La scuola di Nitra (e molto altro)

Cominciò con una domanda, apparentemente generica, su una lista di discussione. In realtà risultò ben mirata, perché mi fece rendere conto quasi subito di non saper trovare assolutamente nulla sull’argomento Nitra school – nonostante i libri ben impilati sugli scaffali e qualche altro chiletto di fotocopie impolverate (ricettacolo di temibilissimi pesciolini d’argento).
Ed è finito con un convegno proprio a Nitra, organizzato presso l’università statale di Costantino il Filosofo [1] (così chiamata dal 1996, dopo esser stata fondata quattro anni prima a aprtire da un istituto pedagogico esistente dal 1959) dal locale Dipartimento di studi traduttivi (posso tradurre così ‘Translation Studies’?), dall’Istituto di letterature mondiali dell’Accademia slovacca delle scienze e dal CETRA, il Centro di studi traduttivi di Lovanio.
Una joint venture inedita e (anche per questo) interessante, rispecchiata pure dal titolo assegnato all’intera manifestazione: Some Holmes and Popovič in All of Us?, che Bruno Osimo mima nel suo intervento, fissato per le 14,30 di oggi (giovedì 8 ottobre, nella sessione 1): Any Holmes and Popovič in any of us Italians?

Il logo del convegno slovacco.

Il logo del convegno slovacco.

Tutti gli altri relatori col programma completo li trovate in un PDF di 8 pagine a questo link.
Andate invece sul sito ufficiale per ogni altra informazione, compresa la sponsorizzazione dell’editore Brill, che ha innestato un catalogo tipicamente accademico sulla lunga e nobile tradizione editoriale dei Paesi Bassi (sebbene oggi l’azienda abbia sede non più solo a Leida, ma anche a Boston e Tokyo).

 

Per chi non conosca bene Holmes e Popovič, dirò subito che condividono una morte prematura attorno alla metà degli anni Ottanta, la quale forse ha impedito loro di dispiegare tutte le implicazioni delle loro proposte, che però sono state accolte tempestivamente e in maniera estremamente positiva dalla comunità dei ricercatori interessati.

James Stratton Holmes (1924-1986) figura in quasi tutte le trattazioni di storia più recente della traduzione, nella cui ricostruzione ha assunto, grazie al saggio The Name and Nature of Translation Studies del 1972 (ma pubblicato tre anni più tardi), il ruolo di fondatore della corrente omonima: da un lato voleva opporsi sia all’impressionismo dell’approccio letterario, sia alle pretese di scientificità (ritenute eccessive) dell’approccio linguistico imperante, ma dall’altro ampliava le prospettive di studio e riflessione in una direzione che poi sarebbe stata ‘culturologica’. [2]
Un suo saggio del 1969 sulla traduzione poetica (La versificazione: le forme di traduzione e la traduzione delle forme, tradotto da Margherita Di Michiel) è incluso nell’antologia curata da Siri Neergard, Teorie contemporanee della traduzione (Bompiani 1995, 20022, pp. 239-256); che sia un contributo secondario rispetto al tema qui escusso lo dimostra, credo, il fatto che l’introduzione stessa della curatrice gli dedica una sola paginetta (p. 36), sebbene l’apporto di Holmes alle ‘grandi manovre’ della traduttologia sia comunque riconosciuto nelle note 3 e 17 da Neergard.

Anton Popovič (1933-1984) è invece l’esponente più noto (si fa per dire…) in Occidente della scuola slovacca di Nitra, ed è merito assoluto di Osimo la presenza sul mercato librario italiano del suo testo chiave, «un pilastro della scienza della traduzione»: Teória umeleckého prekladu (Bratislava 1975), che tradotta da Daniela Laudani, rivista da Osimo e collazionata sull’edizione sovietica seriore (Problemy chudožestvennogo perevoda, Moskva 1980) ha dato origine a La scienza della traduzione. Aspetti metodologici. La comunicazione traduttiva (Hoepli 2006), «la prima traduzione in una lingua al di qua della vecchia cortina di ferro». [3]
Opportunamente sia la traduttrice sia Laura Salmon [4] rammentano la collaborazione fra i due studiosi ed, è ancora Osimo che affianca le loro schede nel suo Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei (Hoepli 2002, pp. 212-5).

 

NOTE

[1]
Più noto come Cirillo, nome assunto a Roma con l’ordinamento monacale, poco prima di morire (una cappella dedicatagli a fine Ottocento nella straordinaria chiesa romana di san Clemente ospita le sue spoglie), lasciando al fratello Metodio il compito di proseguire l’evangelizzazione del mondo slavo. Una figura forse trascurata da chi non abbia familiarità con gli studi slavi, ma il cui valore apparento al visigoto Ulfila, o all’umanista Erasmo. Francis Conte lo definisce infatti «il primo grammatico degli Slavi […], linguista notevole per i tempi» (Gli Slavi. Le civiltà dell’Europa centrale e orientale, trad. di Ernesto Garino e Dario Formentin, Einaudi 1991, p. 438), ma soprattutto ricorda che «nell’opera di conversione degli Slavi occidentali all’ortodossia [… difese] la necessità delle lingue e delle liturgie nazionali» ribaltando abilmente l’accusa di eresia che gli muovevano le gerarchie tradizionali: essa non stava «nel tradurre il Verbo, bensì nell’impedire la comprensione della parola del Cristo respingendo le lingue nazionali» (p. 439), sicché ‘barbari’ diventavano coloro che privilegiavano unicamente latino e greco.
Secondo Emanuele Banfi i ‘santi fratelli’ «non solo inventarono, sul modello greco, un alfabeto (l’alfabeto glagolitico, ancora oggi usato in alcune chiese croate dell’Istria, base dell’alfabeto cirillico [che però è successivo – AdeL]) che potesse servire quale mezzo per la formazione di una scripta slava (in una fase linguistica in cui le lingue slave erano, tra l’altro, relativamente poco differenziate al loro interno) ma, soprattutto, forgiarono, a tavolino, una lingua, sostanzialmente artificiale, che potesse valere quale collante, quale elemento di identità, per la grande compagine del mondo slavo. [… cioè] l’invenzione del paleoslavo (o slavo ecclesiastico, o antico bulgaro), un sistema linguistico basato sulla varietà del dialetto slavo-macedone parlato dagli Slavi meridionali tessalonicensi e fortemente modellato, quanto a sintassi e lessico, sul greco bizantino-ecclesiastico» (Le coordinate per una storia linguistica del continente europeo: questioni teoriche e metodologiche, in Le radici prime dell’Europa. Gli intrecci genetici, linguistici, storici, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti – Bruno Mondadori 2001, pp. 364-5).
Tale invenzione attecchì principalmente presso «le genti slavo-orientali (Russi, Ucraini, Bielorussi) e meridionali (Bulgari, Macedoni, Serbi), ovvero le componenti slave orientate verso Bisanzio; mentre le altre componenti, le slavo-occidentali (Polacchi, Cechi, Slovacchi) e due componenti slavo-meridionali (Sloveni, Croati) furono attratte nell’orbita romano-germanica e subirono, attraverso l’orientamento verso il cristianesimo romano/romano-germanico e il conseguente influsso del latino come lingua di cultura, un processo di progressiva occidentalizzazione, vistosamente segnato, tra l’altro, proprio dall’adozione dell’alfabeto latino (anche nella sua forma gotico-germanica)» (Banfi, p. 365).
E Conte rammenta che a forza di tradurre la Bibbia, libri liturgici greci, la patristica, il diritto bizantino e qualche testo ‘scientifico’ «i traduttori divennero i primi creatori delle lingue letterarie slave […] nel solco della tradizione bizantina. Fra i Serbi, i Bulgari e i Russi, le opere originali in lingua slava venute ad affiancarsi a traduzioni sempre più numerose consentirono lo sviluppo delle culture bizantino-slave all’insegna di un vero e proprio processo di filiazione» (Conte, p. 440). Anche per questo papa Woityła li nominò compatroni d’Europa nel 1980, insieme a Benedetto da Norcia, come si apprende su Wikipedia.
Per aggiornamenti e sparigliare un po’ il quadro, non senza una giusta vis polemica, aggiungo infine l’amico Luigi Marinelli, Fra Oriente europeo e Occidente slavo. Russia e Polonia (Lithos 2008).

Insomma, quell’area geolinguistica ci fa pensare a una situazione in un certo senso inversa a quella avvenuta nella Romània (di estensione pressoché equivalente) e che, entro certi limiti (se cioè si prende per buona la qualifica di ‘artificialità’ avanzata da Banfi), sembra mettere in crisi una certa concezione di lingua ‘dal basso’ – quella che, per capirci, vanificò tutti i tentativi descritti nel libro scritto da Eco per la collana ‘comunitaria’: La ricerca delle lingua perfetta nella cultura europea (Laterza 1993 – un testo che ebbi il piacere di redazionare, senza dovervi apportare nessuna correzione sostanziale, per mia fortuna, ma in fondo anche sua…).

[2]
È così per esempio nella prima pagina, la numero 11, della prima edizione di Paola Faini, Tradurre. Dalla teoria alla pratica (Carocci 2004 – ma tutta la Parte prima, che analizza lo sviluppo storico della disciplina, scomparirà nella «nuova edizione» del 2008: Tradurre. Manuale teorico e pratico).
Analogamente, ma in maniera più approfondita, esordisce il capitolo IX, a firma di Margherita Ulrych, La traduzione nella cultura anglosassone contemporanea: tendenze e prospettive, in Ead. (a cura di), Tradurre. Un approccio multidisciplinare (Utet 1997, pp. 213 ss. e cfr. specificamente il paragrafo 9.3.4.).
Si veda anche il capitolo 4 di Edwin Gentzler, Teorie della traduzione. Tendenze contemporanee, a cura di Margherita Ulrych, trad. di Maria Teresa Musacchio, Utet 1998 (ed. or. inglese 1993).
Jeremy Munday riproduce assai utilmente gli schemi in cui Holmes immaginava di articolare la disciplina, filtrati attraverso l’israeliano Toury (Manuale di studi sulla traduzione, trad. di Chiara Bucaria, Bononia UP 2012 – ed. or. inglese 2001, 20082: § 1.4, pp. 34-38).

[3]
Questa citazione, dalla «Nota della traduttrice», è a p. XXVI dell’edizione italiana citata; la precedente, di Osimo, a p. X ivi.

[4]
Nella prima nota all’Introduzione del suo Teoria della traduzione. Storia, scienza, professione (Vallardi 2003, p. 245).

A Torino, la Germania e le traduzioni italiane: «un lavoro un po’ strano, non facile»

J.W. von Goethe sulla via Appia (Wilhelm Tischbein, 1787).

J.W. von Goethe sulla via Appia nella campagna romana (Wilhelm Tischbein, 1787).

È sempre bene portarsi avanti col lavoro: ci ha pensato anche il Giornale della libreria, ripreso poi da Biblit, che rammentano a tutti l’ospite del prossimo, e ormai imminente, XXVIII Salone del libro di Torino (14-18 maggio 2015, Lingotto): la Germania. Magari servisse a esorcizzare l’atmosfera pesante che aleggia intorno alle posizioni rigide di Angela Merkel quando si parla di economia europea…

Non vorrei farla tanto lunga: si sanno già da tempo un sacco di cose (il programma generale occupa 29 pagine di un pdf, scaricabile da qui; contiene anche un nutritissimo elenco di incontri specifici sulla traduzione, grazie a Ilide Carmignani). [NOTA 1] E sarà ‘svelato’ giovedì 7 maggio il programma delle manifestazioni che si terranno fuori della sede tradizionale (il Lingotto ex-Fiat), cioè la dodicesima edizione che quello che si chiama Salone off, #SalToff per gli amici di Titti.
Quest’anno dubito che ci saranno redattori precari o altri ‘interventi’ a vivacizzare una manifestazione che è diventata istituzionale quanto basta (a questo indirizzo una sorta di ‘rassegna stampa’ di quello che si combinò al Salone del 2011).

