Il ritorno dei volgarizzamenti

Sbaglio, o c’è un rinnovato interesse per il volgarizzare, un’attività affine alle traduzioni ma che spesso gode di fama infima (se mai possibile…)?

La copertina di Cesare Segre, Volgarizzamenti del Due e Trecento (Utet 1953), appena comperato

In realtà già Segre, all’inizio degli anni Cinquanta, apriva un suo saggio capitale affermando che il volgarizzamento è una «situazione mentale prima ancora che attività specifica» e che occorre pertanto considerare tale attività «invece che una precedenza, un ideale parallelismo con le altre espressioni del pensiero letterario».NOTA 1
Folena, riprendendo queste argomentazioni, appaia il volgarizzare al traslatare (in opposizione alla interpretatio orale, solitamente riservata a una «comunicazione a tre», dotata cioè di un intermediario/ἑρμηνεύϛ < Hermes/Ermete, o comunque di «un commutatore dei due codici rispettivi» – dove già si coglie la simbiosi originaria fra latino e greco, di contro a «lingue appartenenti a civiltà lontane» e perciò ‘barbare’, «inferiori e inintelligibili»), che è un fenomeno da (ri)collocare «all’inizio di nuove tradizioni di lingua scritta e letteraria»: e dunque «quasi tutto quello che ci è giunto di documenti e monumenti delle origini è in sostanza traduzione, sia che l’originale esista e ci sia noto, […] sia che si tratti soltanto di un modello mentale facilmente ricostruibile».NOTA 2
In questa chiave va letta una ricca messe di altri studi, di cui riporto qui solamente una minima parte, ma auspico che continui al ritmo elevato che ha assunto in questi ultimi anni:

  • Alison Cornish, “A New Life for Translation: Volgarizzamento after Humanism”, sesto e ultimo capitolo del suo volume Vernacular Translation in Dante’s Italy. Illiterate Literature (Cambridge UP 2010);

    La copertina di Cornish 2010

  • il corposo saggio di Giovanna Frosini sui “Volgarizzamenti” che apre il secondo volume della Storia dell’italiano scritto

    La copertina di Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese, Lorenzo Tomasin (a cura di) 2014

  • Lino Leonardi e Speranza Cerullo (a cura di), Tradurre dal latino nel Medioevo italiano. «Translatio studii» e procedure linguistiche (SISMEL-Edizioni del Galluzzo 2017, atti del convegno organizzato a Firenze dalla Fondazione Ezio Franceschini il 16 e 17 dicembre 2014);

    La copertina di Leonardi, Cerullo (a cura di) 2017

  • sempre Leonardi è il coordinatore di BIBITA, “I volgarizzamenti italiani della Bibbia”, pure ospitato sul sito della Fondazione Franceschini e che ha prodotto 6 lavori tra il 1993 e il 2013 (fino al 1998 con il concorso dell’École Française de Rome);
  • Roman Sosnowski e Giulio Vaccaro (a cura di), Volgarizzamenti: il futuro del passato (Cesati 2018);

    La copertina di Sosnowski e Vaccaro (a cura di) 2018

  • il convegno “Volgarizzare e tradurre in Italia nei secoli XIII-XV. Problemi e metodi editoriali”, coordinato da Corrado Bologna e Claudio Ciociola i giorni 22-23 maggio 2017 a Pisa;
  • il convegno internazionale “Storia sacra e profana nei volgarizzamenti medievali. Rilievi di lingua e di cultura”, promosso a Milano nei giorni 25 e 26 ottobre 2017 dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e dall’ateneo di Verona;
  • il convegno “Toscana bilingue (1260-1430). Per una storia sociale del tradurre medievale” (organizzato dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’università veneziana di Ca’ Foscari e tenutosi a Dorsoduro dall’8 al 10 novembre appena conclusi).
  • Assolutamente fondamentale in (e per) questo nuovo, poderoso impulso il sito DiVo – Dizionario dei volgarizzamenti (ovviamente medievali), curato da Elisa Guadagnini e Giulio Vaccaro (dei quali si trovano sul web alcuni articoli molto promettenti) e tuttora in piena espansione, che si definisce «Pubblicazione periodica online [… ad] aggiornamento continuo».
  • Non trovo invece ancora nessuna conferma di un altro libro di Giulio Vaccaro, che sarebbe dovuto uscire entro il 2018 per l’editore ETS di Pisa, col titolo allettante Tradizione e fortuna dei volgarizzamenti italiani

AGGIORNAMENTO (lunedì 19 novembre 2018)

Trovo stamani sul sito di Spolia la segnalazione di un convegno internazionale, franco-italiano (cioè, in pratica organizzato dalle università di Pisa e Lione) che non avrebbe molto a che fare con i volgarizzamenti, a parte la prossimità cronologica.

Ritratto di Franco Sacchetti, autore della raccolta Trecentonovelle (fine sec. XIV), in apertura del programma del convegno internazionale

Mi riferisco a “En traduisant les Trecento novelle de Franco Sacchetti: De la langue à l’histoire” (questo link aprirà un PDF con il programma dettagliato dei lavori), tenutosi a Lione gli scorsi 8 e 9 novembre, con il curatore della recente edizione critica, Michelangelo Zaccarello (SISMEL-Edizioni del Galluzzo, Firenze, 2014).

 

NOTE

NOTA 1 – Le citazioni sono da C. Segre, Lingua, stile e società. Studi sulla storia della prosa italiana (Feltrinelli 1963, pp. 49 e 54, ma rinunzio ad esporre l’ampia trattazione, elaborata da un Segre appena ventisettenne!). Clicca qui per tornare su, da dove sei partito

NOTA 2 – Tutte le frasi virgolettate sono, ovviamente, dalle prime pagine di G. Folena, Volgarizzare e tradurre (Einaudi 1994, ma ed. or. 1973). Clicca qui per tornare su, da dove sei partito

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Primo anniversario dell’Encyclopédie in tutto il suo splendore

Tavola dall’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert.

Mi accorgo adesso, sollecitato dalla notizia della prossima giornata di studi sulla “Storia della filosofia nell’Encyclopédie” (23 novembre alla Sorbona, campus de Jussieu – vedi infra per i dettagli) che sono passati già 367 giorni dalla messa in linea del meraviglioso progetto ENCCrE, acronimo che sta per Édition Numérique Collaborative et Critique de l’Encyclopédie, ossia Edizione critica digitale e collaborativa del Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri. Quest’ultimo è il ‘sottotitolo’, riportato nel frontespizio, dell’opera che costituì il «grande affare dei Lumi» e che cambiò radicalmente in Occidente la maniera di considerare il sapere, ma soprattutto il nostro rapporto con quest’ultimo. Il lavoro fu condotto tra innumerevoli traversie da Denis Diderot, dopo l’abbandono di d’Alembert e sorretto soprattutto da Louis de Jaucourt, un medico che si sobbarcò da solo la stesura di quasi un quarto di tutte le voci, i cui firmatari furono più di 130. L’opera iniziò a uscire nel 1751 e al suo completamento nel 1772 consegnò al mondo intero 71.818 voci, organizzate in 17 volumi (in folio, cioè di grande formato) di testo, accompagnati da altri 11 contenenti 2.579 tavole (275 delle quali doppie, 15 triple e 6 addirittura quadruple), tutte originali e alcune veramente straordinarie.

Il frontespizio del primo tomo della prima edizione dell’Encyclopédie.

L’edizione alla quale mi riferisco offre in consultazione del tutto gratuita una mole fantastica di materiali, che rendono pallidi simulacri i materiali di cui ci si poteva servire in precedenza (a cominciare dal pionieristico sottosito sull’ARTLF, che comunque ha ancora molte altre frecce al suo arco, vale a dire testi in francese e inglese, consultabili liberamente dai server dell’università di Chicago).

L’intento generale è quello di rendere disponibile erga omnes sia i testi originali, controllati dall’équipe di oltre cento studiosi francesi, inglesi, giapponesi, italiani che se ne stanno occupando da anni (qualche nome? Georges Benrekassa, Alain Cernuschi, Daniel Droixhe, Kathleen Hardesty Doig, Franck A. Kafker, Marie Leca-Tsiomis, Jeff Loveland, Irène Passeron, Daniel Roche, Yann Sordet), sia gli approfondimenti di lavoro dei medesimi.
Seguendo le indicazioni fornite da Diderot stesso nella voce ‘enciclopedia’, la finalità è duplice: democratizzare l’accesso e mantenere lo spirito critico che costituiva una delle caratteristiche salienti dell’opera, così da facilitare lo scambio fra gli specialisti, ma a beneficio di tutti i lettori interessati. Per questo nella “Presentazione” si dichiara questo progetto «collaborativo, dinamico e a lungo termine», ovvero di lungo corso.
Il modo più semplice e rapido per familiarizzarsi con questo scrigno informatico di meraviglie è quello di seguire la visita guidata che viene proposta entrando nel sito. In alternativa potete cliccare, nell’ordine che vi si addice meglio, sulle sei diciture poste subito sotto il titolo: Presentazione – Équipe – Politica editoriale – Comitato di lettura – Comitato scientifico – Chi ha fatto cosa?.

Ecco qui di seguito una rapida panoramica di quello che c’è sul sito dell’ENCCrE, o almeno delle cose più importanti (magari altre non le avrò ancora scoperte, talmente tante ce ne sono…), lasciandovi così il piacere (non è un modo di dire stereotipato: per capire cosa intendo, provate ad aggirarvi con libertà nel sito, pensando a Roland Barthes) di esplorarle tutte ad libitum.

Tutti e 28 i tomi della prima edizione (detta ‘di Parigi’) alla base del progetto ENCCrE.

Sotto il titolo si ergono di taglio i tomi della prima edizione che è stata rinvenuta in perfetto stato presso la biblioteca Mazarine di Parigi. Ogni tomo, debitamente numerato, mostra il proprio contenuto semplicemente cliccandoci sulla costa: i vari argomenti sono link a loro volta e se si vuole andare alle voci, sono quelle più ‘spesse’ alla vista. Un clic su di esse apre due (mezze) finestre indipendenti sullo schermo: a sinistra c’è l’elenco di tutti i lemmi (o i titoli, nel caso delle Tavole – tutto sempre cliccabile), ciascuno col suo riferimento di pagina; a destra compare invece una pagina dell’originale (Vue numerisée), ben  scannerizzata e dunque ‘maneggiabile’ a piacimento (un po’ come già in Gallica, ma in maniera più flessibile, che vuol dire anche ‘naturale’): la si può ingrandire o rimpicciolire agendo sulla rotella del mouse o cliccando su qualsiasi punto. Se invece si preferisce leggere il testo corrispondente, trascritto sulla metà sinistra, scorrendo quest’ultima, al cambio pagina (indicato dal numero corrispondente nel margine all’estrema sinistra) ovviamente anche la finestra a destra trascorrerà in modo automatico alla pagina ‘giusta’.
Inoltre, tramite vari comandi dei quali è facile impratichirsi giocandoci pochi minuti (tanto non si guasta nulla, a differenza dei libri ‘veri’), si può sfogliare l’edizione come si farebbe a mano (e voglio precisare: in maniera abbastanza realistica, ossia ad esempio pagina per pagina, o saltandone qualcuna, in avanti o all’indietro), stamparla se serve, oppure effettuare ricerche dei tipi più svariati (c’è anche la modalità ‘avanzata’ in cui sbizzarrirsi, andando a frugare persino nelle «voci omesse»).
Riguardo a ricerche e scandagli: nella fascia superiore restano sempre disponibili 4 caselle (tutte cliccabili – ma certo c’eravate già arrivati da soli…): Volumi – Nomenclatura – Contributori – Domìni. Esse permettono di spaziare (mi verrebbe da dire: sguazzare) in lungo e in largo nell’opera e ricavarne dati che sarebbe più complicato (se non impossibili) da ottenere tramite una normale ricerca ‘a mano’ sui volumi ‘fisici’. Inoltre queste stesse diciture si ritrovano verso metà della pagina generale di accesso.

