Neanche i tedeschi sono più quelli di una volta…! ;-)

Nelle note del libro che sto traducendo dal tedesco (l’autore è svizzero) ho deciso di aggiungere il riferimento all’edizione originale dei volumi lì menzionati (per semplicità) soltanto nella versione tedesca, dato che quest’ultima interessa relativamente poco al lettore italiano.

Questa scelta ha comportato un certo lavoro di scavo e ricerca nei database bibliografici per testi pubblicati in tedesco, inglese e italiano (già, perché fornisco anche una versione italiana, se esiste — ma questa è un’altra storia).

Salvo casi particolari, per l’inglese mi servo dei siti della British Library di Londra e/o della Library of Congress a Washington, per il tedesco dei siti della Detsche Nationalbibliotethek e/o del polo di Karlsruhe, infine per l’italiano dell’Opac Sbn. Nel caso in questione, salto dal tedesco all’inglese e infine eventualmente all’italiano.

Così nel catalogo tedesco mi sono imbattuto in un titolo inglese che veniva riportato in maniera secondo me incompleta, rispetto a quanto avevo riscontrato sul corrispettivo americano (in quel caso si trattava di un volume di storia americana). Allora ho fatto presente il mio dubbio al servizio bibliografico nazionale tedesco (c’è un pulsante apposito, Korrekturanfrage; lo si vede nell’immagine sottostante) e dopo poche ore mi è stato risposto che a loro invece risultava, dall’edizione a stampa, come era riportato nel catalogo. Ho replicato presentando il link al titolo originale come figura nel sito della Biblioteca del Congresso e dopo un paio di settimane (avranno avuto tempo e modo di fare tutte le verifiche) mi hanno dato ragione, scrivendomi infatti oggi (il nero è MIO per far capire l’intervento effettuato dai bibliotecari):

Sehr geehrter Herr De Lachenal, vielen Dank für Ihren Hinweis. Wir haben unseren Datensatz überarbeitet, siehe http://d-nb.info/1099937132. Mit freundlichen Grüßen, i. A. Ihre Titeldatenredaktion der Deutschen Nationalbibliothek

NON scomodatevi a cliccare sul link qua sopra: ve l’ho già scaricato nella foto qui sotto (probabilmente dovrete aumentare un po’ la risoluzione, per leggerlo bene).

In basso, nella riga “Anmerkungen”, c’è quanto risulta dall’edizione a stampa tedesca, ma nella riga “Werk(e)” c’è il titolo corretto da me suggerito, che è quello che conta quando si cerca il riferimento preciso. In pratica, mancava solamente l’aggettivo “untold”: una parolina breve, appena un paio di sillabe in inglese, ma fondamentale per capire il taglio dell’opera! La mia ipotesi al riguardo è che sia sfuggita alla redazione Ullstein, quando è stato compilato il colophon…

Una bella soddisfazione, no?

Brevissime sul Coronavirus – no, scusate, sul Covid…

Fa ancora troppo caldo per impegnarmi in un post “serio”, ma intanto mi sono imbattuto in questa breve intervista al linguista siciliano Salvatore Claudio Sgroi, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro per le Edizioni dell’Orso (piccola, ma attiva casa editrice di Alessandria che vanta ottimi testi di linguistica, molto specializzati — ma questo di Sgroi non lo è, almeno stando a quel che ne dice lui stesso) che voglio segnalare qui, anche per alcuni link molto pertinenti al suo interno.

Decenni fa Sgroi si era occupato di chomskismo e anche di sociolinguistica (vabbè, qualcosa del genere), ma ai suoi esordi figura anche la traduzione per Astrolabio Ubaldini del volume di Jean-Louis Schefer, Scenografia di un quadro. Un saggio di semiotica della pittura, 1974 (ed. or. francese 1969).
Esso fu per qualche tempo un testo-guida (effettivamente uno dei primi a cimentarsi nel difficile campo indicato nel sottotitolo, campo nel quale anche Eco aveva qualche incertezza a muoversi…), ma attualmente non figura sul sito dell’editore, cioè in pratica è esaurito e non si avverte alcuna necessità di ristamparlo.

Mi è subito venuto in mente che potrebbe essere proficuo accostare alle riflessioni di Sgroi anche quelle snocciolate pressoché quotidianamente da Licia Corbolante nel suo apprezzato blog “Terminologiaetc.it”. In particolare, è intervenuta spesso anche lei su espressioni italiane indotte, e anche in qualche modo ‘deformate’, dalla pandemia devastante in cui siamo immersi tuttora.
Ecco dunque i post che risultano effettuando una ricerca sul suo sito con le parole chiave “covid” (15 in prima battuta, dal 29 luglio al 9 giugno) e “coronavirus” (altrettanti, ma dal 7 agosto al 25 maggio); per i motivi spiegati bene da Sgroi, però, alcuni sono in comune, quindi il totale è leggermente inferiore.

Buone letture!

Per Enrico Ganni, r.i.p.

Non ho mai lavorato per Einaudi, quindi non ho avuto l’occasione di conoscere di persona Enrico Ganni, editor e traduttore dal tedesco per la casa torinese, purtroppo scomparso prematuramente il 17 luglio scorso. Dunque avevo qualche scrupolo a metter mano a questo post, pur ‘sentendomelo’, ma alla fine l’auspicio che le (buone) ragioni per averlo fatto emergano dalla mia stessa argomentazione mi ha convinto a superare le perplessità iniziali.

Da sinistra a destra, Enrico Ganni, Claudia Zonghetti e Leonardo Marcello Pignataro.

La foto1 qui sopra è stata scattata dalla traduttrice e animatrice culturale Anna Nadotti2 durante la presentazione a Torino il 2 novembre 2016, presso la Libreria Bardotto di via Giolitti, della nuova traduzione di Anna Karenina (Einaudi 2016, collana «Supercoralli», pp. 968, €28), romanzo capitale di Lev Tolstoj, pubblicato originariamente a puntate fra il 1875 e il 1877 (dopo dodici stesure, sembra). L’evento faceva parte di un ciclo, organizzato da Anna Nadotti stessa con Annalisa Ferretti, che si chiamava: “Leggere e rileggere in compagnia di traduttori e editor”.

La bella istantanea ritrae il sorriso sornione di Enrico Ganni, che probabilmente aveva intravisto Anna Nadotti mentre inquadrava i relatori; poi a destra, col microfono in mano, c’è Leonardo Marcello Pignataro (valentissimo traduttore da inglese, russo, francese, latino e slovacco, docente di vari corsi di traduzione e membro del comitato scientifico della Casa delle Traduzioni a Roma, insieme a Ilaria Piperno) e al centro l’eroina della serata, Claudia Zonghetti, autrice (in senso forte, come ha spiegato lei stessa) della traduzione suddetta.3

Ganni presenta già lucidamente se stesso e il lavoro che fa all’Einaudi, «un po’ strano, non facile», nell’intervista rilasciata a Sara Meddi il 22 aprile 2015, che consiglio a tutti di (ri)leggere.
Un suo intervento che svela chi fu l’inventore del nome dei Gialli, e cioè (spoiler!) Enrico Piceni, è uscito sul primo numero della rivista «Tradurre» (autunno 2011).
Più di recente, il 28 settembre 2019, a Roma, Ganni aveva ricevuto il premio “Giovanni, Emma e Luisa Enriques” nell’ambito delle XVII Giornate della traduzione letteraria (seguendo il link è possibile leggere la motivazione del riconoscimento, assegnato all’unanimità dalla giuria, formata da Stefano Arduini, Ilide Carmignani ed Ernesto Ferrero).

Può essere utile ricordare che Ganni visse a Francoforte sul Meno fino al completamento degli studi secondari: quindi era praticamente bilingue! Questo in parte spiega come abbia cominciato a lavorare in Mondadori, per passare poi a Feltrinelli; inoltre insegnò lingua tedesca presso il Goethe-Institut milanese, traduzione tedesca dal 1981 al 2000 presso la Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori (che oggi si chiama Civica Scuola Interpreti e Traduttori Altiero Spinelli, che diresse anche dal 1994 al 1998) e fu lettore presso l’Istituto di Germanistica alla Statale di Milano.

L’articolo a mio avviso migliore su chi era e cosa ha fatto Enrico Ganni è quello di Roberto Gilodi, pubblicato su «Doppiozero» assai più tempestivamente di questo mio post. Ne cito qualche passo, cominciando dall’«eleganza gentile e l’ironia garbata ma mai irriverente» dello scomparso, a: «La mitezza di Ganni faceva tutt’uno con la sua franchezza e con la determinazione schietta a dire i no che all’editoria di cultura sono vitali per progredire», fino al giudizio conclusivo su «un uomo buono che ha saputo coniugare la cultura con l’umanità dei gesti semplici».
In tutto ciò Gilodi, che lavorò in Einaudi con Ganni a cavallo tra la seconda metà degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, racconta di come l’amico e collega, in visita a Günter Grass nell’abitazione di Lubecca, seppe far dire spontaneamente allo scrittore tedesco su cosa stesse lavorando ma senza porre domande dirette, intrusive. Splendido esempio di come Ganni «sapeva stabilire con i suoi autori una sorta di intimità sui contenuti che gli permetteva di entrare nel loro mondo creativo pur mantenendo una distanza rispettosa dalle loro vite. Un comportamento per nulla frequente nell’editoria, spesso succede l’opposto» (mio il corsivo su questo commento finale).

Un altro grande merito di Ganni è stato quello di aver ripristinato coraggiosamente l’intento a cui si era ispirato una trentina di anni fa Giorgio Agamben, decidendo di curare l’edizione einaudiana di Walter Benjamin. Che era un criterio cronologico, mentre l’edizione tedesca curata da Wolf Tiedemann e Hermann Schweppenhäuser (più altri ancora, che soppiantava la prima scelta di opere benjaminiane, curata nel 1955 da Theodor W. Adorno in due volumi, ma sempre per Suhrkamp4) ne segue uno tematico. In queste due opzioni di costruire un ouvrage si intravedono, a mio giudizio, due tradizioni culturali ben precise e consolidate, dove in Italia prevale un’impostazione storicista, anche se non da intendere in senso strettamente o unicamente storiografico5.

L’edizione rilegata delle Gesammelte Schriften di Benjamin per Suhrkamp

E penso di non sbagliare troppo se trovo una qualche rispondenza con l’impostazione concordata da Giorgio Colli e Mazzino Montinari con la triade Luciano Foà (anche qui un articolo simile), Bobi Bazlen6 e Roberto Olivetti per il capolavoro della esordiente Adelphi: ossia la prima edizione critica di tutte le opere di Friedrich Nietzsche, che ne fu contemporaneamente la loro traduzione in italiano, un caso più unico che raro, per quanto io ne sappia.7 A parte, poi, che ciò farebbe il paio con la circostanza fortuita (ma sarà davvero tale?), per cui Ganni subentrò in Einaudi a Roberto Cazzola, quando questi scelse di passare ad Adelphi dopo almeno vent’anni di militanza presso lo struzzo torinese8 e a sua volta Renata Colorni trasmigrò da Adelphi a Mondadori, per dirigere la collana dei «Meridiani».

Il cofanetto delle Opere di Nietzsche in edizione economica, pubblicato da Adelphi in 19 volumi nel 1992.

Se questo non basta, apriamo una risorsa essenziale per traduttori e redattori, l’Opac Sbn, e lanciamo una banale ricerca col suo nome e cognome: il programma restituisce 132 occorrenze, da cui vanno cassati appena un paio di casi di omonimia. Negli altri troviamo il meglio della letteratura tedesca moderna e contemporanea: Goethe, Fontane, Kafka, Freud, Musil, Roth, Hesse, Brecht, Canetti, Grass, Zweig, Drewermann, Enzensberger, Fitzek, Améry, Grünbein sono stati tutti tradotti o perlomeno curati da Ganni – ponendolo così a pari livello, accanto a nomi già rinomati della germanistica italiana del Novecento, come Cesare Cases ed Ervino Pocar – ma vi spuntano anche, curiosamente (mi sarebbe piaciuto chiedergli come mai, da traduttore di saggistica) un paio di titoli, divulgativi ma divertenti, dello psicologo creatore della scuola di Palo Alto, Paul Watzlawick.

