Il suono (e il senso) del silenzio

Sono rimasto colpito favorevolmente da questo post di Giovanni Turi, forse anche perché avevo già incrociato sul web l’ultima fatica di Vitaliano Trevisan, Works, e mi era parsa interessante — ma non avevo mai approfondito quella che dunque era rimasta un’impressione fugace.

La copertina del libro di Trevisan (Einaudi 2016)

La copertina del libro di Trevisan (Einaudi 2016)

Certo, sento di farci abbastanza la figura del parvenu, dato che da un sacco di tempo vado dichiarando (in modo nemmeno troppo nascostamente snobistico) che non mi occupo (non mi voglio occupare) di letteratura, fiction, Belletristik. Preferisco dedicarmi a qualcosa di apparentemente più umile (e forse più utile?) come la saggistica.

Però adesso ho capito che qualcosa di ‘sotterraneo’ agiva in quell’attrazione (poco fatale, in realtà, e molto più destabilizzante). Turi scrive e poi cita l’autore:

geometra, lattoniere, pusher, gelataio, magazziniere, portiere notturno, ma la sua esperienza [di Trevisan] è soprattutto il pretesto per analizzare una dimensione fondamentale dell’esistenza di ciascuno: «[…] ci si dimentica sempre che il lavoro, se anche non è la vita, trasformando nel tempo l’individuo, sia fisicamente che spiritualmente, la influenza comunque in modo determinante».

Il corsivo l’ho aggiunto io, qui, adesso: nel mio caso, quasi senza lavoro, la vita avvizzisce, ti intristisce, si accartoccia come un fiore seccato dall’arsura estiva che spacca il terreno una volta fangoso (quindi potenzialmente fertile).

Tutto ciò potrebbe spiegare il lungo silenzio/oblio dall’ultimo post. Il titolo che ho dato a questo odierno (insolitamente ma volutamente breve: poco più di 300 parole, per WordPress) è intenzionalmente allitterativo e allusivo; ma non mi illudo certo di stare fornendo prosa d’arte: tuttalpiù un affannarsi per fingere di scacciare il malessere interiore, la sensazione di distacco e alterità dagli altri (e nausea, e rifiuto contorto), riempiendo la distanza di parole. Spero di continuare a scriverne altri, a beneficio di altri lettori, internauti, curiosi, girovaghi, saltimbanchi e altre specie (più o meno) viventi. Magari ditemelo, ogni tanto.

Translatio linguarum

Un'immagine scherzosa di Tullio Gregory.

Un’immagine scherzosa di Tullio Gregory.

0.1. Premessa

Un libro dal sottotitolo “Traduzioni e storia della cultura” non poteva non suscitare l’attenzione di chi scrive. L’autore Tullio Gregory è un filosofo italiano, ormai emerito, ma forse proprio per questo in grado di cogliere certi tratti di fondo dello sviluppo del pensiero occidentale che altri, più legati a interessi contingenti, accademici o meno, non possono permettersi di rintracciare o avere il lusso di seguire.
Ma prima di entrare nello specifico, segnalo qualche recensione di altri studiosi, poco più giovani di Gregory, a cui cedo subito il passo per autorevolezza:

0.2. Indicazioni per consultare proficuamente questo post
Chi già conosca Tullio Gregory, o non sia interessato ai suoi dettagli bio-bibliografici, può saltare direttamente al paragrafo 2. La lettura del 3 non è indispensabile, ma è consigliata se siete dei traduttori.

Tullio Gregory intento nella lettura silenziosa.

Tullio Gregory intento nella lettura silenziosa.

1. L’autore
Tullio Gregory si laureò nel 1950, a soli 21 anni, e dapprima si occupò soprattutto di platonismo medievale. Successivamente i suoi interessi si ampliarono al Sei-Settecento soprattutto francese e alla storia della filosofia in generale. Infatti alcuni lo ricorderanno come uno dei co-autori (insieme a Francesco Adorno e Valerio Verra) di uno dei manuali più longevi e fortunati di storia della filosofia per licei, credo tra i primi ad accludere anche testi antologizzati degli autori e della letteratura secondaria (prima ed. Laterza 1973 – Gregory firmava specificamente il secondo volume).
Altri si saranno imbattuti all’università in monografie arancioni di formato tascabile, tutte rigorosamente con identica articolazione interna: è la collana laterziana “I filosofi”, di cui si favoleggia che sia stata ideata da Gregory per includervi autori tutti rigorosamente già trapassati (80 titoli dal 1970 al 2000, quasi tutti pluristampati, a cui se ne aggiunge un’altra ventina usciti nel nuovo millennio, anche in versioni elettroniche – ePub con l’odioso DRM). Che infatti proprio dal 2000 fu affiancata dalla collana verde “Maestri del Novecento Laterza” (21 titoli fino al 2014, se non ho sbagliato a contarli sul sito, quindi una media annuale leggermente inferiore).
Oltre a numerose e importanti attività per l’istituto Treccani e più recentemente gli spazi della “Cucina filosofica” nel festival filosofia che si tiene dal 2001 a Modena e dintorni, Gregory può vantare la fondazione del Lessico intellettuale europeo: nei miei anni di università ricordo chiaramente la scritta su una porta in un corridoio al terzo piano nella ‘vecchia’ sede della facoltà di Lettere e i primi volumi pubblicati da Bulzoni (oggi Olschki), dai quali trapelava pian piano cosa si nascondesse sotto quella formulazione perlomeno sibillina. La fusione con il Centro di studi sul pensiero antico (fondato e diretto da Gabriele Giannantoni) ha dato origine all’ILIESI: Istituto per il lessico intellettuale europeo e la storia delle idee; la storia è presentata da Gregory stesso in questo articolo. Per maggiori dettagli su di lui cfr. la “Quinta appendice” on-line della Enciclopedia Treccani.
Un lato del suo carattere che può apparire meno simpatico è la veemenza con la quale si è espresso contro iniziative come Wikipedia, del resto comprensibili rileggendo la sua storia personale, e a cui collego l’intervento del 2014 sulla «politica per la lingua» leggibile a questa pagina.
Il ‘succo’ del libro di cui parlo in questo post era stato già presentato, con abile mossa strategica dal punto di vista temporale, al festival filosofia il 19 settembre 2015, col titolo (su cui ci sarebbe molto da meditare, in sé) “Ereditare è tradurre” – a riguardo si veda questa video-intervista, apparsa sulla Gazzetta di Modena. Ma quasi tutto il testo risale a un articolo già apparso sui Quaderni di storia della casa editrice barese Dedalo nel 2009 (debitamente referenziato nella nota finale, peraltro priva di indicazioni, a p. 75), tranne qualche rifinitura, come il capoverso finale aggiunto all’ultima nota (119!) di p. 66, dato che all’epoca il c.d. HKS [NOTA 1] non era ancora completo.

Prospetto illustrativo del volume pubblicato da Olschki.

Prospetto illustrativo del volume pubblicato da Olschki.

2. Il libro
2.0. Il mio punto di vista
Vengo finalmente a spiegare perché questo libro mi interessa ed è molto importante.
Lo farò da un’angolatura particolare, che riesco a definire soltanto tramite la dicitura ‘in controcampo’: cioè riporterò dei passi, per così dire, di ‘sutura’ fra i temi portanti dell’argomentazione solida dell’autore. Questi li trasceglie dai suoi campi di interessi, che sono stati tanti, diversi e anche inusuali, ma da un certo punto di vista sarebbero delle ‘variabili’ sul Leitmotiv sottostante: intendo dire che avrebbe potuto pescarne e introdurne altri, ad libitum, dalle sue vaste conoscenze, giacché in sostanza quelli servono a sorreggere l’ipotesi forte di questo volumetto. La quale, se deve avere valore non episodico, ma costante, ricorrente, sempiterno oserei dire, può ricevere supporto da qualsivoglia contenuto preso in esame e portato all’attenzione del lettore. Questo lungo giro di parole mi serve in fondo a dire che a me il filo rosso interessa di più dei singoli argomenti che esso serve a ‘cucire’. Insomma, estremizzando: quanto state per leggere va in senso contrario a una recensione tradizionale, che di solito espone (ed eventualmente critica o corrobora) gli argomenti addotti dall’autore, ai quali dunque non porrò grande attenzione.
2.1. Alcuni temi
Ovviamente il primo nucleo concettuale è affidato alla cultura greca: punto di partenza comprensibile e giustificato inoltre dal greco quale «lingua di tutto il mondo mediterraneo» (p. 7), senza però dimenticare apporti dall’astrologia orientale. Il primo paragrafo è intitolato “Le sacre scritture” perché si chiude sottolineando la «traduzione come grazia di Dio, della provvidenza nella storia. [… Anche la traduzione] ha un’origine divina perché compie una missione salvifica superando ogni differenza linguistica e rendendo intelligibile a tutti la parola di Dio» (p. 8).
Segue un originale parallelo con la traslatio cosmologica, di pianeti e astri che ha grande sviluppo agli inizi dell’età moderna (in nota compaiono Keplero e Campanella).
Il terzo paragrafo è animato principalmente dalle figure di Cicerone, Boezio e Cassiodoro, [NOTA 2] per spingersi fino ad Alcuino e Giovanni Scoto Eriugena.
Gregory è perfettamente consapevole dell’importanza delle opere arabe, ma sostiene che sono a loro volta eredità e trascrizione «di più antiche culture orientali – indiane, persiane, caldaiche» (p. 26). Quindi il senso più originale delle traduzioni in latino dal greco e dall’arabo sta nell’aver creato «un lessico filosofico, scientifico, teologico in gran parte nuovo, [… che] sarà la matrice di gran parte del lessico filosofico e scientifico delle lingue moderne» (pp. 28-29). Così trascorrono sotto i nostri occhi Petrarca, Ficino, Erasmo, Bruni e Bruno, poi i grandi filosofi del Sei-Settecento, per finire con Croce e Gentile, impegnati a redigere la presentazione della nuova collana laterziana “Classici della filosofia moderna”: qualcuno la ricorderà per il colore arancio vivo della copertina (e sovracoperta, per i titoli più antichi), se non gli sovviene nessun autore specifico (dal 1907 al 1984 vennero pubblicati in tutto 62 titoli, più un terzo volume delle Opere italiane di Giordano Bruno con Il candelaio).
2.2. Le ‘suture’, ovvero il Leitmotiv
Il primo caso lo trovo a cavallo tra secondo e terzo paragrafo (p. 11):

Se la storia della cultura comporta sempre un ereditare e trasmettere, un trasferire da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti secondo le complesse linee di una «metamorfosi ordinata» [qui la nota 21 rinvia ai testi canonici di George Steiner, Gianfranco Folena e un articolo poco noto di Eugenio Garin, “Problemi di traduzione”, non a caso letto originariamente a un incontro del Lessico intellettuale europeo], cercheremo di seguire qui un aspetto particolare di questo processo, la translatio di testi scritti in alcuni momenti significativi nell’orizzonte e nei limiti della cultura europea, segnandone spesso crisi e rinascite. Ove tradurre – ereditare e trasmettere – è sempre un interpretare, come ricorda anche la connessione di termini con valore sinonimico interpretari, vertere, transferre. […] È la traduzione che prolunga nel tempo e nello spazio la vitalità di un testo, assicura e rinnova la tradizione.

Già qui colgo un aspetto non banale: spesso (già in antico) le traduzioni sono state viste con sospetto, accusate di sovvertire valori tradizionali e quindi da starne alla larga, se non da rigettare completamente.
Gregory ribalta questo luogo comune, introducendo invece tutto il valore innovativo dell’interscambio fra punti di vista differenti, che non vengono mortificati dal confronto, ma vivificati. Insomma, occorre riconoscere la forza positiva (e inarrestabile, corollario conseguente) del contagio, un concetto adoperato anche dall’antropologo ‘naturalista’ Dan Sperber, [NOTA 3] la cui deriva sociobiologica (innatismo mono-determinista) è però aliena dal quadro di riferimento che prediligo. [NOTA 4]

Nel terzo paragrafo Gregory sottolinea poi l’alterità della prospettiva adottata nel volumetto rispetto a qualunque teoria della traduzione, più o meno orientata alla letteratura (su tale inclinazione perniciosa, un’altra stoccata tra le pp. 29-30): qui si vede ‘semplicemente’ il tradurre «come trasferimento di un testo in una lingua diversa dall’originale, strettamente connesso a ogni translatio studiorum, a ogni passaggio di civiltà e cultura da uno ad altro contesto geografico, politico e linguistico, per salvare eredità che si sarebbero altrimenti perdute» (pp. 16-17).

Molto più avanti, quasi a fine libro (p. 60) Gregory propone un’estensione ulteriore:

anche la circolazione dei libri – in tutti i suoi aspetti materiali, dalla stampa alla loro diffusione per strade ufficiali e sotterranee – è un aspetto non marginale della traslatio studiorum, con propri presidi e vie di comunicazione,

e lo ribadisce a fine testo, con affermazioni apparentemente controcorrente:

la storia delle traduzioni nell’età contemporanea – e in questa prospettiva la storia delle case editrici e di traduttori – è ancora da scrivere, forse anche perché dobbiamo liberarci del pregiudizio che antepone l’autore al traduttore, riconoscendo al primo un’originalità che il secondo non avrebbe; si rischia in tal modo di dimenticare che se ogni cultura è sempre un processo di appropriazione di interpretazione di esperienze diverse, con il loro trasferimento in contesti e linguaggi nuovi, la traduzione intra e interlinguistica svolge un fondamentale ruolo di mediazione nel quale il traduttore è attore e protagonista.

Qui Gregory sposa la causa difesa già da tempo dai ‘traduttori militanti’, cioè quelli che si battono per non volersi vedere annullati sin dalla posizione sul frontespizio. [NOTA 5]

Il classicista Luciano Canfora.

Il classicista Luciano Canfora.

Ma aggiungo che torna in mente anche un testo di Luciano Canfora, che forse per il carattere altrettanto ‘eretico’ non ha avuto la fortuna che meritava: Il copista come autore (Sellerio 2002). Qui di traduzione si parla espressamente solamente nel terzo capitolo, ma le dichiarazioni di Canfora alle pp. 43-44 sono inequivocabili e consonanti a quelle di Gregory:

Tradizione «indiretta» è anche l’instancabile lavoro di traduzione condotto senza interruzione, e a partire sin dai tempi più remoti […] il passaggio da una lingua all’altra – sotto forma di traduzione, di parafrasi o di riscrittura creativa – è un fenomeno ininterrotto, che si svolge parallelamente all’altro grande fenomeno consistente nel lavoro di copia. La tradizione è essenzialmente o traduzione o copia. L’una e l’altra, in maniera complementare, intervengono nella constitutio textus, ma il loro significato supera di gran lunga il fine dell’edizione: esse sono la storia, sono le azioni costitutive della storia della civiltà scritta.

La dimostrazione-limite, per così dire, è che

anche traducendo parola per parola, il traduttore – soprattutto quando non ha capito – interpreta, e di conseguenza modifica, il suo modello (Copista, p. 46).

Due richiami balzano in mente:

  1. L’accostamento tradizione/traduzione pare un mero calembour da retore consumato, ma in realtà è un corto circuito già nella svista confessata da Giorgio Pasquali, nell’Appendice seconda, “Congettura e probabilità diplomatica”, del suo noto volume Storia della tradizione e critica del testo (ed. Mondadori 1974, p. 485).

  2. André Lefevere, noto in italiano soprattutto per il geniale volume tradotto da Silvia Campanini e curato da Margherita Ulrych, Traduzione e riscrittura. La manipolazione della fama letteraria (Utet 1998, ed. or. inglese 1992).

3. Considerazioni ulteriori
3.1. Testi paralleli

Jean Delisle, professore emerito all'università di Ottawa.

Jean Delisle, professore emerito all’università di Ottawa.

Probabilmente Gregory non conosce il testo diretto da Jean Delisle e Judith Woodsworth (presidente e fondatrice della Canadian Association for Translation Studies), promosso dalla Federazione internazionale dei traduttori (definita scherzosamente «la lobby meno potente del pianeta») e dall’Unesco, che affronta un compito analogo da una prospettiva meno ‘elevata’, cioè prendendo in considerazione altre fonti disparate, ma per questo a mio avviso contribuisce a integrare utilmente il panorama conoscitivo.

