Chi ben comincia il 2018…

Sono molto contento che il primo volume cartaceo a varcare la soglia di casa mia nel 2018 sia questo di Jürgen Trabant, sebbene quindici anni dopo la sua pubblicazione. Se non fosse chiaro, l’immagine che occhieggia dal ‘buco’ in copertina è quella di una torre di Babele (NOTA 1 ) , metafora iniziale e archetipica nell’argomentazione dell’opera.

La copertina di Trabant 2003

Un aspetto assai apprezzabile è che in pratica l’ho pagato la metà del prezzo riportato sul risvolto di copertina (edizione rilegata!), per uno di quei motivi inspiegabili, o che forse è meglio non approfondire… è mai possibile che non interessi proprio nessuno? Oppure è un fondo di magazzino, di cui Amazon preferisce sbarazzarsi rapidamente in questa maniera?

A noi italiani dovrebbe interessare già solamente perché snocciola lugno l’indice alcuni dei nostri luoghi più significativi per le humanities: Firenze, Bologna, Napoli… ma anche Londra, Parigi, Riga, Tegel, Cambridge (quella nel Massachusetts, ma anche quella britannica), sino alla Foresta nera…

Jürgen Trabant (dal sito juergen-trabant.de/)

Con Trabant ebbi a che fare indirettamente, quando Laterza affidò a Donatella Di Cesare la traduzione del suo libro su Vico, La scienza nuova dei segni antichi. La sematologia di Vico (1996: Bcm, 1092, con una presentazione di Tullio De Mauro), in cui fu aggiunto un capitolo dal suo importante Traditionen Humboldts (Suhrkamp 1990 – stw, 877), credo l’ottavo: “Fantasia e favella. Osservazioni su Vico e Humboldt”. Il libro vichiano uscì poi anche negli Stati Uniti nel 2004, non so in quale forma.

Il libro curato da Trabant nel 1995, contenente un saggio di D. Di Cesare

Credo che proprio in occasione di quel lavoro di redazione Donatella mi regalò, con breve dedica, un libro solamente curato da Trabant (vale a dire, senza saggi trabantiani all’interno) al quale lei aveva contribuito con un lavoro teorico, interno al dibattito filosofico ed ermeneutico tipicamente germanico. Il volume si intitola Sprache denken. Positionen aktueller Sprachphilosophie (Fischer 1995, nella serie “Philosophie der Gegenwart” curata da Patrizia Nanz, che conobbi a Francoforte e il rapporto con la quale si esaurì dopo poco, data la scarsa ricettività laterziana alle proposte tedesche); il saggio Di Cesare, in seconda posizione, è Über Sprachphilosophie und die Grenzen der Sprache e sta in buona compagnia, letteralmente ‘in mezzo’ ad autori noti anche da noi: infatti segue Sylvain Auroux, lì autore con Djamel Kouloughli (NOTA 2 ) di Für eine “richtige” Philosophie der Linguistik, ma precede Henri Meschonnic, che scrive Humboldt denken heute.

Con Donatella persi poi del tutto i contatti, salvo poi ritrovarla mediatamente nelle righe, ferme e autorevoli, che aprono l’edizione italiana di Eugenio Coseriu, Storia della filosofia del linguaggio (Carocci 2010), da lei stessa tradotto e soprattutto curato, essendone stata allieva a Tubinga una ventina d’anni prima. E non sarà un caso, allora, che il secondo libro entrato a casa quest’anno nuovo, acquistato on-line presso la Fondazione Campostrini di Verona, sia Eugenio Coseriu, Il linguaggio e l’uomo attuale. Saggi di filosofia del linguaggio (2007, a cura di Cristian Bota e Massimo Schiavi, con la collaborazione di Giuseppe Di Salvatore e Lidia Gasperoni, prefazione di Tullio De Mauro — il quale nella seconda delle poche pagine concessegli, scriveva: «Ora che anche Giancarlo Bolognesi se ne è andato, credo di essere il più vecchio testimone dei primi anni e dei ritorni di Coseriu in Italia, nei tardi anni Cinquanta» [p. 10]).

La Storia della filosofia del linguaggio è un’opera estremamente interessante e permette di intrecciare variamente gli studiosi qui menzionati. L’edizione originale tedesca, da cui proviene anche quella Carocci, aveva una premessa di Trabant, qui conservata (pp. 25-32) e istruttiva, ma anche lui è criticato dalla curatrice (v. p. 14). A quest’ultima bisogna comunque riconoscere il merito di avere messo in luce l’angolatura migliore per apprezzare quel testo, «che, a ben guardare, non è davvero una “storia”, ma è piuttosto una “filosofia del linguaggio”. […] E come tale va letta. […] è un grande dialogo con i filosofi […], per cercare una risposta alle sue {sc., di Coseriu} domande sul linguaggio. Ma anche per riconoscere ogni volta il suo debito. E che cosa si presta di più al fraintendimento in tempi come questi di appropriazione egocentrica, di boria e presunzione scientifica? L’habitus di Coseriu era esattamente l’opposto» (p. 15).
E ancora: «la filosofia del linguaggio è tutta la filosofia dal punto di vista del linguaggio […]. Il grande merito di Coseriu è stato quello di aver giustificato la domanda filosofica sul linguaggio» come distinta da quella storica e da quella scientifica (p. 17). Ne consegue che, allo stesso modo, bisogna distinguere la filosofia del linguaggio dalla linguistica generale e dalla teoria del linguaggio, mentre ad esempio in Italia «un disprezzo per la dimensione filosofica, detestata o ignorata, può condurre e ha condotto [..] ad una confusione tra filosofia del linguaggio e linguistica». «La domanda filosofica mira ad andare sempre oltre, mette in dubbio ciò che linguistica generale e teoria del linguaggio accettano tacitamente, comincia là dove queste finiscono. Ma a ben guardare le precede, dato che solleva a problema filosofico il “fondamento” del linguaggio che linguistica generale e teoria del linguaggio si limitano ad assumere. Queste ultime si basano dunque sulla filosofia del linguaggio, la presuppongono. La domanda filosofica sul linguaggio è così la domanda sul “senso dell’essere del linguaggio”» (p. 18).
Ho l’impressione che questa vena polemica sia stata generata probabilmente dall’intreccio fra dolorosi vissuti personali e duri sfondi storici sovraindividuali, più o meno aggiornati.
Nonostante ciò, queste stesse righe mi hanno fatto intuire che l’obiettivo da perseguire in una certa riflessione ‘alta’ sulla traduzione sia far capire (anche se non mi è ancora ben chiaro come) l’importanza, anzi di più: l’imprescindibilità, direi quasi la consustanzialità di quella attività, sfuggente, eppure analoga a «quell’estraniamento talmente quotidiano, da apparirci quasi ovvio, senza il quale non potremmo esistere» che è il linguaggio (cito sempre dall’introduzione di Di Cesare, pp. 16-17). L’attività traduttiva, riprendendone la foggia, ossia quasi (ma non del tutto) modellata dalla lingua, duplica quella (e la nostra competenza linguistica, in senso lato), appoggiandovisi e sopravanzandola, e perciò appare ancora più difficile separarnela, scinderla dagli usi che abbiamo e facciamo della lingua. Dovrò tornarci, forse Trabant e Coseriu sapranno fornirmi spunti illuminanti.

Concludo segnalando il sito dedicato a Eugenio Coseriu, dal quale si possono ricavare informazioni su di lui e scaricare praticamente quasi tutti i suoi saggi: http://www.romling.uni-tuebingen.de/coseriu/

Eugenio Coseriu (dal sito http://www.coseriu.de/)

N O T E

NOTA 1 – Nella fattispecie si tratta di un quadro dipinto nel 1602 da Roelant Savery e attualmente al Museo nazionale tedesco di Norimberga. Clicca qui per tornare al testo
NOTA 2 – Auroux scrisse con Kouloughli e Jacques Deschamps La filosofia del linguaggio (trad. it. di Ilaria Tani, Editori Riuniti, Roma 1998). Clicca qui per tornare al testo

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È nato!