Locandina dell’incontro-studio del 23 novembre 2018.

Torno alla pagina di ‘ingresso’: sul lato sinistro c’è la zona “Documentazione generale sull’Encyclopédie“, che si rivela articolata in 10 sezioni e varie sottosezioni (alcune di esse ulteriormente suddivise). Simmetricamente, a destra, vi corrisponde la zona relativa alla “Descrizione materiale dell’esemplare” (quella che i britannici chiamano ‘bibliografia analitica’ o testuale e fra i suoi maestri annovera Bowers, Fahy, McKenzie, Tanselle), di per sé una miniera di informazioni interessanti.
Va detto che in entrambi i casi non si tratta di annotazioni brevi o risapute e quindi trascurabili. Leggerete sullo schermo, invece, rielaborazioni originali a firma di specialisti illustri, che possono servire da prima introduzione o ‘ripasso’, ma anche come trampolino verso approfondimenti successivi, grazie alla presenza di bibliografie specifiche.
Nella parte bassa, infine, ci sono due riquadri. In quello di sinistra scorrono a ciclo continuo 12 notizie di aggiornamenti su lavori, convegni ecc. (per esempio, la lettura annotata della voce ‘Giochi di carte’ da parte di Thierry Depaulis – collaboratore sin dal primo numero del 1995 della pregevole Ludica. Annali di storia e civiltà del gioco, rivista della Fondazione Benetton Studi Ricerche). A destra sono disponibili le liste degli articoli e dei dossier annotati dagli studiosi di livello internazionale (vedi sopra) ai quali sono stati affidati.

Insomma, con queste poche righe spero di aver convinto pure voi che l’ENCCrE sia un prodotto editoriale assolutamente innovativo, che può aspirare a diventare uno dei modelli possibili anche per l’avvenire per imprese di questo genere (del resto Darnton, che sin dalla fine del secolo scorso si poneva questioni del genere, fa parte del comitato scientifico).
Questo post è stato suscitato dall’impressione che non si sia parlato abbastanza di questo progetto rivoluzionario, o che se ne sia sentito parlare relativamente poco, rispetto alla sua importanza. Voi che leggete, perciò, diffondete ovunque possiate questa splendida novella, per il plauso universale e l’attenzione alta e costante che merita. Grazie (e buona visita al sito francese).

Il frontespizio di un testo realizzato nel 2017 da alcuni componenti dell’équipe dell’ENCCrE, scaricabile gratuitamente dal web come PDF.

 

 

1° convegno nazionale sulla storia del pensiero linguistico e semiotico (CISPELS 18)

Dal 17 al 19 settembre si è svolto a Villa Mirafiori (dove adesso è rimasto solamente il Dipartimento di Filosofia della “Sapienza”, Università di Roma) quanto indicato nel titolo.

Il programma si può scaricare da questo link.

Il convegno aveva due obiettivi, largamente raggiunti:

  1. costruire un’occasione di confronto intorno agli oggetti possibili e ai metodi dell’analisi storica e storico-teorica in ambito linguistico e semiotico, riprendendo e sviluppando all’altezza dell’oggi le questioni sollevate agli albori della disciplina (anni Sessanta-Settanta), anche in relazione all’assetto complessivo delle ricerche linguistiche

  2. offrire una mappa delle ricerche in corso nel campo della storia delle idee e delle dottrine linguistiche, mediante la partecipazione sia di colleghe e colleghi delle società scientifiche coinvolte, sia, auspicabilmente, dei giovani ricercatori che si stanno formando nei diversi settori (AIS, AISS, ASLI, SFL, SIFR, SIG, SLI), in Italia e all’estero

Inoltre nell’assemblea che si è tenuta alla fine della seconda giornata si è deciso di procedere in maniera consortile rispetto alle sette società da cui provenivano i partecipanti, cioè SENZA fondare una ottava organizzazione, né riscoprire l’acqua calda. Entro l’anno solare dovrà essere stilato un regolamento interno. Un grosso obiettivo a media distanza sarà l’organizzazione del quindicesimo ICHoLS (International Conference on the History of Language Sciences, «the most important platform for researchers working on the history of the language sciences» avviata a Ottawa nel 1978), che si terrà per la prima volta in Italia, a Milano.

La mia relazione, progettata insieme alla collega romena Iulia Cosma (Universităţii de Vest, Timişoara), è stata assegnata alla sezione “Poster” (novità per me!) e qui sotto trovate una foto del pannello che abbiamo realizzato alla bell’e meglio: tutto iconico!

CISPELS-poster

Ecco qui inoltre: l’abstract (inviato a metà maggio, sperando nell’approvazione); il breve testo che abbiamo dato a chi si è avvicinato per chiedere delucidazioni (pochi); il testo del riquadro sulla «breve stagione della linguistica romena nell’editoria italiana» che abbiamo affisso il secondo giorno, per completare un po’ la presentazione (a metà pannello, sulla destra, nella foto).

ABSTRACT

Iulia Cosma (Universităţii de Vest, Timişoara), Alessandro de Lachenal (Roma)
L’Italia, la Romania e Tullio De Mauro
Ciò che ha a che fare con la Romania non gode di molto favore in Italia: non ci riferiamo soltanto alla cattiva stampa, che spinge l’opinione pubblica a cercare quasi ‘spontaneamente’ un capro espiatorio di nazionalità romena quando avvengono furti, stupri o altri reati odiosi, ma anche al campo ben più rispettabile della linguistica: studiosi d’eccezione come Tagliavini o Coseriu non possono cancellare quello che invece appare come un disinteresse abulico. Nella nostra relazione intendiamo prendere in esame questo problema su entrambi i versanti nazionali, ma senza pretese di esaustività: da un lato passeremo in rassegna la ricezione nell’Italia postbellica di alcuni linguisti romeni e, nella direzione inversa, ci concentreremo sulle riverberazioni di alcune opere di Tullio De Mauro nella letteratura scientifica in Romania. In termini di ‘scuole linguistiche’, se a quella romana va il merito di aver introdotto in Italia alcuni saggi di Coseriu, ancor oggi imprescindibili, quella padovana-bolognese patrocinò varie opere di Marcus, Stati, Florescu e altri soprattutto nel «decennio delle traduzioni». Oltre a questo, consideriamo necessario orientare la nostra ricerca verso la ricezione del pensiero demauriano in Romania, superando le apparenze di una relativa insensibilità dell’ambiente scientifico romeno nei confronti di esso. Se la traduzione dell’edizione del Cours di Saussure con i suoi apparati fondamentali verrà messa a disposizione del pubblico romeno nel 2000, non ci sembra lecito trascurare la traduzione dell’Introduzione alla semantica nel 1978, Introducere în semantică a cura di Anca Giurescu, docente di lingua italiana presso l’Università di Bucarest, che dieci anni dopo emigrerà in America insieme al marito, professore di storia. La traduzione di Anca Giurescu non può non aver suscitato interesse da parte degli studiosi romeni e il nostro contributo intende delinearne le tracce. Ma per non trascurare la possibilità che qualche altro saggio di De Mauro in lingua originale o in traduzione potesse essere stato letto da italianisti o studiosi di filologia romanza ancora prima del 1978, verrà eseguita una ricerca anche su libri e riviste pubblicati in Romania dagli anni Sessanta fino al 2017, con l’intento di tracciare una mappa il più accurata possibile sull’accoglimento del pensiero di Tullio De Mauro in Romania.

SINTESI (brevi manu)

La ragione che ci ha spinto a partecipare al primo convegno CISPELS poggia sull’impressione che oggi il romeno sia una lingua scarsamente presa in considerazione nelle riflessioni degli studiosi italiani. Questo è un peccato non perché, banalmente, faccia parte anch’essa delle lingue romanze, né perché questa situazione ignori la simpatia con cui i due popoli si guardarono fin dall’epoca risorgimentale, accomunati da aspirazioni analoghe, mentre oggi le posizioni si sono capovolte radicalmente. E neanche l’aura di Eugenio Coseriu (rectius: Eugeniu Coşeriu) pare sufficiente a far invertire la rotta…
Tale situazione dispiace, piuttosto, perché sembra dimenticare che in un passato neanche remoto le cose sono andate diversamente, come testimoniano diversi aspetti sui quali vogliamo richiamare l’attenzione.

  • Anzitutto sembra essere caduta nell’oblio l’eccezionale competenza specifica di Carlo Tagliavini (docente a Padova dal 1936 al 1973, dove lavorò assieme a Gianfranco Folena e Giovanni Battista Pellegrini, nonché mentore di Manlio Cortelazzo, Giuseppe Francescato, Alberto M. Mioni, Lorenzo Renzi, fra gli altri), il cui operato proviamo a rivalutare, guardando anche al di là di facili contrapposizioni.

  • Nel “periodo delle traduzioni” (anni Sessanta-Settanta) si può individuare una breve “stagione della linguistica romena”, che non è mai stata messa in luce adeguatamente nonostante il grande valore intrinseco delle proposte.

  • Abbiamo effettuato una ricognizione degli studi su riviste e libri specificamente romeni, nei quali le idee di Tullio De Mauro sono state presentate, esposte, esaminate e discusse; quindi, sulla base di risultati non del tutto scontati, abbiamo cercato di delineare alcuni tratti essenziali della sua ricezione.