Miss Woodsworth

Miss Woodsworth

Mi riferisco a Les traducteurs dans l’histoire, la cui terza edizione per la cura di Benoit Léger è stata pubblicata nel 2014 dalle Presses de l’Université de Laval [NOTA 6] – nata nel 1950, sede a Québec, sul sito si vanta di essere la maggiore casa editrice di lingua francese in America, con una media di 120 novità all’anno. Di Delisle è stato tradotto in italiano Terminologia della traduzione, che curò con Hannelore Lee-Jahnke e Monique C. Cormier (Hoepli 2002, ed. or. 1999; traduzione di Caterina Falbo e Maria Teresa Musacchio, curatela di Margherita Ulrych).

Un altro testo canadese che gli si potrebbe accostare è quello curato nel 2006 da Georges L. Bastin e Paul F. Bandia, Charting the Future of Translation History (University of Ottawa Press, Ottawa): a singoli autori sono affidati dei ‘carotaggi’ su sette aspetti particolari (la sezione “Methodology”: il postmoderno, storia e microstoria, la traduzione legale ecc.) e dieci realtà diverse (la sezione “Current Discourses”: l’America latina, Israele, Cina ecc.), esposti nell’introduzione dei curatori (pp. 1-9), che però non menzionano Delisle. Tuttavia Bastin sarà uno dei collaboratori al testo curato da Delisle e Marco A. Fiola, La traduction raisonnée (Université d’Ottawa Press, 3^ ed. nel 2013), rivolto specificamente ai traduttori della combinazione FR > EN.

Il Prof. Dr. Lieven D’hulst.

Sempre su tali argomenti, non sono ancora riuscito a consultare Lieven D’hulst, Essais d’histoire de la traduction (Garnier 2014), di cui però intanto trovo straordinariamente azzeccato ed efficace il sottotitolo: Avatars de Janus. Dovrebbe avere almeno una parte teorica assai avvertita (e studi più particolari), a differenza di Michel Ballard, Histoire de la traduction. Repères historiques et culturels (De Boeck 2013) che stando alle recensioni disponibili su internet difetterebbe proprio di una solida struttura metateorica, pur avendo il merito di raccogliere e presentare una messe di riferimenti e una massa di fenomeni notevole. Ma che rimangono, appunto, messe e massa, alla fine informi ed eterogenei se non sorretti da un’idea chiara, una prospettiva acuta, un quadro concettuale.
In tal senso appare migliore Francesco Laurenti, Tradurre. Storie, teorie, pratiche dall’antichità al XIX secolo (Armando 2015), che cita subito (p. 4) il lavoro di Delisle e Woodsworth (ma nella prima edizione inglese) e dichiara come sua linea-guida «l’esistenza di una storia delle teorie della traduzione che precede di molti secoli la nascita dei Translation Studies e che s’è sviluppata per lungo tempo senza essere mai dissociata dalla pratica della traduzione. […] La storia della traduzione che ne è emersa è coincisa di volta in volta con la storia della lingua, delle religioni, del pensiero filosofico e dei legami tra lingue e culture diverse» (pp. 6-7). Dunque, non è molto lontano dagli intenti di Gregory…

Conserva una sua utilità, nonostante gli anni, anche Bruno Osimo, Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei (Hoepli 2002).

Fra tutti i libri francesi menzionati, sono convinto che in italiano troverebbe accoglienza migliore il primo (e ho già iniziato a spendermi per questo), nonostante la recensione, non scevra da qualche critica, di René Lemieux sul numero di giugno 2015 della rivista specializzata Trahir. Se qualche nostro editore fosse interessato, mi contatti immediatamente, non se ne pentirà: grazie!

3.2. In fine
Riflettendoci su, quanto scrivevo nel paragrafo 2.0. “Il mio punto di vista” non mi sembra affatto una forzatura immotivata. A ben vedere Gregory spiega molto poco e piuttosto vagamente come avvengano quei processi di trasmissione di saperi, che trasferiscono «da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti» (p. 11, già citato), sui quali ha scelto di posare il suo sguardo esperto e, in tal modo, nobilitare. Non poteva farlo in uno spazio così ristretto, e del resto a questo sono lasciati gli atti dei “colloqui” sul lessico intellettuale europeo (si veda sul sito ILIESI) e altri affini, come per esempio i testi curati da Jacqueline Hamesse soprattutto per l’ambito medievale latissimo sensu.

 

N O T E

[Nota 1]
SI tratta del monumentale Harald Kittel, Armin Paul Frank, Norbert Greiner, Theo Hermans, Werner Koller, José Lambert, Fritz Paul (Hrsg./eds./éd. par; in Verbindung mit /in association with Juliane House, Brigitte Schulze), Übersetzung – Translation – Traduction. Ein internationales Handbuch zur Übersetzungsforschung / An international Encyclopedia of Translation Studies / Encyclopédie internationale de la recherche sur la traduction, 3 voll., Gruyter 2004-2011.

[Nota 2]
Per quest’ultimo, si potrebbe suggerire a Gregory di consultare la traduzione, diretta da Andrea Giardina, delle Variae per l’editore romano L’Erma di Breischneider (12 volumi apparsi fra il 2014 e il 2016, assai costosi e disponibili anche in versione digitale), anziché continuare a citarle dai venerabili MGH.

[Nota 3]
Un breve accenno in questa segnalazione di un suo testo, tradotto da Feltrinelli nel 1999.

[Nota 4]
Cfr. ad esempio, in riferimento al linguaggio umano, la recensione di Elisabetta Gola al libro di Grazia Basile, La conquista delle parole. Per  una storia naturale della denominazione (Carocci 2012), in AphEx, 8 (2013).

[Nota 5]
Penso ovviamente al Sindacato dei traduttori editoriali, e più in particolare al suo ultimo ‘successo’, vale a dire l’accordo siglato con ODEI (Osservatorio degli editori indipendenti) il 3 aprile scorso, in occasione della seconda edizione del Bookpride milanese, la Fiera dell’editoria indipendente. Per saperne di più, si può leggere l’annuncio sul sito ufficiale.

[Nota 6]
Le prime 35 pagine si possono scaricare da questo indirizzo.

Riviste (ri)viste

Scusate il gioco di parole troppo facile, ma un titolo deve pur avere una sua ragion d’essere, cioè incuriosire e far spostare il focus visivo sulle righe a seguire, per quanto siano lunghe, massicce e (perciò) temibili…
Allora, stavolta ho deciso di cambiare un po’ strada e raccogliere qui, a mo’ di promemoria per letture e approfondimenti a chi non abbia di meglio da fare (come il sottoscritto-sottoccupato), un elenco di riviste on-line che, per un verso o per l’altro, potrebbero risultare di una qualche utilità a coloro che bazzicano questo mio blog. È speranza troppo remota?
Per l’occasione ho anche inaugurato una nuova categoria, che spero si riveli proficua non solamente a me.
Buona condivisione!

Mi piace cominciare da riferimenti italiani, forse anche per contrastare una carenza notata nei siti stranieri che verranno dopo… ma a parte questo, l’ordine di presentazione non ha altri significati reconditi.

I siti italiani sono un bel mucchietto, ad ogni modo non escludo di essermene dimenticato qualcun altro per strada. Certo è che se dovessi spenderci tante parole, il post diventerebbe insopportabilmente lungo (come se in genere non lo fossero già abbastanza!) e magari dovrei sdoppiarlo, opzione che però non mi garba molto.
Allora su questo primo blocco di siti italici andrò più velocemente (tranne nel primo caso, per i motivi che spiego fra poco), affidandomi al solo, tradizionalissimo ordinamento alfabetico inaugurato dall’Encyclopédie, così magari vi pungerà vaghezza di andarli a sbirciare, ammesso che non li conosciate e/o spulciate già. E per non fare torto a nessuno, anche per gli stranieri adotterò il medesimo sistema di presentazione, sebbene corredati du qualche notizia in più.
Naturalmente, se qualcuno di voi ha da proporre suggerimenti, modifiche, integrazioni e simili, me li segnali e li ‘metabolizzerò’ a vantaggio di tutti. Trasformando questo post o magari facendone addirittura un seguito, dato che tutto sommato non ci sono siti tedeschi o… australiani!

 

1. RIVISTE E SITI ITALIANI

Il primo a essere menzionato necessita, a mio avviso, di qualche riga in più perché davvero tanto ricco, quanto poco noto.
Il Centro di studi linguistico-culturali, ricerca – prassi – formazione, sorto nel 1984 presso il dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne (Studio 138) dell’università degli studi di Bologna, riunisce oltre 60 studiosi, suddivisi in 6 sezioni (anglistica, francesistica, germanistica, iberistica, linguistica-glottodidattica, slavistica), e oltre a un’attività convegnistica, produce un’ampia gamma di pubblicazioni, (quasi) tutte disponibili liberamente come pdf da scaricare.

Non pesano così tanto i Quaderni del CeSLIC!

Non pesano così tanto i Quaderni del CeSLIC!

Da notare in particolare i Quaderni che sotto la direzione di Donna R. Miller appaiono in 5 collane distinte: atti di convegni (dal 2005, 4 titoli di cui 3 anche su carta – segnalo qui: il bellissimo Tradurre figure/Translating Figurative Language del 2014); i manuali di “Functional Grammar Studies for Non-Native Speakers of English” (dal 2004, 7 volumi di cui 2 ‘doppioni’ in quanto seconde edizioni, cioè più aggiornate); gli “Studi Grammaticali” (un solo titolo, in realtà, del 2008); “Altre pubblicazioni – AMS acta” (un solo titolo del 2010); e i “CeSLiC Occasional Papers” (29 titoli, dal 2005). Cliccando per entrare in una di queste collane si apre un’altra scheda, che offre maggiori informazioni sui testi in pdf.

Attenzione: in quest’ultima c’è un pulsante “Su di un livello”, che porta a un altro elenco: quello di tutte le collane aderenti all’AMSActa – Institutional Research Repository, dove finalmente si capisce che AMS sta per “Alma mater studiorum”, in pratica una parte della cospicua biblioteca digitale dell’ateneo bolognese (AlmaDL – University of Bologna Digital Library).

eSamizdat – Rivista di culture dei paesi slavi esce dal 2003 ed è (quasi sempre…) un quadrimestrale articolato in 15 sezioni, visibili già sull’home page.

inTRAlinea – online translation journal è dal 1998 la rivista (soltanto) elettronica del Dipartimento di interpretazione e traduzione dell’università di Bologna, i cui numeri però non escono solamente in italiano.

Un molo che attende... traghettatori di parole?

Un molo che attende… traghettatori di parole?

LEDonline nasconde nell’acronimo semplicemente la casa editrice milanese Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, il cui sito presenta sezioni distinte per riviste elettroniche ed e-books, a loro volta suddivisi in collane, discipline ecc. Alcuni testi sono scaricabili integralmente, alcuni in parte, mentre di altri c’è solamente una presentazione.

RITT è la Rivista internazionale di tecnica della traduzione – International Journal of Translation: dal 1992, EUT Edizioni Università di Trieste. L’indice è consultabile e cliccabile a questo indirizzo, mentre tutte le riviste pubblicate da EUT sono visionabili a quest’altro URL.

Ticontre. Teoria Testo Traduzione è un semestrale di riflessione sul testo letterario in chiave comparata, attivo dal 2014 e che punta l’attenzione su critica e analisi testuale, storia e teoria della letteratura, nonché traduttologia.

 

2. RIVISTE E SITI STRANIERI

2.1. IN FRANCESE

Un san Girolamo, opera di Antonello da Messina (ca. 1460).

Un san Girolamo, opera di Antonello da Messina (ca. 1460).

Comincio con un sito molto bello (anche graficamente) e secondo me importante: Histoire de la traduction en Europe médiane, opera del CEEM (Centre d’Étude de l’Europe Médiane) presso l’INALCO (Institut national des langues et civilisations orientales di Parigi, sostenuto dalla municipalità di quest’ultima, e produrrà un volume complessivo e un’antologia).
Per comprenderne l’importanza occorre chiarire meglio a cosa si riferisce l’indicazione geografica: è il cuore dell’Europa,

zone située entre l’Allemagne et la Russie, de la région balte aux Balkans […] de la Slovénie à l’Ukraine et de la Finlande à l’Albanie. Son principal objectif est de retracer l’évolution de la pratique et du rôle culturel de la traduction au sein de cette aire et de mettre en lumière les influences et les interactions qui, grâce à la circulation des textes traduits, ont contribué au fil des siècles à forger l’unité culturelle de l’Europe.

Lì si contano ben 16 lingue (albanese, bosniaco-serbo-croato, bulgaro, cèco, estone, finlandese, lettone, lituano, macedone, polacco, romeno, slovacco, sloveno, sorabo, ucraino e ungherese) e [interessante proprio la non perfetta sovrapposizione!] addirittura 18 culture: bosniaca, bulgara, cèca, croata, estone, greca, lettone, lituana, macedone, montenegrina, polacca, romena, serba, slovacca, slovena, soraba, ucraina e ungherese. Sono coinvolti sul progetto 25 ricercatori, francesi e non.
La descrizione generale presenta termini il cui senso risulta molto usurato in altri contesti: interdisciplinarità, approccio interculturale, prospettiva intertestuale – ma il cui prefissoide connota esattamente l’intenzione di creare «passerelle» (forse simili ai passages benjaminiani) attraverso i soliti steccati e orticelli, che siano etichettati come letteratura o storia, pensiero politico o filosofia o linguistica, ma anche slavistica (la prima disciplina che verrebbe in mente, pur risultando anch’essa insufficiente).
Il sito (tutto in francese) è articolato in sei aree principali: Lingue | Traduttori | Antologia | Bibliografia | Iconografia | Link.

San Girolamo, da un dipinto del Ghirlandaio (ca. 1480).

Un altro san Girolamo, da un dipinto del Ghirlandaio (ca. 1480).

La sezione più originale e stimolante è a mio modesto avviso la seconda: come sviluppando i sentieri in parte già tracciati da Jean Delisle, soprattutto nei suoi “ritratti” al maschile e al femminile (si vedano i riferimenti nella parte bibliografica generale del sito), vengono fornite brevi indicazioni sui principali traduttori attivi in quelle lingue (anche se al momento ancora metà sono totalmente sguarnite, inoltre non è chiaro se e quanto il regesto si possa estendere all’indietro nel tempo, cioè risalire a prima dell’Ottocento, dove certamente hanno agito potenti e molteplici spinte all’autocoscienza di questo lavoro). [NOTA 1] A essi si collega un florilegio di citazioni specifiche sul tradurre, tratte da opere loro e comunque tipiche di quelle culture, ma soprattutto le risposte a un questionario (112 domande complessive), articolato su 5 macro-temi: 1) Au fondement des langues littéraires : la traduction des textes religieux; 2) La traduction et la formation des littératures profanes; 3) La traduction et la modernité littéraire; 4) Traduire sous le totalitarisme; 5) Questions générales.

Traduire. Revue française de la traduction è la rivista semestrale della Società francese dei traduttori, creata nel 1947 e a cui aderiscono 1400 traduttori di professione, dei quali funge perciò quale sindacato a tutti gli effetti.
È anche membro della Fédération Internationale des Traducteurs (FIT, che ha contribuito a fondare) e dell’Union Nationale des Professions Libérales (UNAPL).
L’ultimo numero in rete è il 231 del 2014 (monografico sulla cucina: À table!), la cui lettura on-line sarà però disponibile solamente a dicembre 2016.

Ginevra Bompiani (foto Ansa).

Ginevra Bompiani (foto Ansa).

Sulla traduzione, soprattutto letteraria, ho scovato Translittérature, il cui ultimo numero visibile è il 48 del 2015 (annuale, causa rimaneggiamenti interni, ma la rivista è semestrale); nel precedente, del 2014, ho trovato un breve intervento di Ginevra Bompiani, da una tavola rotonda tenutasi a Parigi ai primi di aprile del medesimo anno su «La traduction: circulation des livres et des idées», titolo poi assegnato anche al suo pezzo.

