Un “tesoro nascosto” sotto la polvere da 250 anni

Procura una certa soddisfazione vedere che un documento, trovato un po’ casualmente in rete e in apparenza dedicato a un argomento peregrino e trascurabile, è riuscito a farsi strada sino a diventare (suppongo con qualche aggiornamento e modifica) un titolo pubblicato da una collana assai rispettabile e giustamente lodata da tanti anni.

La copertina del libro di Linn Holmberg, nuovo di zecca (2017).

Mi riferisco a Linn Holmberg, The Maurists’ unfinished encyclopedia (ISBN 9780729411912), uscito a febbraio di quest’anno nella “OSE”, cioè la collana “Oxford University Studies in the Enlightenment”, che dal 2013 ha soppiantato la gloriosa “SVEC”, ossia gli “Studies on Voltaire and the Eighteenth Century” nei quali dal varo nel lontano 1955 a opera di Theodore Besterman hanno visto la luce oltre 400 titoli NOTA_1.

Tra essi, rammento che alla Voltaire Foundation si devono parecchie edizioni critiche: le Œuvres complètes volterriane, quelle di Montesquieu (previste in 28 tomi, undici dei quali in collaborazione con l’Istituto italiano di studi filosofici di Napoli), la Correspondance complète di Rousseau (a cura di R.A. Leigh, 49 voll. + 3 di apparati vari, 1965-1998), le lettere di Pierre Bayle, Claude-Adrien Helvétius e molto altro ancora. Inoltre da lì si raggiunge comodamente una pagina con 39 collegamenti relativi al Settecento e all’Illuminismo, fra i quali spiccano (a mio gusto) la pagina dalla quale è possibile cercare fra le opere di Voltaire (ospitata dal sito ARTFL, noto tra l’altro per la versione on-line dell’Encyclopédie) oppure frugare negli scambi epistolari dell’epoca, grazie all’originale sito Electronic Enlightenment — letters & lives online.
Concessa questa breve divagazione, torno all’argomento principale, per sottolineare che in un certo senso il bello, dopo aver scorto l’uscita del volume, è la permanenza on-line della versione PDF primigenia, intitolata The Forgotten Encyclopedia. The Maurists’ Dictionary of Arts, Crafts, and Sciences, the Unrealized Rival of the Encyclopédie of Diderot and d’Alembert e nata come tesi di PhD in storia delle scienze e delle idee all’università di Umeå nel 2014 NOTA_2

La copertina della tesi di dottorato di Linn Holmberg (2008).

Vediamo di cosa si tratta; mi baso sulla versione on-line, non avendo intenzione di spenderci 70 sterline (82€, 88$), soprattutto dopo essermi già sfogliato praticamente tutto il PDF (in gran parte sul tablet, gran comodità).

Anzitutto dirò che si tratta di un (raro?) caso di scoperta vera e propria, cioè in cui la ricercatrice ha quasi letteralmente riesumato quello che possiamo chiamare il “torso”, l’abbozzo di un grandioso lavoro originale che avrebbe voluto rivaleggiare con l’opera realizzata da d’Alembert e Diderot, ma attorno a metà Settecento venne accantonato definitivamente, per ragioni non ancora accertate, ed è rimasto del tutto ignorato fino a quando il suo intuito non le ha fatto avvertire che si poteva trattare di qualcosa di interessante, su cui valeva la pena “perdere tempo” a indagare.
Già nel 2008, mentre scriveva la sua tesi di master, Linn aveva letto di una sorta di enciclopedia redatta dai padri benedettini NOTA_3, ma non trovando altri riscontri aveva dedotto che non era stata pubblicata (Holmberg p. 15). In sé il ragionamento era corretto, ma le era rimasta quella “pulce nell’orecchio”: per cui nel 2009 scrisse direttamente al fondo manoscritti della Bibliothèque nationale française chiedendo “lumi” su quella segnalazione, a sua conoscenza fatta solamente da Micheline Meillassoux-Le Cerf, Dom Pernety et son milieu (1716–1796) – Contribution à l’histoire de la sensibilité et des idées à la seconde moitié du XVIIIème siècle (tesi all’Université de Paris-IV Sorbonne, 1988, pp. 45-46) che curiosamente la riprendeva dalle stesse pagine della monografia del decano Jacques Proust, L’Encyclopédie (Colin, Paris 1965): entrambi qualificavano strange/étrange il materiale incontrato (Holmberg p. 54). Ma come loro, nessun altro si era dato la pena di approfondire: dunque nella ricerca ci possono essere strade accennate che rimangono a lungo deserte e, quindi, praticamente invisibili.
Comunque sia, in un paio di settimane le giunse la risposta della massima biblioteca di Francia: effettivamente c’erano sei volumi di “Matériaux pour un Dictionnaire des arts et sciences, par dom Antoine-Joseph Pernety”. Tempo un mese, Linn era a Parigi e dopo averli consultati, decise di dedicarvi la sua tesi di PhD (Holmberg pp. 15-17)!

