Partecipiamo? Partecipate!

Se avessi vinto un posto per lettore di italiano all’estero forse mi sarebbe dispiaciuto non andarci.


Siccome invece sono rimasto al palo, sabato mattina indosserò la maglietta di Strade e andrò alla manifestazione.

Qui un’intervista a Daniela Pietrangelo (dal Molise), fra i promotori della manifestazione.

Ho riperticato anche il comunicato ufficiale di Emanuela Brizi (Segreteria nazionale SLC area Produzione culturale) e Salvatore Chiaramonte (segretario nazionale della Funzione pubblica Cgil): in fronte e (subito sotto) retro.

 

Infine, inserisco qui un link a un articolo per la direttiva sul diritto d’autore, che è stata approvata recentemente dal parlamento europeo di Strasburgo e rientra senz’altro nei temi della manifestazione.

Tanto per gradire, date un’occhiata a come hanno votato gli europarlamentari italiani, pensando a quali partiti formano l’attuale governo…

Allora ci vediamo a Porta S. Paolo (e non dimenticate di portarvi l’ombrello)!

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Come: ancora libri!?

Ennesima kermesse all’Auditorium Parco della Musica in Roma:

da venerdì 18 a domenica 20 marzo, LIBRI COME, una “festa dei libri e della lettura”.

Locandina di "Libri come" (2016, VII edizione)

Locandina di “Libri come” (2016, VII edizione)

Questa settima edizione è dedicata a Roma e le altre (città) e il programma completo si può scaricare in PDF da questa pagina (analogamente alle attività didattiche, da qui).

Collaborano stavolta l’Istituto Cervantes, RAI Radio3, e il tutto è curato da Marino Sinibaldi coadiuvato da Michele De Mieri e Rosa Polacco.

Ho una mezza voglia di andare a sentire le Storie di libri perduti , ben otto, raccontate da Giorgio Van Straten con l’assist di Walter Veltroni e Paola Soriga – il libro si può acquistare anche come e-book, direttamente dal sito dell’editore, risparmiando 5 euro (8,99 contro 14 della versione a stampa, di appena 144 pagine; un calcolo brutale di quest’ultima darebbe un costo a pagina di 97 millesimi di euro).

La copertina del libro di Van Straten (Laterza, 2016)

La presentazione si terrà domenica 20, alle 17, nello spazio Officina 2.
Non dovrebbe esserci troppa gente, data la concomitanza con altre presentazioni di autori ben più noti: alle 15 Pierluigi Battista con Antonio Pennacchi, alle 16 Sophie Kinsella, o in altro luogo Atticus Lish, o Chigozie Obioma con Igiaba Sciego, alle 17 Suad Amiry o (altrove) Edoardo Albinati. E meno male che è stata annullata una conferenza di Jacques Attali – ma non è l’unico caso del genere  😉

Come al solito (e come in tante altre occasioni, mi pare, forse non a caso, specialmente le rituali fiere di settore, da quella della piccola e media editoria “Più libri più liberi” [prossima edizione, la quindicesima, dal 7 all’11 dicembre 2016], la Fiera del libro per ragazzi [Bologna, 4-7 aprile 2016: qui segnalo che ospite d’onore sarà la Germania, con un’anteprima sulla prossima Buchmesse: Francoforte, 19-23 ottobre 2016], per arrivare al clou del ventinovesimo Salone internazionale del libro [Torino, 12-16 maggio 2016]), il calendario è caoticamente inzeppato di appuntamenti, cosicché sul sito dell’Auditorium (gestito da Fondazione Musica per Roma, viale Pietro de Coubertin n° 30 – tel. 06-80241281) non si capisce bene come arrivare a questo incontro: forse è ritenuto di secondo piano?
Digitando STRATEN nella maschera di “ricerca” sul sito, non compare nulla, però l’evento è annunciato sul sito dell’editore.
Spero che questo significhi almeno che lì non si debba pagare il biglietto di 3€ (tel. biglietteria TicketOne: 892101, anch’essa purtroppo a pagamento, 1€/minuto da fisso, 1,5€/minuto da cellulare), a differenza degli altri “big” summenzionati.

Buon divertimento!

Redattori in auge!!!

Mimosa

Ma quanti begli anniversari si stanno festeggiando questi giorni: il 7 marzo il cinquantenario della Bloody Sunday, in cui si svolse la prima delle marce in Alabama contro la segregazione nei confronti dei ne(g)ri. L’8 marzo, accompagnato dalle solite mimose (spesso purtroppo strappate brutalmente da alberelli coraggiosi), si celebra la giornata della donna, pur non sapendo bene quale…

Il ponte Edmund Pettus, in Alabama, finalmente attraversato.

Il ponte Edmund Pettus, in Alabama, finalmente varcato dai manifestanti.

 

Ma no, aspettate un attimo, distratto da questo clamore di fondo mi sto perdendo qualcosa, che per i nostri interessi, qui e ora, è di importanza perlomeno analoga a quelle di cotali eventi: un’altra vittoria r-e-d-a-z-i-o-n-a-l-e (sensazionale).
La Camera del lavoro metropolitana di Bologna ha riportato l’esito della trattativa per 14 dipendenti della casa editrice il Mulino, che andranno a costituire la start-up/spin-off Edimill (contrari però i Cobas, il cui comunicato, duro e articolato, condanna l’accordo come «illegittimo per violazione delle disposizioni previste dalla legge 223/91»).
E il caso ha voluto che la data coincidesse con quella della sentenza storica con cui l’Ispettorato del lavoro di Milano ha ingiunto a una delle maggiori aziende editoriali italiane di assumere a tempo indeterminato 21 redattori, che in precedenza erano stati costretti a lavorare con modalità inadeguate.

Uno dei manifesti realizzati da ReRePre

Uno dei manifesti realizzati da ReRePre (2013)

Di quest’ultima notizia hanno parlato già Bibliocartina (con utile riepilogo, nei link e in calce, degli interventi precedenti in merito) , Roberto Ciccarelli sul Manifesto, Federica Zicchiero sul suo blog e uno dei focus sull’editoria che abbastanza regolarmente Andrea Coccia pubblica su Linkiesta; di quest’ultimo invito a leggere soprattutto il capoverso finale, che va oltre l’intento celebrativo e segnala le difficoltà «oltre la punta dell’iceberg».
La «manifestazione di interesse non vincolante relativa a una eventuale operazione di acquisizione dell’intera partecipazione detenuta da RCS MediaGroup S.p.A. in Rcs Libri S.p.A., pari al 99,99% del capitale sociale, nonché dell’ulteriore complesso di beni e attività che costituiscono l’ambito librario di RCS MediaGroup» (ricopio dal comunicato ufficiale Mondadori dello scorso 18 febbraio, giusto per non sbagliare, anche se a scapito dell’intelligibilità…) è stata l’argomento più discusso in rete negli ultimi mesi, sin dalla prima indiscrezione trapelata su Dagospia; per farla breve, invito a leggere ancora su Bibliocartina il comunicato ‘recalcitrante’ del Comitato di redazione e Rappresentanze sindacali unitarie di RCS.
Vorrei solo sperare che l’esito di questa proposta non porti di fatto a vanificare quelle assunzioni (come insinua, oltre al già citato articolo del Manifesto, anche Il Libraio), dato che Mondadori è ricorso contro la decisione dell’Ispettorato. Un’azione che se da un lato rientra in un modo di fare tipico di Segrate e del suo (ex) presidente, dall’altra ha il valore, più pratico, di prendere tempo, anche riguardo a questa maxi-operazione che porterebbe alla formazione di un supergruppo che varrebbe il 40% del mercato librario nostrano (25% scolastico, quasi 70% tascabili – proprio oggi Alessandro Gazoia ne ragiona in maniera tanto approfondita quanto intelligente su Internazionale).
Qui Il Libraio fa riflettere su alcune conseguenze possibili del matrimonio che per molti (compreso il ministro della cultura Franceschini, a differenza del presidente del Consiglio) “non s’ha da fare” e qui presenta il parere di Alberto Galla, presidente dell’ALI, l’Associazione librai italiani.
RCS-palazzo
La risposta di RCS, che si dovrà attendere al massimo fino al 29 maggio, quando ci saranno nuovi dirigenti, va nella medesima direzione.
Non so se questa campagna-acquisti sia soltanto da imputare al tentativo, in prospettiva, di porre un argine a «colossi del web», tipo Amazon, nello spirito che in anni recenti ha creato altre mostruosità: da «l’affare Vivendi» al più recente Penguin Random House. Su tutto questo non posso che citare ancora una volta la conclusione, amara ma realistica, di André Schriffin: «Il processo di concentrazione […porta] in un vicolo cieco: quanto più stretto è il controllo sui media, tanto più difficile diventa aprire un dibattito pubblico complessivo sulla loro situazione. E quanto più potenti sono i media, tanto più difficilmente i governi cercheranno di impedirne ulteriori fusioni» (Il controllo della parola, Bollati Boringhieri, 2006, p. 81). Correttamente in un’ottica sistemica Schiffrin esaminava l’insieme complessivo dei media (ossia, non unicamente l’editoria libraria, ma anche quotidiani, radio e televisione – e magari bisognerebbe aggiungere anche internet e telefonia – in ciò l’attuale petizione #menogiornalimenoliberi sembra imperfetta, anche se va firmata comunque); dunque per capire cosa sia in ballo anche qui occorre allargare la prospettiva (e fare ipotesi popperianamente ardite, salvo confutarle/rigettarle quando non siano corroborate): così potrebbe assumere un senso più chiaro la proposta di acquisto delle torri di trasmissione RaiWay, cioè servirebbe a mostrare che l’attacco mondadoriano è a tutto campo.

Il logo della casa editrice bolognese.

Il logo della casa editrice bolognese.

Concentriamoci adesso ad analizzare meglio l’altra notizia, così eclatante visti i “chiari di luna” attuali.
L’elemento più stimolante è dato forse dalla possibilità di saltare a pie’ pari la nuova normativa: ricordo infatti che il famigerato Jobs Act è entrato in vigore proprio in questi giorni, ma i lavoratori bolognesi hanno ottenuto l’applicazione dell’articolo 18 com’era in precedenza, nel punto della «clausola di responsabilità solidale» che anche il sindacato reputa tanto significante da scriverlo in nero.
Poiché la neonata Edimill sarà formata da 14 redattori, licenziati dal Mulino appositamente per venire riassunti lì, è stato specificato che non si applica la soglia minima dei 15 dipendenti per la reintegra in caso di licenziamento illegittimo, né per la facoltà di eleggere propri rappresentanti sindacali. Completa l’elenco di fattori positivi l’impegno a «un dettagliato piano formativo».
Ma c’è anche un elemento di segno opposto, e assai netto: la chiusura a ogni possibilità di applicare clausole analoghe anche ai lavoratori della casa editrice romana Carocci, la cui aspra battaglia tra dicembre e gennaio è stata ampiamente seguita qui (si vedano almeno questo post e quest’altro, a consuntivo).
Un ex-collega e amico che fa parte dei 10 redattori “parcheggiati” per un anno in CIGS ha commentato così:

Colpisce la smaccata disparità di trattamento rispetto a quello che ci è stato riservato. Noi siamo stati semplicemente buttati di sotto con un piccolo paracadute. E il fatto che nemmeno in linea teorica Carocci-Mulino abbia preso in considerazione l’ipotesi di coinvolgere in qualche modo i cassintegrati Carocci nella nuova struttura che nasce, evidenzia la volontà di silurarci a prescindere.