Finalmente, proprio a ridosso dell’ultimo giorno dell’anno, e come tale di buon augurio, è uscito il mio saggio sulla traduzione e la Treccani: cliccando sul link o sull’immagine (che è il logo della Scuola), poi sul numero 9 del 2017, poi sul titolo La traduzione e la Treccani: un rapporto difficile?, lo potrete leggere on-line (altamente sconsigliabile: sono 58 pagine, anche se di formato ‘piccolo’), o scaricare gratuitamente. Un grazie dal profondo del cuore e un plauso alla rivista «Fogli di filosofia» della Scuola superiore di studi in filosofia dell’ateneo di Tor Vergata (Roma 2) e al suo coordinatore, Francesco Aronadio, per aver materializzato questa utopia.

Scuola superiore di studi in filosofia, Università di Tor Vergata (Roma 2)

Lottando contro il tempo (e il sonno – anche per questo mi pare particolarmente adatta l’immagine appena inserita), vi ho riordinato (molto) meglio una parte dei materiali di cui parlavo in questo post. Anzi, per riuscire a pubblicare almeno questa parte del lavoro, al quale ho dedicato almeno gli ultimi cinque-sei anni, sia pure a tempo perso, a un certo punto ho dovuto impormi di darle un taglio abbastanza drastico, in maniera sia da non sacrificare i materiali rimanenti, magari per scarso approfondimento, sia anche per valorizzare al meglio quelli raccolti sin qui.
La speranza (come capirà subito chi si metterà a leggerlo) è di poter trovare una sede che accolga anche il seguito del lavoro, che rimonta progressivamente sino alle origini del pensiero enciclopedico moderno, vale a dire alla prima metà del Settecento, intersecando tanti saperi e tanti fatti, date, personaggi.

Secondo il parere di almeno un paio di persone, in realtà dovrei scrivere un libro, e questo appena uscito potrebbe esserne già un capitolo. Ma di editori così folli non ce ne sono. Una possibilità a portata di mano potrebbe essere offerta invece dall’autopubblicazione presso i Dragomanni. È vero che sinora non ha ancora ospitato testi di saggistica, ma parlandone molto in generale col fondatore Daniele A. Gewurz non si tratta di una preclusione di principio. Certo è però che sul prosieguo del discorso e relative argomentazioni c’è ancora un bel po’ di lavoro da fare…

Il logo del sito ufficiale dei “Dragomanni”

Lascio qui appresso il sommario dettagliato del mio contributo, sperando che invogli qualcuno a dargli almeno una lettura veloce: per critiche, suggerimenti, proposte ecc., trovate sotto uno spazio dove scriverle o semplicemente per contattarmi.

Premessa (pp. 89-91); 0.1. Inquadramento (pp. 91-92): 0.1.1. Il riconoscimento di una “scoperta multipla”; 0.2. Studi di riferimento (pp. 92-103): 0.2.1. HSK; 0.2.2. Translation Studies; 0.2.3. Francia; 0.2.4. Italia; 1. Il caso Treccani (pp. 103-113): 1.1. Il problema iniziale; 1.2. Dopo la guerra; 1.3. Dizionario vs. enciclopedia; 2. L’«effetto Treccani» in Italia (pp. 113-124): 2.1. Il contributo di Georges Mounin; 2.2.1. Il nulla nullifica; 2.2.2. Esempi virtuosi; 3. Valutazione del problema (pp. 124-146): 3.1. Dubbi, refutazioni, proposte interpretative; 3.2. Le valutazioni degli storici; 3.3. Le traduzioni vere e proprie; 3.4 La Treccani come patronato?

 

(Piccola) biblioteca della lingua italiana

Piano dell’opera “Biblioteca della lingua italiana” – I classici del CdS

Oggi è uscito il primo volume(tto) di una serie allegata al maggiore (?) quotidiano nazionale, il Corriere della sera di via Solferino (questo è un vecchio topos, credo incomprensibile agli stranieri). L’immagine qui sopra riproduce il piano dell’opera e si trova alle pagine 8-9 del libro.
È una delle tante iniziative del genere, inaugurate ai primi anni del nuovo millennio e inizialmente salutate con grande entusiasmo dagli editori, che notandone il successo pensavano di risolvere così, cioè senza grandi sforzi ideativi, di risolvere i propri, cronici problemi di liquidità. È stato in molti casi un buon sistema per movimentare la cosiddetta backlist, cioè il ‘fondo’ di buoni titoli di svariate case editrici (parlo soprattutto per la saggistica, ovvio), che altrimenti con difficoltà sarebbero stati ‘smerciati’, o con tempi molto più lunghi che rischiavano di diventare anti-redditizi.
Questa in particolare è diretta da Giuseppe Antonelli (n. Arezzo, 1970), docente di Linguistica italiana a Cassino e noto a un pubblico probabilmente più ampio di quello degli studiosi in quanto conduttore (credevo fosse l’ideatore, però mi sbagliavo) della trasmissione radiofonica “La lingua batte”, che va in onda su Rai3 tutte le domeniche alle 10,45 (clicca qui se vuoi risentirne qualcuna, purché non sia prima del 22 febbraio 2014).
La collana, tutta di testi pubblicati da autori italiani (potrebbe sembrare un truismo, ma non lo è) negli ultimi vent’anni, conta 25 titoli, quindi andrà avanti per tutti i mercoledì fino al 7 marzo 2018.

Ho aggiunto “piccola” alla denominazione scelta dal Corriere per la serie in quanto si tratta di volumi «concepiti fin dall’inizio per un largo pubblico […] e dal tono divulgativo» (così Antonelli nella sua Presentazione generale, a p. 6).
Non so se il prezzo rimarrà costante per tutta la serie (tantomeno se ci saranno cambiamenti rispetto all’ordine di uscita, caso non infrequente), comunque questo (7,90€ + il costo del giornale) è conveniente rispetto all’edizione cartacea tuttora offerta sul sito dell’editore Laterza (12€ – la prima edizione era del 2002, nel 2017 è arrivata alla quinta), leggermente meno rispetto alla «versione digitale in formato ePub con DRM» (7,49€), che però è ‘immateriale’, appunto, mentre questa riprende quella originaria, anche nel formato pressoché tascabile (in realtà questa ‘marchiata’ CdS presenta dei risguardi, che non ci sono mai stati in tutta la storia della collana UL – li ho sempre pensati come una sorta di scorciatoia per fungere da segnalibro). È evidente che comunque all’editore conviene questa formula (e in questo non c’è nulla di male), sui cui dettagli commerciali però non so nulla di specifico. Né so come sia messa la carta stampata, di cui a inizio anno venivano dichiarati grossi affanni. Qualche edicolante vende anche il libretto senza giornale, ma non sempre senza una corrispondente riduzione di prezzo per l’acquirente 😦

Buone letture in tutti i casi!

Qualche libro dalla Francia

Mi sono concesso una breve vacanza in una città dove non sono mai stato, anche se forse avrei dovuto da tempo: Parigi!
La mattina dell’ultimo giorno di permanenza (e del mese di luglio) ho fatto un salto in una libreria (Gibert Joseph sul boulevard Saint Michel: occupa quattro piani + un seminterrato), abbastanza simile a una Feltrinelli, ma con la particolarità di mettere nello stesso scaffale, una accanto all’altra, una copia nuova e una usata della medesima opera, se disponibile.
In più, dopo l’ampio settore di linguistica, ecco spuntare un’esile ma interessante sezione “traductologie”, che ho scoperto solo dopo un po’ perché evidentemente il commesso al quale mi ero rivolto non era molto pratico di queste branche del sapere. Vi risparmio in tutti i casi il racconto di cos’altro ho sbirciato.
In una prossima visita mi riprometto di perlustrare meglio libreriole accanto alle Sorbone più “umanistiche”, anche perché questo periodo non era favorevole, tra chiusure per ferie e assenza di corsi.
Ecco comunque cosa ho incamerato, dopo aver deciso di calmierare gli acquisti puntando unicamente su autori che conoscevo già:

  • Henri Meschonnic (1932 – 2009) è una sorta di ‘mostro sacro’ della traduttologia (e non solo: più spesso passa da poeta) francese (e non solo); l’originale di questa edizione tascabile uscì nel 1999 e credo che l’attacco sia già stato tradotto da Nazzareno Mataldi nel n° 23 di «Testo a fronte» del 2000 (pp. 5-36), come Poetica del tradurre – Cominciando dai principi.
    Ho cominciato a leggerlo subito, attratto dal titolo di uno dei capitoli: «L’Europe des traductions est d’abord l’Europe de l’effacement des traductions» (p. 38), che in una trentina di pagine condensa una storia della traduzione a modo suo.
    Nello scaffale c’era anche il suo ultimo sforzo, dal titolo affascinante: Langage, histoire, une même théorie (sempre per Verdier, 2012). Purtroppo dimensioni e costo non erano così ‘affabili’ come questo delizioso libretto, che comunque sfiora le 600 paginette.