TTR : traduction, terminologie, rédaction nasce nel 1987 presso l’università del Québec, a Trois-Rivières, grazie a Jean-Marc Gouanvic e Robert Larose; l’anno successivo diventa la rivista dell’ACT-Association canadienne de traductologie.
Cliccando sulla linguetta “Revues”, in alto,  si viene trasferiti all’elenco di tutte le riviste francofone ospitate sul sito e consultabili generalmente da Persée, con la possibilità di effettuare ricerche anche per materie. Sotto “Ètudes de langues” accanto ad altre 16 riviste, troviamo: H.E.L. Histoire Èpistémologie Langage (69 numeri e 1158 documenti dal 1979 al 2012), Langages (164 numeri e 1344 documenti dal 1966 al 2006), Meta : journal des traducteurs / Meta: Translators’ Journal (pubblicata dalle Presses de l’Université de Montréal, qui è archiviata dal 1966 al 2015) e la gloriosa Revue des études slaves (182 numeri e 3830 documenti dal 1921 al 2012); magari ci si potrebbero annettere anche le Recherches sémiotiques / Semiotic Inquiry dell’Association canadienne de sémiotique / Canadian Semiotic Association (presente soltanto dal volume doppio 28-29 del 2008 al triplo 32 del 2012, ma di cui segnalo ugualmente il doppio numero 2-3 nel volume 29 datato 2009, interamente dedicato alla traduzione).

 

2.2. IN SPAGNOLO

Due dipinti che raffigurano la torre di Babele.

Due dipinti che raffigurano la torre di Babele.

Estudios de Traducción (ISSN 2174-047X, ISSN-e 2254-1756) della Universidad Complutense de Madrid (Instituto de Lenguas Modernas y Traductores, Facultad de Filología), annuale dal 2011. Particolarità: la copertina di ciascun numero riporta una diversa raffigurazione pittorica della torre di Babele (riusciranno a trovarne tante differenti…?).

Hieronymus Complutensis (ISBN: 978-84-692-0832-8; ISSN 1135-304 X), attiva dal 1995 e digitalizzata in rete fino al n° 12 (2005-6), è il periodico dell’Instituto Universitario de Lenguas Modernas y Traductores (IULMYT) della Universidad Complutense madrilena, che per questo progetto elettronico si è giovata della collaborazione dell’Instituto Cervantes e del connesso Centro Virtual Cervantes.

MonTI. Monografías de Traducción e Interpretación (ISSN 1989-9335), promossa dall’università di Alicante con le altre valenzane: Universidad Jaume I de Castellón y Universidad de Valencia; attiva dal 2009, ogni anno raccoglie e pubblica una raccolta di studi in una delle lingue seguenti: castigliano, francese, inglese, italiano e tedesco, ma su internet ne verrà offerta anche una versione in inglese. Al momento cliccando sull’elenco completo degli articoli, ne viene fornito un totale di 127, che possono essere visualizzati per titolo, autore, data ascendente o discendente.
Andando un po’ a caso, nel n° 6 (2014) alle pp. 37-62 c’è un saggio approfondito in inglese di Maria Vittoria Calvi (docente di Lingua e traduzione spagnola a Milano) sui rapporti fra traduzione e lessicografia (registrato ufficialmente col codice ISSN 1889-4178),
In effetti tutto quel numero è dedicato alla dizionaristica specializzata, con incursioni nella terminologia e persino nella storia: così, ad esempio Francisco Javier Sánchez Martín scrive a proposito del trattato Della geometria di Oronce Finé, tradotto da Cosimo Bartoli a Venezia per i tipi di Francesco Franceschi Senese nel 1587.

Il logo della rivista cilena.

Il logo della rivista cilena.

Onomázein. Revista de Lingüística, Filología y Traducción (ISSN 0718-5758) conta 32 numeri dal 1996 al 2015 per la Pontificia Universidad Católica de Chile (Facultad de Letras), con sede nella capitale Santiago – anche in inglese. Pubblica saggi scientifici di linguistica (sia teorica sia applicata), filologia (classica, indoeuropea, romanza e spagnola), teoria della traduzione, terminologia, nonché monografie su lingue locali. Ad esempio, il secondo numero del 2014 ospita contributi dal IX convegno ALSFAL (Asociación de Lingüística Sistémico Funcional de America Latina). C’è un motore di ricerca interno (Busqueda de contenidos/Search in Onomázein).

Panace@. Revista de Medicina, Lenguaje y Traducción/Boletín de Medicina y Traducción (ISSN 1537-1964) è sorta nel 2000 come rivista della lista di discussione internazionale di medicina (e dintorni) “MedTrad”, curata dalla Asociación Internacional de Traductores y Redactores de Medicina y Ciencias Afines di Salamanca e pubblicata dal 2006 da Tremédica. Dopo una produzione ‘esuberante’ nei primi 10 anni, dal n° 31 del 2010 si è stabilizzata come semestrale, il cui numero di dicembre è monografico.
Nel lungo elenco di collaboratori, in maggioranza donne, non figura nessun italiano/a e neanche una rapida scorsa all’indice (che curiosamente riporta in una lunghissima paginata tutti i contributi, dal primo numero, in cima, all’ultimo, giù giù in fondo – cliccando sul titolo si apre il PDF) pare rilevare la presenza di autori nostrani… Qui segnalo a titolo esemplificativo un buon articolo dall’annata XIV, n° 38, pp. 222-234 di due specialiste canadesi (Montréal, quindi scrivono direttamente in francese), Sylvie Vandaele e Mariane Gingras Harvey, sulla storia e le traduzioni della nomenclatura anatomica.

Sendebar. Revista de Traducción e Interpretación (ISSN-e 2340-2415) pubblicata dal 2005 dall’università di Granada, annuale, ogni numero è scaricabile integralmente (che è un po’ scomodo, se interessa un solo articolo o magari una recensione, anche se ovviamente si può ritagliare con qualche programma specifico di manipolazione dei files PDF).

Un'immagine dal sito di Tonos Digital.

Un’immagine dal sito di Tonos Digital.

Tonos Digital. Revista Electrónica de Estudios Filológicos (ISSN 1577-6921) è semestrale, 30 numeri dal 2000 al 2016, aperta anche a contributi semiotici, con due rubriche originali: una consacrata a intervistare studiosi di filologia particolarmente significativi, l’altra riservata a studiosi o collaboratori di tali personaggi.

 

3. DI ALTRI PAESI

SKASE, ovvero “The Slovak Association for the Study of English” (University in Košice, Slovakia, Department of British and American Studies, Faculty of Arts),
offre un Journal of Theoretical Linguistics (30 numeri usciti fra il 2004 e il 2015), un Journal of Translation and Interpretation (8 volumi dal 2005 al 2015), nonché un Journal of Literary Studies (5 numeri pubblicati fra 2009 e 2012: come nel precedente, il 2011 è sdoppiato) ed è membra dell’ESSE (European Society for the Study of English) – a questa pagina rimandi ad altre 7 associazioni di interesse per studiosi della lingua inglese.

Slavica Bruxellensia è un semestrale, partito nel 2008 e che abbraccia un approccio comparativo, transculturale e transdisciplinare alla letteratura, cultura e storia dei paesi e popoli slavi. Ogni numero presenta, oltre a saggi scientifici e di critica letteraria, un’intervista a una personalità di spicco, una traduzione inedita, la presentazione di un’opera tipica del mondo slavo. L’ultimo (n° 11 del 2015) affrontava “Littérature et philosophie”.
Fabula informa che un prossimo numero (13, 2016) sarà dedicato alla «traduzione e le letterature slave» (la scadenza per la presentazione di proposte era lo scorso 15 marzo… mancata di poco!).

Translationes, 7 (2015): “Stages of the History of Translation”. Edita dal Centro di studi ISTTRAROM, presso l’Università dell’Ovest di Timişoara, la caporedattrice è Georgiana Lungu-Badea (docente al dipartimento di romanistica della facoltà di Lettere, storia e teologia), questo numero è curato da Iulia Cosma, la quale si è presa la briga di intervistare l’anno scorso chi vi scrive (Preferisco tradurre saggistica, pp. 154-165), presente (un po’ immeritatamente) anche nel comitato scientifico. Purtroppo non è disponibile on-line, pur avendo un sito di riferimento.

San Girolamo effigiato da Albrecht Dürer nel 1514.

San Girolamo effigiato da Albrecht Dürer nel 1514.

 

NOTE

(1) Le indicazioni fornite in F. Laurenti, Tradurre. Storie, teorie, pratiche dall’antichità al XIX secolo (Armando 2015, pp. 207-8 e 227-8) sono piuttosto sommarie e non sembrano esenti dalle critiche mosse già dal compianto storico della scienza Paolo Rossi, p.es. ancora in Storia delle idee e pensiero linguistico («Lingua e stile», XXV [1990] 3, pp. 323-335). Dunque andrebbero integrate da considerazioni più approfondite; così va rammentata, quale esito finale dell’intreccio di molteplici fattori, la rivalutazione in senso positivo del mito di Babele, a cui accennavano Donatella Di Cesare e Stefano Gensini, curatori di Iter Babelicum. Studien zur Historiographie der Linguistik. 1600-1800 (Nodus 1990), nella loro “Premessa” (p. 7). Più avvertita anche Lia Formigari, Il linguaggio. Storia delle teorie (Laterza 2001), che infatti considera anche l’argomento ‘traduzione’ (seppure in maniera tangenziale e quindi insufficiente). Aggiungo soltanto che comunque raramente i manuali di linguistica concedono qualche spazio a tale argomento, e anche quei pochi in controtendenza, lo fanno relegandolo quasi sempre alla fine della trattazione di un altro argomento, presumibilmente più ‘nobile’. Cfr. i seguenti esempi laterziani:

  • R.H. Robins, Manuale di linguistica generale (1969, seconda ed. 1973, ed. or. inglese 1968, 5^ ed.: spec. 1.4.4., pp. 44-47, rispetto al ‘significato contestuale’ di Malinowski);
  • J. Lyons, Introduzione alla linguistica teorica (1971, poi 1975 [NOTA 2], ed. or. inglese 1968: menziona il concetto più volte, nel modo migliore alle pp. 604-5, dove chiarisce che la maggiore o minore equivalenza di termini fra lingue diverse dipende dal ‘valore’ che hanno nelle culture rispettive);
  • R. Simone, Fondamenti di linguistica (Laterza 1990, 19^ ed. 2008, p. 470, [NOTA 3] a seguito del nesso ‘denotazione-connotazione’).

(2) Ne approfitto per segnalare che anche nella seconda ed. italiana rilegata (Biblioteca di cultura moderna 785) il nome proprio di uno dei due traduttori è sbagliato: Antinucci si chiama Francesco, non Luigi.

(3) Qui riporto che va corretta la pagina nell’Indice analitico, indicata come 471. E concludo ricordando che Simone ha firmato non solo la traduzione del manuale di Robins sopra citato, ma anche di altri otto testi di linguistica/semiotica, da inglese e francese, pubblicati in Italia tra il 1968 e il 1979.

Come: ancora libri!?

Ennesima kermesse all’Auditorium Parco della Musica in Roma:

da venerdì 18 a domenica 20 marzo, LIBRI COME, una “festa dei libri e della lettura”.

Locandina di "Libri come" (2016, VII edizione)

Locandina di “Libri come” (2016, VII edizione)

Questa settima edizione è dedicata a Roma e le altre (città) e il programma completo si può scaricare in PDF da questa pagina (analogamente alle attività didattiche, da qui).

Collaborano stavolta l’Istituto Cervantes, RAI Radio3, e il tutto è curato da Marino Sinibaldi coadiuvato da Michele De Mieri e Rosa Polacco.

Ho una mezza voglia di andare a sentire le Storie di libri perduti , ben otto, raccontate da Giorgio Van Straten con l’assist di Walter Veltroni e Paola Soriga – il libro si può acquistare anche come e-book, direttamente dal sito dell’editore, risparmiando 5 euro (8,99 contro 14 della versione a stampa, di appena 144 pagine; un calcolo brutale di quest’ultima darebbe un costo a pagina di 97 millesimi di euro).

La copertina del libro di Van Straten (Laterza, 2016)

La presentazione si terrà domenica 20, alle 17, nello spazio Officina 2.
Non dovrebbe esserci troppa gente, data la concomitanza con altre presentazioni di autori ben più noti: alle 15 Pierluigi Battista con Antonio Pennacchi, alle 16 Sophie Kinsella, o in altro luogo Atticus Lish, o Chigozie Obioma con Igiaba Sciego, alle 17 Suad Amiry o (altrove) Edoardo Albinati. E meno male che è stata annullata una conferenza di Jacques Attali – ma non è l’unico caso del genere 😉

Come al solito (e come in tante altre occasioni, mi pare, forse non a caso, specialmente le rituali fiere di settore, da quella della piccola e media editoria “Più libri più liberi” [prossima edizione, la quindicesima, dal 7 all’11 dicembre 2016], la Fiera del libro per ragazzi [Bologna, 4-7 aprile 2016: qui segnalo che ospite d’onore sarà la Germania, con un’anteprima sulla prossima Buchmesse: Francoforte, 19-23 ottobre 2016], per arrivare al clou del ventinovesimo Salone internazionale del libro [Torino, 12-16 maggio 2016]), il calendario è caoticamente inzeppato di appuntamenti, cosicché sul sito dell’Auditorium (gestito da Fondazione Musica per Roma, viale Pietro de Coubertin n° 30 – tel. 06-80241281) non si capisce bene come arrivare a questo incontro: forse è ritenuto di secondo piano?
Digitando STRATEN nella maschera di “ricerca” sul sito, non compare nulla, però l’evento è annunciato sul sito dell’editore.
Spero che questo significhi almeno che lì non si debba pagare il biglietto di 3€ (tel. biglietteria TicketOne: 892101, anch’essa purtroppo a pagamento, 1€/minuto da fisso, 1,5€/minuto da cellulare), a differenza degli altri “big” summenzionati.

Buon divertimento!

In memoria di Umberto Eco: ‘ex coeli oblato’ oblatum – ovvero, due o tre cose che so del Nostro

Umberto Eco

Umberto Eco

«Il libro è un’assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità. All’indietro (ahimè) anziché in avanti. Ma non si può avere tutto» (Perché i libri allungano la vita, 1991, da La bustina di Minerva).