Chissà come sarebbe andata se i colleghi del Mulino avessero avuto l’aiuto di San Precario, cioè un sostegno fattivo anche da parte della Rete dei redattori precari?
Eppure è arduo resistere in questo “deserto del reale” dell’editoria, così mutevole e sdrucciolevole (forse è regredita a un “perverso polimorfo”?); le file si assottigliano, si cercano altri spazi e lavori diversi, che consentano di respirare normalmente anziché di boccheggiare a stento.

Simona, una delle attiviste di ReRePre della prima ora (si parla del 2008…), intervistata da Ciccarelli, è schietta, diretta, non si vanta del successo per nascondere le difficoltà che il movimento sta attraversando:

«Ci stiamo con­tando — molti di noi […] hanno cam­biato mestiere o paese. C’è molto da fare: biso­gna pen­sare al lavoro auto­nomo, all’estensione delle tutele, creare un tarif­fa­rio per non soc­com­bere tra studi edi­to­riali e edi­tori che non pagano. Biso­gna capire se ci sono le energie». Perché il limite a tutte le azioni da intraprendere, come sempre e specialmente in Italia (basti vedere l’affluenza alle urne), «sta nell’abitudine a dele­gare e a non agire in prima persona».

Ma pure in un momento di riflessione non si possono, non si devono dimenticare i due obiettivi che sono stati fissati l’autunno scorso, in occasione del rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro per il comparto grafico-editoriale:

  1. preparare un lavoro negoziale che faccia da fondamenta per costruire un contratto unico che rappresenti tutti i lavoratori della cosiddetta filiera della carta e della comunicazione;
  2. organizzare un Forum o “Stati Generali dell’Editoria” per sensibilizzare l’opinione pubblica e le Istituzioni sull’importanza anche democratica, del Settore, e per tentare di dare un futuro a decine di migliaia di lavoratori.

I colleghi traduttori di StradE sono già un pezzo avanti per il primo punto e la collaborazione con ReRePre è già stata avviata (pur tenendo conto delle inevitabili e divergenti specificità); per il secondo, il Book Pride organizzato da ODEI ai Frigoriferi milanesi per fine marzo potrebbe fare da battistrada, un’utile occasione per scambiare idee fra addetti ai lavori, ma non solo (e reclutare nuove leve).

Il logo del Sindacato traduttori editoriali.

Il logo del Sindacato traduttori editoriali.

Tutti a Book Pride (Milano, 27-29 marzo 2015)!

Tutti a Book Pride (Milano, 27-29 marzo 2015)!

 

 

 

 

 

 

Il Sindacato dei lavoratori della comunicazione sta, finalmente anche se faticosamente, abbracciando un’ottica e acquisendo una consapevolezza diverse, più aperte al frammentato, sfuggente scenario contemporaneo (con l’occasione segnalo la ricerca Ires-Federazione dei lavoratori della conoscenza, ben più stimolante del titolo Lavoro – conoscenza – sindacato: una ricerca tra i lavoratori cognitivi, datata 2 ottobre 2014).

Logo e motto CGIL.

Logo e motto CGIL.

Così l’accostamento, dapprima casuale, degli ultimi argomenti porta da sé, quasi naturalmente, o misticamente, la soluzione: per non rimanere schiacciati e asserviti bisogna, ora più che mai, collegarsi ad altre realtà precarie, cercare modalità di intervento comuni, elaborare piani e strategie almeno affini per far sentire la propria voce, sempre più forte e dritta, pertinente e penetrante. Indomita. In segno di rispetto per (il) sé e in nome della dignità del lavoro.

Le «geschmuggelte Freundschaften» di Lavinia Mazzucchetti

Lavinia Mazzucchetti

Lavinia Mazzucchetti

Giovedì 29 gennaio la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori organizza a Milano un convegno sulla germanista Lavinia Mazzucchetti, dal titolo (a mio avviso un po’ troppo accademico e tutto sommato scarsamente perspicuo) Transfer culturale e impegno civile nell’Europa del Novecento (per gli amici in zona: sala Mario Monicelli, via Riccione 8). Sono passati infatti cinquanta anni dalla sua scomparsa.

Questa segnalazione è dettata da qualcosa che va persino oltre gli interessi personali, pur comprendendoli: un ramo dei miei antenati paterni riconduce infatti alla famiglia piemontese Mazzucchetti (in particolare Antonio e il figlio Alessandro, ingegnere che realizzò le stazioni ferroviarie di Alessandria, Torino Porta Nuova e Genova Porta Principe). Mi affretto ad aggiungere che non sono in grado di precisare il grado di parentela con Lavinia, la quale non era menzionata fra i parenti stretti quando ero piccolo; eppure so che da quando lessi il suo nome su qualche volume scolorito di letteratura tedesca, in biblioteca o sulle bancarelle (o forse era l’Erasmo di Zweig? neanch’io ricordo più quando possa esser avvenuto), rimasi folgorato, scattò una specie di corto circuito tra quel nome e il fatto che io stesso abbia studiato tedesco (non all’università ma presso il Goethe Institut) e sia in grado di tradurlo (spesso malamente…).

Su internet ho trovato senza difficoltà diversi materiali su di lei:
(#) la voce a lei dedicata da Maria Paola Arena sul Dizionario biografico degli italiani (vol. 72, 2008), ospitato su Treccani.it, risulta quella più ricca;
(#) si può integrare con la presentazione sul sito della Fondazione Mondadori, che ospita un fondo con moltissimi documenti scritti e iconografici, inserito nel progetto “Scrittrici e intellettuali del Novecento. Le carte d’archivio”, realizzato in partenariato con la Fondazione Elvira Badaracco e con il contributo della Fondazione Cariplo e inventariato su supporto informatico tramite l’applicativo Sesamo della Regione Lombardia, dichiarato di notevole interesse storico dalla Soprintendenza archivistica per la Lombardia;
(#) è sempre la Fondazione Mondadori che ha mandato in stampa quest’anno «Come il cavaliere sul lago di Costanza». Lavinia Mazzucchetti e la cultura tedesca in Italia, a cura di Anna Antonello (co-autori su aspetti particolari della vita professionale di Lavinia: Mario Rubino, Arturo Larcati, Michele Sisto, Massimo Bonifazio e Anna Lisa Cavazzuti);
(#) informazioni più discorsive si reperiscono ad esempio sul sito Milanofree.it;
(#) invece la pagina italiana di Wikipedia è scarna, ma con un elenco analitico (e tendenzialmente esaustivo) dei testi da lei scritti e di quelli da lei tradotti;
(#) in compenso vedo segnalato addirittura un interessante articolo di Maria Pia Casalena pubblicato nel 2007 sulla rivista Genesis, VI/1, e intitolato Contrabbandiera di cultura. Lavinia Mazzucchetti e la letteratura tedesca tra le due guerre (scaricabile a pagamento).

Al convegno tuttavia non parteciperò. Cliccando qui se ne può consultare liberamente il programma con una dozzina di relatori, fra i quali segnalo la presenza di Natascia Barrale, autrice nel 2012 di una preziosa monografia sulle traduzioni di narrativa tedesca durante il fascismo in cui Lavinia ha una parte di rilievo. Per capire meglio il titolo che ho dato a questo post, infine, si può leggere questo saggio del 2012 di Elisabetta Mazzetti, proveniente anch’esso dalla Fondazione Mondadori.

AGGIORNAMENTO – 7 MAGGIO 2015
Gianfranco Petrillo informa sull’andamento del convegno nel numero 8 della rivista on-line tradurre, all’interno della sezione “Strumenti”.

Scioperare per lavorare?

Bologna la grassa sembra essere anche la città più virtuosa nei confronti dei redattori editoriali.

corteo
1. Parto dall’attualità: fa notizia (e anche un po’ fine decennio Sessanta?) il primo sciopero dei lavoratori del Mulino, storica casa editrice nata a Bologna nel giugno 1954 sulla scia della rivista omonima (attiva dal 1951):[NOTA 1] un gesto di solidarietà allo sciopero degli impiegati Carocci di Roma, che mercoledì 17 sono andati a manifestare proprio sotto i portici bolognesi, forti dell’appello lanciato da quattro studiosi di chiara fama come Alberto Asor Rosa, Tullio De Mauro, Adriano Prosperi e Luca Serianni, e sottoscritto da 3500 fra studenti, lettori forti e gente comune in soli tre giorni. Cerco di andare più a fondo, come al solito, per (far) capire i motivi di questa “eccezionalità”.

Dopotutto si tratta di due editori “cugini”: nel 2009 il Mulino acquisisce Carocci, lasciandogli però apparentemente piena autonomia di gestione e di marchio, e oggi fanno parte entrambi del gruppo Edifin. La piega che ha preso questa vicenda dimostra però che sbagliava chi voleva leggere nella manovra il tentativo, legittimo, astuto o secondo altri addirittura saggio, di rafforzare il settore della saggistica di alto livello, i cui consulenti e il cui pubblico gravitano soprattutto nell’ambiente universitario, a ridosso di un periodo che avrebbe visto proprio quel settore tra i più segnati dalla crisi editoriale.
In realtà il Mulino si è comportato più da “patrigno” che da “padre adottivo”, tendendo a privilegiare la produzione e la distribuzione propria a scapito di quella romana e guardando sempre un po’ dall’alto in basso la società “terrona”, fino a imporle una piattaforma informatica a senso unico – le cui redini, cioè, sono unicamente in mano ai piani alti degli uffici di Strada Maggiore.[NOTA 2]
volantino
Più in generale, tale asimmetria informativa si rifletteva anche nelle incertezze, freddezze, ritrosie, chiamatele come volete, insomma, scarsa comunicazione fra i due marchi, che andava dalla difficoltà di stabilire rapporti fra le assemblee dei lavoratori per elaborare strategie comuni a livello sindacale, fino alla scelta dei testi da realizzare: non sono pochi, infatti, i casi in cui due titoli si contendono i lettori (e quanti, ci si potrebbe poi interrogare…) su campi specialistici, e posso immaginare autori di grande caratura tirati per la manica ora da Bologna, ora da Roma, anche se hanno pubblicato con il contendente poco tempo prima… il che è comprensibile in un mercato libero, rispettoso del pluralismo informativo, ma suscita più di una perplessità quando a farsi concorrenza sono due società che lavorano, per così dire, nella stessa barca – o si dovrà dire, più opportunamente a posteriori, che in fondo tirano l’acqua allo stesso m/Mulino?