  • Questo reader accademico di oltre trecento pagine torna utile per quanto sto scrivendo, almeno per la sintesi di D’Hulst sugli anni 1722-1789 (pp. 83-100), seguita da un saggio di José Lambert relativo al discourse implicite sur la traduction dans l’Encyclopédie (pp. 101-119 ricordo qui che nel 2006 D’Hulst curò, insieme a Dirk Delabastita e Reine Meylaerts, Functional approaches to culture and translation, saggi di Lambert scelti e raccolti nel volume 69 della nota «Benjamins translation library»).
    Quello che adesso è il “mio” volume è presente in tre sole biblioteche dell’Opac-Sbn (nessuna di queste a Roma).
  • Van Hoof era un altro ‘Carneade’ delle mie peregrinazioni bibliografiche, ma poco ‘permeabile’ su internet, donde lo stupore nel trovarmelo di fronte senza preavviso. Questo volume impegnativo (chiude a pagina 368), ampliamento del 1991 di un altro suo lavoro apparso cinque anni prima, dopo una ventina di pagine introduttive espone la materia in 5 capitoli piuttosto densi, suddivisi per paese: Francia, Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi e Fiandre, paese degli zar e dei soviet (sic, anche se il sottotitolo riporta più pudicamente ‘Russie’). La ripartizione può essere opinabile in linea teorica, ma prima di scagliare anatemi aprioristici occorre vedere praticamente come viene affrontata. Nonostante anche questo testo fosse scontato, è risultato piuttosto caro; peraltro già sapevo che fra tutte le biblioteche italiane consultabili dall’Opac-Sbn risulta disponibile solamente in undici, e a Roma esclusivamente alla Casanatense.

  • Mollier è un testo che conoscevo da qualche recensione su internet e mi incuriosiva anzichennò. Negli scaffali occhieggiavano ancora copie della epocale e ponderosa Histoire de l’édition française curata da Chartier e Martin nella prima metà degli anni Ottanta e poi ripubblicata nel 1990-91, ma il costo era eccessivo (e tutto sommato anche il peso nella valigia non sarebbe stato trascurabile… soprattutto viaggiando con una compagnia aerea low-cost). Quindi non ho avuto dubbi ad afferrare questo libretto, che comunque supera le 400 pagine, sia pure di piccolo formato, e ha l’indubbio vantaggio di essere ‘vecchio’ solamente di un paio d’anni.

  • Infine una ‘chicca’ che inseguivo da tempo, seppure non ossessivamente: il ‘piccolo classico’ del 1991 di un grande medievista, reperticato (insieme alla ristampa Seuil 1995 di un Pierre Riché a me ancora ignoto, nonostante l’originale risalga al 1962 e si poneva come sviluppo della storia di Marrou, che fu tempestivamente tradotta e variamente ristampata in italiano, ma che per ora ho preferito lasciare ancora nello scaffale: Éducation et culture dans l’Occident barbare. VIe- VIIIe siècles) nella libreria piccola ma tutto sommato ben fornita del museo medievale di Cluny, attualmente in ristrutturazione, ma che rimane pur sempre uno dei migliori da visitare in centro, e non soltanto per la raffinatissima dame à la licorne.

Come si vede, tutto sommato nessuna novità strabiliante, ma testi che in genere hanno ‘resistito bene’ nonostante la ventina d’anni trascorsi. Pregasi inoltre notare la fascetta giallo-blu “Occasion” per 3 titoli su 5 – e gli altri due sono edizioni economiche.

Chi volesse consultarli, può contattarmi tramite un commento qui sotto.

Buon ferragosto a tutti gli altri!

 

Le fromages de/et la France

Una sorpresa (s)Gra.D.Ita (grazie, Doktorvater)

SI può trovare un risvolto positivo “dietro” a un evento (apparentemente) sfavorevole? Almeno in qualche caso sì, come dimostra questa foto che ho fatto stamattina col cellulare all’ingresso della Biblioteca nazionale centrale di Roma Vittorio Emanuele II.

Roma, Biblioteca nazionale, sabato 13 maggio 2017, ore 10 circa

C’ero andato per consultare, appunto in sala Linguistica, qualche testo per la mia ricerca inesauribile. È stato un po’ come vedere il classico “bicchiere mezzo pieno”, ossia quello che gli inglesi esprimono col detto “every cloud has a silver lining”, che sembra far propendere il genio della lingua inglese ad una maggiore ariosità rispetto alla materialità dell’italiano…

Scherzi a parte, per fortuna non è questa l’unica notizia del genere che ci conforta dopo la sua dipartita. Infatti leggo sul Giornale del Sud che già lo scorso 6 aprile è stata inaugurata nell’Università della Calabria di Arcavacata di Rende (CS) la Biblioteca d’area umanistica:

Essa contiene la collezione saussuriana istituita dalla Biblioteca nel 2013 e arricchita dalla donazione di circa 300 documenti, tra libri, tesi di dottorato, microfilm e corrispondenza scientifica, provenienti dalla biblioteca personale di De Mauro e affidati all’Unical lo scorso dicembre.

Nell’articolo completo (con Daniele Gambarara in bella vista) c’è uno sfondone madornale: segnalatelo nei commenti a questo post, se vi va…

E comunque il trasferimento (traslazione e magari anche ‘traduzione’, in un’accezione non comune) di almeno parte della biblioteca di Tullio al luogo dove ho passato una quantità stratosferica di ore, con qualunque tempo e in ogni stagione, non può non fare piacere.
Ma al contempo fa tornare in mente quello che diceva pochi anni fa il mio Maestro — e, riflettendovi, permette di apprezzare ancora di più il gesto della donazione, chiunque la abbia decisa:

Il nuovo edificio della Biblioteca Nazionale è stato costruito in modo dissennato — mi dispiace dirlo per i bravi architetti che ci hanno lavorato. […] doveva essere tutto automatizzato, ma i fondi per far funzionare l’automazione non c’erano, non ci sono mai stati. L’edificio è di una inutile grandiosità per tanti aspetti, […]. Vede queste nostre case di professori, ingolfate di libri? Questo non accade in altri paesi. […] non mi è mai capitato di vedere più di tre, quattrocento libri in casa di professori stranieri. Si posseggono i libri di affezione. I classici più amati. È del tutto naturale che per il resto si vada in biblioteca. Insomma, queste pile oscene di libri che si ammucchiano sui nostri tavoli e sulle nostre scrivanie non si trovano altrove. E invece qui, a Roma, in una condizione già privilegiata, con grandi biblioteche di conservazione, se vogliamo accedere rapidamente a un libro, l’unica cosa è averlo a casa. […] le nostre biblioteche, per esempio nel settore linguistico, non riescono a dar conto di ciò che si stampa all’estero. Per essere aggiornati bisogna ogni tanto andare fuori d’Italia. E poi comprare i libri indispensabili alla propria ricerca.
Tullio De Mauro, La cultura degli italiani, nuova edizione ampliata, Laterza 2010, pp. 32-34 (e sulle biblioteche si leggano anche le pp. 227-8 e 247-8)

Questa istantanea, con Tullio intervistato nel suo appartamento, ritrae proprio la situazione ‘denunciata’ nel passo citato qui sopra.

PS: per chi avesse molto tempo, pazienza e interesse, qui trova il testo della lectio magistralis che Eco tenne all’apertura del Salone del libro torinese del 2007. Che fine farà la sua immensa biblioteca, che si vede in un noto filmato col suo possessore à-la-chaperon?

