About

Mi chiamo Alessandro de Lachenal e lavoro a Roma da più di vent’anni nell’editoria, avendone frequentati vari settori in periodi diversi della mia vita (o durante le mie vite, se soffrissi di disturbo della personalità multipla – però mi piacevano, e ho praticato per diversi anni, giochi di ruolo, specie a sfondo fantasy: Rolemaster, anyone?).

La mia specializzazione è la giunzione fra le competenze traduttive e quelle redazionali (quelle di una volta, almeno). Opero soprattutto sulla saggistica di scienze umane e dalle lingue inglese, francese e tedesco (più qualche infarinatura di spagnolo e russo), elencate in ordine di frequenza (richiesta) discendente. Di fatto, non ho mai studiato a fondo il francese, diversamente da inglese (Proficiency, 1979), tedesco (KDS, 1983) e russo (4 anni di corsi regolari all’associazione romana Italia-Urss). Folgorato da Jiři sulla via di Friburgo (i.B.), mi sarebbe piaciuto molto studiare anche il ceco (per leggere Mukařovský e Vodička, più che Macha od Holan) e magari mi sarei pure iscritto a slavistica (dove ho, o ho avuto, ottimi amici).
Purtroppo mi sono reso conto che la capacità del mio cervello è limitata, in particolare sembra esser stata saturata dalle lingue romanze, quindi è stato soprattutto il lessico di quelle slave a difettarmi, nonostante la sintassi semplice.
Ah, ho anche un’ottima formazione ‘classica’ con latino e greco, ovviamente.

Mi interessano un sacco di cose (al punto di tacciare me stesso di essere dispersivo e inconcludente), tra le quali primeggiano discipline vanitose come linguistica, semiotica, retorica, comunicazione.
Creando questo blog ho ceduto alla tendenza (leggasi: μανια) del momento e alla vanità solipsistica di vedermi (e farmi vedere) on-line; al fondo resto però «un tipo antisociale» (Guccini 1960, 1967).
Qui inserirò alcune informazioni e considerazioni su aspetti del lavoro editoriale (ma non solo: vedi i tags) che mi sono sembrati importanti, spiegando anche il motivo per cui mi appaiono tali.
A questo punto dovrei e vorrei inserire una serie di autori che ritengo pertinenti a questa mia impresa, ma lo farò un po’ per volta, così questa pagina non sarà (quasi) mai definitiva (forse). C’entra anche Victor Klemperer…
Comments are welcome, but do not expect that I will reply to all of them (if any, after all). Grazie comunque del tempo che passerete a leggere questi appunti.
Chi poi non potesse fare a meno di scrivermi, punti il mouse all’indirizzo elettronico: a punto delachenal (tuttominuscolotuttattaccato) at gmail dot com (da ricomporre correttamente, beninteso, quasi come nelle cacce al tesoro da ragazzini).

testa di lupo siberiano (?)

torre di libri

elaborazione personale da “Torre di libri” di Quint Buchholz

Orsù, una volta avuto l’ardire di scendere nell’arena, come Shrek dico: «Si comincia…!». Ecco un primo testimone, abbastanza casuale, cioè senza nessuna ragione perché inauguri la serie di testimonianze che ne verranno schidionate (Šklovskij 1925, tr. it. pp. 95 ss., che utilizza però il termine ‘infilzamento’, нанизивaние).

J. Milton, Areopagitica [1644]:
«La conoscenza non può contaminare, (e neanche i libri, conseguentemente) se non sono contaminate la volontà e la coscienza. Giacché i libri sono come la carne e gli alimenti, alcuni buoni, altri cattivi; eppure Dio […] non fece alcuna distinzione, e disse soltanto: “Levati, Pietro, ammazza e mangia” [Atti Ap. X, 13], lasciando così la scelta alla discrezione di ciascuno. [… Gli alimenti differiscono dai libri cattivi perché questi ultimi, invece,] posson riuscire utili in vari modi ad un lettore cauto e giudizioso, poiché lo mettono in grado di scoprire, o confutare, prevenire ed illustrare gli errori» (trad. di S. Breglia, a cura di G. Giorello, Laterza, 1987, pp. 24-25).

