera, kazaka, kirghisa, ucraina, egiziana e ovviamente russa, anche se ovviamente con estensioni difformi,21 mentre latita tuttora in italiano: perché non crearla?). In seconda battuta, si trova una tesi discussa nel 2009 da Giulietta Ottaviano a Roma Tre per il XXII ciclo di dottorato (relatore lo studioso di estetica Paolo D’Angelo, uno dei migliori eredi dell’insegnamento di Emilio Garroni), dal titolo Gustav Špet fra fenomenologia ed ermeneutica (se ne può scaricare il PDF);22 e qualche fugace menzione (ma nulla più) di una tesi presentata già nel 1995 all’ateneo padovano da Eliana Della Torre: Traduzione e presentazione dell’opera “La forma interna delle parole” di Gustav Gustavovič Špet.
{Dopo aver pubblicato questo post, ho reperito in rete la tesi di Iryna Barkova (proveniente da studi husserliani), discussa a novembre 2008 nell’università di Montreal nel Quebec: Méthode phénoménologique dans la philosophie du langage du Cercle linguistique de Prague. Nel primo capitolo Barkova passa in rassegna a grandi tratti la ricezione della fenomenologia in Russia, poi le scuole locali polacche (Leopoli-Varsavia e Ingarden) e praghesi (Masaryk e Patočka)}.
Špet era nato nel 1879 a Kiev e già da giovane fu arrestato per aver militato in gruppi rivoluzionari: quindi osservò sempre con simpatia il pensiero marxiano, pur non essendosi mai dichiarato marxista.23 Studiò filosofia a Mosca, nel 1912-13 seguì a Gottinga insieme al polacco Roman Ingarden (sul quale torno più avanti) e al tedesco Hans Lipps le lezioni di Edmund Husserl e nel 1918 diventò professore all’università moscovita.24 Naturalmente aveva già cominciato a scrivere e pubblicare da anni, e i suoi lavori più significativi dopo Fenomeno e senso. La fenomenologia come scienza fondamentale e i suoi problemi (1914) e L’ermeneutica e i suoi problemi (1918) datano agli anni Venti, in cui pubblica Frammenti estetici (1922-1923, 3 volumi), Introduzione alla psicologia etnica (1926) e La forma interna della parola (1927).

Gustav Spet in una foto degli anni Venti
La presentazione offerta da Michela nella sua versione di quest’ultimo (pp. 9-49) si intitola Le origini della semiotica russa: G. G. Špet (1879-1937) e ne spiega in dettaglio l’evoluzione concettuale, rinviando alla bibliografia più aggiornata; per questo lo citerò ampiamente.
Più interessante mi sembra qui cercare di far percepire come questo autore abbia faticato a imporsi tra le riflessioni novecentesche, scontando anche il suo annichilimento totale prodotto dal regime sovietico, una damnatio memoriae vera e propria, perfettamente riuscita – anche se va premesso che l’incomprensione verso la filosofia russa in generale ha pesato molto e a lungo in diversi paesi (di conseguenza ovviamente anche nel campo editoriale).25
In Italia
Ad esempio, si può partire rammentando la svalutazione di Benedetto Croce (un po’ boriosa, ma sostanzialmente miope: dopotutto, cosa conosceva realmente?), il quale dal suo pulpito di neoidealista post-hegeliano tacciò di «stravaganza» la filosofia russa; ma nemmeno il suo antagonista Pietro Gobetti seppe fare di meglio, incapace di elaborare una visione originale!26 Da allora sono passati molti decenni, ma la situazione è andata migliorando soltanto negli ultimi tempi, nonostante la dedizione dimostrata da ottimi studiosi come Poggioli, Lo Gatto, Kraiski, Zvetermich, Ripellino, e altri ancora…27
Qualche accenno su Špet trapelava già dall’ottimo (e dimenticato) lavoro del compianto Edoardo Ferrario, Teorie della letteratura in Russia 1900-1934 (Editori Riuniti 1977), il quale sembrerebbe citare dagli originali russi, comunque senza andare oltre il poco che si sapeva all’epoca, a parte l’accostamento ad alcune tematiche affrontate da Pavel Nikolaevič Medvedev e Valentin Nikolaevič Vološinov (v. spec. pp. 231-2). Come ormai sappiamo, si tratta di due sodali del circolo bachtiniano, ma Ferrario ebbe il merito di scrivere il suo volume prima dell’invasione (talora anche eccessiva e fuorviante, a mio avviso) degli studi su Bachtin, che da noi principiano già in quell’anno, con l’antologia costruita da Ponzio il cui sottotitolo accennava a tre delle aree che saranno più colpite da quella epifania.28
Poco dopo usciva un volume dall’impianto completamente diverso, molto più grosso e a mio avviso in grado di restituire un panorama finalmente a tutto tondo: La semiotica nei paesi slavi. Programmi, problemi, analisi, a cura di Carlo Prevignano (Feltrinelli 1979).29 È un volumone di quasi 750 pagine che, oltre ad antologizzare saggi e autori più o meno noti da noi, offriva introduzioni dei migliori specialisti italiani alle sette (!) sezioni in cui era articolato. Come scriveva Michela, «qui Špet è solo menzionato, ma l’antologia prevedeva un seguito con una parte a lui dedicata, che purtroppo non ha mai visto la luce» (nota 55 a p. 31 della sua presentazione). Un vero peccato, e ancor di più il fatto che Michela non ce ne abbia detto o anche solamente accennato qualcosa di più.30
In una nobile (?) gara editoriale, ormai inconcepibile nello scenario editoriale di questi nostri anni, Einaudi sfornava a ridosso di quello la sua risposta, cioè una raccolta di lavori molto simile, curata da D’Arco Silvio Avalle prima sulla rivista «Strumenti critici» (42-43, 1980) e ripresa due anni dopo in volume col titolo La cultura nella tradizione russa del XIX e XX secolo: ma lì si taceva del tutto sul Nostro.
Peraltro Michela stessa rammentava un auspicio di Vittorio Strada, che proprio nel 1980 scriveva: «l’opera di Špet, a differenza di quella di Bachtin, è ancora sepolta sotto strati di silenzio e di dimenticanza, e in parte è inedita, ma certamente un giorno sarà restituita alla vita del pensiero».31
Ma una rondine non fa primavera (anche se Strada era più un rondone…) e difatti la conoscenza del filosofo russo rimase assai nebulosa ancora a lungo: qui da noi appena un rimando poco rilevante, ossia alla recensione dei Frammenti estetici da parte di Vinokur, offriva Rossana Platone nella sua antologia di Saggi russi di teoria letteraria (La Nuova Italia Scientifica 1995: v. a p. 28), nonostante vi siano presentati studiosi di cui si sottolinea propriamente la gravitazione su Mosca dal punto di vista della loro attività intellettuale, come appunto, Grigorij Osipovič Vinokur, Boris Isaakovič Jarcho32 e Viktor Vladimirovič Vinogradov. Di quest’ultimo era stato curato in italiano da Eridano Bazzarelli (1921-2013) il volume Stilistica e poetica (Mursia 1972).33 Lì Špet è menzionato due volte: a p. 144 con una citazione dai Frammenti estetici e a p. 208 per una valutazione del ‘romanzo’ «come opera “retorica”, […] cioè di un’opera di carattere moralistico o tendente a un’azione di predica sociale». Troppo poco, un po’ sibillino, ma soprattutto senza alcun ancoraggio ad altre posizioni per potersi sedimentare nelle nostre discussioni literaturwissenschaftlich o tra filosofi…
Per rimanere in ambito italiano, Špet non compare affatto nel volume “Dizionario – Cronologia”, della Storia della civiltà letteraria russa diretta da Michele Colucci e Riccardo Picchio (Utet 1997, 2 voll.), anche se la scelta di quel titolo potrebbe già spiegarne, in parte, l’esclusione. Spunta invece nel secondo volume dell’opera (dedicato tutto al Novecento), ma unicamente all’interno del saggio di René Wellek, Caratteristiche essenziali della critica letteraria russa (pp. 555-575 – trad. di Maria Delfina Gandolfo). In tal modo questi, se da un lato rimedia all’assenza di Špet nel settimo e ultimo dei suoi ben noti volumi dedicati alla “storia della critica moderna”, dall’altro appiattisce la menzione sul solito legame con Husserl, senza esaminarne la produzione specifica né tanto meno la relazione con il vivace dibattito coevo.34
Ben poco (e anche quel poco è molto tradizionale) si trova nel saggio, che pure è un lungo capitolo, di Silvano Tagliagambe, La filosofia russa e sovietica, in G. Paganini (a cura di), Storia della filosofia. XI. La filosofia della seconda metà del Novecento, tomo 2 («II Edizione interamente riscritta e ampliata», Piccin-Vallardi-Società editrice libraria 1998: cap. XXXII, pp. 1387-1567, a p. 1534, purtroppo solamente per la solita menzione del magistero husserliano, all’interno del paragrafo dedicato a Bachtin).
Tacciono (e sono ‘vuoti’ persino peggiori, se si tiene conto degli anni di pubblicazione) la vasta Enciclopedia filosofica (12 voll., Fondazione centro studi filosofici di Gallarate-Bompiani 2006) e l’autorevole “dizionario tematico” Treccani Filosofia (direttore Giuseppe Bedeschi, caporedattore Gabriella Nisticò, 2009), in cui si salta da ‘Spengler’ e ‘sperimentale, metodo’ a ‘Speusippo’, secondo una scansione assai tradizionale, cioè comune a parecchi dizionari di filosofi con impostazione ‘alfabetica’, non solamente italiani (in quelli inglesi, tipicamente, al posto di Spengler si può trovare Herbert Spencer)35; e da questa trista schiera non sfugge neanche l’ancora più recente e ambizioso U. Eco, R. Fedriga (a cura di), La filosofia e le sue storie. L’età contemporanea (Laterza-EM 2015).
Ben diversa è l’impostazione, più informata e competente, ma soprattutto organica rispetto al contesto di origine, di Daniela Steila, La filosofia russa tra patria e diaspora, in P. Rossi, C.A. Viano (a cura di), Storia della filosofia. 6. Il Novecento (Laterza 1999: tomo I, cap. VIII, pp. 173-195, spec. pp. 188-189 e 195).
Si tenga conto delle date. Il Nostro faceva una sparuta apparizione in A. Cimino, V. Costa (a cura di), Storia della fenomenologia (Carocci 2012), ma pur sempre ‘satellitare’, cioè solo come membro del gruppo di allievi di Husserl che si venne a formare a partire dal 1907 a Gottinga (v. p. 122), mentre a Ingarden viene riservato l’intero capitolo 9, a firma di Arkadiusz Chrudzimski, all’epoca associato a Stettino e già specialista di Brentano (pp. 159-170).
Invece è una vera occasione persa il ‘silenzio’ nel recente F. Desideri, A. Mecacci (a cura di), Estetica contemporanea. Dalle filosofie della crisi alle culture postmediali (Carocci 2023), che avrebbe potuto colmare l’assenza nel precedente (di cui cioè questo è uno sviluppo diretto) F. Desideri, C. Cantelli (a cura di), Storia dell’estetica occidentale (Carocci 2008, ed. riveduta 2020), lì forse comprensibile per l’estensione bimillenaria abbracciata.
All’estero
A ben vedere le considerazioni svolte sin qui valgono non soltanto per l’Italia, dato che il nominativo risulta ignoto, scarsamente considerato o trascurato da tutta una generazione di studiosi: approssimativamente quella che ebbe però il merito di accendere i riflettori sul formalismo russo (come Victor Erlich36, Ignazio Ambrogio e i loro sodali). Per costoro nel migliore dei casi Špet era praticamente uno dei tanti “Carneadi” filosofici.
Lo si evince per esempio (ma quanto paradigmatico!) dalla trattazione riservatagli da Spiegelberg, autore statunitense di un testo rimasto a lungo fondamentale per il quadro e la diffusione della filosofia fenomenologica. Nel secondo volume di quell’opera, infatti, Špet è citato solamente una volta e quasi di sfuggita;37 ciò è comprensibile per il fatto che l’autore non conosceva il russo e probabilmente non aveva contatti diretti con studiosi sovietici (che comunque negli anni Sessanta sarebbero diventati molto sospetti alla nomenklatura se avessero dichiarato apertamente un loro interesse per uno studioso epurato dal regime staliniano, come spiego più avanti).

Il volume di riferimento per tutto (tranne Špet) sulla fenomenologia
Lo stesso Jakobson fu, stranamente, parco di informazioni, direi quasi riservato. Alle indicazioni fornite nella presentazione di Michela,38 posso aggiungere un breve cenno dall’articolo Parola e linguaggio, la seconda delle ampie “retrospettive” tradotte da Giorgio Banti e Biancamaria Bruno nel volume curato da Luciana Stegagno Picchio, Autoritratto di un linguista. Retrospettive (il Mulino 1987, p. 71; i testi originali dell’articolo e del volume uscirono rispettivamente nel 1971 e nel 1984).
Per scrupolo da lì mi sono spinto a controllare anche tutti gli Indici dei nomi che chiudono gli otto volumi dei Selected Writings: beh, su un totale di 5749 pagine, Špet compare appena sette volte, la maggior parte delle quali col solito, blando riferimento a Husserl e al pensiero fenomenologico, quindi scarsamente significative. Eppure Jakobson lo conosceva bene: agì forse in lui la prudenza? Il timore di urtare la suscettibilità del regime sovietico? O magari non voleva invadere un campo disciplinare al quale non apparteneva? Difficile dirlo con certezza, in ogni caso il suo comportamento non è affatto insolito né isolato.39
La situazione complessiva rimaneva desolatamente invariata sino a pochi decenni fa: l’ampio regesto di Günther Wytrzens, Bibliographie der russischen Autoren und anonymen Werken (Klostermann 1975), spende appena una riga a p. 161 su Špet (solo per rinviare alla voce di V. Asmus nel quinto volume della Filosofskaja Enciklopedia), mentre non c’è assolutamente nulla nel seguito ideale del medesimo studioso, Bibliographie der literaturwissenschaftlichen Slavistik 1970-1980 (Klostermann 1982). A corredo, nulla nemmeno in Victor Terras, A History of Russian Literature (Yale UP 1991).
Sono certo che in questa ignoranza/dimenticanza giochi l’influenza delle tradizioni di pensiero/studio nazionali, o meglio ‘regionali’ (con riferimento alle ‘ontologie’ husserliane, visto che siamo in tema), simili agli “stili di pensiero/collettivi di pensiero” (Denkstile/Denkkollektive, thought styles/thought collectives/communities) di Ludwik Fleck.40
Ciò si può osservare ancora meglio in opere di riferimento generale, perché rivolgendosi a un pubblico generico o meno informato, restano sempre un po’ al margine delle ricerche innovative (l’ho già fatto notare razzolando qua e là nel panorama editoriale italiano). Così mi sono fatto l’idea che le cose siano cambiate soltanto nell’ultimo decennio del Novecento, periodo in cui finalmente è sorto un interesse per il filosofo russo e se ne è varato il ricupero.
L’assenza di Špet dalla manualistica
Prendiamo ad esempio i grossi “manuali di scienza del linguaggio e della comunicazione” editi da Gruyter-Mouton (altrimenti noti con l’acronimo HSK e ormai arrivati al numero 45, per un totale di 101 tomi complessivi).

Una simbolica copertina per gli oltre 100 tomi della collana HSK (acronimo sciolto nel titolo visibile in tedesco)
Nel tomo 7.1 (dedicato alla filosofia del linguaggio e pubblicato nel 1992) è unicamente il saggio di Savina Raynaud su Anton Marty (1847-1914) a menzionarlo41; i tre tomi in cui si articola il numero 18 sulla “storia delle scienze del linguaggio” (usciti nel 2000, 2001 e 2006 per la cura di Sylvain Auroux, Ernst Frideryk Konrad Koerner, Hans-Josef Niederehe e Kees Versteegh) continuano a ignorarlo impunemente, secondo me non del tutto a ragione (come mostrerò verso la fine); soltanto nel 2004 inverte questa tendenza infausta il quarto tomo del volume 13 (dedicato alla semiotica) con ben cinque citazioni all’interno della voce sul “formalismo russo”, probabilmente perché affidata al tedesco Rainer Grübel (la sua ricca bibliografia si trova qui), il quale conosceva bene le pubblicazioni nella sua lingua, che sono state pionieristiche per ‘scongelare’ il filosofo sovietico, già a partire da una dozzina d’anni prima.
Allora sarà meglio cercare in studi sul pensiero filosofico? Teoricamente sì, ma anche in questo caso ho trovato conferma di un mutamento avvenuto soltanto negli anni Novanta del secolo scorso. Cerco di andare rapidamente, sperando di persuadere i miei lettori.
Špet non mi pare sia compreso nei 6 volumi dell’imponente Encyclopédie philosophique universelle e avviata in occasione del bicentenario della Rivoluzione francese grazie alla partecipazione dell’Unesco (Presses Universitaires de France 1989-1998), mentre una voce interamente dedicata a lui da Alexander Haardt è nella Routledge Encyclopedia of Philosophy con Edward Craig nel ruolo di general editor (Routledge 1998, 9 volumi e un decimo di indici: il saggio è nel vol. 8, pp. 754-758, sub voce ’Shpet’ secondo la traslitterazione anglofona più tradizionale, trad. di P. Schnyder; ci sono anche un altro paio di menzioni, in riferimento a Herzen, nel vol. 4, ma soprattutto all’originale sottovoce “Neo-Kantianism, Russian”, nel vol. 6, pp. 792-797, stilata dal già citato Thomas Nemeth).
La mia impressione si è venuta formando soprattutto sfogliando diversi volumi dell’area anglo-americana, pubblicati grosso modo tra l’ultimo decennio del Novecento e gli inizi nuovo secolo, e nel quale non c’è alcun accenno a Špet, perché la loro attenzione è rivolta soprattutto alla filosofia analitica, in maniera persistente se non proprio esclusiva: R. Audi (ed.), The Cambridge Dictionary of Philosophy (Cambridge UP 19992), non migliorato dal successivo T. Baldwin (ed.), The Cambridge History of Philosophy 1870-1945 (Cambridge UP 2003), che pure dedica uno dei primi capitoli all’“Idealism in Russia” (pp. 60-66 – e comunque l’autore David Bakhurst non mi pare riesca a fornire più di un quadro scialbo e affastellato del periodo 1870-1917); o il massiccio e per altri autori, correnti e periodi ben dettagliato S. Brown, D. Collinson, R. Wilkinson (eds.), Biographical Dictionary of Twentieth-Century Philosophers (Routledge 1996); ma è un vero peccato non trovarne traccia neppure in M.C. Horwitz (ed.), New Dictionary of the History of Ideas (Thomson Gale 2005). E giudicherei l’assenza piuttosto grave nella specifica M. Kelly (ed.), Encyclopedia of Aesthetics (5 voll., Oxford UP 1998), che ha un capitolo nel quale avrebbe potuto, anzi, dovuto ben figurare, tanto più che è di due specialisti russi (Viktor V. e Oleg V. Bychkov, “Russian Aesthetics”, vol. 4, pp. 195-202; questo contributo sull’estetica russa è integrato da due brevi interventi di William E. Harkins, “Russian Formalism”, pp. 202-204, e “Socialist Realism”, pp. 204-207, che si limitano a completarlo in maniera sommaria). Continua tuttora a mancare una voce specifica nel sito della Stanford Encyclopedia of Philosophy.
Dunque concludo questo excursus sostenendo con forza che Špet meriterebbe un bel riscatto con un volume a sé nella ricca collana di Blackwell dal titolo uniforme A Companion to… (segue un autore o un argomento specifico) che, iniziata nel 1991, ormai si sta avvicinando all’ottantesimo tomo.
Lo spartiacque del 1990
Dunque è nel passaggio tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso che iniziò a cambiare la situazione – una modifica a cui non dev’essere stato estraneo lo smantellamento della cortina di ferro e il dissolvimento dell’Unione Sovietica tout court. Se si era parlato di ‘disgelo’ ai tempi di Chruščëv, ossia un trentennio prima, il crollo del muro di Berlino e l’ingresso nell’ultimo decennio del Novecento, segnato in terra russa dalla notte di Natale del 1991 con l’ammaina bandiera rossa sul Cremlino, avvennero e procedettero a un ritmo impensabile e sbalorditivo, trascinando con sé il crollo di tutto l’apparato ideologico veterocomunista (senza lasciare quasi nulla in cambio, però… e per esempio più vicino a noi si è manifestato, al culmine di un fermento montato in sordina per quasi tre decenni, nell’affermazione del partito neonazista Alternative für Deutschland alle elezioni di questo agosto nei Länder della Sassonia e della Turingia).