Per finire, mi piace accostare qui in limine alcuni giudizi su Ganni, espressi ‘a caldo’ (cioè, sulla spinta dell’emozione per la sua scomparsa, fra il 18 e il 20 luglio) da sue allieve o semplici colleghi in una mailing list per traduttori (in questo caso i nomi non contano):

  • gli devo molto sia dal punto di vista umano che professionale. A lui devo buona parte di quello che ho fatto in questi ultimi dieci anni: la mia prima traduzione e, a cascata, buona parte di quelle che sono venute dopo, che senza quella prima non ci sarebbero state, l’insegnamento all’università. Insomma, oggi prendo consapevolezza di quanto sia stata una presenza fondamentale nella mia vita, una persona che ha fatto la differenza. Un docente appassionato, un grande traduttore, una persona colta e aperta, piena di voglia di fare e sempre disponibile;
  • per molti colleghi è stato un mentore, un revisore prezioso, una figura ispiratrice;
  • lo ricordo gentile e scrupoloso;
  • ho avuto il piacere di lavorare con lui una sola volta e lo ricordo gentile e scrupoloso. Era evidentemente un uomo di cultura raffinata.

Non suonano inutilmente cerimoniosi (del resto, scrivere su una mailing list è una scelta libera, nessuno è tenuto a farlo se non si prova un’esigenza effettiva), quindi non sono neanche troppo distanti dalle attestazioni di grande affetto e stima, che va oltre quella intellettuale, espresse direttamente dallo scrittore e ispanista Ernesto Franco, in qualità di direttore editoriale Einaudi, quando ha ricordato la sua

cortesia di umanità opposta a quella di convenzione, la discrezione che si prende cura del prossimo opposta a quella che se ne disinteressa completamente, l’ironia che salva opposta a quella che ferisce. […] Enrico faceva parte di quelle rare persone che solo con la loro presenza sono capaci di trasmettere più equilibrio al gruppo in cui lavorano e conversano.

Ancora sul versante editoriale, l’ex direttore della raffinata casa editrice Hanser di Monaco, Michael Krüger (che conobbi alla Frankfurter Buchmesse come persona intellettualmente raffinata e di squisita cortesia), ha scritto un bel ricordo di Ganni sulla rivista specializzata «Börsenblatt» del 24 luglio 2020.

Trovo ammirevole anche la chiusa dell’articolo scritto da Luca Crescenzi per «il manifesto» del 21 luglio:

La sua discrezione a volte ironica mi pareva venire da una superiore saggezza, quella che in tedesco si chiama, con un bel termine, Souveranität. […] Non sono state molte, in questo paese, le persone capaci di restituire un’idea di cosa sia stata e di cosa significhi ancora oggi la classicità tedesca: il senso della misura e della civiltà nei rapporti umani, l’ironia come espressione critica del pensiero, il rifiuto dell’eccesso come principio morale, la ricerca inesauribile e congiunta della conoscenza e della felicità. Non sono stati molti, dicevo, gli intellettuali all’altezza di questo modello di civiltà e della capacità di trasmetterne l’esempio. Quegli intellettuali, però, hanno per qualche tempo reso migliore la germanistica e l’editoria italiana trasferendo in esse il senso della cultura per la vita. […] Ma ciò che muore, avrebbe detto Goethe, diventa. E il divenire di ciò che è stato deve essere il dovere di chi resta.

Dunque emerge, aleggia e si delinea da sé, quasi senza sforzo (come forse deve dare impressione di essere una buona traduzione?) la figura di un personaggio misurato, riflessivo, profondo, capace di entrare in sintonia con i propri interlocutori senza sovrastarli, ma anzi concedendo loro tutto lo spazio di cui hanno bisogno. Insomma, un concentrato delle qualità e delle caratteristiche che ogni traduttore vorrebbe trovare in un maestro. Invece oggi prevale troppo spesso la tendenza a parlare ‘sopra’, a esagerare, a forzare le proprie affermazioni, come a puntellare contro gli altri, che sono Mitmenschen, i propri consimili, la fragile debolezza dell’individualità personale, incapaci di ascoltarla, coltivarla e farla crescere in armonia condivisa.
Da quanto sono venuto riportando sin qui, mi illudo di credere che, invece, Enrico Ganni ci sia riuscito. E soprattutto che questo aspetto trasparisse agli astanti, seppur magari in maniera indistinta, anche attraverso un ‘sorriso sornione’ durante la presentazione di un libro al quale aveva dato il suo contributo, quale che fosse.

NOTE

1
Ringrazio Leonardo M. Pignataro per aver postato la foto su una mailing list per traduttori e Anna Nadotti anche per avermi concesso di riutilizzarla liberamente qui, oltre a una serie di informazioni che condivido nel mio post.

2
Per chi non conoscesse questa instancabile «critica letteraria, traduttrice e consulente editoriale per la letteratura inglese e indiana in lingua inglese», riporto qui di seguito alcune notizie cursorie, vale a dire scorciatoie informative mascherate da link a pagine su internet; l’ordine di presentazione vorrebbe essere top-down, cioè da siti più generali verso indicazioni sempre più specifiche, ma ognuno potrà riordinarli a suo piacimento (come pure suggerirne altri nei commenti a questo post, eventualità auspicata di cui ringrazio anzi sin d’ora i lettori benevoli).

  1. Ha partecipato al Festivaletteratura: clicca qui per la sua bio ed eventi collegati (anni 2002-2009).
  2. Tutti i 47 libri Einaudi legati al suo nome.
  3. Alcuni suoi insights sulla sua ritraduzione di La signora Dalloway di Virginia Woolf (Einaudi 2012).
  4. La collega Susanna Basso intervista Anna Nadotti sul numero 3 della rivista on-line «Tradurre» (autunno 2012).
  5. «Nazione indiana» ha raccolto le sue riflessioni approfondite e suggestive sul tradurre sia A.S. Byatt (con Fausto Galuzzi, 2010) sia A. Ghosh (con Norman Gobetti, 2016).
  6. Audio su «Radio Ca’ Foscari» in cui Anna Nadotti parla di Ghosh e del mestiere del traduttore (gennaio 2020).
  7. Un’intervista originale e ricca di spunti ad Anna Nadotti e Norman Gobetti sul tradurre a quattro mani, altrimenti detta più nobilmente ‘traduzione collaborativa’ (pubblicata il 26 novembre 2019).

Particolare dalla copertina della Karenina einaudiana: il volto di una delle più celebri bellezze russe dell’Ottocento, la principessa Leonilla Ivanovna Barjatinskaja, qui immortalata da Franz Xaver Winterhalter (1805-1873), famoso per tanti ritratti di regine.

3L’uscita della nuova versione di Anna Karenina suscitò qualche polemica, che vale la pena ripercorrere, non foss’altro per osservare che anche una traduzione può scaldare gli animi; perciò riporto qui appresso una serie di link sperabilmente utili a farsene un’idea propria (secondo un andamento che in parte riprende la struttura della nota precedente).

  1. Due confessioni-interviste-dichiarazioni, molto sincere, del giugno 2016 e dell’aprile 2018.
  2. Gli apprezzamenti di Ernesto Ferrero («La Stampa», 11 settembre 2016) e di Alberto Asor Rosa («la Repubblica», 1 febbraio 2017), da punti di vista differenti, con un borbottio di Gianfranco Petrillo (primavera 2017).
  3. Le prime osservazioni critiche, di Paolo Nori («Il Post», 5 luglio 2016), seguito in parte da Mario Caramitti («il manifesto», 17 luglio 2016).
  4. L’adattamento e regia di Valter Malosti, con messa in scena di Irene Ivaldi, presso il Teatro di Dioniso a Torino nel 2017.

4

Cfr. p.es. Roberto Calasso, L’impronta dell’editore, Adelphi, Milano 2013, p. 123.

5

Questa (nuova, o meglio ‘aggiornata’) edizione einaudiana di Opere complete di Walter Banjamin consta di sette volumi, ognuno dei quali porta il titolo Scritti, seguito dagli anni specifici di composizione (da 1906-1922 fino a 1938-1940), più il volume iniziale, del 2000, I «passages» di Parigi e quello conclusivo, del 2014, di Frammenti e paralipomena, che per la loro natura ‘imperfetta’ esulano almeno in parte da quel criterio. Dunque dall’edizione Agamben, pubblicata nel decennio 1982-93, mancavano gli scritti dell’ultimo ventennio di vita di Benjamin. Le Gesammelte Schriften constano di sette volumi (suddivisi in più parti, per un totale di quattordici tomi), pubblicati dal 1972 al 1989 «in collaborazione con Theodor W. Adorno e Gerschom Scholem e a cura di Rolf Tiedemann e Hermann Schweppenhäuser […] secondo criteri formali e di contenuto»; essi «hanno accettato, affiancati da Enrico Ganni, di curare anche quella [sc., l’edizione] italiana» (cito dall’Avvertenza editoriale dei «Passages» di Parigi, t. I, p. VII).

6

Su Bazlen si vedano altri dettagli biografici nella voce firmata nel 1988 da Aldo Grasso per il vol. 34 del Dizionario biografico degli italiani.

7

La differenza è che all’epoca (prima metà degli anni Sessanta) praticamente non c’erano edizioni davvero attendibili del filosofo tedesco, neanche in originale, mentre Einaudi decise di tradurre integralmente Benjamin soltanto una decina d’anni dopo l’avvio dell’edizione completa Suhrkamp (e non so se fu Agamben a proporlo o, al contrario, l’editore stesso incaricò il giovane e ambizioso studioso italiano – sta di fatto che l’uscita nel 1982 del primo tomo, Il concetto di critica nel Romanticismo tedesco. Scritti 1919-1922, trad. di Claudio Colaiacomo, poi studioso leopardiano, tornò utile per alcuni dettagli della mia tesi di laurea; osservo che nel 2017 è stata ritradotta la sola “Dissertation” con cui Benjamin si laureò nel 1919, a ventisette anni: Il concetto di critica d’arte nel Romanticismo tedesco, Mimesis, a cura di Nicolò Pietro Cangini). Sui testi niciani ritengo ancora proficui i saggi con cui si apre e chiude la guida Nietzsche. Etica, Politica, Filologia, Musica, Teoria dell’interpretazione, Ontologia, curata da Maurizio Ferraris (Laterza 1999), che firma anche quei due contributi (il secondo con Pietro Kobau: “I. Vita, opere, fortuna”, pp. 3-51 e “VII. La questione dei testi”, pp. 277-303). Assai più recente, si veda anche questa recensione di Alfonso Berardinelli a un libro di Sossio Giametta, sodale e collaboratore di Collli e Montinari.

8

Anche questa informazione preziosa deriva dall’articolo di Gilodi.

Filosofi italiani alla Crusca

Chissà se le restrizioni alla ordinaria vita pubblica e civile indotte dalla diffusione del coronavirus saranno state superate a metà aprile?
Già, perché il 20 e 21 aprile a Firenze si dovrebbe tenere un convegno assai interessante, organizzato congiuntamente dall’Accademia della Crusca e dalla Società filosofica italiana, come seconda edizione della serie “Fare filosofia in italiano”, di cui riporto le locandine qui sotto.

Locandina del secondo convegno “Fare filosofia in italiano” (20-21 aprile 2020)

Degna di attenzione è anche la formula di svolgimento, con quello che sembra un dialogo fra due specialisti: indiscussa la competenza di Tavoni su Dante o Ciliberto su Bruno, mentre gli altri sarà un piacere scoprirli.
Un esempio per la cronaca: Marco Biffi, direttore tecnico della rivista on-line «Italiano digitale» della medesima Accademia sin dalla sua nascita (2013), esordì col volume La traduzione del “De architectura” di Vitruvio (2002), sull’«ingiegniere et architetto» umanista Francesco di Giorgio Martini; poi è stato responsabile con Massimo Fanfani per la trasposizione elettronica delle cinque edizioni (1612, 1623, 1691, 1729-1738 e 1863-1923) del Vocabolario della Crusca.