Mi piaceva quest’immagine per chiudere in tema…

La saggistica in Italia

Questo post (udite, udite!) sarà senza note (quindi verosimilmente anche meno ‘rifinito’), perché mi serve soprattutto per appuntare l’attenzione su un problema, anziché sviscerarlo.

Mi spingono a pubblicarlo due articoli: Non è un paese per saggisti di Gianluca Didino (dal 13 febbraio 2017 su Pixarthinking.it) e Meno accademia più editoria, ecco i nuovi intellettuali di Francesco Guglieri (dall’8 gennaio 2017 su Pagina99.it). Il primo mi è stato suggerito da Pagina 3 (condotta il 14 febbraio da Marco Filoni sul terzo canale della Rai) e il secondo è linkato nel primo.

Perché mi interessano proprio questi due interventi? Perché portano spunti di discussione e sprazzi illuminanti a un argomento su cui rifletto spesso, dopo averci lavorato per almeno vent’anni. E che è anche all’origine della scelta di scrivere i miei post nel modo al quale siete ormai abituati (spero) senza rimedio.
Si tratta della saggistica, un genere dichiarato pressoché moribondo dall’editoria (tradizionale) o tenuto in vita con mezzi artificiali (per esempio, gonfiando corpi e interlinee, e/o riducendo layout di pagina, oltre alle dimensioni fisiche dell’oggetto-libro). Insomma, trascurato anche se ne avremmo tutti gran bisogno, io credo. Dunque in buona compagnia della traduzione (come si vedrà meglio alla fine).
A riguardo avevo da parte un po’ di riferimenti, che per ora spiattello qui senza dilungarmici oltre:

Alfonso Berardinelli

Alfonso Berardinelli (1943-vivente)

  • Alfonso Berardinelli, La “forma del saggio”. Definizione e attualità di un genere letterario (Marsilio, prima ed. 2002, seconda ed. 2008);
  • Giulia Cantarutti, Luisa Avellini, Silvia Albertazzi (a cura di), Il saggio. Forme e funzioni di un genere letterario, Mulino 2007 (da un convegno bolognese del 2004);
  • Remo Ceserani, Convergenze. Gli strumenti letterari e le altre discipline (Bruno Mondadori 2010, cap. 2 – sui rapporti tra filosofia e letteratura);
Remo Ceserani (1933-2016)

Remo Ceserani (1933-2016)

  • Franca D’Agostini, Trattato/Saggio, in Paolo D’Angelo (a cura di), Forme letterarie della filosofia (Carocci 2012, pp. 275 ss.);
  • Silvia Ruzzenenti, «Präzise, doch ungenau» – tradurre il saggio. Un approccio olistico al poetischer Essay di Durs Grünbein (Frank & Timme, Berlin 2013 – spec. i primi due capitoli, che adottano una metodologia linguistica);
  • The Essay: An Attempt, a Preotean Form“, un forum curato da Denise Gigante su Republic of Letters (vol. 4, issue 1, 2014), in cui Mary Kim fornisce anche un’ottima bibliografia iniziale (ovviamente tutta anglofona e perciò da integrare con quella redatta da Massimiliano Pecora, Appunti per una bibliografia critica sul saggio letterario, alle pp. 109-133 del succitato volumetto di Berardinelli).

Il pezzo di Guglieri mette a fuoco una tendenza statunitense (forse sarebbe meglio dire newyorkese?):

le nuove riviste come n+1 o Jacobin, Dissent o New Inquiry sono il prodotto di una generazione di intellettuali statunitensi, tutti sotto i quarant’anni, che, una volta preso il PhD (e dunque dopo un discreto numero di anni di carriera accademica) non considerano più l’università come lo sbocco lavorativo ed esistenziale naturale o anche solo più interessante.

La crisi dell’istituzione-università porta, da un lato, alla necessità di pubblicare essenzialmente per fare carriera (è il ben noto publish or peril, di sapore smaccatamente neocapitalista) che però, visto in un’altra ottica, si riflette in uno scollamento dalla politica ‘reale’, da ciò di cui hanno bisogno le persone. Detto altrimenti, chi punta alla docenza ha in mente un proprio pubblico specializzato e finisce per rivolgersi unicamente a quello, confermando (in parte) ciò che già (lui e il suo pubblico potenziale) sapeva — insomma, non è una situazione molto diversa da Facebook, su cui ripesco dagli abissi del web queste 7 critiche durissime, datate addirittura 2009.

Al riguardo invito a leggere anche il post Tacere. La critica letteraria al tempo di internet, pubblicato da Lorenzo Marchese su Le parole e le cose a fine 2016.

Trovo inoltre un parallelo (se è tale) agghiacciante in queste due formulazioni: «un settore […] non in grado di assorbire tutti i potenziali candidati che produce, né possono farlo completamente gli altri settori tradizionali per gli studiosi di humanities, come l’editoria, il giornalismo, o la pubblicità» e ««tomba, manicomio e pubblicità non sono sempre l’unica possibilità»: cioè, l’editoria sarebbe una tomba e il giornalismo il manicomio?

Più articolato l’intervento di Didino. Questi nota che «l’educazione al saggio è un lascito di quei paesi dove la presenza di una rivoluzione liberale ha contribuito alla nascita di una cultura dell’argomentazione: il saggio moderno nasce tra il XVI e il XVII secolo – cioè nello stesso periodo del romanzo – come strumento di indagine filosofica (Montaigne, Thomas Browne) per diventare un’arma politica durante l’Illuminismo (Samuel Johnson, Voltaire). Per questo la diffusione del saggio come forma letteraria ha presupposto per secoli una fiducia nella ragione e un contesto socio-politico dove chiunque abbia il diritto di proporre la propria visione del mondo».

antonio-gramsci

Carlo Dionisotti (1908-1998)

Carlo Dionisotti (1908-1998)

L’Italia, lo sappiamo, si è costituita come Stato in ritardo di secoli rispetto ad altre democrazie occidentali e tra i problemi causati da questa situazione storica vi sono la mancanza (o la debolezza) di una classe dirigente consapevole e responsabile, e la formazione degli intellettuali rispetto ai centri di potere, indagata a suo tempo da Antonio Gramsci (forse Asor Rosa, nella Letteratura italiana Einaudi, intuiva un possibile, sotterraneo nesso del pensiero gramsciano con l’impostazione di lavoro di Carlo Dionisotti?). Per questo Didino scrive che è «inimmaginabile» ‘tradurre’ l’esperienza dei neosaggisti nord-americani nel contesto nostrano («nelle classifiche dei libri più venduti dell’anno in US e UK ci <sono> sempre diverse raccolte di saggi e in generale molta più nonfiction che in Italia, dove il romanzo continua imperterrito a trionfare»). Il bello è che avanza tre ipotesi molto convincenti sui motivi che rendono difficile acclimatare da noi la propensione alla saggistica (mi pare che Didino si riferisca sia alla produzione sia alla ricezione, ossia contempli tanto gli autori quanto il pubblico):

  1. In Italia la militanza culturale ha spesso significato un rifiuto, più che una critica, dell’esistente: la costruzione di un sistema culturale parallelo che interpreta il proprio rapporto con l’establishment solo in termini di scontro. Questo ha portato ricchezza (la complessa galassia culturale dell’autonomia, della stampa alternativa, dei centri sociali) ma anche impoverimento (ad esempio il rifiuto fino a tempi recentissimi da parte di certi ambienti di confrontarsi con la cultura pop, come ha spiegato Remo Ceserani nel suo Raccontare il postmoderno).

  2. la mancanza dei fondi (e dunque del tempo) necessari per il lungo lavoro di ricerca e scrittura […, lavoro che eviterebbe la] chiusura del sistema accademico italiano nei confronti del più ampio mondo culturale di cui fa parte. In Italia capita ancora raramente che autori accademici scrivano per un pubblico più ampio, e quando questo avviene solitamente assume le forme della divulgazione scientifica: una forma di insegnamento, più che di dialogo. […] da un lato gli accademici sono costretti a pubblicare solo all’interno dell’accademia per preservare la propria posizione lavorativa in un contesto di risorse sempre più limitate. Dall’altro gli scrittori che devono affidarsi alle logiche dell’editoria commerciale non sono incentivati a produrre una saggistica che non troverebbe acquirenti nella pianificazione a brevissimo raggio che contraddistingue il mercato editoriale nell’epoca del declino del neoliberismo.

