Qualche libro dalla Francia

Mi sono concesso una breve vacanza in una città dove non sono mai stato, anche se forse avrei dovuto da tempo: Parigi!
La mattina dell’ultimo giorno di permanenza (e del mese di luglio) ho fatto un salto in una libreria (Gibert Joseph sul boulevard Saint Michel: occupa quattro piani + un seminterrato), abbastanza simile a una Feltrinelli, ma con la particolarità di mettere nello stesso scaffale, una accanto all’altra, una copia nuova e una usata della medesima opera, se disponibile.
In più, dopo l’ampio settore di linguistica, ecco spuntare un’esile ma interessante sezione “traductologie”, che ho scoperto solo dopo un po’ perché evidentemente il commesso al quale mi ero rivolto non era molto pratico di queste branche del sapere. Vi risparmio in tutti i casi il racconto di cos’altro ho sbirciato.
In una prossima visita mi riprometto di perlustrare meglio libreriole accanto alle Sorbone più “umanistiche”, anche perché questo periodo non era favorevole, tra chiusure per ferie e assenza di corsi.
Ecco comunque cosa ho incamerato, dopo aver deciso di calmierare gli acquisti puntando unicamente su autori che conoscevo già:

  • Henri Meschonnic (1932 – 2009) è una sorta di ‘mostro sacro’ della traduttologia (e non solo: più spesso passa da poeta) francese (e non solo); l’originale di questa edizione tascabile uscì nel 1999 e credo che l’attacco sia già stato tradotto da Nazzareno Mataldi nel n° 23 di «Testo a fronte» del 2000 (pp. 5-36), come Poetica del tradurre – Cominciando dai principi.
    Ho cominciato a leggerlo subito, attratto dal titolo di uno dei capitoli: «L’Europe des traductions est d’abord l’Europe de l’effacement des traductions» (p. 38), che in una trentina di pagine condensa una storia della traduzione a modo suo.
    Nello scaffale c’era anche il suo ultimo sforzo, dal titolo affascinante: Langage, histoire, une même théorie (sempre per Verdier, 2012). Purtroppo dimensioni e costo non erano così ‘affabili’ come questo delizioso libretto, che comunque sfiora le 600 paginette.

  • Questo reader accademico di oltre trecento pagine torna utile per quanto sto scrivendo, almeno per la sintesi di D’Hulst sugli anni 1722-1789 (pp. 83-100), seguita da un saggio di José Lambert relativo al discourse implicite sur la traduction dans l’Encyclopédie (pp. 101-119 ricordo qui che nel 2006 D’Hulst curò, insieme a Dirk Delabastita e Reine Meylaerts, Functional approaches to culture and translation, saggi di Lambert scelti e raccolti nel volume 69 della nota «Benjamins translation library»).
    Quello che adesso è il “mio” volume è presente in tre sole biblioteche dell’Opac-Sbn (nessuna di queste a Roma).
  • Van Hoof era un altro ‘Carneade’ delle mie peregrinazioni bibliografiche, ma poco ‘permeabile’ su internet, donde lo stupore nel trovarmelo di fronte senza preavviso. Questo volume impegnativo (chiude a pagina 368), ampliamento del 1991 di un altro suo lavoro apparso cinque anni prima, dopo una ventina di pagine introduttive espone la materia in 5 capitoli piuttosto densi, suddivisi per paese: Francia, Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi e Fiandre, paese degli zar e dei soviet (sic, anche se il sottotitolo riporta più pudicamente ‘Russie’). La ripartizione può essere opinabile in linea teorica, ma prima di scagliare anatemi aprioristici occorre vedere praticamente come viene affrontata. Nonostante anche questo testo fosse scontato, è risultato piuttosto caro; peraltro già sapevo che fra tutte le biblioteche italiane consultabili dall’Opac-Sbn risulta disponibile solamente in undici, e a Roma esclusivamente alla Casanatense.

  • Mollier è un testo che conoscevo da qualche recensione su internet e mi incuriosiva anzichennò. Negli scaffali occhieggiavano ancora copie della epocale e ponderosa Histoire de l’édition française curata da Chartier e Martin nella prima metà degli anni Ottanta e poi ripubblicata nel 1990-91, ma il costo era eccessivo (e tutto sommato anche il peso nella valigia non sarebbe stato trascurabile… soprattutto viaggiando con una compagnia aerea low-cost). Quindi non ho avuto dubbi ad afferrare questo libretto, che comunque supera le 400 pagine, sia pure di piccolo formato, e ha l’indubbio vantaggio di essere ‘vecchio’ solamente di un paio d’anni.

  • Infine una ‘chicca’ che inseguivo da tempo, seppure non ossessivamente: il ‘piccolo classico’ del 1991 di un grande medievista, reperticato (insieme alla ristampa Seuil 1995 di un Pierre Riché a me ancora ignoto, nonostante l’originale risalga al 1962 e si poneva come sviluppo della storia di Marrou, che fu tempestivamente tradotta e variamente ristampata in italiano, ma che per ora ho preferito lasciare ancora nello scaffale: Éducation et culture dans l’Occident barbare. VIe- VIIIe siècles) nella libreria piccola ma tutto sommato ben fornita del museo medievale di Cluny, attualmente in ristrutturazione, ma che rimane pur sempre uno dei migliori da visitare in centro, e non soltanto per la raffinatissima dame à la licorne.

Come si vede, tutto sommato nessuna novità strabiliante, ma testi che in genere hanno ‘resistito bene’ nonostante la ventina d’anni trascorsi. Pregasi inoltre notare la fascetta giallo-blu “Occasion” per 3 titoli su 5 – e gli altri due sono edizioni economiche.

Chi volesse consultarli, può contattarmi tramite un commento qui sotto.

Buon ferragosto a tutti gli altri!

 

Le fromages de/et la France

Una sorpresa (s)Gra.D.Ita (grazie, Doktorvater)

SI può trovare un risvolto positivo “dietro” a un evento (apparentemente) sfavorevole? Almeno in qualche caso sì, come dimostra questa foto che ho fatto stamattina col cellulare all’ingresso della Biblioteca nazionale centrale di Roma Vittorio Emanuele II.

Roma, Biblioteca nazionale, sabato 13 maggio 2017, ore 10 circa

C’ero andato per consultare, appunto in sala Linguistica, qualche testo per la mia ricerca inesauribile. È stato un po’ come vedere il classico “bicchiere mezzo pieno”, ossia quello che gli inglesi esprimono col detto “every cloud has a silver lining”, che sembra far propendere il genio della lingua inglese ad una maggiore ariosità rispetto alla materialità dell’italiano…

Scherzi a parte, per fortuna non è questa l’unica notizia del genere che ci conforta dopo la sua dipartita. Infatti leggo sul Giornale del Sud che già lo scorso 6 aprile è stata inaugurata nell’Università della Calabria di Arcavacata di Rende (CS) la Biblioteca d’area umanistica:

Essa contiene la collezione saussuriana istituita dalla Biblioteca nel 2013 e arricchita dalla donazione di circa 300 documenti, tra libri, tesi di dottorato, microfilm e corrispondenza scientifica, provenienti dalla biblioteca personale di De Mauro e affidati all’Unical lo scorso dicembre.

Nell’articolo completo (con Daniele Gambarara in bella vista) c’è uno sfondone madornale: segnalatelo nei commenti a questo post, se vi va…

E comunque il trasferimento (traslazione e magari anche ‘traduzione’, in un’accezione non comune) di almeno parte della biblioteca di Tullio al luogo dove ho passato una quantità stratosferica di ore, con qualunque tempo e in ogni stagione, non può non fare piacere.
Ma al contempo fa tornare in mente quello che diceva pochi anni fa il mio Maestro — e, riflettendovi, permette di apprezzare ancora di più il gesto della donazione, chiunque la abbia decisa:

Il nuovo edificio della Biblioteca Nazionale è stato costruito in modo dissennato — mi dispiace dirlo per i bravi architetti che ci hanno lavorato. […] doveva essere tutto automatizzato, ma i fondi per far funzionare l’automazione non c’erano, non ci sono mai stati. L’edificio è di una inutile grandiosità per tanti aspetti, […]. Vede queste nostre case di professori, ingolfate di libri? Questo non accade in altri paesi. […] non mi è mai capitato di vedere più di tre, quattrocento libri in casa di professori stranieri. Si posseggono i libri di affezione. I classici più amati. È del tutto naturale che per il resto si vada in biblioteca. Insomma, queste pile oscene di libri che si ammucchiano sui nostri tavoli e sulle nostre scrivanie non si trovano altrove. E invece qui, a Roma, in una condizione già privilegiata, con grandi biblioteche di conservazione, se vogliamo accedere rapidamente a un libro, l’unica cosa è averlo a casa. […] le nostre biblioteche, per esempio nel settore linguistico, non riescono a dar conto di ciò che si stampa all’estero. Per essere aggiornati bisogna ogni tanto andare fuori d’Italia. E poi comprare i libri indispensabili alla propria ricerca.
Tullio De Mauro, La cultura degli italiani, nuova edizione ampliata, Laterza 2010, pp. 32-34 (e sulle biblioteche si leggano anche le pp. 227-8 e 247-8)

Questa istantanea, con Tullio intervistato nel suo appartamento, ritrae proprio la situazione ‘denunciata’ nel passo citato qui sopra.

PS: per chi avesse molto tempo, pazienza e interesse, qui trova il testo della lectio magistralis che Eco tenne all’apertura del Salone del libro torinese del 2007. Che fine farà la sua immensa biblioteca, che si vede in un noto filmato col suo possessore à-la-chaperon?

Mi piaceva quest’immagine per chiudere in tema…

La saggistica in Italia

Questo post (udite, udite!) sarà senza note (quindi verosimilmente anche meno ‘rifinito’), perché mi serve soprattutto per appuntare l’attenzione su un problema, anziché sviscerarlo.

Mi spingono a pubblicarlo due articoli: Non è un paese per saggisti di Gianluca Didino (dal 13 febbraio 2017 su Pixarthinking.it) e Meno accademia più editoria, ecco i nuovi intellettuali di Francesco Guglieri (dall’8 gennaio 2017 su Pagina99.it). Il primo mi è stato suggerito da Pagina 3 (condotta il 14 febbraio da Marco Filoni sul terzo canale della Rai) e il secondo è linkato nel primo.