Locandina del primo convegno “Fare filosofia in italiano” (11-12 giugno 2018)

 

Il ritorno di Biblit

L’immagine-mascotte del sito Biblit.it “Idee e risorse per traduttori letterari”

Biblit torna a sfornare una inchiesta sui compensi per traduttori ‘autoriali’1, a qualche anno dalla precedente. Quella presentata martedì 28 gennaio 2020 alla Casa delle traduzioni di Roma da Marina Rullo (fondatrice nel 1999 del sito Biblit.it e già responsabile del sindacato dei traduttori editoriali), insieme ad Alessandro Conflitti (algoritmista ed esperto di data science, ma dal 2010 anche traduttore) e Maurizio Feriaud (sindacalista SLC-CGIL, attualmente si occupa dell’ufficio internazionale e della tutela delle Figure professionali autoriali del settore editoriale) espone dati relativi al biennio 2017-2018 (la precedente era «in riferimento ai contratti firmati nel 2011 per committenti italiani», come da sottotitolo), anche grazie all’aiuto fornito inizialmente da Daniele Di Nunzio (ricercatore della Fondazione Di Vittorio, già attivo su indagini analoghe svolte in passato, come “Vita da professionisti“).
Godendo del privilegio di abitare a Roma e di non aver di meglio da fare nel pomeriggio del suddetto 28 gennaio, riporto in questo post i miei appunti di quell’anteprima. Chi preferisce andare alla fonte, ne trova una sintesi (con slides) sul sito Biblit.

Una foto recente di Marina Rullo, fondatrice e animatrice di Biblit.

Va anzitutto precisato (anche come possibile obiezione, o bias, come si usa in questi casi) che il campione non è ampio: 222 rispondenti, con la ‘perdita’ di una cinquantina di lavoratori rispetto a sette anni fa2. Uno dei dati salienti è l’età anagrafica non più giovanissima (oltre il 60% è compreso fra i 31 e i 50 anni e un terzo ne ha più di 50), che si potrebbe interpretare (rovesciandola, per così dire) come una difficoltà molto alta (direi, più schiettamente e desolatamente, una soglia quasi insuperabile) per gli esordienti a entrare nel circuito e/o alla mancanza di un ricambio generazionale; ciò andrebbe visto in parallelo alla diminuzione della quantità di traduzioni in italiano3.
Difatti secondo Isabella Zani, nota esponente di S.trad.e presente al dibattito, questo potrebbe essere dovuto alla ricerca e mantenimento di contatti ‘fidati’ da parte soprattutto di case editrici medio-piccole (rispetto ai gruppi editoriali più grandi), le quali proprio perché vendono relativamente poco4, devono puntare a colpo sicuro su una buona resa (cioè, senza dover sottoporre un’opera mal tradotta a revisioni o, peggio, rifacimenti, che fanno lievitare costi già in partenza più alti rispetto a un testo scritto in italiano, per l’acquisizione di diritti e per il compenso traduttivo).

Una conferma emersa (se mai ce ne fosse stato ancora bisogno…) è che si tratta di un mestiere ‘al femminile‘ : quasi quattro quinti delle risposte venivano infatti da esponenti del gentil sesso; come mostrerò più avanti, questo non è irrilevante. Abbastanza scontate anche le due regioni in testa: Lombardia e Lazio, dove si concentrano le città col numero più alto di case editrici, mentre non c’è stato nessun rispondente da Stati extraeuropei.

Per quanto concerne le combinazioni linguistiche, circa metà dei rispondenti afferma di praticarne un paio. Anche tale dato potrebbe rispondere alla necessità di diversificare gli sforzi/l’impegno, a fronte di una diminuzione oggettiva della richiesta di traduzioni sul mercato. In tutti i casi, l’inglese è predominante di gran lunga su tutte le altre lingue, il che inversamente comporta che i (pochissimi, in questa inchiesta) traduttori da lingue minori risultano pagati nel complesso meglio, per motivi facilmente comprensibili. Il tempo medio stimato per tradurre una cartella di 2000 battute di difficoltà media è compreso fra mezzora e un’ora – qui occorre precisare che l’inchiesta adotta come standard questo formato, riconvertendo i vari ‘tagli’ in circolazione, i quali spesso servono unicamente a confondere le idee; inoltre in quella durata media sono compresi anche i tempi di eventuali revisione e rilettura (che non dovrebbero mai mancare, al fine di garantire un lavoro più accurato…).

Questo introduce l’argomento centrale della ricerca e che interessa visibilmente tutti, ossia quello relativo ai compensi.
Rispetto al 2011, nonostante sia stata modificata l’impostazione del questionario, non pare ci siano variazioni significative: la maggior parte dei compensi è compresa nella fascia intermedia (11-15€), quelli più alti (> 20€) non sono cambiati, c’è un lievissimo incremento in quelli minimi (che comunque dovrebbero destare sempre scandalo, soprattutto per chi li propone, prima ancora che per coloro che li accettano).
La cifra in sé assume però contorni più vivi se accompagnata da altre considerazioni: ricade in questo range anche un cospicuo 45% di chi può vantare oltre vent’anni di esperienza nel settore, che però è anche la schiera di persone maggiormente insoddisfatte dallo statu quo. Tutto ciò si può legare ulteriormente all’autopercezione, cui era dedicata una sezione a sé: addirittura il 71% dei rispondenti ha dichiarato di avere scarso, se non proprio nullo, potere di negoziazione con la controparte datoriale – e qui occorre sottolineare chiaramente il fatto che di certo la rappresentanza femminile ‘soffre’ ancora di più per questa situazione, e poiché come detto le donne formano l’asse portante del settore, quest’ultimo non può non risentirne pesantemente (ci troviamo insomma di fronte a un classico circulus vitiosus).
Ancora: un ricavo lordo inferiore ai 10mila euro l’anno costituisce il reddito per oltre la metà dei 151 traduttori ‘professionisti’ (all’estremo opposto, cioè coloro che possono vantare un reddito superiore ai 30mila euro, sono appena il 2,25%!), che a spanne significherebbe meno di 700 euro al mese, spalmando le retribuzioni su tutto l’anno, anche se sappiamo che non è sempre così e al netto di spese sanitarie e altri sgradevoli incidenti (da intendere nel senso strettamente etimologico, oltre che imprevisto: ad esempio, si rompe improvvisamente la cinghia di distribuzione dell’autovettura o la lavatrice decide per conto suo di andare in pensione, dopo aver fatto pazientemente il suo bravo e utile dovere per quasi 365 giorni all’anno… peggio ancora quando si tratta di malattie improvvise o invalidanti, magari di genitori anziani e non più autosufficienti).
Sempre il 45% ha dichiarato di lavorare per più committenti (con uno prioritario), mentre non ci sono scostamenti significativi riguardo alla tipologia di produzione, cioè fra narrativa, saggistica e periodici, anche se questi ultimi in genere offrono retribuzioni un po’ migliori. Personalmente attribuisco tale dato al fatto che la stampa periodica (quotidiani, riviste, specialmente quelle illustrate) fruisce di entrate pubblicitarie che invece l’ambito editoriale librario non ha affatto; da un altro punto di vista, però, si tratta in realtà di testi quasi sempre più brevi, quindi il guadagno è solo in apparenza maggiore.
Potrebbe però confortarci il rilievo che anche case editrici medio-piccole paghino un po’ meglio; non troppo, ma sembrerebbe in parte un’inversione di tendenza5.

Una nota dolente che si accompagna alla pecunia è però fornita dalle scadenze (o termini) di pagamento. Posto che il 97% dei rispondenti viene pagato a cartella o a forfait, almeno nella metà dei contratti firmati i tempi indicati non sono stati rispettati, ovviamente nel senso che le somme dovute sono state corrisposte in ritardo al traduttore/traduttrice, che invece si era attenuto fedelmente ai tempi di consegna del lavoro.
Un corollario riguarda una serie di ‘lavori aggiunti’, come possono essere la stesura di una quarta di copertina, una sintesi da far circolare tra i promotori editoriali (magari in inglese, se si tratta di un’opera che l’editore pensa di poter vendere all’estero) ecc. Si tratta in pratica di tutte quelle attività che corredano la traduzione vera e propria, ma non ne fanno parte e quindi andrebbero retribuite a parte. Ebbene, dall’inchiesta emerge che se non ci sono state richieste in tal senso, un pagamento a parte è ottenuto soltanto in una percentuale inferiore al 20% dei casi6.

L’incontro, che contrariamente al solito si è prolungato ben oltre le 19, è stato chiuso da alcune considerazioni di Maurizio Feriaud, che reputo assolutamente condivisibili.
Questi ha ribadito che nonostante indubbie specificità, taluni aspetti del lavoro traduttivo sono comuni con altre categorie e il sindacato cerca appunto di unificarle per trovare risposte unitarie, soprattutto a livelli istituzionali, che sono tra quelli ritenuti più bisognosi di interventi migliorativi da parte della platea esaminata dall’indagine di Biblit. Oggi viviamo in una fase segnata da un arretramento generale delle condizioni di lavoro (il caso dei riders è forse quello più eclatante e, immagino per la sua novità, che ha più spazio anche nella stampa quotidiana7) e deregolamentazione del mercato (una deriva che a mio parere risale ad almeno un trentennio fa, se non di più, purtroppo…), per cui la fiscalità per i lavoratori di «opere dell’ingegno» (giusta la dicitura originaria, ripresa anche nel nostro Codice civile, libro V, titolo IX, capo I) diventa un problema enorme.
Tuttavia il panorama normativo che fa intravedere la direttiva 790 emanata nel 2019 dall’Unione Europea potrebbe far bene sperare per un futuro non troppo remoto e utopistico. Se è vero che ambo i partiti in carica nel governo precedente (Lega e Movimento 5 stelle) avevano votato compatti contro l’accoglimento di tale direttiva, essa offre alcuni punti meritevoli di essere còlti e sfruttati a nostro favore: fra essi, Feriaud ha segnalato il diritto a un equo compenso, la trasparenza sulla titolarità dell’autore (che potrebbe schiudere anche il discorso sulle royalties, una disposizione ben poco diffusa in Italia ma assolutamente legittima e da incrementare e migliorare in tante maniere diverse), la rappresentanza della categoria.
L’esortazione è dunque di appoggiare il sindacato, perché ovviamente nessuna organizzazione può essere credibile nelle proprie rivendicazioni se non è sostenuta attivamente da una base consistente di simpatizzanti che si rimboccano le maniche e danno il loro apporto, non importa se piccolo o grande, «ciascuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni»8.

 

N O T E

1Questa la dicitura preferita nell’indagine, rispetto a quelle più diffuse, ma ritenute anche più ambigue e in parte anche più restrittive, di ‘traduttore editoriale’ o ‘letterario’. Con essa si vuole fissare precisamente l’attenzione sul fatto che si è cercato di analizzare le traduzioni in diritto d’autore, giusta la legge n° 633 del 22 aprile 1941 (e integrazioni successive), ottimamente descritta e commentata nella nuova edizione (dicembre 2017) del Vademecum pubblicato dal Sindacato dei traduttori editoriali, sorretto dai riscontri dell’eccellente volume di Fabrizio Megale, Il diritto d’autore del traduttore (Editoriale Scientifica, Napoli 2004), la cui lettura consiglio davvero in prima istanza a chiunque voglia approfondire seriamente la tematica.
Un’altra utile distinzione adoperata nel rapporto Biblit (ma ripresa dal CEATL) è quella fra ‘traduttore attivo’ e ‘professionista’.

2Se era sicuramente sovradimensionata (almeno per l’Italia) la cifra di diecimila traduttori, che circolava in modo incontrollato alcuni anni fa, una quantità così esigua rischia invece di apparire poco rappresentativa di una schiera di lavoratori dell’industria culturale che quasi certamente è assai più ampia e variegata. Per contro, un numero così ristretto potrebbe spiegare alcune incongruenze già balzate agli occhi degli analisti.

3Un importante dato AIE, divulgato in occasione dell’ultima edizione della Fiera nazionale della piccola e media editoria (Roma, 4-8 dicembre 2019, alias PLPL) è quello relativo alle traduzioni: esse formano il 13,5% del mercato editoriale, in calo progressivo rispetto al passato, a fronte di un lusinghiero aumento delle traduzioni italiane all’estero. Tutto ciò si trova riassunto nelle slides ufficiali.