“LA BREVE STAGIONE DELLA LINGUISTICA ROMENA”

Volumi pubblicati nella collana «Linguistica» (dir. C. Tagliavini):

• Nicolae Drăganu, Storia della sintassi generale, Pàtron, Bologna 1970 [1944]
n° 1 – trad. di Paola Bardelli Plomteux
• Salomon Marcus, Edmond Nicolau, Sorin Stati, Introduzione alla linguistica matematica, Pàtron, Bologna 1971 [1964]
n° 5 – trad. di Filippo Franciosi
• Tatiana Slama Cazacu, Introduzione alla psicolinguistica, Pàtron, Bologna 1973 [1968]
n° 9 – trad. di Paola Bardelli-Plomteux, Mihaela Cârstea, Dina Fabiani

ALTRI VOLUMI:

• Ioan Guţia, Grammatica romena moderna, Bulzoni, Roma 1967 (rist. 1981]
• Lorenzo Renzi, Canti narrativi tradizionali romeni. Studio e testi, Olschki, Firenze 1969
• Alexandru Niculescu, Florica Dimitrescu (a cura di), Testi romeni antichi (secoli XVI-XVIII). Con introduzione, studio linguistico e glossario, Antenore, Padova 1970
• Vasile Florescu, La retorica nel suo sviluppo storico, a cura di Renato Barilli, trad. di Alessandro Serra, il Mulino, Bologna 1971 [1960]
• Eugenio Coseriu, Teoria del linguaggio e linguistica generale. Sette studi, a cura di Raffaele Simone, trad. di Raffaele Simone e Luigi Ferrara degli Uberti, Laterza, Bari 1971 [collana «Biblioteca di cultura moderna», n° 715]
• Sorin Stati, Teoria e metodo nella sintassi, il Mulino, Bologna 1972 [1967]
• Iorgu Iordan, Maria Manoliu Manea, Linguistica romanza, a cura di Alberto Limentani, trad. di Marinella Lőrinczi Angioni, Liviana, Padova 1974 [1965]
• Alexandru Niculescu, Strutture allocutive pronominali reverenziali in italiano, Olschki, Firenze 1974
• Sorin Stati, Il significato delle parole, D’Anna, Messina-Firenze 1975
• Sorin Stati, Strumenti logici per la linguistica, Pàtron, Bologna 1976 [1971]
[collana «Linguistica generale e storica», diretta da C. Tagliavini, n° 2]
• Sorin Stati, Le teorie sintattiche del Novecento, il Mulino, Bologna 1977
• Marin Mincu, Marco Cugno, I canti narrativi romeni. Analisi semiologica, Giappichelli, Torino 1977
• Marin Mincu, I mondi sovrapposti. La modellizzazione spaziale nella fiaba romena, Giappichelli, Torino 1978
• Sorin Stati, Manuale di semantica descrittiva, Liguori, Napoli 1978
[collana «Strumenti linguistici» diretta da Gianfranco Folena, n° 4]
• Sorin Stati, Il dialogo. Considerazioni di linguistica pragmatica, Liguori, Napoli 1982
• Marin Mincu (a cura di), La semiotica letteraria italiana. Interviste con D’Arco Silvio Avalle, Maria Corti, Cesare Segre, Umberto Eco, Emilio Garroni, Stefano Agosti, Marcello Pagnini, Alessandro Serpieri, Gian Luigi Beccaria, Aldo Rossi, Antonino Buttitta, Gian Paolo Caprettini, Feltrinelli, Milano 1982

I paratesti della traduzione

Nella Biblioteca Nazionale di Castro Pretorio mi sono imbattuto quasi per caso nella locandina di un convegno internazionale, “Oltre il titolo: la traduzione e i suoi paratesti” – si terrà a Tor Vergata il pomeriggio di giovedì 19 aprile e proseguirà la mattina del giorno successivo alla Nazionale.

Locandina del convegno “Oltre il titolo: la traduzione e i suoi paratesti”
Nonostante la minacciosità del suo… titolo (scusate il bisticcio – qui, dalla tesi di Mariapia Tarricone del 2000, una spiegazione distesa, che segue molto da vicino il testo di Gérard Genette del 1987, 1989 in traduzione italiana Einaudi, a cui risale; da integrare con le dimensioni semiotiche, come indica il dizionario della comunicazione on-line dell’Ateneo Salesiano, ossia Franco LEVER – Pier Cesare RIVOLTELLA – Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche), potrebbe essere interessante proprio per l’aspetto specifico che mette a fuoco, grazie alla presenza di relatori di varia estrazione e impegnati su lingue e ambiti culturali anche molto diversi.
L’annuncio era già stato dato da Giulia Grimoldi su bloc notes, il blog della rivista Tradurre.it, ma ai primi di novembre dello scorso anno. Sarà quindi utile rinfrescare la memoria, riportandone qui il programma dettagliato, seguito da qualche breve cenno almeno sui 4 moderatori (sui contributori so ben poco, ma mi interessa soprattutto Sabine Schwarze, di cui ho apprezzato il contributo Übersetzungstheorie und Übersetzungskritik in Italien im 19. und 20. Jahrhundert (pp. 1951-1962), stilato con Andreas Bschleipfer e che porta il numero 196 nella XXVII sezione, dedicata a «Die Übersetzungskultur in Italien / Translation and cultural history in Italy / Histoire culturelle de la traduction en Italie» (pp. 1907-1981) e compresa nel terzo tomo del volume 26 di Übersetzung-Translation-Traduction, curato da Harald Kittel, Juliane House e Brigitte Schultze nel 2011, e parte del mastodontico progetto internazionale diretto per l’editore Gruyter da Herbert Ernst Wiegand, Handbuch zur Sprach- und Kommunikationswissenschaft (più brevemente HSK).
Di Schwarze invece non ho ancora consultato la promettente monografia Sprachreflexion zwischen nationaler Identifikation und Entgrenzung. Der italienische Übersetzungsdiskurs im 18. und 19. Jahrhundert (Nodus, Münster, 2004).
Programma del convegno “Oltre il titolo: la traduzione e i suoi paratesti”

Gabriella Catalano, docente di Lingua tedesca a Tor Vergata.

Gabriella Catalano, germanista, è stata la curatrice (con Fabio Scotto) dell’importante volume con gli atti di un altro convegno internazionale, molto denso, svoltosi a Milano dal 18 al 20 novembre 1999: La nascita del moderno concetto di traduzione. Le nazioni europee fra enciclopedismo e epoca romantica (Armando, Roma, 2001); tra i relatori più noti segnalo Emilio Mattioli, Bruno Osimo e Stefano Garzonio. Oggi è Ordinario di Lingua tedesca a Tor Vergata e notizie pertinenti alla sua attività sono sul sito dell’università.

Matteo Lefèvre, docente di Lingua spagnola a Tor Vergata.

Matteo Lefèvre è Professore associato (II fascia) di Lingua e traduzione – Lingua spagnola (L-LIN/07) presso il Dipartimento di Storia, Patrimonio culturale, Formazione e Società dell’Università di Roma “Tor Vergata”. Un curricolo completo (dalla formazione alle pubblicazioni e gli insegnamenti impartiti, aggiornato al 7 aprile u.s.) si trova a questo link di Didatticaweb dell’università di Roma 2.

Simona Munari (di cui non ho trovato immagini su internet: compenso con le notizie su di lei) condivide con Lefèvre sia l’insegnamento (gli esperti direbbero “incardinamento”…!) all’ateneo romano di Tor Vergata, sia le competenze di ispanista, a cui però aggiunge anche quelle di francesista, impegnata in «ricerche sulla pratica traduttiva e sulla riscrittura come forme della mediazione fra culture europee in età moderna, con particolare riferimento alle questioni teoriche che a partire dal Seicento hanno animato il dibattito letterario francese sulla funzione della lingua quale modello e tramite di scambio culturale nell’Europa romanza. Ha indagato la traduzione come pratica censoria e l’evoluzione della lingua francese in rapporto alla definizione del canone e allo sviluppo dei generi letterari. Ha pubblicato vari studi sull’ispanismo e italianismo francese, l’edizione critica di due tragicommedie e uno studio monografico sulla circolazione dei romanzi spagnoli in Francia e Italia nel Seicento. In parallelo, si è dedicata allo studio e valorizzazione di alcuni Fondi d’archivio relativi all’ispanismo francese novecentesco presso il Collège de France parigino, con particolare attenzione agli epistolari inediti». Queste informazioni e un elenco integrale delle sue pubblicazioni (tre saggi in spagnolo anche scaricabili) sono reperibili sul sito ufficiale dell’università.

Nicoletta Marcialis, docente di Filologia slava a Tor Vergata.

Nicoletta Marcialis, infine, iniziò la sua attività traduttiva cimentandosi con un Michail M. Bachtin ancora praticamente sconosciuto, in Italia e in buona parte del mondo occidentale, nel volume curato da Augusto Ponzio, Michail Bachtin. Semiotica, teoria della letteratura e marxismo (Dedalo, Bari, 1977). Oggi, ereditando il magistero di Cesare G. De Michelis (se non proprio quello materiale, certo quello ‘ideale’, come testimonia la sua curatela, insieme a Marina Ciccarini e alla summenzionata Gabriella Catalano, della Festschrift recente, intitolata La verità del falso, Viella, Roma, 2015), è professore ordinario di Filologia Slava presso l’Università di Roma Tor Vergata. Anche per lei gran parte delle informazioni utili si possono ricavare dal suo curricolo, pubblicato su Didatticaweb, più i materiali reperibili sul sito dell’Associazione Premio Gorky.

Ci vediamo al convegno!

Un convegno su donne/lingua/traduzione con Peter Burke

Sono capitato davvero casualmente sul Call for Papers, ma la data in cui si terrà il convegno mi ha colpito: è quella del mio compleanno!
C’è tempo sino al 23 febbraio per inviare il proprio contributo su “Women, Language(s) and Translation in the Italian Tradition”, scrivendo a Helena Sanson (hls37@cam.ac.uk).
A me è venuta in mente subito la figura di Adele Masi, seconda moglie di Michele Lessona, rivalutata anche come traduttrice dalla storica Paola Govoni nel quarto capitolo del suo libro fondamentale (per le mie ricerche) Un pubblico per la scienza. La divulgazione scientifica nell’Italia in formazione (Carocci 2002) e poi approfondita ulteriormente nel suo contributo Adele Masi Lessona in E. Luciano, C.S. Roero (a cura di), Numeri, atomi e alambicchi. Donne e scienza in Piemonte dal 1840 al 1960 – Parte prima (Centro studi e documentazione pensiero femminile, Torino 2008, pp. 8-14, che non ho però consultato).
Per chi non ne sapesse nulla, può ancora trovare su internet tracce dell’incontro su “Michele Lessona, naturalista divulgatore, svoltosi presso il Museo di Scienze Naturali di Torino sempre il 7 novembre, ma del 2011 (in realtà un altro sito scrive che fu rinviata al 28 novembre causa maltempo): la relazione di Govoni metteva a fuoco «i principali scopi e le funzioni della multiforme attività editoriale di Michele Lessona e Adele Masi negli anni del successo della cosiddetta “scienza per tutti”: un genere editoriale di cui i due furono protagonisti nei primi decenni dopo l’unità».
Ancora meglio, si vedano i cenni redatti da Ariane Dröscher nel sito/dizionario biografico di scienziate italiane, coordinato da un’altra brava studiosa italiana di storia della scienza, Raffaella Simili: Scienza a due voci. Le donne nella scienza italiana dal Settecento al Novecento.

govoni

Paola Govoni in un convegno a Cagliari (“Eva Mameli Calvino, itinerario al microscopio”, 6-7 novembre 2014)

Chiusa la divagazione, passo a ricopiare qui sotto la presentazione e i dati essenziali per chi fosse interessato a partecipare al convegno che si terrà presso il Clare College di Cambridge (UK) il 7 e 8 novembre 2018.

Key-note speaker: Professor Peter Burke, Emmanuel College, University of Cambridge
Guest of honour: Dacia Maraini, internationally acclaimed novelist, essayist, playwright, and translator
This conference intends to explore women’s roles in the circulation of ideas and the dissemination of knowledge in the Italian tradition, across the centuries, by means of translations. It focuses on the role of women as translators, as well as, more broadly, agents of all kinds (e.g. translations for women, commissioning of translations by women) in the production and circulation of translations.