Crescita delle percentuali ottenute da AfD nelle elezioni federali del 2021 (sn) ed europee del 2024 (dx) – carta di Laura Canali, dal sito di Limes
Credo di non sbagliare se sostengo che le prime informazioni su Špet che cominciarono a trapelare in Occidente si possono ricondurre soprattutto agli sforzi di una vera e propria task force di studiosi tedeschi, come i già citati Rainer Grübel, Alexander Haardt42 e Frithjof Rodi,43 seppur preceduti temporalmente dall’americana Erika Freiberger (Sheikoleslami), alla quale si deve uno studio davvero pionieristico.44 Gli scavi di costoro, supportati dalla pubblicazione verso la fine dell’era Gorbačëv di un primo volume di Sočinenija, con prefazione di Elena B. Pasternak45 (Pravda, Moskva 1989) portarono rapidamente alla pubblicazione in Occidente di un’opera postuma, tradotta da Alexander Haardt ed Erika Freiberger, curata da Roland Daube-Schackat e dello stesso Haardt, con una premessa e una postfazione di Rodi: Die Hermeneutik und ihre Probleme (Alber, Freiburg 1993).46 Dal 2019 il testo si può leggere anche in inglese per la cura e traduzione di Thomas Nemeth: Hermeneutics and Its Problems (n° 98 della serie “Contributions to Phenomenology” della Springer; il volume, oltre a una dotta introduzione del curatore, ospita in appendice cinque altri saggi di Špet, che si possono scaricare liberamente, pubblicati tra il 1911 e il 1932). Nemeth va ricordato perché a lui si deve la prima traduzione in assoluto di un libro di Špet in una lingua occidentale: Appearance and Sense. Phenomenology as the Fundamental Science and Its Problems (Kluwer 1991, nella collana specializzata «Phaenomenologica» – l’originale russo uscì nel 191447).
Un’altra testimonianza in tempo reale di questo mutamento di opinione (ancor più eloquente, dato che in origine proviene da un altro orizzonte culturale, quello francese, che completa così la gamma delle principali lingue di cultura ‘occidentali’) è costituita dal saggio di George L. Kline, La filosofia sovietica intorno al 1930, che offre una tra le prime e migliori presentazioni del filosofo, nella Storia della letteratura russa. III. Il Novecento. 3. Dal realismo socialista ai nostri giorni (dir. E. Etkind, G. Nivat, I. Serman e V. Strada, Einaudi, 1991, spec. pp. 280-28448).
A margine posso integrare l’affermazione sul ruolo dei tedeschi (generalizzandola pro domo mea), col sottolineare che in diversi casi la produzione intellettuale tedesca ha svolto una funzione di tramite importante fra cultura slava e occidentale, verosimilmente per la sua posizione intermedia e quindi radicata in entrambe.49 Qui si dimostrano particolarmente feconde, mi pare, le riflessioni di Michel Espagne e Michael Werner (indirettamente, anche di Anthony Grafton, ma è un’intuizione personale che non argomenterò oltre) sul transfert culturale, nonché quelle sulla traduzione culturale di Peter Burke, ma non è questo il luogo per soffermarvisi.50
Ma dal 9 all’11 aprile 1991 si svolse nella città siberiana di Tomsk (dove il Nostro purtroppo fu esiliato e morì) il «primo convegno pan sovietico su Špet» (Tvorčeskoe nasledie G.G. Špeta i sovremennye gumanitarnye issledovanija [L’eredità dell’opera di G.G. Špet e le odierne ricerche umanistiche]): Michela era lì, prima italiana (insieme a M.C. Ghidini) pronta a cogliere quell’occasione pur non avendola suscitata. Il suo merito sta esattamente in questo, che le ha valso il privilegio di testimoniare in statu nascenti l’interesse internazionale che cominciava proprio allora a ridestarsi attorno allo studioso russo, dandone notizia su «Slavia», III [1994] 4.51 Dopo una sintetica introduzione alla “teoria del linguaggio di Špet” (pp. 17-19) , Michela forniva opportunamente altri elementi per far conoscere meglio il filosofo:
• il saggio La sfera del linguaggio nella concezione logica di G.G. Špet di A.A. Mitjušin (pp. 20-27), dagli anni Settanta «il primo e a lungo l’unico, ricercatore sovietico della produzione di Špet», che introduce alcuni frammenti «inediti nella ex Unione Sovietica» (p. 19) e da lui datati tra il 1924 e 1925:
• G.G. Špet, Linguaggio e senso (pp. 28-36);
• la voce G.G. Špet (datata «19-VI-l929») del dizionario enciclopedico dell’Istituto bibliografico russo “Granat” (dal cognome dei due fratelli che lo diressero); essa è doppiamente importante: sia perché fu scritta da Špet medesimo52 (sotto lo pseudonimo ‘G.G-n’; sia perché Michela preferì tradurre dal manoscritto originale per ovviare alle censure intervenute sulla versione a stampa nel dizionario sovietico (pp. 39-40).
• Completano il quadro le informazioni sullo sviluppo a livello internazionale della conoscenza del pensiero, che avevano portato all’incontro di Tomsk: a un seminario all’interno del “Third World Congress for Soviet and East European Studies” (Washington DC, 1985);
• seguì l’anno successivo il convegno Gustav Špet – Werk und Wirkung. Versuch einer Bestandsaufnahme [G. Špet: opera e influsso. Un bilancio provvisorio] organizzato da F. Rodi a Bad Homburg, al quale presero parte soprattutto slavisti: E. Freiberger, P. Steiner, A. Haardt, F. Rodi, A. Hansen-Löve e pochi altri (pp. 40-42).53
Editorialmente ebbe più fortuna Maria Candida Ghidini: nel 1991 uscì la sua eccellente ricognizione a tutto campo, La parola e la realtà. Per una ricostruzione della filosofia del linguaggio di Gustav Špet, nella autorevole «Rivista di Filosofia Neo-Scolastica», 83 (1991) 1/2, pp. 142-188, parallela a una sua relazione a Tomsk, che per Michela sintetizzava la «visione ermeneutica di Špet come ricerca di un fondamento oggettivo dell’interpretazione, in relazione ai lavori di Dilthey, affrontando anche il problema della teoria del segno» (p. 42 dell’articolo succitato in «Slavia»).54
Non credo di sbagliare se aggiungo che tali interventi servirono un poco a smuovere le acque dell’editoria italiana, tradizionalmente fin troppo ferme e chiuse ad apporti da paesi poco frequentati (periferici?), almeno finché non vengano sollecitati da qualche sguardo oltre gli angusti confini italici:
• infatti di lì a poco comparvero sulla rivista «Kamen’», a cura di Margherita De Michiel e Stefania Sini, traduzioni parziali degli Ėstetičeskie fragmenty, pubblicati originariamente da Špet in tre volumi nel 1923 (Kolos, Petrograd): Gustav G. Špet, Frammenti di estetica. I. Ripetizioni al momento giusto, in «Kamen’», 2 (1992), 61-83; Frammenti di estetica. II. Ammonimenti al momento giusto. La struttura della parola in usum aestheticae – Exempla sunt odiosa, in «Kamen’», 3 (1993), 52-75; Frammenti di estetica. III. Momenti estetici nella struttura della parola, in «Kamen’», 3 (1993), 76-88 (il volume completo è annunciato in via di pubblicazione con saggi delle due curatrici);
• nel 1993 ecco comparire l’articolo del 1922 in cui il filosofo russo analizzava I problemi dell’estetica contemporanea, nell’ottima versione di Maria Candida Ghidini, corredata dal suo bel saggio dal titolo evocativo La forza reale del possibile. Il pensiero estetico di Gustav Špet.55
Tornando dalla fortuna in Italia all’oscuramento di cui fu oggetto Špet in patria, anche a un primo sguardo risulta chiaro che egli sia stato anzitutto un autore inviso al regime dell’epoca, che lo emarginò progressivamente: come si legge nella utile “Nota bio-bibliografica” (alle pp. 51-52 della Forma interna), nel 1930 gli fu interdetto l’insegnamento e dovette limitarsi al lavoro di traduttore, anch’esso sottoposto a un “controllo ideologico”; ma si dedicò niente meno che a Byron, Dickens, Shakespeare e addirittura alla Fenomenologia dello spirito hegeliana, quando era esiliato in Siberia.
Già collaboratore di Mejerchol’d e Stanislavskij (del cui notissimo manuale Il lavoro dell’attore su se stesso corresse addirittura le bozze56), nel 1935 venne arrestato e incarcerato. La sua frequentazione con Anatolij Vasil’evič Lunačarskij, antico compagno di studi a Kiev, lo aveva salvato all’inizio degli anni Venti dalle prime avvisaglie di repressione culturale, ma questa volta finì fucilato miseramente il 16 novembre 1937. La sua riabilitazione arrivò nel 1956, anche se coperta dalla ipocrita bugia di una morte per polmonite, per smentire definitivamente la quale si è dovuto attendere ancora sino al 1990 (ecco forse un altro supporto, per quanto ‘esterno’, a quel ‘mutamento di opinione’ a cui accennavo poco fa).
Quindi la sua storia è tristemente simile a quella di tanti altri intellettuali epurati sotto il regime staliniano, a cominciare dal grido rassegnato che risuona ancora oggi dal titolo della raccolta di «lettere alla moglie e ai figli del grande matematico, filosofo e sacerdote russo» Pavel A. Florenskij, Non dimenticatemi (Mondadori 2000), sino a coinvolgere personaggi anche ben più famosi, per i quali si fanno i soliti nomi di poeti come Osip Mandel’štam e Anna Achmatova, fino ai casi più recenti, seppure differenti tra loro, di Boris Pasternak, Aleksandr Solženicyn o Iosif Brodskij.57
AGGIUNTA [19 settembre 2025]
Mi imbatto solamente oggi in un volume di oltre 800 pagine, curato da Aage A. Hansen-Löve (autore di un lavoro tanto poderoso quanto fondamentale sul formalismo russo, incentrato sul concetto di ‘straniamento’, di cui qualcosa è trapelato anche in italiano) e Brigitte Obermayr: Phänomenologische und empirische Kunstwissenschaften in der frühen Sowjetunion. Eine Anthologie (Brill/Fink 2022), in cui sono tradotti parzialmente anche alcuni lavori di Špet. Per informazioni sommarie e indice completo, questa è la pagina dell’editore da consultare.
L’importanza della pubblicazione in italiano della Forma interna della parola
Ora, alla luce di queste notizie che ho raggranellato fin qui, dovrebbe esser chiaro il motivo per cui la pubblicazione della prima edizione italiana di Vnutrennjaja forma slova: ėtjudy i variacii na temy Gumbol’ta è un avvenimento editoriale di assoluto rilievo.
Essa viene inoltre a integrare il quadro delle traduzioni italiane dei testi più importanti per il dibattito teorico negli studi estetologici del primo trentennio del secolo scorso (in passato rimaste loro malgrado sullo sfondo di dibattiti più roboanti, ma rivelatisi anche più frivoli sulla lunga distanza), di cui un altro prodotto notevole è stato il grosso testo di Roman Ingarden, L’opera d’arte letteraria, curato da Lidia Gasperoni58 per le Edizioni Fondazione Centro Studi Campostrini (Verona 2011) e con una buona Postfazione (pp. 517-531) di Daniela Angelucci.59
La prima versione dell’opera uscì nel 1931 in tedesco (Das literarische Kunstwerk. Eine Untersuchung aus dem Grenzgebiet der Ontologie, Logik und Literaturwissenschaft), ebbe una seconda edizione nel 1960 e una terza nel 1965 (ripubblicata senza modifiche ancora nel 1972), e apparve parzialmente in italiano nel 1968 per merito della gloriosa casa milanese Silva (Fenomenologia dell’opera d’arte letteraria, traduttori Giuliana Brozich-Lipszer e Sergio Checconi), annunziata da un estratto della parte iniziale sul numero 23 del 1967 della rivista militante «il Verri» (La ‘vita’ dell’opera letteraria, pp. 3-28).60 Inutile dire che oggi entrambe si trovano unicamente in biblioteca, per cui è stata un’ottima decisione quella di approntare un testo completo e aggiornato.61
Eppure la storia della Forma interna della parola in Italia non è finita ancora qui.
Chi cerchi l’opera nell’Opac-SBN, ne troverà ben due edizioni italiane: oltre a quella curata da Michela, ne appare un’altra a cura di tal Salvatore Principe. Essa è il primo numero della collana filosofica “Nuovi classici del pensiero” dell’editore Diogene di Campobasso (che però sembra ferma dal 2018) e risulta pubblicata nel medesimo anno (2015), ma con paginazione “XXV+241”, mentre quella di Michela per Mimesis è “254” (di cui però le prime 54 sono occupate dalla presentazione, che dunque supera quella di Principe).
Si tratta dunque di un’edizione completamente differente, ma ciò che fa sorgere i maggiori sospetti è la figura del curatore: infatti Salvatore Principe è qualificato, sempre nell’Opac-SBN, come «Dottore di ricerca in storia della filosofia moderna e contemporanea, collabora col Dipartimento di filosofia dell’Università Federico II di Napoli. Nato a Napoli il 28.07.1984» e autore nell’arco di pochi anni di saggi su: epistemologia della storia (2009), traduzione (2010), Kant (2011), Jacobi (2012), Cartesio (2010, 2013, 2017 e 2018), poesia (?!? – 2012), Fichte (2010, 2013 e 2017), migranti (2016), logica classica (2016) e Vico (2012). Non si tratta soltanto di filosofi disparati, che nella migliore delle ipotesi farebbero pensare a un genio polytropos e in possesso di una concentrazione tale da consentirgli di scrivere contemporaneamente su più argomenti piuttosto complessi (e a meno che non si tratti di omonimie). Il vero problema è che molti di questi lavori sono stati pubblicati dalla stessa casa editrice Diogene che ha sfornato anche la sua edizione di Špet…
Incuriosito e perplesso, avevo chiesto lumi su questo anomalo “giallo” editoriale (strano che un autore rimasto sconosciuto ai più per almeno mezzo secolo, improvvisamente venga tradotto contemporaneamente da due persone e case editrici differenti…) a Michela stessa, che mi aveva ragguagliato subito per e-mail ancora l’11 marzo 2024, come riporto appresso, cassando solamente alcuni passi ‘sensibili’ (ed è un modo per riascoltarla).
In realtà è una storia agghiacciante che non mi ha fatto dormire a lungo, con risvolti legali. Tutto comincia quando propongo a Paolo Fabbri di pubblicare la traduzione di Špet e lui acconsente. Mi consiglia di pubblicare con la casa editrice napoletana (!!!!) di Principe, collana diretta da Ugo Olivieri. Ci vediamo più volte e si parla di fondi. Propongo il fondo Prochorov, che dava un sacco di soldi, me ne occupo io e riesco ad ottenere […] euro. Quando si tratta di firmare il contratto il signor Principe, che vedo solo dopo aver ricevuto il finanziamento, mi chiede in sostanza quasi tutto. Io chiedo solo di pagarmi le tasse per il compenso della traduzione, non mi importa del resto, ma lui si impunta e mi dice: allora lo faccio io. Scrivo a Prochorov e li avverto che l’editore è un balordo. Mi rispondono che capita spesso e loro lo sanno.
Il simpatico Principe cosa fa? trova una mia studentessa cui affida la traduzione (quanti credi siano i traduttori dal russo a Napoli?) […] e la poverina non sa cosa fare. Mi rivolgo a un avvocato per diffidarlo, ma lui se ne infischia.
Aggiungo che in precedenza io gli avevo già dato la traduzione e tutti i dati del caso, compresi i riferimenti bibliografici di una traduzione francese.62
Mi rivolgo a Olivieri che fugge come dalla peste. Allora chiamo Fabbri che mi dice: “Terribile” e basta. Insomma, mi sono dovuta sbrigare a pubblicarla prima e a spese del dipartimento. Soldi letteralmente rubati. […] Ho diffuso la storia e la sanno in molti, ma tant’è….
Sono rimasta a lungo a dir poco scioccata.
Penso non ci sia bisogno di scrivere altro: il misfatto si commenta da sé.
A questo punto, più che mettersi a confrontare le due rese, l’unica remora sostanziale a perseguire penalmente il disgraziato sta nella farraginosità del sistema giudiziario italiano.
MLK/CLM, RAChN e GAChN
Per chi conosca un poco il panorama russo e sovietico, c’è un aspetto oltremodo innovativo, a mio avviso della massima importanza per questo campo di studi, messo ben in evidenza da Michela sulla scorta degli studi più recenti63 a seguito dell’«apertura degli archivi dopo la perestroika [… che negli anni Novanta ha reso accessibile] una grande quantità di materiale, tra cui la corrispondenza tra i protagonisti dell’epoca» (p. 12). Mi riferisco alla «intensa attività [di Špet] alla GAChN (Gosudarstvennaja Akademija chudožestvennych nauk [Accademia statale delle scienze artistiche]) di Mosca, di cui è vicepresidente dal 1924 al 1929, [… che costituisce] il momento più importante e fecondo nella evoluzione del suo pensiero» (p. 11), in quanto ne «rappresenta la guida teorica e il principale promotore dei lavori» (p. 25).
La GAChN, infatti, si configura come una sorta di spin-off del Circolo linguistico moscovita (CLM, o rispettando la grafia originale russa MLK: Moskovskij Lingvističeskij Kroužek), attivo dal 1915 al 1924, che contava fra i suoi membri R.O. Jakobson, O. Brik, V. Žirmunskij, S. Karcevskij, B. Tomaševskij, B. Jarcho e al quale Špet aderì nel 1919 (era arrivato a Mosca, da Kiev, nel 1907).
Esso riveste un’importanza speciale nella circolazione delle idee linguistiche, poiché è nel Circolo che «per la prima volta in Russia si discute del Corso di linguistica generale di F. de Saussure» (p. 21), anche se spesso si tendeva ad attribuirgli quello che passava sotto l’etichetta (di comodo, diremmo adesso) di ‘formalismo russo’ all’altra scuola, il più noto Opojaz (Obščestvo dlja izučenija poetičeskogo jazyka [Società per lo studio del linguaggio poetico]), i cui esponenti di spicco erano V.B. Šklovskij, Ju. Tynjanov e B. Ejchenbaum. In realtà il Circolo moscovita si opponeva a quest’ultimo, in virtù di una sua ‘doppia anima’: «i giovani linguisti positivisti (S. Bobrov, O. Brik, B. Jarcho), e i filosofi (A. Buslaev, B. Gornung, N. Žinkin, M. Kenigsberg), ma entrambi si dichiarano: “seguaci della fenomenologia di Husserl e allievi di Špet”» (p. 21, dove Michela cita un’introduzione di M. Šapir a un saggio di Jakobson del 1976 sul CLM, riedito nel 1996). In realtà l’Accademia-GAChN nacque nel 1921 come Rossijskaja Akademija Chudožestvennych Nauk [Accademia russa delle scienze dell’arte] «su iniziativa di A. Lunačarskij e come presidente viene nominato P. Kogan, un uomo di partito» (p. 25), affiancato dal grande pittore Vasilij Kandinskij come primo vicepresidente; nel 1925 mutò nome da RAChN a GAChN (col cambio del primo aggettivo in godusarstvennaja, ossia Accademia statale delle scienze dell’arte). Il suo obiettivo ambizioso era di «coordinare tutti gli studi sull’arte e risolvere le questioni generali di una nuova estetica», puntando su tre direttive principali: «filosofica (estetica e filosofia dell’arte), fisico-psicologica (studio della psicologia della creazione artistica e della percezione estetica) e sociologica (sociologia dell’arte ed estetica marxista)» (p. 38); a esse corrispondevano altrettanti dipartimenti.
Per chi segue il mio blog sarà poi interessante notare che tra i compiti dell’Accademia rientrava anche lo studio della traduzione, considerata una volta tanto con pari dignità rispetto ad altre attività ‘creative’ più blasonate, quali letteratura, arte figurativa, teatro ecc. (cfr. p. 39).
Di certo la dialettica, anche accesa, tra le varie posizioni, non contraddistinse soltanto il rapporto tra Mosca e Pietrogrado (poi Leningrado): «anche nella GAChN, in cui Špet aveva un ruolo guida, il dibattito e la differenza di vedute era una componente essenziale del lavoro collettivo» (p. 39). «Il dipartimento filosofico diretto da Špet è quello che definisce la ricerca in ogni campo dello studio dell’arte e dell’estetica, ne definisce le basi teoriche, l’apparato concettuale e terminologico» (p. 40) e quindi «opera per elaborare i fondamenti di una nuova scienza dell’arte e costituisce singole commissioni secondo le sue discipline: l’estetica si rivolge alle questioni delle forme estetiche e delle loro peculiarità, mentre la filosofia dell’arte alle questioni dell’arte, della cultura artistica e del suo sviluppo» in senso sia sincronico sia diacronico (p. 41). Emerge dunque in tutta la sua novità e importanza (si veda p. 40) che «l’intera Accademia […] ruota attorno alla figura di Špet, che insieme ai suoi allievi costituisce quella che N. Efimov nel 1929 definisce “scuola filosofico-formale”, incentrata proprio sullo studio della forma interna».
Analogamente si può sostenere che La forma interna della parola nasce, prende forma (è proprio il caso di dirlo!) e si nutre dell’atmosfera vibrante che faceva della GAChN un’anomala «oasi culturale nel periodo della NEP (1921-1929)» (p. 37), segnato quest’ultimo dalla ben più aggressiva ‘cultura proletaria’. Dunque «l’analisi formale studia l’opera d’arte considerando la sua struttura semantica, i suoi elementi e il principio per cui si combinano nell’insieme», ossia «l’arte [è] considerata come un tipo di linguaggio» (p. 45): da questo punto di vista Špet elabora un’originale «filosofia del linguaggio che diventa qui espressione dello “spirito” nazionale, di cui l’arte è la più completa oggettivazione» (p. 47).
Insomma, tirando un po’ le somme, nella Forma interna della parola «l’intera questione del linguaggio e dell’arte sarà rielaborata in una filosofia della cultura, frutto dell’attività svolta nella GAChN» (p. 37): il libro è quindi «interamente dedicato alla tematica di una filosofia della cultura a partire dalla interpretazione del pensiero di Humboldt» (neretto mio)64.
Occorre notare, seguendo la corrente humboldtiana,65 che quelli erano gli stessi anni in cui Ernst Cassirer sviluppava la sua riflessione sulle “forme simboliche”. Špet ne era perfettamente a conoscenza e arrivò persino a criticare il filosofo neokantiano, affermando che in quell’opera «generalizza il concetto humboldtiano di “forma interna linguistica”» ma senza sottoporlo «a un esame adeguato», mentre in Russia detto concetto è stato ampliato a «tutta la filosofia della cultura sia spirituale, sia materiale» (p. 100, nota 5). In una sua nota a questo passo Michela precisa che qui Špet intende riferirsi ai suoi Frammenti estetici del 1922-23 e alla sua Introduzione alla psicologia etnica del 1926.66 Io proporrei (in relazione a quanto accennato sulla relazione-cerniera fra Germania e Russia) un confronto più approfondito anche con le posizioni di Heymann Steinthal, curatore delle opere di Humboldt in tedesco nel 1883 (lo stesso anno in cui furono inaugurati i gruppi marmorei dei due fratelli che ancora campeggiano all’ingresso della maggiore università berlinese loro dedicata), e di cui grazie alla cura di Davide Bondì è ormai disponibile anche in italiano una raccolta rappresentativa della sua produzione.67
Un dettaglio che può accrescere il quadro complessivo, non minuscolo, tracciato sin qui è quello relativo all’annuncio, ormai di parecchi anni fa, del piccolo editore torinese Trauben, legato all’ambito universitario, sull’intenzione di pubblicare uno dei testi più significativi di Špet, e per il contenuto e per la modalità espositiva, che al giorno d’oggi ci appare estremamente ‘sintonica’, sicuramente più che all’epoca: i Frammenti estetici, forse sulla scia della curatela per la rivista, come già detto offerta da Margherita de Michiel e Stefania Sini nel 1993.
Nella presentazione Michela ne ricostruisce la genesi, come opera preparatoria alla Forma interna della parola. Purtroppo quel progetto torinese è stato azzerato dalle traversie infauste subite dalla casa editrice, ma nella pagina web di Stefania Sini leggevo al riguardo: «Con Margherita De Michiel traduzione dal russo e cura dell’edizione italiana di Gustav Špet, Frammenti di estetica, Milano, Ledizioni 2010 (in stampa)». Ma quel testo non è mai uscito e chissà se ci saranno altre o altri in grado di riprendere in mano quell’impresa, certo non facile.
Last not least (un abbraccio malinconico)
Michela ha scritto pure che nella riflessione špettiana le sembra si possa intravedere un legame «alle indagini successive sulla semantica strutturale e sul senso della scuola di Algirdas Julien Greimas, più che [col] mero strutturalismo» (p. 32).
A me questo pare un’eco dei suoi vecchi studi e interessi (a cominciare dall’ACR) che avrà messo da parte, sebbene non completamente, quando ha scelto di imboccare la strada della slavistica.
In ogni caso Michela afferma che i lavori degli allievi di Špet che ne condividevano la base metodologica sono i «primi esempi di approccio semantico allo studio del testo letterario» (p. 33) e quindi la sua teoria «ha anticipato diverse direzioni del pensiero semiotico ed estetico-filosofico moderno», a cominciare dalla culturologia di Tartu-Mosca, sintetizzata nell’opera di Jurij M. Lotman – che tuttavia non lo menziona affatto (p. 49), apparentemente in combutta con la suindicata congiura del silenzio, ma forse (più banalmente) per non destare sospetti attirando su di sé e sul proprio lavoro (mettendolo, dunque, a rischio) sguardi occhiuti del regime sovietico.
Spero di essere riuscito a far capire l’importanza del lavoro svolto con passione da Michela, nonostante e attraverso la mia visione personale. Ma rinunciare a quest’ultima, per me sarebbe stato come contrariarla, tradire quella che sopra ho chiamato “la sua umanità”, faute de mieux. E in tal modo avrei smarrito quello che invece Michela non smetterà di trasmetterci, grazie a ciò che ha pensato e scritto – grazie alla memoria di tutti.
AGGIUNTA [23 luglio 2025]

