La nuova Hebrew Bible di Robert Alter – ovvero, un ‘post’ natalizio

La notizia a cui allude il titolo, pubblicata sul Post.it del 25 dicembre 2018, aveva già avuto l’onore dell’intera prima pagina sul penultimo domenicale (16 dicembre 2018) del Sole 24 Ore, con un articolo firmato dall’anglista (ma che definirei meglio studioso di letterature comparate, per ciò che ha scritto più di recente) Piero Boitani, al quale rinvio pur non trovandolo in rete (chi lo volesse consultare me lo può chiedere in privato). Infatti lì, oltre a qualche esempio di traduzione, si trova qualche notizia in più sui libri pubblicati da Alter (e relative traduzioni in italiano, ove disponibili), che ha cominciato nel 1996 col Genesi e poi ci ha preso gusto, completando in ventidue anni un lavoro immane, certo per l’estensione, ma ben di più per il confronto inevitabile con interpretazioni che si snocciolano da duemila anni, anzi ben di più.

Strano che non siano stati fatti riferimenti al lavoro, in parte analogo, svolto da Henri Meschonnic [∗ 1932 — † 2009], di cui consiglio Un colpo di Bibbia nella filosofia (trad. di Riccardo Campi, Medusa 2005 – ma il francese si muoveva già da decenni sui testi biblici, come dimostra il suo Le Signe et le Poème. Essai, Gallimard 1975). Probabilmente ciò si spiega con una conoscenza scarsa, almeno in Italia, dello studioso e poeta francese, già sottolineata nell’introduzione di Emilio Mattioli al testo appena menzionato. Sulla sua rilevanza per gli studi che interessano qui cfr. comunque Céleste Boccuzzi e Marcella Leopizzi, Henri Meschonnic. Théoricien de la traduction (Hermann, Paris 2014). Da internet si può scaricare liberamente in PDF anche la tesi magistrale di Daniele Frescaroli, Poetica, ritmo e traduzione: l’avventura di Henri Meschonnic, discussa nell’anno accademico 2013-2014 presso il Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali dell’università di Modena e Reggio Emilia (relatore: Franco Nasi).

Le indicazioni fornite sul Post.it però a mio modesto avviso andrebbero corrette, o almeno attenuate, in un paio di punti.

  1. Alter sarebbe  «la prima persona ad aver tradotto interamente da solo in inglese la Bibbia ebraica dall’originale in ebraico e aramaico». Il riferimento (fornito al capoverso successivo) è alla cosiddetta KJV, ovvero Authorized Version, cioè la traduzione promossa da re Giacomo I Stuart e pubblicata nel 1611, NOTA 1 ma andrebbe detto chiaramente che Lutero si era cimentato nel lavoro quasi un secolo prima, forgiando sostanzialmente quello che poi sarà la base del tedesco letterario. Che si fosse servito dell’ausilio di altri studiosi è innegabile (Melantone è il primo che viene in mente, anche se in seguito si avvicinò a posizioni erasmiane e calviniste), ma il merito resta comunque saldamente nelle sue mani. E negli stessi anni il protestante italiano Giovanni Diodati (amico di Paolo Sarpi, di cui tradurrà in francese nel 1621 la nota Istoria del Concilio tridentino, uscita in italiano appena due anni prima e subito messa al bando) si accingerà a un’impresa analoga, producendo in italiano (dapprima nel 1607 e poi, in un’edizione ampiamente rivista e perfezionata, nel 1641, da cui poi trasse la versione francese nel 1644) un’opera che andrebbe inserita o perlomeno menzionata anche nelle antologie scolastiche.NOTA 2 Soprattutto per contrasto alla tenace opposizione della Chiesa cattolica a qualsiasi versione in lingua volgare del testo sacro rispetto alla Vulgata geronimiana fino al 1757, allorché Benedetto XIV diede l’assenso per quella che poi uscì, tratta dalla Vulgata a opera del vescovo fiorentino Antonio Martini, in 28 volumi  a Torino tra il 1769-71 (Nuovo Testamento) e il 1776-91 (Antico Testamento), conoscendo ben 48 edizioni successive. NOTA 3
  2. Alter (nomen omen verrebbe proprio da dire…) era già abbastanza noto, almeno a chi si interessa di questi argomenti, per la sua teoria «che una mente creativa avesse messo insieme e unificato accozzaglie di testi e storie precedenti, dandogli una coerenza artistica e narrativa. Alter definì questa figura “l’Arrangiatore”, immaginandolo come l’operatore del montaggio di un film» (così commenta Boitani). Molto ‘ammerikano’, direi, e in un’ottica di avvicinamento e svecchiamento potrebbe essere pure una posizione simpatica. Non ho letto nessuno studio di Alter, ma a qualunque studente (bravino, non dico tanto) di liceo classico non può non venire in  mente che questa è la trasposizione, a un testo forse più importante, del lunghissimo dibattito sulla questione omerica. Cioè, «se in ultima analisi i poemi, così come sono, siano il risultato di un lavoro successivo di più mani o della definitiva composizione a opera di uno solo, sulla base di materiale precedente, e i problemi riguardanti la persona di questo compositore e i limiti del suo apporto», come si legge nella sezione specifica della voce Omero della Treccani on-line, dove poco sotto si riporta l’epiteto di Bearbeiter proposto da Kirchhoff e ripreso da Wilamowitz per riferirsi all’autore dei due grandi poemi greci. Che è, mi pare, all’origine dell'”Arrangiatore” di Alter.

La copertina della ricca edizione italiana di Ta meth’Homeron, che racconta com’è andata veramente a finire la guerra di Troia… certo non ne fu autore Omero.

Come ‘smascherare’ un classico alla base della cultura occidentale… neanche questo può essere omerico!

Invece per quanto riguarda il Sole 24 Ore, un colonnino nella medesima prima pagina rammenta l’edizione della Bibbia commentata dai padri, tradotta da Città Nuova. Si tratta di un progetto nato negli Stati Uniti a cura di «un’équipe internazionale ed ecumenica di specialisti in patrologia» in 25 volumi e 29 tomi (quasi equamente ripartiti fra Antico e Nuovo testamento) che in italiano si concluderà nel 2019 e «raccoglie e traduce dalle lingue greca, latina, copta, siriaca, armena, testi spesso non facilmente accessibili». L’unico ‘neo’ è però il costo medio, superiore ai 50 euro, ma in qualche caso si avvicina persino alle 90 sterline dei tre tomi che compongono la traduzione integrale di Alter. Per dire: se dovessi spenderci un po’ di soldi, allora preferirei comprare questa nuova traduzione.

Di livello specialistico comparabile, ma con costi dimezzati, è la doppia collana, oggi pubblicata congiuntamente dagli editori Claudiana di Torino e Paideia di Brescia (che da sola avviò l’impresa nel 1994): “Introduzione allo studio della Bibbia” (11 tomi) e i “Supplementi alla Introduzione allo studio della Bibbia” (75 tomi).

Ovviamente col tempo alcuni testi sono stati superati: è il caso, per esempio, della Settanta (LXX), cioè la traduzione in greco dei primi cinque libri (il c.d. Pentateuco) dell’Antico Testamento da parte di settantadue saggi, sei per ognuna delle tribù di Israele, che in appena settantadue giorni (un ‘vero’ miracolo…!) produssero tutti la medesima versione. Così, lo stesso autore che aveva redatto il volume a riguardo per i succitati “Supplementi”, Natalio Fernández Marcos, ne ha pubblicato poi una versione aggiornata in spagnolo nel 2008, tradotta da Giulio Colombi per Morcelliana (altro editore specializzato in testi religiosi, con sede a Brescia) nel 2010: Septuaginta. La Bibbia di ebrei e cristiani, a cura di Flavio Della Vecchia.NOTA 4

Per chi avesse interessi più spiccatamente linguistico-traduttivi, suggerisco la collana “Doppio verso” delle Edizioni Dehoniane di Bologna, curata da Roberto Reggi. Ogni tomo ospita uno dei libri biblici, nella versione originaria ebraica e greca, con traduzione interlineare in italiano e accompagnato dal testo della CEI (nell’edizione del 2008, quella canonica in Italia) più le singole introduzioni e note presenti nella diffusa Bibbia di Gerusalemme.

Immagino però che non tutti possano avere il tempo o la voglia di scendere così in profondità. Ecco quindi un ventaglio di testi più accessibili, non solamente nel prezzo (in ordine alfabetico per autore – ringrazio per i suggerimenti Luigi Walt, alla cui produzione è riservata la parte conclusiva di questo post, perché gli ultimi saranno i primi…):

  • Antonio Autiero, Marinella Perroni (a cura di), La Bibbia nella storia d’Europa. Dalle divisioni all’incontro (Dehoniane, Bologna 2012 – il cui primo saggio è una bella chiacchierata-intervista della curatrice col mio maestro, Tullio De Mauro, dal titolo impegnativo “Bibbia e Occidente” (alle pp. 13-23), ma ospita anche un saggio su “Gutenberg, Erasmo e Lutero” (di Lothar Vogel) e un intervento di Gigliola Fragnito (vedi approfondimento alla nota 2), in cui soppesa le questioni relative a “diffusione e interdizione” del testo sacro.
  • Emanuela Buccioni, La traduzione e le traduzioni. Incontrare e trasmettere la parola di Dio nelle diverse parole dell’uomo (Editrice Domenicana Italiana, Napoli 2018)

Il retro di copertina del volume scritto da Emanuela Buccioni

  • Carlo Buzzetti, Traduzione e tradizione. La via dell’uso-confronto: oltre il biblico traduttore-traditore (Messaggero, Padova 2001)
  • Bruno Corsani, in collaborazione con Carlo Buzzetti, Girolamo De Luca, Giorgio Massi, Guida allo studio del greco del Nuovo Testamento (Società biblica britannica e forestiera, Roma 2000 e numerose ristampe con ampliamenti e correzioni)
  • Adriana Destro, Mauro Pesce, Antropologia delle origini cristiane (Laterza 1995, riedizione 2008)
  • Bart D. Ehrman, La Bibbia. L’Antico e il Nuovo Testamento (trad. e cura di di Matteo Grosso; Carocci 2018),
    anche in due tomi distinti:
    L’Antico Testamento. Un’introduzione (Carocci 2018)
    e Il Nuovo Testamento. Un’introduzione (Carocci 2015, ristampa 2018)