In the last few decades an expanding corpus of scholarly works and research activities have greatly contributed to extending our knowledge of women’s roles in the history and cultures of translation, especially with reference to England, France, and Germany, whereas in the Italian tradition, the topic has so far not received the scholarly attention it deserves.

This conference aims to offer a contribution to the cultural history of translation in Italy, also taking into consideration the complex and varied linguistic situation of the peninsula. Translation has at times been deemed a compromise between women’s artistic aspirations and the perils of authorship of imaginative literature, a way for women to leave their mark in an otherwise hostile literary environment. In fact, research on the topic has shown that this understanding of the role of translation for women is limiting. Translating has encompassed both a private and public element: some women took up translation as a literary pastime, whereas others have depended on the income they received from it to make a living. Other women have engaged in translation alongside their own creative writing, interacting and collaborating in cultivated circles with eminent figures from the republic of letters, and others still have seen translation as a means of expressing their scholarship and erudition, or expressing their political engagement and ideological convictions. Some women translators, whether in domestic contexts or in convents, in salons or at court, made texts available for the benefit of readers less familiar with other languages. Historically, women have translated from (and into) classical languages, as well as from one modern language into another, or from one dialect into another.

Crossing linguistic and cultural boundaries, women have translated a variety of genres, from poetry, novels, and plays, to history, biography, conduct literature, economic and legal texts, religious and devotional writings, scientific and philosophical works.

Questions to be considered when submitting proposals, include, but are not limited to:
– women’s access to the study of classical and foreign languages; the metalinguistic tools and resources available to assist translators in their task, as well as practices of language learning; women translators and their access to and use of the Italian language, and their contribution to its development by means of translations; the multilingual and multicultural contexts of the Italian peninsula, and therefore the linguistic and cultural contexts in which translations took place and were received; women as patrons, printers, and readers of translations, and their role in the circulation of translations among countries; individual and collaborative translations; the ‘authorship’ of translations (e.g. published anonymously/under initials/full name); women translators’ reflections on translation; translation practices and attitudes; tactics of intercultural negotiations of ideas and meanings, and of adaptation of the original texts; modes of production and distribution of translations; influence and reception of translations for and/or by women; intended audiences and readerships; material aspects of works translated; manuscript and print translations. Contributions that discuss translations of Italian women writers’ works into other languages are also welcome.

‘Women, Language(s) and Translation in the Italian Tradition’ is generously supported by the Isaac Newton Trust and by the Italian Section, Faculty of Modern and Medieval Languages, University of Cambridge.

PROPOSALS:
Presentations in English are strongly encouraged. Papers should be 20 minutes in length (+10 minutes of discussion). Proposals should be submitted in a single Word/Pdf document to the organiser Dr Helena Sanson (hls37@cam.ac.uk), and should contain the following information:
Name, Institutional affiliation (if any), Email, Title of the proposal and abstract (250-300 words), a short CV, with a list of your main publications (no more than 2 pages).
Proposals by postgraduate students and early career researchers are encouraged and particularly welcome.

 

Il ruolo storico dei traduttori (secolo XVIII)

Il titolo di questo post è una traduzione molto libera e “interpretante” di un convegno, tenutosi meno di un mese fa a Firenze (chi non ha tempo o voglia di proseguire la lettura, trova tutte le informazioni a questo link).
Si tratta di un workshop organizzato dal Dipartimento SAGAS dell’Università di Firenze e dal Department of History and Civilization dello European University Institute.
Si è svolto a Firenze, nella Sala del Camino di Villa Salviati (Via Bolognese 156), il 23 giugno 2017; il titolo era Translators as historical actors.

Vale la pena leggere il testo di presentazione, soprattutto nelle righe iniziali, che riporto qui sotto (miei i neretti, aggiunti per evidenziarne gli aspetti a mio avviso più significativi – vi ho anche introdotto tacitamente alcune lievi modifiche/correzioni):

The importance of the study of translation is increasingly realised by historians, and is no longer left to theoreticians of translation or literary specialists. This workshop, like the two previous ones in the series, will look at the question through a study of translators, in order to acquire a better understanding of translation as a historical phenomenon and its importance.
In the introduction to Cultural Translation in Early Modern Europe, Peter Burke asked: who translates? With what intentions? For whom? With what consequences?
This workshop will, through case studies of individual translators or particular groups over a long historical period, both try to answer these questions and look at the context in which they worked and the factors influencing their decisions and the publication of their translations.
This third workshop will concentrate on the Eighteenth Century. Like the two previous ones workshop is co-organised in collaboration with the History Department of Università di Firenze (SAGAS), as part of a programme of wider cooperation, and also with the Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno, ISPF-CNR, Milano-Napoli. It will also be an opportunity to present the project of a database of eighteenth-century translators.

Ecco anche il programma (ometto le varie pause, evidenti dall’orario):

9.30 Introduction: Rolando Minuti, Luisa Simonutti, Ann Thomson

10.00-10.45 Giancarlo Casale: Revisiting Translation in the Ottoman Empire: A Long View

11.00-11.45 Yasmin Haskell: Jesuit Poetic Translation in the Shadow of the Suppression: Commerce, Consolidation, Consolation?

11.45-12.30 Stefano Pellò: Translation and the Hindu Scribe: Reconstructions from the 18th c. Indo-Persian space

14.00-14.45 Antonella Alimento: Une opération de publication: l’édition livournaise du Del commercio de Belloni (1751)

14.45-15.30 Gertjan Schutte: Debates on decline and economic reform in the Dutch Republic, 1771-1796

16.00 Presentation of the Database on eighteenth-century translators, followed by a Roundtable, chaired by Luisa Simonutti, with: Emmanuelle de Champs, Lázló Kontler, Giovanni Tarantino, Luisa Simonutti, Alessia Castagnino, Rolando Minuti

Marco Guidi & Monica Lupetti: presentation of EE-T Project

Non è chiaro se ne verrà fuori una pubblicazione. Personalmente lo ritengo improbabile, più facile che questo sia un momento intermedio che porti, con altri progetti e ricerche, a una delle pubblicazioni della Società italiana di studi sul secolo XVIII (donde l’acronimo SISSD), di cui si trova l’elenco completo qui.
Ricordo che il primo volume fu quello curato da Lia Formigari nel 1984, fortemente innovativo nell’impianto e negli ambiti indagati, con diversi saggi ancora oggi citati (e citabili): Teorie e pratiche linguistiche nell’Italia del Settecento (il Mulino).

Per finire, occorre ricordare per contiguità temporale le ricerche svolte già da anni anche da Giulia Cantarutti e Stefano Ferrari, polarizzate soprattutto (ma non esclusivamente) sulla Germania e pubblicate da FrancoAngeli (cliccando sull’immagine si arriva a una pagina con una silloge per ciascun volume):

La copertina di Cantarutti, Ferrari, Filippi (a cura di) 2010

Traduzioni e traduttori del Neoclassicismo (2010), che si apre con un importante saggio metodologico di Michel Espagne;

La copertina di Cantarutti, Ferrari, Filippi (a cura di) 2013

Traduzione e Transfert nel XVIII Secolo (2013), acquistabile anche on-line;
il “progenitore” uscì invece per il Mulino nel 2001:
Il Settecento tedesco in Italia. Gli italiani e l’immagine della cultura tedesca nel XVIII secolo.

La copertina di Cantarutti, Ferrari, Filippi (a cura di) 2001

Sono tutte pubblicazioni dell’Accademia roveretana degli Agiati, fondata (sarà un caso?) nel 1750 e approvata con diploma imperiale da Maria Teresa d’Austria tre anni dopo. Per chi ne volesse sapere di più, da questo link può scaricare gratuitamente la monografia di Marcello Bonazza, L’Accademia Roveretana degli Agiati (Osiride, Rovereto 1998 – PDF di 89 pagine, 17 megabyte).

Aggiungo ancora qualche integrazione:

  • di Giulia Cantarutti segnalo altresì un altro saggio: Ars translationis nell’Italia arcadica con un inedito Discorso intorno al tradurre (1770), in Graziano Benelli e Manuela Raccanello (a cura di), Tradurre la letteratura. Studi in onore di Ruggero Campagnoli, Le Lettere, Firenze 2012, pp. 37-48.
  • Dopo il pionieristico (e infatti menzionato di rado) studio di Claudia Fanti, Teorie della traduzione nel Settecento italiano (Tipografia Compositori, Bologna 1980), accosto qui altri volumi afferenti, derivanti da convegni:
  • diversi dei saggi contenuti in Gabriella Catalano e Fabio Scotto (a cura di), La nascita del concetto moderno di traduzione. Le nazioni europee fra enciclopedismo e cultura romantica (Armando, Roma 2001 – in questo caso si tratta degli atti di un convegno internazionale, tenutosi all’Università IULM di Milano dal 18 al 20 novembre 1999), fra i quali spicca per nettezza Emilio Mattioli, La teoria della traduzione in Italia fra Settecento e Ottocento: le linee guida (pp. 88-101);
  • Il genio delle lingue. Le traduzioni del Settecento in area franco-italiana (Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1989 – atti del Primo colloquio italo-francese “Le traduzioni nel Settecento”, Torino, 28-30 ottobre 1985, con un saggio rilevante di Stefano Gensini in “pole position”);
  • Arnaldo Bruni, Roberta Turchi (a cura di), A gara con l’autore. Aspetti della traduzione nel Settecento (Bulzoni, Roma 2004), che contiene anche una piccola antologia di testi di Madame Dacier, Desfontaines, D’Alembert, Batteux, Delille;
  • quello curato da Giuseppe Coluccia e Beatrice Stasi, Traduzioni letterarie e rinnovamento del gusto: dal neoclassicismo al primo Romanticismo, che riporta gli atti del convegno internazionale tenutosi a Lecce-Castro dal 15 al 18 giugno 2005 (Congedo, Galatina 2006);
  • almeno la prima metà dei contributi raccolti in Antonio Daniele (a cura di), Teoria e prassi della traduzione (Esedra, Padova 2009 – Atti del convegno di Udine del 29-30 maggio 2007, collana «Filologia veneta», IX).
  • Last not least, un convegno su un traduttore poco noto di questo periodo: Paolo Rambelli (a cura di), Dionigi Strocchi e la traduzione neoclassica [Atti del convegno di studi Faenza–Forlì, 15-16 febbraio 2013], Aracne, Ariccia 2015 [ISBN 978-88-548-8474-8]. A una premessa di Andrea Cristiani seguono saggi di Arnaldo Bruni (La traduzione come paradigma della cultura neoclassica), Francesca Martina Falchi (Il Callimaco di Strocchi: la cultura della traduzione), Luca Frassineti Dodici lettere inedite di Giovanni Antonio Roverella conte di Sorrivoli, traduttore e patriota dimenticato), Federica Marinoni (Dionigi Strocchi nella scuola carducciana: la tesi di laurea di Oda Montanari), Elena Parrini Cantini (Leopardi e la traduzione neoclassica), Bruna Pieri (Io non sono poeta ma filologo: Dionigi Strocchi traduttore delle Georgiche), Paolo Rambelli (Gli editori forlivesi della Scuola Classica Romagnola e la missione del tradurre) e Jean Robaey (Foscolo traduttore di Omero: una discussa armonia).