A.P. Bonola, M. Calusio, D. Rebecchini (a cura di), Letteratura russa. Dal primo Novecento all’inizio del nuovo secolo (Pearson 2025)
Torno sul mio ultimo (per ora) post per integrarlo con quello che Manfred aveva preannunziato nella commemorazione al Verano: un manuale nuovissimo, in cui Michela e il suo compagno hanno scritto a quattro mani tre capitoli (mettendo a fuoco soprattutto la questione degli émigrés). In un certo senso è un atto editorialmente coraggioso, data la situazione internazionale, tuttora increspata da episodi spiacevoli e in parte difficili da valutare con serenità (qui l’opinione di Giulia Mazzoni sull’ultimo in ordine di tempo). Tuttavia il 20 agosto 2024, nel Tempio (o Tempietto) egizio, Manfred ricordava opportunamente che alla stesura avevano lavorato assieme fin quasi agli ultimi giorni di vita, per cui queste resteranno le ultime pagine pensate e vergate dalla nostra grandissima amica.
Riporto qui sotto l’indice e la descrizione dell’opera, limitandomi a copiare quanto fornito dalla casa editrice, ma suggerendo a tutti di acquistare il volume, per vedere ancora come si librava il suo pensiero, sempre pronto a seguire nuovi spunti e tracciare percorsi originali. A quasi un anno di distanza dalla sua scomparsa, è un regalo splendido alla sua memoria, ma anche la maniera migliore per ricordarla qui fra noi.
Indice del volume
PRIMA PARTE
1. 1910-1921. Rivoluzioni poetiche (Alessandro Farsetti, Bianca Sulpasso)
2. 1905-1917. La prosa alla vigilia della rivoluzione (Damiano Rebecchini)
3. 1917-1932. Gli scrittori e la rivoluzione (Manfred Schruba, Michela Venditti)
4. 1917-1929. Lingua e rivoluzione (Paola Cotta Ramusino)
5. 1914-1934. Riflessioni sull’opera letteraria, i generi e la lingua (Cinzia Cadamagnani)
6. 1917-1940. La prima ondata dell’emigrazione russa (Manfred Schruba, Michela Venditti)
7. 1929-1953. La letteratura nella Russia staliniana (Duccio Colombo)
8. 1922-1991. La politica linguistica sovietica (Vittorio S. Tomelleri, Anna Bonola)
9. 1953-1991. La letteratura ufficiale fra disgeli e stagnazioni (Damiano Rebecchini, Marco Sabbatini)
10. 1945-2025. Le nuove ondate dell’emigrazione (Manfred Schruba, Michela Venditti)
11. 1917-1991. La letteratura clandestina (Maurizia Calusio)
12. 1953-2020. La poesia underground e contemporanea (Massimo Maurizio, Alessandro Niero, Marco Sabbatini)
13. 1991-2020. Il romanzo russo della contemporaneità (Donatella Possamai)
14. 1986-2025. La lingua russa post-sovietica (Elena Jakovlevna Šmelëva; trad. it. di A.P. Bonola)
SECONDA PARTE
72 SCHEDE (opere in prosa e in poesia)
[vedi descrizione, qui sotto]
Sinossi dell’opera
Questo manuale è pensato come uno strumento di facile consultazione per offrire agli studenti della laurea triennale e magistrale la visione d’insieme di una evoluzione letteraria senza eguali nel panorama europeo. Dopo la rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917, e quasi sino alla fine del XX secolo, la letteratura russa si è sviluppata lungo tre diramazioni: ufficiale, fortemente censurata; clandestina e dunque libera dalla censura; all’estero, nelle difficili condizioni dell’emigrazione; ciononostante ha conservato un carattere unitario, che oggi nella distanza storica è più agevole riconoscere.
Il volume si compone di due sezioni. La Prima parte comprende 14 capitoli, concepiti secondo un criterio tematico-cronologico. I capp. 1 e 2 sono dedicati rispettivamente alle avanguardie poetiche e alla prosa nel periodo che va dal 1905 fino alla grande frattura che l’Ottobre ha determinato in ogni aspetto della vita dell’ex Impero russo. Alla letteratura ufficiale sono dedicati: il cap. 3, che affronta il periodo post-rivoluzionario, nel quale, fino ai primi anni Trenta, continuano ad agire le tendenze artistiche dell’epoca precedente, finché l’affermarsi anche in campo letterario delle direttive del partito unico non eliminerà ogni residua libertà; il cap. 7, incentrato sulla politica letteraria nei decenni staliniani; il cap. 9, che si sofferma sulle diverse fasi di relativa liberalizzazione imposta dall’alto che vanno dal ‘disgelo’ alla ‘perestrojka’. Le cinque ‘ondate’ dell’emigrazione tra il ’17 e i giorni nostri sono descritte nei capp. 6 e 10, mentre alla notevole produzione letteraria clandestina, ininterrotta tra il 1917 e il 1991, è dedicato il cap. 11. Il cap. 12 completa il quadro della letteratura non ufficiale con il ruolo chiave che vi ha avuto la poesia underground, e segue quindi gli sviluppi poetici fino agli anni Dieci del nuovo secolo; nel cap. 13 si affronta il tema del postmodernismo nella prosa russa e si offre un panorama della produzione romanzesca più recente. Tre, infine, i capitoli dedicati alle cruciali trasformazioni della lingua, rispettivamente dopo la rivoluzione (cap. 4), nell’età staliniana (cap. 8) e dopo la fine dell’URSS (cap. 14); mentre nel cap. 5 si illustrano alcuni momenti di riflessione innovativa sulla lingua da parte della critica letteraria.
La Seconda parte del volume si compone di 72 Schede, dedicate ad altrettante opere in versi e in prosa. Ciascuna scheda propone la citazione di un brano, cui segue l’analisi dell’opera e della poetica dell’autore. Diciassette schede di lunghezza doppia rispetto alle altre delineano per gli studenti un canone novecentesco minimo, formato da otto grandi opere in prosa (Lo sterro di Andrej Platonov, Il dono di Vladimir Nabokov, Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, Il dottor Živago di Boris Pasternak, Vita e destino di Vasilij Grossman, Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn, Racconti di Kolyma di Varlam Šalamov, Mosca-Petuški di Venedikt Erofeev) e da nove testi in versi di altrettanti grandi poeti: Aleksandr Blok, Vladimir Majakovskij, Anna Achmatova, Marina Cvetaeva, Osip Mandel’štam, Boris Pasternak, Iosif Brodskij, Dmitrij Prigov, Elena Švarc.
I curatori: Anna Paola Bonola insegna Lingua e Linguistica russa presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Maurizia Calusio insegna Letteratura russa presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Damiano Rebecchini insegna Letteratura russa presso l’Università degli Studi di Milano.
NB: Il codice di registrazione consente l’accesso per 18 mesi a MyLab, una piattaforma web-based che offre l’accesso all’edizione digitale del testo arricchita da funzionalità che permettono di personalizzarne la fruizione, attivare la lettura audio digitalizzata e inserire segnalibri, anche su tablet e smartphone. Le risorse multimediali disponibili in piattaforma sono costruite per rispondere a un preciso obiettivo formativo e sono organizzate attorno all’indice del manuale. In particolare, nella piattaforma MyLab di questo libro trovate: eText (la versione digitale del testo, arricchita da funzionalità che consentono di personalizzarne la fruizione, attivare la lettura audio digitalizzata e inserire segnalibri, anche su smartphone e tablet); linea del tempo; schede di sintesi.
N O T E
1
Ringrazio la figlia (Silvia Barbaresi) e il marito (Manfred Schruba) per la pazienza di essersi letti questo mammozzo e averne autorizzato la pubblicazione. Inoltre Giuseppe Dierna mi ha aiutato sua sponte come ‘redattore della vecchia scuola’, tanto colmando alcune mie lacune, quanto segnalandomi refusi e imprecisioni più lievi. Pur essendo dunque il post pronto a metà settembre, il ritardo nella pubblicazione è stato dovuto ai miei impegni di lavoro, aggravati dalla scarsa familiarità con l’Html.
2
Già allieva di Angelo Maria Ripellino e Agostino Lombardo, poi ordinaria di Lingua e letteratura russa alla Sapienza, nel 2009 ha vinto il premio “Gogol’ in Italia” e in quel torno di tempo dirigeva una delle riviste dell’Associazione degli slavisti italiani, «Russica Romana».
3
Non posso però fare a meno di accostarvi le considerazioni al riguardo svolte da Michela in una breve intervista rilasciata a Ksenija Filimonova il 23 novembre 2023 per la rivista «Gor’kij» (Все слависты сейчас переживают ощущение великой измены), nelle quali mi sembra di leggere (seppure in maniera velata) qualche incomprensione o difficoltà di rapporto con la figlia del filosofo russo, che potrebbe averle smorzato un po’ l’entusiasmo verso di lui (per esempio riguardo alle vicende editoriali: manoscritti, inediti, articoli difficili da reperire, pubblicazioni ufficiali ecc.).
4
Per una beffarda ironia della sorte, sono rimaste inesitate anche varie questioni da me poste a Tullio De Mauro e Tullio Gregory, specificamente sull’ambito traduttivo che a me interessa di più.
5
Maria Di Salvo, Il pensiero linguistico di Baudouin de Courtenay, Marsilio, Venezia-Padova, 1975, la cui importanza è attestata, ad esempio, dalla recensione tempestiva di D.L. Olmsted e L.A. Timm, in «Historiographia Linguistica», IV (1977) 2, pp. 259-262 <doi=https://doi.org/10.1075/hl.4.2.11olm>. Dal 2011 è disponibile liberamente presso il sito della Firenze University Press un volume curato da Alberto Alberti, Maria Cristina Bragone, Giovanna Brogi Bercoff e Laura Rossi, che raccoglie un buon numero di suoi saggi filologici e letterari: Italia, Russia e mondo slavo.
6
In Alizia Romanovic e Gloria Politi (a cura di), Da poeta a poeta. Del tradurre la poesia (Atti del Convegno dedicato a Michele Colucci, 20-22 ottobre 2005), Pensa MultiMedia, Lecce 2007, pp. 557-576.
7
Mi riferisco al titolo del quinto capitolo di Vittorio Strada, EuroRussia. Letteratura e cultura da Pietro il Grande alla rivoluzione (Laterza 2005), pp. 61-73. Un articolo che sintetizza la lettura ‘vendittiana’ di Odoevskij è Fantastico scientifico in V.F. Odoevskij (1804-1869), in «La torre di Babele. Rivista di letteratura e linguistica», 10 (2014), pp. 73-96 (numero dedicato a “Scienza/fantascienza – Utopia/distopia: forme, generi e linguaggi”).
8
Joseph H. Denny, Paul M. Mitchell, Russian translations of the Encyclopédie, in F.A. Kafker (ed.), Notable Encyclopaedias of the Late Eighteenth Century. Eleven Successors of the Encyclopédie, Voltaire Foundation, Oxford 1994 [= SVEC (Studies on Voltaire and the Eighteenth Century), 315], pp. 335-386. Secondo questi due autori, all’incirca dal 1767 al 1805 Grigori V. Kozickij scelse dal grande modello parigino oltre cinquecento lemmi significativi, affidandone la traduzione in russo a una decina di traduttori, tutti rimasti anonimi, ma il suo progetto restò letteralmente sulla carta. Menziona Kozickij, ma per la traduzione latina del Nakaz di Caterina II (1767) di cui era segretario, anche J. Breuillard, Les enjeux de la traduction dans la Russie du XVIIIe siècle et du début du XIXe, in «Slavica Occitania», 6 (1998), pp. 118-142. Sul versante lessicografico cfr. il saggio di Stéphane Viellard, Quand la Russie voulait surpasser ses modèles: l’aventure du Dictionnaire de l’Académie russe, in «Dix-huitième siècle», 38 (2006), pp. 161-186.
9
Si trattò di un’iniziativa fortemente voluta da Giuseppe Laterza che, forte dell’egida dell’arcinoto medievista francese Jacques Le Goff, la ideò agli inizi degli anni Novanta. Il progetto consisteva nell’unire le forze tra cinque case editrici europee, che commissionavano un testo originale su un tema specifico a uno studioso di grande rinomanza in grado di affrontarlo con una scrittura rivolta anche al grande pubblico; poi ogni singolo editore lo avrebbe tradotto e pubblicato nel proprio paese, possibilmente in contemporanea con gli altri per generare un ‘effetto-valanga’. Il progetto fu lanciato definitivamente nel 1993 e sviluppato appieno negli anni successivi, fino a coinvolgere in seconda battuta molti altri editori, anche extraeuropei. Purtroppo la bontà dell’iniziativa non ha retto alla prova di realtà imposta dal mercato: il successo fu inferiore alle previsioni e quindi la collana fu abbandonata progressivamente dopo i primi anni del nuovo secolo, a dispetto della programmazione di lungo periodo.
10
Originaria di Fiume, fu per molto tempo docente di Storia dell’Europa orientale alla Sapienza e tradusse in italiano altri testi dell’eminente medievista russo.
11
Gli è dedicato l’intero sesto capitolo dell’opera, pp. 181 ss.
Da non confondere con l’omonimo volume del 2020, della Liverpool UP.
13
Eccole: «la cultura russa (e russofona) in ambito transnazionale, nel suo nesso con le altre culture del mondo, il loro pluralismo e la loro varietà intrinseca, le questioni di world literature, i metodi esatti nello studio della letteratura, l’eredità del formalismo e dello strutturalismo, le relazioni tra la letteratura e le altre discipline artistiche».
14
Anche se dalla bibliografia completa dei suoi lavori (1948-2013), curata da Andrea D’Ammando e consultabile sul sito della CIEG, scopro che egli aveva recensito Nicola Berdiaev, Spirito e libertà. Saggio di filosofia cristiana (trad. di Agostino Miggiano, Edizioni di Comunità, Milano 1947) nella «Fiera Letteraria», III, n° 33, p. 3.
15
Qui posso rammentare di aver frequentato con molto profitto un suo seminario all’università, quando Montani era ancora semplice assistente, in cui sentii parlare per la prima volta di Michail Bachtin, e dunque lo lessi per tempo: era la fine degli anni Settanta, dunque prima ancora delle traduzioni di Mili Romano, Clara Strada Janovič e del gruppo barese attorno ad Augusto Ponzio!
16
Wilhelm von Humboldt, La diversità delle lingue, il testo forse più illustre del grande intellettuale tedesco (padre dell’università come la concepiamo oggi) e noto anche come Einleitung zum Kawi-Werk, dato che fungeva da introduzione, appunto, a una monografia in tre volumi sul kawi, «un sistema di scrittura originario dell’isola di Giava e usato per lo più nell’arcipelago malese dall’VIII al XVI secolo» (cito da Wikipedia). L’opera fu pubblicata postuma dalla Accademia delle Scienze di Berlino fra il 1836 e il 1839, soprattutto grazie alla volontà e all’impegno profuso a tale scopo dal fratello Alexander. La traduzione laterziana di tale testo, curata da Donatella Di Cesare, comparve in italiano nel 1991 e contiene anche una Premessa di Tullio De Mauro e una Prefazione (appunto) di Alexander von Humboldt. Quest’ultimo fu un notissimo geografo e da tempo è stato riconosciuto quale ideatore della nostra concezione della ‘natura’ (chi volesse sincerarsene, consulti il suo testo, apparso in italiano a novembre 2018, duecentodieci anni dopo l’edizione originaria, Quadri della natura: trad. G. Melucci, a cura di Franco Farinelli, con contributi di Telmo Pievani ed Elena Canadelli, la Nuova Italia 1998, poi Codice 2018 – un testo di tale rilevanza che Darwin volle portarselo dietro per leggerlo sulla Beagle durante il lungo viaggio intorno al mondo! – a titolo di curiosità erudita, segnalo che la rilevanza del testo fu tale che in italiano comparve già una traduzione di F.C. Marmocchi a Siena, presso Guido Mucci, nel 1834, cioè prima ancora che in inglese [1850] e in francese [1858]!!).
Rammento altresì che Donatella Di Cesare (oggi ordinaria di Filosofia teoretica alla Sapienza) è stata un’allieva di Tullio De Mauro e ha poi perfezionato la sua formazione a Tubinga con Eugenio Coseriu, del quale ha curato per Carocci le traduzioni di due testi davvero importanti: nel 1997 Linguistica del testo. Introduzione a una ermeneutica del senso e nel 2010 Storia della filosofia del linguaggio (entrambi ristampati più volte). L’edizione italiana de La diversità delle lingue vanta una sesta edizione ancora nel 2013, sebbene nel 2024 risulti esaurita (si può comprare a caro prezzo unicamente su siti di libri usati, come mi ha segnalato cortesemente ma insieme con vivo dispiacere l’amica Paola Villani). Questo è un vero peccato per l’editoria di cultura in generale, perché la bontà dell’edizione italiana indusse l’editore tedesco Schöningh (UTB) di Paderborn a riprendere per quella tedesca (1998) l’introduzione e l’apparato bio-bibliografico redatti da Di Cesare: in questo modo, per un singolare ricorso storico Di Cesare bissò l’exploit del suo Doktorvater Tullio De Mauro, la cui edizione superba del fondamentale Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure [1967] fu così significativa da diventare in poco tempo quella di riferimento anche sul mercato editoriale di lingua francese (la traduzione uscì da Payot nel 1972)!
17
Per chi non conosca il russo (o altre lingue slave), a quanto indicato da Michela nella nota 69 a p. 37 aggiungo qui altre tre raccolte: quella curata da Céline Trautmann-Waller nel 2006 sul numero 3 della «Revue Germanique Internationale», L’Allemagne des linguistes russes e articolata in quattro sezioni (la prima, dedicata proprio alla filiazione humboldtiana, ospita due contributi di studiose italiane, Donatella Ferrari-Bravo ed Elena Simonato); un’altra a cura di Maryse Dennes e Tatjana Marcinkovskaja, Interdépendance et influences réciproques des sciences humaines en Russie et en France. Dans la première moitié du XXe siècle, Maison des Sciences de l’Homme d’Aquitaine, Pessac, 2015 (ma dalla fine del 2019 anche come OpenEdition Books); e quella diretta da Patrick Sériot (studioso di vaglia sui rapporti fra Russia e mondo culturale occidentale), Humboldt en Russie, «Cahiers de l’ILSL», n° 33, 2012 (anche qui è presente un saggio di D. Ferrari-Bravo).
18
A tale riguardo, non smetterò di citare e consigliare la lettura di due testi, molto diversi tra loro per origine, scrittura e finalità, ma esemplari nell’esporre quei ‘bassifondi’: David Lodge, Il professore va al congresso (ed. or. Small World, 1984, trad. it. di Mary Buckwell e Rosetta Palazzi, Bompiani 1990) e Raffaele Simone, L’università dei tre tradimenti (Laterza 1993; nel 2000 uscì anche un’ed. aggiornata).
19
L’origine dell’istituto napoletano risale alla prima metà del Settecento, come Collegio dei cinesi, legato alla Compagnia di Ostenda dell’impero asburgico. Dalle notizie storiche sul sito si apprende altresì che arabo e russo furono introdotti «prima ancora della riforma voluta nel 1878 dal Ministro della P.I., Francesco De Sanctis, […] il cinese mandarinico, scritto e parlato, vi è stato insegnato dalla fine del 1724, mentre l’hindi e l’urdù dal 1878».
20
Filomena Diodato (a cura di), Il linguaggio e le lingue: tra teoria e storia (Aracne 2021), di cui la professoressa Raynaud ha firmato la Premessa (pp. 9-11). La mia comunicazione è Sul romeno (pp. 409-433).
21
Come è noto, ogni versione è organizzata in maniera autonoma, sicché solamente nella versione inglese compare il link alla tesi di PhD. discussa da Liisa Bourgeot nel 2021 presso l’ateneo di Helsinki, dal titolo Gustav Shpet’s Theory of the Inner Form of the Word: A Phenomenological Study. Chissà se Michela aveva avuto tempo di sfogliarla?
22
In appendice sono presenti alcune traduzioni interessanti, fra cui l’introduzione a Fenomeno e senso del 1914 e diverse lettere, compresa una di Jakobson del 1929 e una a Jurgis Baltrušajtis del 1936. Questo lavoro di tesi è citato già alla nota 5, p. 10, della presentazione di Michela alla propria traduzione.
23
Questo è sostenuto da Thomas Nemeth nella voce sul filosofo che ha redatto per la Internet Encyclopedia of Philosophy; ritorno più avanti su questo studioso.
24
Per capire quale fosse l’orientamento del pensiero di Husserl specificamente in quegli anni, cfr. le lezioni I problemi fondamentali della fenomenologia. Lezioni sul concetto naturale di mondo (1910-1911), a cura e con un saggio introduttivo di Vincenzo Costa (Quodlibet 2008).
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Do per scontata la ricostruzione complessiva, che sistematizza spunti già centellinati dalla sapienza profonda di Maria Di Salvo in anni più lontani, a firma di Giuseppina Larocca, Ancora sulla ricezione della teoria letteraria russa in Italia, in «LEA – Lingue e letterature d’Oriente e d’Occidente», 5 (2016), pp. 623-643 e ancora prima il saggio di Stefania Sini, Di nuovo sul formalismo russo, in «Letteratura e letterature», 1 (2007), pp. 49-75 che nel riesaminare criticamente l’operato degli specifikatory dà conto della bibliografia recente in russo, alla quale va aggiunto senz’altro il convegno tenuto a Mosca dal 25 al 29 agosto 2013 in occasione del centenario del movimento formalista (vi partecipò anche Michela con altre relatrici italiane), sul quale riferiva tempestivamente (e criticamente) Ornella Discacciati sul n° IX (2013) di «Enthymema», pp. 370-379 (nelle pagine successive sono riportate interviste e interventi interessanti a corredo). Un altro congresso internazionale, a cura di Cinzia Cadamagnani e Ornella Discacciati, si è tenuto a Pisa e Bergamo dal 13 al 15 dicembre 2023; un terzo workshop è previsto a Bruxelles nei giorni 21-22 ottobre 2024 (al quale è stato accettato pure un mio contributo!).
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È illuminante su questi due studiosi italiani il saggio di Antonello Livio Venturi (figlio del grande storico Franco), La storiografia italiana sulla Russia pre-sovietica, in A. Giovagnoli e G. Del Zanna (a cura di), Il mondo visto dall’Italia (Guerini 2004, pp. 339-354 – sono gli atti di un convegno tenuto nel 2002 dalla Società italiana per lo studio della storia contemporanea).
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Per il periodo post-bellico mi riferisco alle ben documentate considerazioni pubblicate il 12 aprile 2015 sulla rivista online del Centro interdipartimentale di ricerca Franco Fortini da Alessandra Reccia, Il lavoro dello slavista. Ripellino, Zveteriemich e Strada tra progetti culturali e politiche editoriali. Qualche spunto di segno contrario trovo in Edoardo Esposito, Con altra voce. La traduzione letteraria tra le due guerre (Donzelli 2018), ma da approfondire con altre indagini, specificamente sul settore slavo (di cui non si occupa, essendo un germanista). In tal senso la rivista on-line benemerita, ma ormai chiusa definitivamente, «Tradurre. pratiche teorie strumenti» ha fornito saggi molto stimolanti (soprattutto perché smontano talune visioni consolidate) che riporto appresso in ordine cronologico (e guardando oltre l’orticello slavistico, per quanto asintoticamente sconfinato):
• la recensione di Giulia Baselica (2012) agli atti di un convegno su Renato Poggioli;
• il case study sul Sergente Grischa di Zweig indagato da Natascia Barrale (2014);
• l’analisi del gran lavoro del “provinciale cosmopolita” Gian Dàuli, svolto da Mario Marchetti in due saggi pubblicati nel numero 7 del 2014,
• da leggere in parallelo agli interventi paralleli su Rinaldo Küfferle di Edoardo Esposito (2016)
• e di Elda Garetto (2016);
• un meditato intervento del direttore Gianfranco Petrillo (2018) su Benedetto Croce;
• fino al recentissimo saggio di Giorgio Ferri che esamina il passaggio della traduzione da letterale a editoriale nell’attività di Leone Ginzburg.
• Aggiungo qui il promettente (ma è ancora in via di realizzazione) sito LTit. Letteratura tradotta in Italia. Testi, contesti, protagonisti della mediazione letteraria, coordinato da Michele Sisto (un altro germanista!), Anna Baldini e Daria Biagi.
Il testo per me più interessante e originale di Sisto è Traiettorie. Studi sulla letteratura tradotta in Italia (Quodlibet 2019), ma è molto istruttiva la stimolante polemica sviluppata sulla stessa «Tradurre. pratiche teorie strumenti» tra Sisto e il direttore, Gianfranco Petrillo: questi diede l’avvio recensendo tempestivamente il volume del 2019, nel numero 17 (La promessa di un’innovazione critica in letteratura), l’autore replicò nel numero successivo del 2020 con Elogio (misurato) della gabbia, e Petrillo ribadì le sue critiche ancora dopo con Bad cop e good cop (n° 19, 2020 – che ospita pure un lungo intervento di Sisto, in cui analizza la fortuna editoriale in Italia della Breve storia della letteratura tedesca di G. Lukács, fornendo un saggio esemplare di «sociologia storica della traduzione», che dovrebbe essere alla base del progetto LTit) Un esito molto recente e a mio avviso originale di tale approccio (che andrebbe integrato con gli spunti forniti dallo studioso di Tilburg Hugo Verdaasdonk, con cui fui in contatto dopo essere venuto a conoscenza della sua tesi di dottorato, di cui conservo ancora una copia che mi spedì con sollecitudine, cortesia e modestia, dato che all’epoca ero ancora uno studente, per di più fuori corso) è Anna Baldini, A regola d’arte. Storia e geografia del campo letterario italiano (1902-1936), Quodlibet 2023.
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Augusto Ponzio (a cura di), Michail Bachtin. Semiotica, teoria della letteratura e marxismo (Dedalo 1977).
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A voler essere storici molto pignoli dell’editoria saggistica italiana, è il numero 12 della vetusta, ma nobilissima collana “Critica e filologia. Studi e manuali”, curata da Lanfranco Caretti e Cesare Segre. Per chi non la conoscesse, o non l’avesse presente, rammento che fu inaugurata nel 1962 dal n° 5, M. Fubini, Metrica e poesia. Lezioni sulle forme metriche italiane. 1. Dal Duecento al Petrarca (il seguito però non mi risulta mai uscito) e proseguita da testi di altissimo livello, sui quali si sono formate più generazioni di studiosi: n° 1, C. Segre, Lingua, stile e società. Studi sulla storia della prosa italiana (1963, nuova ed. ampliata, Feltrinelli 1974 e 1991); n° 2, E.H. Wilkins, Vita del Petrarca e La formazione del Canzoniere (1964 [ed. or. inglese 1951 e 1961], a cura di R. Ceserani; nuova ed. a cura di L.C. Rossi, Feltrinelli 2003); n° 3: B. Terracini, Analisi stilistica. Teoria, storia, problemi (1966); n° 4: M. Corti, Metodi e fantasmi (1969, nuova ed. ampliata, Feltrinelli 2001); n° 6: H. Lausberg, Linguistica romanza (1976, trad. di N. Pasero, era suddiviso nei due tomi Fonetica e Morfologia, con innovazioni significative rispetto all’ed. tedesca originale del 1969 in tre tomi – quest’opera è ritenuta ancora «la grammatica storica romanza di riferimento» (M. Barbato, Le lingue romanze. Profilo storico-comparativo, Laterza 2017, p. 20).); n° 7: Paul Zumthor, Semiologia e poetica medievale (1973); n° 8: Pier Vincenzo Mengaldo, La tradizione del Novecento (1975, 19802 – il successo di quella prima raccolta ha indotto Mengaldo a sfornare miscellanee col medesimo titolo, l’ultima delle quali, sottotitolata Quinta serie, è stata pubblicata da Carocci nel 2017 e ritengo molto interessante per il ricco saggio di apertura: Traduzioni moderne in italiano: qualche aspetto [2013, pp. 11-33]); n° 9: C. Segre (a cura di), Ludovico Ariosto. Lingua, stile e tradizione, Atti del Congresso organizzato dai comuni di Reggio Emilia e Ferrara, 12-16 ottobre 1974 (1976); n° 10: D. De Robertis, Editi e rari. Studi sulla tradizione letteraria tra Tre e Cinquecento (1978); n° 11: Boris Tomaševskij, Teoria della letteratura (1978, trad. di Maria Di Salvo).
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Nonostante anche in questo caso il volume è esaurito da anni, tra i suoi degni successori possono annoverarsi: A. Renfrew, G. Tihanov (eds.), Critical Theory in Russia and the West (Routledge 2009: è il numero 60 della collana BASEES/Routledge series on Russian and East European studies, curata da Richard Sakwa dell’università del Kent); M. Grishakova, S. Salupere (eds.), Theoretical Schools and Circles in the Twentieth-Century Humanities. Literary Theory, History, Philosophy (Routledge 2015); il più recente e completo (poco meno di 1000 pagine!) M. Mrugalski, S. Schahadat, I. Wutsdorff e D. Ulicka (eds.), Central and Eastern European Literary Theory and the West (de Gruyer 2023). Specificamente sul versante traduttologico nel Novecento, cfr. A. Popovič, La scienza della traduzione. Aspetti metodologici. La comunicazione traduttiva (trad. di D. Laudani e B. Osimo, Hoepli 2006 [1975]); A. Lûdskanov, Un approccio semiotico alla traduzione. Dalla prospettiva informatica alla scienza traduttiva (a cura di B. Osimo, Hoepli 2008 [1967]); L. Costantino (a cura di), Teorie della traduzione in Polonia (Sette città, Viterbo 2009, cortesemente donatomi da Luigi Marinelli); il numero 25 di «Europa Orientalis», a cura di A. Ceccherelli, L. Costantino e C. Diddi, Translation Theories in the Slavic Countries (2015); C. Cámara Outes, Teoría de la traducción del estructuralismo checo (1931-1948), Verbum, Madrid 2021.
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Vittorio Strada, Tradizione e rivoluzione nella letteratura russa, Einaudi, Torino 19802, p. 384 (citato nella nota 101 a p. 48 della presentazione di Michela).
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In particolare su questo autore Michela ha pubblicato saggi in russo nel 2008 e 2012; e su di lui in relazione a Špet si ricordano anche contributi di M. Akimova e I. Pil’ščikov. Il primo saggio di Jarcho tradotto in italiano si deve a R. Risaliti nel suo Ricerche sulla letteratura e sul formalismo russo, Goliardica, Pisa 1977: Le basi più semplici dell’analisi formale [1927], pp. 186-208, a cui è premessa una stringata “Nota su B.I. Jarcho”); quel lavoro «pionieristico, e purtroppo dimenticato» (come scrive Michela nella nota 88 di p. 44) è stato ripreso in qualche modo da Cinzia Cadamagnani con la tesi del 2012 Per una scienza esatta della letteratura: Boris Isaakovič Jarcho nel contesto del formalismo russo (dove si parla anche di Špet), sviluppata nella sua pubblicazione Un formalista sui generis: Boris Jarcho e la sua scienza esatta della letteratura (Pisa University Press 2018).
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Ed. or. sovietica 1963, dalla quale sono state omesse due aggiunte su Lomonosov e Fedin per il carattere troppo specialistico – co-traduttrice era stata Anna Maria Carpi, il cui nome però risulta scritto tuttattaccato nel retrofrontespizio. Un’eccellente indagine sulle traduzioni di scrittori sovietici avviate subito dopo da Mursia (ma nel più ampio contesto editoriale italiano) è stata pubblicata da Giulia Baselica, Se non sei dissidente, non esisti. Il caso degli scrittori sovietici pubblicati da Mursia, nella già citata «Tradurre. pratiche teorie strumenti», 7 (2014).
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Invece nella sua Storia della critica moderna. VII. Germania, Russia ed Europa orientale 1900-1950 (trad. di Giovanni Luciani, il Mulino 1995 [1991]) il capitolo diciassettesimo, intitolato “Polonia” (pp. 529-555), è dedicato interamente a Roman Ingarden (forse anche come replica dissimulata a una polemica addirittura minuta con il filosofo polacco, che aveva criticato con durezza alcune affermazioni di Wellek), mentre ci sarebbero stati altri studiosi sui quali puntare lo sguardo anche solamente con un primo intento informativo generale (v. infra mia nota 49). Il motivo dell’assenza sta verosimilmente nel fatto che il settimo volume è formato dalla ripresa di saggi già pubblicati in precedenza: in particolare, quello sui formalisti risale addirittura al 1971 e quello su Ingarden al 1981; anche la bibliografia non si spinge oltre gli anni Ottanta del Novecento (l’attestazione più recente è il saggio di Striedter del 1989, forse però inserito più per simulare una parvenza di aggiornamento che meditato davvero: v. a p. 612). Per chi voglia invece uno studio a tutto campo cfr. Francesco Coniglione, Nel segno della scienza. La filosofia polacca del Novecento, FrancoAngeli 1996.
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In italiano era troppo presto aspettarsi di trovare Špet nella Storia dell’ermeneutica di M. Ferraris (Bompiani 1986, incentrata soprattutto sulla filosofia tedesca otto-novecentesca, tanto che per esempio Ingarden è menzionato di sfuggita appena un paio di volte) o nei volumi di aggiornamento della Grande antologia filosofica (edita da Marzorati dal 1954 al 1985 in 34 volumi + uno di Indici). Così a me pare si ripeta anche in questi casi una lacuna in parte analoga a quella che per decenni ha afflitto il lemma ‘traduzione’ nel Bel Paese, la cui trattazione è stata ‘dimenticata’, quasi come se fosse ritenuta (inconsapevolmente o no) meno importante di roba filosofica come ‘traducianismo’ e ‘Traetta, Tommaso’, creando fra questi due lemmi tipicamente enciclopedici un ‘buco nero’ vero e proprio (cfr. il mio lungo saggio La traduzione e la Treccani: un rapporto difficile?, pubblicato nel n° 9 del 2017 dei «Fogli di filosofia» per la Scuola superiore di studi in filosofia dell’università romana di Tor Vergata, intitolato «Translationes». Problematicità e declinazioni della nozione di traduzione).
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Erlich scrive di Špet alle pp. 64-65, 89 (qui solo indirettamente, nella nota 71), 179 e 189 (cito ovviamente da Il formalismo russo, Bompiani 19662 [1954-19642], trad. Marcella Bassi): troppo poco e troppo marginale, forse perché Erlich ritiene già le riflessioni di Husserl «complicate» e «pesanti» (p. 65) – e comunque il pensiero špettiano è presentato sempre all’ombra del filosofo tedesco, creando una sorta di ‘luogo comune’ duplicato scialbamente da schiere di altri dopo di lui. In ciò che segue mi sono prefisso (e preso la libertà) di mettere un po’ di ordine in quanto già snocciolato nelle note 5-10 della presentazione di Michela, mettendo a fuoco uno snodo temporale più preciso, che vorrebbe essere anche utile a livello ricognitivo.
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Herbert Spiegelberg, The Phenomenological Movement. A historical introduction, 2 voll., Nijhoff, 19712 (prima ed. 1960), vol. 2, p. 610 (non ho consultato la terza edizione del 1982). Siamo dopo l’ampia trattazione della fenomenologia francese, nel sottoparagrafo 6, “Eastern Europe: First Response, Blackout, and Remnants” del § A, “The scene outside France” all’interno del cap. XIII, “The wider scene”; ma che si tratti di un’aggiunta posticcia, oltre che cronologicamente infelice, risulta per me dalla posizione all’interno della Parte quarta, “Phenomenology at midcentury”. Un’ulteriore riprova che Špet gli serva essenzialmente per esprit de système, cioè per completare l’affresco complessivo senza approfondire gli aspetti ‘a margine’, sta nel fatto che, pur riconoscendo che il filosofo «seems to have been the one who knew and supported Husserl’s developed phenomenology most fully» [corsivo mio: non cita fonti che attestino da dove abbia ricavato tale informazione], non ne conosce la data di morte. È comunque da valutare positivamente almeno il fatto che Spiegelberg lo abbia collocato accanto a giovani filosofi russi poi impostisi nel dibattito teorico a livello internazionale, come David V. Victorov, Henry Lanz (poi a Stanford) e Georges Gurvitch, Alexandre Koyré, Alexandre Kojève (questi ultimi tre poi in Francia, da dove sono pervenuti alla notorietà in Italia già da decenni). Tutti costoro risultano accomunati dal contatto con le idee husserliane per aver studiato in Germania, e correttamente Spiegelberg li stacca da pensatori più legati a tematiche mistiche o religiose, quali Losev, Šestov e Solov’ëv. Un lavoro che finalmente ha rivisitato e aggiornato la complessa situazione dell’epoca è W. Płotka, P. Eldridge (eds.), Early Phenomenology in Central and Eastern Europe. Main Figures, Ideas, and Problems (Springer 2020), in cui il capitolo su Špet è affidato a N. Artemenko: Gustav Špet’s “Hermeneutical Phenomenology” Project: His Reinterpretation of Husserl’s Phenomenology (pp. 59-74).
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Principalmente nella nota 30 (pp. 21-22), dove sottolinea opportunamente l’ambivalenza del «rapporto di Jakobson con Špet».
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Qui mi piace inserire una digressione, ricordando il convegno internazionale sul grande linguista russo tenuto alla Sapienza dal 26 al 29 novembre 1986, i cui atti furono raccolti in un volume corposo: P. Montani e M. Prampolini (a cura di), Roman Jakobson (Editori Riuniti, Roma 1990), con l’introduzione di Emilio Garroni e un saggio inedito di Jakobson stesso (Retrospettiva sulla teoria saussuriana [1942], trad. di Mariella Di Maio, pp. 375-417 e 444). Quest’ultimo andava a integrare i quattro già raccolti nel 1978 nel n° 21 della collana Bompiani “Il campo semiotico” diretta da U. Eco: Lo sviluppo della semiotica e altri saggi (tradotti da A. La Porta, E. Picco e U. Volli; il volumetto è stato riedito variamente, nel 2017 da Sossella, Bologna, a cura di Pierluigi Basso Fossali, mentre Bompiani ne tirò una seconda edizione nel 1989 e la rinnovò nel 2020, aggiungendo un saggio alla fine di Nunzio La Fauci). In Italia non ci sono state altre manifestazioni di interesse significativo fino al successivo grande congresso internazionale Roman Jakobson, linguistica e poetica (18-20 novembre 2015, Dipartimento di Studi letterari, filologici e linguistici dell’Università degli studi di Milano e Dipartimento di Studi umanistici dell’Università del Piemonte orientale, a Vercelli), i cui atti sono stati curati da E. Esposito, S. Sini e M. Castagneto mantenendo lo stesso titolo del convegno (Ledizioni LediPublishing, Milano, 2018 – ma in questo volume Špet figura appena di scorcio).
Siglo col mio feticismo questa digressione fin troppo lunga: il secondo giorno del convegno romano accanto a me sedette una ragazza (carina, sapeva anche il russo) che registrava tutti gli interventi su un mangiacassette (come si usava a quei tempi, quando internet e la tecnologia digitale erano ancora di là da venire); quindi mi feci prestare quella cassetta, che conservo ancora, e sulle cui etichette la sua grafia riporta a matita (poi le cassette si riutilizzavano) i nomi dei relatori (cito testualmente): Lubomir Doležel, Janos S. Petöfi (che avevo già conosciuto di persona pochi anni prima, ai tempi dell’ACR, tramite la sua allieva Lia Briganti), Pomorska, S. Rudy, Jacqueline Risset. C’è anche il suo nome, cognome e presumibilmente il suo numero con un prefisso telefonico del distretto di Latina, ma colpevolmente non l’ho mai richiamata per restituirgliela…
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Una estesa raccolta di saggi difficilmente reperibili di Fleck è stata curata con notevole perizia da Francesco Coniglione: Stili di pensiero. La conoscenza scientifica come creazione sociale (Mimesis 2019), che la correda anche di minute ma attente riflessioni sulla resa terminologico-concettuale (Coniglione ha trascorso alcuni mesi in Polonia per curare al meglio questo lavoro).
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A mio avviso ciò deriva dal fatto che il filosofo russo è citato in maniera abbastanza pertinente già nella monografia su Marty pubblicata dieci anni prima dalla stessa studiosa: Anton Marty, filosofo del linguaggio. Uno strutturalismo presaussuriano (La Goliardica, Roma 1982: spicca, soprattutto per quanto notato poco sopra su Jakobson, l’indicazione fornita a p. 45, da cui risulta che fu Špet a suggerire ad Aljagrov di leggersi Husserl, Marty e gli psicologi della Gestalttheorie, sorta e sviluppata soprattutto in aree tedescofone). Può essere utile consultare anche la ricca monografia di Paolo Spinicci, Il significato e la forma linguistica. Pensiero, esperienza e linguaggio nella filosofia di Anton Marty (FrancoAngeli 1991).
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Di Haardt vanno anche considerati il saggio Phänomenologie und strukturelle Sprachanalyse bei Gustav Shpet. Zur russischen Husserl-Interpretation der Zwanziger Jahre, in «Phänomenologische Forschungen», 21 (1988), pp. 167-198 e la notevole monografia Husserl in Russland. Phänomenologie der Sprache und Kunst bei Gustav Shpet und Aleksej Losev (Fink 1993).
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Di questi va segnalata la traduzione molto tempestiva del volume «Conoscenza del conosciuto». Sull’ermeneutica del XIX e XX secolo (FrancoAngeli 1992 [ed. or. tedesca 1990], con una postfazione di Alfredo Marini ad usum del pubblico italiano): Špet occupa a pieno titolo le pp. 147-153 (il saggio è tradotto da Giovanni Matteucci).
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Philosophical Linguistic: W.v. Humboldt and G.G. Špet (A semiotic theory of inner form), in «Pen Rewiew of Linguistics», 7 (1983), pp. 85-105.
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Si tratta della «nipote di Špet e moglie di Evgenij Pasternak, figlio [primogenito] di Boris Pasternak, nato dal primo matrimonio dello scrittore» (cito dalla tesi di Ottaviano del 2009 [vedi sopra mia nota 22], p. 3 nota 4).
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Il testo fu scritto da Špet a Mosca nel 1918, ma in russo uscì sulla rivista «Kontekst» a cura di A.A. Mitjušin solamente tra il 1989 e il 1992, poi in volume solamente nell’antologia curata da Tat’jana Ščedrina, Mysl’ i slovo. Izbrannye trudy (ROSSPEN, Moskva 2005, pp. 248-418 – però nella sua introduzione alla Forma interna Michela esprime riserve sullo «scarso rigore scientifico» della curatrice russa, al punto che preferisce «citare solo i testi originali pubblicati da Špet quando era in vita e gli inediti da me personalmente consultati»: nota 12, p. 13).
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Si tratta di un lavoro praticamente scritto quando seguiva a Gottinga i corsi di Husserl, al quale infatti è dedicato.
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Il saggio inizia in effetti a pagina 274, affermando che Špet è uno dei «quattro filosofi, quattro spiriti dissidenti [che] dominano gli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta» accanto a M. Bachtin, P. Florenskij e Aleksej Losev (più Abram Deborin), ma tralascia i primi due perché già trattati da altri nella medesima opera. Nel primo tomo sul Novecento di quell’opera Jutta Scherrer lo menziona appena una volta all’interno di un discorso ben diverso, col quale effettivamente Špet aveva poco da spartire (La ricerca filosofico-religiosa in Russia all’inizio del XX secolo, in Storia della letteratura russa. III. Il Novecento. 1. Dal decadentismo all’avanguardia, Einaudi 1989 [ed. or. francese 1987], p. 321. Per una collocazione correttamente cronologica, si tenga presente che il tomo con il saggio di Kline era uscito in francese nel 1988).
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Intendo riferirmi, pur non avendo a che fare con Špet, anche ai volumi da me scoperti nella biblioteca di Friburgo nell’estate 1982, ma di cui in Italia non avevo (né anche in seguito ho) mai sentito parlare: Aleksander Flaker, Viktor Žmegač (Hrsg.), Formalismus, Strukturalismus und Geschichte. Zur Literaturtheorie und Methodologie in der Sowjetunion, ČSSR, Polen und Jugoslawien (Scriptor, Kronberg/Ts. 1974); Rolf Fieguth (Hrsg.), Sechs Aufsätze zum sozialen und kommunikativen Charakter des literarischen Werks und des literarischen Prozesses [von K. Bartoszyński, M. Głowiński, W. Grajewski, A. Okopien-Sławińska] (Scriptor, Kronberg/Ts. 1975); Janusz Sławiński, Literatur als System und Prozeß. Strukturalistiche Aufsätze zur semantischen, kommunikativen, sozialen und historischen Dimension der Literatur (Nymphenburger, München 1975 – questo volume contiene un’introduzione di Rolf Fieguth), che in un certo senso hanno spianato la strada per farmi apprezzare il (di molto) successivo A. Karcz, The Polish Formalist School and Russian Formalism (University of Rochester Press-Jagiellonian UP, Rochester [NY]-Kraków 2002) come testo rivelatore di un ‘anello mancante’ negli studi ricostruttivi tra specifikatory, praghesi e strutturalisti degli anni Sessanta, tanto nelle versioni più o meno ‘pariginevoli’, quanto nella scuola di Tartu e dintorni. Mi pare invece che ne fosse consapevole Erlich: v. alle pp. 12, 177-182 e 258 del suo arcinoto Formalismo russo, già citato.
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Fornisco appena qualche riferimento bibliografico in merito: Michel Espagne, Approches anthropologiques et racines philologiques des transferts culturels, in «Revue germanique internationale», 21 (2004), pp. 213-226; lo stesso Espagne ha curato il n° 30 del 2010 di «Slavica Occitania», interamente dedicato a Transferts culturels et comparatisme en Russie; Peter Burke, R. Po-Chia Hsia (eds.), Cultural Translation in Early Modern Europe (Cambridge UP 2007); Giulia Cantarutti, Stefano Ferrari (a cura di), Traduzione e transfert nel XVIII secolo tra Francia, Italia e Germania, FrancoAngeli 2013; Veronika Čapská (ed.), Processes of Cultural Exchange in Central Europe, 1200–1800 (European Social Fund – Silesian University in Opava [Prague] 2014); e i lavori di Doris Bachmann-Medick.
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La rivista dell’omonima Associazione culturale intendeva programmaticamente «continuare la lunga esperienza culturale nata già nel 1950 con “Rassegna sovietica”» (p. 2). Questo spiega, nelle parole iniziali di presentazione (e quasi di scusa) di Nicola Siciliani de Cumis (uno dei redattori, come altri studiosi ai quali ho già accennato: Ignazio Ambrogio, Eridano Bazzarelli, Pietro Montani, Rossana Platone) il ritardo con cui comparvero a stampa: infatti si trattava di materiali «pervenuti a “Rassegna sovietica” nel corso del ’91, quindi ereditati da “Slavia”: ma a causa delle note ragioni dell’interruzione e della ripresa della rivista, con ciò che ne è variamente seguito sul piano dell’accumulo dei materiali da pubblicare, non hanno potuto essere resi noti prima d’ora» (p. 14).
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Anche un altro filosofo russo, Pavel Florenskij (nato appena 3 anni dopo Špet e morto tragicamente come lui, vedi infra), redasse la voce su di sé in quell’opera nel 1926-27: la traduzione in italiano è disponibile qui.
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A quel convegno si è ricollegato esplicitamente quello tenuto presso l’università Michel de Montaigne di Bordeaux dal 21 al 24 novembre 2007, organizzato all’interno del progetto di ricerca (UMR) “Europe Européanité Européanisation” col supporto della Maison des Sciences de l’Homme d’Aquitaine (nella cui collana “Russie, traditions et perspectives” è comparsa nel 2013 la traduzione del volume del 1914, Gustave Gustavovitch Chpet, Le phénomène et le sens. La phénoménologie comme science fondamentale et ses problèmes, a cura di Maryse Dennes e Françoise Teppe (dal 14 novembre 2019 consultabile liberamente come OpenEdition Books) e la partecipazione della rivista dell’istituto di Filosofia dell’Accademia delle scienze russa, «Voprosy Filosofii», rappresentata da Boris Pružinin. Gli atti sono stati pubblicati nel numero 26 (2008) della rivista «Slavica Occitania» a cura di Maryse Dennes: Gustave Chpet et son héritage. Aux sources russes du structuralisme et de la sémiotique, che ospita anche un intervento di Michela sulle concezioni della forma interna della parola in Špet e Marty (pp. 181-190).
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Michela ha espresso grande apprezzamento per questa collega nelle note 14 (p. 14), 25 (p. 20) e in altri riferimenti a saggi usciti direttamente in russo, ma ancor più, e nella sua maniera gioviale, alla fine della presentazione, ringraziandola «non solo per aver rivisto attentamente il testo, ma soprattutto per il sostegno sempre sorridente» (p. 49).
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Sono rispettivamente alle pagine 183-213 (cui seguono altre quattro pagine di “Nota alla traduzione” – l’ed. or. del saggio špettiano è Problemy sovremennoj ėstetiki, in «Iskusstvo», 1 [1922], 43-78) e 151-181 del notevole volume curato da Angela Dioletta Siclari, Poetiche ed estetiche del primo Novecento in Russia (Zara, Parma 1993), nel cui antifrontespizio si legge che le studiose a cui si devono tali traduzioni e studi «conducono le loro ricerche nell’ambito della slavistica presso il Dipartimento di Lingue e Letterature straniere dell’Università Cattolica di Milano». Dette ricerche hanno dato origine negli anni susseguenti a un filone non copioso ma abbastanza regolare di altre pubblicazioni da parte della rivista di quell’ateneo sulla cultura letteraria e critico-letteraria sovietica del primo trentennio novecentesco.
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L’edizione italiana di questo evergreen è disponibile, nella trentatreesima ristampa del 2023 (la prima edizione risale al 1982), per i tipi laterziani nella traduzione di Elena Povoledo, con curatela di Gerardo Guerrieri e prefazione di Fausto Malcovati. Suppongo tuttavia che questo testo italiano difficilmente sarà quello passato sotto gli occhi di Špet, il quale in ogni caso non viene citato affatto, a meno che non sia ‘sottinteso’ nel lavoro svolto dalla «collaboratrice indispensabile» di Stanislavkij, Ljubov’ Jakovlevna Gurevič (p. VIII). Per chi non conosca Stanislavskij (ma sarebbe una carenza grave!), cfr. la voce omonima di Ombretta Iardino in «Heliopolis. Culture civiltà politica», XV (2017) 1, pp. 111-119; e per un singolare accostamento del suo metodo all’attività traduttiva, cfr. l’articolo del 2013 di Giulia Baselica, Metodo Stanislavskij con dizionari. È di scena la traduzione. Laterza ha in catalogo anche l’altro libro famoso del regista sovietico, Il lavoro dell’attore sul personaggio, a cura di Fausto Malcovati, trad. di Anna Morpurgo e Maria Rosaria Fasanelli, prefazione di Giorgio Strehler (1993, ventiquattresima ristampa nel 2023).
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Invece di menzionare una sterminata letteratura al riguardo, indico qui un libro con un’ottica innovativa: Claudia Pieralli, La lirica nella ‘zona’: poesia femminile nei GULag staliniani e nelle carceri (Aracne 2013); purtroppo anche questa studiosa è mancata troppo presto, nel 2023, lasciando in eredità anche il sito realizzato con Marco Sabattini, Voci libere in URSS. Più rapidamente, cfr. un articolo dell’Inkiesta su Chodasevič del 6 settembre 2018.
58
Lauretasi nel 2009 con Mirella Capozzi alla Sapienza (Roma 1) sulla filosofia trascendentale di Salomon Maimon (tesi che l’anno successivo ha vinto il premio torinese “Vincenza Celluprica” dell’ANPRI, Associazione nazionale professionale per la ricerca), si è poi specializzata a Berlino; nel 2010 ha fondato la Freigeist-Akademie für Geisteswissenschaften (un’associazione di giovani dottorandi e ricercatori tesa a offrire un’esperienza formativa completa a studenti tedeschi delle superiori) e nel 2016 ha pubblicato il suo lavoro di Ph.D.: Versinnlichung. Kants transzendentaler Schematismus und seine Revision in der Nachfolge (de Gruyter).
59
Rammento che quest’ultima si era laureata nel 1998 con Gianni Carchia sull’estetica di Hartmann e tra le sue pubblicazioni (ricavabili dalla sua pagina accademica con cv dettagliato) spicca l’interessante monografia L’oggetto poetico. Conrad, Ingarden, Hartmann (Quodlibet 2004); dal 2014 è associata di Estetica nella facoltà di Filosofia di Roma Tre, dove si occupa soprattutto di teorie sul cinema, su cui ha scritto Filosofia del cinema (Carocci 2013).
60
Un altro breve estratto è contenuto nella summenzionata Semiotica nei paesi slavi, curata nel 1979 da C. Prevignano. Sono le primissime pagine del testo di Ingarden del 1937, O poznawaniu dzieła literackiego (ripubblicato a Varsavia nel 1976 nella traduzione di Danuta Gierulanka), tradotto nel 1968 col titolo Vom Erkennen des literarischen Kunstwerks per Niemeyer, la casa editrice tedesca che aveva tenuto a battesimo Das literarische Kunstwerk, poi riveduto a cura di Rolf Fieguth e Edward M. Swiderski nel 1997; una versione inglese uscì nel 1973 col titolo The Cognition of the Literary Work of Art, tradotta da Ruth Ann Crowley e Kenneth R. Olson, per i tipi della Northwestern UP di Evanston nell’Illinois, cui si deve nel medesimo anno anche The Literary Work of Art: An Investigation on the Borderlines of Ontology, Logic and Theory of Literature. With an Appendix on the Functions of Language in the Theatre, con un’introduzione del traduttore George G. Grabowicz. Completo questo excursus ricordando che il già citato Rolf Fieguth nel 1976 aveva raccolto trent’anni di saggi ingardeniani col titolo Gegenstand und Aufgaben der Literaturwissenschaft. Aufsatze und Diskussionsbeitrage (1937-1964), sempre per Niemeyer. Per i miei interessi, Ingarden applica i concetti della sua teoria fenomenologica alla traduzione nel lungo saggio On Translation, edito originariamente in M. Rusinek (ed.), O sztuce tłumaczenia (Wroclaw, Ossolineum 1955, pp. 127-190) e tradotto in inglese da J.W. Wawrzycka in A.-T. Tymieniecka (ed.), Analecta Husserliana, vol. XXXIII (Kluwer 1991, pp. 131-192).
61
Un’edizione francese è stata tradotta da Philibert Secretan, coadiuvato da N. Luchinger e B. Schwegler: L’oeuvre d’art littéraire (L’Age d’Homme, Lausanne 1983). Altre informazioni si possono reperire sul sito dedicatogli dall’università di Cracovia.
62
Si tratta di Gustav G. Chpet, La Forme interne du mot. Études et variations sur des thèmes de Humboldt, trad. di N. Zavialoff, Kimé, Paris 2007.
63
In particolare, i lavori di Catherine Depretto e Igor Pil’ščikov menzionati nella sua nota 10 di p. 12.
64
Infatti all’esposizione delle idee di Humboldt sono dedicati interamente sia la Premessa sia il primo capitolo, “Tematiche humboldtiane”, del libro (cfr. pp. 57-77), senza contare le innumerevoli riprese in tutto il testo.
65
Mi sia consentito qui un richiamo al lavoro di Federica Venier, La corrente di Humboldt. Una lettura di La lingua franca di Hugo Schuchardt (Carocci 2012).
66
Oltre a quanto indicavo già nella nota 17, il discorso sarebbe da ampliare assai, data la rilevanza e diffusione (anche in direzioni non armonizzabili tra loro) del pensiero humboldtiano tra Otto e Novecento, e per la prossimità delle culture tedesca e russa, uno dei cui testimoni più noti è Aleksandr Afanas’evič Potebnja, sul quale è fondamentale lo studio di Matthias Aumüller, Innere Form und Poetizität. Die Theorie Potebnjas in ihrem begriffsgeschichtlichem Kontext, Frankfurt am Main, Peter Lang 2005. Un rapido excursus storico in italiano del termine innere Sprachform era offerto da Raynaud nella sua monografia già citata su Marty (v. pp. 196-207 – «uno dei punti-chiave dell’intero pensiero di Marty» [p. 178], il quale pur rifacendosi a Humboldt ne precisa anche le proprie divergenze [p. 181]): esso conclude il capitolo quinto, dedicato a “Il binomio forma-materia in ambito linguistico” nelle varie opere di Marty in dialogo con altri studiosi coevi di area tedesca. Qui segnalo che nella pur estesa monografia di F. Avogadro, Ernst Cassirer, l’ultimo illuminista. 1874-1945 (Carocci 2024) non è mai menzionato Špet, e più generalmente non sono presi in considerazione affatto i rapporti con studiosi slavi.
67
Ermeneutica e psicologia del linguaggio (Bompiani 2013), con testo tedesco a fronte, che riporta la paginazione originaria: è formato da cinque saggi, alcuni opportunamente tagliati, pubblicati in tedesco dal 1855 al 1880.

