La saggistica in Italia

Questo post (udite, udite!) sarà senza note (quindi verosimilmente anche meno ‘rifinito’), perché mi serve soprattutto per appuntare l’attenzione su un problema, anziché sviscerarlo.

Mi spingono a pubblicarlo due articoli: Non è un paese per saggisti di Gianluca Didino (dal 13 febbraio 2017 su Pixarthinking.it) e Meno accademia più editoria, ecco i nuovi intellettuali di Francesco Guglieri (dall’8 gennaio 2017 su Pagina99.it). Il primo mi è stato suggerito da Pagina 3 (condotta il 14 febbraio da Marco Filoni sul terzo canale della Rai) e il secondo è linkato nel primo.

Perché mi interessano proprio questi due interventi? Perché portano spunti di discussione e sprazzi illuminanti a un argomento su cui rifletto spesso, dopo averci lavorato per almeno vent’anni. E che è anche all’origine della scelta di scrivere i miei post nel modo al quale siete ormai abituati (spero) senza rimedio.
Si tratta della saggistica, un genere dichiarato pressoché moribondo dall’editoria (tradizionale) o tenuto in vita con mezzi artificiali (per esempio, gonfiando corpi e interlinee, e/o riducendo layout di pagina, oltre alle dimensioni fisiche dell’oggetto-libro). Insomma, trascurato anche se ne avremmo tutti gran bisogno, io credo. Dunque in buona compagnia della traduzione (come si vedrà meglio alla fine).
A riguardo avevo da parte un po’ di riferimenti, che per ora spiattello qui senza dilungarmici oltre:

Alfonso Berardinelli

Alfonso Berardinelli (1943-vivente)

  • Alfonso Berardinelli, La “forma del saggio”. Definizione e attualità di un genere letterario (Marsilio, prima ed. 2002, seconda ed. 2008);
  • Giulia Cantarutti, Luisa Avellini, Silvia Albertazzi (a cura di), Il saggio. Forme e funzioni di un genere letterario, Mulino 2007 (da un convegno bolognese del 2004);
  • Remo Ceserani, Convergenze. Gli strumenti letterari e le altre discipline (Bruno Mondadori 2010, cap. 2 – sui rapporti tra filosofia e letteratura);
Remo Ceserani (1933-2016)

Remo Ceserani (1933-2016)

  • Franca D’Agostini, Trattato/Saggio, in Paolo D’Angelo (a cura di), Forme letterarie della filosofia (Carocci 2012, pp. 275 ss.);
  • Silvia Ruzzenenti, «Präzise, doch ungenau» – tradurre il saggio. Un approccio olistico al poetischer Essay di Durs Grünbein (Frank & Timme, Berlin 2013 – spec. i primi due capitoli, che adottano una metodologia linguistica);
  • The Essay: An Attempt, a Preotean Form“, un forum curato da Denise Gigante su Republic of Letters (vol. 4, issue 1, 2014), in cui Mary Kim fornisce anche un’ottima bibliografia iniziale (ovviamente tutta anglofona e perciò da integrare con quella redatta da Massimiliano Pecora, Appunti per una bibliografia critica sul saggio letterario, alle pp. 109-133 del succitato volumetto di Berardinelli).

Il pezzo di Guglieri mette a fuoco una tendenza statunitense (forse sarebbe meglio dire newyorkese?):

le nuove riviste come n+1 o Jacobin, Dissent o New Inquiry sono il prodotto di una generazione di intellettuali statunitensi, tutti sotto i quarant’anni, che, una volta preso il PhD (e dunque dopo un discreto numero di anni di carriera accademica) non considerano più l’università come lo sbocco lavorativo ed esistenziale naturale o anche solo più interessante.

La crisi dell’istituzione-università porta, da un lato, alla necessità di pubblicare essenzialmente per fare carriera (è il ben noto publish or peril, di sapore smaccatamente neocapitalista) che però, visto in un’altra ottica, si riflette in uno scollamento dalla politica ‘reale’, da ciò di cui hanno bisogno le persone. Detto altrimenti, chi punta alla docenza ha in mente un proprio pubblico specializzato e finisce per rivolgersi unicamente a quello, confermando (in parte) ciò che già (lui e il suo pubblico potenziale) sapeva — insomma, non è una situazione molto diversa da Facebook, su cui ripesco dagli abissi del web queste 7 critiche durissime, datate addirittura 2009.

Al riguardo invito a leggere anche il post Tacere. La critica letteraria al tempo di internet, pubblicato da Lorenzo Marchese su Le parole e le cose a fine 2016.

Trovo inoltre un parallelo (se è tale) agghiacciante in queste due formulazioni: «un settore […] non in grado di assorbire tutti i potenziali candidati che produce, né possono farlo completamente gli altri settori tradizionali per gli studiosi di humanities, come l’editoria, il giornalismo, o la pubblicità» e ««tomba, manicomio e pubblicità non sono sempre l’unica possibilità»: cioè, l’editoria sarebbe una tomba e il giornalismo il manicomio?

Più articolato l’intervento di Didino. Questi nota che «l’educazione al saggio è un lascito di quei paesi dove la presenza di una rivoluzione liberale ha contribuito alla nascita di una cultura dell’argomentazione: il saggio moderno nasce tra il XVI e il XVII secolo – cioè nello stesso periodo del romanzo – come strumento di indagine filosofica (Montaigne, Thomas Browne) per diventare un’arma politica durante l’Illuminismo (Samuel Johnson, Voltaire). Per questo la diffusione del saggio come forma letteraria ha presupposto per secoli una fiducia nella ragione e un contesto socio-politico dove chiunque abbia il diritto di proporre la propria visione del mondo».

antonio-gramsci

Carlo Dionisotti (1908-1998)

Carlo Dionisotti (1908-1998)