Su internet si trovano vari filmati in cui Ehrman espone le sue posizioni sulla Bibbia

  • Bart D. Ehrman, Prima dei vangeli. Come i primi cristiani hanno ricordato, manipolato e inventato le storie su Gesù (trad. di Matteo Grosso; Carocci 2017)
  • Bart D. Ehrman, Sotto falso nome. Verità e menzogna nella letteratura cristiana antica (trad. di Gian Carlo Brioschi, Carocci 2012, ristampa 2018)
  • Israel Finkelstein, Neil Asher Silberman, Le tracce di Mosè. La Bibbia tra storia e mito (trad. di Dora Bertucci; Carocci 2002, 2ª ristampa 2018)
  • Northrop Frye, Il grande Codice. La Bibbia e la letteratura (trad. di Giovanni Rizzoni, Einaudi, nuova ed. a cura di Piero Boitani, 2018 – ed. or. 1982)
  • Northrop Frye, Il potere delle parole. Nuovi studi su Bibbia e letteratura (trad. di Eleonora Zoratti, La Nuova Italia 1994 – ed. or. 1990)
  • Sonia Gentili, Novecento scritturale. La letteratura italiana e la Bibbia (Carocci 2016)
  • Norman Gobetti, Un cammello per la cruna di un ago. La lunga e avventurosa storia delle traduzioni bibliche italiane, nel n° 11 (2016) della rivista tradurre.it – lo segnalo, pur non essendo un volume, perché mi è parso molto chiaro, senza rinunziare a fornire una serie di supporti bibliografici e cronologici dopo il testo
  • Riccardo Maisano, Filologia del Nuovo Testamento. La tradizione e la trasmissione dei testi (Carocci 2014, ristampa 2017)
  • Paolo Merlo (a cura di), L’Antico Testamento. Introduzione storico-letteraria (Carocci 2018)
  • André Paul, La Bibbia e l’Occidente. Dalla biblioteca di Alessandria alla cultura europea (trad. di Paolo Caena, Paideia/Claudiana 2009, ed. or. francese 2007) – si tratta di uno studioso importante, autore ad esempio di uno dei volumi meno esosi (non che sia un criterio pertinente, beninteso, ma vale anche per il titolo succitato) sui manoscritti rinvenuti nel 1947 in alcune caverne nel deserto vicino al Mar Morto. La scoperta casuale ha scardinato idee secolari sui testi sacri e per la grande risonanza si è creata un suo spazio editoriale anche da noi, ma non potendo dedicarle qui uno spazio a sé, dirò sbrigativamente di cercare titoli che contengano i toponimi Nag Hammadi e/o Qumran.
  • S. Pisano, Introduzione alla critica testuale dell’Antico e del Nuovo Testamento (4ª ed; Pontificio Istituto Biblico, Roma 2005)
  • Gian Luigi Prato, Gli inizi e la storia. Le origini della civiltà nei testi biblici (Carocci 2013)
  • Giovanni Rizzi, Le antiche versioni della Bibbia. Traduzioni, tradizioni e interpretazioni (San Paolo 2009)
  • Beryl Smalley, Lo studio della Bibbia nel Medioevo (trad. di Vincenzo Benassi, terza ed. a cura di Gian Luca Podestà; EDB/Dehoniane, Bologna 2008 – ed. or. 1952 e 1983)
  • Gerd Theissen, Il Nuovo Testamento (trad. di Aldo Paolo Bottino, a cura di Giovanni Maria Vian; Carocci 2003, 3ª ristampa 2010)
  • P. Wegner, Guida alla critica testuale della Bibbia. Storia, metodi e risultati (San Paolo 2009)
  • Mi piace chiudere questa lista non con un ennesimo autore, ma citando l’iniziativa editoriale Qiqajon (sede a Magnano, in provincia di Biella, sin dalla sua origine nel 1983) e promossa dalla comunità di monaci residente a Bose, fondata da Enzo Bianchi. Ecco la maniera irresistibile con cui il priore ne spiegava il significato cinque anni fa: «Abbiamo cominciato non sapendo se la casa editrice sarebbe durata o no; ed è per questo che io volli come nome questo termine ebraico […] qiqajon designa quell’alberello che Dio ha fatto crescere sulla testa di Giona e che poi ha fatto seccare a metà del giorno. Un albero che è cresciuto, è durato alcune ore, è seccato […]. Facciamo una cosa che dura poco, può anche morire presto ma teniamola lo stesso».

Ho lasciato davvero per ultimo Luigi Walt (anche se non lo sarebbe in ordine di importanza, dato che insegna a Ratisbona), che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente (sia pure solamente per e-mail) e si è rivelato una persona squisita. Abbiamo scoperto di avere anche qualcosa indirettamente in comune, nelle nostre trascorse attività, e sicuramente è un ricercatore di prim’ordine, specialista delle lettere di san Paolo, ritenute dalla maggioranza degli studiosi i documenti cristiani più antichi (forzando un po’ i termini della questione per far capire quale sia il rilievo della posta in gioco in questo tipo di discussioni, si potrebbe dire: più prossimi al messaggio ‘originale’ di Cristo): lo ha argomentato nelle oltre cinquecento pagine della sua monografia su Paolo e le parole di Gesù (Morcelliana 2013).
Tra 2019 e 2020 dovrebbero apparire tre suoi nuovi lavori: su “san Paolo traduttore”, sul sesto libro di Ezra, nonché la curatela di alcuni saggi di Jonathan Z. Smith.

La sede da cui ho tratto i tre link nel capoverso precedente è il suo blog, intitolato scherzosamente “Paulus 2.0”, che Luigi ha curato fin verso la metà del 2018, tanto è vero che da allora porta come sottotitolo (un po’ malinconico) “Bollettino (a riposo) di studi e ricerche sul cristianesimo delle origini”, mentre in precedenza era noto come “Lettere paoline” (punto net). Tuttavia la struttura molto articolata (cioè, pensata molto bene) lo rende a mio modesto avviso un luogo ancora fruibile con giovamento, soprattutto per chi non è così addentro alle questioni ivi dibattute (e probabilmente era questo uno dei sensi a cui rispondeva l’esigenza di mantenere in vita quel blog). Ad esempio, nella sezione Ex libris sono indicati volumi pubblicati da colleghi (fino al 2013).
Tutte le sezioni si cliccano dalla barra superiore, appena sotto l’intestazione di “Paulus 2.0”.
I “Percorsi di lettura” aprono link, tra gli altri, alla documentazione sul tema Cristianesimo e dintorni; o a un’ampia serie di testi recensiti o segnalati nello Scaffale aperto sul medesimo sito; o una messe di «articoli di approfondimento, estratti e opere di consultazione […] in pdf», cliccando su Area Download.
Ma fondamentale vi si staglia tuttora la pagina Per conoscere Paolo (di Tarso), dove trovate tanti collegamenti (i quali contengono quasi sempre altri link, a matrioska o scatole cinesi), strutturati in senso verticale per “Materiali introduttivi”, “Approfondimenti e letture”, “Conversazioni” (appena tre: con Romano Penna, Alessandro Barban e Anselm Grün) e “A immagine di Paolo”, per l’ambito iconologico e genericamente storico-artistico.
Altre sezioni che invito a ‘sprizzare’ sono:

  • il “Progetto EC“, che «raccoglie alcune voci dell’Enciclopedia Cattolica (1948-1954) di argomento storico-religioso», prive solamente della parte bibliografica (in quanto largamente obsoleta);
  • le Risorse online, ripartite in otto categorie ben distinte che celano tesori quasi insospettabili;
  • il Sillabario, con «materiali di carattere didattico, schede informative, brani antologici e brevi interventi polemici» ordinati alfabeticamente;
  • e infine le «pagine extravaganti” del Verbarium, che non è stato sviluppato a sufficienza.
  • Sulla destra di tutte le pagine sfilano, in verticale, tre sezioni, anch’esse di golosa consultazione: Collegamenti, Letture, Altri siti e blog (dove Luigi ha avuto la cortesia di inserire in extremis anche questo del sottoscritto).

NOTE

NOTA 1 – Si tratta della Bibbia probabilmente più nota e adoperata nel mondo anglosassone, ma la cui storicità è oggi acclarata: «[…] la “Bibbia di re Giacomo” è piena di passi ricavati da un testo greco derivato in ultima analisi dall’edizione di Erasmo da Rotterdam, edizione basata su un unico manoscritto del XII secolo che è uno dei peggiori fra quelli oggi disponibili. […] un testo greco lacunoso». Bart D. Ehrman, Gesù non l’ha mai detto, trad. di Francesca Gimelli, Mondadori 2007, p. 241 (ed. or. Misquoting Jesus, Harper Collins 2005). Per un esteso aggiornamento cfr. David Parker, Il testo del Nuovo Testamento: i manoscritti, le varianti e le moderne edizioni critiche, in «Ecdotica», 4 (2007): 7-23. Clicca qui per tornare su, da dove sei partito

NOTA 2 – Sulle implicazioni profonde di tutto ciò sono sempre estremamente raccomandabili i due lavori di Gigliola Fragnito: La Bibbia al rogo. La censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura (1471-1605), il Mulino 1997 e Proibito capire. La Chiesa e il volgare nella prima età moderna, il Mulino 2005, a cui ora si può accostare Franco Pierno, La Parola in fuga. Lingua italiana ed esilio religioso nel Cinquecento, Edizioni di Storia e Letteratura 2018. Per una sintesi densa, ma rispettosa dell’ortodossia, cfr. Giovanni Rizzi, Le versioni italiane della Bibbia. Dalla Bibbia del Malermi (1471) alla recente versione CEI (2008), San Paolo, Cinisello Balsamo 2010 e il più dettagliato Mario Cimosa con la collaborazione di Carlo Buzzetti, Guida allo studio della Bibbia latina. Dalla vetus latina, alla vulgata, alla nova vulgata, Istituto patristico Augustinianum, Roma 2008. Molto interessante soprattutto perché copre anche tutte le aree geografiche, Philip A. Noss (a cura di), A History of Bible Translations, Edizioni di Storia e Letteratura 2007 (che recensî estesamente nel numero dell’inverno 2009 su «La figura nel tappeto», la rivista curata da Alessandro Gebbia e Fiorella Gabizon, alle pp. 241-252). Clicca qui per tornare su, da dove sei partito