La presentazione del convegno sul sito del centro di ricerca belga che lo organizza
Nella primavera scorsa cedetti alla curiosità (dopo averla rinviata molto a lungo, chissà perché) di mettermi a rileggere la mia tesi di laurea: “La ricezione del formalismo russo in Occidente fino ai primi anni Sessanta”. Essa fu discussa nella sessione invernale del 1987 (dopo il servizio militare!), relatore (Doktorvater) Tullio De Mauro, correlatore Emilio Garroni, il quale mi mise in difficoltà, ponendomi alcune domande alle quali risposi in maniera non brillante: del resto non me l’aspettavo, sia perché di solito il relatore aveva una funzione secondaria, sia perché non ci eravamo mai incontrati per parlare dell’argomento (o di altro, in realtà).
Il titolo lunghissimo era già tutto un programma, le pagine totali 555, che mi avevano preso una quantità infinita di tempo (conservo ancora una parte degli appunti e delle carte delle versioni antecedenti): insomma un vero e proprio monstrum indigeribile. Questa del resto è stata anche la prima impressione mentre scorrevo le pagine della prima parte, in un certo senso deludendo anche me stesso, che nella memoria invece mi vantavo di aver scritto un lavoro eccelso e insuperato, apprezzato anche da altre persone che stimavo e con le quali ero in contatto (e da qualche parte avrò pure scritto che prima o poi avrei dovuto mettere on-line quel testo).
Una di loro mi suggerì di portarlo a Cesare G. De Michelis (e qui in inglese, noto soprattutto per il suo lavoro sui famigerati Protocolli dei savi di Sion e da non confondere col quasi omonimo cugino editore, Cesare De Michelis, vale a dire Marsilio, ormai praticamente acquisita da Feltrinelli), allora docente di russo a Tor Vergata, per avere un parere complessivo e un consiglio (su un’eventuale pubblicazione), qualche settimana dopo la discussione (dato che a quel punto non avevo più nulla da fare di giorno, e il primo lavoro stabile arrivò soltanto parecchio tempo dopo). Fu l’unica persona alla quale lo diedi da leggere, probabilmente perché la sua valutazione mi prese in contropiede. Ci vedemmo nella sua casa nei pressi di via Nomentana, e anche se immagino che avesse pure apprezzato l’impegno profuso nell’enorme lavoro, mi propose di partire molto più indietro, nel Settecento (terreno di cui era specialista e ha formato varie altre persone). Questo mise chiaramente in luce quello che già allora era il mio tallone d’Achille, anche se a posteriori posso dire che fosse coerente con vari altri aspetti della mia vita.
Non avevo mai sostenuto un esame di slavistica: avevo frequentato i corsi dell’associazione Italia-URSS, conoscevo abbastanza bene la biblioteca dell’istituto (all’epoca ancora presso la sede centrale della Sapienza, dove era facile incontrare già Gabriele Mazzitelli, ovviamente), avevo (ho) ottimi amici nel settore, ma sostanzialmente difettavo delle conoscenze specifiche e di base che acquisisce chi si costruisce un curricolo regolare in quell’ambito. Perlomeno fu questo ciò che recepii da quell’incontro, dal quale uscii con la coda nelle gambe e la sensazione che non ne avrei mai cavato nulla.
So che avrei potuto contattare un sacco di altre persone (forse), ma in fondo allora mi andava bene così. Quindi chiusi in bottiglia quei fiori di neve, l’etichetta diceva ‘elisir di giovinezza’. Ne passò dunque parecchia di acqua sotto i ponti, prima di osare di rimettere il naso in quelle pagine, amorevolmente battute a macchina almeno due o tre volte da mia madre, rubando tempo all’ufficio e alla famiglia (pur di vedermi finire quella benedetta università, dalla quale sembrava non volessi più uscire — il che era vero, in qualche senso contorto come il sottoscritto). E quando in primavera, come scrivevo, passai a leggere la seconda parte, capii che quella era più gestibile, poteva avere ancora qualche chance di essere riciclata, ora che la mia esistenza è nella parabola discendente e posso concedermi qualche lusso in più, a compensare le batoste ricevute nella lunga corsa fatta sino a qualche anno fa.
Ed ecco a quel punto comparire inopinatamente dal nulla (giuro che non me lo ricordo!…) un CFP (call for paper) relativo al titolo seguente: “New Readings on Russian Formalism at the Crossroads of Slavic Cultural History: Primary Insights and Perspectives for Future Research”, per un convegno da svolgersi a ottobre 2024 presso la Faculté de Lettres, Traduction et Communication dell’Université libre de Bruxelles, organizzato dal Centre de recherche MODERNITAS, Maison des Sciences Humaines (MSH-ULB).
Il referente è Cristian Cámara-Outes, per me un perfetto sconosciuto (ma è colpa mia: ha preso un primo MA all’Universidad Complutense di Madrid, un altro all’Universidad Iberoamericana di México, PhD all’università Carlo IV di Praga, è studioso di Walter Benjamin, del romanzo d’avanguardia ispano-americano, della teoria della traduzione e ovviamente anche del formalismo russo e dello strutturalismo praghese, avendo tradotto autori come Viktor Šklovskij, Jurij Tynjanov, Vilém Mathesius e Jan Mukařovský).
Non resisto: d’impulso mi metto a pensare a un abstract, che riesco a tirar giù in poco tempo, puntando a salvare proprio ciò che in quegli stessi giorni mi era parso ancora riutilizzabile dal mio vecchio lavoro di 35 anni fa. Lo mando e in meno di un mese mi scrive cortesemente che è stato approvato! Sulle prime non ci credevo, era come se avessi fatto tutto in uno stato di trance, e lietamente come altre cose che non mi sono pesate, al limite come se in fondo non me ne importasse molto (che è in gran parte la mia solita tendenza a sminuire/svalutare/deprezzare perfino i miei stessi meriti, per non soffrire quando vengono frustrati o smentiti, il che però spesso avviene anche per mia incuria).