L’Italia, lo sappiamo, si è costituita come Stato in ritardo di secoli rispetto ad altre democrazie occidentali e tra i problemi causati da questa situazione storica vi sono la mancanza (o la debolezza) di una classe dirigente consapevole e responsabile, e la formazione degli intellettuali rispetto ai centri di potere, indagata a suo tempo da Antonio Gramsci (forse Asor Rosa, nella Letteratura italiana Einaudi, intuiva un possibile, sotterraneo nesso del pensiero gramsciano con l’impostazione di lavoro di Carlo Dionisotti?). Per questo Didino scrive che è «inimmaginabile» ‘tradurre’ l’esperienza dei neosaggisti nord-americani nel contesto nostrano («nelle classifiche dei libri più venduti dell’anno in US e UK ci <sono> sempre diverse raccolte di saggi e in generale molta più nonfiction che in Italia, dove il romanzo continua imperterrito a trionfare»). Il bello è che avanza tre ipotesi molto convincenti sui motivi che rendono difficile acclimatare da noi la propensione alla saggistica (mi pare che Didino si riferisca sia alla produzione sia alla ricezione, ossia contempli tanto gli autori quanto il pubblico):

  1. In Italia la militanza culturale ha spesso significato un rifiuto, più che una critica, dell’esistente: la costruzione di un sistema culturale parallelo che interpreta il proprio rapporto con l’establishment solo in termini di scontro. Questo ha portato ricchezza (la complessa galassia culturale dell’autonomia, della stampa alternativa, dei centri sociali) ma anche impoverimento (ad esempio il rifiuto fino a tempi recentissimi da parte di certi ambienti di confrontarsi con la cultura pop, come ha spiegato Remo Ceserani nel suo Raccontare il postmoderno).

  2. la mancanza dei fondi (e dunque del tempo) necessari per il lungo lavoro di ricerca e scrittura […, lavoro che eviterebbe la] chiusura del sistema accademico italiano nei confronti del più ampio mondo culturale di cui fa parte. In Italia capita ancora raramente che autori accademici scrivano per un pubblico più ampio, e quando questo avviene solitamente assume le forme della divulgazione scientifica: una forma di insegnamento, più che di dialogo. […] da un lato gli accademici sono costretti a pubblicare solo all’interno dell’accademia per preservare la propria posizione lavorativa in un contesto di risorse sempre più limitate. Dall’altro gli scrittori che devono affidarsi alle logiche dell’editoria commerciale non sono incentivati a produrre una saggistica che non troverebbe acquirenti nella pianificazione a brevissimo raggio che contraddistingue il mercato editoriale nell’epoca del declino del neoliberismo.

  3. [Anche se] la situazione delle riviste italiane è migliorata in maniera incommensurabile rispetto a dieci anni fa […] resta da parte della maggioranza delle riviste una resistenza nei confronti di un approccio più teorico, un’attitudine giornalistica a rendere conto di una notizia anche laddove il termine “notizia” viene inteso in maniera ampia (la pubblicazione di un libro, o un evento politico). Anche qui, per ragioni più che comprensibili: gli articoli più brevi si leggono meglio sul web, il longform [un termine che non conoscevo: questa intervista di Cristiano de Majo a Matteo Codignola di Adelphi, in data 6 giugno 2016, fa capire di che si tratta] in rete non ha ancora trovato una forma veramente efficace di diffusione e il mercato è tale che gli esempi di successo sopravvivono discretamente ma non possono permettersi margini di sperimentazione. [Poco sotto aggiunge il dubbio dell’esistenza di un] pregiudizio: quello per cui gli articoli più lunghi e teorici non hanno lettori, ad esempio, oppure, in maniera più sottile, l’idea che un approccio critico sia poco al passo con i tempi frammentari e iperaccelerati di internet.

Qui si potrebbe innestare una riflessione avanzata il 12 ottobre 2016 da Vincenzo Latronico sulla rivista on-line del Sole 24 ore, dal titolo C’era una volta l’americanata (devo il link sempre a Didino). Ma dato che Latronico chiama in causa anche il ruolo e la legittimità dell’«inglese nonstandard» e dello «stile intellettuale», temo che ci porterebbe un po’ fuori strada, per cui vi consiglio di metterlo tra i preferiti e leggervelo in un momento di calma (comunque anch’esso è un pezzo bello lungo!). Per incuriosirvi, lascio qui unicamente questa chicca: «Fare cultura oggi in Italia significa in larghissima misura fare da mediatori, spiegatori, diffusori, traduttori, di cultura prodotta in inglese. Senza bisogno di chiamare in causa colonialismi e capitalismi, che pure c’entrano, questo ha un’ottima spiegazione economica: tradurre (un libro, un film, un reportage) permette di avere un prodotto migliore a costi più bassi. Non sarà migliore perché americano, o inglese, ma anche solo perché, avendo un pubblico di riferimento maggiore, può essere pagato di più».

Al riguardo invito a leggere anche il bel post Tacere. La critica letteraria al tempo di internet, pubblicato da Lorenzo Marchese su Le parole e le cose a fine 2016, il quale mi pare esprima la voce disperata dei critici (?) trenta-quarantenni che, esaurita la breve esperienza TQ (2011-2013) e delusi dai litblogs, dovrebbero imporsi e accettare la dignità del silenzio: «scegliere di tacere non è un atto di autolegittimazione del critico nuovo entrante, né un modo di differenziarsi, ma una delle poche scelte che gli appartengono del tutto: nessuno, all’infuori di noi stessi, può imporci il silenzio in campo aperto, giacché l’industria culturale mira ad azzittire grazie all’opposto di un eccesso di discorso. Tacere si mostra un ideale a cui tendere, senza scordare che raggiungerlo è un’utopia infeconda e anche abbastanza ridicola, che non porta a nulla».