NOTA 3 – Su questo si vedano gli atti di un convegno tenuto all’Università di Roma “La Sapienza” nel novembre 2010 con T. De Mauro, T. Gregory, S. Quinzio, M. Luzi, F. Gabrieli e molti specialisti: Gian Gabriele Vertova (a cura di), Bibbia, cultura, scuola. Alla scoperta di percorsi didattici interdisciplinari (Carocci 2011). Clicca qui per tornare su, da dove sei partito

NOTA 4 – Luciano Canfora ha scritto pagine molto intense sulla Septuaginta, la cui vicenda è tramandata anzitutto dalla cosiddetta Lettera di Aristea a Filocrate, un testo anonimo del II secolo a.C. redatto da un autore ebreo che vuole apparire greco, probabilmente appartenente alla diaspora alessandrina, la seconda dopo quella assiro-babilonese, che portò i giudei a trasferirsi in età ellenistica in varie città del Mediterraneo, ma soprattutto ad Alessandria d’Egitto, all’epoca un ‘crogiuolo di razze e culture’ sotto il regno dei Tolemei (al riguardo cfr. il buon manuale di Clara Kraus Reggiani, Storia della letteratura giudaico-ellenistica, Mimesis, Milano-Udine 2008). Esaminando con grande acume le diverse e complesse rielaborazioni (per le quali Canfora adopera schiettamente termini come ‘riscritture’ e ‘manipolazioni’) della Lettera di Aristea nei secoli successivi, il grande filologo classico barese ha fornito soprattutto ne Il viaggio di Aristea (Laterza 1996) un’esemplificazione magistrale di ‘storia della ricezione’. Difatti egli non ha solamente chiarito la separazione fra l’ortodossia ebraica (che rifiutò la miracolosa/miracolistica trasposizione dei settantadue saggi a favore di altre traduzioni in greco) e le comunità greche, che invece l’accettarono, ponendola sotto l’egida dell’élite dirigenziale locale (il reggitore della Biblioteca di Alessandria, Demetrio Falereo, che operava in accordo con il secondo sovrano della dinastia, Tolomeo Filadelfo [285-246 a.C.]) e, con questo atto ideologico-culturale, l’inserirono di forza nel novero delle opere con cui poi si sarebbero confrontati in epoca tardo-antica e con orientamento cristiano sia Agostino sia Gerolamo, operando assimilazioni e distinzioni. Il merito di Canfora è anche quello di aver dimostrato che «la Lettera di Aristea assurge al ruolo di libro-simbolo della dottrina vertente su biblioteche e raccolte di libri, su biblioteche perdute o auspicate» (p. IX) in una storia avvincente che passando attraverso la cultura bizantina, araba e Petrarca, arriva fino alle posizioni protestanti di Spinoza (tornato in auge grazie agli studi accurati di Steven Nadler, quasi tutti tradotti anche in italiano), Richard Simon, Fabricius, Reimarus, Lessing. Clicca qui per tornare su, da dove sei partito

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“Libri e lettori nell’Italia repubblicana”

Convenzionali

41p-XoKUDnL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Effetti di promozione alla lettura “disinteressata” ha avuto la realizzazione della scuola media unica nel 1962.

Libri e lettori nell’Italia repubblicana, Gabriele Turi, Carocci. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, dice la costituzione. Che dice anche che la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Che l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali. È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai…

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La “biblioteca” non è più così piccola…

Avevo salutato al suo apparire la collana “Biblioteca della lingua italiana”, curata da Giuseppe Antonelli per il nobile CorSera.
Oggi giubilo con questo nuovo post, perché c’è anche un séguito, sempre tutti i mercoledì e già dalla settimana scorsa, che in un paio di mesi porterà il numero complessivo dei volumi «che sta[nno] cambiando la tua concezione dell’italiano» (come ne recita la pubblicità) alla rispettabile cifra di 35 unità: segno probabile che un qualche riscontro positivo ci sarà stato nelle edicole e in effetti le giacenze erano esigui, per non dire inesistenti (ma questo dipende anche dal funzionamento della distribuzione presso gli edicolanti). Ecco dunque la nuova… playlist (ho aggiunto editore e anno della prima edizione, più le date di uscita):

  • 14 marzo: Giuseppe Patota, Prontuario di grammatica (Laterza 2013)
  • 21 marzo: Luca Cignetti, Silvia Demartini, L’ortografia (Carocci 2016)
  • 28 marzo: Simone Fornara, La punteggiatura (Carocci 2010)
  • 4 aprile: Giorgio Graffi, La frase: l’analisi logica (Carocci 2012)
  • 11 aprile: Marcello Aprile, Dalle parole ai dizionari (il Mulino 2005 [qui c’è da chiedersi, malignamente, se la coincidenza cognome-mese sia stata voluta…])
  • 18 aprile: Massimo Palermo, Linguistica testuale dell’italiano (il Mulino 2013)
  • 25 aprile: Edoardo Lombardi Vallauri, Parlare l’italiano. Come usare bene la nostra lingua (il Mulino 1999)
  • 2 maggio: Carla Marcato, Dialetto, dialetti e italiano (il Mulino 2002)
  • 9 maggio: Roberta Cella, Storia dell’italiano (il Mulino 2015)
  • 16 maggio: Paolo D’Achille, L’italiano contemporaneo (il Mulino 2003)

A differenza di quella iniziale (che pure aveva delle punte di eccellenza assoluta: per i miei interessi, si trattava del titolo di esordio, giustamente demauriano, poi della Storia disunita di Trifone, dell’Italiano nascosto di Testa, forse un po’ penalizzati dall’uscita sotto le festività natalizie, e degli Otto capolavori di Motolese — qualcosa mi sono perso, ma pazienza!) questa mi sembra più strutturata su alcuni capisaldi tradizionali, che la scelta precedente, forse più briosa, aveva lasciato in ombra: ortografia, punteggiatura, analisi logica. Restando su Carocci, però, avrei visto bene pure i volumetti sul “nome” e sul “verbo”, rispettivamente di Paolo Acquaviva (2013) e Mario Squartini (2015).

Purtroppo (per le ragioni economiche già esposte nel mio intervento del 20 settembre scorso) vedo di aver “fatto male” ad acquistare, a una cifra ben più alta, uno di questi titoli nuovi. E dire che avevo soppesato attentamente in libreria pro e contro rispetto all’antagonista, cioè la Linguistica del testo. Principi, fenomeni, strutture della basileana Angela Ferrari (Carocci 2014, seconda ed. 2017 — un necessario aggiornamento della Linguistica testuale. Un’introduzione di Cecilia Andorno, anch’esso Carocci 2003, con sette ristampe sino al 2015).
Colgo l’occasione per sottolineare che questi tre volumi hanno meno a che fare di quanto possa far credere il titolo con il notevole libro di Eugenio Coseriu, Linguistica del testo. Introduzione a una ermeneutica del senso (Carocci 1997, sesta ristampa 2014, come sempre ottimamente curata da Donatella Di Cesare, già sua allieva a Tubinga in anni giovanili).

Anche in questo nuovo elenco è prevalente l’intento anzitutto introduttivo, didascalico, ma non mi sono ben chiari i criteri di scelta, poniamo, rispetto alla gamma di “storie dell’italiano” attualmente sul mercato, anche di formato piuttosto ridotto (a confronto di quella di Migliorini, per capirci tramite un esempio arcinoto). Forse bisognerebbe chiederlo ad Antonelli…
Ma non saranno certamente l’esito di ‘veti’ da parte degli editori, ai quali invece così viene data l’opportunità, rara, di far rivivere testi che (tranne casi particolari come le adozioni universitarie, comunque in difficoltà a causa del problema delle fotocopie e ancor più dalle facili riproduzioni tramite cellulare… altro che aura benjaminiana!) difficilmente potrebbero vivacizzare il catalogo, sfuggendo alla loro inesorabile desolation row, cioè la via del macero — per quanto possa esser stata nobilitata dalla Solitudine troppo rumorosa di uno scrittore così atipico come Bohumil Hrabal, che una sera dell’ormai lontanissima estate 1988 Giuseppe Dierna mi fece conoscere nel posto migliore: verosimilmente U zlatého tygra, sorseggiando immagino quella stessa Plzeňský Prazdroj che dissetò tutta la mia settimana di soggiorno nella “magica Praga d’oro”.

Interno della birreria praghese “Alla tigre d’oro”

Quello che vedrai più facilmente sui tavoli della “Tigre d’oro” (ammesso di riuscire a trovare un posto libero…!)

 

Chi ben comincia il 2018…

Sono molto contento che il primo volume cartaceo a varcare la soglia di casa mia nel 2018 sia questo di Jürgen Trabant, sebbene quindici anni dopo la sua pubblicazione. Se non fosse chiaro, l’immagine che occhieggia dal ‘buco’ in copertina è quella di una torre di Babele (NOTA 1 ), metafora iniziale e archetipica nell’argomentazione dell’opera.

La copertina di Trabant 2003

Un aspetto assai apprezzabile è che in pratica l’ho pagato (su Amazon) la metà del prezzo riportato sul risvolto di copertina (edizione rilegata!), come a ben guardare si può ricavare anche da un’informazione sul sito dell’editore tedesco, anche se lo sconto dovrebbe applicarsi alla ristampa (?) del 2013.