Questo avrei dovuto, voluto e potuto metterlo alla fine. Siccome arrivo in ritardo, more solito, lo piazzo subito qui per togliermelo di mezzo e in modo da sopravanzare, nel merito e nel contenuto, gli articoli variamente commemorativi che ho gradito di più, linkati appresso, per poi passare a ciò su cui invece mi piace dilungarmi qui – e di cui evidentemente, pour cause, mancano gli altri. Ma di cui quella citazione lassù, in esergo, è anche un po’ la cifra…

Allora, per la carta basterà l’inserto domenicale dedicato alla cultura dal quotidiano Sole 24 ore, che (nonostante sia di Confindustria) gli ha dedicato le prime quattro pagine del numero 51 dello scorso 21 febbraio. Lì apprendiamo, tra l’altro, che una dozzina di anni fa Eco ricevette il premio “La vespa d’oro” dal medesimo giornale, dopo aver denunziato la mancanza in Italia di un supplemento culturale analogo alla Book Review del New York Times. Dimenticando, appunto, detto settimanale. Insomma, una gaffe finì a tarallucci e vino (vedi foto a p. 24, taglio basso).
Per gli interventi on-line, prediligo anzitutto la coppia apparsa sul sito di Internazionale.it: quello di Philippe-Jean Catinchi (ben tradotto da Federico Ferrone dall’originale, apparso tempestivamente su Le monde) sull’«intelletuale poliedrico» e quello di Giuseppe Rizzo (beh, sì: non era giusto che sul «Nome della nostra cultura» [NB: Nome, proprio con l’iniziale maiuscola!], ossia ‘italiana’, scrivesse soltanto un francese) che spigolando in 14mila caratteri tra «quarant’anni di interviste», cioè 23 pubblicate tra il 1970 e il 2015 su 13 giornali (in ordine alfabetico: L’appuntamento/TMC, Corriere della Sera, Doppiozero.com, l’Espresso, Famiglia cristiana, Grenzgänge, il manifesto, The New York Times, The Paris Review, la Repubblica, La Stampa, l’Unità, Wired) riesce a estrarre una serie di passaggi, affermazioni, battute che hanno il merito di farci assaporare ancora, almeno in parte, la sua intelligenza acuta, originale, molto spesso ironica.
Su Sussidiario.net segnalo altri frammenti, utili forse più a chi lo conosceva superficialmente, ma che restituiscono anch’essi barbagli della sua umanità, nel senso dei rapporti che seppe intrattenere con la (mi verrebbe da scrivere con il…) Mitwelt, cioè i suoi simili, il mondo circostante.
Più contenuto il cordoglio sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung del 22 febbraio, firmato dallo scrittore Orhan Pamuk, che si dichiara «figlio e amico intellettuale» del Nostro. Eppure mi sembra doveroso dare spazio anche al giornalismo tedesco, per chi aveva sposato nel 1962 Renate Ramge, esperta di mostre, arte e musei.
Ancora: linko qui l’intervista rilasciata il 24 novembre 2015 a Francesco Merlo di Repubblica sulla «Mondazzoli», riportandone soltanto questo breve passo: «L’importante è la nave, non Teseo» – a futura memoria e in attesa di trovare l’accento giusto per scrivere finalmente anche sul ‘bastimento sgarbato’.
E siccome il prossimo libro di Umberto Eco (e l’ultimo genuinamente suo, ahimè, dato che gli aveva apposto il fatidico “visto si stampi”) esce sabato 27 febbraio proprio per quello che sarebbe stato il suo novello editore, ricopio qui anche parte di quanto se ne dice in rete, tralasciando una parte iniziale attribuita ad Amazon.it, ma in realtà identica a quella già presente nella «Introduzione» a La bustina di Minerva che ho già citato sopra:
«L’ultimo suo libro […] raccoglie le bustine di Minerva “che potevano riferirsi al fenomeno della ‘società liquida’ e dei suoi sintomi: crollo delle ideologie, delle memorie, delle comunità in cui identificarsi, enfasi dell’apparire etc. “Cronache di una società liquida” è il sottotitolo ma, data la varietà dei temi non unificabili sotto una sola espressione ‘slogan’, il titolo sarà Pape Satán Aleppe, citazione evidentemente dantesca che non vuole dire niente e dunque abbastanza ‘liquida’ per caratterizzare la confusione dei nostri tempi».

Sbrigàti questi dovuti omaggi, vengo ora al lato personale, che ho già dichiarato interessarmi di più.
Distratti e svogliati sono pregati di accomodarsi in qualche altro luogo della rete, ce ne sono molti e più soffici di questo…

Parto dai suoi testi: a essi devo (come, suppongo, altri della mia generazione) il consolidamento della passione per la semiotica, affacciatasi in maniera confusa da letture fugaci l’ultimo anno di liceo e prontamente soddisfatta con lo studio duro dei ‘classici’ all’università, quando vi si potevano trovare entusiasti e/o caotici “seminari autogestiti” tenuti da giovani di belle speranze (nel mio caso fu Massimo Buscema con l’avallo di Mario Costanzo Beccaria, docente della seconda cattedra di Storia della critica letteraria e poeta, ma anche autore anche di interessanti studi sul barocco[1]), un paio d’anni dopo la pubblicazione del Trattato di semiotica generale (prima ed. 1975). Sulla scia di quegli studi, alla confluenza con la Textlinguistik, apprezzai anche Lector in fabula (1979), anche se non lo comprai subito perché all’epoca riuscivo ancora a procurarmi in librerie del centro la sua rivista Versus. Quaderni di studi semiotici [2] e il ‘succo’ del libro era già contenuto nel suo lungo saggio, in inglese su Eugène Sue, che apriva il numero doppio 19-20 (gennaio-agosto 1978), su Semiotica testuale: mondi possibili e narratività (e allora quasi mi piacque di più il saggio di Searle sullo statuto narrativo della finzione).
Acquistai invece febbrilmente Kant e l’ornitorinco (1997), forse con l’illusione di ricuperare il tempo perduto (a lavorare anziché studiare Peirce), e probabilmente spinto anche da un vago ricordo della polemica che aveva intrattenuto con Emilio Garroni fin quando quest’ultimo volle tentare una “ricognizione” della semiotica.[3] Invece io, anche se la stragrande maggioranza dei recensori ed estimatori del Nostro dimostrano invece che non avevo capito nulla, non gradî quel testo, perché ritrattava (un ‘riflusso’, si sarebbe detto nel decennio precedente) le posizioni più estreme e irruente (in particolare sul ‘referente’ e sul ‘realismo’ [4]) delle Forme del contenuto (1971), poi confluite in maniera più organica nel voluminoso Trattato, [5] e che ho sempre immaginato simboleggiate dalla sua barba: nera, ispida e folta in gioventù, via via più incanutita e azzimata, passando per uno stile-Guccini (si conobbero nel 1978), sormontata da un morbido panama (o borsalino?) che contagiò anche Giuseppe Laterza (Beppe, lo chiamava lui familiarmente).
Un altro suo particolare ‘fisico’ mi aveva colpito fin dall’inizio, pur stonando alla mia idea (post)platonica di docente universitario, guardandogli le dita corte e un po’ tozze: l’impressione che si mangiasse ancora le unghie, ròso da chissà quale tarlo (e poi sarà stato il tumore al pancreas che ce lo ha portato via)…
Anche di Dire quasi la stessa cosa ho copia della prima edizione (2003, coi risguardi), e l’ho persino consigliato nei corsi e nei master che ho tenuto, in quanto libro su «esperienze di traduzione» (questo il sottotitolo, qui direi indispensabile per indirizzare l’ignaro acquirente). Più difficile, però, perché all’apparenza frammentario, utilizzarlo direttamente a lezione (se non per qualche spunto, come quello sulle traduzioni automatiche, che aprono con leggerezza il testo, facendone quasi un divertissement, o quello sui colori in latino, che lo chiudono più meditatamente). Inoltre ormai ero propenso a dissentire dalle sue posizioni ‘apollinee’ [6] per prestare ascolto agli oppositori interni, come la breve tesi in semiotica discussa al DAMS nel 2005 da Giovanni Guagnelini (relatore Fabrizio Marsciani, correlatrice Lucia Corrain – attualmente non è più disponibile su internet, dove la pescai anni fa in pdf) su Traduzione e interpretazione, che critica soprattutto l’impianto e l’argomentazione sottesi al cap. 10, «Interpretare non è tradurre».
Ma, anche senza nessuna riprova, sono certissimo che ci sia stato il suo zampino nei due volumetti sulla teoria (1993) e la storia (1995) della traduzione curati da Siri Neergard (rinvio ad altra occasione, meno personale, l’esposizione di eventuali pecche): non foss’altro perché è stata una sua allieva e sono usciti da Bompiani quando Eco vi svolgeva ancora funzioni di condirettore editoriale. E dobbiamo essergliene grati, forse anche più che del suo libro di tredici anni fa.

Direttamente, l’ho incontrato varie volte, in parte grazie a Pino Donghi.

Umberto Eco incontra Paolo Fabbri

Umberto Eco scherza con Paolo Fabbri prima della sua “Lezione italiana” (fotografia di Serafino Amato)

Tra le prime e più coinvolgenti, lo «Spoletoscienza 1990» per il quale sfornò il saggio originale Sull’origine, in linea col tema centrale degli incontri, che era La narrazione delle origini. [7]
Mi pare invece che per suoi impegni non ci fosse alle “Lezioni italiane” di Francisco J. Varela, Un know-how per l’etica, comunque ospitate (17-19 dicembre 1991) presso la cattedra bolognese di Teoria delle forme del sodale Paolo Fabbri: quale rapporto dialettico ci fosse tra Eco e Fabbri lo illustra splendidamente qui sopra lo scatto regalatomi dall’amico di lunga data Serafino Amato (un grazie particolare, Serafo! :-)), in occasione della “Lezione italiana” tenuta dal secondo cinque anni dopo a Palermo (25-27 novembre 1996), La svolta semiotica. Il testo fu confezionato redazionalmente non dal sottoscritto (come i primi di quella collana) ma da un Gianfranco Marrone in rapida ascesa cattedratica, che in quell’occasione ebbi modo di conoscere e apprezzare.

In mezzo ci sono state alcune altre occasioni: andai a molti dei primi incontri al Centro internazionale di studi semiotici e cognitivi, istituito a San Marino nel 1988 (ho sempre sospettato, malignamente quanto i personaggi del Pendolo, che avesse scelto la sede sia per la vicinanza all’ex convento gesuita di Monte Cerignone che dal 1976 era diventato la sua casa-di-campagna – leggasi: nel Montefeltro, anche se va detto che Urbino già dagli anni settanta vantava un Centro internazionale di semiotica e linguistica con tanto di “Summer Schools” che richiamavano pubblico e relatori da tutto il mondo, potendo anche contare sul piccolo editore locale Quattroventi per le modeste tirature dei «Documents/Quaderni/Working Papers» – sia più astutamente per poterci organizzare eventi che forse gli accademici italiani non gli avrebbero consentito sul suolo patrio, o gli avrebbero reso difficili, magari soltanto per invidia della notorietà che a quel punto aveva già raggiunto). [8]
Lì andai a vedere e sentire nel 1990 W.V.O.Quine live, ma dopo averne letto il gustoso ricordo sul Sole 24 ore da parte di Roberto Casati, mi sono reso conto di aver perso il meglio di quell’occasione: difatti mi sembra di ricordare che ripartî prima della fine del convegno, forse per incastri di orari ferroviari.
Rammento invece ben distintamente un pranzo di lavoro a Bologna, presenti Marco Mondadori, Patrizia Violi, ancora Fabbri e altri docenti e assistenti, nel quale feci una pessima figura, che forse racconterò solamente in punto di morte…
Mi riscattai con la redazione della Ricerca della lingua perfetta nella cultura europea (1993), [9] sulla quale non ebbi grossi problemi, né lui fu così puntiglioso come racconta nella fondamentale “bustina” dedicata a Giovanni il Battezzatore? del 1997, [10] profusa a piene mani nei miei corsi universitari e di master, in buona compagnia di altre, come l’altrettanto importante Ma che cosa è questo editing? Osservazioni su un termine ambiguo (1996) [11] o i quaranta precetti per “scrivere bene”, che ovviamente va in coppia con la scrittura politically correct (entrambe del 1997). [12]
Proprio perché adoperate a fini didattici specificamente editoriali, è davvero fastidioso (o clamoroso?) trovare nell’edizione elettronica della Bustina di Minerva (2011, dalla terza edizione nei Tascabili Bompiani del 2006, prima ed. 1999) un bel refuso: ‘stlita’ (e a ben vedere [in senso letterale] non è l’unico…).

Claudius Seidl (FAZ)

Claudius Seidl (FAZ)

Consola, peraltro, il fatto di trovarvi al primo posto Migrazioni, che andrebbe benissimo come articolo di fondo su uno dei temi più presenti nei quotidiani di questi ultimissimi anni: eppure è datato 1990! Conferma così il titolo posto a caldo sul necrologio di Claudius Seidl (da oltre quindici anni a capo della sezione “Feuilleton” della FAZ, quindi probabilmente lo avrà scelto proprio lui): «ha letto (ha saputo leggere, va’, per non essere troppo letterali…) i segni del tempo» (cfr. infra le mie note 4 e 13).

Per i corsi mi sono servito anche di materiali, trovati in rete, prodotti o legati al Master in editoria cartacea e multimediale della Scuola superiore di studi umanistici dell’Alma Mater bolognese, di cui è stato presidente dal 2000 e che ha sfornato tanti giovani preparati, molti dei quali adesso almeno hanno un posto di lavoro (se sia decente, dovreste chiederlo a loro…). Peccato però che anche quell’esperienza abbia dovuto cessare nel 2009, pur non avendo chiuso del tutto.
In tutti questi casi ho constatato il valore del suo insegnamento, seppure mediato, mentre a livello di ‘opinione pubblica’ avvertivo sin dai primi anni Duemila che si era un distacco fra Eco e i giovani (e non volevo addossarne a questi ultimi tutta la colpa).

Vorrei chiudere in bellezza. Potrei dunque ricollegarmi alle pagine del Sole con cui ho esordito. Due fili rossi mi sembrano percorrerle: l’ironia, di cui sapeva sempre tingere la sua scrittura al momento giusto (sì, anche quella accademica: memorabile il capitolo «Generazione di messaggi estetici in una lingua edenica» nelle citate Forme del contenuto, talché rifluì poi in appendice dell’edizione – ormai sicuramente – definitiva di Opera aperta [13]), e il lavoro editoriale.
Per la prima, occorrerebbe un’intelligenza brillante (e dunque superiore – pensateci bene…) che non mi appartiene e che il Nostro ha invece mostrato e dimostrato di padroneggiare senza sforzo.
Mi rifugio allora nel secondo aspetto.
Elisabetta Sgarbi vorrebbe risentire «i suoi feroci, ironici rimproveri per i nostri errori di superficialità e distrazione» (p. 22). Mario Andreose ricorda che il Nostro fu l’estensore delle norme redazionali (coeve al fortunatissimo libretto del 1977, Come si fa una tesi di laurea) ed «era il terrore dei redattori, perché implacabilmente scovava refusi, errori di traduzione, e altro non appena sfogliava un libro fresco di stampa».
Ma lascio per ultimo (e forse meno importante?) l’episodio più divertente che mi è rimasto impresso e spero di non travisare dopo tanti anni – comunque se mi farete notare qualcosa, sono pronto a correggere/integrare le vostre osservazioni.
Fu di quando raccontò (rigorosamente in compagnia, ché altrimenti non ci sarebbe da riderne) come, giovane editor Bompiani in trasferta alla massacrante (lo scrivo per esperienza diretta!) Fiera del libro di Francoforte, si volle fare beffe di tanti parrucconi dell’editoria là convenuti.
Dunque, l’usanza era di trascorrere non soltanto ore e ore piroettando negli stand della fiera a incontrare editori stranieri e spulciare cataloghi (negli anni sessanta e settanta internet non era stata ancora concepita), ma di trasferirsi a bivaccare la sera sui divani, poltrone, sedie, panche e tappeti del Frankfurter Hof. Come in ogni albergo di lusso che si rispettasse, c’erano camerieri che distribuivano bevande di ogni genere e forse persino un pianista che contribuiva ad alleviare l’atmosfera. Ma c’era anche un servizio particolare, in ossequio alle fervide attività della Buchmesse: si poteva chiedere a un certo addetto di annunziare tramite un altoparlante la presenza di qualcuno, autore o personalità nota, disponibile a incontrare gli editori che fossero interessati. E così il Nostro, verosimilmente spalleggiato da altri enfants terribles della sua risma, andava a proporre nominativi del tutto improbabili, fidando da un lato sull’ignoranza/innocenza dei malcapitati inservienti, dall’altro sull’anonimato della ‘delazione’, e godendosi quindi di soppiatto il duplice effetto, sconcertante (per gli astanti) e (almeno per lui e i suoi accoliti) comico, che potevano produrre convocazioni di ‘Benedetto Croce und Giovanni Gentile’, ‘Gustave Flaubert’, ‘Tristan Tzara’ o ‘Bertrand Russell’ (che poi morì soltanto nel 1970…).

N O T E

[1]
Parte delle relazioni presentate al convegno dedicato alla sua figura nel dicembre 1998 presso la medesima università dove insegnò sono stati pubblicati oltre dieci anni dopo, nella sezione iniziale, appositamente titolata “Costanziana”, della rivista l’Abaco (Annuario di critica letteraria, teatrale e cinematografica – diretto da Rocco Paternostro, già suo allievo e poi assistente, poi docente di Critica letteraria e Letteratura italiana, anch’egli alla “Sapienza”). Curiosità bibliografica: non tanto il fatto che quel numero 4/7 (2005-2008) della rivista sia uscito a giugno 2010 (si sa, le riviste sono in perenne ritardo…), ma la dicitura sulla casa editrice nel colophon del frontespizio (p. 3), che recita: «Aracne editrice – Ugo Magnanti editori», sebbene poi nel retrofrontespizio immediatamente successivo il copyright è ascritto alla più usuale.«ARACNE edtrice S.r.l.».