Tullio De Mauro (1932-2017)

Tullio De Mauro (1932-2017)

Riprendo e collego a tutto ciò un filo di osservazioni fatte da Tullio De Mauro nell’intervista curata da Francesco Erbani, La cultura degli italiani (Laterza, nuova ed. ampliata 20103). Proprio all’inizio di questo grande volumetto, il linguista da poco scomparso stigmatizza l’uso restrittivo (chioso, per estremizzare: elitario) della parola ‘cultura’ da parte della tradizione nostrana, che lo intende sempre come «cultura letteraria», «letterario-filosofica», «letterario-ideologica». A riprova cita il saggio “La cultura”, che Asor Rosa scrisse per la Storia d’Italia, Vol. IV: Dall’ Unità ad oggi, t. 2 (Einaudi 1976):

Lì si parla della cultura al singolare, dal 1870 al 1976, ed è inutile cercare qualsiasi nome che non sia di scrittore, poeta, romanziere, critico letterario, storico della letteratura, saggista di varia umanità. E non c’è traccia del fatto che siano esistiti in questo paese non solo singoli studiosi, ma scuole e tradizioni di discipline naturalistiche, fisiche, matematiche. La cultura è – in questa accezione – conoscenza delle belle lettere. […] chi conosce a memoria una poesia di Montale è colto, chi non la conosce non lo è. Può essere un grande matematico o biologo, ma non conosce Montale: non è colto. Tutto il resto della cultura, anche della cultura intellettuale, è in ombra. […] Io resto affezionato a una definizione larga di quel termine, e più precisamente a quella che forniscono etologi e antropologi. [… Ossia:] quel complesso di elaborazioni, condizionate dal patrimonio genetico di una specie vivente, ma non dettate da questo, nascenti dal rispondere ai bisogni che quella specie trova sul suo cammino. Trasmissione per imitazione, ricombinazione di elementi già dati, invenzione sono le tre radici della cultura intesa a questo modo [pp. 3-7].


Chissà cosa pensava Tullio di un testo come quello di Lucio Russo e Emanuela Santoni, Ingegni minuti. Una storia della scienza in Italia (Feltrinelli 2010 – il titolo deriva da un passo nell’autobiografia (1728) di un autore caro a Tullio, cioè Giovan Battista Vico), un testo sanguigno sul quale consiglio di dare un’occhiata almeno a questa recensione invitante di Claudio Giunta (poi ripresa, con altre e la Premessa iniziale del testo, su Giro di vite)?

Ma non divaghiamo! Cosa sono i tre ingredienti riportati alla fine della citazione demauriana, cioè trasmissione, ricombinazione e invenzione, se non alcuni degli stessi in atto (cioè al lavoro) nel tradurre, oserei quasi dire una sorta di “forma interna” del lavoro della traduzione?

Anche le osservazioni del filosofo Tullio Gregory sembrano potersi accordare con questa lettura:

Se la storia della cultura comporta sempre un ereditare e un trasmettere, un trasferire da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti […]. Ove tradurre – ereditare e trasmettere – è sempre un interpretare, come ricorda anche la connessione di termini con valore sinonimico interpretari, vertere, transferre. In questo ambito l’invenzione neologica assume un valore centrale, e con essa la neosemia, intesa come mutamente di significato di una stessa parola in rapporto non solo con un testo tradotto, ma in relazione all’esigenza di dare espressione a nuove esigenze di pensiero. […] Sempre la translatio si pone in termini di confronto, traduzioni, interpretazioni [Translatio linguarum. Traduzioni e storia della cultura, Olschki 2016, pp. 11 e 51].

Concludo ricordando che è proprio un antropologo, Ugo Fabietti, a dedicare alla “traduzione” il settimo capitolo del suo manuale istituzionale. In esso, dopo aver messo a confronto etnologi come Boas, Malinowski e  Geertz con filosofi del calibro di Max Black o Gadamer, ricupera il concetto feyerabendiano di «incommensurabilità», che non equivale a ‘intraducibilità’:

Feyerabend ritiene infatti che vi sia un «dispositivo di transitività» da una cosmologia scientifica a un’altra, e che questo meccanismo consista nella proprietà autotrasformativa del linguaggio. Un linguaggio non è una struttura chiusa, immutabile. Tale apertura e tale mutevolezza non sono da intendersi in senso puramente diacronico, storico, ma devono invece essere considerate come possibilità di elaborare nuovi concetti atti a tradurre situazioni sempre nuove. Se non fosse così, non vi sarebbe in effetti la possibilità di esprimere nuove idee […] la nostra lingua, per quanto radicata in un sistema di premesse che è incommensurabile con quello su cui poggiano altre lingue, può trovare in se stessa le risorse adeguate per cercare di approssimarsi ai significati espressi dalla cultura che costituisce l’oggetto del nostro studio. Questo potere autocorrettivo del linguaggio risiede nella sua natura metaforica. La natura metaforica del linguaggio scientifico non è, al contrario che per alcuni filosofi della scienza, un difetto, ma una virtù del linguaggio in generale, il suo aspetto veramente creativo. La conoscenza non dovrebbe essere ridotta al problema di elaborare un linguaggio fondato su «definizioni convenzionali», ma consistere nella possibilità di ridescrivere il mondo rimodellando il nostro sguardo grazie alle capacità autotrasformative della nostra lingua. […] Ciò che costituisce l’oggetto dei nostri tentativi di comprendere, di tradurre, le altre esperienze culturali sono le strutture relazionali entro cui, nell’ambito di sistemi culturali incommensurabili come il nostro, le parole e i concetti si situano. Le parole non esistono in un vuoto, ma acquistano significato in relazione ad altre [Antropologia culturale. L’esperienza e l’interpretazione, Laterza 2009 (decima ed.), pp. 256-7].

Ugo Fabietti (1950-vivente)

Ugo Fabietti (1950-vivente)

Chiosa (e chiusa) semplice: ciò che Fabietti chiama, in maniera forse un po’ contorta, «proprietà autotrasformativa del linguaggio» e «potere autocorrettivo del linguaggio» è quanto Tullio aveva già da tempo definito come «creatività» (Minisemantica dei linguaggi non verbali e delle lingue, Laterza 1982, pp. 46 ss. – irrinunciabile qui l’approfondimento grazie alla lettura della voce Creatività redatta nel 1977 da Emilio Garroni per l’Enciclopedia Einaudi, e dal 2010 resa nuovamente disponibile da Quodlibet, con prefazione di Paolo Virno) e in seguito più precisamente come «non non-creatività», da cui derivano tra l’altro «la indefinita estensibilità del campo noetico», «l’indeterminatezza semantica ed eventuale plurideterminabilità delle parti e delle articolazioni in parti dei suoi segni, parole, frasi, discorsi, testi […] e quindi la pluriplanarità del piano del contenuto di una lingua» e «la metalinguisticità riflessiva» [Lezioni di linguistica teorica, Laterza 2008, pp. 146-7]. Che poi, se ci pensate bene, è un vedere all’opera questa stessa teoria, vederla cioè confermata in maniera concreta, e quindi ipso facto accreditare il valore dell’attività traduttiva, che sfrutta la medesima plasticità della lingua, negletta in Italia quanto la produzione saggistica…

AGGIUNTE INTEGRATIVE (1-8 marzo 2017)

Da qualche parte, qui sopra, mentre si parla di Facebook (in cui secondo una ricerca scientifica, che però non sono stato ancora in grado di ritrovare, pare che si scriva sostanzialmente e inconsciamente più per ritrovare conferma in se stessi e alle proprie idee, che per comunicare e aprirsi genuinamente, sinceramente agli altri, che è invece lo spirito della comunicazione, della trasmissione, quindi anche della interpretazione e della traduzione), è utile tenere presente qualche altro riferimento che per adesso scarico qui indegnamente, in attesa di dipanarli meglio.