Perché mi interessano proprio questi due interventi? Perché portano spunti di discussione e sprazzi illuminanti a un argomento su cui rifletto spesso, dopo averci lavorato per almeno vent’anni. E che è anche all’origine della scelta di scrivere i miei post nel modo al quale siete ormai abituati (spero) senza rimedio.
Si tratta della saggistica, un genere dichiarato pressoché moribondo dall’editoria (tradizionale) o tenuto in vita con mezzi artificiali (per esempio, gonfiando corpi e interlinee, e/o riducendo layout di pagina, oltre alle dimensioni fisiche dell’oggetto-libro). Insomma, trascurato anche se ne avremmo tutti gran bisogno, io credo. Dunque in buona compagnia della traduzione (come si vedrà meglio alla fine).
A riguardo avevo da parte un po’ di riferimenti, che per ora spiattello qui senza dilungarmici oltre:

Alfonso Berardinelli

Alfonso Berardinelli (1943-vivente)

  • Alfonso Berardinelli, La “forma del saggio”. Definizione e attualità di un genere letterario (Marsilio, prima ed. 2002, seconda ed. 2008);
  • Giulia Cantarutti, Luisa Avellini, Silvia Albertazzi (a cura di), Il saggio. Forme e funzioni di un genere letterario, Mulino 2007 (da un convegno bolognese del 2004);
  • Remo Ceserani, Convergenze. Gli strumenti letterari e le altre discipline (Bruno Mondadori 2010, cap. 2 – sui rapporti tra filosofia e letteratura);
Remo Ceserani (1933-2016)

Remo Ceserani (1933-2016)

  • Franca D’Agostini, Trattato/Saggio, in Paolo D’Angelo (a cura di), Forme letterarie della filosofia (Carocci 2012, pp. 275 ss.);
  • Silvia Ruzzenenti, «Präzise, doch ungenau» – tradurre il saggio. Un approccio olistico al poetischer Essay di Durs Grünbein (Frank & Timme, Berlin 2013 – spec. i primi due capitoli, che adottano una metodologia linguistica);
  • The Essay: An Attempt, a Preotean Form“, un forum curato da Denise Gigante su Republic of Letters (vol. 4, issue 1, 2014), in cui Mary Kim fornisce anche un’ottima bibliografia iniziale (ovviamente tutta anglofona e perciò da integrare con quella redatta da Massimiliano Pecora, Appunti per una bibliografia critica sul saggio letterario, alle pp. 109-133 del succitato volumetto di Berardinelli).

Il pezzo di Guglieri mette a fuoco una tendenza statunitense (forse sarebbe meglio dire newyorkese?):

le nuove riviste come n+1 o Jacobin, Dissent o New Inquiry sono il prodotto di una generazione di intellettuali statunitensi, tutti sotto i quarant’anni, che, una volta preso il PhD (e dunque dopo un discreto numero di anni di carriera accademica) non considerano più l’università come lo sbocco lavorativo ed esistenziale naturale o anche solo più interessante.

La crisi dell’istituzione-università porta, da un lato, alla necessità di pubblicare essenzialmente per fare carriera (è il ben noto publish or peril, di sapore smaccatamente neocapitalista) che però, visto in un’altra ottica, si riflette in uno scollamento dalla politica ‘reale’, da ciò di cui hanno bisogno le persone. Detto altrimenti, chi punta alla docenza ha in mente un proprio pubblico specializzato e finisce per rivolgersi unicamente a quello, confermando (in parte) ciò che già (lui e il suo pubblico potenziale) sapeva — insomma, non è una situazione molto diversa da Facebook, su cui ripesco dagli abissi del web queste 7 critiche durissime, datate addirittura 2009.

Al riguardo invito a leggere anche il post Tacere. La critica letteraria al tempo di internet, pubblicato da Lorenzo Marchese su Le parole e le cose a fine 2016.

Trovo inoltre un parallelo (se è tale) agghiacciante in queste due formulazioni: «un settore […] non in grado di assorbire tutti i potenziali candidati che produce, né possono farlo completamente gli altri settori tradizionali per gli studiosi di humanities, come l’editoria, il giornalismo, o la pubblicità» e ««tomba, manicomio e pubblicità non sono sempre l’unica possibilità»: cioè, l’editoria sarebbe una tomba e il giornalismo il manicomio?

Più articolato l’intervento di Didino. Questi nota che «l’educazione al saggio è un lascito di quei paesi dove la presenza di una rivoluzione liberale ha contribuito alla nascita di una cultura dell’argomentazione: il saggio moderno nasce tra il XVI e il XVII secolo – cioè nello stesso periodo del romanzo – come strumento di indagine filosofica (Montaigne, Thomas Browne) per diventare un’arma politica durante l’Illuminismo (Samuel Johnson, Voltaire). Per questo la diffusione del saggio come forma letteraria ha presupposto per secoli una fiducia nella ragione e un contesto socio-politico dove chiunque abbia il diritto di proporre la propria visione del mondo».

antonio-gramsci

Carlo Dionisotti (1908-1998)

Carlo Dionisotti (1908-1998)

L’Italia, lo sappiamo, si è costituita come Stato in ritardo di secoli rispetto ad altre democrazie occidentali e tra i problemi causati da questa situazione storica vi sono la mancanza (o la debolezza) di una classe dirigente consapevole e responsabile, e la formazione degli intellettuali rispetto ai centri di potere, indagata a suo tempo da Antonio Gramsci (forse Asor Rosa, nella Letteratura italiana Einaudi, intuiva un possibile, sotterraneo nesso del pensiero gramsciano con l’impostazione di lavoro di Carlo Dionisotti?). Per questo Didino scrive che è «inimmaginabile» ‘tradurre’ l’esperienza dei neosaggisti nord-americani nel contesto nostrano («nelle classifiche dei libri più venduti dell’anno in US e UK ci <sono> sempre diverse raccolte di saggi e in generale molta più nonfiction che in Italia, dove il romanzo continua imperterrito a trionfare»). Il bello è che avanza tre ipotesi molto convincenti sui motivi che rendono difficile acclimatare da noi la propensione alla saggistica (mi pare che Didino si riferisca sia alla produzione sia alla ricezione, ossia contempli tanto gli autori quanto il pubblico):

  1. In Italia la militanza culturale ha spesso significato un rifiuto, più che una critica, dell’esistente: la costruzione di un sistema culturale parallelo che interpreta il proprio rapporto con l’establishment solo in termini di scontro. Questo ha portato ricchezza (la complessa galassia culturale dell’autonomia, della stampa alternativa, dei centri sociali) ma anche impoverimento (ad esempio il rifiuto fino a tempi recentissimi da parte di certi ambienti di confrontarsi con la cultura pop, come ha spiegato Remo Ceserani nel suo Raccontare il postmoderno).

  2. la mancanza dei fondi (e dunque del tempo) necessari per il lungo lavoro di ricerca e scrittura […, lavoro che eviterebbe la] chiusura del sistema accademico italiano nei confronti del più ampio mondo culturale di cui fa parte. In Italia capita ancora raramente che autori accademici scrivano per un pubblico più ampio, e quando questo avviene solitamente assume le forme della divulgazione scientifica: una forma di insegnamento, più che di dialogo. […] da un lato gli accademici sono costretti a pubblicare solo all’interno dell’accademia per preservare la propria posizione lavorativa in un contesto di risorse sempre più limitate. Dall’altro gli scrittori che devono affidarsi alle logiche dell’editoria commerciale non sono incentivati a produrre una saggistica che non troverebbe acquirenti nella pianificazione a brevissimo raggio che contraddistingue il mercato editoriale nell’epoca del declino del neoliberismo.

  3. [Anche se] la situazione delle riviste italiane è migliorata in maniera incommensurabile rispetto a dieci anni fa […] resta da parte della maggioranza delle riviste una resistenza nei confronti di un approccio più teorico, un’attitudine giornalistica a rendere conto di una notizia anche laddove il termine “notizia” viene inteso in maniera ampia (la pubblicazione di un libro, o un evento politico). Anche qui, per ragioni più che comprensibili: gli articoli più brevi si leggono meglio sul web, il longform [un termine che non conoscevo: questa intervista di Cristiano de Majo a Matteo Codignola di Adelphi, in data 6 giugno 2016, fa capire di che si tratta] in rete non ha ancora trovato una forma veramente efficace di diffusione e il mercato è tale che gli esempi di successo sopravvivono discretamente ma non possono permettersi margini di sperimentazione. [Poco sotto aggiunge il dubbio dell’esistenza di un] pregiudizio: quello per cui gli articoli più lunghi e teorici non hanno lettori, ad esempio, oppure, in maniera più sottile, l’idea che un approccio critico sia poco al passo con i tempi frammentari e iperaccelerati di internet.

Qui si potrebbe innestare una riflessione avanzata il 12 ottobre 2016 da Vincenzo Latronico sulla rivista on-line del Sole 24 ore, dal titolo C’era una volta l’americanata (devo il link sempre a Didino). Ma dato che Latronico chiama in causa anche il ruolo e la legittimità dell’«inglese nonstandard» e dello «stile intellettuale», temo che ci porterebbe un po’ fuori strada, per cui vi consiglio di metterlo tra i preferiti e leggervelo in un momento di calma (comunque anch’esso è un pezzo bello lungo!). Per incuriosirvi, lascio qui unicamente questa chicca: «Fare cultura oggi in Italia significa in larghissima misura fare da mediatori, spiegatori, diffusori, traduttori, di cultura prodotta in inglese. Senza bisogno di chiamare in causa colonialismi e capitalismi, che pure c’entrano, questo ha un’ottima spiegazione economica: tradurre (un libro, un film, un reportage) permette di avere un prodotto migliore a costi più bassi. Non sarà migliore perché americano, o inglese, ma anche solo perché, avendo un pubblico di riferimento maggiore, può essere pagato di più».

Al riguardo invito a leggere anche il bel post Tacere. La critica letteraria al tempo di internet, pubblicato da Lorenzo Marchese su Le parole e le cose a fine 2016, il quale mi pare esprima la voce disperata dei critici (?) trenta-quarantenni che, esaurita la breve esperienza TQ (2011-2013) e delusi dai litblogs, dovrebbero imporsi e accettare la dignità del silenzio: «scegliere di tacere non è un atto di autolegittimazione del critico nuovo entrante, né un modo di differenziarsi, ma una delle poche scelte che gli appartengono del tutto: nessuno, all’infuori di noi stessi, può imporci il silenzio in campo aperto, giacché l’industria culturale mira ad azzittire grazie all’opposto di un eccesso di discorso. Tacere si mostra un ideale a cui tendere, senza scordare che raggiungerlo è un’utopia infeconda e anche abbastanza ridicola, che non porta a nulla».