A noi italiani dovrebbe interessare già solamente perché snocciola nei titoli dei 7 capitoli alcuni dei nostri luoghi più significativi per le humanities: Firenze, Bologna, Napoli… alle quali seguono anche Londra, Parigi, Riga, Tegel, Cambridge (sia quella nel Massachusetts, sia quella britannica), sino alla Foresta nera…
Aggiungo che, per un’altra di quelle ragioni insondabili e inspiegate, nessuno dei libri di Trabant qui menzionati figura nelle biblioteche pubbliche italiane, accessibili a partire dall’Opac SBN, ossia il Catalogo del servizio bibliotecario nazionale: quest’ultimo è attivo dal 1997 e permette di interrogare una vasta rete di «biblioteche statali, di enti locali, universitarie, scolastiche, di accademie ed istituzioni pubbliche e private operanti in diversi settori disciplinari». Del resto al centro della home page del portale ICCU (acronimo di Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche), dal quale dipende il suddetto Opac (On-line Public Access Catalog), fa bella mostra di sé l’affermazione seguente:

L’ICCU gestisce il catalogo online delle biblioteche italiane e il servizio di prestito interbibliotecario e fornitura documenti; cura i censimenti dei manoscritti e delle edizioni italiane del XVI secolo e delle biblioteche su scala nazionale; elabora standard e linee guida per la catalogazione e la digitalizzazione. Opera in stretta collaborazione con le Regioni e le Università al servizio delle biblioteche, dei bibliotecari e dei cittadini.

Avrei qualcosa da eccepire sul fatto che sia effettivamente «al servizio dei cittadini»; meglio passare al tema specifico di questo post.

Jürgen Trabant (dal sito juergen-trabant.de/)

Con Trabant ebbi a che fare indirettamente, quando Laterza affidò a Donatella Di Cesare la traduzione del suo libro su Vico, La scienza nuova dei segni antichi. La sematologia di Vico (fu pubblicato nel 1996, come n° 1092 della collana «Biblioteca di cultura moderna», in altri tempi gloriosa, corredato da una presentazione di Tullio De Mauro). In questa edizione italiana fu aggiunto un capitolo dal suo importante Traditionen Humboldts (Suhrkamp 1990 – stw, 877), l’ottavo: “Fantasia e favella. Osservazioni su Vico e Humboldt” (era alle pp. 140-168 dell’originale tedesco). Il libro vichiano uscì poi anche negli Stati Uniti nel 2004, non so in quale assetto, cioè se conforme nel sommario all’originale, all’edizione italiana, o in un’altra versione ancora – magari in ossequio al principio humboldtiano della virtuosa Verschiedenheit, su cui Trabant è tornato con molta chiarezza in uno dei suoi ultimi testi, Globalesisch, oder was? Ein Plädoyer für Europas Sprachen (Beck 2014). Una dozzina di pagine del libro si possono scaricare gratuitamente, per farsi un’idea di cosa parli, dal sito dell’editore.
Per chi non voglia farlo o non legga il tedesco, riporto l’opinione di fondo espressa da Trabant pochi anni prima:

[…] c’è voluto un bel po’ per far capire alla gente che imparare le lingue è una maniera meravigliosa di esperire cosa sia l’alterità culturale, un’avventura dello spirito, e che non può certo far male alla testa sapere un’altra lingua, o (meglio) anche più d’una. Di questo però ne è convinta solamente la parte dell’umanità che non parla inglese, mentre dal canto loro gli anglofoni rinunziano a questo allenamento mentale [traduzione all’impronta e abbastanza libera del sottoscritto, da Was ist Sprache?, Beck 2008, p. 153].

Sul Globalesisch di Trabant è intervenuto anche Tullio De Mauro nella premessa al suo coevo libretto In Europa son già 103. Troppe lingue per una democrazia? (Laterza 2014). Aggiungo che Mehrsprachiges Europa / Europa plurilingue / L’Europe plurilingue è il titolo di un dibattito al riguardo tra loro e con Barbara Cassin, Sara Fortuna, Manuele Gragnolati, Luigi Reitani e Rossella Saetta-Cottone, che si è svolto la sera del 23 febbraio 2016 all’ICI di Berlino e ancora fruibile in rete.
Ricordo pure che Trabant ha curato un’antologia di Wilhelm von Humboldt: Das große Lesebuch (Fischer 2010), per poi sintetizzare le proprie idee su di lui nel denso volume Weltansichten. Wilhelm von Humboldts Sprachprojekt (Beck 2012). Qualche altro riferimento l’ho inserito nella NOTA 2.

Il libro curato da Trabant nel 1995, con un saggio di Donatella Di Cesare

Quasi certamente per ringraziarmi del supporto nella redazione di quel testo Donatella mi regalò, con breve dedica, un libro solamente curato da Trabant, al quale lei aveva contribuito con un lavoro teorico, interno al dibattito filosofico ed ermeneutico tipicamente germanico. Il volume si intitola Sprache denken. Positionen aktueller Sprachphilosophie (Fischer 1995, nella serie “Philosophie der Gegenwart” curata da Patrizia Nanz, che conobbi a Francoforte e il rapporto con la quale si esaurì dopo poco, data la scarsa ricettività laterziana alle proposte tedesche). Il saggio Di Cesare, in seconda posizione, è Über Sprachphilosophie und die Grenzen der Sprache e sta in buona compagnia, letteralmente ‘in mezzo’ ad autori noti anche da noi: infatti segue Sylvain Auroux, lì autore con Djamel Kouloughli (NOTA 3 ) di Für eine “richtige” Philosophie der Linguistik, ma precede Henri Meschonnic, che scrive Humboldt denken heute.

Con Donatella persi poi del tutto i contatti, salvo poi ritrovarla mediatamente nelle righe, ferme e autorevoli, che aprono l’edizione italiana di Eugenio Coseriu, Storia della filosofia del linguaggio (Carocci 2010), da lei stessa tradotto e soprattutto curato, essendone stata allieva a Tubinga una ventina d’anni prima. E non sarà un caso, allora, che il secondo libro entrato a casa quest’anno nuovo, acquistato on-line presso la Fondazione Campostrini di Verona, sia Eugenio Coseriu, Il linguaggio e l’uomo attuale. Saggi di filosofia del linguaggio (2007, a cura di Cristian Bota e Massimo Schiavi, con la collaborazione di Giuseppe Di Salvatore e Lidia Gasperoni, prefazione di Tullio De Mauro — il quale nella seconda delle poche pagine concessegli, scriveva: «Ora che anche Giancarlo Bolognesi se ne è andato, credo di essere il più vecchio testimone dei primi anni e dei ritorni di Coseriu in Italia, nei tardi anni Cinquanta» [p. 10]).

La Storia della filosofia del linguaggio è un’opera estremamente interessante di Coseriu (ma anche più in generale) e permette di intrecciare variamente gli studiosi qui menzionati. L’edizione originale tedesca, da cui proviene anche quella Carocci, aveva una premessa di Trabant, qui conservata (pp. 25-32) e istruttiva, ma anche lui è criticato dalla curatrice (v. p. 14). A quest’ultima bisogna comunque riconoscere il merito di avere messo in luce l’angolatura migliore per apprezzare quel testo, «che, a ben guardare, non è davvero una “storia”, ma è piuttosto una “filosofia del linguaggio”. […] E come tale va letta. […] è un grande dialogo con i filosofi […], per cercare una risposta alle sue {sc., di Coseriu} domande sul linguaggio. Ma anche per riconoscere ogni volta il suo debito. E che cosa si presta di più al fraintendimento in tempi come questi di appropriazione egocentrica, di boria e presunzione scientifica? L’habitus di Coseriu era esattamente l’opposto» (p. 15).
E ancora: «la filosofia del linguaggio è tutta la filosofia dal punto di vista del linguaggio […]. Il grande merito di Coseriu è stato quello di aver giustificato la domanda filosofica sul linguaggio» come distinta da quella storica e da quella scientifica (p. 17 – corsivi nell’originale). Ne consegue che, allo stesso modo, bisogna distinguere la filosofia del linguaggio dalla linguistica generale e dalla teoria del linguaggio, mentre ad esempio in Italia «un disprezzo per la dimensione filosofica, detestata o ignorata, può condurre e ha condotto [..] ad una confusione tra filosofia del linguaggio e linguistica». «La domanda filosofica mira ad andare sempre oltre, mette in dubbio ciò che linguistica generale e teoria del linguaggio accettano tacitamente, comincia là dove queste finiscono. Ma a ben guardare le precede, dato che solleva a problema filosofico il “fondamento” del linguaggio che linguistica generale e teoria del linguaggio si limitano ad assumere. Queste ultime si basano dunque sulla filosofia del linguaggio, la presuppongono. La domanda filosofica sul linguaggio è così la domanda sul “senso dell’essere del linguaggio”» (p. 18).
Ho l’impressione che questa vena polemica sia stata generata probabilmente dall’intreccio fra dolorosi vissuti personali e duri sfondi storici sovraindividuali, più o meno aggiornati.
Ma al di là di tali considerazioni, queste stesse righe mi hanno fatto intuire che l’obiettivo da perseguire in una riflessione ‘alta’ sulla traduzione sia far capire (anche se non mi è ancora ben chiaro come) l’importanza, anzi di più: l’imprescindibilità, direi quasi la consustanzialità di quella attività, sfuggente, eppure analoga a «quell’estraniamento talmente quotidiano, da apparirci quasi ovvio, senza il quale non potremmo esistere» che è il linguaggio (cito sempre dall’introduzione di Di Cesare, pp. 16-17).
L’attività traduttiva, riprendendone la foggia, ossia quasi (ma non del tutto) modellata dalla lingua, duplica quella (e la nostra competenza linguistica, in senso lato), appoggiandovisi e sopravanzandola, e perciò appare ancora più difficile separarnela, scinderla dagli usi che abbiamo e facciamo della lingua.
Dovrò tornarci, forse Trabant e Coseriu sapranno fornirmi spunti illuminanti.