Per sapere chi è questa studiosa così acuta e intraprendente, rimando all’autopresentazione sul blog della Voltaire Foundation.

Tornando alla sua “enciclopedia perduta”, un aspetto buffo o paradossale è che, almeno nelle primissime fasi, l’opera benedettina e quella degli illuministi vennero portate avanti a poche centinaia di metri l’una dall’altra, probabilmente senza esserne rispettivamente a conoscenza: c’era in effetti tanta attenzione a quel nuovo tipo di genere editoriale.
La prima fu redatta nell’abbazia di Saint-Germaine-de-Prés, la seconda, almeno secondo alcune leggende, in parte al Café ProcopeNOTA_4.
Chi si interessa delle enciclopedie moderne troverà molto ricco il lavoro svolto da Linn Holmberg. Non potendo dare conto di tutto, mi limiterò qui a selezionare alcuni aspetti per me più significativi.
Già dai ringraziamenti, ma ancor più dallo sviluppo e dall’argomentazione dei capitoli emerge chiaramente il suo debito nei confronti delle migliori ricercatrici sul campo: Marie Leca-Tsiomis e Martine Groult, ma non mancano riferimenti anche a Darnton, Eisenstein, Chartier, Martin, Tanselle, Yeo, Gay, Kafker, Goodman, Outram, Edelstein, insomma tutti i maggiori specialisti. A questo si aggiunge la rilevantissima quantità di studi eruditi ed estremamente specifici di cui grondano le note (v. soprattutto nel cap. 7), che mettono al sicuro le sue affermazioni da qualunque accusa di superficialità e approssimazione.
La «terra incognita» che calcava per la prima volta (Holmberg p. 30) poneva problemi non semplici: scegliendo l’approccio microstorico indiziario promosso da Carlo Ginzburg, si è dovuta occupare di storia e produzione libraria (soprattutto nel versante materiale!), di scrittura manoscritta, paleografia (compresa l’analisi degli inchiostri adoperati), analisi forense, appoggiandosi anche al supporto di archivisti esperti della Bibliothèque.

Un esempio (quasi una pagina “pronta”) dei materiali preparatori giacenti alla BNF (metà XVIII secolo).

Che cosa si è trovata in mano Linn, dopo aver tolto strati di polvere pluricentenari? Quasi 7000 blocchi di testo (non esattamente corrispondenti a ‘lemmi’), riportati su oltre 1400 fogli e corredati da ca. duecento figure, ordinati sia alfabeticamente sia per temi, ossia un po’ come la successiva e mastodontica Encyclopédie méthodique di Charles-Joseph Panckoucke (Holmberg pp. 41 e 172). Dopo aver ricostruito il loro iter in 170 pacchi dall’abbazia (l’ordine dei padri maurini fu sciolto dai rivoluzionari e un incendio nell’agosto 1794 distrusse quasi completamente le opere a stampa raccolte nella loro biblioteca, una delle più grandi di Francia, con quasi 50mila volumi – invece fortunatamente si salvarono 7000 manoscritti, archiviati altrove) alla Bibliothèque nationale, in cui furono ricatalogati fra il 1830 e il 1852 (Holmberg, pp. 46-47). Alla nostra eroina ci vollero quasi sei mesi, prima di riuscire a discernere calligrafie differenti, ma alla fine non ebbe dubbi: si trattò di un «progetto collaborativo» che coinvolse sette o otto persone diverse, anche se la loro identità rimane tuttora inattingibile, tranne due, ai quali in passato era stato attribuito erroneamente l’intero progetto (Holmberg p. 72).
Come l’Encyclopédie sorse dal progetto di tradurre la Cyclopaedia di Chambers (ispirato dal Lexicon Technicum di John Harris), adattandola e infine ampliandola sino a farne un prodotto originale, così questa enciclopedia benedettina prese le mosse dalla traduzione di un manuale di matematica in 3 volumi dell’illuminista tedesco Christian Wolff, svolta probabilmente fra il 1743 e il 1747, e integrata con brani opportunamente scelti dal Dictionnaire de Trévoux NOTA_5 (che sappiamo essere a sua volta un rifacimento del dizionario di Basnage de BeauvalNOTA_6, il quale rifiugiatosi in Olanda dal suo amico Pierre Bayle aveva riscritto [1701] a sua volta in chiave protestante il Dictionnaire universel di Furetière,

Ritratto e dizionario di Antoine Furetière (seconda edizione, 1701, riveduta da Basnage de Beauval).

e fu poi rimaneggiato con ampliamenti da Jean-Baptiste Brutel de la Rivière nel 1727, sempre in Olanda) per gli àmbiti assenti da quello, più una nutrita serie di dizionari e testi specialistici (Holmberg capp. 8 e 12), con particolare attenzione ai 2 volumi del Dictionnaire universel de mathématique et de physique, où l’on traite de l’origine, du progrès de ces deux sciences et des arts qui en dépendent et des diverses révolutions qui leur sont arrivées jusqu’à notre temps, avec l’explication de leurs principes et l’analyse des sentiments des plus célèbres auteurs sur chaque matière di Alexandre Saverien, pubblicato a Parigi nel 1753.