Tullio De Mauro (1932-2017)

Tullio De Mauro (1932-2017)

Riprendo e collego a tutto ciò un filo di osservazioni fatte da Tullio De Mauro nell’intervista curata da Francesco Erbani, La cultura degli italiani (Laterza, nuova ed. ampliata 20103). Proprio all’inizio di questo grande volumetto, il linguista da poco scomparso stigmatizza l’uso restrittivo (chioso, per estremizzare: elitario) della parola ‘cultura’ da parte della tradizione nostrana, che lo intende sempre come «cultura letteraria», «letterario-filosofica», «letterario-ideologica». A riprova cita il saggio “La cultura”, che Asor Rosa scrisse per la Storia d’Italia, Vol. IV: Dall’ Unità ad oggi, t. 2 (Einaudi 1976):

Lì si parla della cultura al singolare, dal 1870 al 1976, ed è inutile cercare qualsiasi nome che non sia di scrittore, poeta, romanziere, critico letterario, storico della letteratura, saggista di varia umanità. E non c’è traccia del fatto che siano esistiti in questo paese non solo singoli studiosi, ma scuole e tradizioni di discipline naturalistiche, fisiche, matematiche. La cultura è – in questa accezione – conoscenza delle belle lettere. […] chi conosce a memoria una poesia di Montale è colto, chi non la conosce non lo è. Può essere un grande matematico o biologo, ma non conosce Montale: non è colto. Tutto il resto della cultura, anche della cultura intellettuale, è in ombra. […] Io resto affezionato a una definizione larga di quel termine, e più precisamente a quella che forniscono etologi e antropologi. [… Ossia:] quel complesso di elaborazioni, condizionate dal patrimonio genetico di una specie vivente, ma non dettate da questo, nascenti dal rispondere ai bisogni che quella specie trova sul suo cammino. Trasmissione per imitazione, ricombinazione di elementi già dati, invenzione sono le tre radici della cultura intesa a questo modo [pp. 3-7].


Chissà cosa pensava Tullio di un testo come quello di Lucio Russo e Emanuela Santoni, Ingegni minuti. Una storia della scienza in Italia (Feltrinelli 2010 – il titolo deriva da un passo nell’autobiografia (1728) di un autore caro a Tullio, cioè Giovan Battista Vico), un testo sanguigno sul quale consiglio di dare un’occhiata almeno a questa recensione invitante di Claudio Giunta (poi ripresa, con altre e la Premessa iniziale del testo, su Giro di vite)?

Ma non divaghiamo! Cosa sono i tre ingredienti riportati alla fine della citazione demauriana, cioè trasmissione, ricombinazione e invenzione, se non alcuni degli stessi in atto (cioè al lavoro) nel tradurre, oserei quasi dire una sorta di “forma interna” del lavoro della traduzione?

Anche le osservazioni del filosofo Tullio Gregory sembrano potersi accordare con questa lettura:

Se la storia della cultura comporta sempre un ereditare e un trasmettere, un trasferire da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti […]. Ove tradurre – ereditare e trasmettere – è sempre un interpretare, come ricorda anche la connessione di termini con valore sinonimico interpretari, vertere, transferre. In questo ambito l’invenzione neologica assume un valore centrale, e con essa la neosemia, intesa come mutamente di significato di una stessa parola in rapporto non solo con un testo tradotto, ma in relazione all’esigenza di dare espressione a nuove esigenze di pensiero. […] Sempre la translatio si pone in termini di confronto, traduzioni, interpretazioni [Translatio linguarum. Traduzioni e storia della cultura, Olschki 2016, pp. 11 e 51].

Concludo ricordando che è proprio un antropologo, Ugo Fabietti, a dedicare alla “traduzione” il settimo capitolo del suo manuale istituzionale. In esso, dopo aver messo a confronto etnologi come Boas, Malinowski e  Geertz con filosofi del calibro di Max Black o Gadamer, ricupera il concetto feyerabendiano di «incommensurabilità», che non equivale a ‘intraducibilità’:

Feyerabend ritiene infatti che vi sia un «dispositivo di transitività» da una cosmologia scientifica a un’altra, e che questo meccanismo consista nella proprietà autotrasformativa del linguaggio. Un linguaggio non è una struttura chiusa, immutabile. Tale apertura e tale mutevolezza non sono da intendersi in senso puramente diacronico, storico, ma devono invece essere considerate come possibilità di elaborare nuovi concetti atti a tradurre situazioni sempre nuove. Se non fosse così, non vi sarebbe in effetti la possibilità di esprimere nuove idee […] la nostra lingua, per quanto radicata in un sistema di premesse che è incommensurabile con quello su cui poggiano altre lingue, può trovare in se stessa le risorse adeguate per cercare di approssimarsi ai significati espressi dalla cultura che costituisce l’oggetto del nostro studio. Questo potere autocorrettivo del linguaggio risiede nella sua natura metaforica. La natura metaforica del linguaggio scientifico non è, al contrario che per alcuni filosofi della scienza, un difetto, ma una virtù del linguaggio in generale, il suo aspetto veramente creativo. La conoscenza non dovrebbe essere ridotta al problema di elaborare un linguaggio fondato su «definizioni convenzionali», ma consistere nella possibilità di ridescrivere il mondo rimodellando il nostro sguardo grazie alle capacità autotrasformative della nostra lingua. […] Ciò che costituisce l’oggetto dei nostri tentativi di comprendere, di tradurre, le altre esperienze culturali sono le strutture relazionali entro cui, nell’ambito di sistemi culturali incommensurabili come il nostro, le parole e i concetti si situano. Le parole non esistono in un vuoto, ma acquistano significato in relazione ad altre [Antropologia culturale. L’esperienza e l’interpretazione, Laterza 2009 (decima ed.), pp. 256-7].

Ugo Fabietti (1950-vivente)

Ugo Fabietti (1950-vivente)

Chiosa (e chiusa) semplice: ciò che Fabietti chiama, in maniera forse un po’ contorta, «proprietà autotrasformativa del linguaggio» e «potere autocorrettivo del linguaggio» è quanto Tullio aveva già da tempo definito come «creatività» (Minisemantica dei linguaggi non verbali e delle lingue, Laterza 1982, pp. 46 ss. – irrinunciabile qui l’approfondimento grazie alla lettura della voce Creatività redatta nel 1977 da Emilio Garroni per l’Enciclopedia Einaudi, e dal 2010 resa nuovamente disponibile da Quodlibet, con prefazione di Paolo Virno) e in seguito più precisamente come «non non-creatività», da cui derivano tra l’altro «la indefinita estensibilità del campo noetico», «l’indeterminatezza semantica ed eventuale plurideterminabilità delle parti e delle articolazioni in parti dei suoi segni, parole, frasi, discorsi, testi […] e quindi la pluriplanarità del piano del contenuto di una lingua» e «la metalinguisticità riflessiva» [Lezioni di linguistica teorica, Laterza 2008, pp. 146-7]. Che poi, se ci pensate bene, è un vedere all’opera questa stessa teoria, vederla cioè confermata in maniera concreta, e quindi ipso facto accreditare il valore dell’attività traduttiva, che sfrutta la medesima plasticità della lingua, negletta in Italia quanto la produzione saggistica…

AGGIUNTE INTEGRATIVE (1-8 marzo 2017)

Da qualche parte, qui sopra, mentre si parla di Facebook (in cui secondo una ricerca scientifica, che però non sono stato ancora in grado di ritrovare, pare che si scriva sostanzialmente e inconsciamente più per ritrovare conferma in se stessi e alle proprie idee, che per comunicare e aprirsi genuinamente, sinceramente agli altri, che è invece lo spirito della comunicazione, della trasmissione, quindi anche della interpretazione e della traduzione), è utile tenere presente qualche altro riferimento che per adesso scarico qui indegnamente, in attesa di dipanarli meglio.

Anzitutto c’è da leggere questo articolo del Guardian che illustra chiaramente (accompagnato da una grafica molto originale e gradevole) la questione, indubbiamente problematica, del rapporto fra lingua e accesso a internet — ovvero come quest’ultimo discrimini le minoranze, che lo voglia o no.
E attorno alla medesima questione ecco qui 4 testi laterziani + 1, a futura memoria ma per adesso senza altre considerazioni:

  • R. Simone, La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo (2000), dal quale è poi maturato lentamente un suo successivo Presi nella rete. La mente ai tempi del web (Garzanti 2012);
  • F. Ferrarotti, La perfezione del nulla. Promesse e problemi della rivoluzione digitale (2002);
  • F. Metitieri, Il grande inganno del Web 2.0 (2009);
  • R. Casati, Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere (2013).

Aggiungo, ma non è meno importante, un promemoria anche per il teorico dei nuovi media, Geert Lovink, di cui l’anno scorso Egea (editore bocconiano) ha pubblicato L’abisso dei nuovi media. Il traduttore Bernardo Parrella lo intervista su Lavoroculturale.org e, per una presentazione più distesa delle sue posizioni, si legga anche l’intervista condotta da Barbara Ciolli su Lettera43.

Geert Lovink (dall’intervista di B. Parrella su Lavoroculturale.org)

Il suono (e il senso) del silenzio

Sono rimasto colpito favorevolmente da questo post di Giovanni Turi, forse anche perché avevo già incrociato sul web l’ultima fatica di Vitaliano Trevisan, Works, e mi era parsa interessante — ma non avevo mai approfondito quella che dunque era rimasta un’impressione fugace.

La copertina del libro di Trevisan (Einaudi 2016)

La copertina del libro di Trevisan (Einaudi 2016)

Certo, sento di farci abbastanza la figura del parvenu, dato che da un sacco di tempo vado dichiarando (in modo nemmeno troppo nascostamente snobistico) che non mi occupo (non mi voglio occupare) di letteratura, fiction, Belletristik. Preferisco dedicarmi a qualcosa di apparentemente più umile (e forse più utile?) come la saggistica.

Però adesso ho capito che qualcosa di ‘sotterraneo’ agiva in quell’attrazione (poco fatale, in realtà, e molto più destabilizzante). Turi scrive e poi cita l’autore:

geometra, lattoniere, pusher, gelataio, magazziniere, portiere notturno, ma la sua esperienza [di Trevisan] è soprattutto il pretesto per analizzare una dimensione fondamentale dell’esistenza di ciascuno: «[…] ci si dimentica sempre che il lavoro, se anche non è la vita, trasformando nel tempo l’individuo, sia fisicamente che spiritualmente, la influenza comunque in modo determinante».

Il corsivo l’ho aggiunto io, qui, adesso: nel mio caso, quasi senza lavoro, la vita avvizzisce, ti intristisce, si accartoccia come un fiore seccato dall’arsura estiva che spacca il terreno una volta fangoso (quindi potenzialmente fertile).

Tutto ciò potrebbe spiegare il lungo silenzio/oblio dall’ultimo post. Il titolo che ho dato a questo odierno (insolitamente ma volutamente breve: poco più di 300 parole, per WordPress) è intenzionalmente allitterativo e allusivo; ma non mi illudo certo di stare fornendo prosa d’arte: tuttalpiù un affannarsi per fingere di scacciare il malessere interiore, la sensazione di distacco e alterità dagli altri (e nausea, e rifiuto contorto), riempiendo la distanza di parole. Spero di continuare a scriverne altri, a beneficio di altri lettori, internauti, curiosi, girovaghi, saltimbanchi e altre specie (più o meno) viventi. Magari ditemelo, ogni tanto.

Come: ancora libri!?

Ennesima kermesse all’Auditorium Parco della Musica in Roma:

da venerdì 18 a domenica 20 marzo, LIBRI COME, una “festa dei libri e della lettura”.