Vorrei invece mettere assieme un altro paio di segnalazioni pertinenti, senza aspirare all’originalità assoluta, ma per far risaltare quegli aspetti che considero qualificanti del mio blog: il lavoro editoriale e quello traduttivo.

Comincio con un articolo che si trova anche nel testo dei primi link: L’editoria italiana e gli editori tedeschi: piccola storia di un grande amore, scritto da Piero Salabè e datato 20 marzo 2015. Conobbi Salabè una decina di anni fa, si proponeva come redattore e traduttore per spagnolo e tedesco, ma nonostante il suo entusiasmo e la frequentazione di ambienti tedeschi risultò ancora ‘acerbo’ per il livello richiesto.
In questo “ingradimento”, pur nello spazio ridotto consentito da BooksinItaly, si avverte una certa padronanza della materia (en passant cita il caro vecchio Wagenbach, ma anche Piper e Hanser, con le quali pure ebbi rapporti, soprattutto all’inizio degli anni Novanta). In estrema sintesi, Salabè nota che l’onda lunga, l’amore per l’Italia, nato negli anni Sessanta e all’apice con la traduzione del Nome della rosa, oggi è definitivamente tramontata, anche se «le passioni vere possono sempre rinascere, soprattutto dopo una storia d’amore con radici così profonde come quella fra Italia e Germania», conclude. [NOTA 2] Chissà… tutto il discorso rimane però all’interno della sfera letteraria, senza prendere in considerazione nessun altro fattore nello sguardo complessivo. Per dirne uno solo: a mio avviso il crollo del muro di Berlino e la conseguente riunificazione dei due blocchi in cui era stata divisa la Germania dopo la sconfitta subita nel secondo conflitto mondiale quasi certamente hanno contribuito a riorientare in direzione Ovest-Est (semplifico…) interessi che prima si rivolgevano (anche) al Sud.

A questo sguardo sull’Italia dalla Germania si accosta bene l’intervista a Enrico Ganni che Sara Meddi ha fatto trovare il 22 aprile 2015 su Pagina successiva (sito che non conoscevo, tra l’altro). Qui il discorso è ovviamente ribaltato, perché Ganni confessa candidamente: «non non sono in realtà molto preparato…», ma in realtà le sue conoscenze, ancorché presuntivamente generiche, bastano a confermare in più punti quanto descritto da Salabè. E quindi i due si complementano (non so se si complimentano pure) e passo oltre. Il discorso è ribaltato, però, anche perché si concentra sulle traduzioni che Einaudi ha promosso di autori tedeschi da quando Ganni prese il posto di Roberto Cazzola, che nel 1995 passò ad Adelphi (dove tuttora dovrebbe avere un ruolo di capo-redattore), lo stesso anno in cui, come per un raffinato gioco di scacchiera, Renata Colorni passò da Adelphi a Mondadori. [NOTA 3]
Ma al di là delle scelte e delle preferenze letterarie, si sa, inevitabilmente soggettive (si confrontino ad esempio le opinioni di un altro famoso germanista, Cesare Cases, nelle sue Memorie di un ottuagenario (Donzelli, Roma, 2003), alcune considerazioni svolte da Ganni fanno intravedere uno spaccato di vita editoriale italiana e dei suoi cambiamenti, ben più istruttivo di quanto dicano altri.
Ne riporto alcune: «All’epoca era diversa anche la struttura della casa editrice, per cui mi occupavo di tutto ciò che riguardava la Germania: saggistica, narrativa, classici, tascabili, poesia, teatro ecc. Era più una struttura orizzontale, adesso invece è una struttura verticale»; oppure: «ci sono una serie di autori che vanno bene e altri che fanno fatica, ma che magari si pubblicano più per onor di firma. Ma questo non solo da noi, è così per tutte le case editrici, le tirature sono sulle 2.500-3000 copie. In linea di massima, anche guardando i dati dell’AIE, gli autori inglesi hanno una tiratura media doppia, ma anche rispetto ai francesi. Con la crisi le tirature medie si sono però abbassate molto, e la divaricazione adesso è meno accentuata».
E ancora: «Prima di internet era un processo più lento, adesso si è continuamente subissati di proposte. All’Einaudi i computer sono stati introdotti proprio nel ’95, ma inizialmente venivano usati solo per impaginare, non c’erano ancora le mail, non si usava internet, era tutto più tranquillo, si leggevano i libri con calma. Adesso è tutto più veloce, ci sono libri molto combattuti, richiesti da più case editrici, e lì dobbiamo essere fulminei. Basta leggere i verbali delle riunioni Einaudi, per capire quanto sono cambiate le cose. […] era tutta un’altra impostazione» — sottoscrivo pienamente!
Poi ci sono anche delle affermazioni contraddittorie: in qualità di docente, Ganni sostiene che «finché continua a esistere l’editoria così come la conosciamo noi, con questo modello di lavorazione del testo, ci sarà sempre spazio per i traduttori», ma poche righe dopo dichiara che «non c’è molto spazio per inserire nuovi collaboratori. [… e siccome, data la complessità dei testi pubblicati da Einaudi] serve un retroterra culturale oltre che linguistico, […] non c’è moltissimo spazio per nuovi ingressi».
Le seguenti considerazioni qualitative portano anche a riflettere sulle difficoltà insite nel mestiere del traduttore: «il livello dei traduttori, soprattutto dal punto di vista linguistico, è molto migliorato. Fino a vent’anni fa si imparava a tradurre traducendo, con l’aiuto delle case editrici, adesso ci sono molti corsi, alcuni funzionano bene, altri meno… Però si creano anche molte illusioni e in parte si inflaziona il mercato, si crea molta mano d’opera che non ha lavoro e questo, secondo uno schema economico classico, comporta anche un ridimensionamento delle tariffe: se il lavoro non la fai tu, lo fa un altro. Sei io proponessi un contratto con una tariffa di 20-25 euro a cartella mi direbbero che siamo fuori budget. Il secondo discorso che faccio è che ci sono pochissime persone che conosco che vivono di sola traduzione, perché è un lavoro impegnativo, che porta via un sacco di tempo ed è sottopagato» (qui e dopo i neretti sono miei, evidenziano concetti cruciali). E di conseguenza «la scelta di vivere di sole traduzioni è molto problematica. Questo lo dico sempre quando parlo con persone più giovani, dico “fate anche qualcos’altro”. Va benissimo fare traduzioni, ma il mercato è quello che è, le case editrici fanno il loro mestiere di aziende in una società capitalistica e dunque vogliono risparmiare. E poi sei sempre alla mercé delle case editrici. Se per esempio cambia un editor rischi di non avere più lavoro. È stato così anche per me. Visto che il rapporto tra editor e traduttore è molto stretto, un po’ come quello tra editor e autore nell’italianistica, c’è uno scambio di sensibilità e fiducia. […] È un lavoro un po’ strano, non facile». Lo sappiamo bene, ma che ne sia consapevole anche lui e lo esprima in maniera così sincera è secondo me importante: significa che non si può più far finta di nasconderlo.

Tra l’altro, proprio l’estate scorsa Colorni e Ganni erano i due ospiti per la sessione di tedesco alla seconda edizione della manifestazione Traduttori in movimento (Fossombrone, 14-17 luglio 2014).
E il fatto che la figlia di Eugenio Colorni, figliastra di Altiero Spinelli, nipote di Albert Hirschmann, abbia lavorato tanto sulla saggistica (cominciando da Franco Angeli, dopo la laurea in Filosofia medievale, poi curando la monumentale edizione di tutte le Opere di Freud per Boringhieri) mi serve proprio per passare senza soluzione di continuità all’ultimo snodo che intendo proporre.

Vale a dire, per riprendere direttamente il sottotitolo, Un’intervista con Gianfranco Petrillo, direttore di tradurre, rivista online dedicata al mondo della traduzione, circoscrivendo poi nel corso della discussione: «verso l’italiano». Okay, per quello che mi interessa mettere a fuoco, suona assai meglio il titolo: L’importanza della traduzione editoriale.
E siccome si è fatto tardi, fra tutti gli argomenti esposti con una pacatezza invidiabile, una sorta di calma olimpica, da Petrillo, seleziono esclusivamente quello nel quale egli, rivendicando la giustizia e il dovere di citare sempre il nome del traduttore, precisa: «sia che si tratti di narrativa sia che si tratti di poesia sia che si tratti di saggistica, la quale in realtà richiede capacità spesso superiori a quelle richieste per la narrativa». Qui i miei neretti indicano la piena consapevolezza della partigianeria di tale estrapolazione (in Inghilterra l’avrebbero tacciata di whig attitude), ma sorrido a pensare che una tale affermazione, piazzata subito dopo l’esordio, farà sobbalzare sulla sedia più di una persona!

 

[NOTA 1]

No Expo (2015)

No Expo (2015)

All’ultima pagina spunta minaccioso, anche lì, un appello al volontarismo, no, al volontariato… che mi lascia molto perplesso perché suona sempre un po’ come una presa in giro (dal punto di vista dei ‘volontari’) e appare sempre un po’ come un voler approfittare dell’energia, della buona volontà, dell’ingenuità probabilmente, dei più giovani e inesperti (dal punto di vista di chi usufruisce e sfrutta, in tutti i sensi, tali occasioni).  Anche quando, come qui, si garantiscono «momenti di formazione», un’assicurazione e un attestato di partecipazione. Perché di questi tempi il pensiero corre invariabilmente all’EXPO (anche sul blog di San Precario, sul Fatto quotidiano). Nel bene, ma più ancora nel male…

[NOTA2]
Mi piace ricordare qui un volume molto interessante, pur senza potermici soffermare: Natascia Barrale, Le traduzioni di narrativa tedesca durante il fascismo (Carocci, Roma, 2012). L’autrice è anche la traduttrice del volume autobiografico di Klaus Wagenbach, pubblicato da Sellerio nel 2013 (in edizione ridotta rispetto all’originale), del quale ho parlato diffusamente qui.

[NOTA 3]

Da sinistra: R. Colorni, E. Loewenthal, N. Ordine, E. Franco e L. Canfora. XXVII Salone del libro di Torino, 2014.

Da sinistra: R. Colorni, E. Loewenthal, N. Ordine, E. Franco e L. Canfora. XXVII Salone del libro di Torino, 2014.

Sulla Colorni si trova molto in rete, ma (per ragioni di copyright) non l’intervista Sulle spalle di un gigante, variegata e profonda, che le fece Ilide Carmignani per il numero 3 (2003) della rivista Comunicare. Letterature. Lingue, e in seguito ha inflazionato i (pochi) spazi editoriali dedicati specificamente ai traduttori: così ricompare al primo posto nella silloge sempre a cura di Ilide, Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria (Besa, Nardò [LE], 2008, pp. 19-30) ed è l’ultimo dei ‘Materiali’, la prima sezione nel numero 334 (aprile-giugno 2007), dedicato ai «Compiti del traduttore», della rivista aut aut (pp. 40-51).