Concludo segnalando il sito dedicato a Eugenio Coseriu, dal quale si possono ricavare informazioni su di lui e scaricare praticamente quasi tutti i suoi saggi: http://www.romling.uni-tuebingen.de/coseriu/

Eugenio Coseriu (dal sito http://www.coseriu.de/)

N O T E

NOTA 1 – Nella fattispecie si tratta di un quadro dipinto nel 1602 da Roelant Savery e attualmente al Museo nazionale tedesco di Norimberga. Clicca qui per tornare al testo
NOTA 2 – L’argomento era affrontato in un’interessante ottica comparativa da un altro linguista (francese) in un bel volume, uscito nel 1995 come numero 19 della collana che accompagnava la rivista diretta da Raffaele Simone dal 1986 al 2003, «Italiano e oltre» {notizia dell’ultim’ora: dovrebbe essere disponibile tutta on-line a breve}: Claude Hagège, Storie e destini delle lingue d’Europa. Mi piace immaginare che, come De Mauro aveva affidato la prima traduzione di “sette studi” di Coseriu al suo giovane neolaureato Raffaele Simone (Teora del linguaggio e linguistica generale, Laterza 1971), così la storia si sia ripetuta nella generazione successiva: difatti fu un allievo di Simone, Edoardo Lombardi Vallauri, oggi ordinario di Linguistica generale a Roma 3, a tradurre la seconda edizione del 1994 del testo di Hagège (l’originale è del 1992 – con un titolo francese più evocativo del nostro: Le souffle de la langue). L’edizione italiana era corredata da una Presentazione (pp. IX-XV) di Alberto A. Sobrero, che poco prima aveva raccordato in maniera eccellente da curatore 17 fra i migliori linguisti (quasi tutti italiani) nei due importanti volumi della Introduzione all’italiano contemporaneo, intitolati rispettivamente Le strutture e La variazione e gli usi (Laterza 1993). Clicca qui per tornare al testo
NOTA 3 – Auroux scrisse con Kouloughli e Jacques Deschamps La filosofia del linguaggio (trad. it. di Ilaria Tani, Editori Riuniti, Roma 1998). Clicca qui per tornare al testo

Post aggiornato tra domenica 21 e martedì 23 gennaio 2018.

È nato!

Finalmente, proprio a ridosso dell’ultimo giorno dell’anno, e come tale di buon augurio, è uscito il mio saggio sulla traduzione e la Treccani: cliccando sul link o sull’immagine (che è il logo della Scuola), poi sul numero 9 del 2017, poi sul titolo La traduzione e la Treccani: un rapporto difficile?, lo potrete leggere on-line (altamente sconsigliabile: sono 58 pagine, anche se di formato ‘piccolo’), o scaricare gratuitamente. Un grazie dal profondo del cuore e un plauso alla rivista «Fogli di filosofia» della Scuola superiore di studi in filosofia dell’ateneo di Tor Vergata (Roma 2) e al suo coordinatore, Francesco Aronadio, per aver materializzato questa utopia.

Scuola superiore di studi in filosofia, Università di Tor Vergata (Roma 2)

Lottando contro il tempo (e il sonno – anche per questo mi pare particolarmente adatta l’immagine appena inserita), vi ho riordinato (molto) meglio una parte dei materiali di cui parlavo in questo post. Anzi, per riuscire a pubblicare almeno questa parte del lavoro, al quale ho dedicato almeno gli ultimi cinque-sei anni, sia pure a tempo perso, a un certo punto ho dovuto impormi di darle un taglio abbastanza drastico, in maniera sia da non sacrificare i materiali rimanenti, magari per scarso approfondimento, sia anche per valorizzare al meglio quelli raccolti sin qui.
La speranza (come capirà subito chi si metterà a leggerlo) è di poter trovare una sede che accolga anche il seguito del lavoro, che rimonta progressivamente sino alle origini del pensiero enciclopedico moderno, vale a dire alla prima metà del Settecento, intersecando tanti saperi e tanti fatti, date, personaggi.

Secondo il parere di almeno un paio di persone, in realtà dovrei scrivere un libro, e questo appena uscito potrebbe esserne già un capitolo. Ma di editori così folli non ce ne sono. Una possibilità a portata di mano potrebbe essere offerta invece dall’autopubblicazione presso i Dragomanni. È vero che sinora non ha ancora ospitato testi di saggistica, ma parlandone molto in generale col fondatore Daniele A. Gewurz non si tratta di una preclusione di principio. Certo è però che sul prosieguo del discorso e relative argomentazioni c’è ancora un bel po’ di lavoro da fare…

Il logo del sito ufficiale dei “Dragomanni”

Lascio qui appresso il sommario dettagliato del mio contributo, sperando che invogli qualcuno a dargli almeno una lettura veloce: per critiche, suggerimenti, proposte ecc., trovate sotto uno spazio dove scriverle o semplicemente per contattarmi.

Premessa (pp. 89-91); 0.1. Inquadramento (pp. 91-92): 0.1.1. Il riconoscimento di una “scoperta multipla”; 0.2. Studi di riferimento (pp. 92-103): 0.2.1. HSK; 0.2.2. Translation Studies; 0.2.3. Francia; 0.2.4. Italia; 1. Il caso Treccani (pp. 103-113): 1.1. Il problema iniziale; 1.2. Dopo la guerra; 1.3. Dizionario vs. enciclopedia; 2. L’«effetto Treccani» in Italia (pp. 113-124): 2.1. Il contributo di Georges Mounin; 2.2.1. Il nulla nullifica; 2.2.2. Esempi virtuosi; 3. Valutazione del problema (pp. 124-146): 3.1. Dubbi, refutazioni, proposte interpretative; 3.2. Le valutazioni degli storici; 3.3. Le traduzioni vere e proprie; 3.4 La Treccani come patronato?

 

(Piccola) biblioteca della lingua italiana

Piano dell’opera “Biblioteca della lingua italiana” – I classici del CdS

Oggi è uscito il primo volume(tto) di una serie allegata al maggiore (?) quotidiano nazionale, il Corriere della sera di via Solferino (questo è un vecchio topos, credo incomprensibile agli stranieri). L’immagine qui sopra riproduce il piano dell’opera e si trova alle pagine 8-9 del libro.
È una delle tante iniziative del genere, inaugurate ai primi anni del nuovo millennio e inizialmente salutate con grande entusiasmo dagli editori, che notandone il successo pensavano di risolvere così, cioè senza grandi sforzi ideativi, di risolvere i propri, cronici problemi di liquidità. È stato in molti casi un buon sistema per movimentare la cosiddetta backlist, cioè il ‘fondo’ di buoni titoli di svariate case editrici (parlo soprattutto per la saggistica, ovvio), che altrimenti con difficoltà sarebbero stati ‘smerciati’, o con tempi molto più lunghi che rischiavano di diventare anti-redditizi.
Questa in particolare è diretta da Giuseppe Antonelli (n. Arezzo, 1970), docente di Linguistica italiana a Cassino e noto a un pubblico probabilmente più ampio di quello degli studiosi in quanto conduttore (credevo fosse l’ideatore, però mi sbagliavo) della trasmissione radiofonica “La lingua batte”, che va in onda su Rai3 tutte le domeniche alle 10,45 (clicca qui se vuoi risentirne qualcuna, purché non sia prima del 22 febbraio 2014).
La collana, tutta di testi pubblicati da autori italiani (potrebbe sembrare un truismo, ma non lo è) negli ultimi vent’anni, conta 25 titoli, quindi andrà avanti per tutti i mercoledì fino al 7 marzo 2018.

Ho aggiunto “piccola” alla denominazione scelta dal Corriere per la serie in quanto si tratta di volumi «concepiti fin dall’inizio per un largo pubblico […] e dal tono divulgativo» (così Antonelli nella sua Presentazione generale, a p. 6).
Non so se il prezzo rimarrà costante per tutta la serie (tantomeno se ci saranno cambiamenti rispetto all’ordine di uscita, caso non infrequente), comunque questo (7,90€ + il costo del giornale) è conveniente rispetto all’edizione cartacea tuttora offerta sul sito dell’editore Laterza (12€ – la prima edizione era del 2002, nel 2017 è arrivata alla quinta), leggermente meno rispetto alla «versione digitale in formato ePub con DRM» (7,49€), che però è ‘immateriale’, appunto, mentre questa riprende quella originaria, anche nel formato pressoché tascabile (in realtà questa ‘marchiata’ CdS presenta dei risguardi, che non ci sono mai stati in tutta la storia della collana UL – li ho sempre pensati come una sorta di scorciatoia per fungere da segnalibro). È evidente che comunque all’editore conviene questa formula (e in questo non c’è nulla di male), sui cui dettagli commerciali però non so nulla di specifico. Né so come sia messa la carta stampata, di cui a inizio anno venivano dichiarati grossi affanni. Qualche edicolante vende anche il libretto senza giornale, ma non sempre senza una corrispondente riduzione di prezzo per l’acquirente 😦

Buone letture in tutti i casi!

Qualche libro dalla Francia

Mi sono concesso una breve vacanza in una città dove non sono mai stato, anche se forse avrei dovuto da tempo: Parigi!
La mattina dell’ultimo giorno di permanenza (e del mese di luglio) ho fatto un salto in una libreria (Gibert Joseph sul boulevard Saint Michel: occupa quattro piani + un seminterrato), abbastanza simile a una Feltrinelli, ma con la particolarità di mettere nello stesso scaffale, una accanto all’altra, una copia nuova e una usata della medesima opera, se disponibile.
In più, dopo l’ampio settore di linguistica, ecco spuntare un’esile ma interessante sezione “traductologie”, che ho scoperto solo dopo un po’ perché evidentemente il commesso al quale mi ero rivolto non era molto pratico di queste branche del sapere. Vi risparmio in tutti i casi il racconto di cos’altro ho sbirciato.
In una prossima visita mi riprometto di perlustrare meglio libreriole accanto alle Sorbone più “umanistiche”, anche perché questo periodo non era favorevole, tra chiusure per ferie e assenza di corsi.
Ecco comunque cosa ho incamerato, dopo aver deciso di calmierare gli acquisti puntando unicamente su autori che conoscevo già:

  • Henri Meschonnic (1932 – 2009) è una sorta di ‘mostro sacro’ della traduttologia (e non solo: più spesso passa da poeta) francese (e non solo); l’originale di questa edizione tascabile uscì nel 1999 e credo che l’attacco sia già stato tradotto da Nazzareno Mataldi nel n° 23 di «Testo a fronte» del 2000 (pp. 5-36), come Poetica del tradurre – Cominciando dai principi.
    Ho cominciato a leggerlo subito, attratto dal titolo di uno dei capitoli: «L’Europe des traductions est d’abord l’Europe de l’effacement des traductions» (p. 38), che in una trentina di pagine condensa una storia della traduzione a modo suo.
    Nello scaffale c’era anche il suo ultimo sforzo, dal titolo affascinante: Langage, histoire, une même théorie (sempre per Verdier, 2012). Purtroppo dimensioni e costo non erano così ‘affabili’ come questo delizioso libretto, che comunque sfiora le 600 paginette.