[2]
Ricordo che in una, molto grande e ovviamente chiusa da anni a favore di ben più lucrose attività commerciali legate a moda, marchi e lusso, disseppellî addirittura una sorta di ‘fondo di magazzino’ con alcuni dei primissimi numeri: che gioia scovare un simile tesoretto!

[3]
Segnalo qui il buon lavoro di Cosimo Caputo, Emilio Garroni e i fondamenti della semiotica (Mimesis 2013) che rilegge dalla sua ottica (direi post-hjelmsleviana, comunque sicuramente originale) le posizioni del mio professore di Estetica a Roma.

[4]
È un buon indizio della sensibilità echiana al mutare di tempi e mode culturali italiche trovarlo schierato, a inizio anni Ottanta, tra i corifei del “pensiero debole” (il suo saggio L’antiporfirio occupa le pp. 52-80 del Pensiero debole curato da Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti per Feltrinelli nel 1983 e fu accolto due anni dopo nel suo stesso Sugli specchi e altri saggi, per poi innervare parte delle riflessioni consegnate ai saggi nella Enciclopedia Einaudi, che poi saranno rifuse in Semiotica e filosofia del linguaggio [Einaudi 1984]; ma quel saggio mantiene ancora una sua vitalità se l’autore ha pensato di riproporlo, sebbene rimaneggiato, in apertura del suo Dall’albero al labirinto. Studi storici sul segno e l’interpretazione [Bompiani 2007] col titolo eponimo, per poi venire ripreso ancora in qualche modo nell’ultimo capitolo, il diciottesimo, di quello stesso volume: Il pensiero debole vs i limiti dell’interpretazione, pp. 517-536) e, un ventennio dopo, ad anticipare quello che passerà sotto il nome di “nuovo realismo” (c’è una progressione nei lavori di Maurizio Ferraris, dall’Estetica razionale, Cortina 1997, poi 2011, al Manifesto del nuovo realismo, Laterza 2012). Vedi anche la nota 13.

[5]
(Anche) per farsi spazio nell’affollato ma ormai accademico arengo dei semiotici italiani, Claudio Paolucci ha però argomentato con acume che del Trattato è stata sviluppata esclusivamente la prima parte (teoria dei codici): vedi l’impostazione della sua Introduzione al volume, da lui stesso curato: Studi di semiotica interpretativa (Bompiani 2007). Esso ospitava, come secondo capitolo, anche il saggio di Eco La soglia e l’infinito (pp. 145-176), che nella versione quasi identica per U. Eco, Dall’albero al labirinto (cit., pp. 463-484) aggiungeva come sottotitolo che circoscriveva l’ambito di indagine (se non lo chiariva per un “lettore ideale” del volume che non fosse propriamente laureato in semiotica) Peirce e l’iconismo primario.

[6]
Mi riferisco al ‘thema’ proposto da Gerald Holton nel saggio Dionisiaci, apollinei e immaginazione scientifica [1979], in Id., L’intelligenza scientifica. Un’indagine sull’immaginazione creatrice dello scienziato (trad. e cuira di Franco Voltaggio, Armando 1984, pp. 184-215).

[7]
Questo il titolo del volume curato da Lorena Preta per Laterza nel 1991, che redazionai e corredai delle consuete informazioni bio-bibliografiche (Note sugli autori, pp. 247-268), ricavate dalle schede già approntate per conto della Fondazione Sigma-Tau in merito agli eventi estivi in occasione del Festival dei Due Mondi. Il saggio di Eco è alle pp. 65-71.

[8]
Sarebbe bello se, dopo aver donato tanti volumi a lui inutili alla biblioteca del paesello, trasferisse nel palazzotto la sua biblioteca milanese, stimata intorno ai 50mila volumi. In effetti, nei primi anni Novanta c’era un vago progetto di fondare una biblioteca specializzata da quelle bande marchigiano-romagnole, e credo fosse stato ventilato anche il mio nome come “novello padre Jorge”. Ritengo però che il progetto si sia rivelato poco fattibile e gli sforzi si siano allora concentrati sul solo centro sammarinese.

[9]
Purtroppo adesso disponibile soltanto nell’Economica Laterza, che se consente di acquistarla a un prezzo contenuto, tradisce le sue origini nella bella collana «Fare l’Europa», un progetto ardito, voluto da 5 editori europei nella prima metà degli anni Novanta con il suo amico medievista Jacques Le Goff (scomparso il 1° aprile 2014) quale direttore scientifico, ma che purtroppo non riscosse il successo auspicato (era forse ‘troppo avanti’?).

[10]
Per acribia filologica, aggiungo che nella versione a stampa del 2001 era alle pp. 273-4, mentre originariamente comparve sull’Espresso del 31 luglio 1997, p. 170, col titolo Conoscete Giovanni il Battezzatore? C’è un editore che non lo conosce.

[11]
Quest’ultima purtroppo non è stata ripresa nel volumetto, ma uscì sull’Espresso del 7 novembre 1996, p. 218: questa congiunzione astrale con la mia data di nascita avrà qualche senso recondito…?

[12]
Entrambe figurano nell’edizione già citata della Bustina di Minerva, all’interno della sezione «Zanzaverata di peducci fritti», che fa ridere soltanto a pronunciarla, come pubblicità che, non ho mai saputo se a torto o a ragione, gli venivano attribuite: «Chi Vespa, mangia le mele» e «[il prodotto X] sfrizzola il velo pendulo».

[13]
Opera aperta testimonia del suo titolo anche nelle rielaborazioni editoriali: quella ne varietur del 1976, rispetto alle due precedenti (1962 e 1967) , ha lasciato per strada il saggio sulle Poetiche di Joyce, ripubblicato però a sé nel 1965 e poi nuovamente nel 1972. Anche nelle numerose traduzioni (10, dal 1965 al 1989, sono rubricate nell’Appendice bibliografica di Semiotica: storia teoria interpretazione, il poderoso testo di Saggi intorno a Umberto Eco curato da P. Magli, G. Manetti, P. Violi; Bompiani 1992: vedi a p. 445) la ‘cucina’ editoriale estera ha prodotto vari rimaneggiamenti, per cui si può quasi dire che non ce ne sia una uguale a un’altra, ma soprattutto che è difficile farle risalire precisamente a un originale ben definito. Insomma, si tratta di un’opera instabile quanto lo Zeitgeist, in un equilibrio difficilissimo da mantenere così a lungo, ma per ciò tanto più stimolante e meritevole di riletture – anche nel senso che se le è meritate tutte!

Cominciare bene (?) il 2016

Mi piace molto l’idea (e quindi, così, ora anche l’atto) di inaugurare l’anno nuovo con questo post di Christian Raimo, uscito nel pomeriggio appena trascorso.Christian Raimo su <em>Internazionale</em>

Mi piace quando scrive

Bisognerebbe ripensare radicalmente il Centro per il libro e la lettura (Cepell), o altrimenti abolirlo? Sì. […] Occorre cominciare a censire le abitudini e le pratiche più che i consumi culturali

e anche:

Molto diverso sarebbe pensare progetti strutturali: sull’educazione alla lettura – per esempio – oltre a Solimine, vanno citati i lavori di Giusi Marchetta, Antonella Agnoli, Luisa Capelli, Sergio Dogliani.

A Raimo (ma i link ai quattro autori appena citati sono stati aggiunti da me hic et nunc) vorrei affiancare qualcos’altro di affine che ho orecchiato in questi giorni.

Infatti lo scorso giovedì 7 gennaio Pagina 3 (la rassegna stampa culturale di Rai Radio 3, che si può ascoltare comodamente mentre si rifanno i letti di casa e il sole comincia a filtrare col freddo in stanze ancora tiepidamente insonnolite) durante la conduzione di Vittorio Giacopini e tramite la sua voce ha dato lettura di questa notizia:

Tablet in classe
Uno studio di Benedetto Vertecchi, decano dei pedagogisti italiani, rivela che il tablet usato in classe crea nuovi analfabeti e determina un calo negli apprendimenti. Ne scrive Salvo Intravaia a pagina 21 de La Repubblica.

Copio-incollo direttamente dal sito ufficiale, in assenza di link diretti. Tranne scoprire, senza neanche scavare tanto in profondità, che la tesi è vecchia di almeno un paio d’anni (sempre limitandosi al quotidiano Repubblica, seppure allora era formulata un po’ diversamente).
Cerco di compensare, allora, aggiungendo queste informazioni: Benedetto Vertecchi, ordinario di Pedagogia sperimentale e direttore del Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica all’Università Roma Tre, ha pubblicato di recente: Le sirene di Malthus. Pensieri sulla scuola (Roma 2004), La scuola disfatta (Milano 2006) e Il disagio, l’alfabeto, la democrazia (Milano 2007). Salvo Intravaia è autore nel 2012 di questo volumetto importante, L’Italia che va a scuola.

Un’altra pagina utile, anche se apparentemente si lega meno bene della precedente alle tesi di Raimo, è l’articolo di Fabrizio Tonello La guerra contro i giovani, pubblicato l’ultimo dell’anno sul Giornale dell’università degli studi di Padova.
È una recensione lucidamente critica di Alessandro Rosina, NEET. Giovani che non studiano e non lavorano (Vita e pensiero, 2015); l’acronimo sta per “Not in Education, Employment or Training” e il volume dimostra che la percentuale sta crescendo, sulla scorta dei dati 2014 dell’Istituto Toniolo.
Qui mi piace dove scrive

a una lettura attenta le esternazioni di prestigiosi editorialisti appaiono per quello che sono, colossali sciocchezze [… a cui] si aggiungono le affermazioni di un ministro del Lavoro che consiglia ai giovani di non studiare troppo, accontentarsi di 97 come voto di laurea e di non perdere tempo cercando di ottenere un 110 e lode.

ma soprattutto:

manca […] un’analisi sui limiti e gli effetti negativi delle politiche per il mercato del lavoro in Italia negli ultimi 20 anni, politiche che hanno favorito l’esplosione della precarietà [… e accettando] livelli elevatissimi di disoccupazione e sottoccupazione in nome degli equilibri di bilancio [imposti dall’austerità europea hanno prodotto una] forza lavoro giovanile a basso costo [… che svolge] una funzione economica precisa […, quella] di esercito industriale di riserva e [di contribuire], in un sistema produttivo a bassa innovazione come quello italiano, a perpetuare una condizione di sfruttamento dei giovani [miei i neretti – AdeL].

Infine, come una sorta di sottoscrizione di buoni propositi, voglio chiudere il cerchio rinviando a un altro post di un altro giovane autore italiano, uscito anch’esso sul sito di Internazionale, cinque ore dopo quello succitato di Raimo e a firma del suo sodale Nicola Lagioia: Proviamo a usare internet per scoprire il mondo invece che per insultare. Che (ché?) in parte dice alcune cose sulla rete (e più specificamente sui social network) che intuisco confusamente, e altre ne suggerisce per via indiretta, o magari sono io a illudermi di aggiungerle tacitamente, come per via abduttiva…
Si tratta di un articolo mooolto luuungo, che richiede tempo per assimilarlo e calma per rifletterci su (come ho già scritto sulla mia pagina Facebook).
Ora, anche volendo prescindere dai contenuti specifici, mi piace il fatto che Lagioia inserisca nel discorso un azzardo e, verso la fine, un riferimento alla scommessa pascaliana.
E dolce è la variatio di

azzardata, discutibile e visionaria

o anche

a ogni retweet, a ogni condivisione, a ogni endorsement della propria follia omicida

e in forma più elaborata:

fanno più comodo un miliardo di utenti risentiti che si comportano come creature neandertaliane o un popolo di gente evoluta che usa internet in modo consapevole, intelligente e complesso? Le @dolcecandy e i mister Hyde 2.0 che si prendono a sputi e randellate nei corridoi virtuali non sono simili a quegli schiavi ai quali – per farli sentire liberi di qualcosa – era concessa ogni tanto la libertà di massacrarsi almeno tra di loro?

Ma quando ho letto

L’agorà permanente che per i ciberutopisti sarebbe dovuta diventare internet, rischia sempre più spesso di ridursi a un’arena di gladiatori

ho capito che l’articolo parla anche, indirettamente, del Movimento 5 stelle😉

Nicola Lagioia, vincitore dell’ultimo premio Strega

Una giustizia a metà

OVVERO, DI QUANDO I CAPI PRIMA MENTONO, POI TRADISCONO I PATTI, INFINE FUGGONO CON LA CASSA PER RICOMINCIARE SOTTO ALTRO NOME COME SE NULLA FOSSE.

Mettetevi comodi, perché questa volta vi racconto una favola; una bella lunga, che apparentemente finisce bene, anzi benissimo; ma siccome la realtà supera sempre l’immaginazione, e tutto quello che state per leggere è avvenuto nel mondo reale (il sottoscritto si è limitato a cambiare dalla prima alla terza persona il racconto della diretta interessata e ad aggiungere qualche integrazione secondaria, ottenendo l’imprimatur definitivo per ospitarlo qui), il finale cambierà di segno repentinamente e si tramuterà in un epilogo amarissimo e tuttora inconsolabile. Quindi attenzione: non è una favola per addormentarsi tranquilli, ma per farvi destare bruscamente dai vostri sonni troppo placidi, convinti che Renzi sia riuscito finalmente a far imboccare all’Italia la strada giusta della ripresa che ci fa uscire dal tunnel eccetera eccetera eccetera!