Anzitutto c’è da leggere questo articolo del Guardian che illustra chiaramente (accompagnato da una grafica molto originale e gradevole) la questione, indubbiamente problematica, del rapporto fra lingua e accesso a internet — ovvero come quest’ultimo discrimini le minoranze, che lo voglia o no.
E attorno alla medesima questione ecco qui 4 testi laterziani + 1, a futura memoria ma per adesso senza altre considerazioni:

  • R. Simone, La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo (2000), dal quale è poi maturato lentamente un suo successivo Presi nella rete. La mente ai tempi del web (Garzanti 2012);
  • F. Ferrarotti, La perfezione del nulla. Promesse e problemi della rivoluzione digitale (2002);
  • F. Metitieri, Il grande inganno del Web 2.0 (2009);
  • R. Casati, Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere (2013).

Aggiungo, ma non è meno importante, un promemoria anche per il teorico dei nuovi media, Geert Lovink, di cui l’anno scorso Egea (editore bocconiano) ha pubblicato L’abisso dei nuovi media. Il traduttore Bernardo Parrella lo intervista su Lavoroculturale.org e, per una presentazione più distesa delle sue posizioni, si legga anche l’intervista condotta da Barbara Ciolli su Lettera43.

Geert Lovink (dall’intervista di B. Parrella su Lavoroculturale.org)

mestieri del libro

Per una di quelle coincidenze singolari che si verificano all’inizio di ogni anno (no, lo so che non è vero: succedono sempre, ma siamo noi che con l’andare del tempo, distratti da tante altre cose contemporaneamente, perdiamo il filo e non le notiamo più…), in questo esordio dell’anno nuovo 2017 AD, è ancora risuonato un sintagma il cui senso viene fieramente messo in dubbio dall’aria che spira malsana soprattutto qui da noi.
Sto parlando dell’espressione ‘mestieri del libro’, che ho letto in due contesti senza alcun collegamento esplicito – cioè, sono io a istituirlo qui hic et nunc:

Fahrenheit

Fahrenheit (tutti i pomeriggi feriali, su Rai 3, ore 15-18)

(A) la nota trasmissione radiofonica “Fahrenheit”, che da tanti anni allieta il primo pomeriggio sulle frequenze del terzo canale Rai fregiandosi del ‘sottotitolo’ “I libri e le idee”, ha inaugurato un nuovo spazio che occuperà tutti i lunedì nella fascia tra le 16 e le 16,30 (minuto più, minuto meno) e l’ha chiamato, appunto, I mestieri del libro. Per esordire, Loredana Lipperini ha chiamato Marco Cassini (già direttore di minimum fax e Sur, autore dell’autobiografico Refusi [Laterza 2008] e vulcanico ideatore di iniziative non banali) e chi ha perso la puntata, la può ricuperare dal fidato podcast.

L'indice dei libri del mese (versione on line) - gennaio 2017

L’indice dei libri del mese (versione on line) – gennaio 2017

(B) Sull’Indice dei libri, altra rivista benemerita e ‘storica’ (ero abbonato alle prime annate, che dovrei avere ancora stivate da qualche parte: potranno interessare qualcuno che si occupa di modernariato?), nella rubrica “Mestieri del libro” è uscito un articolo eccellente, che riassume le questioni alla base della situazione insoddifacente in cui versano i traduttori. Lo firmano Marina Pugliano e Anna Rusconi, due fra le migliori traduttrici che possiamo vantare per il tedesco e l’inglese, rispettivamente. È un intervento molto lucido e porta un titolo redazionale: “Traduzione – Proviamo a leggere la realtà in modo nuovo”, seguito da un altro che parrebbe essere quello assegnato dalle autrici: “Anche i traduttori nel loro piccolo riflettono”. Non capisco perché i traduttori debbano relegarsi ‘nel loro piccolo’, ma proseguo lo stesso.
Dopo aver ricordato rapidamente il boom dei Translation Studies negli anni Settanta e nel decennio successivo quello di una formazione più qualificata, che ha portato a creare delle figure specializzate (direi meglio: più culturalmente consapevoli di quelle che c’erano in precedenza, e che hanno continuato a operare, ovviamente), il duo punta subito al cuore del problema: «la cosa sicura è che il concetto di obsolescenza programmata si è ormai esteso anche al settore della cultura, quindi al libro. A chi lo fa e a chi lo consuma» [evidenziato mio].
Per chi non avesse ancora capito dove vogliano andare a parare queste novelle Thelma e Louise, chiarisco subito che il discorso verte essenzialmente sulla qualità (e l’etica, in fondo) del lavoro, del mercato, della cultura: dati diffusi dall’Osservatorio degli editori indipendenti ODEI) dimostrano che un libro può stare sugli scaffali di una libreria, in attesa di essere comprato, una media di 30-40 giorni, poi viene restituito senza tanti complimenti. Ci sarebbero da fare alcune puntualizzazioni, ma anche qui meglio tirare dritto. Sottoscrivo dunque in toto la dichiarazione seguente:

privato per logiche mercantili di un contesto che riconosca il giusto valore della sua professionalità, del suo ruolo e dei suoi diritti, il traduttore davvero funzionale a questo mercato di beni fortemente deperibili è diventato il traduttore smart: disponibile in modo incondizionato, privo di cognizione o di memoria storica della cultura e della dignità del lavoro, convinto di valere poco e dunque altrettanto poco remunerabile, pronto a consegnare secondo i ritmi impazziti del mondo globale testi che un redattore di analoga tempra, e sempre più spesso digiuno della lingua di partenza, provvederà a rendere sostanzialmente scorrevoli e in piacevole italiano standard. In barba a San Girolamo, ai translation studies e, in generale, alla civiltà – di cui la traduzione, secondo Josif Brodskij, sarebbe letteralmente “madre”.