Vita (agra) da professionisti (in bolletta)

Vita da professionisti

Vita da professionisti

Lo so bene, sono in perfetto ritardo. Non è più una notizia, e questo post non è ancora nemmeno una sorta di rassegna stampa dell’evento.
Me ne scuso pubblicamente: avevo un lavoro da finire, l’unico che per adesso ha rischiarato questo 2015. Però il questionario lo avevo compilato (come altre 2210 persone come me), ho tuttora la partita Iva, l’indagine è mooooolto importante, sia perché è pionieristica, sia per i risultati ottenuti (un plauso al grande lavoro di rielaborazione effettuato), il 19 marzo ero persino andato all’anteprima a corso Italia (per gentile concessione della Consulta delle professioni, per conto della Cgil) e ho fatto una breve comparsa alla presentazione ufficiale, il pomeriggio del 14 aprile, nella sala Di Vittorio sempre nella sede nazionale del sindacato (nonostante una certa ripulsa per la presenza di Alessandro Laterza).
Insomma, mi dispiaceva dare l’impressione di volerla ignorare bellamente — soprattutto dopo aver parlato io stesso, in questo blog, delle ricerche che l’hanno preceduta: l’Editoria invisibile (presentata il 13 maggio 2013 a Milano) e Ad altra voce (presentata il 6 dicembre 2013 a Roma).
E prima ancora c’era stata l’indagine Professionisti, a quali condizioni?, che si può scaricare da qui (in due versioni, breve o integrale), mentre i punti salienti si possono leggere, ad esempio, sul sito di Iva sei Partita (associazione di architetti e ingegneri). Essa venne presentata il 27 aprile 2011 a Roma, ma non ero ancora ‘sceso in campo’.

Infine, ma non meno importante, mi piace anche l’idea che io abbia passato il Primo maggio ‘lavorando’ a questo post — proprio perché avverto bene che oggi la ricorrenza non ha più quel valore ‘sacrale’ di un tempo.
E allora rimedio qui e ora, fornendo anziché uno dei miei resoconti interminabili (illeggibili, direbbero i malevoli e i più nerd… come questo, ad esempio) una manciata di link, che almeno spero saranno più utili e graditi a lettori e passanti variamente distratti di queste bande.

 

Davide Imola.

Davide Imola.

Anzitutto ecco qui sopra una bellissima istantanea del sindacalista a cui è stato dedicato il lavoro: Davide Imola, scomparso ad appena 52 anni lo scorso dicembre.
Da ciò che mi raccontano colleghi e conoscenti, mi rammarico di non aver fatto in tempo a conoscerlo. Un suo profilo si può leggere sul sito di StradE.
Durante la preparazione dell’evento, si è riflettuto sulla possibilità di organizzare qualcosa di più duraturo a suo nome, un appuntamento annuale di interesse per coloro che fanno parte delle organizzazioni che egli aveva saputo individuare con attenzione e seguire con rispetto. Vi farò sapere, promesso, lo dobbiamo tutti alla sua memoria!

Proseguo, entrando nel vivo: dal sito dell’Ires/associazione Bruno Trentin (‘autori’ della ricerca, insieme alla Consulta delle professioni e alla Filcams/Cgil, come quella del 2011) è possibile scaricare sia il testo completo, 44 pagine con bibliografia, curato da Daniele Di Nunzio ed Emanuele Toscano, sia la Presentazione, 25 slides più sintetiche (entrambi in pdf).

Per chi non voglia perderci troppo tempo, ritengo sufficientemente valida questa sintesi, apparsa lo stesso giorno sul sito ufficiale del sindacato, in fondo non troppo diversa da ciò che è stato battuto dalle principali agenzie stampa, come per esempio Adn Kronos.

Per chi volesse ‘calarsi’ maggiormente in quella situazione, dal sito di Radio Articolo 1 può ascoltare via web (o ricuperare in mp3 per poi risentirsele con calma, magari sull’autobus col lettore apposito) tutte le registrazioni audio (con qualche doppione, vabbè…) dei relatori alla presentazione.

Per chi preferisca un video, invece, su Reteconomy (canale 512 di Sky) c’è un’intervista di mezzora di Valentina Valente a due esponenti di rilievo della Cgil lombarda: Massimo Balzarini ed Elena Lattuada, rispettivamente segretario e segretaria generale, che commentano a braccio la ricerca fornendo ulteriori, interessanti spunti di riflessione.

Un altro commento non banale, su Rassegna.it, viene da uno dei relatori presenti il 14 aprile, il sociologo Patrizio Di Nicola.

E sul medesimo sito si trova un altro articolo che ampia un po’ la visuale, dando spazio anche a ciò che le associazioni professionali hanno dichiarato in occasione del 14 aprile, oltre ad alcune frasi della segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso.

Ad ogni buon conto, la pagina Facebook omonima è attiva dal 10 aprile 2014, più o meno quando fu lanciata l’indagine e si può puntare su di essa per avere un orizzonte integrato su ciò che ruota attorno a questo mondo “atipico”.

Penso che ci siano materiali a sufficienza per passare la serata a cliccarci su. Ma vorrei che servissero anche a rifletterci più a lungo, accompagnandoci in questo lungo percorso alla ricerca di un trattamento migliore, o, almeno, equo e soddisfacente dal punto di vista etico.

Le «geschmuggelte Freundschaften» di Lavinia Mazzucchetti

Lavinia Mazzucchetti

Lavinia Mazzucchetti

Giovedì 29 gennaio la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori organizza a Milano un convegno sulla germanista Lavinia Mazzucchetti, dal titolo (a mio avviso un po’ troppo accademico e tutto sommato scarsamente perspicuo) Transfer culturale e impegno civile nell’Europa del Novecento (per gli amici in zona: sala Mario Monicelli, via Riccione 8). Sono passati infatti cinquanta anni dalla sua scomparsa.

Questa segnalazione è dettata da qualcosa che va persino oltre gli interessi personali, pur comprendendoli: un ramo dei miei antenati paterni riconduce infatti alla famiglia piemontese Mazzucchetti (in particolare Antonio e il figlio Alessandro, ingegnere che realizzò le stazioni ferroviarie di Alessandria, Torino Porta Nuova e Genova Porta Principe). Mi affretto ad aggiungere che non sono in grado di precisare il grado di parentela con Lavinia, la quale non era menzionata fra i parenti stretti quando ero piccolo; eppure so che da quando lessi il suo nome su qualche volume scolorito di letteratura tedesca, in biblioteca o sulle bancarelle (o forse era l’Erasmo di Zweig? neanch’io ricordo più quando possa esser avvenuto), rimasi folgorato, scattò una specie di corto circuito tra quel nome e il fatto che io stesso abbia studiato tedesco (non all’università ma presso il Goethe Institut) e sia in grado di tradurlo (spesso malamente…).

Su internet ho trovato senza difficoltà diversi materiali su di lei:
(#) la voce a lei dedicata da Maria Paola Arena sul Dizionario biografico degli italiani (vol. 72, 2008), ospitato su Treccani.it, risulta quella più ricca;
(#) si può integrare con la presentazione sul sito della Fondazione Mondadori, che ospita un fondo con moltissimi documenti scritti e iconografici, inserito nel progetto “Scrittrici e intellettuali del Novecento. Le carte d’archivio”, realizzato in partenariato con la Fondazione Elvira Badaracco e con il contributo della Fondazione Cariplo e inventariato su supporto informatico tramite l’applicativo Sesamo della Regione Lombardia, dichiarato di notevole interesse storico dalla Soprintendenza archivistica per la Lombardia;
(#) è sempre la Fondazione Mondadori che ha mandato in stampa quest’anno «Come il cavaliere sul lago di Costanza». Lavinia Mazzucchetti e la cultura tedesca in Italia, a cura di Anna Antonello (co-autori su aspetti particolari della vita professionale di Lavinia: Mario Rubino, Arturo Larcati, Michele Sisto, Massimo Bonifazio e Anna Lisa Cavazzuti);
(#) informazioni più discorsive si reperiscono ad esempio sul sito Milanofree.it;
(#) invece la pagina italiana di Wikipedia è scarna, ma con un elenco analitico (e tendenzialmente esaustivo) dei testi da lei scritti e di quelli da lei tradotti;
(#) in compenso vedo segnalato addirittura un interessante articolo di Maria Pia Casalena pubblicato nel 2007 sulla rivista Genesis, VI/1, e intitolato Contrabbandiera di cultura. Lavinia Mazzucchetti e la letteratura tedesca tra le due guerre (scaricabile a pagamento).

Al convegno tuttavia non parteciperò. Cliccando qui se ne può consultare liberamente il programma con una dozzina di relatori, fra i quali segnalo la presenza di Natascia Barrale, autrice nel 2012 di una preziosa monografia sulle traduzioni di narrativa tedesca durante il fascismo in cui Lavinia ha una parte di rilievo. Per capire meglio il titolo che ho dato a questo post, infine, si può leggere questo saggio del 2012 di Elisabetta Mazzetti, proveniente anch’esso dalla Fondazione Mondadori.

AGGIORNAMENTO – 7 MAGGIO 2015
Gianfranco Petrillo informa sull’andamento del convegno nel numero 8 della rivista on-line tradurre, all’interno della sezione “Strumenti”.

10 ottobre 2014: XIV Giornata europea delle lingue – “Presente e futuro della traduzione”

Una volta la sede del Goethe Institut a Roma era all’inizio di via del Corso, vicino piazza Venezia: vi si tenevano gli ottimi corsi di lingua, le varie iniziative culturali organizzate dal Bundesministerium (sto parlando prima del crollo del muro!) e soprattutto ospitava anche una delle biblioteche più interessanti per chi praticasse la lingua tedesca (molti scaffali a vista, poltrone improbabili, tavoli di legno stagionato…) e dalla quale sono cortesemente transitate molte delle insolite fotocopie che facevo richiedere nella madrepatria.
Col tempo, l’affluenza sempre più alta ai corsi, la crescita fisiologica del fondo bibliotecario e molto probabilmente anche altri problemi logistici hanno fatto trasferire l’istituto nella sede più moderna e funzionale di via Savoia. [NOTA 1]

La sede romana del Goethe Institut (v. Savoia, 13).

La sede romana del Goethe Institut (v. Savoia, 13).

L'interno della sede romana del Goethe Institut.

L’interno della sede romana del Goethe Institut.

È lì che si è svolta la Giornata europea delle lingue, promossa dalla Direzione generale traduzione della Commissione europea col titolo Presente e futuro della traduzione per presentare (cito dal depliant, allegato con vari altri materiali cartacei, fra i quali anche il Manifesto per un italiano istituzionale di qualità della Rete di eccellenza dell’italiano istituzionale, nella cartellina distribuita gratuitamente a tutti coloro che, previa registrazione, hanno partecipato) «lo stato della traduzione in Italia» e «le prospettive per chi si avvicina alla professione del traduttore, nel settore tecnico o in campo editoriale». [NOTA 2]

Già basta questo abbinamento a destare qualche interesse per chi segua le vicende nostrane, perché indica il tentativo di unire le forze e stringere alleanze fra TUTTI gli attori in campo: parafrasando l’affermazione di una relatrice, la realtà del mondo traduttivo è variegata, eterogenea, difforme e quindi tanto più ardua da ricondurre a problematiche comuni. Per reazione o per un’eterogenesi dei fini, saranno forse le traversie che incontrano TUTTI i settori, non solo quello legato alle case editrici, ad aver avuto il ‘merito’ di spingere in tale direzione, un esito che fino a pochi anni or sono pareva irrealizzabile?
Sta di fatto che la giornata non è risultata vacuamente/vagamente (auto)celebrativa, bensì era «articolata in panel e tavoli tecnici», rivolti a «traduttori, studenti e laureati in lingue e traduzione e a chiunque si occupi a vario titolo di traduzione».