Chi volesse aggiungere qualche titolo, me lo segnali e provvederò ad allungare l’elenco.

Il primo congresso internazionale di studi sulla traduzione

Si svolge per tutta questa settimana all’università Nanterre di Parigi (già Paris X, oggi nota anche come “Université de Paris Ouest-Nanterre-La Défense”, di cui era presidente onorario Umberto Eco) il primo congresso mondiale di Studi sulla traduzione, più noti come Translation Studies (d’ora in avanti TS).
Il fatto che l’evento occupi tutti e cinque i giorni feriali è la dimostrazione più evidente, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto sia cresciuto questo approccio, dalla formulazione seminale di James S. Holmes nel 1972. {NOTA: La storia è stata raccontata molte volte: v. p.es. nell’esordio (p. 11) della prima edizione di Paola Faini, Tradurre. Dalla teoria alla pratica, Carocci 2004; l’Introduzione di Mirella Agorni al volume da lei stessa curato, La traduzione. Teorie e metodologie a confronto, LED Edizioni universitarie di Lettere Economia Diritto 2005, pp. 9-65; Jeremy Munday, Manuale di studi sulla traduzione, Bononia UP 2012 [2008], 2ª ed., trad. di Chiara Bucaria: § 1.4, pp. 34-38. “Contro” una caratterizzazione ‘teorica’ dei TS, Neergard sceglie opportunamente di qualificarli come «campo di studi» (si veda nell’Introduzione al suo diffusissimo reader Teorie contemporanee della traduzione, Bompiani 2002,2ªa ed., p. 14. E può essere utile ricordare che tradizionalmente l’attenzione per le traduzioni era riservato agli studi di letteratura comparata: cfr. la Prefazione all’edizione riveduta in Susan Bassnett-McGuire, La traduzione. Teorie e pratica, Bompiani 1993, pp. 1-10.}
Una riprova ulteriore è nell’osar chiamare questo primo consesso: «TS: una disciplina autonoma».
Ma non basta: riservato l’intero lunedì ai convenevoli ed esaurite le sessioni introduttive e plenarie, si può ammirare quanto lavoro complesso sia stato svolto dagli organizzatori nell’impostare il programma di lavori. Ecco infatti dispiegarsi sei differenti àmbiti di indagine (domains), ognuno dei quali suddiviso minuziosamente nelle varie giornate, aperte da una conferenza plenaria e poi dipanate in vari laboratori (da un minimo di due a un massimo di cinque) più specifici, descritti chiaramente nel sito che ha una struttura a scatole cinesi, ovvero a matrioska (fra parentesi l’eventuale seduta introduttiva, con relatore):

  1. DOMAIN 1: The State of Play for Translation Studies in the World
    • martedì 11: Europe (Michael Cronin, La traductologie face à Gaïa: enjeux langagiers pour un monde en mutation)
    • mercoledì 12: North America, Latin America, Oceania
    • giovedì 13: The Near and Middle East and Sub-Saharan Africa (Henri Awaiss, Guerre et traduction: 1975-2016)
    • venerdì 14: Asia (Marie-Josée de Saint Robert, La traduction en Chine)
  2. DOMAIN 2: Translation Studies and the History of Translation
    • martedì 11: History of Translation Studies: Concepts, Discourse and Transdisciplinarity (Yen-Mai Tran-Gervat, Un parcours historique des métaphores traductologiques)
    • mercoledì 12: History of Literary and Scientific Translations (Jean-Yves Masson, Comment rendre compte d’un texte d’autrefois?)
    • giovedì 13: A History of the Translations of Sacred, Mystical and Holy Texts (Marc-Alain Ouaknin)
    • venerdì 14: History of the Translation of Philosophical and Religious Texts from the Far-East (Rémi Mathieu, Peut-on traduire Lao zi?)
  3. DOMAIN 3: Theoretical Approaches to Translation
    • martedì 11: Translating Culture (Sherry Simon, L’hôtel, le pont et autres espaces de la traduction; Marianne Lederer, La culture, pierre angulaire du traduire)
    • mercoledì 12: Semiotic, Semantic and Linguistic Approaches to Translation (Magdalena Nowotna, La perception et la forme: comment les traduit-on?)
    • giovedì 13: Cognitivist Theories in Translation (Christine Durieux, Un paradigme cognitif pour la traductologie)
    • venerdì 14: The Dialogue between Psychoanalysis and Translation (Camille Fort, Janine Altounian)
  4. DOMAIN 4: New Methodologies and the Problematics of Literary Translation
    • martedì 11: Textual Genetics, Philology and Translation (Viviana Agostini-Ouafi; Maria Teresa Giaveri, La patte du lion, la main de Saint Jérôme: approches génétiques de la traduction / approches traductologiques de la genèse textuelle)
    • mercoledì 12: Translation Studies and Methods for the Translator of Literary Texts (Françoise Wuilmart, Méthodologies conscientes et inconscientes du traducteur littéraire)
    • giovedì 13: Translation Studies and the Untranslatables (Cornelius Crowley, The Poetics of the Untranslatable”: Time Out from the Politics of Tweeted Carelessness)
    • venerdì 14: Translating Oral Discourse or Direct Speech (Gabriel Bergounioux, Traduire ce qui n’a pas été dit : comment se représente l’endophasie ?”)
  5. DOMAIN 5: Translation Studies, Terminology and Transdisciplinary Discourses
    • martedì 11: Translation Studies and Translation in the Humanities (Tatiana Milliaressi, Traduire un texte épistémique)
    • mercoledì 12: Terminology and Translation Studies (Jean Pruvost, De l’usage des dictionnaires monolingues d’hier et d’aujourd’hui pour la traduction; Rosa María Agost Canós, Quelle terminologie pour qui? Les liaisons avantageuses entre traducteurs et terminologues)
    • giovedì 13: Translation Studies: Economic and Legal Activities (Michel Rochard, Le Traductologue et le pull-over économique; Franck Barbin, Spécificités de la traduction économique, financière et commerciale)
    • venerdì 14: Translation Studies and Political Discourse (Carmen Pineira-Tresmontant, Le dialogisme dans la traduction du discours politique)
  6. DOMAIN 6: The Digital Revolution, the Audiovisual Sector and Translation Studies
    • martedì 11: Corpus and Software/Applications for Translation (Natalie Kübler; Rudy Loock, The Use of Electronic Corpora in Translation and Translation Studies: “You like potato and I like potahto”?)
    • mercoledì 12: Automated Language-Processing and Translation Studies (Nadine Lucas, Qu’apportera(it) la traductologie au monde du traitement automatique des langues?)
    • giovedì 13: The Evolution of Tools, Professions and the Practice of Translation (Elisabeth Lavault-Olléon, L’approche ergonomique en traductologie appliquée: petit état des lieux)
    • venerdì 14: Translation Studies Serving the Audiovisual Sector (Laura Cruz García; Gius Gargiulo, Cinéma, séries télé et jeux vidéo : Les aventures de la traduction)

Che varietà sorprendente: ce n’è veramente per tutti i gusti!
A rendere ancora più bello il panorama ci sono ben quattro italiani a coordinare alcuni workshops: infatti oltre alla torinese Maria Teresa Giaveri intravista sopra (dominio 4, prima sessione), incontriamo:

  • Licia Reggiani, Bologna (dominio 1, sessione 1, laboratorio 2: Southern Europe: Croatia, Spain, Greece, Italy, Portugal, Slovenia)
  • Fabio Regattin, Bologna (2, 2, 4: History of the Reception of Scientific Texts in Translation)
  • Antonio Lavieri, Palermo (2, 2, 5: Narratives of Translation and Translation Imaginary)
  • Antonio Lavieri, Palermo (4, 1, 1, con Stefano Bory e Michèle Leclerc-Olive: Translating the Social Sciences: Elements for a Genetic Criticism)
  • Chiara Montini, Pisa (4, 2, 4: Narratives of Translation and Translation Imaginary).

Ma altri ancora ce ne sono, a scavare bene negli Abstracts (tutti rigorosamente in inglese e francese)… e questo è ancora più interessante se lo si confronta con quanto scrive Roberto Menin nella sintesi del suo intervento (sub 1-1-2), significativamente intitolato “Una traduttologia alla ricerca di se stessa: il caso italiano”:

Translation theory in Italy does not actually exist as a single and common trend, and this is confirmed by the small – indeed extremely rare – number of quotes and bibliographical references taken from the Italian field of translation studies. […] In fact, there are many items and lines of research in all the subdomains of translation studies, but scholars and researchers are not able to identify a single contextual reference outside their own discipline. It is as if pedriatrics could exist without general medicine. One of the reasons for this situation could be the integration of each field of research into different schools and faculties. The theory of literary translation, for example, is contained within each individual language area that has little knowledge of and rarely interacts with the others – as is the case for Italian, English, German, Hispanic Studies and so on. […] The Italian world of translation meets during festivals, city fairs, important literary events (Bookcity, Fiera del libro/Book Fair, Fiera del libro per ragazzi/Children’s Book Fair, etc), but all the discussions and considerations are dominated by the source language. One interesting new aspect is the growth of an online content, such as journals (for example, literary or theatre translation journals) and centres for permanent education that are now creating networks with academic and institutional education centres (mainly universities). Within this general framework, there are apparently all the ingredients needed to develop a strong tradition of Italian translation theory/studies, but we must simply find some elements to bring them together.

Un po’ troppo ottimista, forse, ma comunque un punto di vita originale.

Il logo dell’università parigina che organizza il convegno internazionale

Si tratta di un’iniziativa congiunta della SoFT, Société Française de Traductologie (Paris-Nanterre University), insieme a sue filiazioni: il SEPTET, Société d’Études des Pratiques et Théories en Traduction, la Society for Tertiary Education Specialists in English (SAES), il laboratorio MoDyCo, Modèles-Dynamiques-Corpus e il CREA, Centre de Recherches anglophones, col patrocinio della commissione francese dell’UNESCO.

Le 3 branche della traduttologia: storia, prassi e teoria

Gli appuntamenti si ripeteranno ogni 3 anni e si dovranno occupare sempre delle tre branche principali dei TS: storia, prassi e teoria della traduzione. Gli atti sono previsti su carta (per la nota casa editrice Classiques Garnier) e, in forma leggermente differente, anche on-line.

Avrei voluto tradurre la descrizione riportata nella pagina principale del sito, ma è in inglese e pertanto mi limito a ricopiarla qui sotto (corsivi e neretti sono presenti nell’originale). Buona delibazione!