Locandina di "Libri come" (2016, VII edizione)

Locandina di “Libri come” (2016, VII edizione)

Questa settima edizione è dedicata a Roma e le altre (città) e il programma completo si può scaricare in PDF da questa pagina (analogamente alle attività didattiche, da qui).

Collaborano stavolta l’Istituto Cervantes, RAI Radio3, e il tutto è curato da Marino Sinibaldi coadiuvato da Michele De Mieri e Rosa Polacco.

Ho una mezza voglia di andare a sentire le Storie di libri perduti , ben otto, raccontate da Giorgio Van Straten con l’assist di Walter Veltroni e Paola Soriga – il libro si può acquistare anche come e-book, direttamente dal sito dell’editore, risparmiando 5 euro (8,99 contro 14 della versione a stampa, di appena 144 pagine; un calcolo brutale di quest’ultima darebbe un costo a pagina di 97 millesimi di euro).

La copertina del libro di Van Straten (Laterza, 2016)

La presentazione si terrà domenica 20, alle 17, nello spazio Officina 2.
Non dovrebbe esserci troppa gente, data la concomitanza con altre presentazioni di autori ben più noti: alle 15 Pierluigi Battista con Antonio Pennacchi, alle 16 Sophie Kinsella, o in altro luogo Atticus Lish, o Chigozie Obioma con Igiaba Sciego, alle 17 Suad Amiry o (altrove) Edoardo Albinati. E meno male che è stata annullata una conferenza di Jacques Attali – ma non è l’unico caso del genere  😉

Come al solito (e come in tante altre occasioni, mi pare, forse non a caso, specialmente le rituali fiere di settore, da quella della piccola e media editoria “Più libri più liberi” [prossima edizione, la quindicesima, dal 7 all’11 dicembre 2016], la Fiera del libro per ragazzi [Bologna, 4-7 aprile 2016: qui segnalo che ospite d’onore sarà la Germania, con un’anteprima sulla prossima Buchmesse: Francoforte, 19-23 ottobre 2016], per arrivare al clou del ventinovesimo Salone internazionale del libro [Torino, 12-16 maggio 2016]), il calendario è caoticamente inzeppato di appuntamenti, cosicché sul sito dell’Auditorium (gestito da Fondazione Musica per Roma, viale Pietro de Coubertin n° 30 – tel. 06-80241281) non si capisce bene come arrivare a questo incontro: forse è ritenuto di secondo piano?
Digitando STRATEN nella maschera di “ricerca” sul sito, non compare nulla, però l’evento è annunciato sul sito dell’editore.
Spero che questo significhi almeno che lì non si debba pagare il biglietto di 3€ (tel. biglietteria TicketOne: 892101, anch’essa purtroppo a pagamento, 1€/minuto da fisso, 1,5€/minuto da cellulare), a differenza degli altri “big” summenzionati.

Buon divertimento!

Cominciare bene (?) il 2016

Mi piace molto l’idea (e quindi, così, ora anche l’atto) di inaugurare l’anno nuovo con questo post di Christian Raimo, uscito nel pomeriggio appena trascorso.Christian Raimo su <em>Internazionale</em>

Mi piace quando scrive

Bisognerebbe ripensare radicalmente il Centro per il libro e la lettura (Cepell), o altrimenti abolirlo? Sì. […] Occorre cominciare a censire le abitudini e le pratiche più che i consumi culturali

e anche:

Molto diverso sarebbe pensare progetti strutturali: sull’educazione alla lettura – per esempio – oltre a Solimine, vanno citati i lavori di Giusi Marchetta, Antonella Agnoli, Luisa Capelli, Sergio Dogliani.

A Raimo (ma i link ai quattro autori appena citati sono stati aggiunti da me hic et nunc) vorrei affiancare qualcos’altro di affine che ho orecchiato in questi giorni.

Infatti lo scorso giovedì 7 gennaio Pagina 3 (la rassegna stampa culturale di Rai Radio 3, che si può ascoltare comodamente mentre si rifanno i letti di casa e il sole comincia a filtrare col freddo in stanze ancora tiepidamente insonnolite) durante la conduzione di Vittorio Giacopini e tramite la sua voce ha dato lettura di questa notizia:

Tablet in classe
Uno studio di Benedetto Vertecchi, decano dei pedagogisti italiani, rivela che il tablet usato in classe crea nuovi analfabeti e determina un calo negli apprendimenti. Ne scrive Salvo Intravaia a pagina 21 de La Repubblica.

Copio-incollo direttamente dal sito ufficiale, in assenza di link diretti. Tranne scoprire, senza neanche scavare tanto in profondità, che la tesi è vecchia di almeno un paio d’anni (sempre limitandosi al quotidiano Repubblica, seppure allora era formulata un po’ diversamente).
Cerco di compensare, allora, aggiungendo queste informazioni: Benedetto Vertecchi, ordinario di Pedagogia sperimentale e direttore del Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica all’Università Roma Tre, ha pubblicato di recente: Le sirene di Malthus. Pensieri sulla scuola (Roma 2004), La scuola disfatta (Milano 2006) e Il disagio, l’alfabeto, la democrazia (Milano 2007). Salvo Intravaia è autore nel 2012 di questo volumetto importante, L’Italia che va a scuola.

Un’altra pagina utile, anche se apparentemente si lega meno bene della precedente alle tesi di Raimo, è l’articolo di Fabrizio Tonello La guerra contro i giovani, pubblicato l’ultimo dell’anno sul Giornale dell’università degli studi di Padova.
È una recensione lucidamente critica di Alessandro Rosina, NEET. Giovani che non studiano e non lavorano (Vita e pensiero, 2015); l’acronimo sta per “Not in Education, Employment or Training” e il volume dimostra che la percentuale sta crescendo, sulla scorta dei dati 2014 dell’Istituto Toniolo.
Qui mi piace dove scrive

a una lettura attenta le esternazioni di prestigiosi editorialisti appaiono per quello che sono, colossali sciocchezze [… a cui] si aggiungono le affermazioni di un ministro del Lavoro che consiglia ai giovani di non studiare troppo, accontentarsi di 97 come voto di laurea e di non perdere tempo cercando di ottenere un 110 e lode.

ma soprattutto:

manca […] un’analisi sui limiti e gli effetti negativi delle politiche per il mercato del lavoro in Italia negli ultimi 20 anni, politiche che hanno favorito l’esplosione della precarietà [… e accettando] livelli elevatissimi di disoccupazione e sottoccupazione in nome degli equilibri di bilancio [imposti dall’austerità europea hanno prodotto una] forza lavoro giovanile a basso costo [… che svolge] una funzione economica precisa […, quella] di esercito industriale di riserva e [di contribuire], in un sistema produttivo a bassa innovazione come quello italiano, a perpetuare una condizione di sfruttamento dei giovani [miei i neretti – AdeL].

Infine, come una sorta di sottoscrizione di buoni propositi, voglio chiudere il cerchio rinviando a un altro post di un altro giovane autore italiano, uscito anch’esso sul sito di Internazionale, cinque ore dopo quello succitato di Raimo e a firma del suo sodale Nicola Lagioia: Proviamo a usare internet per scoprire il mondo invece che per insultare. Che (ché?) in parte dice alcune cose sulla rete (e più specificamente sui social network) che intuisco confusamente, e altre ne suggerisce per via indiretta, o magari sono io a illudermi di aggiungerle tacitamente, come per via abduttiva…
Si tratta di un articolo mooolto luuungo, che richiede tempo per assimilarlo e calma per rifletterci su (come ho già scritto sulla mia pagina Facebook).
Ora, anche volendo prescindere dai contenuti specifici, mi piace il fatto che Lagioia inserisca nel discorso un azzardo e, verso la fine, un riferimento alla scommessa pascaliana.
E dolce è la variatio di

azzardata, discutibile e visionaria

o anche

a ogni retweet, a ogni condivisione, a ogni endorsement della propria follia omicida

e in forma più elaborata:

fanno più comodo un miliardo di utenti risentiti che si comportano come creature neandertaliane o un popolo di gente evoluta che usa internet in modo consapevole, intelligente e complesso? Le @dolcecandy e i mister Hyde 2.0 che si prendono a sputi e randellate nei corridoi virtuali non sono simili a quegli schiavi ai quali – per farli sentire liberi di qualcosa – era concessa ogni tanto la libertà di massacrarsi almeno tra di loro?

Ma quando ho letto

L’agorà permanente che per i ciberutopisti sarebbe dovuta diventare internet, rischia sempre più spesso di ridursi a un’arena di gladiatori

ho capito che l’articolo parla anche, indirettamente, del Movimento 5 stelle 😉

Nicola Lagioia, vincitore dell’ultimo premio Strega

A proposito di Romania…

Mi imbatto girovagando in una precisazione di Giulia Zoli, attenta copy editor di Internazionale (sic nel colophon dell’edizione cartacea), in grado di risolvere un dubbio che avevo da tempo.
Il 10 dicembre 2014 sosteneva la scelta di scrivere ‘rOmeno’ (anziché ‘rUmeno’) con due argomentazioni:
(1) «La forma con la o mette l’accento sul legame della Romania con Roma: il fatto di essere un’isola di latinità in un mondo di slavi è un elemento fondante dell’identità del paese. La forma con la u, invece, dal cinquecento fu usata dai dominatori slavi e ungheresi per indicare i servi della gleba e le persone più umili e senza diritti.» Sul mondo slavo mi permetto di rinviare alla prima, lunghissima nota del mio post precedente, sulla “scuola di Nitra”.
(2) «Secondo il dizionario della lingua romena Dex, ancora oggi la “forma arcaica e popolare” rumân indica “i contadini dipendenti dai signori feudali”. Una ragione in più a sostegno della forma con la o, che dopo la formazione dello stato della Romania è stata infatti incoraggiata ed è quella oggi in uso: è più vicina al latino e rivendica l’emancipazione da un dominio straniero.»
Chiaro e distinto.
Ma evidentemente Giulia non aveva letto la precisazione fornita il 14 ottobre 2013 da Matilde Paoli in una delle “Risposte ai quesiti” che sul sito dell’Accademia della Crusca si trovano nella rubrica “Consulenza linguistica”, e il cui succo è desunto da un saggio di Luisa Valmarin, certo non facilmente accessibile: Luisa Valmarin, La guerra del ru- e del ro-, in Miscellanea di studi in onore di Aurelio Roncaglia a cinquant’anni dalla sua laurea, Modena, Mucchi, 1989: pp. 1385-1409 (è citato in calce, non è che lo sapevo io…).