La sessione mattutina (dalle 11 alle 13) ha visto dunque sedere allo stesso tavolo e prendere la parola, dopo i cortesi ringraziamenti di Ulrike Tietze, vicedirettrice del Goethe Institut romano:

tutti ben coordinati da Raphael Gallus della DGT europea (non ho visto invece Laura Bosetti, altra indefessa impiegata della medesima istituzione).
Ognuno di essi ha esposto il lavoro svolto dalla propria associazione: così è stato oltremodo interessante apprendere delle numerose attività e sovvenzioni dei colleghi tedeschi (Becker ha usato la cortesia di parlare in inglese), e poco dopo Silvestrini ha dichiarato che in un passato recente le alte sfere di Unilingue non avrebbero neanche potuto concepire di sedersi accanto a quelle di AITI (e immagino che valesse la reciproca…), figuriamoci di lavorare a finalità comuni.

In questo senso un’impressione generale che traggo da questo incontro è che ci sia un ‘sentire comune’. Infatti uno dei concetti che circolava maggiormente nell’aria, come ha colto con attenzione riflessiva Bertolini, è stato quello dell’importanza di “fare rete”, cioè il collegarsi a esperienze analoghe per metterle a frutto collettivamente e progredire assieme per creare “massa critica” (senza reinventare ogni volta la ruota, o l’acqua calda): ecco, pare proprio che tale ‘lavoro’ stia iniziando effettivamente a dare dei frutti.
L’obiettivo finale è ambizioso e nessuno credo si nasconda che non sarà raggiunto in tempi brevi, nonostante e indipendentemente dagli sforzi prodigati: a livello generale è quello di dare dignità a una professione che, lo sappiamo, è stata bistrattata, occultata, ma i cui rappresentanti devono anche smettere di piangersi addosso, essere meno individualisti e meno pieni di sé, per assumere invece (riporto alcune asserzioni molto convincenti ancora di Bertolini, in parte riecheggiate nella sessione pomeridiana di Marina Rullo) una nuova mentalità: autoimprenditoriale, proattiva, in grado di veicolare gli aspetti positivi, ‘sani’ di questa attività.
A livello pratico, si tratta di trovare schemi giuridici innovativi di riconoscimento/inquadramento del lavoro e in grado, ad esempio, di introdurre e garantire almeno una parte di ammortizzatori sociali, pur tenendo conto che si tratta (come già accennato) di realtà molto diverse fra loro, direi “polverizzate”.
In tale prospettiva il confronto con altre associazioni è, oggi più che in passato, assolutamente imprescindibile, e non ci si deve limitare ad aprire contatti con colleghi che puntano a competenze e abilità parzialmente distinte: il mercato del lavoro è globale, perciò bisogna andare incontro ad associazioni anche di settori apparentemente lontani da questo.
Così STradE ha aperto da tempo un canale interessante con il Sindacato dei lavoratori della conoscenza (della CGIL), assieme al quale sta cercando di convincere i datori di lavoro a farsi carico dell’assistenza sanitaria integrativa anche per i collaboratori freelance, dato che questi ultimi costituiscono il maggior numero dei lavoratori nel settore editoriale (la nota piaga del precariato). [NOTA 3]
Dal canto suo AITI, pur vantando un’anzianità ben maggiore (difatti venne fondata il 31 dicembre 1950), ha segnalato il piccolo traguardo, ma significativo, raggiunto con la legge n° 4 del 14 gennaio 2013, concernente Disposizioni in materia di professioni non organizzate, cioè relative a «prestazione di servizi o di opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale, o comunque con il concorso di questo»; [NOTA 4] e, di nuovo Marina Rullo ha ricordato opportunamente soluzioni adottate da doppiatori, dialoghisti, ballerini e altri lavoratori che operano nel mondo dello spettacolo, [NOTA 5] per il quale è stata varata una legge apposita da pochi anni.

Dopo un eccellente buffet, comprensivo persino di dolce e caffè (servito da camerieri in guanti bianchi), [NOTA 6] il pomeriggio si è dipanato in 6 appuntamenti, dislocati in 3 ambienti della medesima sede, equamente suddivisi dallo spartiacque della pausa-caffè.
Fra la terna dei primi io avevo scelto quello di Marina Rullo, fondatrice della ormai ‘storica’ (in quanto inaugurata nel 1999) lista di discussione Biblit,

Il pulcinella di mare, simbolo della mailing list "Biblit".

Il pulcinella di mare, simbolo della mailing list “Biblit”.

la quale nel tempo in cui si svolge una partita di calcio ha riassunto la propria esperienza diretta presso lo sportello di orientamento alla professione di traduttore letterario, attivo presso la Casa delle traduzioni ogni primo venerdì del mese, dalle ore 11 alle 13. Probabilmente il livello gradevolmente informale in cui è stato condotto questo workshop è responsabile di un buon livello di interazione fra pubblico e relatrice.
Gli altri due ‘laboratori’ erano organizzati, rispettivamente, da Simona Cives, sul supporto che possono offrire ai traduttori le Case delle traduzioni sparse in Europa e la parallela organizzazione RECIT (Réseau Européen des Centres Internationaux de Traducteurs littéraires) e da Mirko Silvestrini, sullo stato delle sinergie in atto fra «tutti gli stakeholder dell’industria della traduzione, ivi comprese le università», come richiesto dalla Direzione generale della traduzione.

Ecco, un altro punto sottolineato in termini sostanzialmente equivalenti da vari relatori è stato l’inadeguatezza dell’insegnamento accademico in molte parti d’Italia: vuoi perché eccessivamente teorico, vuoi perché esercitato da persone che non praticano una concreta attività traduttiva (e spesso si tratta delle due facce della stessa medaglia, immagino), ma anche perché nella congiuntura attuale un’offerta che è cresciuta eccessivamente non può essere assorbita da una domanda in contrazione, come tristemente confermato ancora e più dell’anno passato dai dati diffusi dall’Associazione editori italiani alla Fiera del libro 2014 di Francoforte.

Nella seconda tornata pomeridiana, forse l’incontro con modalità più innovative dovrebbe esser stato quello di Daniele Sanchioni (AITI): sia per l’argomento (la «filiera corta», vale a dire l’opportunità di «lavorare per clienti diretti») sia per il modo in cui è stato strutturato: «dopo una presentazione introduttiva incentrata su alcune definizioni e sul ruolo delle agenzie, ovvero il presente del settore, quattro gruppi di lavoro dibatteranno pro e contro della filiera corta per il cliente e per il traduttore e i possibili modi per acquisire e conservare clienti diretti. Tutto ciò sarà poi messo a confronto con la realtà di colleghi già al 100% a filiera corta. Con un occhio al futuro della traduzione specializzata, le conclusioni saranno collettive».
Parallelamente si sono svolti anche gli incontri diretti da Biancamaria Bruno e dal duo Cosi-Repossi, che è quello che ho seguito, attratto dal titolo: Come e perché le traduzioni editoriali invecchiano?
Il tema non è certo nuovo, [NOTA 7] ma la presentazione (con immancabile PowerPoint) che ne hanno fatto le due brave traduttrici, pur nel tempo ridotto loro concesso, è andata oltre ogni aspettativa ed è risultata così piacevole, che ho deciso di dedicarvi un post successivo, nel quale poter scendere in dettagli che qui verrebbero invece sacrificati.
Chiudo perciò con la foto che ho scattato al palco con le relatrici attorniate dal pubblico [NOTA 8] un paio di minuti dopo la chiusura del seminario e della manifestazione (l’ultima slide, ancora visibile sullo sfondo, sugella una simpatia che traspariva anche dalla coralità/complementarità dei loro interventi).

Chiusura dei lavori.

Chiusura dei lavori.

NOTE

(1) Questo inizio che prende così ‘alla larga’ l’argomento enunciato dal titolo (che dunque serve da specchietto per le allodole, nel senso dei malcapitati cybernauti) dovrebbe far capire praticamente che quanto segue non vuole essere l’esposizione obiettiva di ciò che è avvenuto il 10 ottobre nella sede romana del Goethe Institut, ma una presentazione di ciò che di quei fatti ha interessato il gestore di questo blog, e questo ovviamente potrà non coincidere affatto con quello che altri abbia notato di rilevante. Anche se la finalità non è primariamente comunicativa, tuttavia spero che questo post possa servire, anche solo in parte, a coloro che non hanno potuto essere presenti – soprattutto perché mi è parso che la partecipazione fosse inferiore al valore complessivo dell’iniziativa, almeno dal punto di vista dei significati che mi è parso di cogliere e, appunto, ho cercato di evidenziare e trasmettere qui.

(2) La presentazione si può scaricare dal sito della rappresentanza in Italia della Commissione europea, dal sito del Goethe Institut o anche dall’home page di quello di Lettera internazionale. Su tutti c’è il link al PDF col programma dettagliato (stranamente, nel primo caso il ‘peso’ dichiarato è 557 KB ma nel secondo 544, pur essendo lo stesso, identico file…).

(3) Il comunicato di StradE in merito si può leggere anche su Bibliocartina dal 23 settembre scorso.

(4) Traggo la citazione da una presentazione più ampia reperibile sul sito Altalex, che riporta anche il link al testo della legge, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale n° 22 del 26 gennaio 2013.

(5) Credo anche dello sport, aggiungo io. Nel dubbio e nella mia ignoranza, però, per evitare link sbagliati o parziali preferisco non darne nessuno.

(6) La tentazione di scattare un paio di instantanee anche in questo momento di relax è stata forte, ma ho resistito pensando che così avrei suscitato troppe invidie e rimorsi fra i miei ‘avidi’ lettori…

(7) Mi sembra che anche la scuola di Tel Aviv abbia svolto osservazioni interessanti a riguardo, ma non sono sicuro se fosse Even-Zohar o Toury.

(8) Di spalle, Daniele Petruccioli (segretario di STradE) a colloquio con F. Cossi; sullo sfondo, R. Gallus si complimenta con A. Repossi (coperta, purtroppo me ne sono accorto dopo e me ne scuso qui pubblicamente).

Il processo di Norimberga: il ruolo degli interpreti

manifesto del convegno AIIC sugli interpreti di Norimberga

manifesto del convegno AIIC sugli interpreti di Norimberga

Ho trascorso una settimana in Germania, per risciacquare la lingua nella Sprea e nel Reno…

Al campo di concentramento di Sachsenhausen (nome che in precedenza attribuivo esclusivamente a un quartiere di Francoforte, nelle cui Kneipen ero solito rinfrancarmi ai tempi della frequentazione delle Buchmessen) ho visto per caso il manifesto che riporto qui sopra e (programma) sotto, scusandomi per la scarsa qualità del medesimo (i programmi di fotoritocco non sono il mio forte).

Per chi sia interessato, ma non legga il tedesco, si tratta di un convegno tenuto a Berlino dal 4 al 9 agosto sugli interpreti di tribunale che lavorarono ai processi contro i nazisti svoltisi nella città di Norimberga (Nürnberg) subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Il titolo dice: Un processo – quattro lingue, il sottotitolo: Chi erano gli interpreti ai processi di Norimberga? e si è tenuto a Berlino dal 4 al 9 agosto di quest’anno (anche se non si capisce cosa abbiano fatto il 7 e il 9 agosto).
Il primo giorno era introduttivo, il secondo era intitolato «Interpreti in zone di crisi», il che spiega il fatto che fosse organizzato insieme all’associazione «Reporter senza frontiere» [Reporters sans frontières – Reporters Without Borders – Reporteros Sin Fronteras], qui in Italia nota soprattutto per l’annuale pubblicazione sulla libertà di stampa nel mondo).
Il 6 agosto si affrontava il tema forse più spinoso: «Violazione dei diritti umani nell’aula del tribunale? Uno sguardo critico alla prassi dell’interpretazione giudiziaria».
Ma era sicuramente stimolante anche il tema dell’8 agosto: «Fra Hitler e Stalin. Il dilemma degli interpreti sovietici al processo di Norimberga».
Il tutto era curato dall’Associazione internazionale degli interpreti di conferenza, che conta oltre 3.000 membri in 90 paesi, di cui 270 (per un totale di 19 lingue) nella sola Germania.