  3. [Anche se] la situazione delle riviste italiane è migliorata in maniera incommensurabile rispetto a dieci anni fa […] resta da parte della maggioranza delle riviste una resistenza nei confronti di un approccio più teorico, un’attitudine giornalistica a rendere conto di una notizia anche laddove il termine “notizia” viene inteso in maniera ampia (la pubblicazione di un libro, o un evento politico). Anche qui, per ragioni più che comprensibili: gli articoli più brevi si leggono meglio sul web, il longform [un termine che non conoscevo: questa intervista di Cristiano de Majo a Matteo Codignola di Adelphi, in data 6 giugno 2016, fa capire di che si tratta] in rete non ha ancora trovato una forma veramente efficace di diffusione e il mercato è tale che gli esempi di successo sopravvivono discretamente ma non possono permettersi margini di sperimentazione. [Poco sotto aggiunge il dubbio dell’esistenza di un] pregiudizio: quello per cui gli articoli più lunghi e teorici non hanno lettori, ad esempio, oppure, in maniera più sottile, l’idea che un approccio critico sia poco al passo con i tempi frammentari e iperaccelerati di internet.

Qui si potrebbe innestare una riflessione avanzata il 12 ottobre 2016 da Vincenzo Latronico sulla rivista on-line del Sole 24 ore, dal titolo C’era una volta l’americanata (devo il link sempre a Didino). Ma dato che Latronico chiama in causa anche il ruolo e la legittimità dell’«inglese nonstandard» e dello «stile intellettuale», temo che ci porterebbe un po’ fuori strada, per cui vi consiglio di metterlo tra i preferiti e leggervelo in un momento di calma (comunque anch’esso è un pezzo bello lungo!). Per incuriosirvi, lascio qui unicamente questa chicca: «Fare cultura oggi in Italia significa in larghissima misura fare da mediatori, spiegatori, diffusori, traduttori, di cultura prodotta in inglese. Senza bisogno di chiamare in causa colonialismi e capitalismi, che pure c’entrano, questo ha un’ottima spiegazione economica: tradurre (un libro, un film, un reportage) permette di avere un prodotto migliore a costi più bassi. Non sarà migliore perché americano, o inglese, ma anche solo perché, avendo un pubblico di riferimento maggiore, può essere pagato di più».

Al riguardo invito a leggere anche il bel post Tacere. La critica letteraria al tempo di internet, pubblicato da Lorenzo Marchese su Le parole e le cose a fine 2016, il quale mi pare esprima la voce disperata dei critici (?) trenta-quarantenni che, esaurita la breve esperienza TQ (2011-2013) e delusi dai litblogs, dovrebbero imporsi e accettare la dignità del silenzio: «scegliere di tacere non è un atto di autolegittimazione del critico nuovo entrante, né un modo di differenziarsi, ma una delle poche scelte che gli appartengono del tutto: nessuno, all’infuori di noi stessi, può imporci il silenzio in campo aperto, giacché l’industria culturale mira ad azzittire grazie all’opposto di un eccesso di discorso. Tacere si mostra un ideale a cui tendere, senza scordare che raggiungerlo è un’utopia infeconda e anche abbastanza ridicola, che non porta a nulla».

Tullio De Mauro (1932-2017)

Tullio De Mauro (1932-2017)

Riprendo e collego a tutto ciò un filo di osservazioni fatte da Tullio De Mauro nell’intervista curata da Francesco Erbani, La cultura degli italiani (Laterza, nuova ed. ampliata 20103). Proprio all’inizio di questo grande volumetto, il linguista da poco scomparso stigmatizza l’uso restrittivo (chioso, per estremizzare: elitario) della parola ‘cultura’ da parte della tradizione nostrana, che lo intende sempre come «cultura letteraria», «letterario-filosofica», «letterario-ideologica». A riprova cita il saggio “La cultura”, che Asor Rosa scrisse per la Storia d’Italia, Vol. IV: Dall’ Unità ad oggi, t. 2 (Einaudi 1976):

Lì si parla della cultura al singolare, dal 1870 al 1976, ed è inutile cercare qualsiasi nome che non sia di scrittore, poeta, romanziere, critico letterario, storico della letteratura, saggista di varia umanità. E non c’è traccia del fatto che siano esistiti in questo paese non solo singoli studiosi, ma scuole e tradizioni di discipline naturalistiche, fisiche, matematiche. La cultura è – in questa accezione – conoscenza delle belle lettere. […] chi conosce a memoria una poesia di Montale è colto, chi non la conosce non lo è. Può essere un grande matematico o biologo, ma non conosce Montale: non è colto. Tutto il resto della cultura, anche della cultura intellettuale, è in ombra. […] Io resto affezionato a una definizione larga di quel termine, e più precisamente a quella che forniscono etologi e antropologi. [… Ossia:] quel complesso di elaborazioni, condizionate dal patrimonio genetico di una specie vivente, ma non dettate da questo, nascenti dal rispondere ai bisogni che quella specie trova sul suo cammino. Trasmissione per imitazione, ricombinazione di elementi già dati, invenzione sono le tre radici della cultura intesa a questo modo [pp. 3-7].


Chissà cosa pensava Tullio di un testo come quello di Lucio Russo e Emanuela Santoni, Ingegni minuti. Una storia della scienza in Italia (Feltrinelli 2010 – il titolo deriva da un passo nell’autobiografia (1728) di un autore caro a Tullio, cioè Giovan Battista Vico), un testo sanguigno sul quale consiglio di dare un’occhiata almeno a questa recensione invitante di Claudio Giunta (poi ripresa, con altre e la Premessa iniziale del testo, su Giro di vite)?

Ma non divaghiamo! Cosa sono i tre ingredienti riportati alla fine della citazione demauriana, cioè trasmissione, ricombinazione e invenzione, se non alcuni degli stessi in atto (cioè al lavoro) nel tradurre, oserei quasi dire una sorta di “forma interna” del lavoro della traduzione?

Anche le osservazioni del filosofo Tullio Gregory sembrano potersi accordare con questa lettura:

Se la storia della cultura comporta sempre un ereditare e un trasmettere, un trasferire da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti […]. Ove tradurre – ereditare e trasmettere – è sempre un interpretare, come ricorda anche la connessione di termini con valore sinonimico interpretari, vertere, transferre. In questo ambito l’invenzione neologica assume un valore centrale, e con essa la neosemia, intesa come mutamente di significato di una stessa parola in rapporto non solo con un testo tradotto, ma in relazione all’esigenza di dare espressione a nuove esigenze di pensiero. […] Sempre la translatio si pone in termini di confronto, traduzioni, interpretazioni [Translatio linguarum. Traduzioni e storia della cultura, Olschki 2016, pp. 11 e 51].

Concludo ricordando che è proprio un antropologo, Ugo Fabietti, a dedicare alla “traduzione” il settimo capitolo del suo manuale istituzionale. In esso, dopo aver messo a confronto etnologi come Boas, Malinowski e  Geertz con filosofi del calibro di Max Black o Gadamer, ricupera il concetto feyerabendiano di «incommensurabilità», che non equivale a ‘intraducibilità’:

Feyerabend ritiene infatti che vi sia un «dispositivo di transitività» da una cosmologia scientifica a un’altra, e che questo meccanismo consista nella proprietà autotrasformativa del linguaggio. Un linguaggio non è una struttura chiusa, immutabile. Tale apertura e tale mutevolezza non sono da intendersi in senso puramente diacronico, storico, ma devono invece essere considerate come possibilità di elaborare nuovi concetti atti a tradurre situazioni sempre nuove. Se non fosse così, non vi sarebbe in effetti la possibilità di esprimere nuove idee […] la nostra lingua, per quanto radicata in un sistema di premesse che è incommensurabile con quello su cui poggiano altre lingue, può trovare in se stessa le risorse adeguate per cercare di approssimarsi ai significati espressi dalla cultura che costituisce l’oggetto del nostro studio. Questo potere autocorrettivo del linguaggio risiede nella sua natura metaforica. La natura metaforica del linguaggio scientifico non è, al contrario che per alcuni filosofi della scienza, un difetto, ma una virtù del linguaggio in generale, il suo aspetto veramente creativo. La conoscenza non dovrebbe essere ridotta al problema di elaborare un linguaggio fondato su «definizioni convenzionali», ma consistere nella possibilità di ridescrivere il mondo rimodellando il nostro sguardo grazie alle capacità autotrasformative della nostra lingua. […] Ciò che costituisce l’oggetto dei nostri tentativi di comprendere, di tradurre, le altre esperienze culturali sono le strutture relazionali entro cui, nell’ambito di sistemi culturali incommensurabili come il nostro, le parole e i concetti si situano. Le parole non esistono in un vuoto, ma acquistano significato in relazione ad altre [Antropologia culturale. L’esperienza e l’interpretazione, Laterza 2009 (decima ed.), pp. 256-7].