L’anno successivo, o al massimo nel 1755 il lavoro fu interrotto bruscamente. Se ne possono congetturare varie cause, non ultima proprio la presenza sul mercato editoriale dell’Encyclopédie (il cui primo volume era uscito nel 1751).

Peccato, potremmo dire col senno di poi, perché «The Benedictines were making a new kind of dictionary: a hybrid. They were not compiling yet another specialized subject dictionary, but nor a universal dictionary in the tradition of Furetière. It was a dictionary of arts, crafts, and the related sciences, from where religion, metaphysics, ethics, politics, and jurisprudence were omitted. […] In contrast to the encyclopédistes, the monks did not explain or justify their exclusions with epistemological arguments. By simply focusing on the concrete, they took an alternative, non-confrontational road and arrived to a ‘similar’ result – in the meaning of emphasizing the utile and productive of universal interest to all, irrespectively of beliefs» (Holmberg pp. 171-172). Considerando avveduta questa scelta di non includere i  temi più ideologizzati all’epoca («While the Jesuits and the philosophes were waging a war, the Benedictines simply cut everything sensitive out, and focused on the useful and productive»: Holmberg p. 259), forse il lavoro si sarebbe potuto collocare a metà strada (una “terza via”) fra l’antecedente gesuita, cioè il succitato, fortunatissimo Trévoux (ben sette edizioni dal 1704 al 1771, lievitate progressivamente da 3 a 8 volumiNOTA_7 ), e la “fiaccola dell’illuminismo”, una vera e propria “macchina da guerra”, per riprendere le note metafore che hanno descritto l’opera più caratteristica e nota dei philosophes francesi (Holmberg p. 176; v. anche pp. 251 ss.).

Frontespizio del primo volume del c.d. Dictionnaire de Trévoux (prima edizione, 1704).

Di più: «The Maurists’ unfinished manuscripts cannot compete with the dimensions of the Encyclopédie, but they show that the monks were thinking along the same lines. They were each acknowledging and appreciating the useful arts and technology transforming the eighteenth-century society. While the Dictionnaire de Trévoux fundamentally was focusing on language, the Benedictines and the encyclopédistes were describing and illustrating men at work, their tools and products» (Holmberg p. 206; v. anche p. 220 e la conclusione del cap. 13 a p. 234). Di fatto, però, uno dei due monaci sicuramente coinvolti a pieno titolo in questo lavoro ne derivò un suo Dictionnaire portatif de peinture, sculpture et gravure, pubblicato nel 1757 da un libraio-editore che aveva la sua bottega vicino al negozio di Charles-Antoine Jombert, quello cioè che risulta aver pubblicizzato il lavoro dei mauristi quando era ancora in corso, e aveva anche sposato la figlia di un socio di costui (Homberg pp. 147, 190; su di lui v. soprattutto il cap. 7).
Allora, nel riperticare questo lavoro incompiuto (sprecato?) Linn è stata anche molto fortunata: avrebbe potuto anche ritrovarsi fra le mani un’emerita schifezza. Ad ogni modo, la sua bravura e sicurezza di giudizio si dispiegano completamente nella quinta parte, che mutua parte del titolo da quello che aveva la sua prima tesi: “A monastic reflection of the French Enlightenment” e nel cui penultimo capitolo 14 (The Maurist Enterprise and Enlightenment Thought) svolge le considerazioni più generali.

A chi sia riuscito ad arrivare sin qui, regalo una considerazione strettamente personale (astenersi perditempo e frettolosi): non vi siete chiesti come mai “tesoro nascosto” sia tra virgolette nel titolo? È una criptocitazione da quel libro tuttora e anch’esso ‘strano’ di Francesco Orlando, Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, anche se il titolo esatto sarebbe Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura (Einaudi 1993, nuova ed. ampliata a cura di Luciano Pellegrini, Einaudi 2015)NOTA_8.

Lo so che non dovrei, ma ammetto di provare un certo piacere nell’immedesimarmi vagamente in tali immagini ‘decadenti’.
E comunque aggiungo che il mio lavoro sulla Treccani, poi ampliato alle enciclopedie di età moderna (un primo bilancio è in questo post), è stato portato avanti anche per resistere alla depressione causata dalla mancanza di lavoro o comunque dalla difficoltà di trovarne di adeguati alle mie qualifiche, competenze, capacità e interessi. In tal modo, da un altro punto di vista, è stato un modo per riguadagnare terreno su alcuni campi che mi interessano e che il lavoro “vero” aveva relegato ai margini, anche se la ricerca non è stata condotta in un àmbito asetticamente universitario — e dunque sarà passibile di errori, fattuali e di metodo, superficialità e imprecisioni, difetti che invece non si possono imputare a questa preziosa perla riportata alla luce da Linn Holmberg.
Bisogna ringraziarla per essere riuscita a introdurci in uno scrittoio dove il tempo si è fermato improvvisamente 250 anni fa, facendoci assaporare emozioni simili a quelle provate da chi scavò per la prima volta una Pompei che nessuno aveva più visto per millenni, dopo la distruzione causata dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo.