Grazie al cortese quanto tempestivo commento di Luigi Muzii, posso aggiungere post factum che in Italia sono iscritti all’associazione 189 membri: non tanti quanto in Germania, però è sempre un buon numero (pari al 10% di quelli registrati nell’Unione Europea, sempre secondo il sito ufficiale).
Suggerimento: forse STradE potrebbe contattare la sede italiana per realizzare qualcosa come un gemellaggio, in nome degli interessi (almeno in parte) comuni?

programma del convegno AIIC

programma del convegno AIIC

 

 

AGGIORNAMENTO (30 marzo 2015)
Scopro oggi per caso (o meglio, indotto dalla ‘sirena’ dell’annuncio “Chi ha comprato questo libro è interessato anche a” che nonostante sia sotto la ricerca appena effettuata, spicca in un rosso vivo, questo libro perfettamente collimato a un tema che invece ritenevo abbastanza peregrino:

La copertina della traduzione italiana (Aracne 2014)

La copertina della traduzione italiana (Aracne 2014)

Tat’jana Stupnikova, Tutta la verità, nient’altro che la verità. Il processo di Norimberga con gli occhi di un’interprete russa, tradotto da Claudia Panfili per Aracne nel 2014.
Sul sito dell’editore si trova questa sintesi (forse la bandella del volume?)

Il 20 novembre del 1945 a Norimberga il Palazzo di giustizia assomiglia a un alveare. Sulla tribuna della stampa sono presenti 250 giornalisti venuti da tutto il mondo, ma solo 5 rappresentanti della stampa tedesca vengono ammessi al processo. Tutta la verità nient’altro che la verità. Il processo di Norimberga con gli occhi di un’interprete russa è la traduzione integrale dal russo del resoconto del processo di Norimberga, contenuto nel libro Ničego krome Pravdy di Tat’jana Stupnikova, pubblicato nel 2003 a Mosca dalla casa editrice Vozvrašenije. Tat’jana Stupnikova a 22 anni fu inviata a Norimberga in qualità di interprete simultanea dal tedesco al russo, e incentra il suo resoconto dello storico processo sul concetto di familiarità tra nazismo hitleriano e comunismo staliniano.

L’autrice è morta due anni dopo la pubblicazione del testo in Russia. Se ne può visualizzare e scaricare liberamente in un PDF unico anche il sommario e la Prefazione, a firma di Joanna Spendel, dal titolo «La verità e solo la verità. Una testimonianza inedita sul processo di Norimberga» (pp. 13-22), sufficienti per farsi un’idea chiara del testo. Che è piuttosto lungo (346 pagine, formato standard 14 ☓ 21) e articolato in 58 capitoli (con numerazione progressiva in cifre romane), più prefazione, introduzione e postfazione. En passant noto che la versione elettronica del testo costa esattamente due terzi (9 €) di quella cartacea (15 €).

La prefatrice mi è nota per un testo che comprai sull’onda lunga del mio interesse per il formalismo russo (oggetto della mia tesi di laurea, che prima di morire dovrò decidermi a rendere disponibile on-line…), e cioè Prima del gelo. Ricerche su gruppi e tendenze nella letteratura russa degli anni Venti (Bulzoni 1982, stranamente ancora disponibile sul sito dell’editore: stranamente, sia perché si tratta di un testo uscito 33 anni fa, sia perché mi dicono che quell’editore di riferimento per chi frequentava facoltà umanistiche alla Sapienza naviga anch’esso in cattive acque…).
Approfitto sempre dell’editore Aracne per rinviare a una sua chiara scheda bio-bibliografica, come scorciatoia per far capire che si tratta di una studiosa attiva almeno dagli anni Settanta, anche se con il curioso vezzo di modificare il suo nome proprio (originariamente Giovanna, come si vede consultando per esempio il catalogo storico della Mondadori, per la quale tradusse vari classici russi, con un totale di 34 ‘notizie’: ‘entries’, ‘items’?).  L’Associazione italiana degli slavisti le ha dedicato un convegno il 17 aprile 2013. E’ infine citata anche in questo recente articolo di Giulia Baselica su Tradurre.it, a proposito della letteratura sovietica (non)dissidente.

I peggiori anni della nostra vita (2011-2013)

Alla fine ci sono andato; direi meglio ‘all’inizio’, ma in realtà l’incontro è cominciato con oltre mezz’ora di ritardo sul pur ‘comodo’ appuntamento da programma, molto ‘romano’: alle 11 di giovedì 20 marzo 2014.
Ci sono andato, lo confesso, anche perché avevo un po’ di nostalgia, dai miei tardi (e dispersivi) anni universitari, della splendida cornice scelta per questa presentazione: il salone vanvitelliano nella sede della Biblioteca Angelica

L'angolo a destra, entrando nel salone principale

L’angolo a destra, entrando nel salone principale

L'angolo a sinistra, entrando nel salone principale

L’angolo a sinistra, entrando nel salone principale

in pieno centro di Roma, a fianco della quattrocentesca chiesa di sant’Agostino, inondata di sole caldo e festoso.

Facciata della chiesa di S. Agostino a Roma

Facciata della chiesa di S. Agostino a Roma

Non si ha diritto alla cartellina con la documentazione se non si è accreditati (e mica ero l’unico a non esserlo, anche se pare che i convenuti, a gruppi, si conoscessero un po’ tutti fra loro: con buona probabilità, editori e/o librai; età media sulla cinquantina, diverse donne, i pochi trentenni si notano subito, sembrano un po’ impacciati e inesperti, ma sarà la mia spocchia…). Al diavolo la cartellina, l’abilità a prendere appunti mi è rimasta dai tempi dell’università (e due!).
Ad ogni modo qui c’è il comunicato stampa (PDF), per chi non voglia sorbettarsi il mio resoconto, lungo e tardivo (grazie lo stesso della visitina: nei post successivi sarò più breve, promesso), ma proprio per questo più ricco e sapido (spero, almeno).[^1]
Sul palco i cartellini dei tre relatori:

  • Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il libro e la lettura,
  • Rossana Rummo, direttrice generale per le biblioteche, gli istituti culturali e il diritto d’autore,
  • Lidia Ravera, scrittrice e assessora alla cultura e politiche giovanili della regione Lazio.

Invece non si è palesato Corrado Augias, pure annunciato in agenda (meglio così?).

I relatori (peccato per L. Ravera, un po’ dark dietro la lampada austera)

I relatori (peccato per L. Ravera, un po’ dark dietro la lampada austera)

Altra notazione potenzialmente negativa: si è trattato della mera presentazione, cioè alla fine di tutti i dati e di tutte le considerazioni, dal tavolo ufficiale non è stato avviato nessun dibattito, anzi ho avuto l’impressione che Ferrari, quasi avvertendo questa sorta di ‘vuoto’, di mancato dialogo, abbia pronunziato un ringraziamento un po’ imbarazzato, come a sugellare l’incontro in maniera cortese ma forzata, ossia senza alcuna intenzione di ammettere repliche (sappiamo infatti dalla semiotica sovietica che non congedarsi alla fine di un’interazione è ben peggiore del non salutarsi all’inizio, vero?).
E visto che qui sto già anticipando le critiche, tanto vale tirar giù subito il carico da novanta, così poi procederò ‘alleggerito’: l’articolo di Christian Raimo a p. 15 dell’edizione WE di «Pagina 99» (purtroppo non è on-line, ma è stato letto ampiamente e con gusto venerdì mattina dal suo sodale Nicola Lagioia a Pagina 3, la trasmissione di Rai3 che va in onda subito dopo il GR (ok, è vero, tra i due c’è anche Onda verde, con le informazioni sul traffico [auto]stradale, e ancora le previsioni meteo: però questo non lo dicono praticamente mai, quindi si rimane incollati quei 5-6 minuti all’apparecchio che… vabbè, non interessa nessuno).[^2]

Alcune precisazioni iniziali sono svolte da GAF: la ricerca, affidata all’istituto Nielsen, è la più ampia mai effettuta e conferma (se ce ne fosse bisogno…) che la crisi attuale è la più grave in Italia dal secondo dopoguerra, anche se a uno sguardo retrospettivo più consapevole segni di crisi si avvertivano già una decina d’anni fa (a dir poco).[^3]

La parola passa a RR, che anticipa gli esiti salienti, dopo di lei esposti ed escussi più analiticamente da GAF. Questo PDF (23 slides) è la traccia del suo intervento.
Ci troviamo di fronte a un’emergenza, una «sofferenza industriale» (d’ora in poi utilizzerò questo tipo di virgolette per espressioni che ho sentito pronunciare dai relatori e riproduco fedelmente) di tutta la filiera del libro (editori, lettori, librai), sicuramente influenzata dalla crisi economica generale, ma che impone di «monitorare il fenomeno della lettura»; a leggere è meno di metà degli italiani e, ancora una volta, quelli che resistono vivono perlopiù al Nord e in parte al Centro, mentre il Sud continua a permanere in una situazione di subalternità e arretratezza. Unico spiraglio positivo pare la letteratura per ragazzi.
All’estero la situazione è ben diversa: in Francia il Centro nazionale per il libro ha un finanziamento di 20 milioni di euro (forse l’anno scorso erano 42, come si leggeva 13 mesi fa in questo articolo di Libreriamo) e anche qui da noi bisognerebbe spendere qualcosa di più dei 2 milioni attuali (erano 1,5 al momento dell’istituzione nel 2008, secondo quanto riportato sulla «Gazzetta ufficiale», ha scritto Raimo), soprattutto per opporsi alla tendenza generale, che vede il piccolo sacrificato a favore di «grandi agglomerati industriali»: è il caso di tante librerie storiche che chiudono, ma un discorso analogo si potrebbe fare per le sale cinematografiche (anche per quelle teatrali, aggiungerei). Tuttavia qualcosa si è iniziato a fare:

Il logo del progetto ministeriale per i piccini.

Il logo del progetto ministeriale per i piccini.

La manifestazione primaverile per i libri.

La manifestazione primaverile per i libri.

Il progetto ministeriale per le città che leggono.

Il progetto ministeriale per le città che leggono.

Leggere serve a costituire l’identità culturale e sociale di un paese: il nostro è particolarmente soggetto a una sorta di federalismo (anche più di una forma), quindi secondo RR è meglio «presidiare il territorio» che lanciare campagne ‘generaliste’, incapaci di cogliere le specificità creative (punto sul quale tornerà anche LR); ad esempio, i grandi festival hanno un largo séguito, ma alla lunga risultano sostanzialmente effimeri, non riescono a scalfire e incidere in profondità su certe abitudini, soprattutto quelle ‘cattive’.