4Marina Rullo ha giustamente sottolineato un altro dato AIE del 2019, in sé piuttosto allarmante: il 91% delle aziende editoriali venderebbe soltanto 100 copie; gli editori medio-piccoli sarebbero però responsabili di quasi metà del fatturato di tutto il comparto.

5Si vedano le opinioni già surriportate di Isa Zani, cui aggiungo qui l’esperienza recente con Einaudi condivisa sulla rivista on-line Tradurre da Daniele Petruccioli (che, per la cronaca, il 28 gennaio sedeva proprio accanto a Isa). Un altro esempio, sempre però relativo a Einaudi, è offerto in questo stesso gennaio da Silvia Pareschi su Nazione indiana.

6Una volta (quasi un’era geologica fa…) tutte queste mansioni erano tipicamente a carico delle redazioni, organismi interni all’impresa: è chiaro che, spazzate via queste ultime per presunti risparmi di costi aziendali (su cui ci sarebbe molto da obiettare, anche se la tendenza si è avviata lentamente già negli anni Novanta del secolo scorso – chi scrive, ha avuto la sventura/fortuna di seguire in prima persona e in diretta lo smantellamento subìto dalla Carocci di Roma a cavallo tra 2014 e 2015), per l’editore la cosa più semplice è affidarne la compilazione a chi conosce meglio di tutti il testo tradotto, in base all’affermazione di Italo Calvino «Il vero modo di leggere un testo è tradurlo», che campeggia sulle magliette del sindacato.
Un caso particolare è la redazione degli indici (dei nomi di luogo/persona, o anche quelli, ben più complicati, dei concetti o analitici, in cui brilla l’editoria tedesca). In altri paesi questo lavoro specifico viene assegnato, con contratti a sé, a lavoratori specializzati, detti appunto ‘indicisti’, che in Italia sembra non esistano (o, se ce ne sono, non vengano presi in considerazione per le loro competenze al riguardo, che è in fondo lo stesso). Purtroppo molte volte questo lavoro, francamente ingrato (e comunque time-consuming seppur eseguito con opportuni strumenti informatici ed esperienza adeguata), viene scaricato anch’esso sul povero e inerme traduttore, che a quel punto dovrebbe quanto meno contrattare un compenso forfettario!!!

7Una sentenza recentissima equipara i ‘ciclofattorini’ brandizzati Foodinho ai lavoratori subordinati: cfr. su Ansa e Linkiesta.

8Secondo il noto passo marxiano che rendeva in tedesco l’originale greco negli Atti degli apostoli (IV, 35), a cui però affiancherei l’articolo 3 della nostra Costituzione che arroga allo Stato repubblicano il compito di «[…] rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Da traduttore e storico (?) delle traduzioni, a me paiono tutti casi evidentissimi di traduzione-come-riscrittura/riformulazione/ri- o transcreazione/remediation, sui quale varrebbe la pena di spendere più parole, seminari, discussioni ecc. Non è questo il luogo per farlo, ma intanto tiro un sassolino…

Breve storia di un neologismo burocratico in quattro mosse

L’aggettivo ‘unionale’ ha suscitato reazioni contrastate sin dall’inizio.

Uno dei primi a segnalarle fu, nel 2010, il professore padovano Michele A. Cortelazzo, allievo di Pier Vincenzo Mengaldo e sodale di Ivano Paccagnella, con questo intervento “Unione europea: una questione di aggettivi”, sostanzialmente favorevole all’accettazione.

Sul versante opposto trovo questa replica di Natalia Latronico del primo giugno 2015 nella rivista trimestrale Eurojus, che si qualifica come «strumento di conoscenza e di informazione, come di dibattito e di approfondimento, che nasce dalle attività di ricerca condotte nell’ambito del Centro di Eccellenza Jean Monnet presso l’Università degli Studi di Milano, diretto dal Professor Bruno Nascimbene».

Lo ‘sdoganamento’ definitivo arriva il 28 marzo 2017, con questa precisazione del linguista romano Paolo D’Achille, che fornendo la batteria di argomentazioni sin qui a mio giudizio più variegata e dunque migliore, esprime un parere positivo per conto dell’Accademia della Crusca.

Quarto e ultimo passo, compiuto testè dal sottoscritto: scrivere alla redazione della Treccani, segnalando debitamente e compuntamente questi tre articoli (che paiono ignorarsi a vicenda, ma è stato un caso fortunato pescarli così nel maremagno di internet…), affinché provvedano a inserire il lemma nella versione on-line del loro Vocabolario, sulla scorta dello Zingarelli 2016, citato da D’Achille.

Bene, compiuto il mio dovere di bravo ex-lessicografo, non resta che aspettare…

La ‘passione’ editoriale

Questo post prosegue idealmente quello del primo novembre, dato che rilancia l’iniziativa di ACTA (rectius hodie: redACTA) sulle condizioni effettive in cui oggi viene praticata l’attività editoriale: che tipi di lavori vengono svolti, con che tempistiche, ma soprattutto quanto sono retribuiti, e con quanto ritardo si riescono a vedere quei pochi, ingrati euro.

Proprio oggi pomeriggio, a Milano, redACTA ha organizzato una specie di manifestazione, pacifica e ironica, che ha definito

una  passeggiata cultural-grottesca in compagnia dei lavoratori e delle lavoratrici dell’editoria […] una via crucis, che sarà anche una specie di riunione aperta itinerante

con partenza alle ore 16:00 dalla Fondazione Feltrinelli (viale Pasubio 5).
Qui c’è l’evento facebook. Qui il podcast di un’intervista a Radio Popolare (inizia a 7:04 e finisce a 17:37), in cui si racconta il lavoro fatto sinora e le ragioni per organizzare una via crucis durante Bookcity, che chiuderà domani. Aggiungo adesso anche il link per ascoltare o scaricare l’intervista di “Sabato libri” a Lara e a Maria Angela (inizia a 16:51), presso la stessa emittente.

L’illustrazione grafica del volantino distribuito durante la via crucis.

Insomma, un’arlecchinata, però non “russa” e che ai bastoni o al lancio di sanpietrini preferisce esibire sarcasmi e sberleffi (non ho sentito bene: forse qualcuno ha detto «una risata vi seppellirà»…?). Il ricordo torna dunque alle originali messe in scena, pochi anni fa, della Rete dei Redattori Precari (ormai estinta, anche perché «le forze sono venute a mancare a un certo punto proprio perché spesso chi ci doveva sostenere ci ostacolava», come oggi confessa amaramente, ma senza rimpianti, una delle ex-coordinatrici).

Senza aggiungere altro, riporto qui appresso il testo stampato sui volantini distribuiti durante la performance.

Da qualche parte del mondo, ogni giorno, un giovane neolaureato o neolaureata si sveglia, non trova lavoro e spera che la sua passione per i libri possa essere la chiave di volta.
Allora si iscrive a un master in editoria, “investe” in uno stage dopo l’altro, inizia a districarsi nella giungla delle collaborazioni.
Non accende un mutuo e inizia a pensare che l’unica cosa da “accendere”, invece, siano le pile di best-seller nelle vetrine delle librerie di catena.
RedActa mette in scena la parabola di una passione che si fa Passione, un percorso che vi condurrà attraverso sei stazioni che ogni professionista editoriale è costretto ad attraversare per discendere dai paradisi della cultura agli abissi delle redazioni, girone dopo girone. Sono consigliate scarpe comode e penne rosse!

😉

[edit:]

Il 21 novembre 2019 è uscita sul sito di ACTinrete un breve resoconto della suddetta via Crucis: niente di che, ma se non avete idea dei motivi viscerali per cui si protesta, basta leggersi alcuni dei brani lì riportati per capire quali sono i problemi che devono affrontare e sopportare. Ecco perché il titolo è “Che cos’è successo alla nostra passione?” – e sì, dopotutto si può anche cassare il punto interrogativo finale…

sondaggio ACTA sul lavoro editoriale

 

Sono effettivamente fuori dal giro da cinque anni ed è sempre più difficile rientrarci. Ma questa nuova indagine, promossa dall’associazione dei professionisti ACTA NOTA 1 aiuta a capirne meglio i motivi (o almeno, una parte, al netto di quelli meramente soggettivi): la situazione è peggiorata, se possibile (e sì, purtroppo è davvero possibile – della serie: la realtà supera la fantasia, ma è anche giusto che sia così…), e Roma in particolare versa in una situazione esecrabile.
Certo, l’indagine è parziale e quindi ci potrebbero essere realtà anche più degradate. Ma di fatto i centri dell’editoria sono concentrati soprattutto al Nord, meno al centro, ancora meno al Sud (i nomi che verranno in mente ai miei pochi lettori, sono appunto l’eccezione che conferma la regola); quindi è probabile che ampliando il campione, il ‘succo’ non cambi.
In ogni caso sappiate che il sondaggio è ancora aperto (è organizzato in due metà: clicca qui per la prima parte e clicca qui per la seconda parte), e per quanto ne so lo rimarrà ancora a lungo, come una sorta di “laboratorio in progress”, per offrire a tutti la possibilità di far sentire la propria voce e manifestare il proprio disagio professionale, che diventa anche malessere esistenziale.
Qui sotto ricopio un post dal loro sito ufficiale, rilasciato dopo la conferenza pubblica tenuta lo scorso lunedì, 25 ottobre, a Milano [to be continued… stay tuned for more!].

Un momento del dibattito durante la presentazione dei dati a Milano (25 ottobre 2019)

I primi risultati della ricerca sull’editoria di Acta presentati a Works in progress

Il lavoro editoriale: trick or treat? (1ª parte)

Negli ultimi mesi, Acta ha condotto un’indagine sui lavoratori dell’editoria: redattori, traduttori, grafici e illustratori, protagonisti dietro le quinte di ogni libro che si acquista in libreria. A “Works in Progress. Il lavoro in prospettiva”, l’evento milanese della European Freelancers Week organizzato da Acta e SMart, sono stati presentati per la prima volta i risultati parziali della ricerca. La discussione con i relatori invitati (Sandra Furlan, esperta di editoria digitale e attualmente responsabile di produzione di Storytel, Raffaele Scelsi, editore di Shake Edizioni e editor Feltrinelli, e Paolo Rui, illustratore e rappresentante dell’associazione Autori d’immagini) è stata intensa e stimolante.

Portata avanti da alcuni soci Acta con la collaborazione di diversi lavoratori del settore, l’indagine ha preso il via da una serie di riunioni aperte a Milano e a Roma, cui sono seguite interviste individuali in tutta Italia. Da queste è emersa una tendenza all’esternalizzazione del lavoro redazionale e un crescente ricorso agli studi editoriali (il caso di Roma da questo punto di vista è particolarmente allarmante) che hanno prodotto una netta compressione delle tariffe, una crescente despecializzazione dei professionisti e un crollo della qualità del lavoro.

L’indagine è proseguita con un sondaggio online (è ancora aperto!). Scendendo nel dettaglio, l’identikit dei lavoratori editoriali che emerge dalle risposte al nostro sondaggio è abbastanza netto: la maggior parte sono donne, residenti al Nord (soprattutto a Milano), con una formazione elevata (spesso post-universitaria, la metà ha una formazione specifica per il settore editoriale) e per i ¾ sono freelance.

Dai dati raccolti si evince inoltre una forte informalità nei rapporti con i committenti. Questa si riflette nella scarsa contrattualizzazione (escludendo le traduzioni, solo un quarto delle prestazioni è regolato da un contratto, per il resto basta una mail o una telefonata) e nella tendenza a trovare clienti attraverso reti amicali e committenti per cui si sono svolti lavori in precedenza. Le prestazioni sono pagate soprattutto  “a pezzo” (la cartella editoriale) con una discreta incidenza dei forfait.

Punti dolenti sono i tempi di pagamento, la maggior parte dei lavori viene pagata a 60 giorni (tempistica ammessa dallo Statuto del Lavoro Autonomo solo in presenza di un accordo scritto tra le parti, accordo che nei casi analizzati manca quasi sempre), e l’esiguità dei compensi. Più della metà degli intervistati dichiara di avere un reddito annuo lordo, per quanto riguarda il lavoro editoriale, inferiore ai 15.000 euro (gli uomini, freelance o meno, guadagnano tendenzialmente di più), motivo per cui sono costretti spesso ad “appoggiarsi” al reddito del partner o a svolgere altri lavori in settori differenti. Tutto questo a fronte di un impegno settimanale medio di almeno 40 ore.