Michel de Certeau:
«i lettori sono viaggiatori; circolano sulle terre altrui, nomadi dediti al bracconaggio in campi che non hanno scritto, pronti a impadronirsi delle ricchezze d’Egitto per goderne».
Il brano è tratto da Arts de faire, primo volume del suo L’invention du quotidien, nuova ed. a cura di Luce Giard, Gallimard, 1990, p. 251 [cap. XII, intitolato «Lire: un braconnage»] – scopiazzo la traduzione che ho trovato nel saggio di una studiosa che ammiro molto (anche perché docente di Storia della stampa e dell’editoria alla Statale milanese): Lodovica Braida, Gli archivi culturali del Novecento. Non è un secolo come gli altri?, in «La fabbrica del libro. Bollettino di storia dell’editoria in Italia», XVII (2011) 1, di cui funge da editoriale (il saggio è un PDF, che si può scaricare liberamente dal sito della benemerita Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, a questo indirizzo).
La citazione si ritrova identica (segno che piace molto a Braida) anche alla p. IX di L. Braida, «Introduzione all’edizione italiana» di Roger Chartier, Ascoltare il passato con gli occhi (Laterza, 2009 [ed. or. francese 2008], che ho tradotto e nel quale ho curato anche i Riferimenti bibliografici [pp. 65-80], del tutto assenti sia nel testo francese [si tratta del testo della lezione inaugurale, tenuta l’11 ottobre 2007, al Collège de France per il corso Écrit et cultures dans l’Europe moderne dello stesso Chartier], sia  nella traduzione inglese che apre la raccolta The Author’s Hand and the Printer’s Mind, Polity Press, 2014 [in cui riecheggia il mckenziano Stampatori della mente, Sylvestre Bonnard, 2003, la cui storia editoriale è a sua volta più intricata, ma che non sto a dipanare qui altrimenti sembro un tardo epigono delle ekphraseis sterniane: basterà questa recensione di Lucia Antonelli su «Biblioteche oggi» del 2005, visualizzabile in PDF]).
Il titolo del librettino laterziano che offre la lezione di Chartier costituisce per altro un concentrato di svariate questioni editoriali.
«Escuchar a los muertos con los ojos» ricalca da presso un brano del poeta spagnolo Francisco Gómez de Quevedo y Villegas (1580-1645), «Y escucho con mis ojos a los muertos»: si tratta del quarto verso nel sonetto «Desde la Torre» («Dalla Torre», nella raccolta Musa, II, 109; cfr. la classica traduzione di Vittorio Bodini, da F. de Quevedo, Sonetti amorosi e morali, Einaudi, 1965, p. 68: «E sto a sentire coi miei occhi i morti»), scritto per don José González de Salas. La stessa composizione viene ricordata anche da Jorge Luis Borges (1899-1986) nel breve saggio «Quevedo» (in Altre inquisizioni ([ed. or. argentina 1952], trad. it. in Tutte le opere, a cura di D. Porzio, Mondadori, 1986, vol. I, pp. 942 sgg.; cfr. altresì il prologo alla scelta di prose e poesie di Quevedo curata dallo stesso Borges e da Adolfo Bioy Casares [1914-1999], pubblicata a Buenos Aires nel 1948: trad. it. in Tutte le opere, a cura di D. Porzio, Mondadori, 2002, vol. II, p. 879).
Dunque già solo così abbiamo una situazione di (moderato) interesse interlinguistico: ossia, un verso originariamente spagnolo, che Chartier ‘adatta’ in francese, versione a cui il traduttore (con la prefatrice) deve adattarsi necessariamente (ho però fornito tutte le coordinate ‘giuste’ al lettore volenteroso nella mia prima annotazione bibliografica, appena riportata integralmente qui sopra).
L’editor, tuttavia, opinando che citare «i morti» non stia bene, cioè che essi non possano/debbano comparire in copertina né sul frontespizio (forse riteneva così di salvaguardare la tradizione storicistica della casa editrice alla quale è tanto legata?), ha imposto un «il passato» che trascolorando nell’iperonimia rende il titolo assolutamente scialbo, riuscendo a impoverire e banalizzare l’intentio di Quevedo, di Bodini e di Chartier: davvero un gran bel risultato!

Ora ci piazzo questa da Proust (niente meno!), ricavata da una giornata del libro (23 aprile 2013):
«Il libro essenziale, il solo libro vero, un grande scrittore non deve, nel senso corrente, inventarlo, poiché esiste già in ciascuno di noi, ma tradurlo. Il dovere e il compito di uno scrittore sono quelli di un traduttore» – anche se il suo punto di vista è quello di chi compone, non di chi traduce, mi pare interessante anche per quest’ultima categoria di persone. Purtroppo non sono in grado di fornire dati più circostanziati per localizzarlo.

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