Io stesso ricordo (da ex laterziano) assemblee in cui non si riusciva a elaborare una posizione comune tra la sede romana e quella barese: e se questo avveniva all’interno della medesima società, nella quale evidentemente convivevano e confliggevano opinioni, usanze, aspettative molto diverse, si può intuire quanto fosse arduo in passato, ma continua a esserlo tuttora, stabilire contatti fra editori diversi, “fare rete” come si suol dire, anche solo per evitare di commettere gli stessi, imperdonabili errori!
Ognuno ripiegato sull’ombelico a coltivare il proprio orticello, si finisce a percorrere tutti sempre la stessa via invece di far tesoro delle mancanze altrui per elaborare strategie e ipotesi innovative!
Ecco dunque come si arriva, stancamente e ancora una volta, a registrare le stesse lamentele, a snocciolare i soliti dati negativi all’ennesima fiera di settore.

Considerato tutto ciò, già esser riusciti a superare quell’inerzia, quell’apatia che rasentava il menefreghismo è senz’altro un ottimo risultato.
Sarà avvenuto perché si saranno ribellati all’idea di mandare a casa la redazione romana in blocco gli eredi odierni del nucleo redazionale della rivista Il Mulino, che si costituì «con atto pubblico il 27 febbraio 1965» in «associazione privata, senza fini di lucro (…) per organizzare istituzionalmente il gruppo stesso»?[NOTA 3]
E puntualmente il 18 dicembre Luigi Pedrazzi, l’unico socio fondatore ancora in vita (87 anni, ma mente lucidissima), ha espresso a Marina Amaduzzi del Corriere di Bologna la prima critica alla validità delle dichiarazioni di Edifin (la società che controlla le due case editrici e ha emesso il verdetto di condanna a morte per i 17 carocciani, anche se in teoria la decisione definitiva spetterebbe a quella Associazione di cultura e politica “il Mulino” fondata quasi cinquant’anni fa).
Critica che ha ampliato nell’intervista concessa a Simonetta Fiori sulla Repubblica del 19 dicembre. Due brani basteranno a farne comprendere la linea argomentativa: «Mi sembra che manchi l’etica di cui parlava Weber» e «mi sembra che Bassani [il ‘liquidatore’, in quanto amministratore delegato delle due case editrici] si stia muovendo con insensibilità rispetto alla stessa storia del Mulino. Storia che è anche presente». Già, spesso e volentieri i ‘tagliatori di teste’ non sono proprio in grado di vedere lo spessore culturale, prodotto da una certa ‘genealogia’, di ciò che ‘potano’, finendo così con l’affossarlo irrimediabilmente.

2. Viene da pensare che proprio Bologna abbia una sensibilità più fine, più sviluppata su queste tematiche, a leggere sul sito della Rete dei redattori precari di un altro sciopero, svolto il 26 novembre 2014 dai lavoratori della casa editrice Zanichelli (anch’essa bolognese, sebbene fondata a Modena nel 1859) a favore dei collaboratori esterni!
Va bene, era soltanto di un’ora, ma anche lì si parla di un «presidio»: ciò ha tutta l’aria di essere un altro fatto inaudito e probabilmente è un esito, fra l’altro, di iniziative come l’inchiesta pionieristica sull’Editoria invisibile affidata dalla Cgil all’IRES (Istituto ricerche economiche e sociali) dell’Emilia Romagna
Ne avevo scritto giusto un anno fa (a cui aggiungo adesso questo articolo), mescolandovi altre iniziative consimili.[NOTA 4]

Per tutto questo nella fattura di oggi ho deciso di segnalare e non farmi retribuire i 3 giorni nei quali ho scioperato a favore dei colleghi Carocci, accogliendo un suggerimento lanciato da Claudio Riccio su Internazionale dell’11 dicembre.

3. Ma cosa c’è, dunque? Fischia il vento e soffia… ehm, un’aria di rinnovamento per l’editoria italiana?
Così parrebbe, a traguardare in sequenza l’intervento tanto lucido quanto esasperato di Mario Guaraldi dell’11 dicembre e la ripresa, anzi il rilancio-e-superamento (si potrebbe tradurre così Überwindung?) da parte dello “sfogo” di Antonio Tombolini (alias Simplicissimus), il quale sostiene con veemenza ancora maggiore la proposta di una Costituente del libro che mandi definitivamente a quel paese l’Associazione italiana degli editori (AIE).
Rammento altresì che ha appena compiuto un anno di vita l’Osservatorio degli editori indipendenti (ODEI), un consorzio di un’ottantina di aziende che in nome della bibliodiversità sta già pubblicizzando una propria manifestazione: BookPride, che si terrà a Milano dal 27 al 29 marzo 2015 (ingresso gratuito).bookpride

Sarebbe meraviglioso se questo fermento fosse l’avvisaglia di un cambiamento. Temo però che non ci sia da farsi soverchie illusioni.

Ad esempio, Loredana Lipperini sul suo seguitissimo blog Lipperatura prima di esortare a firmare l’appello «Non solo per Carocci» si chiede un po’ retoricamente, a immediato ridosso degli annunci “funebri” diramati alla tredicesima Fiera della piccola e media editoria: «Non basta la sospensione delle pubblicazioni di :duepunti e quella di edizioni di passaggio a far suonare il campanello d’allarme?».
Aggiungo per completezza di informazione che ai primi di dicembre ha chiuso anche l’agenzia letteraria Vicolo Cannery.
Ma quando la simpatica giornalista e conduttrice di Fahrenheit su Radio 3 scrive: «il piano industriale che prevede il licenziamento di circa la metà dei dipendenti [della Carocci] non è che un assaggio di quello che potrà avvenire, e con ogni probabilità avverrà, presso altre case editrici», dimostra di non sapere che il processo di svuotamento e smantellamento delle case editrici, con l’esternalizzazione e il subappalto del lavoro redazionale, è iniziato già da un sacco di tempo e soprattutto non può fermarsi.
Le prime a essere allontanate dal “centro del potere” furono le tipografie, suppongo addirittura verso la fine degli anni Settanta. Poi, nel corso degli anni Ottanta, dapprima in sordina, casualmente, alla spicciolata, sono stati dismessi gli uffici tecnici[NOTA 5] e comparti più o meno ampi delle mitiche “redazioni interne”, complice la rivoluzione informatica – che, come tutte le faccende tecnologiche, ha un lato positivo e risvolto malvagio. Col tempo questa semplice bifaccialità[NOTA 6] si è evoluta trasformandosi nell’incubo di un nastro di Moebius: difatti adesso la sua fisionomia consiste nell’avere “dentro” esclusivamente ruoli direttivi e, in qualche caso, di coordinamento col “fuori”.[NOTA 7] Questo nastrino è stato avvelenato progressivamente da una corsa al ribasso tra i «nuovi poveri»,[NOTA 8] che negli ultimi 2-3 anni ha assunto forme ancora più odiose giacché (come mi ha riferito una collega milanese) ad esempio i gruppi RCS e Mondadori hanno “imposto” di aprire la partita Iva a gran parte dei propri collaboratori, anche di lunga storia precaria, per poter continuare a lavorare con loro: in questo modo buona parte dei costi non sono più a carico delle aziende, ma dei prestatori d’opera. E non si tratta di una specificità milanese: date le difficoltà in cui si è trovata anche una sorta di editore-istituzione come la romana Treccani (sì, proprio quella che adesso sta rendendo disponibile on-line buona parte del suo patrimonio cartaceo tramite il sito omonimo), la dirigenza di quest’ultima ha fatto richiesta analoga (rafforzata magari dall’obbligo di costituirsi in cooperativa­ – immagino come ulteriore salvaguardia contro eventuali rivendicazioni legali) a chi volesse continuare ad avere un rapporto di lavoro, nonostante fosse stato/a anche da molto tempo co.co.co o co.co.pro o qualche altro singulto starnazzante del genere.

Non credo dunque che il destino che attende i dipendenti del Mulino sia poi tanto migliore di quello che incombe sulle 17 teste dei romani. È probabilmente intuendo questo esito che i redattori bolognesi, per la prima volta dopo sessant’anni, hanno deciso di scendere in piazza, a sostegno di coloro che gli erano più vicini.
Ora ditemi voi se questo non è il migliore dei mondi possibili, cioè il deserto del reale…

 

 

BO_dasotto

NOTE

1) Le informazioni storico-culturali sulla società editoriale il Mulino si trovano sulle pagine del sito ufficiale. A parte le foto della manifestazione, non sto a ripetere qui tutte le notizie sull’agitazione, che si possono ricuperare agevolmente dalle pagine della rassegna stampa che qualche angelo “tennico” tiene costantemente aggiornate sul blog dedicato specificamente a Caroccinsciopero dagli stessi dipendenti romani.

2) Analoghe osservazioni ben circostanziate sono riportate dalla viva voce di uno degli impiegati a rischio licenziamento nell’articolo di Bibliocartina datato 15 dicembre.

3) Anche queste informazioni sono assolutamente ufficiali (e cfr. N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani. Dall’Unità alla fine degli anni Sessanta, Laterza, Roma-Bari, 2007, p. 453).

4) Poiché il sito internet dove comparve non è più attivo, invito gli interessati-in-ritardo a leggerne su quello del Sindacato traduttori editoriali una sintesi o a scaricarne una versione più ampia.

5) Erano sostanzialmente quelli nei quali lavoravano i grafici e i correttori di bozze, a interfacciare direttamente la stampa tipografica.

6) L’immagine del foglio di carta era anche una delle metafore con le quali Saussure tentò di raffigurare il rapporto fra significante e significato (CLG 157, 159).

7) In ciò riscontro una totale analogia con i meccanismi illustrati già dieci anni fa da Francesco Antinucci, Tutto il potere ai segni. Marchio, brevetto, copyright: i nuovi monopoli, Editori Riuniti, Roma, 2002.

8) Tale dicitura circola tristemente ormai da tempo, però qui mi riferisco in particolare anche all’articolo di Roberto Ciccarelli sul Manifesto del 29 ottobre 2014 che riportava l’agghiacciante presentazione del terzo rapporto sui dati della gestione separata dell’Inps da parte dell’Osservatorio dei lavori dell’associazione XX maggio.