Several factors determine the autonomy of a discipline: its place as an object of reflection in the history of the intellect, the quality of its engagement in other disciplines, and its impact on society.
Translation is one of the very first responses in actu to the temptation of explaining the meaning of human language. And beyond linguistic considerations and crossings between languages-cultures, translation relates to a crucial reflection on its very nature, its ontological foundations and the nature of reality perceived and represented through consciousness. Well before the translator Cicero made a few remarks on the dependance of language on the philosophical environment in which it unfolds, readers and translators of Heraclitus « the obscure » were confronted with the central difficulty of translating the form of discourse of the presocratic philosopher that was susceptible to imitate the structure of reality, this possible isomorphism, intended or not, but which changes the framework in which the translator operates. From this period in time, right up to Octavio Paz and Yves Bonnefoy, there remains the question of the translation of the pre-rhetorical and pre-conceptual nature of the form, as well as the translation of “culturemes”, “philosophemes” or “cognemes”.
During the XXth and XXIst centuries, not only a growing number of disciplines have contributed to the enrichment of translation studies but they have even been enriched by the theories and concepts developed within the field of translation studies. This transversal work has today gone beyond the first stage of pluridisciplinarity – that wary relationship of proximity –, followed by interdisciplinarity, the entente cordiale, to reach finally that of transdisciplinarity, an assumed puerperium which alone leads to a new painless delivery. Language sciences, on the one hand, comparative literature, on the other hand, the philosophy of language and even theology can no longer oversee by themselves (whether they be separated or in groups) a discipline that has its own concepts, its own specialist community, and above all, one that is based on its own practice.
The constant recourse to translation in all the spheres of contemporary society – and as a result, the use of an increasing number of professional translators –, the multiplication of training courses and research further increases the tightening of the links between practitioners as key players and theorists in this discipline. Even if the university authorities in numerous countries do not yet officially recognise translation studies, either through a lack of awareness or for any other reason that escapes the world of specialists, the fact remains that such a discipline, defined as the reflection on all the dimensions of the act of translating, cannot be lumped together with others. And indeed the principal objective of this congress is to establish translation studies as an autonomous discipline.
With this principle in mind, the congress will therefore be organised around six key domains with as many disciplined-based subsets that could combine all languages. Each domain is divided into four sessions and each session into four or five related workshops. A workshop will have between seven and eight papers spread over a single day and followed by a debate where other presenters can participate.
The first domain, which is more generalist and factual, will chart the state of play for translation studies in the world today. An attempt will be made to give an update on the teaching of translation studies in a large number of countries and across the different continents, whether it be within schools or faculties of translation or university courses from year one to doctorate studies. Moreover, we will be able to focus on the progress in translation studies research, the development of centres for research or specialist publications, and the evolution of editorial policies for translation studies or translations.
The second domain will try to provide an overview of the history of translations through its most varied aspects, both from the point of view of discourse and concepts encountered through the history of translation studies to the specific genres it deals with, including, for example, literary or scientific texts. This second domain aims at positioning itself as a continuation of a dominant French model which, in recent years, has concentrated on in-depth encyclopaedic research by teams of specialists studying the History of Translations into French (the HTLF, directed by Yves Chevrel and Jean-Yves Masson, Sorbonne University). This research has led not only to exploring the history of the reception of translations, but also to the history of translation practices, their theories or the theoretical assumptions that their works reveal. Further still, this congress in 2017 will provide an opportunity for an important number of workshops to focus on the history of the translations of philosophical or religious texts and, by doing so, explore domains that are still rarely consulted, as shown in the results provided by the HTLF.
The third domain will concentrate on all the most salient and innovative aspects of the theoretical approaches to translation in the XXIst century. Umberto Eco in particular will be honoured this year. The transdisciplinary approach will therefore be emphasised often in order to highlight the theoretical links, at the heart of translation studies between, for example, semantics and cognitivism, symbolism and semiotics, or between feminism and gender studies, and even between certain psychoanalytical concepts and some of the “theorems for translation”.
The papers in the fourth domain, will concentrate essentially on the methodologies for literary translation, whether they be developed by professional translators or translators from the world of academia. The presentations will thereby emphasise the four most innovative or recurrent aspects of recent research into the methods or the problematics of translation: textual genetics which has developed since the 1970s and has recently led specialists in translation studies to be interested in the contribution of this discipline and to reconstitute, in a dynamic way, the very act of translating in order to highlight the doubts, the flaws and the achievements of the translator during the birth of the target text; the growing challenges of untranslatability: the untranslatability of certain texts belonging to recent disciplines such as law and the humanities; aporiae in the translation of poetic, religious or philosophical texts, that have been revisited; or further still, the aporiae that arise from translating different types of oral discourse including its most contemporary, literary or dialectical forms.
The fifth domain will show the new calmer orientations taken by terminology-translation studies, in the well-established translation fields of economics and commerce as well as political discourse, and also try to pave the way for the new field of legal translation studies and revamped sociolingusitics. Electronic dictionaries, the fruit of recent research in general linguistics and knowledge engineering, will be dealt with not only as electronic tools for lexicological research, but also the latest advances in ergonomics and meta-cognitition. Translation studies in the humanities develop in terms of transposable and not superposable terminology. They do not lend themselves to unity and normalisation. The workshops will shed new light on the status of translation in relation to literary and specialised translation that will bring together philosophers, philologists and linguists.
Finally, the sixth domain will explore, in the context of the digital revolution and the upheavals in the audiovisual sector, the linguistics of the corpus which, for several years now, has opened up new fields for exploration and application for researchers in translation studies by proposing corpus processing tools – aligned or simultaneous –, automatic translation or translation tools, the creation and management of data bases for terminology. This domain will also explore the new translation tools using mobile phones and voice recognition techniques, as well as the new professions that are entirely linked to the evolution of digitalisation for post-editing, quality assurance and project management. The physical, cognitive or organisational ergonomics of professional translation activities will be studied along with the development of collaborative tools. Finally, this domain will show the need for even more cutting-edge reflection for translation studies in relation to the cinema, subtitling, dubbing, video games, and will also include the latest advances in the field of sign languages.

La scuola di Nitra (e molto altro)

Cominciò con una domanda, apparentemente generica, su una lista di discussione. In realtà risultò ben mirata, perché mi fece rendere conto quasi subito di non saper trovare assolutamente nulla sull’argomento Nitra school – nonostante i libri ben impilati sugli scaffali e qualche altro chiletto di fotocopie impolverate (ricettacolo di temibilissimi pesciolini d’argento).
Ed è finito con un convegno proprio a Nitra, organizzato presso l’università statale di Costantino il Filosofo [1] (così chiamata dal 1996, dopo esser stata fondata quattro anni prima a partire da un istituto pedagogico esistente dal 1959) dal locale Dipartimento di studi traduttivi (posso tradurre così ‘Translation Studies’?), dall’Istituto di letterature mondiali dell’Accademia slovacca delle scienze e dal CETRA, il Centro di studi traduttivi di Lovanio.
Una joint venture inedita e (anche per questo) interessante, rispecchiata pure dal titolo assegnato all’intera manifestazione: Some Holmes and Popovič in All of Us?, che Bruno Osimo mima nel suo intervento, fissato per le 14,30 di oggi (giovedì 8 ottobre, nella sessione 1): Any Holmes and Popovič in any of us Italians?

Il logo del convegno slovacco.

Il logo del convegno slovacco.

Tutti gli altri relatori col programma completo li trovate in un PDF di 8 pagine a questo link.
Andate invece sul sito ufficiale per ogni altra informazione, compresa la sponsorizzazione dell’editore Brill, che ha innestato un catalogo tipicamente accademico sulla lunga e nobile tradizione editoriale dei Paesi Bassi (sebbene oggi l’azienda abbia sede non più solo a Leida, ma anche a Boston e Tokyo).

 

Per chi non conosca bene Holmes e Popovič, dirò subito che condividono una morte prematura attorno alla metà degli anni Ottanta, la quale forse ha impedito loro di dispiegare tutte le implicazioni delle loro proposte, che però sono state accolte tempestivamente e in maniera estremamente positiva dalla comunità dei ricercatori interessati.

James Stratton Holmes (1924-1986) figura in quasi tutte le trattazioni di storia più recente della traduzione, nella cui ricostruzione ha assunto, grazie al saggio The Name and Nature of Translation Studies del 1972 (ma pubblicato tre anni più tardi), il ruolo di fondatore della corrente omonima: da un lato voleva opporsi sia all’impressionismo dell’approccio letterario, sia alle pretese di scientificità (ritenute eccessive) dell’approccio linguistico imperante, ma dall’altro ampliava le prospettive di studio e riflessione in una direzione che poi sarebbe stata ‘culturologica’. [2]
Un suo saggio del 1969 sulla traduzione poetica (La versificazione: le forme di traduzione e la traduzione delle forme, tradotto da Margherita Di Michiel) è incluso nell’antologia curata da Siri Neergard, Teorie contemporanee della traduzione (Bompiani 1995, 20022, pp. 239-256); che sia un contributo secondario rispetto al tema qui escusso lo dimostra, credo, il fatto che l’introduzione stessa della curatrice gli dedica una sola paginetta (p. 36), sebbene l’apporto di Holmes alle ‘grandi manovre’ della traduttologia sia comunque riconosciuto nelle note 3 e 17 da Neergard.

Anton Popovič (1933-1984) è invece l’esponente più noto (si fa per dire…) in Occidente della scuola slovacca di Nitra, ed è merito assoluto di Osimo la presenza sul mercato librario italiano del suo testo chiave, «un pilastro della scienza della traduzione»: Teória umeleckého prekladu (Bratislava 1975), che tradotta da Daniela Laudani, rivista da Osimo e collazionata sull’edizione sovietica seriore (Problemy chudožestvennogo perevoda, Moskva 1980) ha dato origine a La scienza della traduzione. Aspetti metodologici. La comunicazione traduttiva (Hoepli 2006), «la prima traduzione in una lingua al di qua della vecchia cortina di ferro». [3]
Opportunamente sia la traduttrice sia Laura Salmon [4] rammentano la collaborazione fra i due studiosi ed è ancora Osimo che affianca le loro schede nel suo Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei (Hoepli 2002, pp. 212-5).