Ugo Fabietti (1950-vivente)

Ugo Fabietti (1950-vivente)

Chiosa (e chiusa) semplice: ciò che Fabietti chiama, in maniera forse un po’ contorta, «proprietà autotrasformativa del linguaggio» e «potere autocorrettivo del linguaggio» è quanto Tullio aveva già da tempo definito come «creatività» (Minisemantica dei linguaggi non verbali e delle lingue, Laterza 1982, pp. 46 ss. – irrinunciabile qui l’approfondimento grazie alla lettura della voce Creatività redatta nel 1977 da Emilio Garroni per l’Enciclopedia Einaudi, e dal 2010 resa nuovamente disponibile da Quodlibet, con prefazione di Paolo Virno) e in seguito più precisamente come «non non-creatività», da cui derivano tra l’altro «la indefinita estensibilità del campo noetico», «l’indeterminatezza semantica ed eventuale plurideterminabilità delle parti e delle articolazioni in parti dei suoi segni, parole, frasi, discorsi, testi […] e quindi la pluriplanarità del piano del contenuto di una lingua» e «la metalinguisticità riflessiva» [Lezioni di linguistica teorica, Laterza 2008, pp. 146-7]. Che poi, se ci pensate bene, è un vedere all’opera questa stessa teoria, vederla cioè confermata in maniera concreta, e quindi ipso facto accreditare il valore dell’attività traduttiva, che sfrutta la medesima plasticità della lingua, negletta in Italia quanto la produzione saggistica…

AGGIUNTE INTEGRATIVE (1-8 marzo 2017)

Da qualche parte, qui sopra, mentre si parla di Facebook (in cui secondo una ricerca scientifica, che però non sono stato ancora in grado di ritrovare, pare che si scriva sostanzialmente e inconsciamente più per ritrovare conferma in se stessi e alle proprie idee, che per comunicare e aprirsi genuinamente, sinceramente agli altri, che è invece lo spirito della comunicazione, della trasmissione, quindi anche della interpretazione e della traduzione), è utile tenere presente qualche altro riferimento che per adesso scarico qui indegnamente, in attesa di dipanarli meglio.

Anzitutto c’è da leggere questo articolo del Guardian che illustra chiaramente (accompagnato da una grafica molto originale e gradevole) la questione, indubbiamente problematica, del rapporto fra lingua e accesso a internet — ovvero come quest’ultimo discrimini le minoranze, che lo voglia o no.
E attorno alla medesima questione ecco qui 4 testi laterziani + 1, a futura memoria ma per adesso senza altre considerazioni:

  • R. Simone, La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo (2000), dal quale è poi maturato lentamente un suo successivo Presi nella rete. La mente ai tempi del web (Garzanti 2012);
  • F. Ferrarotti, La perfezione del nulla. Promesse e problemi della rivoluzione digitale (2002);
  • F. Metitieri, Il grande inganno del Web 2.0 (2009);
  • R. Casati, Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere (2013).

Aggiungo, ma non è meno importante, un promemoria anche per il teorico dei nuovi media, Geert Lovink, di cui l’anno scorso Egea (editore bocconiano) ha pubblicato L’abisso dei nuovi media. Il traduttore Bernardo Parrella lo intervista su Lavoroculturale.org e, per una presentazione più distesa delle sue posizioni, si legga anche l’intervista condotta da Barbara Ciolli su Lettera43.

Geert Lovink (dall’intervista di B. Parrella su Lavoroculturale.org)

Il suono (e il senso) del silenzio

Sono rimasto colpito favorevolmente da questo post di Giovanni Turi, forse anche perché avevo già incrociato sul web l’ultima fatica di Vitaliano Trevisan, Works, e mi era parsa interessante — ma non avevo mai approfondito quella che dunque era rimasta un’impressione fugace.

La copertina del libro di Trevisan (Einaudi 2016)

La copertina del libro di Trevisan (Einaudi 2016)

Certo, sento di farci abbastanza la figura del parvenu, dato che da un sacco di tempo vado dichiarando (in modo nemmeno troppo nascostamente snobistico) che non mi occupo (non mi voglio occupare) di letteratura, fiction, Belletristik. Preferisco dedicarmi a qualcosa di apparentemente più umile (e forse più utile?) come la saggistica.

Però adesso ho capito che qualcosa di ‘sotterraneo’ agiva in quell’attrazione (poco fatale, in realtà, e molto più destabilizzante). Turi scrive e poi cita l’autore:

geometra, lattoniere, pusher, gelataio, magazziniere, portiere notturno, ma la sua esperienza [di Trevisan] è soprattutto il pretesto per analizzare una dimensione fondamentale dell’esistenza di ciascuno: «[…] ci si dimentica sempre che il lavoro, se anche non è la vita, trasformando nel tempo l’individuo, sia fisicamente che spiritualmente, la influenza comunque in modo determinante».

Il corsivo l’ho aggiunto io, qui, adesso: nel mio caso, quasi senza lavoro, la vita avvizzisce, ti intristisce, si accartoccia come un fiore seccato dall’arsura estiva che spacca il terreno una volta fangoso (quindi potenzialmente fertile).

Tutto ciò potrebbe spiegare il lungo silenzio/oblio dall’ultimo post. Il titolo che ho dato a questo odierno (insolitamente ma volutamente breve: poco più di 300 parole, per WordPress) è intenzionalmente allitterativo e allusivo; ma non mi illudo certo di stare fornendo prosa d’arte: tuttalpiù un affannarsi per fingere di scacciare il malessere interiore, la sensazione di distacco e alterità dagli altri (e nausea, e rifiuto contorto), riempiendo la distanza di parole. Spero di continuare a scriverne altri, a beneficio di altri lettori, internauti, curiosi, girovaghi, saltimbanchi e altre specie (più o meno) viventi. Magari ditemelo, ogni tanto.

Come: ancora libri!?

Ennesima kermesse all’Auditorium Parco della Musica in Roma:

da venerdì 18 a domenica 20 marzo, LIBRI COME, una “festa dei libri e della lettura”.

Locandina di "Libri come" (2016, VII edizione)

Locandina di “Libri come” (2016, VII edizione)

Questa settima edizione è dedicata a Roma e le altre (città) e il programma completo si può scaricare in PDF da questa pagina (analogamente alle attività didattiche, da qui).

Collaborano stavolta l’Istituto Cervantes, RAI Radio3, e il tutto è curato da Marino Sinibaldi coadiuvato da Michele De Mieri e Rosa Polacco.

Ho una mezza voglia di andare a sentire le Storie di libri perduti , ben otto, raccontate da Giorgio Van Straten con l’assist di Walter Veltroni e Paola Soriga – il libro si può acquistare anche come e-book, direttamente dal sito dell’editore, risparmiando 5 euro (8,99 contro 14 della versione a stampa, di appena 144 pagine; un calcolo brutale di quest’ultima darebbe un costo a pagina di 97 millesimi di euro).