Genealogie di qualità: il caso Carocci

C’era una volta (dal 1926) La Nuova Italia, una casa editrice, in rotta col fascismo: suo fu il merito di far conoscere ancor prima del secondo conflitto mondiale autori come Cassirer, Dilthey, Gomperz, Jaeger, Meinecke, Rostovcev,[NOTA 1] Troeltsch, Zeller o gli italiani Guido Calogero, Gaetano De Sanctis e Luigi Russo. In seguito l’impegno in direzione della pedagogia (le opere di Dewey in primis), della filosofia e più in generale di una saggistica di caratura elevatissima (Bianchi Bandinelli, Binni, Calamandrei, Ramat, Saitta, Sapegno, Valiani, fra i soli italiani [NOTA2]) accrebbe il catalogo, fino a generare attorno al 1980 quella che oggi si sarebbe chiamata una spin-off: La Nuova Italia Scientifica (o più semplicemente NIS per gli amici), fondata da Giovanni Carocci (nato nel 1932 dal civilista ma anche letterato Alberto Carocci e Eva Vardes, figlia dello scultore ungherese Marc Vardes) e Tristano Codignola (figlio di Ernesto, che diede la sua impronta alla Nuova Italia stricto sensu) e dedicata pressoché interamente alla manualistica universitaria, con grafica austera ma tutto sommato rispondente ai fini intrinseci. [NOTA 3]

Dal 1983 al 1990 la NIS fu ben condotta da Lodovico Steidl prima di migrare in Laterza, nocchiero anche lì dell’Ufficio Università,[NOTA 4] in cui si è formato tra gli altri l’attuale direttore editoriale (?), Anna Gialluca.

Nel 1998 la NIS mutò nome in Carocci per volontà del residuo ‘eroe eponimo’, ma anche perché dal 1996 la gloriosa casa editrice che aveva avuto sedi a Venezia, Perugia, Firenze e Scandicci (in questo ordine, cronologicamente) era stata venduta un po’ per volta al gruppo Rizzoli Corriere della Sera, della cui divisione Education fa parte ancora adesso.[NOTA 5]

Il cambio non risultò sostanziale, dato che «Iniziò la produzione con collane tascabili rivolte agli operatori sociali e della scuola» per poi pubblicare dal 1985 «prevalentemente manualistica universitaria»[NOTA 6] e adesso vanta un catalogo di oltre 4000 titoli.[NOTA 7]

Una scelta precisa, non facile nel confronto con altri marchi editoriali più blasonati, ma che alla lunga è riuscita a crearsi una rispettabilità e un riconoscimento evidenti, grazie a un lavoro duro, incentrato sulla qualità e sulla promozione di alte professionalità in tutti i settori. L’acquisizione da parte della casa editrice Il Mulino di Bologna nel 2009 avrebbe potuto (dovuto?) portare a un rafforzamento di entrambe le realtà imprenditoriali: mirando a un pubblico analogo e selezionando titoli in parte simili, ci si sarebbe attesi una razionalizzazione oculata, in grado di valorizzare il patrimonio acquisito e portarlo a livelli ancora maggiori, se possibile, cioè anche quantitativi, in termini di fatturato. Il che avrebbe assecondato, tra l’altro, una tendenza attuale (e trasversale, system-wide) di massimizzare obiettivi ed elaborazioni comuni.

Purtroppo ciò non è avvenuto e la decisione improvvisa e inopinata da parte della dirigenza bolognese di licenziare tutta la redazione (11 impiegati), 3 amministrativi e mettere in cassa integrazione straordinaria a 0 ore altri 3 dipendenti (preludio alla mobilitazione e quindi praticamente forma dissimulata o differita di licenziamento) non solo sembra difettare di progettualità costruttive, ma risulta ancora più odiosa quando si pensi che «nel 1964, a seguito di divergenze politiche con la proprietà, i redattori costituiti in Associazione acquistarono la casa editrice, poi divenuta nel 1977 società per azioni».[NOTA 8]

E’ evidente che i redattori Carocci non hanno la forza per emulare un’operazione del genere e che i tempi sono profondamente cambiati da allora, intere ere geologiche hanno attraversato e stravolto (nel bene e nel male) da capo a piedi tutto quanto il mondo editoriale. Ma poiché nonostante tutti i sommovimenti ritengo che alcuni valori debbano rimanere ben presenti in questo lavoro, sottoscrivo toto corde quello che scrive la Segreteria generale – Squadra comunicazione del SIndacato Traduttori editoriali concludendo il pezzo più bello fra tutti quelli usciti sinora a commentare il ‘fattaccio’: «Non si esce dalla crisi senza mettere la qualità al primo posto: ma “la qualità” non è un’astrazione, è il frutto del lavoro fisico ed intellettuale di persone competenti e preparate.»[NOTA 9]

Per questo invito tutti coloro che hanno avuto la cortesia e la pazienza a di leggere sin qui a fare le seguenti cose:

  • andare sulla pagina “Carocci in sciopero” del sito Facebook realizzata autonomamente dai lavoratori come forma di protesta e di aggiornamento in tempo (quasi) reale della situazione;
  • leggere i vari comunicati stampa e commenti;
  • sostenere, ciascuno secondo i propri mezzi e disponibilità[NOTA 10], la lotta di questi colleghi, che ho imparato a stimare in questi mesi durante i quali ho lavorato al loro fianco (ecco perché il mio blog è rimasto un po’ silente: ma il trade-off risultante è senza dubbio vincente!).
I lavoratori Carocci portano il loro striscione alla manifestazione CGIL-UIL di venerdì 12 dicembre 2014.

I lavoratori Carocci portano il loro striscione alla manifestazione CGIL-UIL di venerdì 12 dicembre 2014.

[NOTA 1]

Sui repertori è riportato ‘Rostovtzev’, come peraltro recitano copertina e frontespizio della sua opera più nota, a testimoniare di un annoso problema di trascrizione, confusa con la pronunzia – comunque «una delle più importanti personalità della storiografia del sec. 20º» per l’Enciclopedia Treccani on line.

[NOTA 2]

A me piace ricordare in maniera particolare il numero 72 della collana “Il pensiero storico”: Paul O. Kristeller, Concetti rinascimentali dell’uomo e altri saggi (trad. di Simonetta Salvestroni, che poi curerà le edizioni italiane di due importanti testi di Lotman: Testo e contesto. Semiotica dell’arte e della cultura, Laterza 1980 e La semiosfera. Asimmetria e dialogo nelle strutture pensanti, Marsilio 1985), in realtà fusione di due opere datate rispettivamente 1965 e 1972, prima ed. it. 1978 (lo ordinai undici anni dopo l’uscita al mio libraio di fiducia dell’epoca, che me lo procurò senza problemi, cosa impensabile con i ritmi parossistici del ricambio magazzino/libreria/macero di oggi) e fondamentale soprattutto per l’ottavo e ultimo saggio, Il sistema moderno delle arti (pp. 227-314), uscito originariamente in due parti addirittura negli anni 1951-52, e oggi considerato una pietra miliare negli studi di storia dell’estetica perché chiarisce il “cambiamento di paradigma” (espressione estranea a Kristeller, il va sans dire…) nel Settecento, con Batteux e Baumgartner, e la ‘condensazione’ delle «cinque belle arti» come siamo abituati a conoscerle in opposizione alle scienze. Su tutto questo rimando ancora al volume 1 (Storia) del Trattato di estetica curato da M. Dufrenne e D. Formaggio negli Oscar Studio Mondadori del 1981; alle traduzioni di autori sette-ottocenteschi pubblicate dal Centro Internazionale Studi di Estetica palermitano (inizialmente sotto gli auspici di Luigi Russo); infine agli studi di W. Tatarkiewicz, la cui Storia di sei idee (Aesthetica, Palermo, 1993, ed. or. polacca 1976) uscì proprio in quella collana.
Segnalo incidentalmente che parte dei volumi usciti originariamente nella collana «Il Filarete» per La Nuova Italia (dalla fine degli anni Cinquanta) si possono scaricare gratuitamente in pdf, tramite la licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate, dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, “ritargate” LED (Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto). Questo il link generale, guardate poi le varie sezioni, suddivise nelle principali discipline.

[NOTA 3]

Traggo le informazioni da due pagine internet che non compaiono immediatamente ai primi posti della ricerca, ma sono più informative, IMHO perché redatte da archivisti: questa di Luca Brogioni, alla quale rinvia anche quest’altra, a firma di Lucia Felici e Gianluca Perondi. In entrambi anche riferimenti a testi a stampa per approfondimenti ulteriori. Credo che una delle fonti possibili siano le pp. 388-94 dell’ormai classico N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani. Dall’Unità alla fine degli anni Sessanta (Laterza, Roma-Bari, 2007). Materiali, soprattutto epistolari, di Alberto Carocci sono conservati nel fondo omonimo presso la Fondazione Primo Conti. Sull’attività letteraria di Alberto Carocci (nel contesto della rivista «Solaria» tra le due guerre mondiali) informa Alberto Cadioli nel capitolo intitolato Carocci e Bonsanti, editori per la «civiltà delle lettere», compreso nel suo volume Letterati editori. L’industria culturale come progetto (il Saggiatore, Milano, 1995 – poi Net [Nuove edizioni tascabili, del medesimo gruppo editoriale], Milano, 2003: pp. 89-110).

[NOTA 4]

Ossia «produzione editoriale di testi per il mercato accademico», come si legge nel profilo pubblico di Steidl su LinkedIn, aggiornato al 2013.

[NOTA 5]

Si veda il sito omonimo.

[NOTA 6]

Così informa l’Enciclopedia Treccani on line, alla voce omonima.

[NOTA 7]

Questo dato (che né io né altri è in grado di confermare o smentire) è offerto dal sito francese ActuaLitté. Les univers du livre.

[NOTA 8]

Cito ancora una volta dall’Enciclopedia Treccani on line, s.v. Mulino, Il. Anche in questo caso, dal testo di Tranfaglia e Vittoria citato alla nota 3 si ottengono informazioni più precise: «Nel 1965 il gruppo redazionale della rivista [omonima, cioè intitolata ‘Il Mulino’] si staccò dal proprio finanziatore, che non condivideva l’appoggio dato al centro-sinistra, e, costituendosi in Associazione di cultura e politica ‘Il Mulino’, acquistò dalla Poligrafici ‘Resto del Carlino’ le quote della società editrice, assumendo così, oltre alla responsabilità dell’indirizzo politico e culturale e della conduzione tecnica, le responsabilità dell’amministrazione» (p. 453).

[NOTA 9]

Faccio notare, tra l’altro, che sebbene l’esordio dell’articolo puntualizzi che «Siamo traduttori editoriali, siamo lavoratori autonomi, per noi lo sciopero è una questione privata: se anche ci astenessimo dal lavoro, nessuno se ne accorgerebbe. Ma siamo vicini a tutti i lavoratori e le lavoratrici dell’editoria che lottano ormai da tempo contro la progressiva sottrazione di tutele, contro le esternalizzazioni senza contropartita, contro lo svuotamento di senso della loro opera e competenza». Si parva licet componere magnis, questo rafforza anche l’intuizione alla base di questo mio blog inattuale; cioè, che da un certo punto di vista le figure editoriali di redattore e traduttore sono nella stessa barca, vivono precarietà simili EPPERCIO’ devono combattere assieme. Al limite, ognuno dei due si può considerare “compagno di strada” dell’altro, purché si abbia la consapevolezza che l’obiettivo finale dev’essere comune e condiviso. Altrimenti gli sforzi di una sola parte rischiano di essere vanificati e dispersi.