Secondo l’ultimo Rapporto AIE (a questa pagina vari link specifici), che riporta un totale di «oltre 65.000 nuovi titoli pubblicati (circa 180 al giorno!)», le traduzioni si riducono perché commercialmente più costose: si devono acquistare i diritti dall’editore straniero, si deve pagare la traduzione (possibilmente poco, eh), e solo a quel punto si aggiungono le solite spese editoriali (sommariamente: redazione, stampa, distribuzione, che incidono però in percentuali molto diverse sul prezzo finale), quindi soldi da anticipare senza avere la certezza di un rientro. Ergo: si potenziano gli autori nostrani e si depauperano quelli stranieri, che infatti calano dal 25% degli anni Novanta all’odierno «17,6 per cento di tutto il pubblicato». Per inciso: questa era la giustificazione con cui sono stato scaricato da un noto editore quattro anni fa; solo che adesso c’è una sua cara nipotina a svolgere il lavoro che facevo io… Quindi niente paura: le traduzioni si continueranno a fare lo stesso, basta cambiare i redattori (e i traduttori), facendo però attenzione a sostituirli con quelli che costano (e pretendono) di meno! Tanto di fuori non si verrà a sapere mai nulla e si perpetuerà l’illusione che il mondo editoriale sia un’oasi dorata…

Intermezzo/curiosità (ovvero: nihil sub sole novi). Sul numero 4 del 1994 leggo: «molte delle versioni di classici russi, ancora oggi sul mercato, non sono altro che le traduzioni degli anni venti e trenta, di cui la Slavia cedette i diritti» (p. 212, nota 71). È Giuseppe Mazzitelli, in un saggio in cui indaga da appassionato bibliografo sul Fondo I.p.E.O., a notarlo: Slavia era una casa editrice che aveva tradotto molti autori ancora ignoti in Italia, soprattutto dalla lingua russa. Dunque il malcostume è radicato.

Vediamo allora cosa propongono le nostre paladine.

Da un lato, un fondo per i traduttori (come ne esistono in Francia, Svizzera, Germania, Norvegia e in molti altri paesi) costituirebbe uno strumento efficace per incoraggiare gli editori a non rinunciare ai titoli stranieri più impegnativi, o anche solo meno di grido e meno commerciali, e per incentivarli a riconoscere fattivamente la qualità e il ruolo decisivo dei traduttori.
Dall’altro, occorrerebbero misure di promozione della lettura parimenti efficaci e capillari, non demandate all’iniziativa dei singoli e dei volontari (scuole, biblioteche, associazioni culturali) e con un Centro per il Libro e la Lettura che non si limitasse a svolgere una funzione prevalente di coordinamento e raccolta dati.

Chiudo rapidamente accennando a un paio di iniziative nelle quali si sono spese le nostre ‘eroine’: nel 2014 Anna Rusconi è stata protagonista di “Words Travel Words” (video pro-traduzioni del CEATL), mentre Marina Pugliano organizza a Loreen giornate di formazione a tema completamente gratuite.

Riviste (ri)viste

Scusate il gioco di parole troppo facile, ma un titolo deve pur avere una sua ragion d’essere, cioè incuriosire e far spostare il focus visivo sulle righe a seguire, per quanto siano lunghe, massicce e (perciò) temibili…
Allora, stavolta ho deciso di cambiare un po’ strada e raccogliere qui, a mo’ di promemoria per letture e approfondimenti a chi non abbia di meglio da fare (come il sottoscritto-sottoccupato), un elenco di riviste on-line che, per un verso o per l’altro, potrebbero risultare di una qualche utilità a coloro che bazzicano questo mio blog. È speranza troppo remota?
Per l’occasione ho anche inaugurato una nuova categoria, che spero si riveli proficua non solamente a me.
Buona condivisione!

Mi piace cominciare da riferimenti italiani, forse anche per contrastare una carenza notata nei siti stranieri che verranno dopo… ma a parte questo, l’ordine di presentazione non ha altri significati reconditi.

I siti italiani sono un bel mucchietto, ad ogni modo non escludo di essermene dimenticato qualcun altro per strada. Certo è che se dovessi spenderci tante parole, il post diventerebbe insopportabilmente lungo (come se in genere non lo fossero già abbastanza!) e magari dovrei sdoppiarlo, opzione che però non mi garba molto.
Allora su questo primo blocco di siti italici andrò più velocemente (tranne nel primo caso, per i motivi che spiego fra poco), affidandomi al solo, tradizionalissimo ordinamento alfabetico inaugurato dall’Encyclopédie, così magari vi pungerà vaghezza di andarli a sbirciare, ammesso che non li conosciate e/o spulciate già. E per non fare torto a nessuno, anche per gli stranieri adotterò il medesimo sistema di presentazione, sebbene corredati du qualche notizia in più.
Naturalmente, se qualcuno di voi ha da proporre suggerimenti, modifiche, integrazioni e simili, me li segnali e li ‘metabolizzerò’ a vantaggio di tutti. Trasformando questo post o magari facendone addirittura un seguito, dato che tutto sommato non ci sono siti tedeschi o… australiani!

 

1. RIVISTE E SITI ITALIANI

Il primo a essere menzionato necessita, a mio avviso, di qualche riga in più perché davvero tanto ricco, quanto poco noto.
Il Centro di studi linguistico-culturali, ricerca – prassi – formazione, sorto nel 1984 presso il dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne (Studio 138) dell’università degli studi di Bologna, riunisce oltre 60 studiosi, suddivisi in 6 sezioni (anglistica, francesistica, germanistica, iberistica, linguistica-glottodidattica, slavistica), e oltre a un’attività convegnistica, produce un’ampia gamma di pubblicazioni, (quasi) tutte disponibili liberamente come pdf da scaricare.