Insomma, bisogna parlare della Romania e dei rOmeni non per dire che sono tutti ladri e stupratori, come risulterebbe leggendo i quotidiani di destra, del centro e sentendo le chiacchiere al baretto sotto casa o sull’autobus…

E allora passo a segnalare anche qualcosa di più attinente, che possiamo leggerci sui nostri schermi, e di cui occorre apprezzare lo sforzo per uscire dall’àmbito nazionalistico, scrivendo in altre lingue, che a livello generalissimo (posso risparmiarmi e risparmiarvi le solite, ormai retoriche citazioni dai vari Schleiermacher, Benjamin, Derrida, Berman ed epigoni di estrazione e valore diversi, giusto?) significa aprirsi e confrontarsi con l’Altro.
(A) Translationes: rivista annuale (ISSN: 2067-2705) dell’università dell’Occidente di Timişoara, facoltà di lettere, storia e teologia, a cura dell’associazione ISTTRAROM.
Nel comitato d’onore i non-romeni sono soprattutto francofoni (Michel Ballard di Arras, Jean Delisle di Ottawa, Jean-René Ladmiral, docente a Paris Nanterre IX), ma c’è anche uno spagnolo (Antonio Bueno Garcia di Valladolid). Gli indici di tutte le sei annate pubblicate fino a oggi sono consultabili alla rubrica “Archives”, ciascuno su pagina a sé; i contributi non sono scaricabili gratuitamente, ma ciascuno è corredato da una sintesi e da un elenco di parole chiave. Una segnalazione per inviare i contributi al prossimo numero (7/2015, dedicato a “Fasi di storia della traduzione” – la scadenza era lo scorso primo ottobre, anche se la medesima notizia sul sito francese Fabula la posticipava a metà ottobre, oltre a fornire qualche elemento di riflessione in più, copiato da questa pagina) era apparsa anche sul blog della bella rivista on-line Tradurre di Gianfranco Petrillo. Peccato che nella pagina dei partner non sia presente neanche un sito universitario, un centro di ricerca, un’associazione, insomma, nulla di italico…
(B) Diacronia: un semestrale (ISSN: 2393-1140) dedicato a pubblicare «applied research in the form of research and letter articles resulting from observations, experiments, and analyses concerning the synchronic and/or diachronic linguistic reality». Troppo generico? Sì, meglio restringere i campi: «diachronic linguistics (historical phonetics and dialectology, historical grammar, etymology, onomasiology, semasiology), philology, sociolinguistics, translation studies, corpus linguistics and anthropology». Queste precisazioni si trovano nella pagina di presentazione, dove insieme ad altre informazioni più circostanziate campeggia in una sorta di esergo anche una citazione darwiniana: «We are not here concerned with hopes or fears, only with truth as far as our reason permits us to discover it» (senza citarne la fonte: sta nell’ultima pagina dell’ultimo capitolo, il tredicesimo, dell’Origine dell’uomo, 1871) ! Non male in questi tempi di iperspecializzazione, per una rivista nata da poco. Infatti sinora sono usciti due numeri; a chi interessasse, le scadenze per il 3 e il 4 sono, rispettivamente, il 12 febbraio e il primo agosto 2016. Una particolarità interessante è che i contributi devono essere bilingui (cioè, chi scrive in romeno deve allegare anche una versione in inglese o francese) e inoltre che vengono pubblicati appena risultano approvati, senza aspettare che si formi la rivista completa, per offrirli subito in lettura, con accesso completamente libero (meraviglie della tecnica!).

E qui posso iniziare a ricordare qualche testo del passato di autori romeni che è riuscito a superare la chiusura del mercato librario nostrano a prodotti di autori e paesi meno noti, e che per vari motivi occhieggia dai miei scaffali (più o meno virtuali):

Iorgu Iordan e John Orr, Introduzione alla linguistica romanza (ed. or. 1937; trad. di Luciana Borghi Cedrini, Einaudi 1973, con una nota di D’A. S. Avalle).

Solomon Marcus, Edmond Nicolau, Sorin Stati, Introduzione alla linguistica matematica (ed. or. 1966; trad. di Filippo Franciosi, Pàtron 1971).

Sorin Stati, Teoria e metodo nella sintassi (1967, trad. il Mulino 1972) – come si vede, questo autore (una succinta biobibliografia in romeno si trova a questa pagina) ha pubblicato vari titoli in italiano (grazie alla sua lunga permanenza e proficua attività didattica in vari atenei locali) come si può vedere anche dalla pagina che gli dedica Wikipedia inglese, alla cui biblio aggiungo che in suo onore è uscito anche il primo fascicolo dell’annata XVI (2008) della rivista L’analisi linguistica e letteraria, della facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università cattolica del Sacro cuore, a Milano, che raccoglieva gli atti dello IADA Workshop su “Word Meaning in Argumentative Dialogue”, tenutosi a Milano dal 15 al 17 maggio 2008 (curatori: G. Gobber, S. Cantarini, S. Cigada, M.C. Gatti e S. Gilardoni).

Lucia Vaina Puscą: di questa studiosa ricordo alcuni saggi pubblicati negli anni settanta in riviste italiane legate alla vague semiotica: p. es. il numero 28 (1975) di «Strumenti critici» ne ospitava La dialettica del «grande paesaggio» nella «țigănci» di Mircea Eliade; e credo dopo la (o quasi contestualmente alla) discussione nel 1977 della sua tesi di terzo ciclo in filosofia col lituano Algirdas Julien Greimas (uno dei mostri sacri della semiotica francese) all’università di Parigi IV, incentrata sulla Lecture logico-mathématique de la narration, modèle sémiotique, le fu affidata la curatela di tutto il numero 17 (maggio-agosto 1977) di «Versus. Quaderni di studi semiotici», la rivista di Eco, che così sdoganava l’impiego dell’arsenale logico-modale dei mondi possibili per l’analisi testuale (qui se ne legge il sommario). Un altro suo articolo, Semiotics of With, uscì poi nel numero 19-20 (gennaio-agosto 1978) della medesima testata, che ne rappresentava uno sviluppo in quanto affrontava il tema più ampio Semiotica testuale: mondi possibili e narratività (eccone qui l’indice integrale; rammento che il saggio introduttivo, di Umberto Eco, sarebbe poi rifluito, in gran parte come capitolo 11, nel suo libro in uscita pochi mesi dopo col felicissimo titolo di Lector in fabula, sottotitolo: La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Bompiani 1979).

Marin Mincu (a cura di), La semiotica letteraria italiana (Feltrinelli 1982), una serie di interviste ‘a caldo’ condotte dal curatore a questi esponenti nostrani: Stefano Agosti, D’Arco Silvio Avalle, Gian Luigi Beccaria, Antonino Buttitta, Gian Paolo Caprettini, Maria Corti, Umberto Eco, Emilio Garroni, Marcello Pagnini, Aldo Rossi, Cesare Segre e Alessandro Serpieri.

 

La lista dei volumi di autori romeni è potenzialmente aperta: segnalatemi altri titoli e li inserirò volentieri.

A Torino, la Germania e le traduzioni italiane: «un lavoro un po’ strano, non facile»

J.W. von Goethe sulla via Appia (Wilhelm Tischbein, 1787).

J.W. von Goethe sulla via Appia nella campagna romana (Wilhelm Tischbein, 1787).

È sempre bene portarsi avanti col lavoro: ci ha pensato anche il Giornale della libreria, ripreso poi da Biblit, che rammentano a tutti l’ospite del prossimo, e ormai imminente, XXVIII Salone del libro di Torino (14-18 maggio 2015, Lingotto): la Germania. Magari servisse a esorcizzare l’atmosfera pesante che aleggia intorno alle posizioni rigide di Angela Merkel quando si parla di economia europea…

Non vorrei farla tanto lunga: si sanno già da tempo un sacco di cose (il programma generale occupa 29 pagine di un pdf, scaricabile da qui; contiene anche un nutritissimo elenco di incontri specifici sulla traduzione, grazie a Ilide Carmignani). [NOTA 1] E sarà ‘svelato’ giovedì 7 maggio il programma delle manifestazioni che si terranno fuori della sede tradizionale (il Lingotto ex-Fiat), cioè la dodicesima edizione che quello che si chiama Salone off, #SalToff per gli amici di Titti.
Quest’anno dubito che ci saranno redattori precari o altri ‘interventi’ a vivacizzare una manifestazione che è diventata istituzionale quanto basta (a questo indirizzo una sorta di ‘rassegna stampa’ di quello che si combinò al Salone del 2011).

Vorrei invece mettere assieme un altro paio di segnalazioni pertinenti, senza aspirare all’originalità assoluta, ma per far risaltare quegli aspetti che considero qualificanti del mio blog: il lavoro editoriale e quello traduttivo.

Comincio con un articolo che si trova anche nel testo dei primi link: L’editoria italiana e gli editori tedeschi: piccola storia di un grande amore, scritto da Piero Salabè e datato 20 marzo 2015. Conobbi Salabè una decina di anni fa, si proponeva come redattore e traduttore per spagnolo e tedesco, ma nonostante il suo entusiasmo e la frequentazione di ambienti tedeschi risultò ancora ‘acerbo’ per il livello richiesto.
In questo “ingradimento”, pur nello spazio ridotto consentito da BooksinItaly, si avverte una certa padronanza della materia (en passant cita il caro vecchio Wagenbach, ma anche Piper e Hanser, con le quali pure ebbi rapporti, soprattutto all’inizio degli anni Novanta). In estrema sintesi, Salabè nota che l’onda lunga, l’amore per l’Italia, nato negli anni Sessanta e all’apice con la traduzione del Nome della rosa, oggi è definitivamente tramontata, anche se «le passioni vere possono sempre rinascere, soprattutto dopo una storia d’amore con radici così profonde come quella fra Italia e Germania», conclude. [NOTA 2] Chissà… tutto il discorso rimane però all’interno della sfera letteraria, senza prendere in considerazione nessun altro fattore nello sguardo complessivo. Per dirne uno solo: a mio avviso il crollo del muro di Berlino e la conseguente riunificazione dei due blocchi in cui era stata divisa la Germania dopo la sconfitta subita nel secondo conflitto mondiale quasi certamente hanno contribuito a riorientare in direzione Ovest-Est (semplifico…) interessi che prima si rivolgevano (anche) al Sud.