[NOTA 10]

Cfr. «[…] a ciascuno secondo il suo bisogno» (Atti degli apostoli, 4, 35) e «Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni» (K. Marx, Critica del programma di Gotha, in K. Marx, F. Engels, Opere scelte, Editori Riuniti, Roma, 19692, p. 962).

10 ottobre 2014: XIV Giornata europea delle lingue – “Presente e futuro della traduzione”

Una volta la sede del Goethe Institut a Roma era all’inizio di via del Corso, vicino piazza Venezia: vi si tenevano gli ottimi corsi di lingua, le varie iniziative culturali organizzate dal Bundesministerium (sto parlando prima del crollo del muro!) e soprattutto ospitava anche una delle biblioteche più interessanti per chi praticasse la lingua tedesca (molti scaffali a vista, poltrone improbabili, tavoli di legno stagionato…) e dalla quale sono cortesemente transitate molte delle insolite fotocopie che facevo richiedere nella madrepatria.
Col tempo, l’affluenza sempre più alta ai corsi, la crescita fisiologica del fondo bibliotecario e molto probabilmente anche altri problemi logistici hanno fatto trasferire l’istituto nella sede più moderna e funzionale di via Savoia. [NOTA 1]

La sede romana del Goethe Institut (v. Savoia, 13).

La sede romana del Goethe Institut (v. Savoia, 13).

L'interno della sede romana del Goethe Institut.

L’interno della sede romana del Goethe Institut.

È lì che si è svolta la Giornata europea delle lingue, promossa dalla Direzione generale traduzione della Commissione europea col titolo Presente e futuro della traduzione per presentare (cito dal depliant, allegato con vari altri materiali cartacei, fra i quali anche il Manifesto per un italiano istituzionale di qualità della Rete di eccellenza dell’italiano istituzionale, nella cartellina distribuita gratuitamente a tutti coloro che, previa registrazione, hanno partecipato) «lo stato della traduzione in Italia» e «le prospettive per chi si avvicina alla professione del traduttore, nel settore tecnico o in campo editoriale». [NOTA 2]

Già basta questo abbinamento a destare qualche interesse per chi segua le vicende nostrane, perché indica il tentativo di unire le forze e stringere alleanze fra TUTTI gli attori in campo: parafrasando l’affermazione di una relatrice, la realtà del mondo traduttivo è variegata, eterogenea, difforme e quindi tanto più ardua da ricondurre a problematiche comuni. Per reazione o per un’eterogenesi dei fini, saranno forse le traversie che incontrano TUTTI i settori, non solo quello legato alle case editrici, ad aver avuto il ‘merito’ di spingere in tale direzione, un esito che fino a pochi anni or sono pareva irrealizzabile?
Sta di fatto che la giornata non è risultata vacuamente/vagamente (auto)celebrativa, bensì era «articolata in panel e tavoli tecnici», rivolti a «traduttori, studenti e laureati in lingue e traduzione e a chiunque si occupi a vario titolo di traduzione».

La sessione mattutina (dalle 11 alle 13) ha visto dunque sedere allo stesso tavolo e prendere la parola, dopo i cortesi ringraziamenti di Ulrike Tietze, vicedirettrice del Goethe Institut romano:

tutti ben coordinati da Raphael Gallus della DGT europea (non ho visto invece Laura Bosetti, altra indefessa impiegata della medesima istituzione).
Ognuno di essi ha esposto il lavoro svolto dalla propria associazione: così è stato oltremodo interessante apprendere delle numerose attività e sovvenzioni dei colleghi tedeschi (Becker ha usato la cortesia di parlare in inglese), e poco dopo Silvestrini ha dichiarato che in un passato recente le alte sfere di Unilingue non avrebbero neanche potuto concepire di sedersi accanto a quelle di AITI (e immagino che valesse la reciproca…), figuriamoci di lavorare a finalità comuni.

In questo senso un’impressione generale che traggo da questo incontro è che ci sia un ‘sentire comune’. Infatti uno dei concetti che circolava maggiormente nell’aria, come ha colto con attenzione riflessiva Bertolini, è stato quello dell’importanza di “fare rete”, cioè il collegarsi a esperienze analoghe per metterle a frutto collettivamente e progredire assieme per creare “massa critica” (senza reinventare ogni volta la ruota, o l’acqua calda): ecco, pare proprio che tale ‘lavoro’ stia iniziando effettivamente a dare dei frutti.
L’obiettivo finale è ambizioso e nessuno credo si nasconda che non sarà raggiunto in tempi brevi, nonostante e indipendentemente dagli sforzi prodigati: a livello generale è quello di dare dignità a una professione che, lo sappiamo, è stata bistrattata, occultata, ma i cui rappresentanti devono anche smettere di piangersi addosso, essere meno individualisti e meno pieni di sé, per assumere invece (riporto alcune asserzioni molto convincenti ancora di Bertolini, in parte riecheggiate nella sessione pomeridiana di Marina Rullo) una nuova mentalità: autoimprenditoriale, proattiva, in grado di veicolare gli aspetti positivi, ‘sani’ di questa attività.
A livello pratico, si tratta di trovare schemi giuridici innovativi di riconoscimento/inquadramento del lavoro e in grado, ad esempio, di introdurre e garantire almeno una parte di ammortizzatori sociali, pur tenendo conto che si tratta (come già accennato) di realtà molto diverse fra loro, direi “polverizzate”.
In tale prospettiva il confronto con altre associazioni è, oggi più che in passato, assolutamente imprescindibile, e non ci si deve limitare ad aprire contatti con colleghi che puntano a competenze e abilità parzialmente distinte: il mercato del lavoro è globale, perciò bisogna andare incontro ad associazioni anche di settori apparentemente lontani da questo.
Così STradE ha aperto da tempo un canale interessante con il Sindacato dei lavoratori della conoscenza (della CGIL), assieme al quale sta cercando di convincere i datori di lavoro a farsi carico dell’assistenza sanitaria integrativa anche per i collaboratori freelance, dato che questi ultimi costituiscono il maggior numero dei lavoratori nel settore editoriale (la nota piaga del precariato). [NOTA 3]
Dal canto suo AITI, pur vantando un’anzianità ben maggiore (difatti venne fondata il 31 dicembre 1950), ha segnalato il piccolo traguardo, ma significativo, raggiunto con la legge n° 4 del 14 gennaio 2013, concernente Disposizioni in materia di professioni non organizzate, cioè relative a «prestazione di servizi o di opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale, o comunque con il concorso di questo»; [NOTA 4] e, di nuovo Marina Rullo ha ricordato opportunamente soluzioni adottate da doppiatori, dialoghisti, ballerini e altri lavoratori che operano nel mondo dello spettacolo, [NOTA 5] per il quale è stata varata una legge apposita da pochi anni.

Dopo un eccellente buffet, comprensivo persino di dolce e caffè (servito da camerieri in guanti bianchi), [NOTA 6] il pomeriggio si è dipanato in 6 appuntamenti, dislocati in 3 ambienti della medesima sede, equamente suddivisi dallo spartiacque della pausa-caffè.
Fra la terna dei primi io avevo scelto quello di Marina Rullo, fondatrice della ormai ‘storica’ (in quanto inaugurata nel 1999) lista di discussione Biblit,

Il pulcinella di mare, simbolo della mailing list "Biblit".

Il pulcinella di mare, simbolo della mailing list “Biblit”.

la quale nel tempo in cui si svolge una partita di calcio ha riassunto la propria esperienza diretta presso lo sportello di orientamento alla professione di traduttore letterario, attivo presso la Casa delle traduzioni ogni primo venerdì del mese, dalle ore 11 alle 13. Probabilmente il livello gradevolmente informale in cui è stato condotto questo workshop è responsabile di un buon livello di interazione fra pubblico e relatrice.
Gli altri due ‘laboratori’ erano organizzati, rispettivamente, da Simona Cives, sul supporto che possono offrire ai traduttori le Case delle traduzioni sparse in Europa e la parallela organizzazione RECIT (Réseau Européen des Centres Internationaux de Traducteurs littéraires) e da Mirko Silvestrini, sullo stato delle sinergie in atto fra «tutti gli stakeholder dell’industria della traduzione, ivi comprese le università», come richiesto dalla Direzione generale della traduzione.

Ecco, un altro punto sottolineato in termini sostanzialmente equivalenti da vari relatori è stato l’inadeguatezza dell’insegnamento accademico in molte parti d’Italia: vuoi perché eccessivamente teorico, vuoi perché esercitato da persone che non praticano una concreta attività traduttiva (e spesso si tratta delle due facce della stessa medaglia, immagino), ma anche perché nella congiuntura attuale un’offerta che è cresciuta eccessivamente non può essere assorbita da una domanda in contrazione, come tristemente confermato ancora e più dell’anno passato dai dati diffusi dall’Associazione editori italiani alla Fiera del libro 2014 di Francoforte.

Nella seconda tornata pomeridiana, forse l’incontro con modalità più innovative dovrebbe esser stato quello di Daniele Sanchioni (AITI): sia per l’argomento (la «filiera corta», vale a dire l’opportunità di «lavorare per clienti diretti») sia per il modo in cui è stato strutturato: «dopo una presentazione introduttiva incentrata su alcune definizioni e sul ruolo delle agenzie, ovvero il presente del settore, quattro gruppi di lavoro dibatteranno pro e contro della filiera corta per il cliente e per il traduttore e i possibili modi per acquisire e conservare clienti diretti. Tutto ciò sarà poi messo a confronto con la realtà di colleghi già al 100% a filiera corta. Con un occhio al futuro della traduzione specializzata, le conclusioni saranno collettive».
Parallelamente si sono svolti anche gli incontri diretti da Biancamaria Bruno e dal duo Cosi-Repossi, che è quello che ho seguito, attratto dal titolo: Come e perché le traduzioni editoriali invecchiano?
Il tema non è certo nuovo, [NOTA 7] ma la presentazione (con immancabile PowerPoint) che ne hanno fatto le due brave traduttrici, pur nel tempo ridotto loro concesso, è andata oltre ogni aspettativa ed è risultata così piacevole, che ho deciso di dedicarvi un post successivo, nel quale poter scendere in dettagli che qui verrebbero invece sacrificati.
Chiudo perciò con la foto che ho scattato al palco con le relatrici attorniate dal pubblico [NOTA 8] un paio di minuti dopo la chiusura del seminario e della manifestazione (l’ultima slide, ancora visibile sullo sfondo, sugella una simpatia che traspariva anche dalla coralità/complementarità dei loro interventi).

Chiusura dei lavori.

Chiusura dei lavori.