 

NOTE

[1]
Più noto come Cirillo, nome assunto a Roma con l’ordinamento monacale, poco prima di morire (una cappella dedicatagli a fine Ottocento nella straordinaria chiesa romana di san Clemente ospita le sue spoglie), lasciando al fratello Metodio il compito di proseguire l’evangelizzazione del mondo slavo. Una figura forse trascurata da chi non abbia familiarità con gli studi slavi, ma il cui valore apparento al visigoto Ulfila, o all’umanista Erasmo. Francis Conte lo definisce infatti «il primo grammatico degli Slavi […], linguista notevole per i tempi» (Gli Slavi. Le civiltà dell’Europa centrale e orientale, trad. di Ernesto Garino e Dario Formentin, Einaudi 1991, p. 438), ma soprattutto ricorda che «nell’opera di conversione degli Slavi occidentali all’ortodossia [… difese] la necessità delle lingue e delle liturgie nazionali» ribaltando abilmente l’accusa di eresia che gli muovevano le gerarchie tradizionali: essa non stava «nel tradurre il Verbo, bensì nell’impedire la comprensione della parola del Cristo respingendo le lingue nazionali» (p. 439), sicché ‘barbari’ diventavano coloro che privilegiavano unicamente latino e greco.
Secondo Emanuele Banfi i ‘santi fratelli’ «non solo inventarono, sul modello greco, un alfabeto (l’alfabeto glagolitico, ancora oggi usato in alcune chiese croate dell’Istria, base dell’alfabeto cirillico [che però è successivo – AdeL]) che potesse servire quale mezzo per la formazione di una scripta slava (in una fase linguistica in cui le lingue slave erano, tra l’altro, relativamente poco differenziate al loro interno) ma, soprattutto, forgiarono, a tavolino, una lingua, sostanzialmente artificiale, che potesse valere quale collante, quale elemento di identità, per la grande compagine del mondo slavo. [… cioè] l’invenzione del paleoslavo (o slavo ecclesiastico, o antico bulgaro), un sistema linguistico basato sulla varietà del dialetto slavo-macedone parlato dagli Slavi meridionali tessalonicensi e fortemente modellato, quanto a sintassi e lessico, sul greco bizantino-ecclesiastico» (Le coordinate per una storia linguistica del continente europeo: questioni teoriche e metodologiche, in Le radici prime dell’Europa. Gli intrecci genetici, linguistici, storici, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti – Bruno Mondadori 2001, pp. 364-5).
Tale invenzione attecchì principalmente presso «le genti slavo-orientali (Russi, Ucraini, Bielorussi) e meridionali (Bulgari, Macedoni, Serbi), ovvero le componenti slave orientate verso Bisanzio; mentre le altre componenti, le slavo-occidentali (Polacchi, Cechi, Slovacchi) e due componenti slavo-meridionali (Sloveni, Croati) furono attratte nell’orbita romano-germanica e subirono, attraverso l’orientamento verso il cristianesimo romano/romano-germanico e il conseguente influsso del latino come lingua di cultura, un processo di progressiva occidentalizzazione, vistosamente segnato, tra l’altro, proprio dall’adozione dell’alfabeto latino (anche nella sua forma gotico-germanica)» (Banfi, p. 365).
E Conte rammenta che a forza di tradurre la Bibbia, libri liturgici greci, la patristica, il diritto bizantino e qualche testo ‘scientifico’ «i traduttori divennero i primi creatori delle lingue letterarie slave […] nel solco della tradizione bizantina. Fra i Serbi, i Bulgari e i Russi, le opere originali in lingua slava venute ad affiancarsi a traduzioni sempre più numerose consentirono lo sviluppo delle culture bizantino-slave all’insegna di un vero e proprio processo di filiazione» (Conte, p. 440). Anche per questo papa Woityła li nominò compatroni d’Europa nel 1980, insieme a Benedetto da Norcia, come si apprende su Wikipedia.
Per aggiornamenti e sparigliare un po’ il quadro, non senza una giusta vis polemica, aggiungo infine l’amico Luigi Marinelli, Fra Oriente europeo e Occidente slavo. Russia e Polonia (Lithos 2008).

Insomma, quell’area geolinguistica ci fa pensare a una situazione in un certo senso inversa a quella avvenuta nella Romània (di estensione pressoché equivalente) e che, entro certi limiti (se cioè si prende per buona la qualifica di ‘artificialità’ avanzata da Banfi), sembra mettere in crisi una certa concezione di lingua ‘dal basso’ – quella che, per capirci, vanificò tutti i tentativi descritti nel libro scritto da Eco per la collana ‘comunitaria’: La ricerca delle lingua perfetta nella cultura europea (Laterza 1993 – un testo che ebbi il piacere di redazionare, senza dovervi apportare nessuna correzione sostanziale, per mia fortuna, ma in fondo anche sua…).

[2]
È così per esempio nella prima pagina, la numero 11, della prima edizione di Paola Faini, Tradurre. Dalla teoria alla pratica (Carocci 2004 – ma tutta la Parte prima, che analizza lo sviluppo storico della disciplina, scomparirà nella «nuova edizione» del 2008: Tradurre. Manuale teorico e pratico).
Analogamente, ma in maniera più approfondita, esordisce il capitolo IX, a firma di Margherita Ulrych, La traduzione nella cultura anglosassone contemporanea: tendenze e prospettive, in Ead. (a cura di), Tradurre. Un approccio multidisciplinare (Utet 1997, pp. 213 ss. e cfr. specificamente il paragrafo 9.3.4.).
Si veda anche il capitolo 4 di Edwin Gentzler, Teorie della traduzione. Tendenze contemporanee, a cura di Margherita Ulrych, trad. di Maria Teresa Musacchio, Utet 1998 (ed. or. inglese 1993).
Jeremy Munday riproduce assai utilmente gli schemi in cui Holmes immaginava di articolare la disciplina, filtrati attraverso l’israeliano Toury (Manuale di studi sulla traduzione, trad. di Chiara Bucaria, Bononia UP 2012 – ed. or. inglese 2001, 20082: § 1.4, pp. 34-38).

[3]
Questa citazione, dalla «Nota della traduttrice», è a p. XXVI dell’edizione italiana citata; la precedente, di Osimo, a p. X ivi.

[4]
Nella prima nota all’Introduzione del suo Teoria della traduzione. Storia, scienza, professione (Vallardi 2003, p. 245).

A Torino, la Germania e le traduzioni italiane: «un lavoro un po’ strano, non facile»

J.W. von Goethe sulla via Appia (Wilhelm Tischbein, 1787).

J.W. von Goethe sulla via Appia nella campagna romana (Wilhelm Tischbein, 1787).

È sempre bene portarsi avanti col lavoro: ci ha pensato anche il Giornale della libreria, ripreso poi da Biblit, che rammentano a tutti l’ospite del prossimo, e ormai imminente, XXVIII Salone del libro di Torino (14-18 maggio 2015, Lingotto): la Germania. Magari servisse a esorcizzare l’atmosfera pesante che aleggia intorno alle posizioni rigide di Angela Merkel quando si parla di economia europea…

Non vorrei farla tanto lunga: si sanno già da tempo un sacco di cose (il programma generale occupa 29 pagine di un pdf, scaricabile da qui; contiene anche un nutritissimo elenco di incontri specifici sulla traduzione, grazie a Ilide Carmignani). [NOTA 1] E sarà ‘svelato’ giovedì 7 maggio il programma delle manifestazioni che si terranno fuori della sede tradizionale (il Lingotto ex-Fiat), cioè la dodicesima edizione che quello che si chiama Salone off, #SalToff per gli amici di Titti.
Quest’anno dubito che ci saranno redattori precari o altri ‘interventi’ a vivacizzare una manifestazione che è diventata istituzionale quanto basta (a questo indirizzo una sorta di ‘rassegna stampa’ di quello che si combinò al Salone del 2011).

Vorrei invece mettere assieme un altro paio di segnalazioni pertinenti, senza aspirare all’originalità assoluta, ma per far risaltare quegli aspetti che considero qualificanti del mio blog: il lavoro editoriale e quello traduttivo.

Comincio con un articolo che si trova anche nel testo dei primi link: L’editoria italiana e gli editori tedeschi: piccola storia di un grande amore, scritto da Piero Salabè e datato 20 marzo 2015. Conobbi Salabè una decina di anni fa, si proponeva come redattore e traduttore per spagnolo e tedesco, ma nonostante il suo entusiasmo e la frequentazione di ambienti tedeschi risultò ancora ‘acerbo’ per il livello richiesto.
In questo “ingradimento”, pur nello spazio ridotto consentito da BooksinItaly, si avverte una certa padronanza della materia (en passant cita il caro vecchio Wagenbach, ma anche Piper e Hanser, con le quali pure ebbi rapporti, soprattutto all’inizio degli anni Novanta). In estrema sintesi, Salabè nota che l’onda lunga, l’amore per l’Italia, nato negli anni Sessanta e all’apice con la traduzione del Nome della rosa, oggi è definitivamente tramontata, anche se «le passioni vere possono sempre rinascere, soprattutto dopo una storia d’amore con radici così profonde come quella fra Italia e Germania», conclude. [NOTA 2] Chissà… tutto il discorso rimane però all’interno della sfera letteraria, senza prendere in considerazione nessun altro fattore nello sguardo complessivo. Per dirne uno solo: a mio avviso il crollo del muro di Berlino e la conseguente riunificazione dei due blocchi in cui era stata divisa la Germania dopo la sconfitta subita nel secondo conflitto mondiale quasi certamente hanno contribuito a riorientare in direzione Ovest-Est (semplifico…) interessi che prima si rivolgevano (anche) al Sud.

A questo sguardo sull’Italia dalla Germania si accosta bene l’intervista a Enrico Ganni che Sara Meddi ha fatto trovare il 22 aprile 2015 su Pagina successiva (sito che non conoscevo, tra l’altro). Qui il discorso è ovviamente ribaltato, perché Ganni confessa candidamente: «non non sono in realtà molto preparato…», ma in realtà le sue conoscenze, ancorché presuntivamente generiche, bastano a confermare in più punti quanto descritto da Salabè. E quindi i due si complementano (non so se si complimentano pure) e passo oltre. Il discorso è ribaltato, però, anche perché si concentra sulle traduzioni che Einaudi ha promosso di autori tedeschi da quando Ganni prese il posto di Roberto Cazzola, che nel 1995 passò ad Adelphi (dove tuttora dovrebbe avere un ruolo di capo-redattore), lo stesso anno in cui, come per un raffinato gioco di scacchiera, Renata Colorni passò da Adelphi a Mondadori. [NOTA 3]
Ma al di là delle scelte e delle preferenze letterarie, si sa, inevitabilmente soggettive (si confrontino ad esempio le opinioni di un altro famoso germanista, Cesare Cases, nelle sue Memorie di un ottuagenario (Donzelli, Roma, 2003), alcune considerazioni svolte da Ganni fanno intravedere uno spaccato di vita editoriale italiana e dei suoi cambiamenti, ben più istruttivo di quanto dicano altri.
Ne riporto alcune: «All’epoca era diversa anche la struttura della casa editrice, per cui mi occupavo di tutto ciò che riguardava la Germania: saggistica, narrativa, classici, tascabili, poesia, teatro ecc. Era più una struttura orizzontale, adesso invece è una struttura verticale»; oppure: «ci sono una serie di autori che vanno bene e altri che fanno fatica, ma che magari si pubblicano più per onor di firma. Ma questo non solo da noi, è così per tutte le case editrici, le tirature sono sulle 2.500-3000 copie. In linea di massima, anche guardando i dati dell’AIE, gli autori inglesi hanno una tiratura media doppia, ma anche rispetto ai francesi. Con la crisi le tirature medie si sono però abbassate molto, e la divaricazione adesso è meno accentuata».
E ancora: «Prima di internet era un processo più lento, adesso si è continuamente subissati di proposte. All’Einaudi i computer sono stati introdotti proprio nel ’95, ma inizialmente venivano usati solo per impaginare, non c’erano ancora le mail, non si usava internet, era tutto più tranquillo, si leggevano i libri con calma. Adesso è tutto più veloce, ci sono libri molto combattuti, richiesti da più case editrici, e lì dobbiamo essere fulminei. Basta leggere i verbali delle riunioni Einaudi, per capire quanto sono cambiate le cose. […] era tutta un’altra impostazione» — sottoscrivo pienamente!
Poi ci sono anche delle affermazioni contraddittorie: in qualità di docente, Ganni sostiene che «finché continua a esistere l’editoria così come la conosciamo noi, con questo modello di lavorazione del testo, ci sarà sempre spazio per i traduttori», ma poche righe dopo dichiara che «non c’è molto spazio per inserire nuovi collaboratori. [… e siccome, data la complessità dei testi pubblicati da Einaudi] serve un retroterra culturale oltre che linguistico, […] non c’è moltissimo spazio per nuovi ingressi».
Le seguenti considerazioni qualitative portano anche a riflettere sulle difficoltà insite nel mestiere del traduttore: «il livello dei traduttori, soprattutto dal punto di vista linguistico, è molto migliorato. Fino a vent’anni fa si imparava a tradurre traducendo, con l’aiuto delle case editrici, adesso ci sono molti corsi, alcuni funzionano bene, altri meno… Però si creano anche molte illusioni e in parte si inflaziona il mercato, si crea molta mano d’opera che non ha lavoro e questo, secondo uno schema economico classico, comporta anche un ridimensionamento delle tariffe: se il lavoro non la fai tu, lo fa un altro. Sei io proponessi un contratto con una tariffa di 20-25 euro a cartella mi direbbero che siamo fuori budget. Il secondo discorso che faccio è che ci sono pochissime persone che conosco che vivono di sola traduzione, perché è un lavoro impegnativo, che porta via un sacco di tempo ed è sottopagato» (qui e dopo i neretti sono miei, evidenziano concetti cruciali). E di conseguenza «la scelta di vivere di sole traduzioni è molto problematica. Questo lo dico sempre quando parlo con persone più giovani, dico “fate anche qualcos’altro”. Va benissimo fare traduzioni, ma il mercato è quello che è, le case editrici fanno il loro mestiere di aziende in una società capitalistica e dunque vogliono risparmiare. E poi sei sempre alla mercé delle case editrici. Se per esempio cambia un editor rischi di non avere più lavoro. È stato così anche per me. Visto che il rapporto tra editor e traduttore è molto stretto, un po’ come quello tra editor e autore nell’italianistica, c’è uno scambio di sensibilità e fiducia. […] È un lavoro un po’ strano, non facile». Lo sappiamo bene, ma che ne sia consapevole anche lui e lo esprima in maniera così sincera è secondo me importante: significa che non si può più far finta di nasconderlo.