La copertina del libro di Van Straten (Laterza, 2016)

La presentazione si terrà domenica 20, alle 17, nello spazio Officina 2.
Non dovrebbe esserci troppa gente, data la concomitanza con altre presentazioni di autori ben più noti: alle 15 Pierluigi Battista con Antonio Pennacchi, alle 16 Sophie Kinsella, o in altro luogo Atticus Lish, o Chigozie Obioma con Igiaba Sciego, alle 17 Suad Amiry o (altrove) Edoardo Albinati. E meno male che è stata annullata una conferenza di Jacques Attali – ma non è l’unico caso del genere  😉

Come al solito (e come in tante altre occasioni, mi pare, forse non a caso, specialmente le rituali fiere di settore, da quella della piccola e media editoria “Più libri più liberi” [prossima edizione, la quindicesima, dal 7 all’11 dicembre 2016], la Fiera del libro per ragazzi [Bologna, 4-7 aprile 2016: qui segnalo che ospite d’onore sarà la Germania, con un’anteprima sulla prossima Buchmesse: Francoforte, 19-23 ottobre 2016], per arrivare al clou del ventinovesimo Salone internazionale del libro [Torino, 12-16 maggio 2016]), il calendario è caoticamente inzeppato di appuntamenti, cosicché sul sito dell’Auditorium (gestito da Fondazione Musica per Roma, viale Pietro de Coubertin n° 30 – tel. 06-80241281) non si capisce bene come arrivare a questo incontro: forse è ritenuto di secondo piano?
Digitando STRATEN nella maschera di “ricerca” sul sito, non compare nulla, però l’evento è annunciato sul sito dell’editore.
Spero che questo significhi almeno che lì non si debba pagare il biglietto di 3€ (tel. biglietteria TicketOne: 892101, anch’essa purtroppo a pagamento, 1€/minuto da fisso, 1,5€/minuto da cellulare), a differenza degli altri “big” summenzionati.

Buon divertimento!

Cominciare bene (?) il 2016

Mi piace molto l’idea (e quindi, così, ora anche l’atto) di inaugurare l’anno nuovo con questo post di Christian Raimo, uscito nel pomeriggio appena trascorso.Christian Raimo su <em>Internazionale</em>

Mi piace quando scrive

Bisognerebbe ripensare radicalmente il Centro per il libro e la lettura (Cepell), o altrimenti abolirlo? Sì. […] Occorre cominciare a censire le abitudini e le pratiche più che i consumi culturali

e anche:

Molto diverso sarebbe pensare progetti strutturali: sull’educazione alla lettura – per esempio – oltre a Solimine, vanno citati i lavori di Giusi Marchetta, Antonella Agnoli, Luisa Capelli, Sergio Dogliani.

A Raimo (ma i link ai quattro autori appena citati sono stati aggiunti da me hic et nunc) vorrei affiancare qualcos’altro di affine che ho orecchiato in questi giorni.

Infatti lo scorso giovedì 7 gennaio Pagina 3 (la rassegna stampa culturale di Rai Radio 3, che si può ascoltare comodamente mentre si rifanno i letti di casa e il sole comincia a filtrare col freddo in stanze ancora tiepidamente insonnolite) durante la conduzione di Vittorio Giacopini e tramite la sua voce ha dato lettura di questa notizia:

Tablet in classe
Uno studio di Benedetto Vertecchi, decano dei pedagogisti italiani, rivela che il tablet usato in classe crea nuovi analfabeti e determina un calo negli apprendimenti. Ne scrive Salvo Intravaia a pagina 21 de La Repubblica.

Copio-incollo direttamente dal sito ufficiale, in assenza di link diretti. Tranne scoprire, senza neanche scavare tanto in profondità, che la tesi è vecchia di almeno un paio d’anni (sempre limitandosi al quotidiano Repubblica, seppure allora era formulata un po’ diversamente).
Cerco di compensare, allora, aggiungendo queste informazioni: Benedetto Vertecchi, ordinario di Pedagogia sperimentale e direttore del Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica all’Università Roma Tre, ha pubblicato di recente: Le sirene di Malthus. Pensieri sulla scuola (Roma 2004), La scuola disfatta (Milano 2006) e Il disagio, l’alfabeto, la democrazia (Milano 2007). Salvo Intravaia è autore nel 2012 di questo volumetto importante, L’Italia che va a scuola.

Un’altra pagina utile, anche se apparentemente si lega meno bene della precedente alle tesi di Raimo, è l’articolo di Fabrizio Tonello La guerra contro i giovani, pubblicato l’ultimo dell’anno sul Giornale dell’università degli studi di Padova.
È una recensione lucidamente critica di Alessandro Rosina, NEET. Giovani che non studiano e non lavorano (Vita e pensiero, 2015); l’acronimo sta per “Not in Education, Employment or Training” e il volume dimostra che la percentuale sta crescendo, sulla scorta dei dati 2014 dell’Istituto Toniolo.
Qui mi piace dove scrive

a una lettura attenta le esternazioni di prestigiosi editorialisti appaiono per quello che sono, colossali sciocchezze [… a cui] si aggiungono le affermazioni di un ministro del Lavoro che consiglia ai giovani di non studiare troppo, accontentarsi di 97 come voto di laurea e di non perdere tempo cercando di ottenere un 110 e lode.

ma soprattutto:

manca […] un’analisi sui limiti e gli effetti negativi delle politiche per il mercato del lavoro in Italia negli ultimi 20 anni, politiche che hanno favorito l’esplosione della precarietà [… e accettando] livelli elevatissimi di disoccupazione e sottoccupazione in nome degli equilibri di bilancio [imposti dall’austerità europea hanno prodotto una] forza lavoro giovanile a basso costo [… che svolge] una funzione economica precisa […, quella] di esercito industriale di riserva e [di contribuire], in un sistema produttivo a bassa innovazione come quello italiano, a perpetuare una condizione di sfruttamento dei giovani [miei i neretti – AdeL].

Infine, come una sorta di sottoscrizione di buoni propositi, voglio chiudere il cerchio rinviando a un altro post di un altro giovane autore italiano, uscito anch’esso sul sito di Internazionale, cinque ore dopo quello succitato di Raimo e a firma del suo sodale Nicola Lagioia: Proviamo a usare internet per scoprire il mondo invece che per insultare. Che (ché?) in parte dice alcune cose sulla rete (e più specificamente sui social network) che intuisco confusamente, e altre ne suggerisce per via indiretta, o magari sono io a illudermi di aggiungerle tacitamente, come per via abduttiva…
Si tratta di un articolo mooolto luuungo, che richiede tempo per assimilarlo e calma per rifletterci su (come ho già scritto sulla mia pagina Facebook).
Ora, anche volendo prescindere dai contenuti specifici, mi piace il fatto che Lagioia inserisca nel discorso un azzardo e, verso la fine, un riferimento alla scommessa pascaliana.
E dolce è la variatio di

azzardata, discutibile e visionaria

o anche

a ogni retweet, a ogni condivisione, a ogni endorsement della propria follia omicida

e in forma più elaborata:

fanno più comodo un miliardo di utenti risentiti che si comportano come creature neandertaliane o un popolo di gente evoluta che usa internet in modo consapevole, intelligente e complesso? Le @dolcecandy e i mister Hyde 2.0 che si prendono a sputi e randellate nei corridoi virtuali non sono simili a quegli schiavi ai quali – per farli sentire liberi di qualcosa – era concessa ogni tanto la libertà di massacrarsi almeno tra di loro?