NOTE

(1) Questo inizio che prende così ‘alla larga’ l’argomento enunciato dal titolo (che dunque serve da specchietto per le allodole, nel senso dei malcapitati cybernauti) dovrebbe far capire praticamente che quanto segue non vuole essere l’esposizione obiettiva di ciò che è avvenuto il 10 ottobre nella sede romana del Goethe Institut, ma una presentazione di ciò che di quei fatti ha interessato il gestore di questo blog, e questo ovviamente potrà non coincidere affatto con quello che altri abbia notato di rilevante. Anche se la finalità non è primariamente comunicativa, tuttavia spero che questo post possa servire, anche solo in parte, a coloro che non hanno potuto essere presenti – soprattutto perché mi è parso che la partecipazione fosse inferiore al valore complessivo dell’iniziativa, almeno dal punto di vista dei significati che mi è parso di cogliere e, appunto, ho cercato di evidenziare e trasmettere qui.

(2) La presentazione si può scaricare dal sito della rappresentanza in Italia della Commissione europea, dal sito del Goethe Institut o anche dall’home page di quello di Lettera internazionale. Su tutti c’è il link al PDF col programma dettagliato (stranamente, nel primo caso il ‘peso’ dichiarato è 557 KB ma nel secondo 544, pur essendo lo stesso, identico file…).

(3) Il comunicato di StradE in merito si può leggere anche su Bibliocartina dal 23 settembre scorso.

(4) Traggo la citazione da una presentazione più ampia reperibile sul sito Altalex, che riporta anche il link al testo della legge, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale n° 22 del 26 gennaio 2013.

(5) Credo anche dello sport, aggiungo io. Nel dubbio e nella mia ignoranza, però, per evitare link sbagliati o parziali preferisco non darne nessuno.

(6) La tentazione di scattare un paio di instantanee anche in questo momento di relax è stata forte, ma ho resistito pensando che così avrei suscitato troppe invidie e rimorsi fra i miei ‘avidi’ lettori…

(7) Mi sembra che anche la scuola di Tel Aviv abbia svolto osservazioni interessanti a riguardo, ma non sono sicuro se fosse Even-Zohar o Toury.

(8) Di spalle, Daniele Petruccioli (segretario di STradE) a colloquio con F. Cossi; sullo sfondo, R. Gallus si complimenta con A. Repossi (coperta, purtroppo me ne sono accorto dopo e me ne scuso qui pubblicamente).

Il processo di Norimberga: il ruolo degli interpreti

manifesto del convegno AIIC sugli interpreti di Norimberga

manifesto del convegno AIIC sugli interpreti di Norimberga

Ho trascorso una settimana in Germania, per risciacquare la lingua nella Sprea e nel Reno…

Al campo di concentramento di Sachsenhausen (nome che in precedenza attribuivo esclusivamente a un quartiere di Francoforte, nelle cui Kneipen ero solito rinfrancarmi ai tempi della frequentazione delle Buchmessen) ho visto per caso il manifesto che riporto qui sopra e (programma) sotto, scusandomi per la scarsa qualità del medesimo (i programmi di fotoritocco non sono il mio forte).

Per chi sia interessato, ma non legga il tedesco, si tratta di un convegno tenuto a Berlino dal 4 al 9 agosto sugli interpreti di tribunale che lavorarono ai processi contro i nazisti svoltisi nella città di Norimberga (Nürnberg) subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Il titolo dice: Un processo – quattro lingue, il sottotitolo: Chi erano gli interpreti ai processi di Norimberga? e si è tenuto a Berlino dal 4 al 9 agosto di quest’anno (anche se non si capisce cosa abbiano fatto il 7 e il 9 agosto).
Il primo giorno era introduttivo, il secondo era intitolato «Interpreti in zone di crisi», il che spiega il fatto che fosse organizzato insieme all’associazione «Reporter senza frontiere» [Reporters sans frontières – Reporters Without Borders – Reporteros Sin Fronteras], qui in Italia nota soprattutto per l’annuale pubblicazione sulla libertà di stampa nel mondo).
Il 6 agosto si affrontava il tema forse più spinoso: «Violazione dei diritti umani nell’aula del tribunale? Uno sguardo critico alla prassi dell’interpretazione giudiziaria».
Ma era sicuramente stimolante anche il tema dell’8 agosto: «Fra Hitler e Stalin. Il dilemma degli interpreti sovietici al processo di Norimberga».
Il tutto era curato dall’Associazione internazionale degli interpreti di conferenza, che conta oltre 3.000 membri in 90 paesi, di cui 270 (per un totale di 19 lingue) nella sola Germania.

Grazie al cortese quanto tempestivo commento di Luigi Muzii, posso aggiungere post factum che in Italia sono iscritti all’associazione 189 membri: non tanti quanto in Germania, però è sempre un buon numero (pari al 10% di quelli registrati nell’Unione Europea, sempre secondo il sito ufficiale).
Suggerimento: forse STradE potrebbe contattare la sede italiana per realizzare qualcosa come un gemellaggio, in nome degli interessi (almeno in parte) comuni?

programma del convegno AIIC

programma del convegno AIIC

 

 

AGGIORNAMENTO (30 marzo 2015)
Scopro oggi per caso (o meglio, indotto dalla ‘sirena’ dell’annuncio “Chi ha comprato questo libro è interessato anche a” che nonostante sia sotto la ricerca appena effettuata, spicca in un rosso vivo, questo libro perfettamente collimato a un tema che invece ritenevo abbastanza peregrino:

La copertina della traduzione italiana (Aracne 2014)

La copertina della traduzione italiana (Aracne 2014)

Tat’jana Stupnikova, Tutta la verità, nient’altro che la verità. Il processo di Norimberga con gli occhi di un’interprete russa, tradotto da Claudia Panfili per Aracne nel 2014.
Sul sito dell’editore si trova questa sintesi (forse la bandella del volume?)

Il 20 novembre del 1945 a Norimberga il Palazzo di giustizia assomiglia a un alveare. Sulla tribuna della stampa sono presenti 250 giornalisti venuti da tutto il mondo, ma solo 5 rappresentanti della stampa tedesca vengono ammessi al processo. Tutta la verità nient’altro che la verità. Il processo di Norimberga con gli occhi di un’interprete russa è la traduzione integrale dal russo del resoconto del processo di Norimberga, contenuto nel libro Ničego krome Pravdy di Tat’jana Stupnikova, pubblicato nel 2003 a Mosca dalla casa editrice Vozvrašenije. Tat’jana Stupnikova a 22 anni fu inviata a Norimberga in qualità di interprete simultanea dal tedesco al russo, e incentra il suo resoconto dello storico processo sul concetto di familiarità tra nazismo hitleriano e comunismo staliniano.

L’autrice è morta due anni dopo la pubblicazione del testo in Russia. Se ne può visualizzare e scaricare liberamente in un PDF unico anche il sommario e la Prefazione, a firma di Joanna Spendel, dal titolo «La verità e solo la verità. Una testimonianza inedita sul processo di Norimberga» (pp. 13-22), sufficienti per farsi un’idea chiara del testo. Che è piuttosto lungo (346 pagine, formato standard 14 ☓ 21) e articolato in 58 capitoli (con numerazione progressiva in cifre romane), più prefazione, introduzione e postfazione. En passant noto che la versione elettronica del testo costa esattamente due terzi (9 €) di quella cartacea (15 €).

La prefatrice mi è nota per un testo che comprai sull’onda lunga del mio interesse per il formalismo russo (oggetto della mia tesi di laurea, che prima di morire dovrò decidermi a rendere disponibile on-line…), e cioè Prima del gelo. Ricerche su gruppi e tendenze nella letteratura russa degli anni Venti (Bulzoni 1982, stranamente ancora disponibile sul sito dell’editore: stranamente, sia perché si tratta di un testo uscito 33 anni fa, sia perché mi dicono che quell’editore di riferimento per chi frequentava facoltà umanistiche alla Sapienza naviga anch’esso in cattive acque…).
Approfitto sempre dell’editore Aracne per rinviare a una sua chiara scheda bio-bibliografica, come scorciatoia per far capire che si tratta di una studiosa attiva almeno dagli anni Settanta, anche se con il curioso vezzo di modificare il suo nome proprio (originariamente Giovanna, come si vede consultando per esempio il catalogo storico della Mondadori, per la quale tradusse vari classici russi, con un totale di 34 ‘notizie’: ‘entries’, ‘items’?).  L’Associazione italiana degli slavisti le ha dedicato un convegno il 17 aprile 2013. E’ infine citata anche in questo recente articolo di Giulia Baselica su Tradurre.it, a proposito della letteratura sovietica (non)dissidente.

I peggiori anni della nostra vita (2011-2013)

Alla fine ci sono andato; direi meglio ‘all’inizio’, ma in realtà l’incontro è cominciato con oltre mezz’ora di ritardo sul pur ‘comodo’ appuntamento da programma, molto ‘romano’: alle 11 di giovedì 20 marzo 2014.
Ci sono andato, lo confesso, anche perché avevo un po’ di nostalgia, dai miei tardi (e dispersivi) anni universitari, della splendida cornice scelta per questa presentazione: il salone vanvitelliano nella sede della Biblioteca Angelica

L'angolo a destra, entrando nel salone principale

L’angolo a destra, entrando nel salone principale

L'angolo a sinistra, entrando nel salone principale

L’angolo a sinistra, entrando nel salone principale

in pieno centro di Roma, a fianco della quattrocentesca chiesa di sant’Agostino, inondata di sole caldo e festoso.

Facciata della chiesa di S. Agostino a Roma

Facciata della chiesa di S. Agostino a Roma

Non si ha diritto alla cartellina con la documentazione se non si è accreditati (e mica ero l’unico a non esserlo, anche se pare che i convenuti, a gruppi, si conoscessero un po’ tutti fra loro: con buona probabilità, editori e/o librai; età media sulla cinquantina, diverse donne, i pochi trentenni si notano subito, sembrano un po’ impacciati e inesperti, ma sarà la mia spocchia…). Al diavolo la cartellina, l’abilità a prendere appunti mi è rimasta dai tempi dell’università (e due!).
Ad ogni modo qui c’è il comunicato stampa (PDF), per chi non voglia sorbettarsi il mio resoconto, lungo e tardivo (grazie lo stesso della visitina: nei post successivi sarò più breve, promesso), ma proprio per questo più ricco e sapido (spero, almeno).[^1]
Sul palco i cartellini dei tre relatori:

  • Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il libro e la lettura,
  • Rossana Rummo, direttrice generale per le biblioteche, gli istituti culturali e il diritto d’autore,
  • Lidia Ravera, scrittrice e assessora alla cultura e politiche giovanili della regione Lazio.

Invece non si è palesato Corrado Augias, pure annunciato in agenda (meglio così?).