Non pesano così tanto i Quaderni del CeSLIC!

Non pesano così tanto i Quaderni del CeSLIC!

Da notare in particolare i Quaderni che sotto la direzione di Donna R. Miller appaiono in 5 collane distinte: atti di convegni (dal 2005, 4 titoli di cui 3 anche su carta – segnalo qui: il bellissimo Tradurre figure/Translating Figurative Language del 2014); i manuali di “Functional Grammar Studies for Non-Native Speakers of English” (dal 2004, 7 volumi di cui 2 ‘doppioni’ in quanto seconde edizioni, cioè più aggiornate); gli “Studi Grammaticali” (un solo titolo, in realtà, del 2008); “Altre pubblicazioni – AMS acta” (un solo titolo del 2010); e i “CeSLiC Occasional Papers” (29 titoli, dal 2005). Cliccando per entrare in una di queste collane si apre un’altra scheda, che offre maggiori informazioni sui testi in pdf.

Attenzione: in quest’ultima c’è un pulsante “Su di un livello”, che porta a un altro elenco: quello di tutte le collane aderenti all’AMSActa – Institutional Research Repository, dove finalmente si capisce che AMS sta per “Alma mater studiorum”, in pratica una parte della cospicua biblioteca digitale dell’ateneo bolognese (AlmaDL – University of Bologna Digital Library).

eSamizdat – Rivista di culture dei paesi slavi esce dal 2003 ed è (quasi sempre…) un quadrimestrale articolato in 15 sezioni, visibili già sull’home page.

inTRAlinea – online translation journal è dal 1998 la rivista (soltanto) elettronica del Dipartimento di interpretazione e traduzione dell’università di Bologna, i cui numeri però non escono solamente in italiano.

Un molo che attende... traghettatori di parole?

Un molo che attende… traghettatori di parole?

LEDonline nasconde nell’acronimo semplicemente la casa editrice milanese Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, il cui sito presenta sezioni distinte per riviste elettroniche ed e-books, a loro volta suddivisi in collane, discipline ecc. Alcuni testi sono scaricabili integralmente, alcuni in parte, mentre di altri c’è solamente una presentazione.

RITT è la Rivista internazionale di tecnica della traduzione – International Journal of Translation: dal 1992, EUT Edizioni Università di Trieste. L’indice è consultabile e cliccabile a questo indirizzo, mentre tutte le riviste pubblicate da EUT sono visionabili a quest’altro URL.

Ticontre. Teoria Testo Traduzione è un semestrale di riflessione sul testo letterario in chiave comparata, attivo dal 2014 e che punta l’attenzione su critica e analisi testuale, storia e teoria della letteratura, nonché traduttologia.

 

2. RIVISTE E SITI STRANIERI

2.1. IN FRANCESE

Un san Girolamo, opera di Antonello da Messina (ca. 1460).

Un san Girolamo, opera di Antonello da Messina (ca. 1460).

Comincio con un sito molto bello (anche graficamente) e secondo me importante: Histoire de la traduction en Europe médiane, opera del CEEM (Centre d’Étude de l’Europe Médiane) presso l’INALCO (Institut national des langues et civilisations orientales di Parigi, sostenuto dalla municipalità di quest’ultima, e produrrà un volume complessivo e un’antologia).
Per comprenderne l’importanza occorre chiarire meglio a cosa si riferisce l’indicazione geografica: è il cuore dell’Europa,

zone située entre l’Allemagne et la Russie, de la région balte aux Balkans […] de la Slovénie à l’Ukraine et de la Finlande à l’Albanie. Son principal objectif est de retracer l’évolution de la pratique et du rôle culturel de la traduction au sein de cette aire et de mettre en lumière les influences et les interactions qui, grâce à la circulation des textes traduits, ont contribué au fil des siècles à forger l’unité culturelle de l’Europe.

Lì si contano ben 16 lingue (albanese, bosniaco-serbo-croato, bulgaro, cèco, estone, finlandese, lettone, lituano, macedone, polacco, romeno, slovacco, sloveno, sorabo, ucraino e ungherese) e [interessante proprio la non perfetta sovrapposizione!] addirittura 18 culture: bosniaca, bulgara, cèca, croata, estone, greca, lettone, lituana, macedone, montenegrina, polacca, romena, serba, slovacca, slovena, soraba, ucraina e ungherese. Sono coinvolti sul progetto 25 ricercatori, francesi e non.
La descrizione generale presenta termini il cui senso risulta molto usurato in altri contesti: interdisciplinarità, approccio interculturale, prospettiva intertestuale – ma il cui prefissoide connota esattamente l’intenzione di creare «passerelle» (forse simili ai passages benjaminiani) attraverso i soliti steccati e orticelli, che siano etichettati come letteratura o storia, pensiero politico o filosofia o linguistica, ma anche slavistica (la prima disciplina che verrebbe in mente, pur risultando anch’essa insufficiente).
Il sito (tutto in francese) è articolato in sei aree principali: Lingue | Traduttori | Antologia | Bibliografia | Iconografia | Link.

San Girolamo, da un dipinto del Ghirlandaio (ca. 1480).

Un altro san Girolamo, da un dipinto del Ghirlandaio (ca. 1480).

La sezione più originale e stimolante è a mio modesto avviso la seconda: come sviluppando i sentieri in parte già tracciati da Jean Delisle, soprattutto nei suoi “ritratti” al maschile e al femminile (si vedano i riferimenti nella parte bibliografica generale del sito), vengono fornite brevi indicazioni sui principali traduttori attivi in quelle lingue (anche se al momento ancora metà sono totalmente sguarnite, inoltre non è chiaro se e quanto il regesto si possa estendere all’indietro nel tempo, cioè risalire a prima dell’Ottocento, dove certamente hanno agito potenti e molteplici spinte all’autocoscienza di questo lavoro). [NOTA 1] A essi si collega un florilegio di citazioni specifiche sul tradurre, tratte da opere loro e comunque tipiche di quelle culture, ma soprattutto le risposte a un questionario (112 domande complessive), articolato su 5 macro-temi: 1) Au fondement des langues littéraires : la traduction des textes religieux; 2) La traduction et la formation des littératures profanes; 3) La traduction et la modernité littéraire; 4) Traduire sous le totalitarisme; 5) Questions générales.