Cristian Camara-Outes (alla fondazione Jan Michalski nel 2023)
Ma quando ho ricevuto quella e-mail da Cristian, ho provato una grande felicità, un senso di liberazione, non foss’altro perché nonostante tutti gli anni trascorsi inanemente, alla fine avevo trovato una maniera per far rivivere qualcosa che mi aveva appassionato e tenuto sveglio per molte notti quando quasi tutto doveva ancora cominciare…
Ecco dunque l’exposé del CFP. Sotto, a seguire, inserisco il programma definitivo delle due giornate e alla fine l’elenco degli abstracts, dove potrete leggere anche il mio. In nero i titoli di questi tre blocchi, per distinguerli meglio tra loro.
EXPOSÉ
The critical reception of Russian Formalism can be divided into three large, differentiated periods. The first period extends from 1914 to 1939 and consists, within Russia, of a bitter polemical discussion for and against the theses of the school and, outs ide the country, in its enriching transfer to other national theoretical systems, especially Czechoslovakia and Poland. The second period extends from 1939 to the mid-eighties and is marked by an impoverishing interpretation of formalism as a mere precedent of dogmatic structuralism that entails the critical neutralization of a large part of the movement’s most relevant theoretical contributions. Some key dates within this second stage are the lecture by Roman Jakobson at the Masaryk University in Brno entitled The Formal School and Contemporary Literary Science in Russia (1934), the monographs by V. Erlich (1955) and P. Steiner (1984), or the anthology prepared by T. Todorov (1966). The third period, which lasts until today, is characterized on the one hand by the inertial continuity of many ideas coined in the previous stage and on the other by a surprising variety of new interpretations and reading perspectives. If in the second period of reception the formalist tradition was considered as essentially closed, in the third one (with a leading role of Russian authors) it is observed as a fundamentally conflictive, problematic and open-ended heritage.
The question of the theoretical precedents and intellectual context of formalism has been thoroughly scrutinized: Husserl, Bergson, Nietzsche, Romanticism, the German formal aesthetics of the 19th century, Veselovsky, the symbolist theory of verse, Darwinism or even the psychology of Wundt have been proposed as a conceptual framework from which to understand the emergence and significance of formalist theses. The accusation of supposed isolationism and unilateralism has been convincingly demolished, emphasizing the transgressive historicity and sociological openness inherent to the systematic conception of the school. In the field of novel theory, attention has been paid to the terms of siuzhet and skaz, and in the theory of verse, new approaches to the poetic semantics conveyed by the transrational poetry of the futurists have appeared. The key concepts of estrangement, construction, parody, procedure, interval, phonic orchestration, dynamic archaeology, dominant, textual equivalents, literary life (literaturny byt), literariness, among many others, have been reevaluated and correlated with current burning issues. Film theory and the intersections between formal theory and proposals in painting, theater, architecture, among others, have been examined. The intertwining between the biographies of the members of the Opojaz and the turbulent historical times in which they had to live have been an object of interest, especially with regard to their positions on the national canon and the Soviet imperial project.
The eventful reception of formalist ideas during the 20th century has also been reconsidered, and in the context of this workshop special emphasis is placed on the topic of the relationships between Russian formalism and Czech structuralism, to which a specific panel will be dedicated. Finally, a separated subject is that of the coincidences and prefigurations between Russian formalism and contemporary trends such as poststructuralism, polysystem theory, translation theory, postcolonialism or the methodology of quantitative formalism used by digital studies. For many authors, >formalism has the potential to play an enormous role in the overcoming and balancing of the unbridled heteronomism of contemporary literary studies, which again considers literature, to a large extent like the philological historicism of the 19th century, as a mere passive reflection of identity struggles that take place and develop outside of it. In th is >sense, the literary theory of formalism integrates critical-ideological lucidity and the anti-idealist conception of literature (‘all essentialist definitions of literature are swept away by the fact of evolution’, Y. Tynianov), while providing at the same time a set of sophisticated tools for analyzing literary facts as a specific series of human activity with its own evolutionary laws.
Research problem How new readings on Russian formalism have affected a specific field of study and what impact can it bring forth in the upcoming years?
Potential topics for panels include but are not limited to:
• Influences and theoretical contexts (positivism, Nietzscheanism, philology, psychology, Moscow Linguistic Circle, romanticism, formal aesthetics, symbolism, futurism, phenomenology, Marxism, Bakhtin’s Cercle, etc.)
• Poetics of the novel
• Sound and theory of verse
• Sociology of the literary form
• Relationship between Russian formalism and Czech structuralism
• Evolution and historical poetics of Russian formalism
• Formalism and art theory. Estrangement and the relationships between arts
• Russian formalism and contemporary translation studies
• Reevaluation of key terms: estrangement, sdvig, parody, siuzhet, construction, equivalent, evolution, literariness, zaum’ poetry, procedure, skaz, phonic orchestration, dynamic archeology, and others.
• The influence of Russian formalism during the 20th century in Central-Eastern Europe and in the West. A comparision.
• Russian Formalism and current trends in literary studies: Quantitative Formalism and Digital Studies; formalism, new trends in comparatism and Global Modernism; Cultural Studies; Canon and Trauma Studies; formalism and new trends in literary history, formalism and deconstruction, formalism and postcolonial readings, and others.
• Formalism from the point of view of economics and sociopolitical geography of Modernism
PROGRAM
ABSTRACTS (RIASSUNTI DELLE COMUNICAZIONI ACCETTATE)
Formalism in terms of intellectual history
Tomas Glanc
Zurich University
tomas.glanc@gmail.com
Even a century after the formalists themselves declared the end of formalism, the study of
this scholarly approach remains largely in the grip of the assumptions, paradigms and
intentions created by the formalists themselves. Even inventive receptions of formalism
often go no further methodologically than to comprehensively reconstruct and fill in the
blanks in the ideas and concepts of formalism protagonists in the spirit that Aage Hansen –
Löve canonized in his dissertation nearly fifty years ago.
The present paper asks what intellectual history would tell us about what the formalists
wanted and achieved in their time. Intellectual history is in a sense an anti-formalism,
because instead of focusing on precise procedures and the exclusive clarity of concepts
and distinctions, it focuses on ideas, beliefs, and ideologies, political theories, religious
doctrines, philosophical concepts, scientific paradigms, literary movements, art and media
theories. Analyzing ideas within their historical context, considering the factors that
influenced their emergence and reception — formalists would surely reject it as a false
positivism. But is this simple asceticism exactly what we want to hold on to even from a
centuries-old perspective? Or are we free to ask how formalism works from an informalist
perspective as well?
Intellectual history explores how ideas are transmitted, disseminated, and received within
societies, it examines the trajectories of intellectual movements and the debates and
controversies, networks of communication, exchange, and influence through which ideas
spread, as well as the ways in which they are interpreted, adapted, and contested. Work
by Arthur O. Lovejoye and others encourage scholars to engage with the multifaceted
nature of intellectual history and resist simplistic narratives. I would argue that applying
this approach can help us better understand how formalism functioned not only as a set of
conceptual definitions, but more importantly as one of the most significant phenomena of
twentieth-century intellectual history.
Lessons of Russian Formalism for Developing a Digital Approach to Horizontal Art
History
Elizaveta Berquin
ULB
elizaveta.berquin@ulb.be
Recent developments in digital analysis methods present both challenges and
opportunities for the humanities. While literary studies and linguistics have made some
progress in applying quantitative analysis, art history has encountered resistance. Some
art historians see the quantitative approach as a break from traditional methods of
analysis, among other concerns that art is too complex to be reduced to a statistical
calculation, as articulated in ‘Against Digital Art History’ (Bishop, 2017). Nevertheless,
certain concepts of qualitative analysis in literary studies are inherited from the Russian
formalists, and formal analysis remains one of the fundamental methods in art history as
well. Heinrich Wölfflin’s ‘art history without names’ approach, introduce d in 1915, with its
focus on the evolution of style and form, is highly relevant today in the context of working
towards a more inclusive and horizontal art history. It is precisely in this context that
digital humanities methods can offer new perspectives for studying familiar topics from a
“distant” point of view. This paper aims to show that Digital Humanities, including
digital art history, do not necessarily imply a rupture with fundamental methodologies,
but can be seen as a continuation of their development and application. This continuity is
achieved not only through the implementation of new digital technologies and tools, but
also by facilitating the exchange of concepts across disciplines. Specifically, we will
explore how the quantitative approaches proposed by the Russian formalists, particularly
in Boris Yarkho’s work “Methodology for the Exact Study of Literature”, can provide fresh
insights into pressing questions of digital art history methodology and ultimately
contribute to a new interpretation of the history of European avant-garde movements.
Towards Social Formalism and Allegorial Activism: American Poets Perform Russian
Formalists
Vladimir Feshchenko (Institute of Linguistics, RAS)
vladimirfeshchenko@iling-ran.ru
The paper will explore Russian Formalism’s impact on literary theories and practices of
New American Poetry, more particularly, the Language school. Poets of this school were
interested in the Formalists mainly due to their connections with the poetry of t he Russian
Futurism. Yet the theoretical thought of the Formal School was one of the main
inspirations for “language poets”, in advocating for a new language-centered material
poetics, alongside with Marxism, Surrealism, French Post-Structuralism, and the Frankfurt
School. Viktor Shklovsky’s theory of ostranenie and his own techniques in literary writing
had a direct influence on LanPo’s sense of literary style and strategies (in the writings of
Lyn Hejinian, Barrett Watten, Ron Silliman, and some others). The value of the
Formalists was in their social orientation: the principles of MLK and OPOYAZ were
reinvented in the new conditions of American alternative poetics of the 1970-1980s.
The radical neo-formalism of Language poets was not the result of a doctrine
directly adopted from the Russians, but the fruit of a cultural transfer of formalist concepts
through another culture and in a different chronotope. The form here was no longer a flag
of revolution, but was placed in the neo-avant-garde tradition as a countercultural critique
of art. Lyn Hejinian, in her later writings of the 2010-2020s, introduces the term
“allegorical activism” as “an artistic and as a political practice … in the service of
activating some of the creative potential in everyday life”. She rethinks allegory and
argues for its significance as a creative and critical response to sociopolitical,
environmental, and existential turmoil affecting the contemporary world.
In foregrounding Formalism’s socio-political pathos, Barrett Watten calls for a new
Social Formalism, which he sees in contemporary protest movements and their literary
manifestations, what he calls, “the radical formalism of language writing in the post –
Occupy era.” Shklovsky and the textual politics of Russian formalists push Language
poetry to search for new models of avant-garde textuality in a broader syntax of cultural
meaning. Russian Formalism (like Language Writing) was a utopian enterprise, but, as
Frederic Jameson pointed out, a powerful Negativity lies at the heart of its theory, since it
suggests that paradox and revolution are integral parts of literary life.
Anthologies of Formalism: The Personal Experience of the Scientific Work and
Revolutionary Praxis
Michal Mrugalski
Humboldt University Berlin
michal.mrugalski@hu-berlin.de
In my talk, I reconstruct the way in which the paratexts of ‘classical’ anthologies of Formalist
texts in Slovak, Polish, French, American, and German translation enable their readers – as
Todorov put it in his “Présentation” – to reprise the scientific work in personal experience.
The experience of Formalism amounts to a lived conflict between self-sufficiency and total
dependency of the literary and its science, between identity and alterity, as well as
intersubjective notions and subjective memoirs. This experience of the ‘nomothetic’
approach (Jakobson) to culture is also the experience of anarchy that leads to the suspension
of all laws as at least some Formalists’ intellectual and personal affiliations with the
anarchist and neo-narodnik (social-revolutionary) movement suggest. My main interest lies
in the second aspect.
Subjugate and Coerce: Tynianov’s Force of Words
Yulia Kim
Columbia University
yak2118@columbia.edu
It is generally known that in their works, Russian Formalists constructed a distinct subject
of disciplinary study—the various laws governing literature as a field. The familiar and
widespread perspective on Formalism suggests that this emphasis on internal literary laws
indicates a disconnection from broader social and political contexts. In my presentation, I
challenge this interpretation, which views the Formalist movement as endorsing the
complete autonomy of literature.
Taking Yuri Tynianov’s theory as an example, I offer a reexamination of Russian Formalists’
disciplinary intent and present their approach as politically engaged and concerned with
the dynamics of power. I suggest that this side of Formalist thinking can be illuminated
through the analysis of three works by Tynianov: his book The Problem of Verse Language
(1924), and two articles, “The Ode as an Oratorical Genre” (1922) and “The Polemic
Dictionary of Lenin” (1924). Written around the same time, these works address three
different subjects—the language of verse, the genre of ode, and political speech. However,
they share similarities in methodology and are united by what I believe to be the idea of the
power attributed to language organization.
To demonstrate this, I trace Tynianov’s exploration of concepts such as ‘unity and density
of the verse line,’ ‘constructive principle,’ ‘successivity,’ ‘associative meanings,’ and ‘the
conjoining of ideas,’ among others. By examining these concepts across the three works, I
show that the language constructions theorized by Tynianov possess the potential for
political power. Through this analysis, I discern a political epistemology inherent in
Tynianov’s theory and compare it with Michel Foucault’s idea of governmentality. My
presentation thus invites a reassessment of Formalism’s relationship with politics and its
relevance to discussions about language and power.
Russian formalism and contemporary quantitative formalism
Igor Pilshchikov
University of California
pilshchikov@ucla.edu
This paper approaches Russian Formalist theory from the perspective of the digital
humanities and corpus-based computational study of literature. In 2011, Franco Moretti and
his coauthors from the Stanford Literary Lab called their research method “quantit ative
formalism” in contrast to Russian Formalism, which, in their opinion, was “qualitative.”
However, the thesis of quantitative formalism’s novelty is only partially true. To
demonstrate this, I focus on the approaches to quantitative poetics developed by three
members of the Moscow Linguistic Circle—Boris Tomashevskii, Roman Jakobson, and Boris
Yarkho—and show how their insights can be applied in the present-day digital corpora.
How the Formalist Pantheon Was Made
Lidia Tripiccione
Princeton University
lidiat@princeton.edu
The term “formalism” was not a label chosen by those we call formalists. It was, rather,
externally imposed, and its contours shifted as different parties made use of it. Scholars in
Western Europe and the US were no exception. While Victor Erlich’s seminal monograph
Russian Formalism: History-Doctrine, first published in 1955, focused primarily on the
Opoiaz triumvirate (Shklovsky, Eikhenbaum, and Tynianov, with Shklovsky at the center
of most criticism) and Jakobson, in the introduction to the first edition of the English
translation of Morfologiia skazki (1958), Svatava Pirkova-Jakobson defined Propp’s work
as a “brilliant example of the orthodox formalist method” and a precursor of Levi-Strauss’
structuralist studies on myth, eliciting a response from the French anthropologist. In 1962,
Ladislav Matějka boldly included excerpts from Mikhail Bakhtin and Valentin Voloshinov
alongside Eikhenbaum, Vinogradov, Tynianov, and Jakobson in his Russian language
collection of formalist texts for the series “Michigan Slavic Materials”. Matějka also
decided to exclude Shklovsky, so that the English-speaking public got a taste of Viktor
Borisovich’s essayistic prose only in 1965, with the publication of the American anthology
Russian Formalist Criticism. Four Essays, before his works started being widely translated
in Italy and Germany. For Frideric Jameson, who in 1972 devoted a chapter to Formalism
in his influential The Prison House of Language, formalism was almost synonymous with
Shklovsky’s theory of estrangement. This presentation will revisit the initial stages of the
reception of Formalism in the West (1955-1972) through the question of who counts as a
formalist. I will discuss the aforementioned works (and more) as a tightly-knit scholarly
dialogue referring to each other, and I will draw inspiration from Tynianov’s notion of
parody to show how these texts consciously created space for a misalignment (neviazka)
with the terms of the previous discussion to negotiate the boundaries of formalism.
Synchronous thoughts: Viktor Shklovsky and Virginia Woolf on deautomatization and
literary evolution
Andrés Pérez-Simón
Universidad Autónoma de Madrid
andres.perezs@uam.es
This paper analyzes the similarities between Viktor Shklovsky and Virginia Woolf’s literary
theories. They are two contemporary authors who have not been studied together until now.
The first aspect to analyze is deautomatization, which Woolf develops in several of her
essays and through which she discusses the work of different writers from the late 19th
century and early 20th century. In her essay “Phases of Fiction” (1929), for example, Woolf
writes of Marcel Proust: “The commonest actions, such as going up in an elevator or eating
cake, instead of being discharged automatically, rake up in their progress a whole series of
thoughts, sensations, ideas, memories which were apparently sleeping on the walls of the
mind”. The second aspect that connects Woolf with Shklovsky is the vision of literary
history proposed by the British writer. Woolf moves away from linear models and uses the
metaphor of the family to conceptualize literary history in the same way that Shklovsky
speaks of literary evolution as a phenomenon that works from parents to sons but “from
uncles to nephews.” In her essay “On Re-reading Novels” (1916), Woolf states that the
English writers of the second decade of the 20th century, known as ‘Georgians,’ seek
“guidance not to their parents who are alive, but to their grandparents who are dead.” As I
will argue, the frequent mentions of Russian authors (Tolstoy, Dostoevsky, and Chekhov)
in Woolf’s essays make this comparison even more appropriate, since she works with a
corpus of texts that is also discussed in Shklovsky’s work.
Moscow Formalism: Recovering a Sociological Theory of Form from the Archives of the
Moscow Linguistic Circle
Jessica Merrill
Columbia University
jem2159@columbia.edu
Abstract: In the early 1920s Roman Jakobson and Petr Bogatyrev contrasted OPOIAZ and
the Moscow Linguistic Circle (MLC), writing that the MLC “proves the necessity of a
sociologically grounded history of the development of artistic forms while [OPOIAZ] insists
on the complete autonomy of these forms” (Slavianskaia filologiia v Rossii za gody voiny i
revoliutsii, 31). I reconstruct this “sociological” theory from the minutes of meetings of the
MLC, writings of Circle members, and the intuitional history of the MLC, especially in
relation to the Moscow Dialectological Commission. In “The Newest Russian Poetry” (written 1919, published 1921) Jakobson referred to his method more specifically as “dialectological poetics.” His article was intended as a description of “features” of Khlebnikov’s idiolect. The archive of the M LC
shows how dialectological poetics was being developed as a sociological theory of form.
Going beyond the Futurists’ verbal innovations, the MLC analyzed the emergence and
diffusion of new lexical items in the context of the Civil War: e.g. anti -Soviet legends,
humorous “oppositional” language, as well as portmanteaus and abbreviations.
Reconstructing this theory clarifies distinctions between the MLC and OPOIAZ, and also
between the MLC and the Prague Linguistic Circle. I contrast the notion of form as a feature
that can be borrowed with a concept of form as a totality (the artistic work) determined by
a dominant component. Yet Moscow Formalism was not an aberration from mainstream
Formalist and Structuralist literary theory. It can be used to reframe early Russian and Czech
literary theory. Like the studies of “Lenin’s language” in LEF, Moscow Formalism studied
the sociopolitical impact of verbal form. Poetic dialectology reveals the Formalist theory of
form to be broader than is commonly thought; not restricted to difficulty and
defamiliarization. The paper concludes with examples of how Moscow Formalist theory
could enrich contemporary research on discourse on social media.
Relativising the ‘Constructivism’ of Theoretical Formalisms in the History of Symbolism
Patrick Flack
Fribourg University
patrick.flack@unifr.ch
The goal of the paper is to compare different models of “theoretical formalisms” (Russian
Formalism, GAChN, Vienna School of Art History, Logical Empiricism, Prague School)
against the background of an intellectual/philosophical history of symbolism unders tood
as a broad artistic and intellectual attempt towards a “figuration of thought” (cf. Jenny, La
fin de l’intériorité). The paper will start by discussing the (well-known) connections of the
above-mentioned schools to their avant-garde contexts, and their broad (but not exclusive)
preference for “constructivist” (a term to be understood here broadly) trends (Cubo –
Futurism, Suprematism, Bauhaus, etc.). It will then reconstruct parallel genealogies of the
development of literary and artistic avant-gardes, starting from fin-de-siècle impressionism,
through the various forms of French, German, Austrian and Russian symbolism, and sign-
post their acknowledged ties to theoretical movements (psychoanalysis, phenomenology,
empirio-criticism, etc.). As a result, the apparently defining relation between theoretical
formalisms and “constructivism” will be relativised, showing a common preoccupation
throughout the diversity of modernist (artistic or theoretical) answers to the challenge of the
figuration of thought or the general process of “symbolisation”.
The influence of Tynyanov’s formalism in intertextuality and hypertextuality: a dynamic
understanding of literary evolution and the emergence of literary genres
Jorge Arroita
University of Salamanca
jorgegfa@usal.es
This communication will delve into the connections between Russian formalism and the
concepts of intertextuality and hypertextuality: not only considered as mere concepts, but
as fundamental mechanisms of literature which determine and beget its own internal
categories, such as thematic features, metrical-rhythmical patterns, characters, diegetic
spaces/universes, narrative structures and even genres and styles. A primary scope will be
analyzing and differentiating a first period of Russian formalism (Shklovski, Eikhenbaum),
understood as substantial formalism: focused on the essence of literature itself from a
general approach, seeking definitions of the form that makes a “literary” text; and a second
period (Tynyanov) that comprehended literature and literary history, not in its main formal
essence, but as a network of processes, influences and relations which are on the making of
what literature is and how it is understood.
Therefore, the axis reference will be “On Literary Evolution” (Tynyanov, 1927), projecting
the concept of literary fact as entailed by dynamic, relational and transformative procedures
seen from an intertextual perspective, and not by substantial, scriptural or original creation
ex-nihilo; along with other comparatists as Zumthor, Ruprecht or Samoyault, who
emphasized the «transformational dimension of the text» (Camarero, 2008: 136) in relation
to the constitution of literature itself. Tynyanov grasps that dynamic nature of literary facts,
history of literature and its systems as an issue of genesis and variability, which are
fundamental for the development of hypertextual phenomena.
Following Tynyanov’s ideas, it will exposed how hypertextual transformations can generate
new literary features through an emergent substitution onto the constructive function of
some texts which then affect in literary systems (going from particular relat ions to general
categories; engendering architextuality throughout hypertextual processes), with special
focus on how hypertextual relations may beget new literary genres through specific
transformations, then spread out by other authors and categorized by the academy/critics.
The reception of formalism in Italy
Alessandro de Lachenal
Independent researcher
a.delachenal@mail.com
Slavic studies in Italy officially started in the Twenties and Ettore Lo Gatto (1890-1983) was
the key figure for their establishment in the universities. It is therefore interesting to see
whether and how he read and reacted to the formal school innovations, and to understand
if he changed his views during the long time span he ruled the Russian studies. Two more
Italian scholars are worth while investigating in this regard: Renato Poggioli (1907-1963)
and Angelo Maria Ripellino (1923-1978). Poggioli fled to America in 1938, where he wrote
his best works, but as young slavic scholar he lived in Europa enough time to get to know
what was going on in the Soviet Union and Prague, which may well have helped him later
to cope with American New Criticism. Ripellino had quite a different approach, as second
generation brilliant spokesman, but this makes his scattered musings even more
appealing, the more so if one takes into account that he knew perfectly well Prague
cultural life.
While combing through their their books and essays (from late Twenties up to the
beginnings of the Eighties in the “age of the extremes”), looking for spots where they
discuss Šklovskij & co. achievements, now I am able to offer a thorough investigation of
what may be termed the “received view” about specifikatory among Italian slavic
scholars. Flashing comparisons to all relevant literature on the subject will be given
wherever needed, without cluttering the main argument.
The present essay is intended as a fragment of a bigger research, still underway, to
focus misunderstandings and omissions (such as, e.g., the relationships to Potebnja, with a
view to the past, and to Polish formalism, in the very next future) in the lon g story of
Russian Formalism throughout western countries, as well as to better point out, revise,
and possibly even reshape both its tradition and genealogy.
Russian Formalism and Early German Romanticism: Allegory, Novel and Skeptical
Literary History
Cristian Cámara Outes
Université libre de Bruxelles
cristiancamara@hotmail.com
In recent decades there has been a fundamental re-reading of the fundamental theses
elaborated by Russian formalism in the period between 1914 and 1931. Within this ongoing
process of re-evaluation, a relevant part of the academic focus has been directed towards
the elucidation of the influences and conceptual sources of the school: Husserl, Bergson,
Nietzsche, Veselovsky, or Bely, among others, have been proposed as a conceptual
framework from which to understand the emergence and significance of formalist theses.
Unfortunately, the relationships between Russian Formalism and early German
Romanticism have hardly been studied. In this research, I intend to examine thre e areas in
which this influence is most palpable: 1) the notion of allegorical meaning, as a radical
semiotics of incoincidence opposed to symbolic notion of poetic reference; 2) the theory of
the novel as self-deconstructive genre; 3) and the “skeptical” conception of literary history
as encompassing “an infinite number of contradictions” (F. Schlegel).
Provincializing literary history or, How the subalterns can speak
Ilya Kalinin
Humboldt University Berlin
ilya_kalinin@mail.ru
What is and What Ought to Be: Viktor Shklovsky, Modal Schizophrenia of Socialist
Realism, and the Theory of Dynamic Repetitions
Serguei Oushakin
Princeton University
oushakin@princeton.edu
Il titolo di questo post NON è giusto né vero: il pensiero di Feyerabend non è (mai) scomparso, semplicemente si è adattato alle vicende transeunti di questo nostro mondo, come ogni grande classico (non importa se della filosofia o della letteratura) sa fare e ha sempre fatto, anche senza volerlo. Se però ho scritto quel titolo, è per adottare un po’ del suo stile, sapientemente polemico e aggressivo (in questo, così alieno dal mio modo di essere), al fine di indurre qualche curioso a dare un’occhiata a quello che ho scritto. Lascio quindi alle statistiche dire se questo basso trucchetto è riuscito 😉
L’occasione per riaprire questo blog è stata una delle millemila sessioni del XXV Congresso mondiale di filosofia, intitolato “Philosophy across Boundaries”, che si svolge a Roma (per la prima volta) dall’1 all’8 agosto 2024, principalmente negli edifici della Sapienza, la sede originaria dell’università: da decenni, infatti, per esempio la facoltà di Filosofia è stata spostata a Villa Mirafiori (sulla Nomentana, dopo villa Torlonia) e altri atenei hanno affiancato quello ‘storico’: dapprima (nel 1982) quello con sede a Tor Vergata (praticamente fuori del GRA), seguito (dieci anni dopo) da Roma Tre (dislocato variamente fra i quartieri Ostiense, San Paolo e Marconi), senza contare la proliferazione, avvenuta soprattutto negli ultimi anni, di altri istituti (tutti sostanzialmente privati), di qualità assai disuguale e sui quali perciò non mi dilungo.
In particolare lunedì 5 agosto, dalle 17 alle 19, nell’aula “Manlio Simonetti” (sita al terzo piano, dove quando studiavo io c’erano gli istituti di Storia moderna e di Filologia moderna, che da solo contava 5 o 6 cattedre di Letteratura italiana), si è tenuto l’incontro previsto per il centenario della nascita di PKF, il cui panel potete leggere riprodotto qui sotto (dal foglio distribuito ai presenti, una trentina circa, nell’aula stessa).
Degli interventi ho capito il senso in ordine progressivo, ma non pretendo di farne un resoconto dettagliato: non sono un filosofo e sono andato lì come poco più che curioso, sebbene “informato dei fatti”. Racconterò solo quello che mi pare e piace.
Del primo (Babette E. Babich, tradotta anche in italiano per i tipi di Raffaello Cortina) è colpa mia se non ho inteso nulla: ero distratto, grondante sudore in un’aula ghiacciata dai condizionatori mentre fuori divampavano almeno 35°C, e comunque mi ci è voluto anche buona parte del secondo intervento per sintonizzarmi sulla lingua inglese.
Non conoscevo neanche Massimo Pigliucci, ma è semplice trovare su internet diversi suoi video. Mi sembra un tipo ‘tranquillo’ (piuttosto lontano dalla verve di PKF, a dirla tutta) e la sua critica alla pseudoscienza mi è sembrata piuttosto convenzionale, ma sicuramente avrò perso qualche passaggio argomentativo importante.