Quindi la parola passa a GAF, che dopo aver ringraziato per l’ospitalità la dinamica e innovativa direttrice della biblioteca, Fiammetta Terlizzi, inizia a snocciolare le cifre del rapporto, con brevi commenti. Anche qui, per chi non ha tempo c’è il link per scaricare il PDF (33 slides) del suo intervento.
Anzitutto il c.d. Panel Consumer di Nielsen. L’indagine è stata effettuata su 3000 famiglie al mese per 3 mesi (tot. 9000 famiglie, l’età minima era pari o superiore ai 14 anni). Non si è puntato unicamente alle vendite (interpreto: dal punto di vista del commerciante), ma si è tenuto conto anche degli acquisti (il punto di vista del lettore) e soprattutto delle letture dichiarate. Questo è un asse sul quale è strutturato tutto il lavoro, per cui utilizzerò la ‘A’ per la prospettiva-acquirenti e la ‘L’ per la prospettiva-lettori.
Le aree geografiche in cui è stata diviso il Belpaese sono Nord-ovest, Nord-est (Emilia Romagna compresa), Centro (con la Sardegna) e Sud. Altri parametri significativi sono (in inglese fa più fico, non v’è dubbio…): affluency (rapporto fra reddito e componenti della famiglia, modulato in: alto/basso/poco sopra/poco sotto la media); life stages (7 tipi di famiglie).
Il totale degli italiani adulti è di 52,4 milioni: da questi, negli ultimi 3 anni, c’è stato un calo dell’11% fra i lettori (oggi L=22,4 mln) e del 15% fra gli acquirenti (A=19,5 mln nel 2013), che quindi adesso si sono ridotti a poco più di un terzo, il 37% (nel 2010 sfioravano la metà dell’intera popolazione adulta), pari a 21,5 milioni.
Prima conclusione: si smentisce la nomea del libro come «bene anticiclico», cioè che abbia fluttuazioni inverse a quelle dell’andamento dell’economia generale.
Invece si conferma ancora che in prima linea ci sono soprattutto le donne (41% fra A, ben 48% fra L; invece gli uomini crollano miseramente a ⅓: 33% in A, 38% in L); la fascia d’età con maggiori acquirenti è quella fra i 25 e i 34 anni (e quella immediatamente successiva, 35-44 anni, la più falcidiata, con un –17%, in precedenza raggiungeva il 57%, seguita dai 20-24 anni, scesi dal 52 al 40%), mentre fra i lettori è (sorpresa!) quella fra i 14 e i 19 anni (ha il 60% di L, anche se prima arrivava al 70%). Per l’area, il Nord-est si aggiudica il primato, sia negli A, 44% (mentre il Sud può vantare appena la metà di tale valore: 22%), sia negli L: 53% (fra i pochissimi dati addirittura in ascesa, seppure di un solo punto percentuale rispetto agli anni precedenti), mentre le altre tre portano tutte il segno meno: per L, il Nord-ovest arretra dal 53 al 49%, il Sud dal 39 al 31% e peggio ancora fa il Centro, dal 52 al 42%. Il genere più gradito è la narrativa (71%), seguita da biografie/autobiografie e da libri di storia.
Naturalmente fattori che favoriscono la lettura sono il livello d’istruzione e di benessere, ma non in maniera assoluta: ad esempio, soltanto il 57% dei laureati compra almeno un libro all’anno (erano il 75% nel 2011!); il numero di acquirenti maggiore si trova nei nuclei familiari di giovani (47%) e tra i single anziani (più di 65 anni: un dato apparentemente sconcertante, ma che verrà ricondotto a un senso complessivo). Questi ultimi si ritrovano anche nel gruppo relativo ai maggiori lettori, insieme alle famiglie «strutturate».
Relativamente al rapporto fra copie acquistate e lette: il 4% della popolazione adulta compra il 36% dei libri, che essendo il numero di copie stampate pari a 112 mln (suppongo nell’arco dei 3 anni esaminati, ma non è stato esplicitato; in un altro grafico questo totale era di 122, ma può darsi che io abbia inteso male), equivalgono a 40,3 mln di copie; si tratta di una media superiore ai 12 testi all’anno, il che significa che la spesa media per acquirente è piuttosto alta: 57,47 €/anno (comunque anch’essa ridotta del 9% rispetto al 2012). Ciò permette di fissare un totale di spesa complessiva, che equivale al «valore del mercato», di 1,1 miliardi € (anche qui si registra una flessione del 14% rispetto al 2012); per avere un termine di paragone, la cifra è pari a quella generata dalla sola pubblicità on-line. Non ho fatto a tempo a segnare tutte le percentuali relative al prezzo di copertina, ma credo sia già sufficientemente significativo che quelle sino a 5€ siano il 28% e quelle fra 6 e 10€ raccolgano il 31%.
Passando al versante L, almeno il 43% (22,4 mln) ha letto almeno un libro all’anno, il 5% legge il 39% dei libri prodotti e un altro 16% ne legge il 9%; le copie lette risultano essere 153 mln.[^4]
Insomma, gli italiani leggono più libri di quanti ne comprino!

Nel confronto fra libri ed e-books, questi ultimi progrediscono ma in maniera non eclatante, così come i primi resistono: difatti abbiamo, rispettivamente, un calo del 9%, pari a un totale di 19,2 mln A nel 2013 per i prodotti cartacei e un aumento del 14% per quelli elettronici, con percentuali sostanzialmente analoghe nella porzione L (21,9 e 1,9 mln, quindi negli e-books la crescita è quantificabiel in +17%).
Venendo a considerare il luogo di acquisto, è soprattutto la libreria (35%: 21% quella tradizionale e 14% quella appartenente a una catena), seguita da GDO («grande distribuzione organizzata», 18%: ipermercati 11%, supermercati 6%) e edicole (17%, di cui 6 relativi ad abbinamenti con altro, e 11 ‘autonomi’), mentre internet vanta appena l’11% e fanalino di coda sono le cartolibrerie (4%). Secondo GAF, questi ultimi dati confermano che si tratterebbe di una «crisi rallentata», soprattutto rispetto agli andamenti più drastici, riscontrati in altri paesi.
Avviandosi alla conclusione, ecco alcuni confronti più analitici sulle perdite per i 3 anni (2011 – 2012 – 2013): gli A passano in maniera inesorabilmente costante dal 44% (25,3 mln) al 41 (21,3) al 37 (19,5); i L dal 49% (25,3 mln) al 46 (24,4) al 43 (22,4): qui la flessione è appena meno accentuata, registrando un –8% fra 2012 e 2013 e un –12% dal 2011 al 2013. Il crollo maggiore fra gli A si è avuto nel Centro: 51, 39 e 36%; i single anziani passano dal 26% del 2011 al 33% del 2012 e si attestano al 30% nel 2013, mentre fra i L anziani è in netta controtendenza la progressione: 33, 38 e infine 39%.
Gli acquisti di e-books passano da 1 mln (2011) a 2,7 mln (2012) a 4 mln nel 2013 (+291% nei 2 anni, + 48% dal 2012); la lettura dai 3,4 mln ai 5,5 ai 7,4 (+118% nei due anni, +25% dal 2012). GAF si è soffermato in particolare su questi dati per sottolineare che l’insieme del libro si può considerare abbastanza «conservativo», cioè il mercato risentirebbe di «abitudini culturali conservatrici».
Flessione nei canali di vendita: maggiore (–21%) nelle librerie di catena (avevano una quota del 29% nel 2011, scesa a 26 nel 2012 e ancora a 23 nel 2013); –13% delle librerie tradizionali (dal 49% nel 2011 al 45% del 2012 al 43% del 2013), sostanzialmente appaiate alle edicole (–12%: 20% nel 2011, ‘tengono’ il 18% nei due anni successivi); appare soffrire un po’ meno la GDO (–9%: 37%, che poi diventa il 34% sempre nel biennio 2012-2013). A tale riguardo GAF commenta che si è contratto ciò che appariva più innovativo, mentre sembra abbia resistito soltanto ciò che era tradizionale, insomma c’è stata una sorta di «chiusura a riccio», che rinvia a «qualcosa di profondo» (già, ma cosa?) che non dipende dalle politiche culturali adotttate (quali, di grazia?) nel nostro paese. Comunque per capire se si è ‘usciti’ dalla crisi o no saranno decisivi i dati del 2014 (maddài!?).

Andamento delle vendite librarie nei trimestri finali (2010-2013).

Andamento delle vendite librarie nei trimestri finali (2010-2013).

La slide conclusiva, riportata anche in questo PDF, registra il numero di acquisti effettuati nel corso dei 3 anni: l’andamento è sinusoidale con un picco negli ultimi tre mesi di ogni anno (come sa bene ogni direttore editoriale, che mira a piazzare lì i titoli migliori). Qui la discesa è visibile in maniera anche più chiara: il 33% del quarto trimestre 2010, pari a una spesa complessiva di 587 mln €, cala al 29% nel 2011 (471 mln), al 27% nel 2012 (382 mln) e ancora al 26% nel quarto trimestre 2013 (335 mln: quindi una perdita ‘secca’ di 250 mln €, quasi un dimezzamento rispetto alla cifra iniziale). Percentuali del tutto analoghe per il versante L.

LR ha adoperato la graziosa metafora della «giacchetta» che può indossare per parlare del fenomeno: quella della scrittrice e quella della politica(nte). Ma in entrambi i casi questi dati la preoccupano seriamente. Come autrice, vede una «tendenza vecchia: va così male da tanto tempo»; la lettura non è più un fattore di elevazione, di promozione socio-culturale, c’è stato un impoverimento complessivo, è crollata una fiducia che si aveva nel libro (prima ci si vergognava di essere ignoranti, mentre oggi chi legge è praticamente uno «sfigato» all’interno di un gruppo!), e questo è responsabilità degli operatori; occorre riqualificare i prodotti immessi sul mercato tramite una selezione anche drastica. Lei stessa ha cercato sempre di scrivere per «la signora grassa», non mirando a un’élite irraggiungibile.
Come assessora, si chiede poi dove abbia sbagliato la politica culturale degli ultimi anni. Tutto considerato, il prezzo di un libro è conveniente e il bene acquistato ‘dura’ anche di più: fa il confronto con il costo del biglietto per il teatro dell’Opera, che è più alto e per rappresentazioni che durano un paio d’ore e basta, mentre un libro può essere riletto, prestato ecc. (fruizione maggiore, più dilatata). In particolare, nel lavoro svolto presso l’Assessorato ha tentato di invertire il verticismo culturale, di «fertilizzare i selvaggi [provenienti] dal basso», cioè dalle biblioteche e da tutte le situazioni locali, micro (p.es. associazioni spontanee di lettori), in cui ha potuto constatare la presenza di persone che per lavoro e passione sostenevano la lettura, anche quasi contro i propri interessi (p.es. bibliotecari che non percepivano lo stipendio da mesi…). Occorre rifinanziare la legge 16/2008: «Iniziative ed interventi regionali in favore della promozione del libro, della lettura e delle piccole e medie imprese editoriali del Lazio» tramite bandi che premino, appunto, quelle iniziative lodevoli dal basso, p.es. che portano i libri nelle carceri, negli ospedali, nelle scuole.
Ancora due appunti veloci ma IMHO interessanti per chiudere: il «bisogno di letteratura nasce dalla sofferenza»; e il narcisismo coltivato dalle scuole di scrittura può servire a rafforzare se stessi, innescando anche un processo virtuoso di lettura.
Comunque il tenore dell’intervento di LR è già parzialmente nella sua replica, recisa (chiude così: «Con la cultura si mangia, è vero, ma chi si vuole arricchire con la cultura, ha sbagliato indirizzo»), ad affermazioni di GAF occasionate dalla Buchmesse dell’ottobre 2013 (entrambi gli interventi sono usciti sull’«Huffington Post»); a lei si affiancava idealmente lo stesso 21 ottobre 2013 Elena Stancanelli, animatrice dell’associazione «Piccoli maestri», fra quelle menzionate all’Angelica.