I relatori (peccato per L. Ravera, un po’ dark dietro la lampada austera)

I relatori (peccato per L. Ravera, un po’ dark dietro la lampada austera)

Altra notazione potenzialmente negativa: si è trattato della mera presentazione, cioè alla fine di tutti i dati e di tutte le considerazioni, dal tavolo ufficiale non è stato avviato nessun dibattito, anzi ho avuto l’impressione che Ferrari, quasi avvertendo questa sorta di ‘vuoto’, di mancato dialogo, abbia pronunziato un ringraziamento un po’ imbarazzato, come a sugellare l’incontro in maniera cortese ma forzata, ossia senza alcuna intenzione di ammettere repliche (sappiamo infatti dalla semiotica sovietica che non congedarsi alla fine di un’interazione è ben peggiore del non salutarsi all’inizio, vero?).
E visto che qui sto già anticipando le critiche, tanto vale tirar giù subito il carico da novanta, così poi procederò ‘alleggerito’: l’articolo di Christian Raimo a p. 15 dell’edizione WE di «Pagina 99» (purtroppo non è on-line, ma è stato letto ampiamente e con gusto venerdì mattina dal suo sodale Nicola Lagioia a Pagina 3, la trasmissione di Rai3 che va in onda subito dopo il GR (ok, è vero, tra i due c’è anche Onda verde, con le informazioni sul traffico [auto]stradale, e ancora le previsioni meteo: però questo non lo dicono praticamente mai, quindi si rimane incollati quei 5-6 minuti all’apparecchio che… vabbè, non interessa nessuno).[^2]

Alcune precisazioni iniziali sono svolte da GAF: la ricerca, affidata all’istituto Nielsen, è la più ampia mai effettuta e conferma (se ce ne fosse bisogno…) che la crisi attuale è la più grave in Italia dal secondo dopoguerra, anche se a uno sguardo retrospettivo più consapevole segni di crisi si avvertivano già una decina d’anni fa (a dir poco).[^3]

La parola passa a RR, che anticipa gli esiti salienti, dopo di lei esposti ed escussi più analiticamente da GAF. Questo PDF (23 slides) è la traccia del suo intervento.
Ci troviamo di fronte a un’emergenza, una «sofferenza industriale» (d’ora in poi utilizzerò questo tipo di virgolette per espressioni che ho sentito pronunciare dai relatori e riproduco fedelmente) di tutta la filiera del libro (editori, lettori, librai), sicuramente influenzata dalla crisi economica generale, ma che impone di «monitorare il fenomeno della lettura»; a leggere è meno di metà degli italiani e, ancora una volta, quelli che resistono vivono perlopiù al Nord e in parte al Centro, mentre il Sud continua a permanere in una situazione di subalternità e arretratezza. Unico spiraglio positivo pare la letteratura per ragazzi.
All’estero la situazione è ben diversa: in Francia il Centro nazionale per il libro ha un finanziamento di 20 milioni di euro (forse l’anno scorso erano 42, come si leggeva 13 mesi fa in questo articolo di Libreriamo) e anche qui da noi bisognerebbe spendere qualcosa di più dei 2 milioni attuali (erano 1,5 al momento dell’istituzione nel 2008, secondo quanto riportato sulla «Gazzetta ufficiale», ha scritto Raimo), soprattutto per opporsi alla tendenza generale, che vede il piccolo sacrificato a favore di «grandi agglomerati industriali»: è il caso di tante librerie storiche che chiudono, ma un discorso analogo si potrebbe fare per le sale cinematografiche (anche per quelle teatrali, aggiungerei). Tuttavia qualcosa si è iniziato a fare:

Il logo del progetto ministeriale per i piccini.

Il logo del progetto ministeriale per i piccini.

La manifestazione primaverile per i libri.

La manifestazione primaverile per i libri.

Il progetto ministeriale per le città che leggono.

Il progetto ministeriale per le città che leggono.

Leggere serve a costituire l’identità culturale e sociale di un paese: il nostro è particolarmente soggetto a una sorta di federalismo (anche più di una forma), quindi secondo RR è meglio «presidiare il territorio» che lanciare campagne ‘generaliste’, incapaci di cogliere le specificità creative (punto sul quale tornerà anche LR); ad esempio, i grandi festival hanno un largo séguito, ma alla lunga risultano sostanzialmente effimeri, non riescono a scalfire e incidere in profondità su certe abitudini, soprattutto quelle ‘cattive’.

Quindi la parola passa a GAF, che dopo aver ringraziato per l’ospitalità la dinamica e innovativa direttrice della biblioteca, Fiammetta Terlizzi, inizia a snocciolare le cifre del rapporto, con brevi commenti. Anche qui, per chi non ha tempo c’è il link per scaricare il PDF (33 slides) del suo intervento.
Anzitutto il c.d. Panel Consumer di Nielsen. L’indagine è stata effettuata su 3000 famiglie al mese per 3 mesi (tot. 9000 famiglie, l’età minima era pari o superiore ai 14 anni). Non si è puntato unicamente alle vendite (interpreto: dal punto di vista del commerciante), ma si è tenuto conto anche degli acquisti (il punto di vista del lettore) e soprattutto delle letture dichiarate. Questo è un asse sul quale è strutturato tutto il lavoro, per cui utilizzerò la ‘A’ per la prospettiva-acquirenti e la ‘L’ per la prospettiva-lettori.
Le aree geografiche in cui è stata diviso il Belpaese sono Nord-ovest, Nord-est (Emilia Romagna compresa), Centro (con la Sardegna) e Sud. Altri parametri significativi sono (in inglese fa più fico, non v’è dubbio…): affluency (rapporto fra reddito e componenti della famiglia, modulato in: alto/basso/poco sopra/poco sotto la media); life stages (7 tipi di famiglie).
Il totale degli italiani adulti è di 52,4 milioni: da questi, negli ultimi 3 anni, c’è stato un calo dell’11% fra i lettori (oggi L=22,4 mln) e del 15% fra gli acquirenti (A=19,5 mln nel 2013), che quindi adesso si sono ridotti a poco più di un terzo, il 37% (nel 2010 sfioravano la metà dell’intera popolazione adulta), pari a 21,5 milioni.
Prima conclusione: si smentisce la nomea del libro come «bene anticiclico», cioè che abbia fluttuazioni inverse a quelle dell’andamento dell’economia generale.
Invece si conferma ancora che in prima linea ci sono soprattutto le donne (41% fra A, ben 48% fra L; invece gli uomini crollano miseramente a ⅓: 33% in A, 38% in L); la fascia d’età con maggiori acquirenti è quella fra i 25 e i 34 anni (e quella immediatamente successiva, 35-44 anni, la più falcidiata, con un –17%, in precedenza raggiungeva il 57%, seguita dai 20-24 anni, scesi dal 52 al 40%), mentre fra i lettori è (sorpresa!) quella fra i 14 e i 19 anni (ha il 60% di L, anche se prima arrivava al 70%). Per l’area, il Nord-est si aggiudica il primato, sia negli A, 44% (mentre il Sud può vantare appena la metà di tale valore: 22%), sia negli L: 53% (fra i pochissimi dati addirittura in ascesa, seppure di un solo punto percentuale rispetto agli anni precedenti), mentre le altre tre portano tutte il segno meno: per L, il Nord-ovest arretra dal 53 al 49%, il Sud dal 39 al 31% e peggio ancora fa il Centro, dal 52 al 42%. Il genere più gradito è la narrativa (71%), seguita da biografie/autobiografie e da libri di storia.
Naturalmente fattori che favoriscono la lettura sono il livello d’istruzione e di benessere, ma non in maniera assoluta: ad esempio, soltanto il 57% dei laureati compra almeno un libro all’anno (erano il 75% nel 2011!); il numero di acquirenti maggiore si trova nei nuclei familiari di giovani (47%) e tra i single anziani (più di 65 anni: un dato apparentemente sconcertante, ma che verrà ricondotto a un senso complessivo). Questi ultimi si ritrovano anche nel gruppo relativo ai maggiori lettori, insieme alle famiglie «strutturate».
Relativamente al rapporto fra copie acquistate e lette: il 4% della popolazione adulta compra il 36% dei libri, che essendo il numero di copie stampate pari a 112 mln (suppongo nell’arco dei 3 anni esaminati, ma non è stato esplicitato; in un altro grafico questo totale era di 122, ma può darsi che io abbia inteso male), equivalgono a 40,3 mln di copie; si tratta di una media superiore ai 12 testi all’anno, il che significa che la spesa media per acquirente è piuttosto alta: 57,47 €/anno (comunque anch’essa ridotta del 9% rispetto al 2012). Ciò permette di fissare un totale di spesa complessiva, che equivale al «valore del mercato», di 1,1 miliardi € (anche qui si registra una flessione del 14% rispetto al 2012); per avere un termine di paragone, la cifra è pari a quella generata dalla sola pubblicità on-line. Non ho fatto a tempo a segnare tutte le percentuali relative al prezzo di copertina, ma credo sia già sufficientemente significativo che quelle sino a 5€ siano il 28% e quelle fra 6 e 10€ raccolgano il 31%.
Passando al versante L, almeno il 43% (22,4 mln) ha letto almeno un libro all’anno, il 5% legge il 39% dei libri prodotti e un altro 16% ne legge il 9%; le copie lette risultano essere 153 mln.[^4]
Insomma, gli italiani leggono più libri di quanti ne comprino!

Nel confronto fra libri ed e-books, questi ultimi progrediscono ma in maniera non eclatante, così come i primi resistono: difatti abbiamo, rispettivamente, un calo del 9%, pari a un totale di 19,2 mln A nel 2013 per i prodotti cartacei e un aumento del 14% per quelli elettronici, con percentuali sostanzialmente analoghe nella porzione L (21,9 e 1,9 mln, quindi negli e-books la crescita è quantificabiel in +17%).
Venendo a considerare il luogo di acquisto, è soprattutto la libreria (35%: 21% quella tradizionale e 14% quella appartenente a una catena), seguita da GDO («grande distribuzione organizzata», 18%: ipermercati 11%, supermercati 6%) e edicole (17%, di cui 6 relativi ad abbinamenti con altro, e 11 ‘autonomi’), mentre internet vanta appena l’11% e fanalino di coda sono le cartolibrerie (4%). Secondo GAF, questi ultimi dati confermano che si tratterebbe di una «crisi rallentata», soprattutto rispetto agli andamenti più drastici, riscontrati in altri paesi.
Avviandosi alla conclusione, ecco alcuni confronti più analitici sulle perdite per i 3 anni (2011 – 2012 – 2013): gli A passano in maniera inesorabilmente costante dal 44% (25,3 mln) al 41 (21,3) al 37 (19,5); i L dal 49% (25,3 mln) al 46 (24,4) al 43 (22,4): qui la flessione è appena meno accentuata, registrando un –8% fra 2012 e 2013 e un –12% dal 2011 al 2013. Il crollo maggiore fra gli A si è avuto nel Centro: 51, 39 e 36%; i single anziani passano dal 26% del 2011 al 33% del 2012 e si attestano al 30% nel 2013, mentre fra i L anziani è in netta controtendenza la progressione: 33, 38 e infine 39%.
Gli acquisti di e-books passano da 1 mln (2011) a 2,7 mln (2012) a 4 mln nel 2013 (+291% nei 2 anni, + 48% dal 2012); la lettura dai 3,4 mln ai 5,5 ai 7,4 (+118% nei due anni, +25% dal 2012). GAF si è soffermato in particolare su questi dati per sottolineare che l’insieme del libro si può considerare abbastanza «conservativo», cioè il mercato risentirebbe di «abitudini culturali conservatrici».
Flessione nei canali di vendita: maggiore (–21%) nelle librerie di catena (avevano una quota del 29% nel 2011, scesa a 26 nel 2012 e ancora a 23 nel 2013); –13% delle librerie tradizionali (dal 49% nel 2011 al 45% del 2012 al 43% del 2013), sostanzialmente appaiate alle edicole (–12%: 20% nel 2011, ‘tengono’ il 18% nei due anni successivi); appare soffrire un po’ meno la GDO (–9%: 37%, che poi diventa il 34% sempre nel biennio 2012-2013). A tale riguardo GAF commenta che si è contratto ciò che appariva più innovativo, mentre sembra abbia resistito soltanto ciò che era tradizionale, insomma c’è stata una sorta di «chiusura a riccio», che rinvia a «qualcosa di profondo» (già, ma cosa?) che non dipende dalle politiche culturali adotttate (quali, di grazia?) nel nostro paese. Comunque per capire se si è ‘usciti’ dalla crisi o no saranno decisivi i dati del 2014 (maddài!?).