  • Questo reader accademico di oltre trecento pagine torna utile per quanto sto scrivendo, almeno per la sintesi di D’Hulst sugli anni 1722-1789 (pp. 83-100), seguita da un saggio di José Lambert relativo al discourse implicite sur la traduction dans l’Encyclopédie (pp. 101-119 ricordo qui che nel 2006 D’Hulst curò, insieme a Dirk Delabastita e Reine Meylaerts, Functional approaches to culture and translation, saggi di Lambert scelti e raccolti nel volume 69 della nota «Benjamins translation library»).
    Quello che adesso è il “mio” volume è presente in tre sole biblioteche dell’Opac-Sbn (nessuna di queste a Roma).
  • Van Hoof era un altro ‘Carneade’ delle mie peregrinazioni bibliografiche, ma poco ‘permeabile’ su internet, donde lo stupore nel trovarmelo di fronte senza preavviso. Questo volume impegnativo (chiude a pagina 368), ampliamento del 1991 di un altro suo lavoro apparso cinque anni prima, dopo una ventina di pagine introduttive espone la materia in 5 capitoli piuttosto densi, suddivisi per paese: Francia, Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi e Fiandre, paese degli zar e dei soviet (sic, anche se il sottotitolo riporta più pudicamente ‘Russie’). La ripartizione può essere opinabile in linea teorica, ma prima di scagliare anatemi aprioristici occorre vedere praticamente come viene affrontata. Nonostante anche questo testo fosse scontato, è risultato piuttosto caro; peraltro già sapevo che fra tutte le biblioteche italiane consultabili dall’Opac-Sbn risulta disponibile solamente in undici, e a Roma esclusivamente alla Casanatense.

  • Mollier è un testo che conoscevo da qualche recensione su internet e mi incuriosiva anzichennò. Negli scaffali occhieggiavano ancora copie della epocale e ponderosa Histoire de l’édition française curata da Chartier e Martin nella prima metà degli anni Ottanta e poi ripubblicata nel 1990-91, ma il costo era eccessivo (e tutto sommato anche il peso nella valigia non sarebbe stato trascurabile… soprattutto viaggiando con una compagnia aerea low-cost). Quindi non ho avuto dubbi ad afferrare questo libretto, che comunque supera le 400 pagine, sia pure di piccolo formato, e ha l’indubbio vantaggio di essere ‘vecchio’ solamente di un paio d’anni.

  • Infine una ‘chicca’ che inseguivo da tempo, seppure non ossessivamente: il ‘piccolo classico’ del 1991 di un grande medievista, reperticato (insieme alla ristampa Seuil 1995 di un Pierre Riché a me ancora ignoto, nonostante l’originale risalga al 1962 e si poneva come sviluppo della storia di Marrou, che fu tempestivamente tradotta e variamente ristampata in italiano, ma che per ora ho preferito lasciare ancora nello scaffale: Éducation et culture dans l’Occident barbare. VIe- VIIIe siècles) nella libreria piccola ma tutto sommato ben fornita del museo medievale di Cluny, attualmente in ristrutturazione, ma che rimane pur sempre uno dei migliori da visitare in centro, e non soltanto per la raffinatissima dame à la licorne.

Come si vede, tutto sommato nessuna novità strabiliante, ma testi che in genere hanno ‘resistito bene’ nonostante la ventina d’anni trascorsi. Pregasi inoltre notare la fascetta giallo-blu “Occasion” per 3 titoli su 5 – e gli altri due sono edizioni economiche.

Chi volesse consultarli, può contattarmi tramite un commento qui sotto.

Buon ferragosto a tutti gli altri!

 

Le fromages de/et la France

Una sorpresa (s)Gra.D.Ita (grazie, Doktorvater)

SI può trovare un risvolto positivo “dietro” a un evento (apparentemente) sfavorevole? Almeno in qualche caso sì, come dimostra questa foto che ho fatto stamattina col cellulare all’ingresso della Biblioteca nazionale centrale di Roma Vittorio Emanuele II.

Roma, Biblioteca nazionale, sabato 13 maggio 2017, ore 10 circa

C’ero andato per consultare, appunto in sala Linguistica, qualche testo per la mia ricerca inesauribile. È stato un po’ come vedere il classico “bicchiere mezzo pieno”, ossia quello che gli inglesi esprimono col detto “every cloud has a silver lining”, che sembra far propendere il genio della lingua inglese ad una maggiore ariosità rispetto alla materialità dell’italiano…

Scherzi a parte, per fortuna non è questa l’unica notizia del genere che ci conforta dopo la sua dipartita. Infatti leggo sul Giornale del Sud che già lo scorso 6 aprile è stata inaugurata nell’Università della Calabria di Arcavacata di Rende (CS) la Biblioteca d’area umanistica:

Essa contiene la collezione saussuriana istituita dalla Biblioteca nel 2013 e arricchita dalla donazione di circa 300 documenti, tra libri, tesi di dottorato, microfilm e corrispondenza scientifica, provenienti dalla biblioteca personale di De Mauro e affidati all’Unical lo scorso dicembre.

Nell’articolo completo (con Daniele Gambarara in bella vista) c’è uno sfondone madornale: segnalatelo nei commenti a questo post, se vi va…

E comunque il trasferimento (traslazione e magari anche ‘traduzione’, in un’accezione non comune) di almeno parte della biblioteca di Tullio al luogo dove ho passato una quantità stratosferica di ore, con qualunque tempo e in ogni stagione, non può non fare piacere.
Ma al contempo fa tornare in mente quello che diceva pochi anni fa il mio Maestro — e, riflettendovi, permette di apprezzare ancora di più il gesto della donazione, chiunque la abbia decisa:

Il nuovo edificio della Biblioteca Nazionale è stato costruito in modo dissennato — mi dispiace dirlo per i bravi architetti che ci hanno lavorato. […] doveva essere tutto automatizzato, ma i fondi per far funzionare l’automazione non c’erano, non ci sono mai stati. L’edificio è di una inutile grandiosità per tanti aspetti, […]. Vede queste nostre case di professori, ingolfate di libri? Questo non accade in altri paesi. […] non mi è mai capitato di vedere più di tre, quattrocento libri in casa di professori stranieri. Si posseggono i libri di affezione. I classici più amati. È del tutto naturale che per il resto si vada in biblioteca. Insomma, queste pile oscene di libri che si ammucchiano sui nostri tavoli e sulle nostre scrivanie non si trovano altrove. E invece qui, a Roma, in una condizione già privilegiata, con grandi biblioteche di conservazione, se vogliamo accedere rapidamente a un libro, l’unica cosa è averlo a casa. […] le nostre biblioteche, per esempio nel settore linguistico, non riescono a dar conto di ciò che si stampa all’estero. Per essere aggiornati bisogna ogni tanto andare fuori d’Italia. E poi comprare i libri indispensabili alla propria ricerca.
Tullio De Mauro, La cultura degli italiani, nuova edizione ampliata, Laterza 2010, pp. 32-34 (e sulle biblioteche si leggano anche le pp. 227-8 e 247-8)

Questa istantanea, con Tullio intervistato nel suo appartamento, ritrae proprio la situazione ‘denunciata’ nel passo citato qui sopra.

PS: per chi avesse molto tempo, pazienza e interesse, qui trova il testo della lectio magistralis che Eco tenne all’apertura del Salone del libro torinese del 2007. Che fine farà la sua immensa biblioteca, che si vede in un noto filmato col suo possessore à-la-chaperon?

Mi piaceva quest’immagine per chiudere in tema…

La saggistica in Italia

Questo post (udite, udite!) sarà senza note (quindi verosimilmente anche meno ‘rifinito’), perché mi serve soprattutto per appuntare l’attenzione su un problema, anziché sviscerarlo.

Mi spingono a pubblicarlo due articoli: Non è un paese per saggisti di Gianluca Didino (dal 13 febbraio 2017 su Pixarthinking.it) e Meno accademia più editoria, ecco i nuovi intellettuali di Francesco Guglieri (dall’8 gennaio 2017 su Pagina99.it). Il primo mi è stato suggerito da Pagina 3 (condotta il 14 febbraio da Marco Filoni sul terzo canale della Rai) e il secondo è linkato nel primo.

Perché mi interessano proprio questi due interventi? Perché portano spunti di discussione e sprazzi illuminanti a un argomento su cui rifletto spesso, dopo averci lavorato per almeno vent’anni. E che è anche all’origine della scelta di scrivere i miei post nel modo al quale siete ormai abituati (spero) senza rimedio.
Si tratta della saggistica, un genere dichiarato pressoché moribondo dall’editoria (tradizionale) o tenuto in vita con mezzi artificiali (per esempio, gonfiando corpi e interlinee, e/o riducendo layout di pagina, oltre alle dimensioni fisiche dell’oggetto-libro). Insomma, trascurato anche se ne avremmo tutti gran bisogno, io credo. Dunque in buona compagnia della traduzione (come si vedrà meglio alla fine).
A riguardo avevo da parte un po’ di riferimenti, che per ora spiattello qui senza dilungarmici oltre:

Alfonso Berardinelli

Alfonso Berardinelli (1943-vivente)

  • Alfonso Berardinelli, La “forma del saggio”. Definizione e attualità di un genere letterario (Marsilio, prima ed. 2002, seconda ed. 2008);
  • Giulia Cantarutti, Luisa Avellini, Silvia Albertazzi (a cura di), Il saggio. Forme e funzioni di un genere letterario, Mulino 2007 (da un convegno bolognese del 2004);
  • Remo Ceserani, Convergenze. Gli strumenti letterari e le altre discipline (Bruno Mondadori 2010, cap. 2 – sui rapporti tra filosofia e letteratura);
Remo Ceserani (1933-2016)

Remo Ceserani (1933-2016)

  • Franca D’Agostini, Trattato/Saggio, in Paolo D’Angelo (a cura di), Forme letterarie della filosofia (Carocci 2012, pp. 275 ss.);
  • Silvia Ruzzenenti, «Präzise, doch ungenau» – tradurre il saggio. Un approccio olistico al poetischer Essay di Durs Grünbein (Frank & Timme, Berlin 2013 – spec. i primi due capitoli, che adottano una metodologia linguistica);
  • The Essay: An Attempt, a Preotean Form“, un forum curato da Denise Gigante su Republic of Letters (vol. 4, issue 1, 2014), in cui Mary Kim fornisce anche un’ottima bibliografia iniziale (ovviamente tutta anglofona e perciò da integrare con quella redatta da Massimiliano Pecora, Appunti per una bibliografia critica sul saggio letterario, alle pp. 109-133 del succitato volumetto di Berardinelli).