Grazie al sondaggio sono stati raccolti i tariffari della maggior parte delle case editrici e di numerosi studi editoriali, oltre alla media oraria di cartelle per tipo di prestazione. È dunque possibile risalire ai compensi orari medi delle principali lavorazioni. Due esempi:
* Per una prima bozza il compenso orario lordo medio è di 13,9 €, mentre il minimo arriva a 4 €.
* Per una revisione di traduzione, prestazione con un livello più alto di specializzazione, la tariffa media a cartella è circa doppia di quella della prima bozza, ma il compenso orario medio è inferiore, 13,2 € (il minimo 5 €).
Compensi miseri, scarsa contrattualizzazione e, a detta di tanti intervistati, un peggioramento costante della qualità del lavoro descrivono un settore fondato sullo sfruttamento dei suoi lavoratori più fragili, tra cui tanti freelance.

Durante l’evento svoltosi nella sede della Città Metropolitana di Milano, Sergio Bologna ha voluto sottolineare la dimensione cittadina di un sistema che va ben oltre l’editoria:
«Milano, con tutta la sua economia degli eventi, il mercato dell’arte e della videoarte, è la città dove il lavoro intellettuale è sfruttato di più. Se ne esce prendendo coscienza e cominciando a dire la verità, compresi i nomi di chi paga male, poco o per niente.»

Acta ha pronte cinque proposte per cambiare la situazione, le presenteremo nella seconda parte di questo post. A lunedì!

ACTA Ricerche

 

Ed ecco effettivamente anche la agognata seconda parte (pubblicata il 4 novembre 2019 in questa pagina, da cui la ricopio pari pari, ossia senza modificare una virgola – WordPress è stato bravo nel riuscire a mantenere anche la formattazione della tabella, che una volta era la ‘besta nera’ di chi lavorava sulle pagine Html). Si tratta cioè del seguito dell’indagine di cui sopra, costituito da una serie di proposte SERIE e MOTIVATE → ⇒ ⇓

Le proposte di Acta per cambiare l’editoria: compensi, riconoscibilità, contratti e stage

La nostra inchiesta ha raccontato un settore fondato sullo sfruttamento di professioniste e professionisti qualificati, in molti casi freelance. In questa seconda parte del post presentiamo le nostre proposte per cambiare la situazione.

Compensi

Lavorare a tempo pieno per il settore editoriale non garantisce, in molti casi, un guadagno sufficiente per una vita dignitosa. Occorre cominciare a parlare di compensi minimi, che naturalmente non devono essere intesi come quelli massimi, in modo da mettere un freno allo sfruttamento dei professionisti, i più giovani dei quali spesso non hanno riferimenti per interpretare il mercato.

Ma come calcolare i compensi minimi per lavori pagati “a pezzo”? Un modello esiste, è quello utilizzato dalla Low pay commission britannica – in cui siedono sindacati, datori di lavoro ed esperti. Si parte dal numero medio di pezzi prodotti in un’ora (le cartelle/ora che abbiamo rilevato nel sondaggio), lo si divide per 1.2 – per evitare di penalizzare i nuovi arrivati, più lenti – e infine si usa quel numero per dividere il salario minimo orario (noi abbiamo preso come riferimento i minimi tabellari del CCNL Grafici-Editoriali). Alla cifra risultante abbiamo aggiunto un 20% per tenere conto dei costi aggiuntivi (formazione, amministrazione, promozione) e dei rischi a carico dei freelance. Ecco un paio d’esempi:

Prestazione Compenso medio (e minimo) rilevato nel sondaggio Media cartelle/ora Salario netto mensile di riferimento (e relativo inquadramento) Compenso minimo basato su CCNL Compenso minimo freelance (+20%)
Prima bozza 1.6 (0.72) € a cartella 11.3 /ora 1162 €  (C1) 1.8 € a cartella 2 € a cartella
Revisione di traduzione 3.2 (2) € a cartella 4.6 /ora 1259 €  (B3) 4.8 € a cartella 5.8 € a cartella

Se i compensi minimi individuati sembrano alti vale la pena precisare tre fattori che contribuiscono a comprimere i valori che abbiamo calcolato:

  • I minimi salariali garantiti dal CCNL sono abbastanza esigui e per i nostri esempi abbiamo scelto inquadramenti medio-bassi;
  • Da tutte le interviste con freelance e dipendenti (soprattutto i più esperti) è emerso che negli anni il carico di lavoro richiesto per le singole lavorazioni è aumentato costantemente. Per esempio, è ormai abbastanza comune che quella che viene chiamata “prima bozza” diventi una “lettura attenta alla lingua”, in sostanza una revisione di traduzione (o un editing) low cost;
  • Le magre tariffe attuali costringono a lavorare a grande velocità. Il rapporto cartelle/ora che abbiamo rilevato è tendenzialmente “alto”, e secondo molti non consente di svolgere sempre un lavoro di qualità. Per risultati migliori sarebbe auspicabile lavorare meno cartelle ogni ora, a patto che la tariffa guadagnata lo consenta.

A carico del committente devono inoltre essere le spese necessarie allo svolgimento del lavoro, come stampa e licenze software. In più, deve essere previsto un compenso addizionale per i lavori svolti con urgenza o durante il weekend e, nel caso di progetti sostanziosi, occorre prevedere un compenso per le attività di coordinamento e controllo.

Tutto questo deve valere anche per gli studi editoriali (su cui abbiamo raccolto gli aneddoti più inquietanti), che spesso praticano scontistiche esagerate sulle spalle dei freelance. In questo modo, come riscontrato in diversi casi, un professionista che passa dall’intermediazione dello studio può trovarsi a lavorare per la metà del compenso pagato dall’editore. Questo è inaccettabile.

Riconoscibilità dei professionisti

L’invisibilità dei collaboratori non consente la loro valorizzazione come professionisti e spesso permette di celare la continuità dei rapporti (è il caso delle tante partite iva mono-committente che abbiamo intervistato). Occorre maggiore trasparenza: il nome di tutti i professionisti che hanno partecipato alla creazione del libro deve per legge essere inserito nel colophon, dove attualmente (per legge) sono presenti solo i nomi di traduttori e illustratori. Nelle situazioni in cui il nome non possa comparire (ghost writer), deve essere prevista una remunerazione aggiuntiva compensativa.

Cause pilota

Come abbiamo visto, nel settore editoriale sono ammesse pratiche in palese conflitto con la legge. I problemi più diffusi riguardano:

  • Tempi di pagamento ben oltre i limiti previsti dallo Statuto del Lavoro Autonomo (spiccano anche in questo ambito gli studi editoriali, che spesso scaricano sui freelance i ritardi nei pagamenti degli editori);
  •  Contratti con clausole “creative”, o mancanza di stabilizzazione per partite iva che lavorano quotidianamente in redazione da anni.

Questa diffusa illegalità non è ammissibile. E se i singoli professionisti spesso esitano ad adire vie legali, Acta è disposta a valutare l’avvio di un crowdfunding e il sostegno legale a cause pilota per concentrare tutta l’attenzione mediatica e giudiziaria necessaria per eliminare queste pratiche.

Stage

L’attuale legislazione sugli stage consente clamorosi abusi di uno strumento formativo che, nei fatti, viene utilizzato per sfruttare manodopera qualificata. Nelle nostre interviste le storie sugli stagisti sono le più tristi e grottesche, valga per tutte quella dei 7 giri di bozze per 7 stagisti che abbiamo raccontato il 25 ottobre. Occorre intervenire sulle leggi che regolano gli stage:

  • Le regole sul rapporto massimo stagisti/dipendenti  e la garanzia di un compenso minimo devono essere estese anche agli stage curricolari;
  • Gli stage non devono in ogni caso superare i 3 mesi.

Nei prossimi mesi presenteremo la nostra analisi del settore editoriale e le proposte per cambiarlo a tutti gli attori della filiera, compresi gli enti di formazione (master e scuole di editoria potrebbero svolgere un ruolo importante per aiutare i professionisti meno esperti), e a chiunque sarà interessato ad ascoltarci. Ma tutto questo è rivolto innanzitutto ai lavoratori e alle lavoratrici del settore editoriale e culturale, a cui il sistema attuale non garantisce una vita dignitosa.
Se volete partecipare alla nostra iniziativa, scrivete a ricercaeditoriacta@gmail.com. Da soli siamo deboli, ma insieme possiamo trovare la forza per essere tutti liberi di non sfruttarci.

ACTA Ricerche
Aggiungo inoltre qui un link a un primo evento (si apre un pdf), “Works in progress – Il lavoro in prospettiva” (tenutosi per l’intera giornata del 25 ottobre a Milano in via Vivaio 1), che si è chiuso con la presentazione della ricerca di cui sopra, «la parte davvero interessante» a dire di un testimone oculare.
Comunque, per sicurezza, lo riproduco in parte qui appresso (tanto non darà alcun fastidio, in quanto non andrà a leggerlo nessuno):
 

Dopo un welcome coffee, ecco le varie sezioni in cui si è articolato:

10.00-12.00

NUOVI LAVORI E MICROJOBS: COME CAMBIANO IL LAVORO E LE TUTELE

Introduce e modera Elena Buscemi – Consigliere delegato a Lavoro, Politiche Sociali Città metropolitana di Milano

Presentazione di alcune indagini a livello europeo

Gabriella Alberti – Università di Leeds

Annalisa Murgia – Università degli Studi di Milano

Ivana Pais – Università Cattolica del Sacro Cuore

Tavola Rotonda – quali diritti per i nuovi lavoratori: compensi e welfare

Maurizio Del Conte – Presidente AFOL Metropolitana

Donato Nubile – Presidente Smart Italia

Alessandro Ramazza – Consigliere di Amministrazione Randstad Group Italia

Anna Soru – Presidente ACTA

Paolo Terranova – Fondazione Di Vittorio

Gregorio Tito – Direttore INPS – Coordinamento Metropolitano di Milano

 

12.00-15.30

WORKSHOP

12-12.50

Ricomincia da te: scoprire le tue competenze chiave

Chiara Bonomi e Paola Pesatori – SALA TAVOLO ROTONDO

La fattura elettronica passo passo sul sito dell’Agenzia delle Entrate

Irene Bortolotti – SALA NUOVA

AFOL Metropolitana – E se volessi diventare un’impresa?

Maria Minervini – SALA PEDENOVI

14.00–14.45

Maternità e malattia Ma… quali sono i diritti?

Samanta Boni – SALA TAVOLO ROTONDO

Restare autonomi con le tutele di un dipendente: il nuovo CCNL delle cooperative e imprese sociali di produzione culturale

Morea Velati/Alessio Realini – SALA NUOVA

I segreti di LinkedIn raccontati in 10 buoni consigli

Elena Artus Martinelli – SALA PEDENOVI

14.45-15.30

Come difendersi dai propri clienti

Marco Lambiase – SALA TAVOLO ROTONDO

Gestire il conflitto

Daniele Scaglione – SALA NUOVA

Freelance e diritto d’autore: come proteggere e far circolare il proprio lavoro

Anna Pirri – SALA PEDENOVI

La partecipazione ai workshop è gratuita, previa prenotazione

 

15.30-17.00

IL MITO DELLA CLASSE CREATIVA A MILANO E IN ITALIA: IL SETTORE DELL’EDITORIA

Introduce Maria Cristina Pinoschi – Vice Direttore Generale Città Metropolitana di Milano

Presentazione di un’indagine realizzata da ACTA sui professionisti dell’editoria

Ne discutono:

Sandra Furlan, esperta di editoria digitale, responsabile produzione Storytel Italia

Raffaele Scelsi, Shake Edizioni

Testimonianze di alcuni lavoratori intervistati

Modera Annalisa Murgia

 

 

NOTE

Nota 1 – Attenzione alle omonimie, per non confonderla con la sigla dell’accordo anti-contraffazione e con un’altra associazione con fini turistico-culturali. Clicca qui per tornare su, da dove sei partito

American dictionary wars

Oggi adotto una scorciatoia, che finora ho adoperato molto di rado: ripubblico un buon articolo (lo trovate qui sotto, con l’attribuzione lasciata in calce come richiesto sul sito originario – rispettando la licenza CC BY-ND 4.0) sui primordi del dizionario statunitense Webster. Vi si apprende che la versione che leggiamo oggi, normalmente disponibile in tre volumi di grande formato, non assomiglia affatto a quella pubblicata in prima edizione nel 1828 da quello che si potrebbe simpaticamente definire ‘nonno Noè’. E meno male, vista l’impostazione quanto meno discutibile rispetto agli standard filologici presenti in Europa in quella stessa epoca, cioè il grande progresso apportato dal comparatismo, che in Italia, per dirne una, ha segnato gli studi glottologici almeno sino al secondo dopoguerra!