NOTE AL POST

NOTA_1 A questo indirizzo una pagina di ricerca per temi, o eventi, o nomi od opere o luoghi.

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NOTA_2 Una presentazione succinta era uscita nei “Projektberichte” di «Frühneuzeit-Info», 24 (2013), pp. 81-89.

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NOTA_3 Si trattava dei “maurini” o “mauristi”. Per capire quale importanza abbia avuto all’epoca, ricordo che ne fece parte Jean Mabillon e da noi essi influirono sulla formazione di Antonio Ludovico Muratori.
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NOTA_4 A questo indirizzo se ne può consultare integralmente l’edizione lorenese “di lusso” (1738-42). Il lessico settecentesco ricavato dal dizionario è raggruppato in una dozzina di argomenti sul sito Kapelos.
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NOTA_5 È divertente la storia multiculturale di quest’ultimo, oggi al civico 13 della Rue de l’Ancienne Comédie: il più antico caffè parigino e ancor oggi luogo mondanissimo di ritrovo fu aperto da un armeno vicino al teatro della Comédie française più o meno quando il sultano Maometto IV introdusse in Francia la bevanda corroborante (il cui nome, tra l’altro, fu poi dato al noto periodico lombardo uscito nel biennio 1764-1766), poi si trasferì e fu rilevato da un siciliano al quale è attribuita l’invenzione del sorbetto e che battezzò il locale col suo cognome, appunto Procopio.
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NOTA_6 Lo si veda p.es. nell’interessante “Museo virtuale dei dizionari” (diretto da Jean Pruvost e Christine Jacquet-Pfau dell’università di Cergy-Pontoise).
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NOTA_7 Sia la prima sia l’ultima edizione si possono consultare su Wikisource; l’ultima è disponibile anche su Gallica. Un buon saggio complessivo sull’opera è quello di Wionet del 2006.
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NOTA_8 Cfr. p.es. la recensione di Niccolò Scaffai.
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mestieri del libro

Per una di quelle coincidenze singolari che si verificano all’inizio di ogni anno (no, lo so che non è vero: succedono sempre, ma siamo noi che con l’andare del tempo, distratti da tante altre cose contemporaneamente, perdiamo il filo e non le notiamo più…), in questo esordio dell’anno nuovo 2017 AD, è ancora risuonato un sintagma il cui senso viene fieramente messo in dubbio dall’aria che spira malsana soprattutto qui da noi.
Sto parlando dell’espressione ‘mestieri del libro’, che ho letto in due contesti senza alcun collegamento esplicito – cioè, sono io a istituirlo qui hic et nunc:

Fahrenheit

Fahrenheit (tutti i pomeriggi feriali, su Rai 3, ore 15-18)

(A) la nota trasmissione radiofonica “Fahrenheit”, che da tanti anni allieta il primo pomeriggio sulle frequenze del terzo canale Rai fregiandosi del ‘sottotitolo’ “I libri e le idee”, ha inaugurato un nuovo spazio che occuperà tutti i lunedì nella fascia tra le 16 e le 16,30 (minuto più, minuto meno) e l’ha chiamato, appunto, I mestieri del libro. Per esordire, Loredana Lipperini ha chiamato Marco Cassini (già direttore di minimum fax e Sur, autore dell’autobiografico Refusi [Laterza 2008] e vulcanico ideatore di iniziative non banali) e chi ha perso la puntata, la può ricuperare dal fidato podcast.