C’era una volta (già, perché adesso non c’è più… no, meglio non anticipare gli sviluppi di questa storia davvero nefanda) un service editoriale nello sterminato e desolante hinterland milanese, che si occupava soprattutto di pubblicazioni scolastiche. Chiamiamolo, per semplicità, Gardo (la testa, cioè Infin, l’aveva persa così tanto tempo prima che neppure adesso c’è qualcuno che sappia dove sia finita!). E c’era una volta (ma questa c’è ancora, per sua fortuna) una giovane redattrice, laureata all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in Lettere moderne col massimo dei voti, che aveva persino seguito corsi professionalizzanti di Traduttore letterario dallo spagnolo, Autore e traduttore editoriale, Editor di testi e correttore bozze, piena di volontà e belle speranze (un’accoppiata micidiale, a volte), che lavorava sodo per lui – la chiameremo, per comodità, Laura, nome le cui risonanze petrarchesche fanno apparire quale perfetto senhal contrapposto aulicamente al destino crudele che purtroppo accomuna e strangola tante vite precarie nell’Italia d’oggi.
Nel settembre del 2011 Laura, grazie al passaparola di una collega, fa un colloquio di lavoro con Gardo, che in modo piuttosto autoritario le indica le proprie condizioni: la prestazione doveva svolgersi esclusivamente presso lo studio (che poi si rivelerà un piccolo ufficio in un seminterrato), con la strumentazione presente in loco (a una collaboratrice venne però fornita addirittura una sedia Ikea: il massimo del comfort extralusso!), in giorni e orari prestabiliti e fissi salvo eccezioni (per lo più per esigenze dei capi): 7/8 ore al giorno, 9,30-18, 4 giorni a settimana – tutta roba che Gardo chiamava «gentlemen’s agreement», tanto per far capire che il datore di lavoro non apparteneva alla genia degli squali del capitalismo senza scrupoli né morale, si apparentava piuttosto alla stirpe purissima dei capitani d’industria più equi, onesti e integerrimi…
A ben vedere Laura non aveva un contratto, però era dipendente a tutti gli effetti ed era la sua “capessa” a decidere ogni singolo aspetto della sua prestazione: oltre agli incarichi lavorativi, anche i giorni, gli orari e le ferie. Prendere o lasciare, tanto se non ti va bene, puoi accomodarti: là fuori c’è una fila interminabile di gente che aspetta di prendere il tuo posto, c’è soltanto l’imbarazzo della scelta (l’abbiamo sentito ripetere spesso che ci è venuto a noia, no?) – peggio dei lavoranti di colore nelle piantagioni di cotone che, se si ammalano, non sono pagati. E quando è un dirigente a rimanere a casa ammalato, anche l’ufficio resta tranquillamente chiuso, col risultato che i redattori sono costretti ad andarsene a spasso, senza alcun diritto di essere pagati né di poter continuare in alcuna maniera lecita il lavoro iniziato (forse nel timore che occupino l’ufficio? o che si rivendano PC e suppellettili varie per ritorsione, pretendendo poi di essere stati derubati dagli ultimi discendenti degli indiani metropolitani? beh, dopotutto dei “fantasmi” così bennati non sarebbero autorizzati a farlo, non sarebbero nemmeno in grado di concepire un’infamità del genere, vero?).
La paga iniziale è di 6,50€ all’ora con cessione di diritti di autore (Laura non ha la partita Iva), senza neanche la possibilità di fare una pausa ogni due ore (come prescrive la legge per chi lavora al pc tante ore di seguito) pena la decurtazione di quello che a stento poteva esser definito “stipendio”. Certo, c’era anche una pausa pranzo di mezz’ora, che però veniva detratta dalla paga. Quindi per timore di ritrovarsi a fine mese con troppi pochi soldi, come i suoi colleghi anche Laura preferiva sbocconcellare un panino nello scantinato e riprendere subito a macinare bozze, anziché godere di una pausa più lunga andando a mangiare fuori, non foss’altro che per sgranchirsi braccia e gambe e distrarsi un attimo. Una collega chiede allora ufficialmente che siano concessi almeno 10 minuti di pausa caffè al pomeriggio: i capi, dopo accurate (accorate?) riflessioni e anche a malincuore, la accordano (come sono buoni…), salvo che dopo un po’ quella stessa collega decide di non farla più perché si sente molto a disagio nei confronti dei superiori.
Dopo i primi pagamenti, per fortuna regolari, i conti delle ore e dei soldi intascati cominciano a non quadrare più; allora Laura prende il coraggio a due mani (l’atmosfera non dev’essere delle più distese…) e chiede spiegazioni. L’arcano (svelato solo dopo precisa richiesta, notare bene) sta nel fatto che col tempo la redazione si è ampliata e quindi (attenzione, questa è veramente un’originalissima alzata d’ingegno: onore alla creatività degli imprenditori!) ci vuole più tempo per scaldare il cibo nel microonde (vietato ridere, è un’affermazione che è stata fatta con la massima serietà e tutta la compunzione richiesta dalla circostanza). Vediamo bene il ragionamento, perché potrebbe tornare utile per tantissime altre sedi di lavoro. Secondo la titolare il tempo impiegato (forse avrebbe voluto dire ‘perso’, ma si dev’essere trattenuta) è di 3 minuti a testa in media che, moltiplicato per i sei schiavi incatenati nel bugigattolo, dà un totale di 18 minuti da detrarre cadauno (della serie: come farsi carico anche dei problemi degli altri, no?). Siccome questo non è abbastanza umiliante (a parte il fatto che i patti iniziali erano di calcolare cumulativamente in mezz’ora il tempo per il pranzo ‘interno’, e nessuno si era mai peritato di notificare che successivamente il computo era stato rimodulato pro capite – ammesso e non concesso che sia legale farlo…), si aggiunge la considerazione che la presenza di un solo bagno avrebbe allungato ulteriormente il tempo “sprecato” (ma certo, è Bianciardi che si era dimenticato di santificare i redattori che invece di stare chini sulle scrivanie a correggere refusi, preferiscono passare la giornata a leggere i fumetti in un cesso senza neanche una finestra sul cortile…).
Non bisogna credere che i datori di lavoro in Gardo fossero delle canaglie (non ancora, perlomeno: niente spoiler!), dato che a Laura concedono, sia pure a stento, qualche piccolo aumento: ottiene prima 7, poi 7,50€ l’ora, addirittura con la promessa di passare entro la fine del 2013 alla fantastiliardica cifra di 8€ (netti, ma senza alcun versamento di contributi, non dimentichiamolo; insomma, assimilabile alla paga media di una colf non particolarmente esigente né veloce o brava, con la differenza che quest’ultima se li intasca tutti esentasse e non ci deve manco rientrare di tutte le spese sostenute per studiare all’università e anche dopo). Contestualmente, però, Laura deve dare garanzia formale di rimanere a lavorare nel service fino a marzo 2014, per non pregiudicare il buon esito di una serie di progetti sui quali era impegnata. A posteriori pare evidente che in questa fase Laura venga circuita, cioè senza accorgersene subisce una duplice, sottile pressione psicologica: da un lato le si ventila la possibilità di continuare a lavorare anche qualora nel prosieguo dell’attività ci fossero stati cali nel flusso di lavoro, purché la sua richiesta di aumento sia ragionevole, contenuta. A questo proposito si tenga presente che dentro Gardo c’erano colleghi che percepivano dagli 8,50€/h fino a quasi 12€/h (questi ultimi per i collaboratori con partita Iva), a fronte sostanzialmente di mole e qualità di lavoro sostanzialmente non diverse da quelle di Laura. Dall’altro lato la dirigenza le chiede (spudoratamente) di comunicare subito qualunque eventuale intenzione di andarsene, dato che in quel periodo Gardo sta cercando altro personale e quindi non avrebbe difficoltà a sostituirla (sic).
A dicembre, però, il sospirato e pattuito aumento non arriva, dato che Gardo non riesce a portare a casa quattro commesse importanti. Occorre precisare che Laura non ha alcuna responsabilità in merito, anzi probabilmente non sarebbe neanche stata messa a lavorare su quei progetti. Dove si vede dunque che l’incapacità dirigenziale si scarica sulla parte più debole della struttura.
Si aggiunge qui un dettaglio non secondario per caratterizzare meglio le dramatis personae nel quadro complessivo che sta emergendo: durante i colloqui per l’aumento Gardo blandisce Laura qualificandola come una collaboratrice “importante”, su cui “ha investito” (gli altri, i paria dei paria, sarebbero invece soltanto lavoratori “temporanei”), insomma cerca di conquistarne la fiducia lusingandola, fingendo di voler avere un rapporto privilegiato con lei – ma è tutto fumo negli occhi per manipolarla meglio.
Ecco così che si inizia a profilare la tragedia, con un finale quasi eroicomico. Martedì 7 gennaio 2014 Gardo informa verbalmente Laura che alla fine di quello stesso mese la sua collaborazione sarebbe cessata temporaneamente per una pausa non ben precisata, cioè dandole tre sole settimane di preavviso ed estromettendola di fatto dal progetto su cui sta lavorando prima che lo stesso terminasse.
Colpo di scena (ma solo apparente): un paio di giorni prima della scadenza notificata così bruscamente Gardo si accorge che c’è ancora bisogno del suo contributo, per cui con grandissima faccia tosta le chiede di prolungare la presenza fino a metà febbraio, e la sventurata accetta, in virtù di quanto delineato poco sopra.
Dopo il 13 febbraio, però, piombano silenzio e disperazione. A nulla valgono telefonate e lettere di cui Laura tempesta la capessa. Così scopre di esser stata rimpiazzata da tre giovani e volenterosi “stagisti”: solo che non hanno alcuna forma di contratto di stage, dato che svolgono prestazioni non diverse da quelle degli altri, e sono pagati anch’essi a diritti d’autore; in compenso hanno meno di 35 anni e quindi costano meno all’azienda. Insomma, il confronto è impari coi “vecchi” redattori, ormai stanchi e ben coscienti del circo messo in atto dal gatto e la volpe, a favore di persone più giovani, con voglia di fare e dimostrare, in realtà ancora poco consapevoli della reale situazione in cui sono incappati. Poco consapevoli dei loro diritti, tanto che in parte si bevevano le bugie che i capi andavano raccontando per metterli uno contro l’altro, senza perdere l’occasione di parlare male alle spalle ora di uno ora dell’altro dipendente (e non è impossibile immaginare che venissero attuate costantemente varie forme di mobbing da parte dei “sepolcri imbiancati”, come ebbe a derfinirli un’ex collega di Laura quando se ne andò sbattendo la porta, risparmiandosi così un inganno perpetrato a lungo). Ecco, si può dire che vigeva la legge suprema DIVIDE ET IMPERA, per domarli e al buio incatenarli.
A questo punto, offesa nella sua dignità di lavoratrice e soprattutto messa sull’avviso da una storia simile capitata a un’altra collega, Laura mangia la foglia, cade il velo di Maia e capisce che la “pausa” che dovrebbe trascorrere prima di rinnovare il contratto era una panzana: mascherava la più dura realtà, che cioè non avrebbe più lavorato presso Gardo. Attenzione, però, quella soluzione non era dettata da pura cattiveria: era anche un modo assolutamente subdolo per far passare i giorni utili per un ricorso legale contro Gardo. Così Laura ha imparato a sue spese che il lavoro è un diritto, non una merce di scambio né un mezzo di ricatto (ma che, per capirlo ci voleva una presa di posizione ufficiale di papa Francesco?).
Allora decide di contattare un avvocato, il quale nel marzo 2014 scrive a Gardo quanto segue:

La lavoratrice prestava servizio alle dirette dipendenze degli amministratori, i quali controllavano ed etero-dirigevano modalità e tempi della prestazione, fissando univocamente orari, ferie e retribuzione nonché mettendo a disposizione della stessa mezzi e strumenti di lavoro (quali computer, tavoli da lavoro, uffici, stampanti, telefoni etc).
L’orario di lavoro svolto da Laura andava ben oltre quello previsto dal CCNL di categoria, accedendo al lavoro supplementare e straordinario, anche in considerazione di una pausa pranzo – non retribuita – di soli 30 minuti. Sono pertanto riscontrabili notevoli differenze retributive rispetto al dettato del medesimo CCNL, di cui ci si riserva la produzione in giudizio.
Lo studio editoriale, al solo fine di simulare nella forma quanto sostanzialmente era un comune rapporto di lavoro subordinato, retribuiva la dipendente quale lavoratrice autonoma sub specie “diritti d’autore”.
Come si avrà modo di dimostrare (sia mezzo mail, sia di testi sia con ogni altro mezzo di legge) la dipendente, in diverse occasioni, portava all’attenzione dei sig.ri amministratori l’incongruità dello stipendio percepito e la carenza di qualsivoglia garanzia e/o tutela di legge, ricevendo solo vaghe rassicurazioni sul futuro della collaborazione.
È di tutta evidenza che Gardo perseguiva un egoistico e spregiudicato interesse di risparmio fiscale in danno della lavoratrice, trattata quale mero strumento di profitto.

Ora facciamo scorrere in avanti il tempo più rapidamente della giustizia italiana per arrivare all’aprile 2015, quando Laura esulta per un risultato positivo: nella prima fase del procedimento (condotto secondo il rito Fornero) la giudice accoglie totalmente le sue richieste e condanna gli ex datori di lavoro a risarcirla. Si rende conto con maggiore consapevolezza dei lavaggi di cervello che ha subìto e che, in alcuni momenti, la stavano facendo desistere, però poi è andata avanti confidando nella giustizia e nella verità.
A questo punto subentra la seconda fase del procedimento con rito tradizionale e Laura aspetta le reazioni e decisioni della controparte, che dopo un po’ si oppone all’ordinanza, ma infine anche il secondo giudice le dà ragione: bis, evviva, una seconda vittoria, brindiamo!
Qui, ahimè, cadono però le ultime, dolenti note. In tutti questi mesi di dibattimento, i giudici hanno chiesto ripetutamente a Gardo di conciliare, ma questi si è puntualmente rifiutato di farlo, accampando la scusa di voler avere da una sentenza definitiva la certezza che il suo modus operandi fosse scorretto. Ma non era questa la “vera” motivazione: stava semplicemente prendendo tempo per architettare una “fuga”. E del tipo più infido ed esecrabile! Infatti dopo un po’ si viene a sapere che ha svuotato il conto societario, ha cambiato sede operativa dello studio, ha fatto pressione sui testimoni perché testimoniassero il falso, si è messo a lavorare in un co-working per evitare il pignoramento mobiliare e, ciliegina finale sulla torta, ha addirittura messo in liquidazione la società. Tutto questo per non pagare il debito che aveva con Laura (e altri ex collaboratori), sancito ben due volte dal tribunale civile. Nonostante i pignoramenti eseguiti anche presso case editrici con cui Gardo ha rapporti, non sono mai stati trovati crediti, molto probabilmente perché sono già attivi sotto il nome di una nuova società.
Dunque mesi e mesi di lotta, pesante anche emotivamente, non sono serviti a niente, se non a produrre un profondo senso di impotenza e frustrazione! Pur avendo ricevuto conferme in ambito giudiziario, difficilmente Laura potrà avere indietro quello che le spetta e di cui avrebbe estremo bisogno (c’è bisogno di dirlo? non sarebbe sottinteso?). Tutto perché una srl senza beni immobili e con fatturati che non superano i 200mila euro è praticamente inattaccabile. Gardo la sta facendo sostanzialmente franca, sta riaprendo una nuova società e persevera nell’illegalità con cui tratta i suoi dipendenti senza contratto (e che sono conniventi finché converrà, fino a quando non prenderanno coscienza che il silenzio non paga mai). Quando una persona è disonesta, a quanto pare lo è fino in fondo e oltre. Un ennesimo caso di giustizia a metà.


Non volevo distrarre la lettura con link e note, per cui mi limito a segnalare qui appresso (tipo note alla fine non numerate, in perfetto trendy American style) qualcosa che IMHO possa servire a contestualizzarla. Sedulo curavi humanas actiones non ridere, neque lugere, neque detestari, sed intelligere, scriveva Spinoza all’inizio del suo Trattato teologico-politico (1670).

Sul «destino crudele» dei giovani d’oggi ho apprezzato il commento di Athenae Noctua su alcune esternazioni di politici (e mancano i link alle dichiarazioni fatte il 1° dicembre da Tito Boeri, attuale presidente dell’Inps, sulle casse vuote delle pensioni, altrimenti non pubblicavo più questo post…).

La «presa di posizione ufficiale di papa Francesco» è quella enunciata lo scorso 7 novembre.

Sui dipendenti-conniventi ci sarebbe molto da dire: qui si può soltanto stigmatizzarne il comportamento (autolesionista e perdente, alla lunga), aggiungendo che purtroppo è quello più diffuso nelle realtà editoriali italiane, specialmente quelle più piccole, i cui dipendenti sono più esposti a ricatti e vessazioni di vario genere. A tale proposito, rammento la dedica del comunicato sull’esito dell’indagine degli ispettori del lavoro nelle redazioni “Monda-zzoli”, ancora visibile sulla home page del sito della Rete dei redattori precari.
Conferma il malcostume imperante l’ultima ricerca dalla Associazione Artigiani e Piccole Imprese Mestre Cgia (che negli ultimi anni ha fornito documentazioni sempre pertinenti e originali), su cui informa Roberto Ciccarelli in un articolo sul Manifesto del 29 novembre.