Frontespizio della prima edizione (1828) di quello che oggi si chiama più semplicemente «il Webster» (ma è ben diverso da quello riprodotto qui – NB: cliccando sull’immagine, atterrate direttamente nella pagina con l’articolo ricopiato qui, dopo i miei ‘onori di casa’).

Quello che mi ha colpito, tuttavia, è l’espressione ‘guerra di dizionari’, presente nel volume appena pubblicato dall’autore del saggio, Peter Martin, e che ho messo opportunamente nel titolo di questo post, riprendendolo nella formulazione appena variata che trovo verso la fine dell’articolo medesimo.
Mi chiedo se sia una ripresa consapevole o no di quella formulazione che si incontra, identica, a proposito dei dizionari francesi: quelli nati alla fine del Seicento, quando si (ri)lancia in grande stile una tendenza lessicografica che può essere ricondotta al modello della Crusca italiana, anche se poi fu declinata in modalità e varianti differenti a seconda dei paesi e degli studiosi, dai cui sviluppi l’Italia rimase indietro (Su tutto ciò è importante il saggio di Marcello Aprile, Il Vocabolario della Crusca come unica filiera possibile tra il 1612 e il 1820 per i dizionari italiani: differenze con la Francia, negli atti del X Convegno ASLI, a cura di Lorenzo Tomasin, Il Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612) e la storia della lessicografia italiana, Cesati 2013, pp. 251-265).

Su quel boom d’oltralpe si leggano ad esempio queste affermazioni dal testo fondamentale della ‘decana’ Marie Leca-Tsiomis:

La rivalité entre ouvrages concurrents, il en est beaucoup question tout au long de cette histoire: du premier Furetière à l’Encyclopédie, contrefaçons, plagiats, répliques se comprennent aussi comme butins dans cette longue guerre entre ouvrages rivaux au cours de laquelle chacun construisit son édifice à partir de l’échafaudage de l’autre. Le Dictionnaire raisonné s’inscrit, en ce sens, dans une continuité, celle d’une guerre des Dictionnaires: s’il est vrai que l’Encyclopédie fut une oeuvre de combat, l’histoire nous montre qu’elle se situe aussi dans une tradition de polémique lexicographique. Inaugurée à la fin des années 1680 avec la parution du Furetière. […] au sein du conflit très connu entre les ‘philosophes’ et les pouvoirs politiques et réligieux, notamment la Compagnie de Jésus, la parution de l’Encyclopédie a constitué une nouvelle bataille dans la longue guerre des dictionnaries, c’est-à-dire dans l’âpre dispute pour la maîtrise d’une des voies essentielles de la transmission du savoir, sinon pour la maîtrise des mots et des significations en langue française. […]

Nous avons vu les Dictionnaires universels croître dans un quadruple contexte de rivalités et de conflits, et ces ouvrages de grand circulation se modeler aux contraintes d’enjeux politiques, religieux, culturels et commerciaux essentiels. Objets de rapine et de contrefaçon, ces vastes sommes de définitions et de citations ne cessèrent jamais d’être des ouvrages de combat où se lisent quelques-uns des traits fondamentaux de la lutte entre la Réforme et la contre-Réforme, entre la politique de l’absolutisme français et celle des puissances alliées, et contre les puissantes corporations de libraires entre elles.

[da Marie LECA-TSIOMIS, Ecrire l’Encyclopédie. Diderot: de l’usage des dictionnaires à la grammaire philosophique, Voltaire Foundation, Oxford 1999 (=Studies on Voltaire and the eighteenth century, 375), pp. 10-11 e 143]

E a complicare un quadro già ‘movimentato’, aggiungo un’espressione affine adoperata ancor prima da Robert Darnton per il Settecento illuminista: The Encyclopédie Wars of Prerevolutionary France, in «The American Historical Review», 78 (1973) 5, pp. 1331-1352.

Basta, non ho voglia di scriverlo io, un saggio a riguardo, perlomeno non qui e ora. Cedo dunque volentieri la parola all’esperto Peter Martin. Buona e istruttiva lettura!

 

In the United States, the name Noah Webster (1758-1843) is synonymous with the word ‘dictionary’. But it is also synonymous with the idea of America, since his first unabridged American Dictionary of the English Language, published in 1828 when Webster was 70, blatantly stirred the young nation’s thirst for cultural independence from Britain.

Webster saw himself as a saviour of the American language who would rescue it from the corrupting influence of British English and prevent it from fragmenting into a multitude of dialects. But as a linguist and lexicographer, he quickly ran into trouble with critics, educators, the literati, legislators and much of the common reading public over the bizarre nature of his proposed language reforms. These spelling reforms – for example, wimmen for ‘women’, greeve for ‘grieve’, meen for ‘mean’ and bred for ‘bread’ – were all intended to simplify spelling by making it read the way that words were pronounced, yet they brought him the pain of ridicule for decades to come.

His definitions were regarded as his strong suit, but even they frequently rambled into essays, and many readers found them overly aligned with New England usage, to the point of distortion. Surfeited with a Christian reading of words, his religious or moral agenda also shaped many of his definitions into mini-sermons or moral lessons rather than serving as clarifications of meaning. A typical example is one of his expositions of purpose: ‘We believe the Supreme Being created intelligent beings for some benevolent and glorious purpose, and if so, how glorious and benevolent must be his purpose in the plan of redemption!’ Overall, his dictionary was prescriptive rather than descriptive, a violation, if you will, of a central tenet of lexicography that holds that dictionaries should record the way language is used, not the way the lexicographer thinks it should be used.

Webster’s etymology, meanwhile, which he spent a decade dreaming up, was deeply flawed because of his ignorance of the exciting discoveries made by leading philologists in Europe about the evolution of Indo-European languages from roots such as Sanskrit. His etymologies conform entirely to the interpretation of words as presented in the Bible. He was convinced that ‘the primitive language of man’ spoken by the ‘descendants of Noah … must have been the original Chaldee’.

Webster fought his battles over language not within philology circles but within the larger context of an emerging American dialect (pejoratively dismissed by the British as provincialisms). He believed that increasing immigration, the multiplication of unique American words, the new meanings attaching to English words and the proliferation of slang – or, as the English saw it, vulgar and undisciplined language – made an American dictionary essential to American life.

New words came from several sources. Native Americans contributed wampum, moccasin, canoe, moose, toboggan and maize; from Mexico came hoosegow, stampede and cafeteria; from French, prairie and dime; meanwhile, cookie and landscape came from the Dutch. Existing words were combined to make new ones, for example rattlesnake, eggplant and bullfrog. Settlers of the West borrowed mesa and canyon from Spanish, and came up with robust words and expressions such as cahoots and kick the bucket. There were also entirely new words: gimmick, fudge, notify, currency, hindsight, graveyard, roundabout. Shakespearean and other Old World words returned: gotten (got), platter (plate), mad (angry). There were new spellings, too, a few of them of Webster’s own invention: some of those were preserved – specter (spectre) and offense (offence) for example – but many more were mocked: wimmen (women), blud (blood), dawter (daughter). Idiomatic ‘tall talk’, as Daniel Boorstin called it in The Americans (1965)– the robust informality and ‘brash vitality’ often attacked by the British as vulgar Americanisms – thrived, especially out West: down-and-out, flat-footed, to affiliate, down-town, scrumptious and true-blue. Not surprisingly, the British worried that, one day, if this mushrooming of Americanisms continued, they would scarcely be able to understand Americans.

That didn’t happen. Because of high mobility and the blending of different cultures and backgrounds in the US, there were far fewer dialects or dramatically different pronunciations than in England, where isolation was more common in spite of the smallness of the country.

The British thought that Samuel Johnson’s great Dictionary of the English Language (1755) would suffice for America as it did for Britain. Many Americans agreed, but many more wanted their own national dictionary to lend them a type of secular authority that was analogous to the spiritual authority of the Bible. But then there was the question of whose American dictionary would provide such an authority – which consideration instigated the ‘American dictionary wars’. Should Webster’s voice prevail, on behalf of the Americanising of English and the writing of dictionaries that would record such usage? Or would Webster’s great rival Joseph Emerson Worcester (1784-1865) with his more traditional, well-informed and solid scholarship triumph? Their conflict became America’s. What emerged in the country was an adversarial culture concerning language in which Americans fought each other in a civil war of words. It was also partly an ideological war, pitting various sectors of society – political, social, educational, religious – against each other over the direction that American English should take.

Webster died before these wars were resolved, feeling that he had failed as a lexicographer (and a visionary), and disheartened by poor sales of his dictionaries. His legacy and eventual iconic standing was secured largely by his editors (chiefly Webster’s son-in-law Chauncey Allen Goodrich) and publishers (Charles and George Merriam) who began to remove most of his work from his dictionary while he was living, and continued the process over the 20 years following his death. The Merriams knew that Worcester was the superior lexicographer, but they recognised that Webster was more marketable because of his patriot credentials, so they dedicated themselves to cleaning up his dictionary and defeating Worcester in the marketplace.

Ultimately, the Merriams were the real winners in the American dictionary wars, having made a fortune from Webster’s name. Had Webster returned to see what had happened to his dictionary, he probably would have thought of himself as one of the big losers. Meanwhile, American English would pursue its own inevitable national development, with little help from him.Aeon counter – do not remove

Peter Martin

This article was originally published at Aeon on 24 June, 2019, it is 1000 words long and has been republished under Creative Commons.

Un’idea di Darnton

Un’immagine recente di Robert Darnton.

Riporto qui il testo (più esteso e opportunamente rielaborato per questo ‘canale’, profondamente diverso da quello orale originario, e con un’aggiunta finale sorprendente) della mia presentazione tenuta il 22 maggio 2019 alla Casa delle Traduzioni di Roma, pensata come breve introduzione a Maurizio Ginocchi. Questi era il “vero” ospite della serata, in cui ha parlato a ruota libera sulla sua traduzione (già in seconda bozza) dell’ultima fatica pubblicata dallo storico statunitense Robert Darnton. Il titolo inglese di tale lavoro è (con la consueta finezza stilistica dell’autore) A Literary Tour de France. Publishing and the Book Trade in France and Francophone Europe, 1769-1789 (Oxford UP, 2018), quello italiano potrebbe essere Un tour de France letterario e uscirà per i tipi dell’editore romano Carocci, probabilmente a luglio 2019.

Per completezza, riporto qui anzitutto le poche righe che avevo trasmesso alla Casa delle Traduzioni per l’inoltro via e-mail agli iscritti, ovviamente d’intesa col traduttore.

Maurizio Ginocchi (Roma, 1967), dal 2001 giornalista presso l’agenzia di stampa Askanews. Dal 2015 traduttore a tempo faticosamente ritagliato per la casa editrice Carocci, della quale ha tradotto finora sette libri, tutti di saggistica storica.

Alessandro de Lachenal (Roma, 1958) ha sempre lavorato nel settore editoriale, votandosi interamente alla saggistica di scienze umane e alle traduzioni da inglese, tedesco e francese, in una continuità ideale, ma anche storico-culturale, con filologia e linguistica.