Il pezzo di Guglieri mette a fuoco una tendenza statunitense (forse sarebbe meglio dire newyorkese?):

le nuove riviste come n+1 o Jacobin, Dissent o New Inquiry sono il prodotto di una generazione di intellettuali statunitensi, tutti sotto i quarant’anni, che, una volta preso il PhD (e dunque dopo un discreto numero di anni di carriera accademica) non considerano più l’università come lo sbocco lavorativo ed esistenziale naturale o anche solo più interessante.

La crisi dell’istituzione-università porta, da un lato, alla necessità di pubblicare essenzialmente per fare carriera (è il ben noto publish or peril, di sapore smaccatamente neocapitalista) che però, visto in un’altra ottica, si riflette in uno scollamento dalla politica ‘reale’, da ciò di cui hanno bisogno le persone. Detto altrimenti, chi punta alla docenza ha in mente un proprio pubblico specializzato e finisce per rivolgersi unicamente a quello, confermando (in parte) ciò che già (lui e il suo pubblico potenziale) sapeva — insomma, non è una situazione molto diversa da Facebook, su cui ripesco dagli abissi del web queste 7 critiche durissime, datate addirittura 2009.

Al riguardo invito a leggere anche il post Tacere. La critica letteraria al tempo di internet, pubblicato da Lorenzo Marchese su Le parole e le cose a fine 2016.

Trovo inoltre un parallelo (se è tale) agghiacciante in queste due formulazioni: «un settore […] non in grado di assorbire tutti i potenziali candidati che produce, né possono farlo completamente gli altri settori tradizionali per gli studiosi di humanities, come l’editoria, il giornalismo, o la pubblicità» e ««tomba, manicomio e pubblicità non sono sempre l’unica possibilità»: cioè, l’editoria sarebbe una tomba e il giornalismo il manicomio?

Più articolato l’intervento di Didino. Questi nota che «l’educazione al saggio è un lascito di quei paesi dove la presenza di una rivoluzione liberale ha contribuito alla nascita di una cultura dell’argomentazione: il saggio moderno nasce tra il XVI e il XVII secolo – cioè nello stesso periodo del romanzo – come strumento di indagine filosofica (Montaigne, Thomas Browne) per diventare un’arma politica durante l’Illuminismo (Samuel Johnson, Voltaire). Per questo la diffusione del saggio come forma letteraria ha presupposto per secoli una fiducia nella ragione e un contesto socio-politico dove chiunque abbia il diritto di proporre la propria visione del mondo».

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Carlo Dionisotti (1908-1998)

Carlo Dionisotti (1908-1998)

L’Italia, lo sappiamo, si è costituita come Stato in ritardo di secoli rispetto ad altre democrazie occidentali e tra i problemi causati da questa situazione storica vi sono la mancanza (o la debolezza) di una classe dirigente consapevole e responsabile, e la formazione degli intellettuali rispetto ai centri di potere, indagata a suo tempo da Antonio Gramsci (forse Asor Rosa, nella Letteratura italiana Einaudi, intuiva un possibile, sotterraneo nesso del pensiero gramsciano con l’impostazione di lavoro di Carlo Dionisotti?). Per questo Didino scrive che è «inimmaginabile» ‘tradurre’ l’esperienza dei neosaggisti nord-americani nel contesto nostrano («nelle classifiche dei libri più venduti dell’anno in US e UK ci <sono> sempre diverse raccolte di saggi e in generale molta più nonfiction che in Italia, dove il romanzo continua imperterrito a trionfare»). Il bello è che avanza tre ipotesi molto convincenti sui motivi che rendono difficile acclimatare da noi la propensione alla saggistica (mi pare che Didino si riferisca sia alla produzione sia alla ricezione, ossia contempli tanto gli autori quanto il pubblico):

  1. In Italia la militanza culturale ha spesso significato un rifiuto, più che una critica, dell’esistente: la costruzione di un sistema culturale parallelo che interpreta il proprio rapporto con l’establishment solo in termini di scontro. Questo ha portato ricchezza (la complessa galassia culturale dell’autonomia, della stampa alternativa, dei centri sociali) ma anche impoverimento (ad esempio il rifiuto fino a tempi recentissimi da parte di certi ambienti di confrontarsi con la cultura pop, come ha spiegato Remo Ceserani nel suo Raccontare il postmoderno).

  2. la mancanza dei fondi (e dunque del tempo) necessari per il lungo lavoro di ricerca e scrittura […, lavoro che eviterebbe la] chiusura del sistema accademico italiano nei confronti del più ampio mondo culturale di cui fa parte. In Italia capita ancora raramente che autori accademici scrivano per un pubblico più ampio, e quando questo avviene solitamente assume le forme della divulgazione scientifica: una forma di insegnamento, più che di dialogo. […] da un lato gli accademici sono costretti a pubblicare solo all’interno dell’accademia per preservare la propria posizione lavorativa in un contesto di risorse sempre più limitate. Dall’altro gli scrittori che devono affidarsi alle logiche dell’editoria commerciale non sono incentivati a produrre una saggistica che non troverebbe acquirenti nella pianificazione a brevissimo raggio che contraddistingue il mercato editoriale nell’epoca del declino del neoliberismo.

  3. [Anche se] la situazione delle riviste italiane è migliorata in maniera incommensurabile rispetto a dieci anni fa […] resta da parte della maggioranza delle riviste una resistenza nei confronti di un approccio più teorico, un’attitudine giornalistica a rendere conto di una notizia anche laddove il termine “notizia” viene inteso in maniera ampia (la pubblicazione di un libro, o un evento politico). Anche qui, per ragioni più che comprensibili: gli articoli più brevi si leggono meglio sul web, il longform [un termine che non conoscevo: questa intervista di Cristiano de Majo a Matteo Codignola di Adelphi, in data 6 giugno 2016, fa capire di che si tratta] in rete non ha ancora trovato una forma veramente efficace di diffusione e il mercato è tale che gli esempi di successo sopravvivono discretamente ma non possono permettersi margini di sperimentazione. [Poco sotto aggiunge il dubbio dell’esistenza di un] pregiudizio: quello per cui gli articoli più lunghi e teorici non hanno lettori, ad esempio, oppure, in maniera più sottile, l’idea che un approccio critico sia poco al passo con i tempi frammentari e iperaccelerati di internet.

Qui si potrebbe innestare una riflessione avanzata il 12 ottobre 2016 da Vincenzo Latronico sulla rivista on-line del Sole 24 ore, dal titolo C’era una volta l’americanata (devo il link sempre a Didino). Ma dato che Latronico chiama in causa anche il ruolo e la legittimità dell’«inglese nonstandard» e dello «stile intellettuale», temo che ci porterebbe un po’ fuori strada, per cui vi consiglio di metterlo tra i preferiti e leggervelo in un momento di calma (comunque anch’esso è un pezzo bello lungo!). Per incuriosirvi, lascio qui unicamente questa chicca: «Fare cultura oggi in Italia significa in larghissima misura fare da mediatori, spiegatori, diffusori, traduttori, di cultura prodotta in inglese. Senza bisogno di chiamare in causa colonialismi e capitalismi, che pure c’entrano, questo ha un’ottima spiegazione economica: tradurre (un libro, un film, un reportage) permette di avere un prodotto migliore a costi più bassi. Non sarà migliore perché americano, o inglese, ma anche solo perché, avendo un pubblico di riferimento maggiore, può essere pagato di più».

Al riguardo invito a leggere anche il bel post Tacere. La critica letteraria al tempo di internet, pubblicato da Lorenzo Marchese su Le parole e le cose a fine 2016, il quale mi pare esprima la voce disperata dei critici (?) trenta-quarantenni che, esaurita la breve esperienza TQ (2011-2013) e delusi dai litblogs, dovrebbero imporsi e accettare la dignità del silenzio: «scegliere di tacere non è un atto di autolegittimazione del critico nuovo entrante, né un modo di differenziarsi, ma una delle poche scelte che gli appartengono del tutto: nessuno, all’infuori di noi stessi, può imporci il silenzio in campo aperto, giacché l’industria culturale mira ad azzittire grazie all’opposto di un eccesso di discorso. Tacere si mostra un ideale a cui tendere, senza scordare che raggiungerlo è un’utopia infeconda e anche abbastanza ridicola, che non porta a nulla».

Tullio De Mauro (1932-2017)

Tullio De Mauro (1932-2017)

Riprendo e collego a tutto ciò un filo di osservazioni fatte da Tullio De Mauro nell’intervista curata da Francesco Erbani, La cultura degli italiani (Laterza, nuova ed. ampliata 20103). Proprio all’inizio di questo grande volumetto, il linguista da poco scomparso stigmatizza l’uso restrittivo (chioso, per estremizzare: elitario) della parola ‘cultura’ da parte della tradizione nostrana, che lo intende sempre come «cultura letteraria», «letterario-filosofica», «letterario-ideologica». A riprova cita il saggio “La cultura”, che Asor Rosa scrisse per la Storia d’Italia, Vol. IV: Dall’ Unità ad oggi, t. 2 (Einaudi 1976):

Lì si parla della cultura al singolare, dal 1870 al 1976, ed è inutile cercare qualsiasi nome che non sia di scrittore, poeta, romanziere, critico letterario, storico della letteratura, saggista di varia umanità. E non c’è traccia del fatto che siano esistiti in questo paese non solo singoli studiosi, ma scuole e tradizioni di discipline naturalistiche, fisiche, matematiche. La cultura è – in questa accezione – conoscenza delle belle lettere. […] chi conosce a memoria una poesia di Montale è colto, chi non la conosce non lo è. Può essere un grande matematico o biologo, ma non conosce Montale: non è colto. Tutto il resto della cultura, anche della cultura intellettuale, è in ombra. […] Io resto affezionato a una definizione larga di quel termine, e più precisamente a quella che forniscono etologi e antropologi. [… Ossia:] quel complesso di elaborazioni, condizionate dal patrimonio genetico di una specie vivente, ma non dettate da questo, nascenti dal rispondere ai bisogni che quella specie trova sul suo cammino. Trasmissione per imitazione, ricombinazione di elementi già dati, invenzione sono le tre radici della cultura intesa a questo modo [pp. 3-7].