Infine raccolgo qui una serie di collegamenti a tre situazioni in parte analoghe, non per consolare Laura o voi lettori, bensì come una sorta di promemoria (repetita iuvant) delle difficoltà del settore, perché è necessario rimanere sempre guardinghi, vigili e reattivi (altro che stay hungry, stay foolish o il nostrano e bonaccione stai sereno!):

  • a inizio 2015 fallisce la casa editrice Zandonai (Trento): ecco l’opinione dell’ex direttore editoriale Giuliano Geri, un articolo a consuntivo e un post dalla blogger di Doppioverso;
  • a maggio 2015 scoppia il bubbone ISBN, che genera dal basso il movimento #occupayISBN, con cui si schierano per esempio Christian Raimo e il blog Scrittori in causa; a riguardo il Sindacato dei traduttori editoriali pubblica una riflessione ben articolata;
  • di lì a poco la crisi coinvolge anche la casa editrice romana Castelvecchi, in particolare il gruppo LIT, con il quale a giugno il Sindacato dei traduttori editoriali, supportato da SLC-Cgil, apre una trattativa che attualmente risulta ancora in corso – giusto per lasciare qualche speranza residua ai miei pochi lettori😉

Aggiungo in coda due interventi, usciti dopo questo post, ma bellissimi (per questo mi permetto di infrangere la freccia del tempo):

Allegri, Ciccarelli 2013
Roberto Ciccarelli, che ha salvato il suo libro importantissimo (cliccare sull’immagine per saperne di più) e chiama a raccolta gli interessati per domenica 20 dicembre (a Roma);

Oscar Raimo, in un articolo su Internazionale al cui sconforto c’è, purtroppo, ben poco da aggiungere, se non ribadire la chiusa:

tutta questa gente non pensa mai – mai, mai – a sindacalizzarsi, a mandare a fanculo chi si occupa di politica culturale nelle decine, centinaia di conferenze stampa, dibattiti, convegni in cui si presentano i festival, i programmi culturali, il nuovo splendido mondo creativo che verrà

A proposito di Romania…

Mi imbatto girovagando in una precisazione di Giulia Zoli, attenta copy editor di Internazionale (sic nel colophon dell’edizione cartacea), in grado di risolvere un dubbio che avevo da tempo.
Il 10 dicembre 2014 sosteneva la scelta di scrivere ‘rOmeno’ (anziché ‘rUmeno’) con due argomentazioni:
(1) «La forma con la o mette l’accento sul legame della Romania con Roma: il fatto di essere un’isola di latinità in un mondo di slavi è un elemento fondante dell’identità del paese. La forma con la u, invece, dal cinquecento fu usata dai dominatori slavi e ungheresi per indicare i servi della gleba e le persone più umili e senza diritti.» Sul mondo slavo mi permetto di rinviare alla prima, lunghissima nota del mio post precedente, sulla “scuola di Nitra”.
(2) «Secondo il dizionario della lingua romena Dex, ancora oggi la “forma arcaica e popolare” rumân indica “i contadini dipendenti dai signori feudali”. Una ragione in più a sostegno della forma con la o, che dopo la formazione dello stato della Romania è stata infatti incoraggiata ed è quella oggi in uso: è più vicina al latino e rivendica l’emancipazione da un dominio straniero.»
Chiaro e distinto.
Ma evidentemente Giulia non aveva letto la precisazione fornita il 14 ottobre 2013 da Matilde Paoli in una delle “Risposte ai quesiti” che sul sito dell’Accademia della Crusca si trovano nella rubrica “Consulenza linguistica”, e il cui succo è desunto da un saggio di Luisa Valmarin, certo non facilmente accessibile: Luisa Valmarin, La guerra del ru- e del ro-, in Miscellanea di studi in onore di Aurelio Roncaglia a cinquant’anni dalla sua laurea, Modena, Mucchi, 1989: pp. 1385-1409 (è citato in calce, non è che lo sapevo io…).

Insomma, bisogna parlare della Romania e dei rOmeni non per dire che sono tutti ladri e stupratori, come risulterebbe leggendo i quotidiani di destra, del centro e sentendo le chiacchiere al baretto sotto casa o sull’autobus…

E allora passo a segnalare anche qualcosa di più attinente, che possiamo leggerci sui nostri schermi, e di cui occorre apprezzare lo sforzo per uscire dall’àmbito nazionalistico, scrivendo in altre lingue, che a livello generalissimo (posso risparmiarmi e risparmiarvi le solite, ormai retoriche citazioni dai vari Schleiermacher, Benjamin, Derrida, Berman ed epigoni di estrazione e valore diversi, giusto?) significa aprirsi e confrontarsi con l’Altro.
(A) Translationes: rivista annuale (ISSN: 2067-2705) dell’università dell’Occidente di Timişoara, facoltà di lettere, storia e teologia, a cura dell’associazione ISTTRAROM.
Nel comitato d’onore i non-romeni sono soprattutto francofoni (Michel Ballard di Arras, Jean Delisle di Ottawa, Jean-René Ladmiral, docente a Paris Nanterre IX), ma c’è anche uno spagnolo (Antonio Bueno Garcia di Valladolid). Gli indici di tutte le sei annate pubblicate fino a oggi sono consultabili alla rubrica “Archives”, ciascuno su pagina a sé; i contributi non sono scaricabili gratuitamente, ma ciascuno è corredato da una sintesi e da un elenco di parole chiave. Una segnalazione per inviare i contributi al prossimo numero (7/2015, dedicato a “Fasi di storia della traduzione” – la scadenza era lo scorso primo ottobre, anche se la medesima notizia sul sito francese Fabula la posticipava a metà ottobre, oltre a fornire qualche elemento di riflessione in più, copiato da questa pagina) era apparsa anche sul blog della bella rivista on-line Tradurre di Gianfranco Petrillo. Peccato che nella pagina dei partner non sia presente neanche un sito universitario, un centro di ricerca, un’associazione, insomma, nulla di italico…
(B) Diacronia: un semestrale (ISSN: 2393-1140) dedicato a pubblicare «applied research in the form of research and letter articles resulting from observations, experiments, and analyses concerning the synchronic and/or diachronic linguistic reality». Troppo generico? Sì, meglio restringere i campi: «diachronic linguistics (historical phonetics and dialectology, historical grammar, etymology, onomasiology, semasiology), philology, sociolinguistics, translation studies, corpus linguistics and anthropology». Queste precisazioni si trovano nella pagina di presentazione, dove insieme ad altre informazioni più circostanziate campeggia in una sorta di esergo anche una citazione darwiniana: «We are not here concerned with hopes or fears, only with truth as far as our reason permits us to discover it» (senza citarne la fonte: sta nell’ultima pagina dell’ultimo capitolo, il tredicesimo, dell’Origine dell’uomo, 1871) ! Non male in questi tempi di iperspecializzazione, per una rivista nata da poco. Infatti sinora sono usciti due numeri; a chi interessasse, le scadenze per il 3 e il 4 sono, rispettivamente, il 12 febbraio e il primo agosto 2016. Una particolarità interessante è che i contributi devono essere bilingui (cioè, chi scrive in romeno deve allegare anche una versione in inglese o francese) e inoltre che vengono pubblicati appena risultano approvati, senza aspettare che si formi la rivista completa, per offrirli subito in lettura, con accesso completamente libero (meraviglie della tecnica!).

E qui posso iniziare a ricordare qualche testo del passato di autori romeni che è riuscito a superare la chiusura del mercato librario nostrano a prodotti di autori e paesi meno noti, e che per vari motivi occhieggia dai miei scaffali (più o meno virtuali):

Iorgu Iordan e John Orr, Introduzione alla linguistica romanza (ed. or. 1937; trad. di Luciana Borghi Cedrini, Einaudi 1973, con una nota di D’A. S. Avalle).

Solomon Marcus, Edmond Nicolau, Sorin Stati, Introduzione alla linguistica matematica (ed. or. 1966; trad. di Filippo Franciosi, Pàtron 1971).

Sorin Stati, Teoria e metodo nella sintassi (1967, trad. il Mulino 1972) – come si vede, questo autore (una succinta biobibliografia in romeno si trova a questa pagina) ha pubblicato vari titoli in italiano (grazie alla sua lunga permanenza e proficua attività didattica in vari atenei locali) come si può vedere anche dalla pagina che gli dedica Wikipedia inglese, alla cui biblio aggiungo che in suo onore è uscito anche il primo fascicolo dell’annata XVI (2008) della rivista L’analisi linguistica e letteraria, della facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università cattolica del Sacro cuore, a Milano, che raccoglieva gli atti dello IADA Workshop su “Word Meaning in Argumentative Dialogue”, tenutosi a Milano dal 15 al 17 maggio 2008 (curatori: G. Gobber, S. Cantarini, S. Cigada, M.C. Gatti e S. Gilardoni).

Lucia Vaina Puscą: di questa studiosa ricordo alcuni saggi pubblicati negli anni settanta in riviste italiane legate alla vague semiotica: p. es. il numero 28 (1975) di «Strumenti critici» ne ospitava La dialettica del «grande paesaggio» nella «țigănci» di Mircea Eliade; e credo dopo la (o quasi contestualmente alla) discussione nel 1977 della sua tesi di terzo ciclo in filosofia col lituano Algirdas Julien Greimas (uno dei mostri sacri della semiotica francese) all’università di Parigi IV, incentrata sulla Lecture logico-mathématique de la narration, modèle sémiotique, le fu affidata la curatela di tutto il numero 17 (maggio-agosto 1977) di «Versus. Quaderni di studi semiotici», la rivista di Eco, che così sdoganava l’impiego dell’arsenale logico-modale dei mondi possibili per l’analisi testuale (qui se ne legge il sommario). Un altro suo articolo, Semiotics of With, uscì poi nel numero 19-20 (gennaio-agosto 1978) della medesima testata, che ne rappresentava uno sviluppo in quanto affrontava il tema più ampio Semiotica testuale: mondi possibili e narratività (eccone qui l’indice integrale; rammento che il saggio introduttivo, di Umberto Eco, sarebbe poi rifluito, in gran parte come capitolo 11, nel suo libro in uscita pochi mesi dopo col felicissimo titolo di Lector in fabula, sottotitolo: La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Bompiani 1979).

Marin Mincu (a cura di), La semiotica letteraria italiana (Feltrinelli 1982), una serie di interviste ‘a caldo’ condotte dal curatore a questi esponenti nostrani: Stefano Agosti, D’Arco Silvio Avalle, Gian Luigi Beccaria, Antonino Buttitta, Gian Paolo Caprettini, Maria Corti, Umberto Eco, Emilio Garroni, Marcello Pagnini, Aldo Rossi, Cesare Segre e Alessandro Serpieri.

 

La lista dei volumi di autori romeni è potenzialmente aperta: segnalatemi altri titoli e li inserirò volentieri.

La scuola di Nitra (e molto altro)

Cominciò con una domanda, apparentemente generica, su una lista di discussione. In realtà risultò ben mirata, perché mi fece rendere conto quasi subito di non saper trovare assolutamente nulla sull’argomento Nitra school – nonostante i libri ben impilati sugli scaffali e qualche altro chiletto di fotocopie impolverate (ricettacolo di temibilissimi pesciolini d’argento).
Ed è finito con un convegno proprio a Nitra, organizzato presso l’università statale di Costantino il Filosofo [1] (così chiamata dal 1996, dopo esser stata fondata quattro anni prima a aprtire da un istituto pedagogico esistente dal 1959) dal locale Dipartimento di studi traduttivi (posso tradurre così ‘Translation Studies’?), dall’Istituto di letterature mondiali dell’Accademia slovacca delle scienze e dal CETRA, il Centro di studi traduttivi di Lovanio.
Una joint venture inedita e (anche per questo) interessante, rispecchiata pure dal titolo assegnato all’intera manifestazione: Some Holmes and Popovič in All of Us?, che Bruno Osimo mima nel suo intervento, fissato per le 14,30 di oggi (giovedì 8 ottobre, nella sessione 1): Any Holmes and Popovič in any of us Italians?

Il logo del convegno slovacco.

Il logo del convegno slovacco.

Tutti gli altri relatori col programma completo li trovate in un PDF di 8 pagine a questo link.
Andate invece sul sito ufficiale per ogni altra informazione, compresa la sponsorizzazione dell’editore Brill, che ha innestato un catalogo tipicamente accademico sulla lunga e nobile tradizione editoriale dei Paesi Bassi (sebbene oggi l’azienda abbia sede non più solo a Leida, ma anche a Boston e Tokyo).

 

Per chi non conosca bene Holmes e Popovič, dirò subito che condividono una morte prematura attorno alla metà degli anni Ottanta, la quale forse ha impedito loro di dispiegare tutte le implicazioni delle loro proposte, che però sono state accolte tempestivamente e in maniera estremamente positiva dalla comunità dei ricercatori interessati.

James Stratton Holmes (1924-1986) figura in quasi tutte le trattazioni di storia più recente della traduzione, nella cui ricostruzione ha assunto, grazie al saggio The Name and Nature of Translation Studies del 1972 (ma pubblicato tre anni più tardi), il ruolo di fondatore della corrente omonima: da un lato voleva opporsi sia all’impressionismo dell’approccio letterario, sia alle pretese di scientificità (ritenute eccessive) dell’approccio linguistico imperante, ma dall’altro ampliava le prospettive di studio e riflessione in una direzione che poi sarebbe stata ‘culturologica’. [2]
Un suo saggio del 1969 sulla traduzione poetica (La versificazione: le forme di traduzione e la traduzione delle forme, tradotto da Margherita Di Michiel) è incluso nell’antologia curata da Siri Neergard, Teorie contemporanee della traduzione (Bompiani 1995, 20022, pp. 239-256); che sia un contributo secondario rispetto al tema qui escusso lo dimostra, credo, il fatto che l’introduzione stessa della curatrice gli dedica una sola paginetta (p. 36), sebbene l’apporto di Holmes alle ‘grandi manovre’ della traduttologia sia comunque riconosciuto nelle note 3 e 17 da Neergard.

Anton Popovič (1933-1984) è invece l’esponente più noto (si fa per dire…) in Occidente della scuola slovacca di Nitra, ed è merito assoluto di Osimo la presenza sul mercato librario italiano del suo testo chiave, «un pilastro della scienza della traduzione»: Teória umeleckého prekladu (Bratislava 1975), che tradotta da Daniela Laudani, rivista da Osimo e collazionata sull’edizione sovietica seriore (Problemy chudožestvennogo perevoda, Moskva 1980) ha dato origine a La scienza della traduzione. Aspetti metodologici. La comunicazione traduttiva (Hoepli 2006), «la prima traduzione in una lingua al di qua della vecchia cortina di ferro». [3]
Opportunamente sia la traduttrice sia Laura Salmon [4] rammentano la collaborazione fra i due studiosi ed, è ancora Osimo che affianca le loro schede nel suo Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei (Hoepli 2002, pp. 212-5).

 

NOTE

[1]
Più noto come Cirillo, nome assunto a Roma con l’ordinamento monacale, poco prima di morire (una cappella dedicatagli a fine Ottocento nella straordinaria chiesa romana di san Clemente ospita le sue spoglie), lasciando al fratello Metodio il compito di proseguire l’evangelizzazione del mondo slavo. Una figura forse trascurata da chi non abbia familiarità con gli studi slavi, ma il cui valore apparento al visigoto Ulfila, o all’umanista Erasmo. Francis Conte lo definisce infatti «il primo grammatico degli Slavi […], linguista notevole per i tempi» (Gli Slavi. Le civiltà dell’Europa centrale e orientale, trad. di Ernesto Garino e Dario Formentin, Einaudi 1991, p. 438), ma soprattutto ricorda che «nell’opera di conversione degli Slavi occidentali all’ortodossia [… difese] la necessità delle lingue e delle liturgie nazionali» ribaltando abilmente l’accusa di eresia che gli muovevano le gerarchie tradizionali: essa non stava «nel tradurre il Verbo, bensì nell’impedire la comprensione della parola del Cristo respingendo le lingue nazionali» (p. 439), sicché ‘barbari’ diventavano coloro che privilegiavano unicamente latino e greco.
Secondo Emanuele Banfi i ‘santi fratelli’ «non solo inventarono, sul modello greco, un alfabeto (l’alfabeto glagolitico, ancora oggi usato in alcune chiese croate dell’Istria, base dell’alfabeto cirillico [che però è successivo – AdeL]) che potesse servire quale mezzo per la formazione di una scripta slava (in una fase linguistica in cui le lingue slave erano, tra l’altro, relativamente poco differenziate al loro interno) ma, soprattutto, forgiarono, a tavolino, una lingua, sostanzialmente artificiale, che potesse valere quale collante, quale elemento di identità, per la grande compagine del mondo slavo. [… cioè] l’invenzione del paleoslavo (o slavo ecclesiastico, o antico bulgaro), un sistema linguistico basato sulla varietà del dialetto slavo-macedone parlato dagli Slavi meridionali tessalonicensi e fortemente modellato, quanto a sintassi e lessico, sul greco bizantino-ecclesiastico» (Le coordinate per una storia linguistica del continente europeo: questioni teoriche e metodologiche, in Le radici prime dell’Europa. Gli intrecci genetici, linguistici, storici, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti – Bruno Mondadori 2001, pp. 364-5).
Tale invenzione attecchì principalmente presso «le genti slavo-orientali (Russi, Ucraini, Bielorussi) e meridionali (Bulgari, Macedoni, Serbi), ovvero le componenti slave orientate verso Bisanzio; mentre le altre componenti, le slavo-occidentali (Polacchi, Cechi, Slovacchi) e due componenti slavo-meridionali (Sloveni, Croati) furono attratte nell’orbita romano-germanica e subirono, attraverso l’orientamento verso il cristianesimo romano/romano-germanico e il conseguente influsso del latino come lingua di cultura, un processo di progressiva occidentalizzazione, vistosamente segnato, tra l’altro, proprio dall’adozione dell’alfabeto latino (anche nella sua forma gotico-germanica)» (Banfi, p. 365).
E Conte rammenta che a forza di tradurre la Bibbia, libri liturgici greci, la patristica, il diritto bizantino e qualche testo ‘scientifico’ «i traduttori divennero i primi creatori delle lingue letterarie slave […] nel solco della tradizione bizantina. Fra i Serbi, i Bulgari e i Russi, le opere originali in lingua slava venute ad affiancarsi a traduzioni sempre più numerose consentirono lo sviluppo delle culture bizantino-slave all’insegna di un vero e proprio processo di filiazione» (Conte, p. 440). Anche per questo papa Woityła li nominò compatroni d’Europa nel 1980, insieme a Benedetto da Norcia, come si apprende su Wikipedia.
Per aggiornamenti e sparigliare un po’ il quadro, non senza una giusta vis polemica, aggiungo infine l’amico Luigi Marinelli, Fra Oriente europeo e Occidente slavo. Russia e Polonia (Lithos 2008).