Il caso Darnton è interessante anzitutto per capire come un autore anglofono ha affrontato un argomento di cultura francese: il suo libro in corso di traduzione è il distillato di tanti altri studi più tutto il materiale d’archivio e perciò consta anche di una sezione documentale on-line, di cui la versione cartacea rappresenta un sunto “leggibile”. Ne deriva anche una riflessione sul modo in cui le scelte dell’autore influenzino quelle del traduttore, in particolare per la resa delle fonti francesi originali del XVIII secolo (vanno modernizzate o no?). Particolare attenzione, infine, sarà riservata a esporre il metodo di lavoro fra il traduttore e l’editor.

“Un’idea di Darnton”, il titolo che mi è piaciuto dare a questo incontro informale, è volutamente ambiguo (al pari di quello dell’ultimo volume di Darnton la cui traduzione stiamo per presentare): a un primo livello, molto semplice ed lineare, esprime l’idea che qui purtroppo non sarà presente l’autore, ma ne verrà esposto appena un simulacro in base alle nostre propensioni e predilezioni dettate dall’occasione specifica.
Un secondo livello chiama in causa la grammatica: com’è noto, la preposizione ‘di’ può avere valore soggettivo oppure oggettivo; qui viene riproposto e valorizzato proprio tale carattere ancipite, nel senso che si può intendere sia come “in questo incontro vi diamo una nostra idea di alcune delle tesi avanzate da Robert Darnton” (complemento di specificazione soggettivo), sia per mettere in evidenza una sua proposta specifica, a mio avviso centrale nel suo magistero (complemento di specificazione oggettivo).
C’è poi un terzo livello, più criptico, evocato da un’allitterazione eppure legato all’intertestualità: difatti il titolo vuole richiamarne un altro, che ebbe una certa rinomanza anche se riferito a tutt’altro ambito, e cioè quello del volume Un’idea di Dante, che Gianfranco Contini pubblicò nel 1976 per Einaudi raccogliendovi il meglio dei suoi “saggi danteschi”.1

Tutti pronti? Via!
Il mio compito odierno in questo luogo è di offrire ai convenuti una presentazione sintetica di Robert Choate Darnton. Forse non tutti lo conoscono, o non abbastanza, a causa di interessi vòlti in altre direzioni, o per motivi meramente biografici, mentre è a mio avviso un autore di cui vale la pena sapere qualcosa in più, se vi interessa la Storia, in particolare quella della Francia settecentesca e anche dell’editoria. Che poi, per avventura, io abbia tradotto nel 1994 un suo saggetto uscito su rivista nel 1985 (commettendo almeno due errori, uno redazionale e l’altro traduttivo), conta fino a un certo punto. Dato il tempo ristretto, proverò a lumeggiare soltanto alcuni aspetti del suo ‘metodo’ (anche se probabilmente egli non sarebbe d’accordo su tale termine), due in particolar modo.

Darnton al Festivaletteratura di Mantova nel settembre 2018.

Stabiliamo dunque anzitutto un quadro temporale: il 10 maggio del 2019 Darnton ha compiuto ottanta anni, che comunque si porta benissimo: qui lo si vede al Festivaletteratura di Mantova nel settembre 2018.

Il suo cv è lungo diciotto pagine, per cui ve lo scaricate e leggete da soli dal suo sito… Qui mi limito a riportare i titoli dei suoi libri tradotti in italiano, in ordine cronologico secondo la pubblicazione in lingua originale, preceduta dall’anno – alla fine di ciascun elemento ho aggiunto anche il nome del traduttore, i link rinviano a recensioni o segnalazioni che mi sono parse significative, mentre quelli sui primi due testi originali in inglese rinviano a un sito dove scaricarne legalmente una versione elettronica completa):

1968 Mesmerism and the End of the Enlightenment in France = Il mesmerismo e il tramonto dei Lumi (Medusa, 2005 – Prefazione di Giulio Giorello, tr. Roberto Carretta e Renato Viola);
1979 The Business of Enlightenment. A publishing history of the Encyclopédie, 1775-1800 = Il grande affare dei Lumi. Storia editoriale dell’Encyclopedie, 1775-1800 (Sylvestre Bonnard, 1998, poi Adelphi, 2012 – tr. Antonio Serra);
1982 The Literary Underground of the Old Regime = L’intellettuale clandestino. Il mondo dei libri nella Francia dell’Illuminismo (Garzanti, 1990 – tr. Gianni Ferrara degli Uberti);
1984 The Great Cat Massacre and Other Episodes in French Cultural History = Il grande massacro dei gatti e altri episodi della storia culturale francese (Adelphi, 1988 – tr. e cura Renato Pasta);
1990 The Kiss of Lamourette = Il bacio di Lamourette (Adelphi, 1994 – tr. Luca Aldomoreschi);
1991 Berlin Journal, 1989-1990 = Diario berlinese: 1989-1990 (Einaudi, 1992 – tr. Sergio Minucci);
1995 The Forbidden Best-Sellers of Pre-Revolutionary France = Libri proibiti. Pornografia, satira e utopia all’origine della rivoluzione francese (Mondadori, 1997 – tr. Vittorio Beonio Brocchieri);
1997 George Washington’s False Teeth. An unconventional guide to the eighteenth century = La dentiera di Washington. Considerazioni critiche a proposito di illuminismo e modernità (Donzelli, 2003 – Introduzione di Eugenio Lecaldano, tr. Andrea Branchi);
2003 L’età dell’informazione. Una guida non convenzionale al Settecento (Adelphi, 2007 – tr. Franco Salvatorelli) [questo testo contiene anche il precedente, in un’altra versione];
2009 The Case For Books. Past present and future = Il futuro del libro (Adelphi, 2011 – tr. Adriana Bottini e Jacopo M. Colucci);
2014 Censors at Work. How states shaped literature = I censori all’opera. Come gli Stati hanno plasmato la letteratura (Adelphi, 2017 – tr. Adriana Bottini).

Molti di questi volumi hanno vinto premi e riconoscimenti in tutto il mondo. Noto incidentalmente che su essi hanno lavorato alcuni dei migliori traduttori italiani, come Gianni Ferrara degli Uberti, Sergio Minucci, Franco Salvatorelli, e specialisti, come Renato Pasta: il suo ampio saggio conclusivo nel Massacro dei gatti è molto utile al lettore medio per collocare le posizioni darntoniane nel dibattito storiografico contemporaneo.2

Scorrendo questi titoli, si può evidenziare un tratto caratteristico dell’autore: partire da un episodio di cronaca apparentemente secondario (un’efferata e sguaiata strage di gatti compiuta da stampatori parigini; un vescovo rivoluzionario, nel 1792 deputato dell’Assemblea legislativa francese per il dipartimento Rhône-et-Loire, di cui non sappiamo quasi null’altro; le varie dentiere possedute dal primo presidente degli Stati Uniti) sul quale puntare l’attenzione perché riluttante alle categorie usuali di pensiero, e tramite questa riflessione passare gradualmente a considerazioni assai più pertinenti e illuminanti sulla cultura di quel determinato periodo e su come essa agisca sul modo di stare al mondo tanto di intellettuali rinomati, quanto della gente comune. Come spiega Darnton nel Massacro dei gatti, quei microcasi (adopero questo termine pensando proprio alla microstoria) opachi, incomprensibili, rispondono invece al «bisogno di qualcosa che ci scuota da un falso senso di familiarità col passato, di ricevere dosi di shock culturale» (pp. 14-15); infatti grazie agli antropologi abbiamo «scoperto che i migliori punti d’accesso, quando si tenta di penetrare in una cultura estranea, possono essere là dove essa ci appare più oscura»: proprio lì «possiamo individuare il bandolo con cui dipanare un sistema di significati che ci è sconosciuto» (p. 102); «sollecitando il documento là dove è più oscuro possiamo forse dipanare un sistema di significati a noi estraneo» (p. 15).
I più bravi fra i miei lettori ricorderanno quanto feconda sia risultata una procedura analoga, sostanzialmente negli stessi anni, nella lunga serie di articoli divulgativi del paleontologo evoluzionista (e molto altro ancora…) Stephen Jay Gould.

Fu il giornalismo a tenere a battesimo Darnton; ciò gli deriva dal padre Byron, corrispondente di guerra, morto nell’assolvimento del suo compito durante il secondo conflitto mondiale (anche John, il fratello minore di Robert, arrivò a essere un apprezzato caporedattore della cronaca cittadina per il «New York Times»), e il Nostro non si vergogna di rammentare il tirocinio come reporter di cronaca nera per il «Newark Star Ledger» e il «New York Times», nella prima metà degli anni Sessanta,3 quasi contemporaneamente all’inizio del suo Ph.D. Tale esercizio di scrittura probabilmente gli ha fornito le basi per sviluppare il suo approccio narrativo, assieme al fascino per lo stile di storici tipicamente francesi, come Georges Duby e Jacques Le Goff, in tensione dialettica con la scuola delle Annales fondata da Marc Bloch e Lucien Febvre, diretta all’epoca da Fernand Braudel.4 Se poi scorriamo alcuni titoli di capitolo, ad esempio nel Bacio di Lamourette, vedremo come Darnton si sia misurato con la storia del libro e della lettura, compresa la bibliografia analitica di stampo propriamente inglese (e per questo una denominazione più corretta sarebbe “storia sociale e culturale della comunicazione a stampa”5, con i retroscena del mondo editoriale (per il quale va osservato che Darnton si muove a proprio agio tanto nella seconda metà del Settecento, quanto nell’America di fine Novecento), con la storia del pensiero e delle mentalità, nonché la storia sociale delle idee, la storia etnografica e come abbia coltivato rapporti di buon vicinato con sociologia della conoscenza, studi di letteratura (anche comparata, nonché influenzata dall’estetica della ricezione e degli studi sull’oralità; e per la letteratura francese, non tanto Diderot, Voltaire e Rousseau, ma soprattutto quella ‘bassa’, cioè anche clandestina, satirica, panflettistica e pornografica, che accompagnò la Francia alla sua rivoluzione dirompente, smontando così per via indiretta le tesi marxiste più o meno ortodosse di Albert Soboul, Georges Rudé e Lucien Goldmann), sino all’antropologia.

Difatti è proprio l’incontro con l’antropologia culturale nella versione interpretativa e simbolica davvero originale di Clifford Geertz (un altro studioso americano molto aperto alle suggestioni ‘continentali’ della fenomenologia, ma soprattutto dell’ermeneutica e della filosofia del linguaggio del ‘secondo’ Ludwig Wittgenstein), con il quale condivise per sei anni un insegnamento a Princeton, a instradarlo verso l’approccio che oggi va sotto il nome di ‘storia culturale’ e di cui Darnton appunto è stato uno dei mentori e corifei.6 A suo dire, infatti, «l’antropologia dà agli storici quello che non ha saputo offrire loro lo studio della mentalité: quella concezione coerente della cultura che Clifford Geertz ha definito come “un modello trasmesso per via storica dei significati incarnati dai simboli”».7

Basta però leggere con attenzione per veder saltar fuori dalle righe i suoi interlocutori ideali, che rispondono ai nomi francesi di François Furet, Daniel Roche, Henri-Jean Martin, Frédéric Barbier, Robert Mandrou, Pierre Goubert, Emmanuel Le Roy Ladurie, Philippe Ariès, Michel Vovelle, Jean Starobinski, Roger Chartier, Pierre Bourdieu; ma anche a quelli ben anglo-americani di Arthur Lovejoy, Carl Becker, Stuart Hughes, Richard Cobb, Peter Gay, John Lough, Natalie Davis, Hayden White, Peter Burke, Lawrence Stone, Keith Thomas e Jack Goody, in ordine sparso. E ancora: Michail Bachtin e Carlo Ginzburg, per tacere di tedeschi e altri, poco noti in Italia, tranne Ernst Cassirer.

Ma non si creda che Darnton sia uno studioso ‘perso nei libri’ e interessato unicamente al dialogo con i suoi pari.