Babich e Pigliucci intenti a impostare il PC per la presentazione (il laptop aperto in primo piano è di S. Fuller)
Ascoltando Steve William Fuller (trovo esilarante che su Wikipedia italiana ci sia unicamente un suo omonimo, giocatore di football americano) mi sono sentito finalmente “a fuoco” (i più giovani avrebbero detto ‘fasato’, con brutto calco dall’inglese, o ‘sul pezzo’). Mi ero seduto proprio dietro di lui, che spesso scoppiava in forti risate contagiose, a battutine o accenni dei convenuti, ma la critica mossa alla virtue epistemology («pure bullshit!»), partendo da Ian James Kidd (Nottingham), è da tenere in considerazione. Il suo tentativo di salvare la parte ‘buona’ del pensiero feyerabendiano per avviarne anche una riflessione etica mi pare del tutto condivisibile, e ho apprezzato la sua ragionevolezza quando ha riconosciuto come problematica e bisognosa di ulteriori riflessioni un’obiezione da parte del pubblico, relativa al caso di figli (minori, suppongo) di no-vax; la sua posizione è semplicemente che se i genitori vogliono comportarsi in quel modo, facessero pure, sarà il consenso pubblico a decretare chi ha torto (ma temo che Feyerabend non si sarebbe espresso così, perdonatemi). En passant, ricordo che nell’incontro commemorativo tenutosi il 22 e 23 gennaio scorsi a Zurigo, Christian Thomas (già segretario di PKF al Politecnico) ha affrontato un tema identico, a giudicare dal titolo.
A questo punto rimanevano le due persone che tenevo di più ad ascoltare, lo ammetto. Il mio giudizio è perciò nettamente sbilanciato a loro favore.
La prima ciliegina è stato uno dei primi e massimi studiosi di Kuhn, sul quale ha pubblicato nel 1989 una monografia molto apprezzata anche da Feyerabend e tradotta in inglese cinque anni dopo, con aggiustamenti.