Insomma, quell’area geolinguistica ci fa pensare a una situazione in un certo senso inversa a quella avvenuta nella Romània (di estensione pressoché equivalente) e che, entro certi limiti (se cioè si prende per buona la qualifica di ‘artificialità’ avanzata da Banfi), sembra mettere in crisi una certa concezione di lingua ‘dal basso’ – quella che, per capirci, vanificò tutti i tentativi descritti nel libro scritto da Eco per la collana ‘comunitaria’: La ricerca delle lingua perfetta nella cultura europea (Laterza 1993 – un testo che ebbi il piacere di redazionare, senza dovervi apportare nessuna correzione sostanziale, per mia fortuna, ma in fondo anche sua…).

[2]
È così per esempio nella prima pagina, la numero 11, della prima edizione di Paola Faini, Tradurre. Dalla teoria alla pratica (Carocci 2004 – ma tutta la Parte prima, che analizza lo sviluppo storico della disciplina, scomparirà nella «nuova edizione» del 2008: Tradurre. Manuale teorico e pratico).
Analogamente, ma in maniera più approfondita, esordisce il capitolo IX, a firma di Margherita Ulrych, La traduzione nella cultura anglosassone contemporanea: tendenze e prospettive, in Ead. (a cura di), Tradurre. Un approccio multidisciplinare (Utet 1997, pp. 213 ss. e cfr. specificamente il paragrafo 9.3.4.).
Si veda anche il capitolo 4 di Edwin Gentzler, Teorie della traduzione. Tendenze contemporanee, a cura di Margherita Ulrych, trad. di Maria Teresa Musacchio, Utet 1998 (ed. or. inglese 1993).
Jeremy Munday riproduce assai utilmente gli schemi in cui Holmes immaginava di articolare la disciplina, filtrati attraverso l’israeliano Toury (Manuale di studi sulla traduzione, trad. di Chiara Bucaria, Bononia UP 2012 – ed. or. inglese 2001, 20082: § 1.4, pp. 34-38).

[3]
Questa citazione, dalla «Nota della traduttrice», è a p. XXVI dell’edizione italiana citata; la precedente, di Osimo, a p. X ivi.

[4]
Nella prima nota all’Introduzione del suo Teoria della traduzione. Storia, scienza, professione (Vallardi 2003, p. 245).

A Torino, la Germania e le traduzioni italiane: «un lavoro un po’ strano, non facile»

J.W. von Goethe sulla via Appia (Wilhelm Tischbein, 1787).

J.W. von Goethe sulla via Appia nella campagna romana (Wilhelm Tischbein, 1787).

È sempre bene portarsi avanti col lavoro: ci ha pensato anche il Giornale della libreria, ripreso poi da Biblit, che rammentano a tutti l’ospite del prossimo, e ormai imminente, XXVIII Salone del libro di Torino (14-18 maggio 2015, Lingotto): la Germania. Magari servisse a esorcizzare l’atmosfera pesante che aleggia intorno alle posizioni rigide di Angela Merkel quando si parla di economia europea…

Non vorrei farla tanto lunga: si sanno già da tempo un sacco di cose (il programma generale occupa 29 pagine di un pdf, scaricabile da qui; contiene anche un nutritissimo elenco di incontri specifici sulla traduzione, grazie a Ilide Carmignani). [NOTA 1] E sarà ‘svelato’ giovedì 7 maggio il programma delle manifestazioni che si terranno fuori della sede tradizionale (il Lingotto ex-Fiat), cioè la dodicesima edizione che quello che si chiama Salone off, #SalToff per gli amici di Titti.
Quest’anno dubito che ci saranno redattori precari o altri ‘interventi’ a vivacizzare una manifestazione che è diventata istituzionale quanto basta (a questo indirizzo una sorta di ‘rassegna stampa’ di quello che si combinò al Salone del 2011).

Vorrei invece mettere assieme un altro paio di segnalazioni pertinenti, senza aspirare all’originalità assoluta, ma per far risaltare quegli aspetti che considero qualificanti del mio blog: il lavoro editoriale e quello traduttivo.

Comincio con un articolo che si trova anche nel testo dei primi link: L’editoria italiana e gli editori tedeschi: piccola storia di un grande amore, scritto da Piero Salabè e datato 20 marzo 2015. Conobbi Salabè una decina di anni fa, si proponeva come redattore e traduttore per spagnolo e tedesco, ma nonostante il suo entusiasmo e la frequentazione di ambienti tedeschi risultò ancora ‘acerbo’ per il livello richiesto.
In questo “ingradimento”, pur nello spazio ridotto consentito da BooksinItaly, si avverte una certa padronanza della materia (en passant cita il caro vecchio Wagenbach, ma anche Piper e Hanser, con le quali pure ebbi rapporti, soprattutto all’inizio degli anni Novanta). In estrema sintesi, Salabè nota che l’onda lunga, l’amore per l’Italia, nato negli anni Sessanta e all’apice con la traduzione del Nome della rosa, oggi è definitivamente tramontata, anche se «le passioni vere possono sempre rinascere, soprattutto dopo una storia d’amore con radici così profonde come quella fra Italia e Germania», conclude. [NOTA 2] Chissà… tutto il discorso rimane però all’interno della sfera letteraria, senza prendere in considerazione nessun altro fattore nello sguardo complessivo. Per dirne uno solo: a mio avviso il crollo del muro di Berlino e la conseguente riunificazione dei due blocchi in cui era stata divisa la Germania dopo la sconfitta subita nel secondo conflitto mondiale quasi certamente hanno contribuito a riorientare in direzione Ovest-Est (semplifico…) interessi che prima si rivolgevano (anche) al Sud.

A questo sguardo sull’Italia dalla Germania si accosta bene l’intervista a Enrico Ganni che Sara Meddi ha fatto trovare il 22 aprile 2015 su Pagina successiva (sito che non conoscevo, tra l’altro). Qui il discorso è ovviamente ribaltato, perché Ganni confessa candidamente: «non non sono in realtà molto preparato…», ma in realtà le sue conoscenze, ancorché presuntivamente generiche, bastano a confermare in più punti quanto descritto da Salabè. E quindi i due si complementano (non so se si complimentano pure) e passo oltre. Il discorso è ribaltato, però, anche perché si concentra sulle traduzioni che Einaudi ha promosso di autori tedeschi da quando Ganni prese il posto di Roberto Cazzola, che nel 1995 passò ad Adelphi (dove tuttora dovrebbe avere un ruolo di capo-redattore), lo stesso anno in cui, come per un raffinato gioco di scacchiera, Renata Colorni passò da Adelphi a Mondadori. [NOTA 3]
Ma al di là delle scelte e delle preferenze letterarie, si sa, inevitabilmente soggettive (si confrontino ad esempio le opinioni di un altro famoso germanista, Cesare Cases, nelle sue Memorie di un ottuagenario (Donzelli, Roma, 2003), alcune considerazioni svolte da Ganni fanno intravedere uno spaccato di vita editoriale italiana e dei suoi cambiamenti, ben più istruttivo di quanto dicano altri.
Ne riporto alcune: «All’epoca era diversa anche la struttura della casa editrice, per cui mi occupavo di tutto ciò che riguardava la Germania: saggistica, narrativa, classici, tascabili, poesia, teatro ecc. Era più una struttura orizzontale, adesso invece è una struttura verticale»; oppure: «ci sono una serie di autori che vanno bene e altri che fanno fatica, ma che magari si pubblicano più per onor di firma. Ma questo non solo da noi, è così per tutte le case editrici, le tirature sono sulle 2.500-3000 copie. In linea di massima, anche guardando i dati dell’AIE, gli autori inglesi hanno una tiratura media doppia, ma anche rispetto ai francesi. Con la crisi le tirature medie si sono però abbassate molto, e la divaricazione adesso è meno accentuata».
E ancora: «Prima di internet era un processo più lento, adesso si è continuamente subissati di proposte. All’Einaudi i computer sono stati introdotti proprio nel ’95, ma inizialmente venivano usati solo per impaginare, non c’erano ancora le mail, non si usava internet, era tutto più tranquillo, si leggevano i libri con calma. Adesso è tutto più veloce, ci sono libri molto combattuti, richiesti da più case editrici, e lì dobbiamo essere fulminei. Basta leggere i verbali delle riunioni Einaudi, per capire quanto sono cambiate le cose. […] era tutta un’altra impostazione» — sottoscrivo pienamente!
Poi ci sono anche delle affermazioni contraddittorie: in qualità di docente, Ganni sostiene che «finché continua a esistere l’editoria così come la conosciamo noi, con questo modello di lavorazione del testo, ci sarà sempre spazio per i traduttori», ma poche righe dopo dichiara che «non c’è molto spazio per inserire nuovi collaboratori. [… e siccome, data la complessità dei testi pubblicati da Einaudi] serve un retroterra culturale oltre che linguistico, […] non c’è moltissimo spazio per nuovi ingressi».
Le seguenti considerazioni qualitative portano anche a riflettere sulle difficoltà insite nel mestiere del traduttore: «il livello dei traduttori, soprattutto dal punto di vista linguistico, è molto migliorato. Fino a vent’anni fa si imparava a tradurre traducendo, con l’aiuto delle case editrici, adesso ci sono molti corsi, alcuni funzionano bene, altri meno… Però si creano anche molte illusioni e in parte si inflaziona il mercato, si crea molta mano d’opera che non ha lavoro e questo, secondo uno schema economico classico, comporta anche un ridimensionamento delle tariffe: se il lavoro non la fai tu, lo fa un altro. Sei io proponessi un contratto con una tariffa di 20-25 euro a cartella mi direbbero che siamo fuori budget. Il secondo discorso che faccio è che ci sono pochissime persone che conosco che vivono di sola traduzione, perché è un lavoro impegnativo, che porta via un sacco di tempo ed è sottopagato» (qui e dopo i neretti sono miei, evidenziano concetti cruciali). E di conseguenza «la scelta di vivere di sole traduzioni è molto problematica. Questo lo dico sempre quando parlo con persone più giovani, dico “fate anche qualcos’altro”. Va benissimo fare traduzioni, ma il mercato è quello che è, le case editrici fanno il loro mestiere di aziende in una società capitalistica e dunque vogliono risparmiare. E poi sei sempre alla mercé delle case editrici. Se per esempio cambia un editor rischi di non avere più lavoro. È stato così anche per me. Visto che il rapporto tra editor e traduttore è molto stretto, un po’ come quello tra editor e autore nell’italianistica, c’è uno scambio di sensibilità e fiducia. […] È un lavoro un po’ strano, non facile». Lo sappiamo bene, ma che ne sia consapevole anche lui e lo esprima in maniera così sincera è secondo me importante: significa che non si può più far finta di nasconderlo.

Tra l’altro, proprio l’estate scorsa Colorni e Ganni erano i due ospiti per la sessione di tedesco alla seconda edizione della manifestazione Traduttori in movimento (Fossombrone, 14-17 luglio 2014).
E il fatto che la figlia di Eugenio Colorni, figliastra di Altiero Spinelli, nipote di Albert Hirschmann, abbia lavorato tanto sulla saggistica (cominciando da Franco Angeli, dopo la laurea in Filosofia medievale, poi curando la monumentale edizione di tutte le Opere di Freud per Boringhieri) mi serve proprio per passare senza soluzione di continuità all’ultimo snodo che intendo proporre.

Vale a dire, per riprendere direttamente il sottotitolo, Un’intervista con Gianfranco Petrillo, direttore di tradurre, rivista online dedicata al mondo della traduzione, circoscrivendo poi nel corso della discussione: «verso l’italiano». Okay, per quello che mi interessa mettere a fuoco, suona assai meglio il titolo: L’importanza della traduzione editoriale.
E siccome si è fatto tardi, fra tutti gli argomenti esposti con una pacatezza invidiabile, una sorta di calma olimpica, da Petrillo, seleziono esclusivamente quello nel quale egli, rivendicando la giustizia e il dovere di citare sempre il nome del traduttore, precisa: «sia che si tratti di narrativa sia che si tratti di poesia sia che si tratti di saggistica, la quale in realtà richiede capacità spesso superiori a quelle richieste per la narrativa». Qui i miei neretti indicano la piena consapevolezza della partigianeria di tale estrapolazione (in Inghilterra l’avrebbero tacciata di whig attitude), ma sorrido a pensare che una tale affermazione, piazzata subito dopo l’esordio, farà sobbalzare sulla sedia più di una persona!

 

[NOTA 1]

No Expo (2015)

No Expo (2015)

All’ultima pagina spunta minaccioso, anche lì, un appello al volontarismo, no, al volontariato… che mi lascia molto perplesso perché suona sempre un po’ come una presa in giro (dal punto di vista dei ‘volontari’) e appare sempre un po’ come un voler approfittare dell’energia, della buona volontà, dell’ingenuità probabilmente, dei più giovani e inesperti (dal punto di vista di chi usufruisce e sfrutta, in tutti i sensi, tali occasioni).  Anche quando, come qui, si garantiscono «momenti di formazione», un’assicurazione e un attestato di partecipazione. Perché di questi tempi il pensiero corre invariabilmente all’EXPO (anche sul blog di San Precario, sul Fatto quotidiano). Nel bene, ma più ancora nel male…

[NOTA2]
Mi piace ricordare qui un volume molto interessante, pur senza potermici soffermare: Natascia Barrale, Le traduzioni di narrativa tedesca durante il fascismo (Carocci, Roma, 2012). L’autrice è anche la traduttrice del volume autobiografico di Klaus Wagenbach, pubblicato da Sellerio nel 2013 (in edizione ridotta rispetto all’originale), del quale ho parlato diffusamente qui.

[NOTA 3]

Da sinistra: R. Colorni, E. Loewenthal, N. Ordine, E. Franco e L. Canfora. XXVII Salone del libro di Torino, 2014.

Da sinistra: R. Colorni, E. Loewenthal, N. Ordine, E. Franco e L. Canfora. XXVII Salone del libro di Torino, 2014.

Sulla Colorni si trova molto in rete, ma (per ragioni di copyright) non l’intervista Sulle spalle di un gigante, variegata e profonda, che le fece Ilide Carmignani per il numero 3 (2003) della rivista Comunicare. Letterature. Lingue, e in seguito ha inflazionato i (pochi) spazi editoriali dedicati specificamente ai traduttori: così ricompare al primo posto nella silloge sempre a cura di Ilide, Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria (Besa, Nardò [LE], 2008, pp. 19-30) ed è l’ultimo dei ‘Materiali’, la prima sezione nel numero 334 (aprile-giugno 2007), dedicato ai «Compiti del traduttore», della rivista aut aut (pp. 40-51).