A questo sguardo sull’Italia dalla Germania si accosta bene l’intervista a Enrico Ganni che Sara Meddi ha fatto trovare il 22 aprile 2015 su Pagina successiva (sito che non conoscevo, tra l’altro). Qui il discorso è ovviamente ribaltato, perché Ganni confessa candidamente: «non non sono in realtà molto preparato…», ma in realtà le sue conoscenze, ancorché presuntivamente generiche, bastano a confermare in più punti quanto descritto da Salabè. E quindi i due si complementano (non so se si complimentano pure) e passo oltre. Il discorso è ribaltato, però, anche perché si concentra sulle traduzioni che Einaudi ha promosso di autori tedeschi da quando Ganni prese il posto di Roberto Cazzola, che nel 1995 passò ad Adelphi (dove tuttora dovrebbe avere un ruolo di capo-redattore), lo stesso anno in cui, come per un raffinato gioco di scacchiera, Renata Colorni passò da Adelphi a Mondadori. [NOTA 3]
Ma al di là delle scelte e delle preferenze letterarie, si sa, inevitabilmente soggettive (si confrontino ad esempio le opinioni di un altro famoso germanista, Cesare Cases, nelle sue Memorie di un ottuagenario (Donzelli, Roma, 2003), alcune considerazioni svolte da Ganni fanno intravedere uno spaccato di vita editoriale italiana e dei suoi cambiamenti, ben più istruttivo di quanto dicano altri.
Ne riporto alcune: «All’epoca era diversa anche la struttura della casa editrice, per cui mi occupavo di tutto ciò che riguardava la Germania: saggistica, narrativa, classici, tascabili, poesia, teatro ecc. Era più una struttura orizzontale, adesso invece è una struttura verticale»; oppure: «ci sono una serie di autori che vanno bene e altri che fanno fatica, ma che magari si pubblicano più per onor di firma. Ma questo non solo da noi, è così per tutte le case editrici, le tirature sono sulle 2.500-3000 copie. In linea di massima, anche guardando i dati dell’AIE, gli autori inglesi hanno una tiratura media doppia, ma anche rispetto ai francesi. Con la crisi le tirature medie si sono però abbassate molto, e la divaricazione adesso è meno accentuata».
E ancora: «Prima di internet era un processo più lento, adesso si è continuamente subissati di proposte. All’Einaudi i computer sono stati introdotti proprio nel ’95, ma inizialmente venivano usati solo per impaginare, non c’erano ancora le mail, non si usava internet, era tutto più tranquillo, si leggevano i libri con calma. Adesso è tutto più veloce, ci sono libri molto combattuti, richiesti da più case editrici, e lì dobbiamo essere fulminei. Basta leggere i verbali delle riunioni Einaudi, per capire quanto sono cambiate le cose. […] era tutta un’altra impostazione» — sottoscrivo pienamente!
Poi ci sono anche delle affermazioni contraddittorie: in qualità di docente, Ganni sostiene che «finché continua a esistere l’editoria così come la conosciamo noi, con questo modello di lavorazione del testo, ci sarà sempre spazio per i traduttori», ma poche righe dopo dichiara che «non c’è molto spazio per inserire nuovi collaboratori. [… e siccome, data la complessità dei testi pubblicati da Einaudi] serve un retroterra culturale oltre che linguistico, […] non c’è moltissimo spazio per nuovi ingressi».
Le seguenti considerazioni qualitative portano anche a riflettere sulle difficoltà insite nel mestiere del traduttore: «il livello dei traduttori, soprattutto dal punto di vista linguistico, è molto migliorato. Fino a vent’anni fa si imparava a tradurre traducendo, con l’aiuto delle case editrici, adesso ci sono molti corsi, alcuni funzionano bene, altri meno… Però si creano anche molte illusioni e in parte si inflaziona il mercato, si crea molta mano d’opera che non ha lavoro e questo, secondo uno schema economico classico, comporta anche un ridimensionamento delle tariffe: se il lavoro non la fai tu, lo fa un altro. Sei io proponessi un contratto con una tariffa di 20-25 euro a cartella mi direbbero che siamo fuori budget. Il secondo discorso che faccio è che ci sono pochissime persone che conosco che vivono di sola traduzione, perché è un lavoro impegnativo, che porta via un sacco di tempo ed è sottopagato» (qui e dopo i neretti sono miei, evidenziano concetti cruciali). E di conseguenza «la scelta di vivere di sole traduzioni è molto problematica. Questo lo dico sempre quando parlo con persone più giovani, dico “fate anche qualcos’altro”. Va benissimo fare traduzioni, ma il mercato è quello che è, le case editrici fanno il loro mestiere di aziende in una società capitalistica e dunque vogliono risparmiare. E poi sei sempre alla mercé delle case editrici. Se per esempio cambia un editor rischi di non avere più lavoro. È stato così anche per me. Visto che il rapporto tra editor e traduttore è molto stretto, un po’ come quello tra editor e autore nell’italianistica, c’è uno scambio di sensibilità e fiducia. […] È un lavoro un po’ strano, non facile». Lo sappiamo bene, ma che ne sia consapevole anche lui e lo esprima in maniera così sincera è secondo me importante: significa che non si può più far finta di nasconderlo.

Tra l’altro, proprio l’estate scorsa Colorni e Ganni erano i due ospiti per la sessione di tedesco alla seconda edizione della manifestazione Traduttori in movimento (Fossombrone, 14-17 luglio 2014).
E il fatto che la figlia di Eugenio Colorni, figliastra di Altiero Spinelli, nipote di Albert Hirschmann, abbia lavorato tanto sulla saggistica (cominciando da Franco Angeli, dopo la laurea in Filosofia medievale, poi curando la monumentale edizione di tutte le Opere di Freud per Boringhieri) mi serve proprio per passare senza soluzione di continuità all’ultimo snodo che intendo proporre.

Vale a dire, per riprendere direttamente il sottotitolo, Un’intervista con Gianfranco Petrillo, direttore di tradurre, rivista online dedicata al mondo della traduzione, circoscrivendo poi nel corso della discussione: «verso l’italiano». Okay, per quello che mi interessa mettere a fuoco, suona assai meglio il titolo: L’importanza della traduzione editoriale.
E siccome si è fatto tardi, fra tutti gli argomenti esposti con una pacatezza invidiabile, una sorta di calma olimpica, da Petrillo, seleziono esclusivamente quello nel quale egli, rivendicando la giustizia e il dovere di citare sempre il nome del traduttore, precisa: «sia che si tratti di narrativa sia che si tratti di poesia sia che si tratti di saggistica, la quale in realtà richiede capacità spesso superiori a quelle richieste per la narrativa». Qui i miei neretti indicano la piena consapevolezza della partigianeria di tale estrapolazione (in Inghilterra l’avrebbero tacciata di whig attitude), ma sorrido a pensare che una tale affermazione, piazzata subito dopo l’esordio, farà sobbalzare sulla sedia più di una persona!

 

[NOTA 1]

No Expo (2015)

No Expo (2015)

All’ultima pagina spunta minaccioso, anche lì, un appello al volontarismo, no, al volontariato… che mi lascia molto perplesso perché suona sempre un po’ come una presa in giro (dal punto di vista dei ‘volontari’) e appare sempre un po’ come un voler approfittare dell’energia, della buona volontà, dell’ingenuità probabilmente, dei più giovani e inesperti (dal punto di vista di chi usufruisce e sfrutta, in tutti i sensi, tali occasioni).  Anche quando, come qui, si garantiscono «momenti di formazione», un’assicurazione e un attestato di partecipazione. Perché di questi tempi il pensiero corre invariabilmente all’EXPO (anche sul blog di San Precario, sul Fatto quotidiano). Nel bene, ma più ancora nel male…

[NOTA2]
Mi piace ricordare qui un volume molto interessante, pur senza potermici soffermare: Natascia Barrale, Le traduzioni di narrativa tedesca durante il fascismo (Carocci, Roma, 2012). L’autrice è anche la traduttrice del volume autobiografico di Klaus Wagenbach, pubblicato da Sellerio nel 2013 (in edizione ridotta rispetto all’originale), del quale ho parlato diffusamente qui.

[NOTA 3]

Da sinistra: R. Colorni, E. Loewenthal, N. Ordine, E. Franco e L. Canfora. XXVII Salone del libro di Torino, 2014.

Da sinistra: R. Colorni, E. Loewenthal, N. Ordine, E. Franco e L. Canfora. XXVII Salone del libro di Torino, 2014.

Sulla Colorni si trova molto in rete, ma (per ragioni di copyright) non l’intervista Sulle spalle di un gigante, variegata e profonda, che le fece Ilide Carmignani per il numero 3 (2003) della rivista Comunicare. Letterature. Lingue, e in seguito ha inflazionato i (pochi) spazi editoriali dedicati specificamente ai traduttori: così ricompare al primo posto nella silloge sempre a cura di Ilide, Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria (Besa, Nardò [LE], 2008, pp. 19-30) ed è l’ultimo dei ‘Materiali’, la prima sezione nel numero 334 (aprile-giugno 2007), dedicato ai «Compiti del traduttore», della rivista aut aut (pp. 40-51).

Passato è Torino

… ma non odo augelli far festa. Gli 80 euro largiti dal governo Renzi (solo sino a fine anno, ed escludendo alcune categorie) non bastano certo a risollevare le tristissime sorti dell’editoria italiana.

Oggi segnalo, ancora una volta squisitamente fuori tempo massimo (giusto un mese di ritardo rispetto alla chiusura del Salone!), un articolo da una rivista on-line poco citata, nel quale si intervistano Paola Dubini e Alfieri Lorenzon, direttore responsabile dell’AIE: Mercato del libro in crisi? – L’Indro.

Impressionante il cv¹ della prima, che qui interessa in quanto autrice del volume Voltare pagina, titolo azzeccatissimo e ancora valido, se la prima edizione (Etas Libri, 1997, col sottotitolo «Economia e gestione strategica nel settore dell’editoria libraria») è stata bissata nel 2013 da Pearson (anche in eBook), con un’opportuna modifica del sottotitolo (Le trasformazioni del libro e dell’editoria) che potrebbe riflettere un’aggiornamento dei contenuti.² Del resto lascio giudicare al vostro acume le sue argomentazioni rispetto a quelle di Lorenzon!

E siccome non basta mai leggere e ricordare e fare confronti, concludo rinviando anche a un brillante post di Annamaria Testa, altrettanto significativamente intitolato Dieci domande agli editori – sottinteso ‘italiani’ (ma forse neanche tanto). Che sia datato 20 maggio 2013 (ossia all’indomani del Salone torinese di un anno fa) non mi pare cambi molto il senso delle sue affermazioni. E nei (pochissimi: appena 6!) commenti spunta anche Bibliocartina (a cui Testa fa semplicemente degli auguri), attualmente ferma anch’essa ai primi di maggio, ma di cui mi piace ricordare la sezione dedicata a «Traduttori e traduzioni».

 

La copertina di Dubini 2013

NOTE

¹ Professore Associato di Economia Aziendale all’Università Bocconi di Milano, direttore del corso di laurea in Economia per le Arti, la Cultura e la Comunicazione (CLEACC), coordinatore dei corsi sulle filiere dei contenuti per CLEACC e ACME e Docente senior dell’area Strategia – SDA Bocconi, visiting professor in Models of organization of cultural institutions presso IMT Institute for Advanced Studies Lucca – PhD in Management and Development of Cultural Heritage, fino al 2013 Direttore di ASK (Art, Science e Knowledge), centro di ricerca su temi legati alla cultura e all’economia, affiliato al centro di ricerca DIR Claudio Dematté SDA Bocconi, responsabile del modulo di Economia – Master per redattori – Università degli Studi di Milano, AIE Fondazione Mondadori, fino al 2013 professore a contratto di Economia della Cultura e di Economia delle Imprese Editoriali presso la facoltà di Lettere e Filosofia Università degli Studi di Milano,visiting scholar presso la Stern School of Business – New York University (1988), la Wharton School University of Pennsylvania (1991) e visiting faculty presso University of St. Gallen (2004-2006), EDHEC Business School Nice (2006-2008), EMLYON Business School (2001-2012). A questo elenco, che ricopio dal sito summenzionato, aggiungo soltanto un paio di suoi volumi recenti: Bilancio & gestione. Istruzioni per l’uso. Economia aziendale per non economisti (EGEA, 2010) e Management (EGEA, 2012), che si propongono (almeno nelle bandelle) «di facile lettura» a compensare i titoli ‘seri’.