Traduire. Revue française de la traduction è la rivista semestrale della Società francese dei traduttori, creata nel 1947 e a cui aderiscono 1400 traduttori di professione, dei quali funge perciò quale sindacato a tutti gli effetti.
È anche membro della Fédération Internationale des Traducteurs (FIT, che ha contribuito a fondare) e dell’Union Nationale des Professions Libérales (UNAPL).
L’ultimo numero in rete è il 231 del 2014 (monografico sulla cucina: À table!), la cui lettura on-line sarà però disponibile solamente a dicembre 2016.

Ginevra Bompiani (foto Ansa).

Ginevra Bompiani (foto Ansa).

Sulla traduzione, soprattutto letteraria, ho scovato Translittérature, il cui ultimo numero visibile è il 48 del 2015 (annuale, causa rimaneggiamenti interni, ma la rivista è semestrale); nel precedente, del 2014, ho trovato un breve intervento di Ginevra Bompiani, da una tavola rotonda tenutasi a Parigi ai primi di aprile del medesimo anno su «La traduction: circulation des livres et des idées», titolo poi assegnato anche al suo pezzo.

TTR : traduction, terminologie, rédaction nasce nel 1987 presso l’università del Québec, a Trois-Rivières, grazie a Jean-Marc Gouanvic e Robert Larose; l’anno successivo diventa la rivista dell’ACT-Association canadienne de traductologie.
Cliccando sulla linguetta “Revues”, in alto,  si viene trasferiti all’elenco di tutte le riviste francofone ospitate sul sito e consultabili generalmente da Persée, con la possibilità di effettuare ricerche anche per materie. Sotto “Ètudes de langues” accanto ad altre 16 riviste, troviamo: H.E.L. Histoire Èpistémologie Langage (69 numeri e 1158 documenti dal 1979 al 2012), Langages (164 numeri e 1344 documenti dal 1966 al 2006), Meta : journal des traducteurs / Meta: Translators’ Journal (pubblicata dalle Presses de l’Université de Montréal, qui è archiviata dal 1966 al 2015) e la gloriosa Revue des études slaves (182 numeri e 3830 documenti dal 1921 al 2012); magari ci si potrebbero annettere anche le Recherches sémiotiques / Semiotic Inquiry dell’Association canadienne de sémiotique / Canadian Semiotic Association (presente soltanto dal volume doppio 28-29 del 2008 al triplo 32 del 2012, ma di cui segnalo ugualmente il doppio numero 2-3 nel volume 29 datato 2009, interamente dedicato alla traduzione).

 

2.2. IN SPAGNOLO

Due dipinti che raffigurano la torre di Babele.

Due dipinti che raffigurano la torre di Babele.

Estudios de Traducción (ISSN 2174-047X, ISSN-e 2254-1756) della Universidad Complutense de Madrid (Instituto de Lenguas Modernas y Traductores, Facultad de Filología), annuale dal 2011. Particolarità: la copertina di ciascun numero riporta una diversa raffigurazione pittorica della torre di Babele (riusciranno a trovarne tante differenti…?).

Hieronymus Complutensis (ISBN: 978-84-692-0832-8; ISSN 1135-304 X), attiva dal 1995 e digitalizzata in rete fino al n° 12 (2005-6), è il periodico dell’Instituto Universitario de Lenguas Modernas y Traductores (IULMYT) della Universidad Complutense madrilena, che per questo progetto elettronico si è giovata della collaborazione dell’Instituto Cervantes e del connesso Centro Virtual Cervantes.

MonTI. Monografías de Traducción e Interpretación (ISSN 1989-9335), promossa dall’università di Alicante con le altre valenzane: Universidad Jaume I de Castellón y Universidad de Valencia; attiva dal 2009, ogni anno raccoglie e pubblica una raccolta di studi in una delle lingue seguenti: castigliano, francese, inglese, italiano e tedesco, ma su internet ne verrà offerta anche una versione in inglese. Al momento cliccando sull’elenco completo degli articoli, ne viene fornito un totale di 127, che possono essere visualizzati per titolo, autore, data ascendente o discendente.
Andando un po’ a caso, nel n° 6 (2014) alle pp. 37-62 c’è un saggio approfondito in inglese di Maria Vittoria Calvi (docente di Lingua e traduzione spagnola a Milano) sui rapporti fra traduzione e lessicografia (registrato ufficialmente col codice ISSN 1889-4178),
In effetti tutto quel numero è dedicato alla dizionaristica specializzata, con incursioni nella terminologia e persino nella storia: così, ad esempio Francisco Javier Sánchez Martín scrive a proposito del trattato Della geometria di Oronce Finé, tradotto da Cosimo Bartoli a Venezia per i tipi di Francesco Franceschi Senese nel 1587.

Il logo della rivista cilena.

Il logo della rivista cilena.

Onomázein. Revista de Lingüística, Filología y Traducción (ISSN 0718-5758) conta 32 numeri dal 1996 al 2015 per la Pontificia Universidad Católica de Chile (Facultad de Letras), con sede nella capitale Santiago – anche in inglese. Pubblica saggi scientifici di linguistica (sia teorica sia applicata), filologia (classica, indoeuropea, romanza e spagnola), teoria della traduzione, terminologia, nonché monografie su lingue locali. Ad esempio, il secondo numero del 2014 ospita contributi dal IX convegno ALSFAL (Asociación de Lingüística Sistémico Funcional de America Latina). C’è un motore di ricerca interno (Busqueda de contenidos/Search in Onomázein).

Panace@. Revista de Medicina, Lenguaje y Traducción/Boletín de Medicina y Traducción (ISSN 1537-1964) è sorta nel 2000 come rivista della lista di discussione internazionale di medicina (e dintorni) “MedTrad”, curata dalla Asociación Internacional de Traductores y Redactores de Medicina y Ciencias Afines di Salamanca e pubblicata dal 2006 da Tremédica. Dopo una produzione ‘esuberante’ nei primi 10 anni, dal n° 31 del 2010 si è stabilizzata come semestrale, il cui numero di dicembre è monografico.
Nel lungo elenco di collaboratori, in maggioranza donne, non figura nessun italiano/a e neanche una rapida scorsa all’indice (che curiosamente riporta in una lunghissima paginata tutti i contributi, dal primo numero, in cima, all’ultimo, giù giù in fondo – cliccando sul titolo si apre il PDF) pare rilevare la presenza di autori nostrani… Qui segnalo a titolo esemplificativo un buon articolo dall’annata XIV, n° 38, pp. 222-234 di due specialiste canadesi (Montréal, quindi scrivono direttamente in francese), Sylvie Vandaele e Mariane Gingras Harvey, sulla storia e le traduzioni della nomenclatura anatomica.