Per me è stato quasi emozionante sentirlo rievocare l’avvio del sodalizio con PKF, al Politecnico di Zurigo, quando timidamente gli chiese una lettera di raccomandazione per la sua candidatura a una borsa per andare a sentire, parlare, studiare con Kuhn in persona al MIT, a metà degli anni Ottanta. E Paul fu disponibilissimo, anche se all’epoca il Paul più giovane non aveva pubblicato nulla di importante, insomma non era praticamente nessuno nella comunità scientifica (come ha tenuto a sottolineare lui stesso nel suo intervento). Poi lo sarebbe diventato, completando la sua carriera da fisico teorico (tesi a Monaco nel 1971 e a Zurigo nel 1975) a capo della “Zentralen Einrichtung für Wissenschaftstheorie und Wissenschaftsethik” presso la Leibniz Universität di Hannover nel 1997, dove è stato “emeritiert”. Già la sua lettera al collega omonimo più anziano, per il 65° compleanno, raccontava cose analoghe di quel periodo, ma con partecipazione anche maggiore. Molte altre (115 in tutto) sono state raccolte da Christian Augustin per l’epistolario uscito nel 2010.

La copertina del volume con le lettere che i due Paul si scambiarono nel decennio 1983-1994
Del resto, nel capitolo 13 dell’autobiografia Ammazzando il tempo (da me curata, rifacendola completamente rispetto alla prima versione del 1994 e in uscita per Feltrinelli nel prossimo autunno) questo era il giudizio su di lui da parte di PKF: «Paul è diventato uno dei miei migliori amici, è un cuoco e un anfitrione eccellente, con una vastissima conoscenza di buoni vini».
La sua esposizione, ieri, è stata punteggiata da una serie di bellissime fotografie (alcune mai viste),

Da sinistra: Kuhn, Feyerabend e Hoyningen-Huene (Meilen, presso Zurigo, 1986)

Kuhn e Hoyningen-Huene “pointing to the future” (Zurigo, 1985-86), as he himself said

A sinistra Hoyningen-Huene e Kuhn (in secondo piano), a destra PKF
a corredo dell’abilità con cui PHH ha ricostruito la familiarità iniziale (fine anni Cinquanta-primissimi Sessanta) tra i due grandi filosofi, il ventennio successivo di “gelo” (che tuttora resta per molti versi enigmatico…) e infine il riavvicinamento a Kuhn da parte di Feyerabend (forse favorito anche dallo studio intrapreso da PHH?), sino alla rivalutazione finale.
Last not least, Matteo Collodel. Se anche nella sua vita avesse unicamente creato il sito in cui ci si può raccapezzare nella sterminata e intricata bibliografia feyerabendiana, meriterebbe già un monumento e gratitudine eterna da chiunque si occupi di PKF. Ma ovviamente non si è limitato a questo lavoro, pur non avendo una docenza universitaria (quindi il merito è perfino maggiore!), e tra le sue fatiche ricordo soltanto i primi due volumi sugli “anni formativi” di PKF per la collana “Vienne Circle Institute Library” di Springer (il secondo è in uscita a settembre).

Del suo intervento a me è piaciuta molto l’aderenza alle citazioni testuali per le posizioni sostenute, senza voli pindarici né elucubrazioni troppo astratte, che ha delineato nettamente l’umanesimo di PKF. A me verrebbe meglio chiamarlo ‘umanitarianesimo’, se non fosse un mostro, dove si intravedono e si intersecano l’umanesimo (concetto un po’ inflazionato), l’umanismo (sensu Heidegger), il libertar(ian)ismo (che ha il difetto di tenere assieme concezioni diametralmente opposte, dall’anarchismo al liberismo, una specie di enantiosemia vivente), e mi illudo di credere che tutto sommato a PKF non sarebbe troppo dispiaciuto anche il baluginio, sullo sfondo, dell’unitarianismo di Serveto e Ochino (nonché del John Milton difeso da Giulio Giorello, che conosceva bene PKF), a monte dei quali ci fu Lorenzo Valla [1407-1457] (come appurò Delio Cantimori, quasi un secolo fa). Che mi serve per definire ‘filologico’ (in qualche modo) l’approccio di Matteo ai testi e al pensiero di PKF, esortandolo a continuare così!

Matteo Collodel più rilassato, verso la fine della sua relazione (le scritte sulla lavagna c’erano già da prima)

Matteo Collodel durante il suo intervento (le scritte sulla lavagna c’erano già da prima)
BONUS FINALE: all’incontro ho pure rivisto il professore del liceo che insegnò a mio figlio storia e filosofia, e incontrato un amico di cui avevo perso le tracce da almeno quindici anni (quest’ultimo si vede nello sciame alla base delle scale che portano alla facoltà di Lettere, a fine giornata, dopo essere stati quasi cacciati fuori a forza dai bidelli). Grazie anche alla totale gratuità e imprevedibilità di tali eventi, sono certo di aver speso bene quel pomeriggio.

Le persone presenti all’evento (con tutti e cinque i relatori) si intrattengono piacevolmente in chiacchiere fuori della facoltà di Lettere

100 anni sono sufficienti per far decantare e riuscire a valutare con maggiore obiettività un fenomeno culturale come quello degli specifikatory, che nonostante l’esito infausto, ha avuto influssi molteplici ancora per buona parte del Novecento.
Sono perciò molto lieto di apprendere (proprio mentre sto rileggendo la mia tesi di laurea, dopo decenni lasciata a prendere polvere… ma prima o poi dovrò metterla on-line) che a Pisa e a Bergamo si è appena tenuto questo convegno, con la partecipazione di alcuni tra i maggiori esperti internazionali, a cura di Cinzia Cadamagnani e Ornella Discacciati. Inoltre, da fugaci scambi carpiti su Facebook, dovrebbero esserne pubblicati pure gli atti (speriamo in tempi brevi). Che dite, mi propongo come redattore tecnico?
Mentre ci pensiamo, ecco qui sotto le locandine degli interventi, che si sono svolti in presenza sia a Pisa, il 13 e 14 dicembre, sia a Bergamo, venerdì 15 dicembre.


Programma lavori a Bergamo (15 dicembre 2023)

Tanto per scherzare, sembra proprio un segno del destino la coincidenza fra il mio compleanno e il primo incontro del Redacta Spoiler Tour! Cinque incontri in cinque città diverse per capire se «vale davvero la pena di lavorare in editoria». Che non è (soltanto) una bella frase acchiappa-curios*, ma il titolo del sondaggio sul lavoro editoriale, lanciato dall’associazione Redacta ai primi di giugno e chiuso a fine settembre di quest’anno. Dopo martedì (appuntamento alle 18,30 presso Esc Atelier Autogestito, in via dei Volsci 159, nel quartiere San Lorenzo – uno spazio di produzione culturale indipendente, di supporto legale a precar* e migranti, di mutualismo, di socialità fuori mercato, di formazione e autoformazione, hub dei movimenti sociali, transfemministi, studenteschi e per il diritto alla città) le tappe successive saranno:
Quindi incontrarsi (o ritrovarsi, per le romane [ricorro qui al femminile inclusivo] che c’erano già alla riunione precedente al Pigneto, il 15 ottobre 2022) sarà anche un modo per cominciare a far trapelare e sbirciare qualche dato aggiornato e sicuramente interessante su questo mondo troppo chiuso su se stesso, troppo in sofferenza, troppo emarginato, quindi anche troppo diffidente. Confrontarsi e scambiarsi impressioni, pareri ed esperienze è il primo passo per tentare di cambiare qualcosa, dove e per cosa si lavora. Perché ne vale sempre la pena.
Noi AUTORI di fronte alle nuovissime sfide dell’intelligenza artificiale (IA/AI)
E tanto per far capire (anche a taluni colleghi, forse un filino presuntuosi, o magari semplicemente poco o mal informati…) che gli obiettivi sono fortemente intrecciati, sebbene non proprio comuni, ricordo che poco più di un mese fa, esattamente nella ricorrenza della giornata mondiale della traduzione (sabato 30 settembre 2023), sempre Redacta ribadiva forte e chiaro alle lusinghe/insidie della traduzione automatica (ChatGPT è il software che ha scatenato maggiormente il dibattito) che la traduzione NON è un mestiere in via di estinzione.
E appena un paio di settimane dopo, alle 17 di sabato 14 ottobre 2023, il Sindacato dei Traduttori Editoriali, Strade LAB e SLC-CGIL presentavano il dibattito “Umana o artificiale? Intelligenza e creatività nel lavoro culturale” presso i cantieri culturali alla Zisa/Officine Noz di Palermo, di cui è disponibile su YouTube il video integrale (durata complessiva: 1 ora, 12 minuti, 55 secondi). Vi hanno partecipato Lia Bruna (traduttrice, Strade, a sinistra nella foto) e Celeste Gugliandolo (attrice e musicista, SLC-CGIL, a destra), ben coadiuvate da Stefania Radici nel ruolo di moderatrice (al centro, ovviamente).