Infatti i primi quattro capitoli del Futuro del libro ruotano attorno al progetto di digitalizzazione avviato da Google alla metà del decennio scorso, sul quale il suo giudizio è netto: l’accordo con le biblioteche pubbliche statunitensi «concentra il potere nelle mani di un unico soggetto» attraverso condizioni «così strettamente vincolate le une alle altre, da rendere impossibile qualunque intervento su singoli punti», col bel risultato finale «di favorire il profitto privato a spese del bene pubblico», dato che «gli interessi privati [sc. di Google] potrebbero avere la meglio sul bene pubblico per il prossimo futuro», cioè si avrebbe la trasformazione di «Internet in uno strumento per la privatizzazione di un sapere che attiene alla sfera pubblica»; «così «Google mi appariva un grande monopolio interessato a conquistare mercati, anziché un naturale alleato delle biblioteche, le quali hanno l’unico scopo di conservare e diffondere il sapere».8

I tre capitoli successivi di quel volume, quelli centrali, sono testimonianze dell’impegno di Darnton in progetti specifici per l’editoria statunitense, in bilico tra accademismo, avvento dell’elettronica e crisi delle biblioteche specializzate (ma questa è una ipersemplificazione della selva di problemi affrontati dall’autore e lì esposti con chiarezza ammirevole e paziente). I quattro conclusivi si dispiegano su altrettanti argomenti che vertono sulla storia del libro ‘tradizionale’ : la carta, la bibliografia (quella enumerativa e analitica o descrittiva o testuale, sensu Greg, McKerrow, Bowers come “scienza materiale della trasmissione dei testi letterari”, poi rinnovata da McKenzie e Tanselle in direzione di una “sociologia dei testi”9), la lettura e la comunicazione, «ovvero la produzione e la fruizione dei libri intese come fasi interconnesse» (p. 17).

Da questa ricostruzione e frequentazione incessante di un panorama vastissimo ed estremamente complesso, emergono almeno due punti a mio avviso di grande valore, che perciò tengo a evidenziare qui.

Il primo è lo schema del “circuito della comunicazione” che troviamo nel saggio del 1982 Che cos’è la storia del libro? 10 . Incidentalmente osservo che presenta notevoli affinità con la ricostruzione offerta per la medesima epoca dallo studioso tedesco Siegfried J. Schmidt (all’apice della sua fase costruttivistica) nella notevole monografia Die Selbstorganisation des Sozialsystems Literatur im 18. Jahrhundert (Suhrkamp, 1989).

Il circuito della comunicazione.

Il secondo punto risale a un saggio pubblicato nel 1999 (e di cui vidi una traduzione un anno dopo sul «Sole 24 Ore», di cui conservo tuttora gelosamente un ritaglio cartaceo per affezione11): all’epoca era una specie di visione profetica, un sogno a occhi aperti, che oggi ha preso la forma di questo Literary Tour de France, incentrato sulla Société typographique de Neuchâtel che compare spesso nei saggi darntoniani (come STN) in virtù della sua peculiarità: quella di essere «l’unico archivio completo di una casa editrice del Settecento giunto fino a noi» (p. 86).
Dunque alla fine del millennio Darnton era alle prese con l’incertezza di (come) costruire un saggio per valorizzare questo ‘tesoro’ raro e prezioso, da un lato, e le chances offerte dall’editoria digitale, dall’altro. Vediamo come ha risolto i suoi dubbi.
«Produciamo più informazioni di quante ne possiamo digitalizzare, e comunque informazione non è la stessa cosa di conoscenza» (p. 84). «Purtroppo, anche i libri hanno i loro limiti. Qualsiasi autore sa bene quante cose vadano eliminate prima che il testo sia pronto per andare in stampa, e qualsiasi studioso sa bene quanto sia in realtà poco ciò che si riesce a studiare negli archivi, prima che il testo possa prendere forma nella scrittura» (pp. 84-85). «Possiamo, sì, riversare nella Rete tutte le tesi che vogliamo. […] Ma di regola questo tipo di pubblicazioni trasmette soltanto informazioni, non è un’opera di studio pienamente elaborata, quantomeno per quel che riguarda le discipline umanistiche e le scienze sociali. […] Per diventare libro, la tesi va riorganizzata, tagliata qui, ampliata là, adattata alle esigenze dei non addetti ai lavori e riscritta da cima a fondo, preferibilmente sotto la guida di un editor esperto. Gli editor parlano del proprio intervento come di un “valore aggiunto”, ma quello che aggiungono è soltanto una parte del valore del libro finito. Peer review, impaginazione, composizione, stampa, marketing, pubblicità: per trasformare una tesi in una monografia è necessaria tutta una serie di risorse e di competenze. Anziché semplificare il processo, la pubblicazione elettronica aggiungerà ulteriori complicazioni, ma il suo valore aggiunto può essere molto alto» (pp. 100-101). «La soluzione è un e-book. Non che il libro elettronico consenta scorciatoie, né che io intenda riversare il contenuto delle mie scatole da scarpe [sc. piene di schede del lavoro svolto negli archivi] nella Rete. Niente affatto: mi propongo piuttosto di elaborare il mio materiale in più maniere diverse, trattando gli argomenti principali nel testo di superficie e includendo negli strati sottostanti mini-monografie e una selezione delle categorie di documenti più ricche» (p. 88). «Spesso i cosiddetti hyperlink, i collegamenti ipertestuali, sono soltanto una variante più elaborata delle note a piè di pagina. Anziché gonfiare il libro, è possibile strutturarlo per strati o livelli successivi disposti a piramide. Lo strato superficiale potrebbe essere un’esposizione sintetica del soggetto, da rendere magari disponibile in paperback. Lo strato successivo potrebbe contenere versioni ampliate di diversi aspetti dell’argomentazione, disposto non sequenzialmente, come in una narrazione, bensì come entità autonome che vanno a inserirsi nello strato superficiale. Il terzo strato sarà composto dalla documentazione, possibilmente di diversi tipi, ciascuno introdotto da un saggio interpretativo. Un quarto strato potrebbe avere un carattere teorico o storiografico, con una scelta di saggi e di analisi preesistenti sull’argomento. Ci potrebbe essere un quinto strato a carattere didattico, con suggerimenti per discussioni in classe, con un modello di corso di studi e pacchetti di materiali didattici. E un sesto strato potrebbe contenere le recensioni, la corrispondenza tra autore e editore e le lettere dei lettori; questo materiale potrebbe diventare un corpus di commenti che si accresce man mano che il libro raggiunge categorie di pubblico diverse. Un libro così fatto solleciterebbe un nuovo tipo di lettura. Alcuni lettori si accontenteranno di dare una scorsa alla narrazione dello strato superiore. Altri preferiranno una lettura in verticale, seguendo alcuni filoni sempre più in profondità, leggendo i saggi e la documentazione di supporto. Altri ancora navigheranno in direzioni impreviste, seguendo associazioni congeniali ai loro interessi o rimettendo insieme il materiale secondo il proprio disegno» (pp. 102-103). «Se si imbattono in qualcosa che vorrebbero approfondire, con un clic possono passare allo strato sottostante, dove troveranno un saggio o un’appendice supplementari. Possono continuare così, per tutto il libro, scendendo sempre più in profondità, esplorando corpora di documenti, apparati bibliografici, storiografici, iconografici, musiche di sottofondo, tutto quello che mi sarà possibile fornire ai lettori per ampliare il più possibile la comprensione del mio soggetto. E alla fine il mio soggetto sarà diventato il loro, perché sceglieranno i loro personali percorsi di esplorazione e di lettura, orizzontali, verticali o diagonali, dovunque li portino i link elettronici» (p. 86).12

Ecco, il libro tradotto da Maurizio è una prima concretizzazione di questo sogno: buon proseguimento!

UPDATE
Il libro è uscito da Carocci, datato settembre 2019; ringrazio Maurizio Ginocchi per avermene regalato una copia, per riconoscenza.

La copertina del testo di Darnton (ed. or. 2018)

PS [in questo caso da intendere anche come ‘piccola soddisfazione’!] Mentre raccoglievo i dati per scrivere questo post, ho notato un banale errore in una pagina dello stupefacente sito di Darnton, e ho pensato di farlo presente. Quasi non credevo ai miei occhi quando, il giorno dopo, ho ricevuto sulla posta di elettronica una breve risposta di ringraziamento, che trascrivo qui sotto:

Dear Alessandro de Lachenal,
Thank you for spotting this unfortunate error.
Best wishes,
Robert
Robert Darnton
Carl H. Pforzheimer University Professor
and University Librarian, Emeritus

Ora, intuisco che la risposta possa essere stata inviata in automatico da uno script ben congegnato o da un collaboratore (particolarmente fidato e addetto alla bisogna) del Nostro, ma almeno vuol dire che il sito è presidiato e accetta indicazioni, non solamente per le esigenze indicate in questa pagina, anche da umili correttori…!

NOTE AL POST

2 R. Pasta, Una provocazione riuscita: la storia antropologica di Robert Darnton, pp. 375-399.

3 Cfr. il sesto saggio nel Bacio di Lamourette, intitolato Giornalismo: tutte le notizie che ci stanno le stampiamo [1975], ricostruzione analitica molto lucida dell’organizzazione del lavoro nei quotidiani statunitensi all’epoca (pre-informatica).

4 Cfr. ad esempio la ricostruzione di Peter Burke, Una rivoluzione storiografica. La scuola delle «Annales» 1929-1989 (Laterza, 20149 [ediz. orig. inglese 1990]).

5 Che cos’è la storia del libro? [1982], nel suo Il futuro del libro, p. 208 (ma già nel Bacio di Lamourette, p. 65, seppure in una forma lievemente diversa).

6 Per un inquadramento di base cfr. Alessandro Arcangeli, Che cos’è la storia culturale, Carocci 2007; discreta anche la pagina eponima nella versione italiana di Wikipedia. Ricordo che la International Society for Cultural History è stata istituita ufficialmente nel 2008 in Olanda (tutti i dettagli sul sito ufficiale dell’organizzazione).

7 Il bacio di Lamourette, p. 235; la citazione è verso la fine dell’ottavo saggio, Storia del pensiero e storia della cultura [1980], mentre quella di Geertz è tratta da un saggio sulla “religione come sistema culturale”, compreso nel volume pubblicato nel 1973. Alla fine del decimo saggio (che uscì in forme diverse tra il 1973 e il 1974), Darnton torna sul tema parlando di una «visione antropologica dell’uomo come affamato di significati, e della concezione del mondo come un tenace principio ordinatore della vita sociale» (p. 319), sempre rinviando a Interpretazione di culture di Geertz del 1973.

8 Il futuro del libro, pp. 80, 42, 34 e 14. Per questo Darnton scrive, appassionandosi: «Sì, digitalizzare è necessario. Ma, ciò che più conta, è necessario democratizzare. Dobbiamo aprire l’accesso al nostro patrimonio culturale. In che modo? Riscrivendo le regole del gioco, subordinando gli interessi privati al bene pubblico, traendo ispirazione dalla Repubblica delle Lettere degli illuministi per creare una Repubblica digitale del sapere» (ivi, p. 35).

9 Le ragioni per cui tale disciplina ha attecchito ben poco negli studi italiani, dove domina la critica del testo, sono spiegate ottimamente nei primi due saggi, Sguardo da un altro pianeta: bibliografia testuale ed edizione dei testi italiani del XVI secolo [1979] e Introduzione alla bibliografia testuale [1980], di Conor Fahy, Saggi di bibliografia testuale (Antenore, 1988), pp. 1-63.

10 Lo schema compare sia nel Bacio di Lamourette (p. 70) sia nel Futuro del libro (p. 214, da cui lo riprendo perché stampato meglio e anche più preciso nella resa terminologica).

11 Testi perduti e ritrovati su Internet (traduzione di Marco Papi), «Il Sole-24 Ore» di domenica 7 maggio 2000, n° 122, p. 36. Cfr. una versione in inglese sul sito dell’associazione degli storici americani. Le citazioni seguenti sono da Perduti e ritrovati nel cyberspazio e da Libri elettronici e libri tradizionali, rispettivamente quarto e quinto saggio nel Futuro del libro (pp. 83-103).

12 Cfr. dunque Darnton.org, correttamente definito da Ginocchi il lavoro di una vita. Qui, nella sezione “Publications”, si trova anche un elenco aggiornato di tutti i suoi volumi e di buona parte dei suoi articoli, ovviamente in originale, molti dei quali scaricabili come PDF senza vincoli e menzionabili utilizzando la formula apposita reperibile, sempre in quel sito, nella sezione “Copyright and citation information”.