NOTE (stavolta mi sono trattenuto… 🙂
[^1]
Ignoro senza rimpianti i resoconti, numerosi, sparsi qua e là, ma anodini e parziali, per passare subito a manifestare la personale approvazione del commento, impegnato ma come sempre intelligente, di Loredana Lipperini: sul suo blog finisce per rinviare alle argomentazioni che Tullio De Mauro sostiene da molti anni, sebbene egli ottenga solo l’ennesima conferma che nemo propheta in patria: «L’analfabetismo italiano ha radici profonde. Ancora negli anni Cinquanta il paese viveva soprattutto di agricoltura e poteva permettersi di avere il 59,2% della popolazione senza titolo di studio e per metà totalmente analfabeta (come oggi il 5%)». Si tratta di un brano citato spesso da un intervento datato marzo 2008 del linguista emerito (si trova anche qua), al quale ho apposto il corsivo. Io avevo accennato a sue precisazioni (uscite anch’esse su «Internazionale» ma l’anno scorso) in materia di istruzione e valutazione scolastica nella nota 8 del mio ultimo (2 marzo 2014) post, «Il (mio) capitale umano». Qui segnalo ancora che la correlazione tra analfabetismo funzionale (o illetteratismo) e digitale è stata evidenziata bene da Nello Iacono (Stati generali dell’innovazione) in questo stesso mese su «Agenda digitale».

[^2]

[^3]
Osservazione interessante, ma priva di riferimenti: più utile sarebbe stato contestualizzarla. A me vengono in mente, come al solito, un ‘seminale’ M. Livolsi (Almeno un libro. Gli italiani che (non) leggono; La nuova Italia, 1986), il Vigini ‘tascabile’ (L’editoria in tasca. Dati classifiche riflessioni 2004; Editrice Bibliografica, 2004), ma soprattutto la chiara sintesi di G. Solimine (L’Italia che legge; Laterza, 2010), ognuno con pertinenti approfondimenti bibliografici alla fine; GAF non solo non ha citato nessuno di questi, ma non ha dato proprio nessun tipo di riferimento!

© Gius. Laterza & Figli

Quarta di copertina di Solimine 2010 (L’Italia che legge).

[^4]
Sarei curioso di sapere come è stato stimato quest’ultimo valore: dalle utenze nelle biblioteche?

RICONOSCIMENTI
Le prime 4 foto in questo articolo sono state scattate il 20 marzo 2014 da chi scrive qui.

Dalla parte dei traduttori, ovvero: Ad altra (piena?) voce

Evidentemente quest’ultimo mese dell’anno è dedicato a consuntivi, bilanci e pubblicazione di inchieste:

  1. 4 dicembre 2013: sul sito della Rete dei centri traduttori europei è stata annunciata la comparsa di “Mercurio”, uno studio di fattibilità sulla mobilità dei traduttori nello spazio culturale europeo, articolato su 3 azioni principali (mobilità vera e propria, partenariati e diffusione). E’ stato realizzato dall’ente italiano Consulmarc Sviluppo di Oderzo (TV) su richiesta del Direttorato generale della commissione istruzione e cultura della Commissione europea ed è possibile scaricarlo da questo link.(attenzione, che sono ben 13 files PDF, uno dei quali mell’odioso/pretenzioso Power Point!).
  2. 5 dicembre 2013: in concomitanza con l’apertura di “Più libri più liberi”, titolo stabile per la Fiera della piccola e media editoria, ecco arrivare l’indagine Nielsen sul mercato del libro.
  3. 6 dicembre 2013: presentazione del 47° rapporto sulla situazione sociale del paese, curato come sempre dal Censis: il testo è a pagamento, ma nella pagina linkata si possono leggere vari comunicati stampa, i quali danno in sintesi le notizie salienti.
    E così  c’è stata anche quest’anno l’annuale kermesse, alla quale però non ho partecipato (sbaglio, lo so: due anni fa ci ho passato ben 3 pomeriggi e l’anno scorso ho anche fatto un paio di incontri interessanti; in realtà mi sembra utile per chi è GIÀ/ANCORA nel circuito produttivo, o per gustare le ultimissime novità editoriali: e ormai io compro quegli strani oggetti cartacei di forma rettangolare quasi esclusivamente nelle librerie dell’usato e/o sulle bancarelle, a prezzi impensabili anche soltanto pochi anni fa…) e quindi non intendo parlarvene.
    Rammento comunque che Loredana Lipperini, a(ma)bile conduttrice di Fahrenheit sul terzo canale Rai, ha reso l’esperienza della Fiera fruibile, in parte, anche a chi non poteva parteciparvi di persona.
  4. Più importante, però, è stata la presentazione dell’inchiesta che STradE ha incaricato l’Istituto di ricerche economiche e sociali dell’Emilia-Romagna di effettuare a partire da quella dell’aprile 2013 sull’Editoria invisibile (dal sito di STradE se ne può scaricare una sintesi o la versione completa), alla quale partecipò anche la Rete dei redattori precari. Sul mio blog si può vedere il post del 26 maggio 2013, intitolato (con prosopopea) “Trasparenze inquiete e affrante”.

voves-golosSi tratta di un approfondimento su un settore particolare della produzione editoriale, da sempre tipicamente e gravemente precario, ma che testimonia della consapevolezza di cui stanno prendendo coscienza gli attori coinvolti in prima persona. Infatti il comunicato stampa, scaricabile da questo indirizzo, portava come titolo «Ad altra voce» (che a me richiamava alla memoria il majakovskiano «Vo ves’ golos!», associato alla classica immagine propagandistica dei libri nell’Unione sovietica). Con sottotitolo, più chiaro: «I traduttori editoriali in Italia: chi sono, come lavorano, di che cosa hanno bisogno».

Libriiii...!!!

Libriiii…!!!

E’ diventato abbastanza chiaro che il progressivo smantellamento delle redazioni fa ricadere almeno parte del loro lavoro sul traduttore. Ma già un traduttore non sempre svolge al meglio il proprio lavoro specifico, quindi non si potrebbe pretendere di scaricargli anche qualcosa di cui non ha proprio le competenze. Tale ‘mossa’ è comprensibile unicamente dal punto di vista padronale (occhei, ‘datoriale’ sarebbe il termine politicamente corretto) per l’economizzazione delle risorse, e sempre più viene giustificato dagli editori per la crisi profondissima che segna il paese e non può non riflettersi anche su un mercato vecchio e di per sé statico come quello che ci interessa qui.

L’inchiesta è stata realizzata dagli stessi autori della precedente, cioè Daniele Dieci, Carlo Fontani e Florinda Rinaldini, suppongo per garantire la massima congruenza di dati.
Il testo, distribuito nelle due solite forme della sintesi (8 pagine) e di rapporto completo (dove le pagine diventano 61 e c’è anche una ricca bibliografia finale; ne inserirò il link relativo nei prossimi giorni, quando magari sarà disponibile anche su altri siti).
Vabbè, non sarò la Lipperini, ma a beneficio di chi non c’è stato cercherò di dare una pallida idea di quello che è stato detto in quella sede, ringraziando il SLC per l’impegno dimostrato. Intanto potete trovare a questa pagina le percentuali e cifre più significative; la Stampa di Torino è stato probabilmente il primo quotidiano a parlarne in maniera chiara.

Ottimo anzitutto il coordinamento effettuato da Elisabetta Ramat, che rifiutando la classica formula ex cathedra, ha sempre rilanciato aspetti meritevoli di discussione, alternando in maniera ‘equa e solidale’ fra esponenti ufficiali e interventi del pubblico − a differenza di come farò invece qui, per motivi pratici di dispositio.
Va detto che sarebbe stata auspicabile una maggiore partecipazione, ma forse me l’aspettavo solo io, dato che alla fine la saletta è risultata confortevole e adeguata alle presenze effettive.
Ha inaugurato le danze la benemerita traduttrice Alice Gerratana, che nonostante dichiarasse di essere un po’ emozionata di parlare in pubblico, se l’è cavata benissimo presentando il sindacato di cui è stata eletta segretaria a ottobre (qui, perciò, “passo”).

Alice Gerratana

Alice Gerratana durante il suo intervento.

È quindi seguita la presentazione del rapporto da parte di due degli estensori stessi, Daniele Dieci e Florinda Rinaldini: giovani e simpatetici, hanno cercato di privilegiare l’aspetto qualitativo, dato che anche nella sintesi ci sono 10 grafici e 4 tabelle.

Inchiesta IRES.

A sinistra D. Dieci, a destra F. Rinaldini.

È stata poi la volta di Daniele Petruccioli, anch’egli neoletto nella segreteria di STradE (il terzo malcapitato, si fa per dire, è Giordano Vintaloro). Con il suo solito fare ironico ma coinvolgente (o travolgente?), ha toccato svariati punti: dallo studio di cui al punto 1. all’inizio di questo post, all’accordo con SLC, i problemi comportati da pluricommittenza e polifunzionalità (uno dei concetti utilmente articolati nella ricerca IRES), le tariffe e in ultimo l’importanza del lavoro con le istituzioni, anche in prospettiva di formazione professionale. Il ricordo toccante, nella sua imprevedibilità, di Nelson Mandela ha strappato un applauso in più (come quello suscitato dall’annuncio del maestro Daniele Gatti all’inaugurazione della stagione della Scala di Milano).
Davide Imola, responsabile della Consulta professioni della CGIL, ha riconosciuto l’inadeguatezza dei modi tradizionali di affrontare il nodo degli “invisibili”, vale a dire quello che cercava di ricondurli all’interno dei “subordinati”, dato il peso sempre minore rivestito dall’azienda (sia come luogo fisico dove si svolge il lavoro, sia come struttura che irreggimenti i lavoratori in ruoli prefissati) e, inversamente, la ricerca di sindacalizzazione all’esterno di essa (un punto fatto notare anche da Petruccioli). Tra i risultati positivi ottenuti nel breve periodo c’è il blocco del temuto aumento dell’aliquota dovuta per il versamento della gestione separata (un’iniziativa che ha visto in prima fila anche l’associazione ACTA, come ricordava già a fine ottobre il blog pisano di Help Traduzioni). Infine, riguardo al futuro e alla formazione, Imola ha fatto anche un accenno alla legge 236, sulla quale però ammetto la mia ignoranza.
La partecipazione di Francesco Sole, in rappresentanza di SLC/CGIL, è stato un fuori programma, in quanto non previsto. Tre le questioni principali sollevate, incentrate sul senso da dare alla parola ‘lavoro’, anziché farsi distrarre dall’ampia rosa di aggettivi che tentino di definire i lavoratori (non-standard, autonomi, invisibili, precari, parasubordinati, atipici, irregolari ecc.): l’apertura di un “tavolo tecnico”, che incontra problemi ‘politici’; l’introduzione di una forma di assistenza sanitaria integrativa nei contratti (120 €); l’istituzione di un fondo previdenziale. L’obiettivo di lungo periodo è quello di includere tutte le forme oggi non riconosciute nel contratto collettivo nazionale dei Grafici ed Editoriali.