Ma quando ho letto

L’agorà permanente che per i ciberutopisti sarebbe dovuta diventare internet, rischia sempre più spesso di ridursi a un’arena di gladiatori

ho capito che l’articolo parla anche, indirettamente, del Movimento 5 stelle 😉

Nicola Lagioia, vincitore dell’ultimo premio Strega

A proposito di Romania…

Mi imbatto girovagando in una precisazione di Giulia Zoli, attenta copy editor di Internazionale (sic nel colophon dell’edizione cartacea), in grado di risolvere un dubbio che avevo da tempo.
Il 10 dicembre 2014 sosteneva la scelta di scrivere ‘rOmeno’ (anziché ‘rUmeno’) con due argomentazioni:
(1) «La forma con la o mette l’accento sul legame della Romania con Roma: il fatto di essere un’isola di latinità in un mondo di slavi è un elemento fondante dell’identità del paese. La forma con la u, invece, dal cinquecento fu usata dai dominatori slavi e ungheresi per indicare i servi della gleba e le persone più umili e senza diritti.» Sul mondo slavo mi permetto di rinviare alla prima, lunghissima nota del mio post precedente, sulla “scuola di Nitra”.
(2) «Secondo il dizionario della lingua romena Dex, ancora oggi la “forma arcaica e popolare” rumân indica “i contadini dipendenti dai signori feudali”. Una ragione in più a sostegno della forma con la o, che dopo la formazione dello stato della Romania è stata infatti incoraggiata ed è quella oggi in uso: è più vicina al latino e rivendica l’emancipazione da un dominio straniero.»
Chiaro e distinto.
Ma evidentemente Giulia non aveva letto la precisazione fornita il 14 ottobre 2013 da Matilde Paoli in una delle “Risposte ai quesiti” che sul sito dell’Accademia della Crusca si trovano nella rubrica “Consulenza linguistica”, e il cui succo è desunto da un saggio di Luisa Valmarin, certo non facilmente accessibile: Luisa Valmarin, La guerra del ru- e del ro-, in Miscellanea di studi in onore di Aurelio Roncaglia a cinquant’anni dalla sua laurea, Modena, Mucchi, 1989: pp. 1385-1409 (è citato in calce, non è che lo sapevo io…).

Insomma, bisogna parlare della Romania e dei rOmeni non per dire che sono tutti ladri e stupratori, come risulterebbe leggendo i quotidiani di destra, del centro e sentendo le chiacchiere al baretto sotto casa o sull’autobus…

E allora passo a segnalare anche qualcosa di più attinente, che possiamo leggerci sui nostri schermi, e di cui occorre apprezzare lo sforzo per uscire dall’àmbito nazionalistico, scrivendo in altre lingue, che a livello generalissimo (posso risparmiarmi e risparmiarvi le solite, ormai retoriche citazioni dai vari Schleiermacher, Benjamin, Derrida, Berman ed epigoni di estrazione e valore diversi, giusto?) significa aprirsi e confrontarsi con l’Altro.
(A) Translationes: rivista annuale (ISSN: 2067-2705) dell’università dell’Occidente di Timişoara, facoltà di lettere, storia e teologia, a cura dell’associazione ISTTRAROM.
Nel comitato d’onore i non-romeni sono soprattutto francofoni (Michel Ballard di Arras, Jean Delisle di Ottawa, Jean-René Ladmiral, docente a Paris Nanterre IX), ma c’è anche uno spagnolo (Antonio Bueno Garcia di Valladolid). Gli indici di tutte le sei annate pubblicate fino a oggi sono consultabili alla rubrica “Archives”, ciascuno su pagina a sé; i contributi non sono scaricabili gratuitamente, ma ciascuno è corredato da una sintesi e da un elenco di parole chiave. Una segnalazione per inviare i contributi al prossimo numero (7/2015, dedicato a “Fasi di storia della traduzione” – la scadenza era lo scorso primo ottobre, anche se la medesima notizia sul sito francese Fabula la posticipava a metà ottobre, oltre a fornire qualche elemento di riflessione in più, copiato da questa pagina) era apparsa anche sul blog della bella rivista on-line Tradurre di Gianfranco Petrillo. Peccato che nella pagina dei partner non sia presente neanche un sito universitario, un centro di ricerca, un’associazione, insomma, nulla di italico…
(B) Diacronia: un semestrale (ISSN: 2393-1140) dedicato a pubblicare «applied research in the form of research and letter articles resulting from observations, experiments, and analyses concerning the synchronic and/or diachronic linguistic reality». Troppo generico? Sì, meglio restringere i campi: «diachronic linguistics (historical phonetics and dialectology, historical grammar, etymology, onomasiology, semasiology), philology, sociolinguistics, translation studies, corpus linguistics and anthropology». Queste precisazioni si trovano nella pagina di presentazione, dove insieme ad altre informazioni più circostanziate campeggia in una sorta di esergo anche una citazione darwiniana: «We are not here concerned with hopes or fears, only with truth as far as our reason permits us to discover it» (senza citarne la fonte: sta nell’ultima pagina dell’ultimo capitolo, il tredicesimo, dell’Origine dell’uomo, 1871) ! Non male in questi tempi di iperspecializzazione, per una rivista nata da poco. Infatti sinora sono usciti due numeri; a chi interessasse, le scadenze per il 3 e il 4 sono, rispettivamente, il 12 febbraio e il primo agosto 2016. Una particolarità interessante è che i contributi devono essere bilingui (cioè, chi scrive in romeno deve allegare anche una versione in inglese o francese) e inoltre che vengono pubblicati appena risultano approvati, senza aspettare che si formi la rivista completa, per offrirli subito in lettura, con accesso completamente libero (meraviglie della tecnica!).

E qui posso iniziare a ricordare qualche testo del passato di autori romeni che è riuscito a superare la chiusura del mercato librario nostrano a prodotti di autori e paesi meno noti, e che per vari motivi occhieggia dai miei scaffali (più o meno virtuali):

Iorgu Iordan e John Orr, Introduzione alla linguistica romanza (ed. or. 1937; trad. di Luciana Borghi Cedrini, Einaudi 1973, con una nota di D’A. S. Avalle).

Solomon Marcus, Edmond Nicolau, Sorin Stati, Introduzione alla linguistica matematica (ed. or. 1966; trad. di Filippo Franciosi, Pàtron 1971).

Sorin Stati, Teoria e metodo nella sintassi (1967, trad. il Mulino 1972) – come si vede, questo autore (una succinta biobibliografia in romeno si trova a questa pagina) ha pubblicato vari titoli in italiano (grazie alla sua lunga permanenza e proficua attività didattica in vari atenei locali) come si può vedere anche dalla pagina che gli dedica Wikipedia inglese, alla cui biblio aggiungo che in suo onore è uscito anche il primo fascicolo dell’annata XVI (2008) della rivista L’analisi linguistica e letteraria, della facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università cattolica del Sacro cuore, a Milano, che raccoglieva gli atti dello IADA Workshop su “Word Meaning in Argumentative Dialogue”, tenutosi a Milano dal 15 al 17 maggio 2008 (curatori: G. Gobber, S. Cantarini, S. Cigada, M.C. Gatti e S. Gilardoni).

Lucia Vaina Puscą: di questa studiosa ricordo alcuni saggi pubblicati negli anni settanta in riviste italiane legate alla vague semiotica: p. es. il numero 28 (1975) di «Strumenti critici» ne ospitava La dialettica del «grande paesaggio» nella «țigănci» di Mircea Eliade; e credo dopo la (o quasi contestualmente alla) discussione nel 1977 della sua tesi di terzo ciclo in filosofia col lituano Algirdas Julien Greimas (uno dei mostri sacri della semiotica francese) all’università di Parigi IV, incentrata sulla Lecture logico-mathématique de la narration, modèle sémiotique, le fu affidata la curatela di tutto il numero 17 (maggio-agosto 1977) di «Versus. Quaderni di studi semiotici», la rivista di Eco, che così sdoganava l’impiego dell’arsenale logico-modale dei mondi possibili per l’analisi testuale (qui se ne legge il sommario). Un altro suo articolo, Semiotics of With, uscì poi nel numero 19-20 (gennaio-agosto 1978) della medesima testata, che ne rappresentava uno sviluppo in quanto affrontava il tema più ampio Semiotica testuale: mondi possibili e narratività (eccone qui l’indice integrale; rammento che il saggio introduttivo, di Umberto Eco, sarebbe poi rifluito, in gran parte come capitolo 11, nel suo libro in uscita pochi mesi dopo col felicissimo titolo di Lector in fabula, sottotitolo: La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Bompiani 1979).

Marin Mincu (a cura di), La semiotica letteraria italiana (Feltrinelli 1982), una serie di interviste ‘a caldo’ condotte dal curatore a questi esponenti nostrani: Stefano Agosti, D’Arco Silvio Avalle, Gian Luigi Beccaria, Antonino Buttitta, Gian Paolo Caprettini, Maria Corti, Umberto Eco, Emilio Garroni, Marcello Pagnini, Aldo Rossi, Cesare Segre e Alessandro Serpieri.

 

La lista dei volumi di autori romeni è potenzialmente aperta: segnalatemi altri titoli e li inserirò volentieri.