² Adopero il condizionale perché comprai la prima edizione, ma non questa più nuova. Chissà che la disponibilità anche in formato eBook non mi convinca ad acquistarla, grazie a un risparmio del 30% sul prezzo di copertina (che però ad esempio su IBS in questo periodo è già scontato del 15%)…

I peggiori anni della nostra vita (2011-2013)

Alla fine ci sono andato; direi meglio ‘all’inizio’, ma in realtà l’incontro è cominciato con oltre mezz’ora di ritardo sul pur ‘comodo’ appuntamento da programma, molto ‘romano’: alle 11 di giovedì 20 marzo 2014.
Ci sono andato, lo confesso, anche perché avevo un po’ di nostalgia, dai miei tardi (e dispersivi) anni universitari, della splendida cornice scelta per questa presentazione: il salone vanvitelliano nella sede della Biblioteca Angelica

L'angolo a destra, entrando nel salone principale

L’angolo a destra, entrando nel salone principale

L'angolo a sinistra, entrando nel salone principale

L’angolo a sinistra, entrando nel salone principale

in pieno centro di Roma, a fianco della quattrocentesca chiesa di sant’Agostino, inondata di sole caldo e festoso.

Facciata della chiesa di S. Agostino a Roma

Facciata della chiesa di S. Agostino a Roma

Non si ha diritto alla cartellina con la documentazione se non si è accreditati (e mica ero l’unico a non esserlo, anche se pare che i convenuti, a gruppi, si conoscessero un po’ tutti fra loro: con buona probabilità, editori e/o librai; età media sulla cinquantina, diverse donne, i pochi trentenni si notano subito, sembrano un po’ impacciati e inesperti, ma sarà la mia spocchia…). Al diavolo la cartellina, l’abilità a prendere appunti mi è rimasta dai tempi dell’università (e due!).
Ad ogni modo qui c’è il comunicato stampa (PDF), per chi non voglia sorbettarsi il mio resoconto, lungo e tardivo (grazie lo stesso della visitina: nei post successivi sarò più breve, promesso), ma proprio per questo più ricco e sapido (spero, almeno).[^1]
Sul palco i cartellini dei tre relatori:

  • Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il libro e la lettura,
  • Rossana Rummo, direttrice generale per le biblioteche, gli istituti culturali e il diritto d’autore,
  • Lidia Ravera, scrittrice e assessora alla cultura e politiche giovanili della regione Lazio.

Invece non si è palesato Corrado Augias, pure annunciato in agenda (meglio così?).

I relatori (peccato per L. Ravera, un po’ dark dietro la lampada austera)

I relatori (peccato per L. Ravera, un po’ dark dietro la lampada austera)

Altra notazione potenzialmente negativa: si è trattato della mera presentazione, cioè alla fine di tutti i dati e di tutte le considerazioni, dal tavolo ufficiale non è stato avviato nessun dibattito, anzi ho avuto l’impressione che Ferrari, quasi avvertendo questa sorta di ‘vuoto’, di mancato dialogo, abbia pronunziato un ringraziamento un po’ imbarazzato, come a sugellare l’incontro in maniera cortese ma forzata, ossia senza alcuna intenzione di ammettere repliche (sappiamo infatti dalla semiotica sovietica che non congedarsi alla fine di un’interazione è ben peggiore del non salutarsi all’inizio, vero?).
E visto che qui sto già anticipando le critiche, tanto vale tirar giù subito il carico da novanta, così poi procederò ‘alleggerito’: l’articolo di Christian Raimo a p. 15 dell’edizione WE di «Pagina 99» (purtroppo non è on-line, ma è stato letto ampiamente e con gusto venerdì mattina dal suo sodale Nicola Lagioia a Pagina 3, la trasmissione di Rai3 che va in onda subito dopo il GR (ok, è vero, tra i due c’è anche Onda verde, con le informazioni sul traffico [auto]stradale, e ancora le previsioni meteo: però questo non lo dicono praticamente mai, quindi si rimane incollati quei 5-6 minuti all’apparecchio che… vabbè, non interessa nessuno).[^2]

Alcune precisazioni iniziali sono svolte da GAF: la ricerca, affidata all’istituto Nielsen, è la più ampia mai effettuta e conferma (se ce ne fosse bisogno…) che la crisi attuale è la più grave in Italia dal secondo dopoguerra, anche se a uno sguardo retrospettivo più consapevole segni di crisi si avvertivano già una decina d’anni fa (a dir poco).[^3]

La parola passa a RR, che anticipa gli esiti salienti, dopo di lei esposti ed escussi più analiticamente da GAF. Questo PDF (23 slides) è la traccia del suo intervento.
Ci troviamo di fronte a un’emergenza, una «sofferenza industriale» (d’ora in poi utilizzerò questo tipo di virgolette per espressioni che ho sentito pronunciare dai relatori e riproduco fedelmente) di tutta la filiera del libro (editori, lettori, librai), sicuramente influenzata dalla crisi economica generale, ma che impone di «monitorare il fenomeno della lettura»; a leggere è meno di metà degli italiani e, ancora una volta, quelli che resistono vivono perlopiù al Nord e in parte al Centro, mentre il Sud continua a permanere in una situazione di subalternità e arretratezza. Unico spiraglio positivo pare la letteratura per ragazzi.
All’estero la situazione è ben diversa: in Francia il Centro nazionale per il libro ha un finanziamento di 20 milioni di euro (forse l’anno scorso erano 42, come si leggeva 13 mesi fa in questo articolo di Libreriamo) e anche qui da noi bisognerebbe spendere qualcosa di più dei 2 milioni attuali (erano 1,5 al momento dell’istituzione nel 2008, secondo quanto riportato sulla «Gazzetta ufficiale», ha scritto Raimo), soprattutto per opporsi alla tendenza generale, che vede il piccolo sacrificato a favore di «grandi agglomerati industriali»: è il caso di tante librerie storiche che chiudono, ma un discorso analogo si potrebbe fare per le sale cinematografiche (anche per quelle teatrali, aggiungerei). Tuttavia qualcosa si è iniziato a fare:

Il logo del progetto ministeriale per i piccini.

Il logo del progetto ministeriale per i piccini.

La manifestazione primaverile per i libri.

La manifestazione primaverile per i libri.

Il progetto ministeriale per le città che leggono.

Il progetto ministeriale per le città che leggono.

Leggere serve a costituire l’identità culturale e sociale di un paese: il nostro è particolarmente soggetto a una sorta di federalismo (anche più di una forma), quindi secondo RR è meglio «presidiare il territorio» che lanciare campagne ‘generaliste’, incapaci di cogliere le specificità creative (punto sul quale tornerà anche LR); ad esempio, i grandi festival hanno un largo séguito, ma alla lunga risultano sostanzialmente effimeri, non riescono a scalfire e incidere in profondità su certe abitudini, soprattutto quelle ‘cattive’.

Quindi la parola passa a GAF, che dopo aver ringraziato per l’ospitalità la dinamica e innovativa direttrice della biblioteca, Fiammetta Terlizzi, inizia a snocciolare le cifre del rapporto, con brevi commenti. Anche qui, per chi non ha tempo c’è il link per scaricare il PDF (33 slides) del suo intervento.
Anzitutto il c.d. Panel Consumer di Nielsen. L’indagine è stata effettuata su 3000 famiglie al mese per 3 mesi (tot. 9000 famiglie, l’età minima era pari o superiore ai 14 anni). Non si è puntato unicamente alle vendite (interpreto: dal punto di vista del commerciante), ma si è tenuto conto anche degli acquisti (il punto di vista del lettore) e soprattutto delle letture dichiarate. Questo è un asse sul quale è strutturato tutto il lavoro, per cui utilizzerò la ‘A’ per la prospettiva-acquirenti e la ‘L’ per la prospettiva-lettori.
Le aree geografiche in cui è stata diviso il Belpaese sono Nord-ovest, Nord-est (Emilia Romagna compresa), Centro (con la Sardegna) e Sud. Altri parametri significativi sono (in inglese fa più fico, non v’è dubbio…): affluency (rapporto fra reddito e componenti della famiglia, modulato in: alto/basso/poco sopra/poco sotto la media); life stages (7 tipi di famiglie).
Il totale degli italiani adulti è di 52,4 milioni: da questi, negli ultimi 3 anni, c’è stato un calo dell’11% fra i lettori (oggi L=22,4 mln) e del 15% fra gli acquirenti (A=19,5 mln nel 2013), che quindi adesso si sono ridotti a poco più di un terzo, il 37% (nel 2010 sfioravano la metà dell’intera popolazione adulta), pari a 21,5 milioni.
Prima conclusione: si smentisce la nomea del libro come «bene anticiclico», cioè che abbia fluttuazioni inverse a quelle dell’andamento dell’economia generale.
Invece si conferma ancora che in prima linea ci sono soprattutto le donne (41% fra A, ben 48% fra L; invece gli uomini crollano miseramente a ⅓: 33% in A, 38% in L); la fascia d’età con maggiori acquirenti è quella fra i 25 e i 34 anni (e quella immediatamente successiva, 35-44 anni, la più falcidiata, con un –17%, in precedenza raggiungeva il 57%, seguita dai 20-24 anni, scesi dal 52 al 40%), mentre fra i lettori è (sorpresa!) quella fra i 14 e i 19 anni (ha il 60% di L, anche se prima arrivava al 70%). Per l’area, il Nord-est si aggiudica il primato, sia negli A, 44% (mentre il Sud può vantare appena la metà di tale valore: 22%), sia negli L: 53% (fra i pochissimi dati addirittura in ascesa, seppure di un solo punto percentuale rispetto agli anni precedenti), mentre le altre tre portano tutte il segno meno: per L, il Nord-ovest arretra dal 53 al 49%, il Sud dal 39 al 31% e peggio ancora fa il Centro, dal 52 al 42%. Il genere più gradito è la narrativa (71%), seguita da biografie/autobiografie e da libri di storia.
Naturalmente fattori che favoriscono la lettura sono il livello d’istruzione e di benessere, ma non in maniera assoluta: ad esempio, soltanto il 57% dei laureati compra almeno un libro all’anno (erano il 75% nel 2011!); il numero di acquirenti maggiore si trova nei nuclei familiari di giovani (47%) e tra i single anziani (più di 65 anni: un dato apparentemente sconcertante, ma che verrà ricondotto a un senso complessivo). Questi ultimi si ritrovano anche nel gruppo relativo ai maggiori lettori, insieme alle famiglie «strutturate».
Relativamente al rapporto fra copie acquistate e lette: il 4% della popolazione adulta compra il 36% dei libri, che essendo il numero di copie stampate pari a 112 mln (suppongo nell’arco dei 3 anni esaminati, ma non è stato esplicitato; in un altro grafico questo totale era di 122, ma può darsi che io abbia inteso male), equivalgono a 40,3 mln di copie; si tratta di una media superiore ai 12 testi all’anno, il che significa che la spesa media per acquirente è piuttosto alta: 57,47 €/anno (comunque anch’essa ridotta del 9% rispetto al 2012). Ciò permette di fissare un totale di spesa complessiva, che equivale al «valore del mercato», di 1,1 miliardi € (anche qui si registra una flessione del 14% rispetto al 2012); per avere un termine di paragone, la cifra è pari a quella generata dalla sola pubblicità on-line. Non ho fatto a tempo a segnare tutte le percentuali relative al prezzo di copertina, ma credo sia già sufficientemente significativo che quelle sino a 5€ siano il 28% e quelle fra 6 e 10€ raccolgano il 31%.
Passando al versante L, almeno il 43% (22,4 mln) ha letto almeno un libro all’anno, il 5% legge il 39% dei libri prodotti e un altro 16% ne legge il 9%; le copie lette risultano essere 153 mln.[^4]
Insomma, gli italiani leggono più libri di quanti ne comprino!