L'indice dei libri del mese (versione on line) - gennaio 2017

L’indice dei libri del mese (versione on line) – gennaio 2017

(B) Sull’Indice dei libri, altra rivista benemerita e ‘storica’ (ero abbonato alle prime annate, che dovrei avere ancora stivate da qualche parte: potranno interessare qualcuno che si occupa di modernariato?), nella rubrica “Mestieri del libro” è uscito un articolo eccellente, che riassume le questioni alla base della situazione insoddifacente in cui versano i traduttori. Lo firmano Marina Pugliano e Anna Rusconi, due fra le migliori traduttrici che possiamo vantare per il tedesco e l’inglese, rispettivamente. È un intervento molto lucido e porta un titolo redazionale: “Traduzione – Proviamo a leggere la realtà in modo nuovo”, seguito da un altro che parrebbe essere quello assegnato dalle autrici: “Anche i traduttori nel loro piccolo riflettono”. Non capisco perché i traduttori debbano relegarsi ‘nel loro piccolo’, ma proseguo lo stesso.
Dopo aver ricordato rapidamente il boom dei Translation Studies negli anni Settanta e nel decennio successivo quello di una formazione più qualificata, che ha portato a creare delle figure specializzate (direi meglio: più culturalmente consapevoli di quelle che c’erano in precedenza, e che hanno continuato a operare, ovviamente), il duo punta subito al cuore del problema: «la cosa sicura è che il concetto di obsolescenza programmata si è ormai esteso anche al settore della cultura, quindi al libro. A chi lo fa e a chi lo consuma» [evidenziato mio].
Per chi non avesse ancora capito dove vogliano andare a parare queste novelle Thelma e Louise, chiarisco subito che il discorso verte essenzialmente sulla qualità (e l’etica, in fondo) del lavoro, del mercato, della cultura: dati diffusi dall’Osservatorio degli editori indipendenti ODEI) dimostrano che un libro può stare sugli scaffali di una libreria, in attesa di essere comprato, una media di 30-40 giorni, poi viene restituito senza tanti complimenti. Ci sarebbero da fare alcune puntualizzazioni, ma anche qui meglio tirare dritto. Sottoscrivo dunque in toto la dichiarazione seguente:

privato per logiche mercantili di un contesto che riconosca il giusto valore della sua professionalità, del suo ruolo e dei suoi diritti, il traduttore davvero funzionale a questo mercato di beni fortemente deperibili è diventato il traduttore smart: disponibile in modo incondizionato, privo di cognizione o di memoria storica della cultura e della dignità del lavoro, convinto di valere poco e dunque altrettanto poco remunerabile, pronto a consegnare secondo i ritmi impazziti del mondo globale testi che un redattore di analoga tempra, e sempre più spesso digiuno della lingua di partenza, provvederà a rendere sostanzialmente scorrevoli e in piacevole italiano standard. In barba a San Girolamo, ai translation studies e, in generale, alla civiltà – di cui la traduzione, secondo Josif Brodskij, sarebbe letteralmente “madre”.

Secondo l’ultimo Rapporto AIE (a questa pagina vari link specifici), che riporta un totale di «oltre 65.000 nuovi titoli pubblicati (circa 180 al giorno!)», le traduzioni si riducono perché commercialmente più costose: si devono acquistare i diritti dall’editore straniero, si deve pagare la traduzione (possibilmente poco, eh), e solo a quel punto si aggiungono le solite spese editoriali (sommariamente: redazione, stampa, distribuzione, che incidono però in percentuali molto diverse sul prezzo finale), quindi soldi da anticipare senza avere la certezza di un rientro. Ergo: si potenziano gli autori nostrani e si depauperano quelli stranieri, che infatti calano dal 25% degli anni Novanta all’odierno «17,6 per cento di tutto il pubblicato». Per inciso: questa era la giustificazione con cui sono stato scaricato da un noto editore quattro anni fa; solo che adesso c’è una sua cara nipotina a svolgere il lavoro che facevo io… Quindi niente paura: le traduzioni si continueranno a fare lo stesso, basta cambiare i redattori (e i traduttori), facendo però attenzione a sostituirli con quelli che costano (e pretendono) di meno! Tanto di fuori non si verrà a sapere mai nulla e si perpetuerà l’illusione che il mondo editoriale sia un’oasi dorata…

Intermezzo/curiosità (ovvero: nihil sub sole novi). Sul numero 4 del 1994 leggo: «molte delle versioni di classici russi, ancora oggi sul mercato, non sono altro che le traduzioni degli anni venti e trenta, di cui la Slavia cedette i diritti» (p. 212, nota 71). È Giuseppe Mazzitelli, in un saggio in cui indaga da appassionato bibliografo sul Fondo I.p.E.O., a notarlo: Slavia era una casa editrice che aveva tradotto molti autori ancora ignoti in Italia, soprattutto dalla lingua russa. Dunque il malcostume è radicato.

Vediamo allora cosa propongono le nostre paladine.

Da un lato, un fondo per i traduttori (come ne esistono in Francia, Svizzera, Germania, Norvegia e in molti altri paesi) costituirebbe uno strumento efficace per incoraggiare gli editori a non rinunciare ai titoli stranieri più impegnativi, o anche solo meno di grido e meno commerciali, e per incentivarli a riconoscere fattivamente la qualità e il ruolo decisivo dei traduttori.
Dall’altro, occorrerebbero misure di promozione della lettura parimenti efficaci e capillari, non demandate all’iniziativa dei singoli e dei volontari (scuole, biblioteche, associazioni culturali) e con un Centro per il Libro e la Lettura che non si limitasse a svolgere una funzione prevalente di coordinamento e raccolta dati.

Chiudo rapidamente accennando a un paio di iniziative nelle quali si sono spese le nostre ‘eroine’: nel 2014 Anna Rusconi è stata protagonista di “Words Travel Words” (video pro-traduzioni del CEATL), mentre Marina Pugliano organizza a Loreen giornate di formazione a tema completamente gratuite.