À rebours
A ridosso di quello stesso periodo, ancora Lia Bruna aveva pubblicato sul sito (S)connessioni precarie una riflessione attenta e approfondita sul medesimo argomento, intitolata Intelligenza artificiale generativa e trasformazioni del lavoro autoriale.
Si tratta di un’utile precisazione rispetto al “Manifesto degli Autori” per la creazione di un Osservatorio permanente sull’utilizzazione dell’Intelligenza Artificiale nel settore culturale «al fine di sensibilizzare le Istituzioni europee e nazionali, denunciando ogni abuso e inerzia che si potrebbero sviluppare in questa complessa fase storica». Inoltre vi si chiedevano «leggi che tutelino la libertà contrattuale degli autori, in un mercato caratterizzato da forte squilibrio di potere negoziale e da asimmetrie informative, prevedendo compensi equi, trasparenza delle condizioni, limiti inderogabili alla cessione dei diritti di sfruttamento economico delle opere». L’occasione di esporre questi problemi complessi è stata l’incontro “L’autore di parola e di immagine tra realtà fattuale e intelligenza artificiale” tenutosi martedì 20 giugno 2023 presso l’Auditorium Palazzo delle Esposizioni di Roma, promosso dalla Federazione Aut-Autori e dalle Associazioni di categoria del Cinema e dell’Audiovisivo, del Teatro, della Radio, della Televisione, delle Immagini, dell’Editoria, della Musica. Il testo del manifesto è stato letto dalla stessa Lia Bruna a conclusione dei lavori; chi vuole leggerlo, lo trova alla fine di questa pagina su quell’incontro.
Per redigerlo è stato fondamentale il documento redatto congiuntamente dalle associazioni francesi di traduttori ATLF e ATLAS, proposto nella traduzione italiana curata da Lia Bruna (Strade) e rivista da Francesca Novajra (AITI), che si può scaricare da questa pagina del sito di Strade.
Per approfondire
(1) Lunedì 11 dicembre la CGIL, presso la sua sede romana in corso d’Italia 25, promuove una giornata di formazione, denominata Contaminazioni e aperta a chiunque abbia la tessera sindacale. Si presenteranno e dialogheranno tra loro SLC, Strade, la neonata Apiqa e a conclusione un dibattito generale. Sono chiamati a partecipare e dare un contributo proattivo non soltanto i traduttori, ma anche «redattorɜ, graficɜ, operaɜ di cartiera […] adattatorɜ e dialoghistɜ, sceneggiatorɜ, social media manager e atipicɜ dello spettacolo», insomma chi opera in «un mercato del lavoro sempre più frammentato e precario, [caratterizzato da…] la dispersione della committenza, la discontinuità lavorativa e le tutele previdenziali scarse o nulle» (cito dal comunicato ufficiale della CGIL).
(2) Il gruppo Working Conditions del CEATL ha lanciato un’inchiesta rivolta alle traduttrici e ai traduttori editoriali per capire quale impatto ha sul loro lavoro l’utilizzo delle tecnologie di Intelligenza Artificiale. Il breve sondaggio è disponibile per la compilazione fino a martedì 14 novembre 2023 al link https://bit.ly/CEATLIA.
(3) Last not least, a chi fosse sfuggito rammento anche la possibilità di scaricare gratuitamente da questa pagina (o cliccando sulla copertina qui in fondo) lo studio, curato per la Fondazione Giacomo Brodolini da due esperti rinomati e affidabili come Sergio Bologna e Anna Soru, da tempo impegnati su queste tematiche: Dietro le quinte. Indagine sul lavoro autonomo nell’audiovisivo e nell’editoria libraria, che è on-line da maggio 2022.

La mattina del 27 aprile 2023 è stato presentato nella sede romana di Radio Radicale, organizzato dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana, il libro di Nils Melzer con Oliver Kobold, Il processo a Julian Assange. Storia di una persecuzione, tradotto da me e Viola Savaglio per i tipi dell’editore romano Fazi, con prefazione di Stefania Maurizi (la maggiore specialista in Italia su Assange) e freschissimo di stampa. Sarebbe stato bello saperlo per tempo, ma cliccando qui sotto potete comunque ricuperare la registrazione integrale dell’evento, che dura un paio d’ore (c’è un refuso nel titolo riportato sulla pagina del sito, manca la ‘r’ dal cognome dell’autore principale):
https://www.radioradicale.it/scheda/696611/
Fra tanti relatori che hanno partecipato, solamente Vincenzo Vita ha speso qualche parola per elogiare la buona riuscita del lavoro, dal punto di vista editoriale e soprattutto traduttivo! Qui potete leggere una sua recensione del volume, vibrante come l’intervento a voce. Un altro suo articolo a favore di Assange uscì sul quotidiano «il manifesto» il 18 giugno 2022.
Dopo questi convenevoli, anche un po’ troppo sbrodolati, vi invito ad andare al minuto 1h 05 del video (sul sito si può anche seguire soltanto l’audio) per condividere il piacere che ho provato, insieme a Viola Savaglio e Laura Senserini, ascoltandolo.
A Viola (collega iscritta ad AITI e dal 2010 docente di Interpretazione consecutiva e Terminologie tecniche, per le lingue tedesco e inglese, presso la Scuola per Mediatori Linguistici Carlo Bo di Bari) non ho difficoltà a riconoscere il pieno merito per l’alto livello e la qualità della traduzione italiana, che richiedeva competenze specifiche di terminologia giuridica, da armonizzare con l’intento dell’autore di fornire un testo leggibile dal pubblico più ampio. Come difatti scrive Melzer stesso nell’introduzione, il suo libro riassume «in forma facilmente accessibile la mia indagine e le conclusioni a cui sono giunto, citando di volta in volta le prove più rilevanti», perché lo ha scritto «non come avvocato di Julian Assange, bensì come avvocato dell’umanità, della verità e dello Stato di diritto», dato che «non voglio lasciare ai miei figli un mondo nel quale i governi possano passare impunemente sopra allo Stato di diritto e nel quale sia diventato un reato dire la verità» (pp. 11, 14 e 13). Ora, questo risulta singolarmente interessante proprio anche per la situazione che stiamo vivendo in Italia, nella crisi delle nostre istituzioni di fronte a un governo dichiaratamente di destra per la prima volta dopo molti anni.
Perdonate la divagazione, ma ritengo che tradurre non sia un’attività svolta in isolamento, sganciata dalla realtà sociale, politica, economica che la circonda (e a prendere davvero bene in considerazione tutte le circostanze, non era così neppure in epoca medievale, nonostante le apparenze del contrario). Tornando al testo, ci tengo a segnalare che la traduzione è stata avviata per il primo centinaio di pagine sull’edizione tedesca, ma per decisioni sopraggiunte in corso di lavorazione da parte di Melzer stesso abbiamo dovuto cambiare improvvisamente rotta, virando sull’edizione in lingua inglese che stava per uscire. Questo ha comportato un ritardo nei tempi concordati, dato che ci siamo dovuti far carico pazientemente della revisione completa della prima parte, sia perché i contenuti erano stati ora più, ora meno rimaneggiati, sia perché abbiamo toccato con mano quanto la struttura di un testo saggistico in inglese sia strutturalmente differente da quella anche del medesimo testo in tedesco. Se non si fosse capito, l’abbiamo dovuta riscrivere quasi interamente daccapo!
A completamento di queste informazioni di sfondo, rammento che questo testo è un altro obiettivo raggiunto nella crescita professionale di Viola, passata dall’ambito più tecnico-specialistico (come si può leggere sul suo sito personale) alla traduzione letteraria, in cui aveva già dato buona prova di sé nella resa del Tempo della speranza, l’ultimo volume della trilogia di Brigitte Riebe (Fazi 2022, anch’esso un lavoro a quattro mani, ma in quel caso con la collega maremmano-berlinese Teresa Ciuffoletti). Qui ve ne suggerisco la recensione entusiastica di Alessandra Fontana, che si era già sciroppata i due tomi precedenti.
A Laura Senserini, già caporedattrice di lungo corso per Fazi (sin dai tempi di Elide…) va invece la mia stima più sincera per la grande professionalità dimostrata, ma soprattutto anche la comprensione paziente che continua a elargire a chi collabora con lei. Ma in questo caso particolare le sono particolarmente grato per avermi dato la possibilità di tradurre, dopo la serie costituita da Hamilton e Ohlberg, i due Ganser e Wagenknecht (vedi qui sotto la sventagliata di copertine), un libro altamente significativo, di grande impegno etico e sociale.
La mano invisibile
Breve storia dell’impero americano
Le guerre illegali della NATO
Contro la sinistra neoliberale
Si parva licet, questa è stata anche per me un’occasione speciale: infatti per la prima volta mi sono impegnato a chiedere e ottenere riconoscimenti nuovi e particolari nel contratto di affidamento del lavoro (anche a beneficio di Viola, il va sans dire). E auspico che siano soltanto l’inizio di una strada, che anche discutendone con altr* collegh* si preannuncia lunga e complessa, ma che tutt* vorremmo portasse al miglioramento sensibile e concreto delle condizioni di lavoro di chi si dedica a questa attività così bella, ma anche così negletta. Perché stavolta, in forza della direttiva 790 del 2019 dell’Unione Europea, debitamente recepita nella nostra “legge sul diritto d’autore” (633/1941 con tutte le modifiche successive), possiamo far valere meglio i nostri diritti, come spiega bene STradE, il sindacato dei traduttori editoriali (e se non ne sapete granché ma la cosa vi interessa, andate a leggervi pure questa pagina).
Molto probabilmente avrò pensato anch’io, in passato, che l’ucraino fosse una qualche variante del russo: molto superficiale e scontato, non va bene (tsk)!
Eppure assai tempestivamente, già nel 1998 (l’Ucraina come Stato davvero indipendente esiste dal 1991), l’editore romano Carocci aveva pubblicato un volume di oltre 1100 pagine sulla Civiltà letteraria ucraina di Oxana Pachlovska. Il 9 aprile scorso l’amico polonista Luigi Marinelli l’aveva ricordata con parole di stima su FB («Lei era partita lo scorso febbraio durante la pausa semestrale per andare a trovare sua madre, Lina Kostenko, fra i massimi scrittori e poeti ucraini viventi, la quale lo scorso 19 marzo ha compiuto 92 anni. Le due donne sono rimaste bloccate lì dalla guerra, nella loro casa di Kiev, dovendo Oxana fare la terribile scelta se rimanere con sua madre sotto le bombe o tornare in Italia dalla figlia e dal marito» ecc. ecc.), in un lungo intervento in cui parlava anche di molto altro. Non avendo la preparazione di Luigi, né la sua profondità di pensiero, mi piace soltanto pensare, in memoriam, che alla pubblicazione di quel lavoro così impegnativo non sia stato estraneo l’ex collega Vincenzo Fannini († 29/06/2008).
Non so se il “tomone” sia ancora in catalogo; temo purtroppo sia verosimile che un’opera del genere oggi avrebbe grosse difficoltà di trovare uno sbocco editoriale (al netto delle contingenze “belliche”, ovviamente).
Comunque, con un tempismo davvero singolare, sempre Carocci ha tirato fuori l’anno scorso una Storia e geopolitica della crisi ucraina (tesi di dottorato presentata originariamente nel 2014 dal monzese Giorgio Cella), che ha appena raggiunto il lusinghiero risultato della terza ristampa. Non sono in grado di controllare, ma credo che sia uno dei titoli carocciani in grado di vantare il maggior numero di recensioni (sono linkate nello spazio apposito della pagina sul sito, vedi link): ben 47, alle quali ne aggiungo quest’altra (da cui ricavo anche la foto all’autore) del 16 marzo scorso.
E l’altroieri è appena uscito (e mi sono letto subito) questo più lieve articolo sul “ricco puzzle linguistico dell’Ucraina” di Claudia Bettiol, che in Ucraina ci vive. È uscito sul sito-progetto multimediale Meridiano 13, quello che a Est segna «il confine nord-orientale italiano» (te l’insegnano loro, in un angolino, per non apparire saccenti) e promette di essere molto interessante. Andatevi a guardare quello che c’è già adesso! 😉

Wikimedia Italia ci ricorda che dal primo gennaio 2022 tutte le opere del grande filosofo viennese sono disponibili liberamente, in originale e qualcosa già anche in traduzione
Cliccando su questa pagina del Ludwig Wittgenstein Project, compare una specie di foglio elettronico che riporta quali opere sono già disponibili, da quale lingua originale (in carattere grassetto) quelle tradotte (e in che lingua), nonché una data ipotetica di messa in pubblico dominio per le successive. Ad esempio, per febbraio di quest’anno dovrebbero essere pronte le Osservazioni sul “Ramo d’oro” di Frazer [edd. inglesi 1967-1979-1993, ma i testi risalgono ai primi anni Trenta] e per luglio addirittura le Ricerche filosofiche [edd. inglesi 1953-2001 anche col testo tedesco e il riconoscimento di co-traduttori anche agli studiosi P.M.S. Hacker and J. Schulte] ! Quando usciranno, potrà essere interessante confrontare questi nuovi testi con le versioni presenti ormai da decenni sul mercato editoriale italiano (rispettivamente, di Sabina Laetitia de Waal, prima ed. Adelphi 1975, e di Mario Trinchero, prima ed. Einaudi 1967) — non fosse altro per attualizzare in questa evenienza particolare (leggasi: non letteraria, vivaddio!) l’annoso dibattito sui motivi per “ritradurre i classici” 🙂
Il motivo è dato dallo scadere dei fatidici 70 anni dalla morte di Wittgenstein (avvenuta appunto nel 1951 in Gran Bretagna, dove insegnava dopo varie vicende, in parte riassunte in un libretto di John Casti del 1998, ma il cui titolo appare un po’ ambiguo, dato che i cinque personaggi da lui presentati non avevano nulla a che fare con lo spionaggio, che oggi si preferisce chiamare intelligence, tipico della guerra fredda tra i due blocchi divisi dalla “cortina di ferro”… per chi ne voglia sapere qualcosa in più, rinvio alle efficaci sintesi redatte da Vania Russo e da Silvano Napolitano).
Ecco quanto ha da dire Michele Lavazza, coordinatore (indipendente da Wikipedia) del meritorio progetto (mio il neretto):
Abbiamo ricevuto il contributo di molte persone che hanno aiutato su vari fronti. Tra queste un ruolo fondamentale è stato svolto dai traduttori, che hanno messo a disposizione il loro tempo, in molti casi anche a titolo volontario, per realizzare le nuove versioni delle opere. Finora sono 10 i traduttori che hanno partecipato all’iniziativa, provenienti da 6 paesi diversi. Il progetto è aperto a chiunque desideri partecipare: guardiamo al primo gennaio come al vero inizio delle nostre attività e speriamo di poter contare su collaborazioni sempre nuove.
Su internet ci sono anche alcuni video (sottotitolati in italiano) che spiegano il senso dell’iniziativa, in sé lodevole. Chi poi volesse approfondire i criteri, soprattutto rispetto al concetto di “libero da diritti”, può leggersi questa paginetta (in inglese) dove sempre Lavazza fornisce alcune spiegazioni chiare, con tanto di paragone al diario di Anna Frank e una bibliografia al riguardo, dove spunta addirittura il Mein Kampf di Hitler…
Approfitto di tutto ciò per ricordare un altro testo che ritengo molto importante, perché la rilevanza della questione esposta ne trascina con sé un’altra, specificamente traduttiva, grazie alla mediazione dell’economista Piero Sraffa. Mi riferisco al libro che Franco Lo Piparo ha pubblicato al “professor Gramsci e Wittgenstein” (Donzelli 2014), che completa la sua trilogia sul pensatore comunista sardo, e per i miei interessi appare il più bello!

Anche se parrà un accostamento temerario dopo aver citato Wittgenstein e Gramsci, la “compagnia” per il primo dei fondamentali siti Wittgenstein Source e, già dal 1990, di quello norvegese WAB (The Wittgestein Archives at the University of Bergen) mi ha ricordato il sito da tempo dedicato a Nietzsche (HyperNietzsche), che “rifornisce” l’importante Nietzsche Source (a cura di Paolo D’Iorio), dove si trovano digitalizzate sia la versione tedesca dell’edizione Colli-Montinari (eKGWB), sia un’edizione in facsimile dei materiali manoscritti e a stampa conservati dalla Fondazione dei Classici di Weimar (DFGA), cioè tutto il suo lascito, realizzati entrambi con un sistema assai sofisticato che li rendono anche più fruibili della versione stampata su carta: una goduria tanto per gli studiosi di filosofia moderna, quanto per i traduttori di saggistica!
Ciliegina-bonus: presso la casa-museo di Nietzsche a Sils-Maria (in Alta Engadina, splendida valle per fare sci di fondo, ma un po’ troppo cara e lontanuccia per noi italiani…) è in corso una nuova mostra, che si protrarrà sino all’autunno 2022.
AGGIORNAMENTI
Il giorno dopo aver pubblicato questo post, mi è arrivata nella posta elettronica questa specie di intervista di Charles J. Styles a un filosofo già menzionato qui sopra, Peter M.S. Hacker, attualmente Emeritus Research Fellow del St. John’s College all’università di Oxford (una lista dei principali testi che ha pubblicato è alla fine dell’intervista medesima).
Questi consiglia cinque libri su Wittgenstein, che vale la pena segnalare soprattutto perché meno noti qui da noi. Ve li lascio scoprire da soli, comunque tutto il dialogo è estremamente godibile, soprattutto perché Hacker è bravo ad argomentare questioni non semplici e sostiene anche tesi forti (di seguito, ne riporto alcune alla buona, senza alcuna pretesa di sintetizzare il suo intervento):
Spero bastino per farvi venire voglia di farci un salto per leggere di persona! 😉
[1 aprile 2024]
Nella revisione della mia traduzione dell’autobiografia di Feyerabend, mi sono imbattuto nel sito

che contiene tutti i materiali raccolti dal filosofo finlandese (ma appartenente alla minoranza di lingua svedese, e di lontane origini scozzesi, donde il suo nome apparentemente inglese) sul suo mentore (comodamente assisi nella foto della home, qui sopra), i cui corsi seguì nel 1939 e 1947, e che gli cedette la sua cattedra di filosofia, dove insegnò dal 1948 al 1951, per tornare poi a Helsinki, salvo poi ritrovarsi suo esecutore testamentario (insieme a E. Anscombe e R. Rhees). In italiano avevamo già da tempo la sua monografia eponima (ed. or. inglese 1982, Blackwell nel Regno Unito e University of Minnesota Press negli Stati Uniti, uscita appena un anno dopo in Italia per i tipi del Mulino, n° 258 della collana “Saggi”, nella traduzione di Alberto Emiliani), dove sono riportati gli esiti principali del suo lavoro di curatore del lascito, oltre ad alcune raccolte di saggi vari.
Questo sito ospita una sezione con i Wittgenstein materials (l’elenco, completato nel 1997, di tutto ciò che GHvW aveva trovato di LW), una sezione di von Wright Materials (con minute di letture, abbozzi di lavori poi ampliati per la pubblicazione, conferenze e dattiloscritti inediti, oltre a quasi 10.000 lettere di vario genere scritte da GHvW) e una terza sezione, suddivisa in due parti: opere di GHvW e relative alla sua produzione intellettuale più libri di e su LW (tutto già di proprietà di GHvW), e un’altra che ospita la biblioteca di Jaakko Hintikka, probabilmente il suo allievo più famoso (1929-2015). Di tutto ciò, si possono scaricare non già i testi, ma elenchi dettagliati (i testi in italiano sono a volte inseriti con qualche refuso).

Una delle ultime foto del filosofo finlandese Jaakko Hintikka
In un’era in cui vige il presenzialismo (ma questo da tempo, ormai — magari è solo un esito tardivo del berlusconismo, a sua volta epigone dello yuppismo degli anni Ottanta); dove se non appari, scompari; dove se non pubblichi, perisci (scusate la goffa traduzione letterale, ma così si intravede l’inglese da cui deriva…); in cui quasi tutti sentono di poter aspirare a fare qualcosa sopra le righe, e (quel che è peggio) come se fosse loro dovuto (e guai a contraddirli); ecc. ecc., trovo molto confortante questo breve intervento di Modestina Cedola (ma si chiamerà davvero così, o anche questo è un gioco letterario?), che il 13 ottobre 2021 ha ammesso liberamente:
Fare editing è leggere e rileggere, smontare e rimontare, farsi molte domande, farle all’autore, metterlo di fronte alle incongruenze delle sue scelte. Non è solo conoscere bene la lingua italiana, gli elementi caratterizzanti di un testo e i grandi autori. […] È avere uno sguardo alto sulle cose, una visione di un qualcosa in continuo divenire. È questo sguardo, […] che ho capito di non avere. […] La mia è una curiosità volta alla scoperta, non alla creazione. […] Non ho l’attitudine a creare mondi, ma ho quella che mi porta a esplorarli. Sono una lettrice.
Viva la sincerità! Viva la lettrice, la lettura, il leggere semplice. Grande, Modestina!
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