Tra l’altro, proprio l’estate scorsa Colorni e Ganni erano i due ospiti per la sessione di tedesco alla seconda edizione della manifestazione Traduttori in movimento (Fossombrone, 14-17 luglio 2014).
E il fatto che la figlia di Eugenio Colorni, figliastra di Altiero Spinelli, nipote di Albert Hirschmann, abbia lavorato tanto sulla saggistica (cominciando da Franco Angeli, dopo la laurea in Filosofia medievale, poi curando la monumentale edizione di tutte le Opere di Freud per Boringhieri) mi serve proprio per passare senza soluzione di continuità all’ultimo snodo che intendo proporre.

Vale a dire, per riprendere direttamente il sottotitolo, Un’intervista con Gianfranco Petrillo, direttore di tradurre, rivista online dedicata al mondo della traduzione, circoscrivendo poi nel corso della discussione: «verso l’italiano». Okay, per quello che mi interessa mettere a fuoco, suona assai meglio il titolo: L’importanza della traduzione editoriale.
E siccome si è fatto tardi, fra tutti gli argomenti esposti con una pacatezza invidiabile, una sorta di calma olimpica, da Petrillo, seleziono esclusivamente quello nel quale egli, rivendicando la giustizia e il dovere di citare sempre il nome del traduttore, precisa: «sia che si tratti di narrativa sia che si tratti di poesia sia che si tratti di saggistica, la quale in realtà richiede capacità spesso superiori a quelle richieste per la narrativa». Qui i miei neretti indicano la piena consapevolezza della partigianeria di tale estrapolazione (in Inghilterra l’avrebbero tacciata di whig attitude), ma sorrido a pensare che una tale affermazione, piazzata subito dopo l’esordio, farà sobbalzare sulla sedia più di una persona!

 

[NOTA 1]

No Expo (2015)

No Expo (2015)

All’ultima pagina spunta minaccioso, anche lì, un appello al volontarismo, no, al volontariato… che mi lascia molto perplesso perché suona sempre un po’ come una presa in giro (dal punto di vista dei ‘volontari’) e appare sempre un po’ come un voler approfittare dell’energia, della buona volontà, dell’ingenuità probabilmente, dei più giovani e inesperti (dal punto di vista di chi usufruisce e sfrutta, in tutti i sensi, tali occasioni).  Anche quando, come qui, si garantiscono «momenti di formazione», un’assicurazione e un attestato di partecipazione. Perché di questi tempi il pensiero corre invariabilmente all’EXPO (anche sul blog di San Precario, sul Fatto quotidiano). Nel bene, ma più ancora nel male…

[NOTA2]
Mi piace ricordare qui un volume molto interessante, pur senza potermici soffermare: Natascia Barrale, Le traduzioni di narrativa tedesca durante il fascismo (Carocci, Roma, 2012). L’autrice è anche la traduttrice del volume autobiografico di Klaus Wagenbach, pubblicato da Sellerio nel 2013 (in edizione ridotta rispetto all’originale), del quale ho parlato diffusamente qui.

[NOTA 3]

Da sinistra: R. Colorni, E. Loewenthal, N. Ordine, E. Franco e L. Canfora. XXVII Salone del libro di Torino, 2014.

Da sinistra: R. Colorni, E. Loewenthal, N. Ordine, E. Franco e L. Canfora. XXVII Salone del libro di Torino, 2014.

Sulla Colorni si trova molto in rete, ma (per ragioni di copyright) non l’intervista Sulle spalle di un gigante, variegata e profonda, che le fece Ilide Carmignani per il numero 3 (2003) della rivista Comunicare. Letterature. Lingue, e in seguito ha inflazionato i (pochi) spazi editoriali dedicati specificamente ai traduttori: così ricompare al primo posto nella silloge sempre a cura di Ilide, Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria (Besa, Nardò [LE], 2008, pp. 19-30) ed è l’ultimo dei ‘Materiali’, la prima sezione nel numero 334 (aprile-giugno 2007), dedicato ai «Compiti del traduttore», della rivista aut aut (pp. 40-51).

Vita (agra) da professionisti (in bolletta)

Vita da professionisti

Vita da professionisti

Lo so bene, sono in perfetto ritardo. Non è più una notizia, e questo post non è ancora nemmeno una sorta di rassegna stampa dell’evento.
Me ne scuso pubblicamente: avevo un lavoro da finire, l’unico che per adesso ha rischiarato questo 2015. Però il questionario lo avevo compilato (come altre 2210 persone come me), ho tuttora la partita Iva, l’indagine è mooooolto importante, sia perché è pionieristica, sia per i risultati ottenuti (un plauso al grande lavoro di rielaborazione effettuato), il 19 marzo ero persino andato all’anteprima a corso Italia (per gentile concessione della Consulta delle professioni, per conto della Cgil) e ho fatto una breve comparsa alla presentazione ufficiale, il pomeriggio del 14 aprile, nella sala Di Vittorio sempre nella sede nazionale del sindacato (nonostante una certa ripulsa per la presenza di Alessandro Laterza).
Insomma, mi dispiaceva dare l’impressione di volerla ignorare bellamente — soprattutto dopo aver parlato io stesso, in questo blog, delle ricerche che l’hanno preceduta: l’Editoria invisibile (presentata il 13 maggio 2013 a Milano) e Ad altra voce (presentata il 6 dicembre 2013 a Roma).
E prima ancora c’era stata l’indagine Professionisti, a quali condizioni?, che si può scaricare da qui (in due versioni, breve o integrale), mentre i punti salienti si possono leggere, ad esempio, sul sito di Iva sei Partita (associazione di architetti e ingegneri). Essa venne presentata il 27 aprile 2011 a Roma, ma non ero ancora ‘sceso in campo’.

Infine, ma non meno importante, mi piace anche l’idea che io abbia passato il Primo maggio ‘lavorando’ a questo post — proprio perché avverto bene che oggi la ricorrenza non ha più quel valore ‘sacrale’ di un tempo.
E allora rimedio qui e ora, fornendo anziché uno dei miei resoconti interminabili (illeggibili, direbbero i malevoli e i più nerd… come questo, ad esempio) una manciata di link, che almeno spero saranno più utili e graditi a lettori e passanti variamente distratti di queste bande.

 

Davide Imola.

Davide Imola.

Anzitutto ecco qui sopra una bellissima istantanea del sindacalista a cui è stato dedicato il lavoro: Davide Imola, scomparso ad appena 52 anni lo scorso dicembre.
Da ciò che mi raccontano colleghi e conoscenti, mi rammarico di non aver fatto in tempo a conoscerlo. Un suo profilo si può leggere sul sito di StradE.
Durante la preparazione dell’evento, si è riflettuto sulla possibilità di organizzare qualcosa di più duraturo a suo nome, un appuntamento annuale di interesse per coloro che fanno parte delle organizzazioni che egli aveva saputo individuare con attenzione e seguire con rispetto. Vi farò sapere, promesso, lo dobbiamo tutti alla sua memoria!

Proseguo, entrando nel vivo: dal sito dell’Ires/associazione Bruno Trentin (‘autori’ della ricerca, insieme alla Consulta delle professioni e alla Filcams/Cgil, come quella del 2011) è possibile scaricare sia il testo completo, 44 pagine con bibliografia, curato da Daniele Di Nunzio ed Emanuele Toscano, sia la Presentazione, 25 slides più sintetiche (entrambi in pdf).

Per chi non voglia perderci troppo tempo, ritengo sufficientemente valida questa sintesi, apparsa lo stesso giorno sul sito ufficiale del sindacato, in fondo non troppo diversa da ciò che è stato battuto dalle principali agenzie stampa, come per esempio Adn Kronos.

Per chi volesse ‘calarsi’ maggiormente in quella situazione, dal sito di Radio Articolo 1 può ascoltare via web (o ricuperare in mp3 per poi risentirsele con calma, magari sull’autobus col lettore apposito) tutte le registrazioni audio (con qualche doppione, vabbè…) dei relatori alla presentazione.

Per chi preferisca un video, invece, su Reteconomy (canale 512 di Sky) c’è un’intervista di mezzora di Valentina Valente a due esponenti di rilievo della Cgil lombarda: Massimo Balzarini ed Elena Lattuada, rispettivamente segretario e segretaria generale, che commentano a braccio la ricerca fornendo ulteriori, interessanti spunti di riflessione.

Un altro commento non banale, su Rassegna.it, viene da uno dei relatori presenti il 14 aprile, il sociologo Patrizio Di Nicola.

E sul medesimo sito si trova un altro articolo che ampia un po’ la visuale, dando spazio anche a ciò che le associazioni professionali hanno dichiarato in occasione del 14 aprile, oltre ad alcune frasi della segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso.

Ad ogni buon conto, la pagina Facebook omonima è attiva dal 10 aprile 2014, più o meno quando fu lanciata l’indagine e si può puntare su di essa per avere un orizzonte integrato su ciò che ruota attorno a questo mondo “atipico”.

Penso che ci siano materiali a sufficienza per passare la serata a cliccarci su. Ma vorrei che servissero anche a rifletterci più a lungo, accompagnandoci in questo lungo percorso alla ricerca di un trattamento migliore, o, almeno, equo e soddisfacente dal punto di vista etico.