Il suono (e il senso) del silenzio

Sono rimasto colpito favorevolmente da questo post di Giovanni Turi, forse anche perché avevo già incrociato sul web l’ultima fatica di Vitaliano Trevisan, Works, e mi era parsa interessante — ma non avevo mai approfondito quella che dunque era rimasta un’impressione fugace.

La copertina del libro di Trevisan (Einaudi 2016)

La copertina del libro di Trevisan (Einaudi 2016)

Certo, sento di farci abbastanza la figura del parvenu, dato che da un sacco di tempo vado dichiarando (in modo nemmeno troppo nascostamente snobistico) che non mi occupo (non mi voglio occupare) di letteratura, fiction, Belletristik. Preferisco dedicarmi a qualcosa di apparentemente più umile (e forse più utile?) come la saggistica.

Però adesso ho capito che qualcosa di ‘sotterraneo’ agiva in quell’attrazione (poco fatale, in realtà, e molto più destabilizzante). Turi scrive e poi cita l’autore:

geometra, lattoniere, pusher, gelataio, magazziniere, portiere notturno, ma la sua esperienza [di Trevisan] è soprattutto il pretesto per analizzare una dimensione fondamentale dell’esistenza di ciascuno: «[…] ci si dimentica sempre che il lavoro, se anche non è la vita, trasformando nel tempo l’individuo, sia fisicamente che spiritualmente, la influenza comunque in modo determinante».

Il corsivo l’ho aggiunto io, qui, adesso: nel mio caso, quasi senza lavoro, la vita avvizzisce, ti intristisce, si accartoccia come un fiore seccato dall’arsura estiva che spacca il terreno una volta fangoso (quindi potenzialmente fertile).

Tutto ciò potrebbe spiegare il lungo silenzio/oblio dall’ultimo post. Il titolo che ho dato a questo odierno (insolitamente ma volutamente breve: poco più di 300 parole, per WordPress) è intenzionalmente allitterativo e allusivo; ma non mi illudo certo di stare fornendo prosa d’arte: tuttalpiù un affannarsi per fingere di scacciare il malessere interiore, la sensazione di distacco e alterità dagli altri (e nausea, e rifiuto contorto), riempiendo la distanza di parole. Spero di continuare a scriverne altri, a beneficio di altri lettori, internauti, curiosi, girovaghi, saltimbanchi e altre specie (più o meno) viventi. Magari ditemelo, ogni tanto.

In memoria di Umberto Eco: ‘ex coeli oblato’ oblatum – ovvero, due o tre cose che so del Nostro

Umberto Eco

Umberto Eco

«Il libro è un’assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità. All’indietro (ahimè) anziché in avanti. Ma non si può avere tutto» (Perché i libri allungano la vita, 1991, da La bustina di Minerva).

Questo avrei dovuto, voluto e potuto metterlo alla fine. Siccome arrivo in ritardo, more solito, lo piazzo subito qui per togliermelo di mezzo e in modo da sopravanzare, nel merito e nel contenuto, gli articoli variamente commemorativi che ho gradito di più, linkati appresso, per poi passare a ciò su cui invece mi piace dilungarmi qui – e di cui evidentemente, pour cause, mancano gli altri. Ma di cui quella citazione lassù, in esergo, è anche un po’ la cifra…