Andamento delle vendite librarie nei trimestri finali (2010-2013).

Andamento delle vendite librarie nei trimestri finali (2010-2013).

La slide conclusiva, riportata anche in questo PDF, registra il numero di acquisti effettuati nel corso dei 3 anni: l’andamento è sinusoidale con un picco negli ultimi tre mesi di ogni anno (come sa bene ogni direttore editoriale, che mira a piazzare lì i titoli migliori). Qui la discesa è visibile in maniera anche più chiara: il 33% del quarto trimestre 2010, pari a una spesa complessiva di 587 mln €, cala al 29% nel 2011 (471 mln), al 27% nel 2012 (382 mln) e ancora al 26% nel quarto trimestre 2013 (335 mln: quindi una perdita ‘secca’ di 250 mln €, quasi un dimezzamento rispetto alla cifra iniziale). Percentuali del tutto analoghe per il versante L.

LR ha adoperato la graziosa metafora della «giacchetta» che può indossare per parlare del fenomeno: quella della scrittrice e quella della politica(nte). Ma in entrambi i casi questi dati la preoccupano seriamente. Come autrice, vede una «tendenza vecchia: va così male da tanto tempo»; la lettura non è più un fattore di elevazione, di promozione socio-culturale, c’è stato un impoverimento complessivo, è crollata una fiducia che si aveva nel libro (prima ci si vergognava di essere ignoranti, mentre oggi chi legge è praticamente uno «sfigato» all’interno di un gruppo!), e questo è responsabilità degli operatori; occorre riqualificare i prodotti immessi sul mercato tramite una selezione anche drastica. Lei stessa ha cercato sempre di scrivere per «la signora grassa», non mirando a un’élite irraggiungibile.
Come assessora, si chiede poi dove abbia sbagliato la politica culturale degli ultimi anni. Tutto considerato, il prezzo di un libro è conveniente e il bene acquistato ‘dura’ anche di più: fa il confronto con il costo del biglietto per il teatro dell’Opera, che è più alto e per rappresentazioni che durano un paio d’ore e basta, mentre un libro può essere riletto, prestato ecc. (fruizione maggiore, più dilatata). In particolare, nel lavoro svolto presso l’Assessorato ha tentato di invertire il verticismo culturale, di «fertilizzare i selvaggi [provenienti] dal basso», cioè dalle biblioteche e da tutte le situazioni locali, micro (p.es. associazioni spontanee di lettori), in cui ha potuto constatare la presenza di persone che per lavoro e passione sostenevano la lettura, anche quasi contro i propri interessi (p.es. bibliotecari che non percepivano lo stipendio da mesi…). Occorre rifinanziare la legge 16/2008: «Iniziative ed interventi regionali in favore della promozione del libro, della lettura e delle piccole e medie imprese editoriali del Lazio» tramite bandi che premino, appunto, quelle iniziative lodevoli dal basso, p.es. che portano i libri nelle carceri, negli ospedali, nelle scuole.
Ancora due appunti veloci ma IMHO interessanti per chiudere: il «bisogno di letteratura nasce dalla sofferenza»; e il narcisismo coltivato dalle scuole di scrittura può servire a rafforzare se stessi, innescando anche un processo virtuoso di lettura.
Comunque il tenore dell’intervento di LR è già parzialmente nella sua replica, recisa (chiude così: «Con la cultura si mangia, è vero, ma chi si vuole arricchire con la cultura, ha sbagliato indirizzo»), ad affermazioni di GAF occasionate dalla Buchmesse dell’ottobre 2013 (entrambi gli interventi sono usciti sull’«Huffington Post»); a lei si affiancava idealmente lo stesso 21 ottobre 2013 Elena Stancanelli, animatrice dell’associazione «Piccoli maestri», fra quelle menzionate all’Angelica.

NOTE (stavolta mi sono trattenuto… 🙂
[^1]
Ignoro senza rimpianti i resoconti, numerosi, sparsi qua e là, ma anodini e parziali, per passare subito a manifestare la personale approvazione del commento, impegnato ma come sempre intelligente, di Loredana Lipperini: sul suo blog finisce per rinviare alle argomentazioni che Tullio De Mauro sostiene da molti anni, sebbene egli ottenga solo l’ennesima conferma che nemo propheta in patria: «L’analfabetismo italiano ha radici profonde. Ancora negli anni Cinquanta il paese viveva soprattutto di agricoltura e poteva permettersi di avere il 59,2% della popolazione senza titolo di studio e per metà totalmente analfabeta (come oggi il 5%)». Si tratta di un brano citato spesso da un intervento datato marzo 2008 del linguista emerito (si trova anche qua), al quale ho apposto il corsivo. Io avevo accennato a sue precisazioni (uscite anch’esse su «Internazionale» ma l’anno scorso) in materia di istruzione e valutazione scolastica nella nota 8 del mio ultimo (2 marzo 2014) post, «Il (mio) capitale umano». Qui segnalo ancora che la correlazione tra analfabetismo funzionale (o illetteratismo) e digitale è stata evidenziata bene da Nello Iacono (Stati generali dell’innovazione) in questo stesso mese su «Agenda digitale».

[^2]

[^3]
Osservazione interessante, ma priva di riferimenti: più utile sarebbe stato contestualizzarla. A me vengono in mente, come al solito, un ‘seminale’ M. Livolsi (Almeno un libro. Gli italiani che (non) leggono; La nuova Italia, 1986), il Vigini ‘tascabile’ (L’editoria in tasca. Dati classifiche riflessioni 2004; Editrice Bibliografica, 2004), ma soprattutto la chiara sintesi di G. Solimine (L’Italia che legge; Laterza, 2010), ognuno con pertinenti approfondimenti bibliografici alla fine; GAF non solo non ha citato nessuno di questi, ma non ha dato proprio nessun tipo di riferimento!

© Gius. Laterza & Figli

Quarta di copertina di Solimine 2010 (L’Italia che legge).

[^4]
Sarei curioso di sapere come è stato stimato quest’ultimo valore: dalle utenze nelle biblioteche?

RICONOSCIMENTI
Le prime 4 foto in questo articolo sono state scattate il 20 marzo 2014 da chi scrive qui.

Come sprecare una (buonissima) occasione

Per riprendere la scrittura un po’ più lievemente, passate le festività (e gabbati li santi…), ‘sprecherò’ questo post con un argomento frivolo, che rinfrancherà lo spirito.

Su un pannello della piccola mostra «“I libri degli altri”. Il lavoro editoriale di Italo Calvino» (aperta sino al 31 gennaio presso la Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II qui a Roma) si legge: «dal momento in cui si è immersi nella vita editoriale, […] si è passati dall’altra parte: non si guardano più i testi nello stesso modo».

Pannelli alla mostra sul lavoro editoriale di I. Calvino

Pannelli luminosi alla mostra sul lavoro editoriale di I. Calvino

È stata scritta proprio da Calvino, e mi ci ritrovo da sempre. Sebbene altre volte sono stato propenso a considerarmi affine anche all’arciere dall’occhio-e-mezzo (polutoraglazyj strelec) tratteggiato da Benedikt Livšic, l’autore della splendida «autobiografia del futurismo russo» (Laterza 1968, a cura di Giorgio Kraiski, nuova [?] trad. di R. Franceschi, Hopefulmonster 1989; ed. or. sovietica, 1933).

Da sinistra: O. Mandel'štam, K. Čukovskij, B. Livšic e Jurij Annenkov, a Pietroburgo nel 1914.

Da sinistra: O. Mandel’štam, K. Čukovskij, B. Livšic e J. Annenkov, a Pietroburgo nel 1914.

Analogamente (ma su un registro ben più basso), non ho potuto fare a meno di notare la traduzione (?) in inglese di informazioni su un cioccolato nostrano, che si fa vanto di una produzione assolutamente originale e fedele alla tradizione. Per fortuna che il testo inglese compare solamente sul lato di costa dell’involucro interno della confezione, mentre il testo italiano (che immagino debba essere quello da cui è stato tratto quello inglese), il quale figura in posizione ben più visibile, denota la padronanza di una terminologia tecnica specifica (concaggio, temperaggio… tra l’altro quest’ultimo addirittura manca dalla Treccani on-line), anche se compare scritto per ben tre volte con l’accento grave, anziché acuto.

Basta ciance, ecco il testo inglese (al quale aggiungo esclusivamente le virgolette):
«The eventual irregular opacity in surface is due to the traditional method of handicraft cold working (non happens of putting boiling). In order to exalt the quality of our product, do not come any added like as fat vegetables or cocoa’s butter and other substances stranger (like as lecitina ecc.)»

Peccato per la figuraccia con eventuali acquirenti stranieri, che non dubito ci siano – altrimenti, forse, non sarebbe neanche venuto in mente ai produttori di fornire qualcosa in più (la resa in altra lingua) in grado di contribuire (nelle loro intenzioni, anche se molto meno nei fatti) alla diffusione e, con essa, alla buona nomea del prodotto. Come dire: un’occasione perduta. Si è fatto 30, però è mancato l’ingegno, lo scatto per arrivare a 31, che avrebbe segnato la differenza a favore della ditta. Cioè, chiedere a un/a traduttore/traduttrice competente di trasporre quel breve (ma significativo!) pezzo in una lingua più diffusa della nostra.
Almeno, però, quel cioccolato particolare era davvero molto buonissimo…!
Alla prossima, da Willy Wonka