Introduco ora qui complessivamente gli interventi da parte del pubblico, perché mi pare che vadano tutti nella direzione di integrare il panorama delle posizioni in gioco, mostrando quante sfaccettature distinte ha questo tipo di ‘lavoro cognitivo’.
Ha “rotto il ghiaccio” la traduttrice economica e finanziaria Adele Oliveri, esponendo la sua difficoltà a scindersi in ‘traduttrice editoriale’ e ‘traduttrice tecnica’, dato che il suo reddito è alimentato da entrambe queste voci, disuguali per portata e variabili da un anno all’altro.
Si è poi presentata al microfono una ragazza di colore (Lala Zineb [nome] Maarouf Dafali [cognome]), redattrice del mensile Al Maghrebiya, che ha portato all’attenzione di tutti la grave situazione in cui versano i traduttori giurati e quelli che lavorano all’interpretariato e alle perizie per immigrati in tribunali e simili contesti “delicati”. Elisa Comito (anch’ella di STradE) si è premurata subito di prendere contatto, e devo a lei la possibilità di integrare questo post con le informazioni esatte a riguardo, tra le quali l’indicazione di un portale specifico e la versione in lingua araba (si tratta di un mensile in lingua araba edito dedicato ai maghrebini e agli arabi che vivono nel nostro paese).
Simone Buttazzi ha ricordato l’importanza della petizione promossa da STradE per la costituzione di un fondo a favore dei traduttori e della traduzione (tra l’altro, è ancora disponibile sul sito e su Avaaz.org: firmate, firmate e diffondetela!).
Ne ribadiva le ragioni la valente germanista Marina Pugliano, la quale nel suo spumeggiante intervento ha preso spunto dai dati Istat riportati sul sito del Centro per il libro e la lettura (e che a prima vista, secondo alcuni, non sembrano corrispondore a quelli divulgati dall’Associazione italiana editori all’ultima Fiera di Francoforte) per rimodulare le accorate doléances già espresse in un’intervista concessa a STradE dopo il conseguimento del V° Premio italo-tedesco per la traduzione. In sostanza, ormai la traduzione non è più un asset per l’editore, ma un costo da tagliare fregandosene delle ricadute sulla qualità del prodotto finale (e aggiungerei io: tanto saranno in pochi ad accorgersene…).

Intervento di Marina Pugliano.

L’intervento di Marina Pugliano (all’estrema sinistra). Al centro M. Cestaro, tra E. Ramat ed E. Lattuada (ultima a destra).

Last not least, Simona Adami, un’adattatrice/dialoghista/doppiatrice/traduttrice di audiovisivi ha perorato il punto di vista di chi opera in quello specifico, sacrosanto come gli altri ma contro il quale sono in atto i medesimi meccanismi di svalutazione/emarginazione già messi a fuoco nell’editoria standard. A suo avviso, però, lì la giungla è anche peggio!

L'intervento di SImona Adami (a sinistra).

L’intervento di Simona Adami (a sinistra). D. Petruccioli chiude il tavolo (a destra).

Il succo dell’intervento di Massimo Cestaro, Segretario generale del SLC/CGIL, lo trovate sul sito del sindacato. Altre sue considerazioni, sempre molto concrete, sono state: la presenza di nuove piattaforme digitali; il riconoscimento della «funzione totale nel ciclo produttivo» del traduttore; la necessità di considerare trasversalmente, cioè in tutti i settori (tele-audiovisivo, cinematografico, teatrale ecc.) questa professionalità, ricordando proficuamente i 55 giorni di sciopero da parte dei doppiatori (febbraio-marzo 2004), che fruttarono una qualificazione migliore.
Elena Lattuada ha infine tirato le somme. Anche lei ha ribadito la necessità di superare la distinzione, evidentemente obsoleta, fra tutelato e non-tutelato, ricercando le condizioni che è utile mettere assieme, personali e come «aggregazioni di filiera». Ha poi raccolto l’accenno al gender gap evidenziato da Ramat sulla scorta dei dati dell’indagine, ma rimasto sempre in ombra. La sua osservazione che mi ha colpito maggiormente è stata quella in cui ha affermato che se 10 anni fa il sindacato non si sarebbe mosso per le questioni dibattute oggi (e io ne so qualcosa…), vale anche la reciproca: 10 anni fa la schiera dei traduttori non si sarebbe schierata così apertamente e con una tale autoconsapevolezza.
Dunque, volendo concludere anch’io, in questi ultimi anni c’è stata l’acquisizione progressiva di una migliore/più corretta/completa percezione-di-sé-rispetto-ad-altri-soggetti (come scrivevo sopra), a cui non sono estranee esperienze pur diversificate come, citando un po’ a casaccio: STradE, forum e liste come Biblit e Qwerty, siti e blog individuali, le Giornate di Urbino (arrivate nel 2013 all’undicesima edizione), corsi e master specifici e così via.

Se il post ti è piaciuto, fammelo sapere, per cortesia; chiunque è libero di linkarlo/ribloggarlo, esplicitandone la fonte e l’autore. Più sotto ci sono i link per commentarlo e iscriversi, se del caso — ma non aspettatevi post a raffica, sono troppo pigro 😉

La giornata del traduttore (Pisa, 14 settembre 2013)

Sì, sono stato impegnato in un lavoro (che non ho ancora completato…), facendo anche per la prima volta l’esperienza di tradurre intensamente non a casa mia, in particolare guardando il mare calabrese a 50 metri dalla veranda (vabbè, non era proprio così oleografico come l’immagine riprodotta qui sotto, ma tra le foto spulciate in Google Immagini è quella che si avvicina di più ai colori che assumeva il tramonto).

Marina di Fiumefreddo Bruzio

Marina di Fiumefreddo Bruzio

Però vorrei segnalare per tempo questa iniziativa di Sabrina Tursi, European School of Translation (devo proprio decidermi a parlare ad Andrea Spila!) e Luca Lovisolo, gratuita ma previa registrazione. Sarà per il titolo che mi piace anche perché ricorda un po’ “La giornata di uno scrutatore” calviniana, anche se immagino che lo svolgimento di questa sarà più frizzante e coinvolgente; linko (si può dire/scrivere?) in queste parole il cronoprogramma con tutti gli appuntamenti e info sui partecipanti.

E per chi non ci è ancora andato, o chi ci sta per tornare, molti auguri per le ferie, sudate in tutti i sensi!

Trasparenze inquiete e affrante

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AGGIORNAMENTI (12 giugno 2013)
  • Ho letto in ritardo l’articolo di Enzo Calderale su Tropico del libro, datato 4 giugno: un po’ lungo, ma in compenso ricco di link, di cui ho apprezzato quello alla recensione del filologo classico Dino Baldi; mi è piaciuto non tanto per le critiche all’ultimo libro firmato da Roberto Calasso (pure sostenibili), ma per l’insistenza sulla necessità di formarsi ancora, chiedendosi (anche nel mio caso, a questo punto sfruttando l’inoccupazione) cosa ha portato a fare questo lavoro e se ha senso continuarlo così.
  • E torna sull’argomento in maniera pertinente anche Andrea Curiat con un intervento sul sito Articolo 36 dell’8 giugno, dove tra l’altro risulta che l’AIE non ha risposto alle richieste di parlare con qualche suo esponente: ma se non ci pensa quell’ente, siamo messi tutti davvero male!
Ritengo estremamente importante segnalare la presentazione (13 maggio 2013, ore 14, presso la Camera del lavoro di Milano) dell’inchiesta sui lavoratori precari dell’editoria, svolta dall’Istituto di ricerche economiche e sociali dell’Emilia Romagna sulla grave (sia economicamente sia moralmente) situazione in cui versano oggi i collaboratori del settore editoriale: oltre il 92% ha un contratto ‘atipico’.
Diversi link sul sito ufficiale consentono di prelevare anche una sintesi di 1267 parole (pari a 8948 caratteri), 19 slides di presentazione e la locandina promozionale, oltre al rapporto completo: tutti in formato PDF, tranne la sintesi, che compare in una pagina a sé. Ottima anche la copertura della rassegna stampa, che al momento in cui scrivo conta già 9 link; molto ampia la presentazione su Bibliocartina, al punto da doversi distendere in due parti (con altrettanti link).

Se ne può leggere qui l’annuncio (20 giugno 2012) e qui un intervento a caldo di Simona (?), del 14 maggio u.s. (qui anche in PDF). Vi hanno contribuito in maniera sostanziale la Rete dei redattori precari e il Sindacato dei traduttori editoriali, le organizzazioni che sostengono i diretti interessati.

Manca invece dalla rassegna stampa il blog della compagna (?) Denisočka, che è andata alla presentazione e oltre a snocciolare i link di cui sopra, ne aggiunge altri significativi, come le conclusioni di Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil (organizzazione che partecipava con la sezione Sindacato dei lavoratori della comunicazione), rubricate in 2 links da YouTube (qui il primo e qui il secondo), o uno streaming da La7. Ma soprattutto faceva notare, fra dispiaciuta e costernata: “Mancavano solo, nei grandi numeri, loro: i colleghi precari“. Brava, ben detto!

Per completare la panoramica, in un’ottica di esprit de système, occorre tenere presenti almeno:

  • la sesta edizione dell’inchiesta di Biblit sulle tariffe delle traduzioni in regime di diritto d’autore per committenti italiani, relative al 2011: qui le slides (in formato Power Point), presentate e commentate alla Casa delle traduzioni lo scorso 23 aprile, con Marina Rullo, e qui il link per leggere o scaricare il rapporto completo (22 pagine in PDF, ancor più ricche di tabelle e considerazioni, utili soprattutto a chi consideri di intraprendere la professione — hanno risposto ‘soltanto’ 272 traduttori, una quota apparentemente minima epperò significativa perché ripartiti in parti pressoché uguali fra ‘professionisti’ e ‘attivi’; c’è una connessione diretta con l’Editoria invisibile nella collaborazione dell’IRES alla elaborazione dei dati, che è abbastanza complessa e richiede competenze specifiche — il modello al quale ci si ispira è sempre l’inchiesta condotta dal giornalista e scrittore Pierre Assouline “La condition du traducteur”, presentata al Salon du livre parigino del 2011);
  • il rapporto Istat su “Produzione e lettura di libri” (pubblicato il 16 maggio 2013 e relativo a 2011 e 2012), che conferma su scala più ampia la condizione pessima che viviamo tutti in Italia (ma non solo: sappiamo cosa è successo in Grecia e Spagna, nonostante i mezzi di informazione tradizionali facciano fatica a seguire quegli eventi, ritenuti poco interessanti per il pubblico italiano). Dalla pagina con una breve sintesi si possono poi scaricare la versione completa (Pdf), le tavole (zip), i prospetti (zip) e una nota sulla metodologia adottata (Pdf). I dati aggiornano quelli presenti in G. Solimine, L’Italia che legge (Laterza 2010), autore presente alla Casa delle traduzioni tre giorni fa, ossia giovedì 23 maggio.
    Forse l’unico settore a risentire (poco) meno della crisi è quello dell’editoria per ragazzi, come segnalava già l’AIE a ridosso della cinquantesima edizione della specifica Fiera del libro (Children’s Book Fair) che si è tenuta due mesi fa a Bologna, da domenica 24 a giovedì 28 marzo.

A tutti gli interessati del settore, ricordo infine che anche la docente bolognese Giovanna Scocchera sta raccogliendo dati sulla revisione delle traduzioni tramite una sua “indagine conoscitiva”, disponibile in duplice versione, per revisori e per traduttori, scaricabile (in formato docx) da questo link. Eccone il succo:

«La revisione è per ogni traduttore un momento cruciale sia all’interno del proprio lavoro di traduzione sia nel processo successivo di lavorazione editoriale. La pratica della revisione gioca inoltre un ruolo fondamentale nella formazione dei traduttori in quanto analizzare, commentare, migliorare – in altre parole, rivedere – le traduzioni proprie e altrui è uno strumento di crescita per ogni studente di traduzione e di maturazione professionale per ogni traduttore».

Lo scopo è qualitativo: «raccogliere informazioni del tutto nuove o mai rese disponibili finora […per] tracciare un identikit della revisione e del revisore che sia il più esaustivo possibile e che raccolga informazioni sul metodo di lavoro, i luoghi e i tempi della revisione, e infine le finalità attese ed effettive di questa attività», intesa sia come auto-revisione, sia come etero-revisione. Le risposte verranno poi «incrociate con i dati raccolti tramite colloqui e/o interviste da realizzare con altri professionisti dell’editoria che intervengono a diverso titolo nel processo di lavorazione di una traduzione (editor, redattori, correttori di bozze)» e «analizzate, interpretate e organizzate in modo da farne un documento a carattere divulgativo».

Buona lettura a tutti (e compilazione a chi vorrà).