Allora, per la carta basterà l’inserto domenicale dedicato alla cultura dal quotidiano Sole 24 ore, che (nonostante sia di Confindustria) gli ha dedicato le prime quattro pagine del numero 51 dello scorso 21 febbraio. Lì apprendiamo, tra l’altro, che una dozzina di anni fa Eco ricevette il premio “La vespa d’oro” dal medesimo giornale, dopo aver denunziato la mancanza in Italia di un supplemento culturale analogo alla Book Review del New York Times. Dimenticando, appunto, detto settimanale. Insomma, una gaffe finì a tarallucci e vino (vedi foto a p. 24, taglio basso).
Per gli interventi on-line, prediligo anzitutto la coppia apparsa sul sito di Internazionale.it: quello di Philippe-Jean Catinchi (ben tradotto da Federico Ferrone dall’originale, apparso tempestivamente su Le monde) sull’«intelletuale poliedrico» e quello di Giuseppe Rizzo (beh, sì: non era giusto che sul «Nome della nostra cultura» [NB: Nome, proprio con l’iniziale maiuscola!], ossia ‘italiana’, scrivesse soltanto un francese) che spigolando in 14mila caratteri tra «quarant’anni di interviste», cioè 23 pubblicate tra il 1970 e il 2015 su 13 giornali (in ordine alfabetico: L’appuntamento/TMC, Corriere della Sera, Doppiozero.com, l’Espresso, Famiglia cristiana, Grenzgänge, il manifesto, The New York Times, The Paris Review, la Repubblica, La Stampa, l’Unità, Wired) riesce a estrarre una serie di passaggi, affermazioni, battute che hanno il merito di farci assaporare ancora, almeno in parte, la sua intelligenza acuta, originale, molto spesso ironica.
Su Sussidiario.net segnalo altri frammenti, utili forse più a chi lo conosceva superficialmente, ma che restituiscono anch’essi barbagli della sua umanità, nel senso dei rapporti che seppe intrattenere con la (mi verrebbe da scrivere con il…) Mitwelt, cioè i suoi simili, il mondo circostante.
Più contenuto il cordoglio sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung del 22 febbraio, firmato dallo scrittore Orhan Pamuk, che si dichiara «figlio e amico intellettuale» del Nostro. Eppure mi sembra doveroso dare spazio anche al giornalismo tedesco, per chi aveva sposato nel 1962 Renate Ramge, esperta di mostre, arte e musei.
Ancora: linko qui l’intervista rilasciata il 24 novembre 2015 a Francesco Merlo di Repubblica sulla «Mondazzoli», riportandone soltanto questo breve passo: «L’importante è la nave, non Teseo» – a futura memoria e in attesa di trovare l’accento giusto per scrivere finalmente anche sul ‘bastimento sgarbato’.
E siccome il prossimo libro di Umberto Eco (e l’ultimo genuinamente suo, ahimè, dato che gli aveva apposto il fatidico “visto si stampi”) esce sabato 27 febbraio proprio per quello che sarebbe stato il suo novello editore, ricopio qui anche parte di quanto se ne dice in rete, tralasciando una parte iniziale attribuita ad Amazon.it, ma in realtà identica a quella già presente nella «Introduzione» a La bustina di Minerva che ho già citato sopra:
«L’ultimo suo libro […] raccoglie le bustine di Minerva “che potevano riferirsi al fenomeno della ‘società liquida’ e dei suoi sintomi: crollo delle ideologie, delle memorie, delle comunità in cui identificarsi, enfasi dell’apparire etc. “Cronache di una società liquida” è il sottotitolo ma, data la varietà dei temi non unificabili sotto una sola espressione ‘slogan’, il titolo sarà Pape Satán Aleppe, citazione evidentemente dantesca che non vuole dire niente e dunque abbastanza ‘liquida’ per caratterizzare la confusione dei nostri tempi».

Sbrigàti questi dovuti omaggi, vengo ora al lato personale, che ho già dichiarato interessarmi di più.
Distratti e svogliati sono pregati di accomodarsi in qualche altro luogo della rete, ce ne sono molti e più soffici di questo…

Parto dai suoi testi: a essi devo (come, suppongo, altri della mia generazione) il consolidamento della passione per la semiotica, affacciatasi in maniera confusa da letture fugaci l’ultimo anno di liceo e prontamente soddisfatta con lo studio duro dei ‘classici’ all’università, quando vi si potevano trovare entusiasti e/o caotici “seminari autogestiti” tenuti da giovani di belle speranze (nel mio caso fu Massimo Buscema con l’avallo di Mario Costanzo Beccaria, docente della seconda cattedra di Storia della critica letteraria e poeta, ma anche autore anche di interessanti studi sul barocco[1]), un paio d’anni dopo la pubblicazione del Trattato di semiotica generale (prima ed. 1975). Sulla scia di quegli studi, alla confluenza con la Textlinguistik, apprezzai anche Lector in fabula (1979), anche se non lo comprai subito perché all’epoca riuscivo ancora a procurarmi in librerie del centro la sua rivista Versus. Quaderni di studi semiotici [2] e il ‘succo’ del libro era già contenuto nel suo lungo saggio, in inglese su Eugène Sue, che apriva il numero doppio 19-20 (gennaio-agosto 1978), su Semiotica testuale: mondi possibili e narratività (e allora quasi mi piacque di più il saggio di Searle sullo statuto narrativo della finzione).
Acquistai invece febbrilmente Kant e l’ornitorinco (1997), forse con l’illusione di ricuperare il tempo perduto (a lavorare anziché studiare Peirce), e probabilmente spinto anche da un vago ricordo della polemica che aveva intrattenuto con Emilio Garroni fin quando quest’ultimo volle tentare una “ricognizione” della semiotica.[3] Invece io, anche se la stragrande maggioranza dei recensori ed estimatori del Nostro dimostrano invece che non avevo capito nulla, non gradî quel testo, perché ritrattava (un ‘riflusso’, si sarebbe detto nel decennio precedente) le posizioni più estreme e irruente (in particolare sul ‘referente’ e sul ‘realismo’ [4]) delle Forme del contenuto (1971), poi confluite in maniera più organica nel voluminoso Trattato, [5] e che ho sempre immaginato simboleggiate dalla sua barba: nera, ispida e folta in gioventù, via via più incanutita e azzimata, passando per uno stile-Guccini (si conobbero nel 1978), sormontata da un morbido panama (o borsalino?) che contagiò anche Giuseppe Laterza (Beppe, lo chiamava lui familiarmente).
Un altro suo particolare ‘fisico’ mi aveva colpito fin dall’inizio, pur stonando alla mia idea (post)platonica di docente universitario, guardandogli le dita corte e un po’ tozze: l’impressione che si mangiasse ancora le unghie, ròso da chissà quale tarlo (e poi sarà stato il tumore al pancreas che ce lo ha portato via)…
Anche di Dire quasi la stessa cosa ho copia della prima edizione (2003, coi risguardi), e l’ho persino consigliato nei corsi e nei master che ho tenuto, in quanto libro su «esperienze di traduzione» (questo il sottotitolo, qui direi indispensabile per indirizzare l’ignaro acquirente). Più difficile, però, perché all’apparenza frammentario, utilizzarlo direttamente a lezione (se non per qualche spunto, come quello sulle traduzioni automatiche, che aprono con leggerezza il testo, facendone quasi un divertissement, o quello sui colori in latino, che lo chiudono più meditatamente). Inoltre ormai ero propenso a dissentire dalle sue posizioni ‘apollinee’ [6] per prestare ascolto agli oppositori interni, come la breve tesi in semiotica discussa al DAMS nel 2005 da Giovanni Guagnelini (relatore Fabrizio Marsciani, correlatrice Lucia Corrain – attualmente non è più disponibile su internet, dove la pescai anni fa in pdf) su Traduzione e interpretazione, che critica soprattutto l’impianto e l’argomentazione sottesi al cap. 10, «Interpretare non è tradurre».
Ma, anche senza nessuna riprova, sono certissimo che ci sia stato il suo zampino nei due volumetti sulla teoria (1993) e la storia (1995) della traduzione curati da Siri Neergard (rinvio ad altra occasione, meno personale, l’esposizione di eventuali pecche): non foss’altro perché è stata una sua allieva e sono usciti da Bompiani quando Eco vi svolgeva ancora funzioni di condirettore editoriale. E dobbiamo essergliene grati, forse anche più che del suo libro di tredici anni fa.