Chissà cosa pensava Tullio di un testo come quello di Lucio Russo e Emanuela Santoni, Ingegni minuti. Una storia della scienza in Italia (Feltrinelli 2010 – il titolo deriva da un passo nell’autobiografia (1728) di un autore caro a Tullio, cioè Giovan Battista Vico), un testo sanguigno sul quale consiglio di dare un’occhiata almeno a questa recensione invitante di Claudio Giunta (poi ripresa, con altre e la Premessa iniziale del testo, su Giro di vite)?

Ma non divaghiamo! Cosa sono i tre ingredienti riportati alla fine della citazione demauriana, cioè trasmissione, ricombinazione e invenzione, se non alcuni degli stessi in atto (cioè al lavoro) nel tradurre, oserei quasi dire una sorta di “forma interna” del lavoro della traduzione?

Anche le osservazioni del filosofo Tullio Gregory sembrano potersi accordare con questa lettura:

Se la storia della cultura comporta sempre un ereditare e un trasmettere, un trasferire da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti […]. Ove tradurre – ereditare e trasmettere – è sempre un interpretare, come ricorda anche la connessione di termini con valore sinonimico interpretari, vertere, transferre. In questo ambito l’invenzione neologica assume un valore centrale, e con essa la neosemia, intesa come mutamente di significato di una stessa parola in rapporto non solo con un testo tradotto, ma in relazione all’esigenza di dare espressione a nuove esigenze di pensiero. […] Sempre la translatio si pone in termini di confronto, traduzioni, interpretazioni [Translatio linguarum. Traduzioni e storia della cultura, Olschki 2016, pp. 11 e 51].

Concludo ricordando che è proprio un antropologo, Ugo Fabietti, a dedicare alla “traduzione” il settimo capitolo del suo manuale istituzionale. In esso, dopo aver messo a confronto etnologi come Boas, Malinowski e  Geertz con filosofi del calibro di Max Black o Gadamer, ricupera il concetto feyerabendiano di «incommensurabilità», che non equivale a ‘intraducibilità’:

Feyerabend ritiene infatti che vi sia un «dispositivo di transitività» da una cosmologia scientifica a un’altra, e che questo meccanismo consista nella proprietà autotrasformativa del linguaggio. Un linguaggio non è una struttura chiusa, immutabile. Tale apertura e tale mutevolezza non sono da intendersi in senso puramente diacronico, storico, ma devono invece essere considerate come possibilità di elaborare nuovi concetti atti a tradurre situazioni sempre nuove. Se non fosse così, non vi sarebbe in effetti la possibilità di esprimere nuove idee […] la nostra lingua, per quanto radicata in un sistema di premesse che è incommensurabile con quello su cui poggiano altre lingue, può trovare in se stessa le risorse adeguate per cercare di approssimarsi ai significati espressi dalla cultura che costituisce l’oggetto del nostro studio. Questo potere autocorrettivo del linguaggio risiede nella sua natura metaforica. La natura metaforica del linguaggio scientifico non è, al contrario che per alcuni filosofi della scienza, un difetto, ma una virtù del linguaggio in generale, il suo aspetto veramente creativo. La conoscenza non dovrebbe essere ridotta al problema di elaborare un linguaggio fondato su «definizioni convenzionali», ma consistere nella possibilità di ridescrivere il mondo rimodellando il nostro sguardo grazie alle capacità autotrasformative della nostra lingua. […] Ciò che costituisce l’oggetto dei nostri tentativi di comprendere, di tradurre, le altre esperienze culturali sono le strutture relazionali entro cui, nell’ambito di sistemi culturali incommensurabili come il nostro, le parole e i concetti si situano. Le parole non esistono in un vuoto, ma acquistano significato in relazione ad altre [Antropologia culturale. L’esperienza e l’interpretazione, Laterza 2009 (decima ed.), pp. 256-7].

Ugo Fabietti (1950-vivente)

Ugo Fabietti (1950-vivente)

Chiosa (e chiusa) semplice: ciò che Fabietti chiama, in maniera forse un po’ contorta, «proprietà autotrasformativa del linguaggio» e «potere autocorrettivo del linguaggio» è quanto Tullio aveva già da tempo definito come «creatività» (Minisemantica dei linguaggi non verbali e delle lingue, Laterza 1982, pp. 46 ss. – irrinunciabile qui l’approfondimento grazie alla lettura della voce Creatività redatta nel 1977 da Emilio Garroni per l’Enciclopedia Einaudi, e dal 2010 resa nuovamente disponibile da Quodlibet, con prefazione di Paolo Virno) e in seguito più precisamente come «non non-creatività», da cui derivano tra l’altro «la indefinita estensibilità del campo noetico», «l’indeterminatezza semantica ed eventuale plurideterminabilità delle parti e delle articolazioni in parti dei suoi segni, parole, frasi, discorsi, testi […] e quindi la pluriplanarità del piano del contenuto di una lingua» e «la metalinguisticità riflessiva» [Lezioni di linguistica teorica, Laterza 2008, pp. 146-7]. Che poi, se ci pensate bene, è un vedere all’opera questa stessa teoria, vederla cioè confermata in maniera concreta, e quindi ipso facto accreditare il valore dell’attività traduttiva, che sfrutta la medesima plasticità della lingua, negletta in Italia quanto la produzione saggistica…

AGGIUNTE INTEGRATIVE (1-8 marzo 2017)

Da qualche parte, qui sopra, mentre si parla di Facebook (in cui secondo una ricerca scientifica, che però non sono stato ancora in grado di ritrovare, pare che si scriva sostanzialmente e inconsciamente più per ritrovare conferma in se stessi e alle proprie idee, che per comunicare e aprirsi genuinamente, sinceramente agli altri, che è invece lo spirito della comunicazione, della trasmissione, quindi anche della interpretazione e della traduzione), è utile tenere presente qualche altro riferimento che per adesso scarico qui indegnamente, in attesa di dipanarli meglio.

Anzitutto c’è da leggere questo articolo del Guardian che illustra chiaramente (accompagnato da una grafica molto originale e gradevole) la questione, indubbiamente problematica, del rapporto fra lingua e accesso a internet — ovvero come quest’ultimo discrimini le minoranze, che lo voglia o no.
E attorno alla medesima questione ecco qui 4 testi laterziani + 1, a futura memoria ma per adesso senza altre considerazioni:

  • R. Simone, La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo (2000), dal quale è poi maturato lentamente un suo successivo Presi nella rete. La mente ai tempi del web (Garzanti 2012);
  • F. Ferrarotti, La perfezione del nulla. Promesse e problemi della rivoluzione digitale (2002);
  • F. Metitieri, Il grande inganno del Web 2.0 (2009);
  • R. Casati, Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere (2013).

Aggiungo, ma non è meno importante, un promemoria anche per il teorico dei nuovi media, Geert Lovink, di cui l’anno scorso Egea (editore bocconiano) ha pubblicato L’abisso dei nuovi media. Il traduttore Bernardo Parrella lo intervista su Lavoroculturale.org e, per una presentazione più distesa delle sue posizioni, si legga anche l’intervista condotta da Barbara Ciolli su Lettera43.

Geert Lovink (dall’intervista di B. Parrella su Lavoroculturale.org)

Il suono (e il senso) del silenzio

Sono rimasto colpito favorevolmente da questo post di Giovanni Turi, forse anche perché avevo già incrociato sul web l’ultima fatica di Vitaliano Trevisan, Works, e mi era parsa interessante — ma non avevo mai approfondito quella che dunque era rimasta un’impressione fugace.

La copertina del libro di Trevisan (Einaudi 2016)

La copertina del libro di Trevisan (Einaudi 2016)

Certo, sento di farci abbastanza la figura del parvenu, dato che da un sacco di tempo vado dichiarando (in modo nemmeno troppo nascostamente snobistico) che non mi occupo (non mi voglio occupare) di letteratura, fiction, Belletristik. Preferisco dedicarmi a qualcosa di apparentemente più umile (e forse più utile?) come la saggistica.

Però adesso ho capito che qualcosa di ‘sotterraneo’ agiva in quell’attrazione (poco fatale, in realtà, e molto più destabilizzante). Turi scrive e poi cita l’autore:

geometra, lattoniere, pusher, gelataio, magazziniere, portiere notturno, ma la sua esperienza [di Trevisan] è soprattutto il pretesto per analizzare una dimensione fondamentale dell’esistenza di ciascuno: «[…] ci si dimentica sempre che il lavoro, se anche non è la vita, trasformando nel tempo l’individuo, sia fisicamente che spiritualmente, la influenza comunque in modo determinante».

Il corsivo l’ho aggiunto io, qui, adesso: nel mio caso, quasi senza lavoro, la vita avvizzisce, ti intristisce, si accartoccia come un fiore seccato dall’arsura estiva che spacca il terreno una volta fangoso (quindi potenzialmente fertile).

Tutto ciò potrebbe spiegare il lungo silenzio/oblio dall’ultimo post. Il titolo che ho dato a questo odierno (insolitamente ma volutamente breve: poco più di 300 parole, per WordPress) è intenzionalmente allitterativo e allusivo; ma non mi illudo certo di stare fornendo prosa d’arte: tuttalpiù un affannarsi per fingere di scacciare il malessere interiore, la sensazione di distacco e alterità dagli altri (e nausea, e rifiuto contorto), riempiendo la distanza di parole. Spero di continuare a scriverne altri, a beneficio di altri lettori, internauti, curiosi, girovaghi, saltimbanchi e altre specie (più o meno) viventi. Magari ditemelo, ogni tanto.