Nel confronto fra libri ed e-books, questi ultimi progrediscono ma in maniera non eclatante, così come i primi resistono: difatti abbiamo, rispettivamente, un calo del 9%, pari a un totale di 19,2 mln A nel 2013 per i prodotti cartacei e un aumento del 14% per quelli elettronici, con percentuali sostanzialmente analoghe nella porzione L (21,9 e 1,9 mln, quindi negli e-books la crescita è quantificabiel in +17%).
Venendo a considerare il luogo di acquisto, è soprattutto la libreria (35%: 21% quella tradizionale e 14% quella appartenente a una catena), seguita da GDO («grande distribuzione organizzata», 18%: ipermercati 11%, supermercati 6%) e edicole (17%, di cui 6 relativi ad abbinamenti con altro, e 11 ‘autonomi’), mentre internet vanta appena l’11% e fanalino di coda sono le cartolibrerie (4%). Secondo GAF, questi ultimi dati confermano che si tratterebbe di una «crisi rallentata», soprattutto rispetto agli andamenti più drastici, riscontrati in altri paesi.
Avviandosi alla conclusione, ecco alcuni confronti più analitici sulle perdite per i 3 anni (2011 – 2012 – 2013): gli A passano in maniera inesorabilmente costante dal 44% (25,3 mln) al 41 (21,3) al 37 (19,5); i L dal 49% (25,3 mln) al 46 (24,4) al 43 (22,4): qui la flessione è appena meno accentuata, registrando un –8% fra 2012 e 2013 e un –12% dal 2011 al 2013. Il crollo maggiore fra gli A si è avuto nel Centro: 51, 39 e 36%; i single anziani passano dal 26% del 2011 al 33% del 2012 e si attestano al 30% nel 2013, mentre fra i L anziani è in netta controtendenza la progressione: 33, 38 e infine 39%.
Gli acquisti di e-books passano da 1 mln (2011) a 2,7 mln (2012) a 4 mln nel 2013 (+291% nei 2 anni, + 48% dal 2012); la lettura dai 3,4 mln ai 5,5 ai 7,4 (+118% nei due anni, +25% dal 2012). GAF si è soffermato in particolare su questi dati per sottolineare che l’insieme del libro si può considerare abbastanza «conservativo», cioè il mercato risentirebbe di «abitudini culturali conservatrici».
Flessione nei canali di vendita: maggiore (–21%) nelle librerie di catena (avevano una quota del 29% nel 2011, scesa a 26 nel 2012 e ancora a 23 nel 2013); –13% delle librerie tradizionali (dal 49% nel 2011 al 45% del 2012 al 43% del 2013), sostanzialmente appaiate alle edicole (–12%: 20% nel 2011, ‘tengono’ il 18% nei due anni successivi); appare soffrire un po’ meno la GDO (–9%: 37%, che poi diventa il 34% sempre nel biennio 2012-2013). A tale riguardo GAF commenta che si è contratto ciò che appariva più innovativo, mentre sembra abbia resistito soltanto ciò che era tradizionale, insomma c’è stata una sorta di «chiusura a riccio», che rinvia a «qualcosa di profondo» (già, ma cosa?) che non dipende dalle politiche culturali adotttate (quali, di grazia?) nel nostro paese. Comunque per capire se si è ‘usciti’ dalla crisi o no saranno decisivi i dati del 2014 (maddài!?).

Andamento delle vendite librarie nei trimestri finali (2010-2013).

Andamento delle vendite librarie nei trimestri finali (2010-2013).

La slide conclusiva, riportata anche in questo PDF, registra il numero di acquisti effettuati nel corso dei 3 anni: l’andamento è sinusoidale con un picco negli ultimi tre mesi di ogni anno (come sa bene ogni direttore editoriale, che mira a piazzare lì i titoli migliori). Qui la discesa è visibile in maniera anche più chiara: il 33% del quarto trimestre 2010, pari a una spesa complessiva di 587 mln €, cala al 29% nel 2011 (471 mln), al 27% nel 2012 (382 mln) e ancora al 26% nel quarto trimestre 2013 (335 mln: quindi una perdita ‘secca’ di 250 mln €, quasi un dimezzamento rispetto alla cifra iniziale). Percentuali del tutto analoghe per il versante L.

LR ha adoperato la graziosa metafora della «giacchetta» che può indossare per parlare del fenomeno: quella della scrittrice e quella della politica(nte). Ma in entrambi i casi questi dati la preoccupano seriamente. Come autrice, vede una «tendenza vecchia: va così male da tanto tempo»; la lettura non è più un fattore di elevazione, di promozione socio-culturale, c’è stato un impoverimento complessivo, è crollata una fiducia che si aveva nel libro (prima ci si vergognava di essere ignoranti, mentre oggi chi legge è praticamente uno «sfigato» all’interno di un gruppo!), e questo è responsabilità degli operatori; occorre riqualificare i prodotti immessi sul mercato tramite una selezione anche drastica. Lei stessa ha cercato sempre di scrivere per «la signora grassa», non mirando a un’élite irraggiungibile.
Come assessora, si chiede poi dove abbia sbagliato la politica culturale degli ultimi anni. Tutto considerato, il prezzo di un libro è conveniente e il bene acquistato ‘dura’ anche di più: fa il confronto con il costo del biglietto per il teatro dell’Opera, che è più alto e per rappresentazioni che durano un paio d’ore e basta, mentre un libro può essere riletto, prestato ecc. (fruizione maggiore, più dilatata). In particolare, nel lavoro svolto presso l’Assessorato ha tentato di invertire il verticismo culturale, di «fertilizzare i selvaggi [provenienti] dal basso», cioè dalle biblioteche e da tutte le situazioni locali, micro (p.es. associazioni spontanee di lettori), in cui ha potuto constatare la presenza di persone che per lavoro e passione sostenevano la lettura, anche quasi contro i propri interessi (p.es. bibliotecari che non percepivano lo stipendio da mesi…). Occorre rifinanziare la legge 16/2008: «Iniziative ed interventi regionali in favore della promozione del libro, della lettura e delle piccole e medie imprese editoriali del Lazio» tramite bandi che premino, appunto, quelle iniziative lodevoli dal basso, p.es. che portano i libri nelle carceri, negli ospedali, nelle scuole.
Ancora due appunti veloci ma IMHO interessanti per chiudere: il «bisogno di letteratura nasce dalla sofferenza»; e il narcisismo coltivato dalle scuole di scrittura può servire a rafforzare se stessi, innescando anche un processo virtuoso di lettura.
Comunque il tenore dell’intervento di LR è già parzialmente nella sua replica, recisa (chiude così: «Con la cultura si mangia, è vero, ma chi si vuole arricchire con la cultura, ha sbagliato indirizzo»), ad affermazioni di GAF occasionate dalla Buchmesse dell’ottobre 2013 (entrambi gli interventi sono usciti sull’«Huffington Post»); a lei si affiancava idealmente lo stesso 21 ottobre 2013 Elena Stancanelli, animatrice dell’associazione «Piccoli maestri», fra quelle menzionate all’Angelica.

NOTE (stavolta mi sono trattenuto… 🙂
[^1]
Ignoro senza rimpianti i resoconti, numerosi, sparsi qua e là, ma anodini e parziali, per passare subito a manifestare la personale approvazione del commento, impegnato ma come sempre intelligente, di Loredana Lipperini: sul suo blog finisce per rinviare alle argomentazioni che Tullio De Mauro sostiene da molti anni, sebbene egli ottenga solo l’ennesima conferma che nemo propheta in patria: «L’analfabetismo italiano ha radici profonde. Ancora negli anni Cinquanta il paese viveva soprattutto di agricoltura e poteva permettersi di avere il 59,2% della popolazione senza titolo di studio e per metà totalmente analfabeta (come oggi il 5%)». Si tratta di un brano citato spesso da un intervento datato marzo 2008 del linguista emerito (si trova anche qua), al quale ho apposto il corsivo. Io avevo accennato a sue precisazioni (uscite anch’esse su «Internazionale» ma l’anno scorso) in materia di istruzione e valutazione scolastica nella nota 8 del mio ultimo (2 marzo 2014) post, «Il (mio) capitale umano». Qui segnalo ancora che la correlazione tra analfabetismo funzionale (o illetteratismo) e digitale è stata evidenziata bene da Nello Iacono (Stati generali dell’innovazione) in questo stesso mese su «Agenda digitale».

[^2]

[^3]
Osservazione interessante, ma priva di riferimenti: più utile sarebbe stato contestualizzarla. A me vengono in mente, come al solito, un ‘seminale’ M. Livolsi (Almeno un libro. Gli italiani che (non) leggono; La nuova Italia, 1986), il Vigini ‘tascabile’ (L’editoria in tasca. Dati classifiche riflessioni 2004; Editrice Bibliografica, 2004), ma soprattutto la chiara sintesi di G. Solimine (L’Italia che legge; Laterza, 2010), ognuno con pertinenti approfondimenti bibliografici alla fine; GAF non solo non ha citato nessuno di questi, ma non ha dato proprio nessun tipo di riferimento!

© Gius. Laterza & Figli

Quarta di copertina di Solimine 2010 (L’Italia che legge).

[^4]
Sarei curioso di sapere come è stato stimato quest’ultimo valore: dalle utenze nelle biblioteche?

RICONOSCIMENTI
Le prime 4 foto in questo articolo sono state scattate il 20 marzo 2014 da chi scrive qui.