Sendebar. Revista de Traducción e Interpretación (ISSN-e 2340-2415) pubblicata dal 2005 dall’università di Granada, annuale, ogni numero è scaricabile integralmente (che è un po’ scomodo, se interessa un solo articolo o magari una recensione, anche se ovviamente si può ritagliare con qualche programma specifico di manipolazione dei files PDF).

Un'immagine dal sito di Tonos Digital.

Un’immagine dal sito di Tonos Digital.

Tonos Digital. Revista Electrónica de Estudios Filológicos (ISSN 1577-6921) è semestrale, 30 numeri dal 2000 al 2016, aperta anche a contributi semiotici, con due rubriche originali: una consacrata a intervistare studiosi di filologia particolarmente significativi, l’altra riservata a studiosi o collaboratori di tali personaggi.

 

3. DI ALTRI PAESI

SKASE, ovvero “The Slovak Association for the Study of English” (University in Košice, Slovakia, Department of British and American Studies, Faculty of Arts),
offre un Journal of Theoretical Linguistics (30 numeri usciti fra il 2004 e il 2015), un Journal of Translation and Interpretation (8 volumi dal 2005 al 2015), nonché un Journal of Literary Studies (5 numeri pubblicati fra 2009 e 2012: come nel precedente, il 2011 è sdoppiato) ed è membra dell’ESSE (European Society for the Study of English) – a questa pagina rimandi ad altre 7 associazioni di interesse per studiosi della lingua inglese.

Slavica Bruxellensia è un semestrale, partito nel 2008 e che abbraccia un approccio comparativo, transculturale e transdisciplinare alla letteratura, cultura e storia dei paesi e popoli slavi. Ogni numero presenta, oltre a saggi scientifici e di critica letteraria, un’intervista a una personalità di spicco, una traduzione inedita, la presentazione di un’opera tipica del mondo slavo. L’ultimo (n° 11 del 2015) affrontava “Littérature et philosophie”.
Fabula informa che un prossimo numero (13, 2016) sarà dedicato alla «traduzione e le letterature slave» (la scadenza per la presentazione di proposte era lo scorso 15 marzo… mancata di poco!).

Translationes, 7 (2015): “Stages of the History of Translation”. Edita dal Centro di studi ISTTRAROM, presso l’Università dell’Ovest di Timişoara, la caporedattrice è Georgiana Lungu-Badea (docente al dipartimento di romanistica della facoltà di Lettere, storia e teologia), questo numero è curato da Iulia Cosma, la quale si è presa la briga di intervistare l’anno scorso chi vi scrive (Preferisco tradurre saggistica, pp. 154-165), presente (un po’ immeritatamente) anche nel comitato scientifico. Purtroppo non è disponibile on-line, pur avendo un sito di riferimento.

San Girolamo effigiato da Albrecht Dürer nel 1514.

San Girolamo effigiato da Albrecht Dürer nel 1514.

 

NOTE

(1) Le indicazioni fornite in F. Laurenti, Tradurre. Storie, teorie, pratiche dall’antichità al XIX secolo (Armando 2015, pp. 207-8 e 227-8) sono piuttosto sommarie e non sembrano esenti dalle critiche mosse già dal compianto storico della scienza Paolo Rossi, p.es. ancora in Storia delle idee e pensiero linguistico («Lingua e stile», XXV [1990] 3, pp. 323-335). Dunque andrebbero integrate da considerazioni più approfondite; così va rammentata, quale esito finale dell’intreccio di molteplici fattori, la rivalutazione in senso positivo del mito di Babele, a cui accennavano Donatella Di Cesare e Stefano Gensini, curatori di Iter Babelicum. Studien zur Historiographie der Linguistik. 1600-1800 (Nodus 1990), nella loro “Premessa” (p. 7). Più avvertita anche Lia Formigari, Il linguaggio. Storia delle teorie (Laterza 2001), che infatti considera anche l’argomento ‘traduzione’ (seppure in maniera tangenziale e quindi insufficiente). Aggiungo soltanto che comunque raramente i manuali di linguistica concedono qualche spazio a tale argomento, e anche quei pochi in controtendenza, lo fanno relegandolo quasi sempre alla fine della trattazione di un altro argomento, presumibilmente più ‘nobile’. Cfr. i seguenti esempi laterziani:

  • R.H. Robins, Manuale di linguistica generale (1969, seconda ed. 1973, ed. or. inglese 1968, 5^ ed.: spec. 1.4.4., pp. 44-47, rispetto al ‘significato contestuale’ di Malinowski);
  • J. Lyons, Introduzione alla linguistica teorica (1971, poi 1975 [NOTA 2], ed. or. inglese 1968: menziona il concetto più volte, nel modo migliore alle pp. 604-5, dove chiarisce che la maggiore o minore equivalenza di termini fra lingue diverse dipende dal ‘valore’ che hanno nelle culture rispettive);
  • R. Simone, Fondamenti di linguistica (Laterza 1990, 19^ ed. 2008, p. 470, [NOTA 3] a seguito del nesso ‘denotazione-connotazione’).

(2) Ne approfitto per segnalare che anche nella seconda ed. italiana rilegata (Biblioteca di cultura moderna 785) il nome proprio di uno dei due traduttori è sbagliato: Antinucci si chiama Francesco, non Luigi.

(3) Qui riporto che va corretta la pagina nell’Indice analitico, indicata come 471. E concludo ricordando che Simone ha firmato non solo la traduzione del manuale di Robins sopra citato, ma anche di altri otto testi di linguistica/semiotica, da inglese e francese, pubblicati in Italia tra il 1968 e il 1979.