Direttamente, l’ho incontrato varie volte, in parte grazie a Pino Donghi.

Umberto Eco incontra Paolo Fabbri

Umberto Eco scherza con Paolo Fabbri prima della sua “Lezione italiana” (fotografia di Serafino Amato)

Tra le prime e più coinvolgenti, lo «Spoletoscienza 1990» per il quale sfornò il saggio originale Sull’origine, in linea col tema centrale degli incontri, che era La narrazione delle origini. [7]
Mi pare invece che per suoi impegni non ci fosse alle “Lezioni italiane” di Francisco J. Varela, Un know-how per l’etica, comunque ospitate (17-19 dicembre 1991) presso la cattedra bolognese di Teoria delle forme del sodale Paolo Fabbri: quale rapporto dialettico ci fosse tra Eco e Fabbri lo illustra splendidamente qui sopra lo scatto regalatomi dall’amico di lunga data Serafino Amato (un grazie particolare, Serafo! :-)), in occasione della “Lezione italiana” tenuta dal secondo cinque anni dopo a Palermo (25-27 novembre 1996), La svolta semiotica. Il testo fu confezionato redazionalmente non dal sottoscritto (come i primi di quella collana) ma da un Gianfranco Marrone in rapida ascesa cattedratica, che in quell’occasione ebbi modo di conoscere e apprezzare.

In mezzo ci sono state alcune altre occasioni: andai a molti dei primi incontri al Centro internazionale di studi semiotici e cognitivi, istituito a San Marino nel 1988 (ho sempre sospettato, malignamente quanto i personaggi del Pendolo, che avesse scelto la sede sia per la vicinanza all’ex convento gesuita di Monte Cerignone che dal 1976 era diventato la sua casa-di-campagna – leggasi: nel Montefeltro, anche se va detto che Urbino già dagli anni settanta vantava un Centro internazionale di semiotica e linguistica con tanto di “Summer Schools” che richiamavano pubblico e relatori da tutto il mondo, potendo anche contare sul piccolo editore locale Quattroventi per le modeste tirature dei «Documents/Quaderni/Working Papers» – sia più astutamente per poterci organizzare eventi che forse gli accademici italiani non gli avrebbero consentito sul suolo patrio, o gli avrebbero reso difficili, magari soltanto per invidia della notorietà che a quel punto aveva già raggiunto). [8]
Lì andai a vedere e sentire nel 1990 W.V.O.Quine live, ma dopo averne letto il gustoso ricordo sul Sole 24 ore da parte di Roberto Casati, mi sono reso conto di aver perso il meglio di quell’occasione: difatti mi sembra di ricordare che ripartî prima della fine del convegno, forse per incastri di orari ferroviari.
Rammento invece ben distintamente un pranzo di lavoro a Bologna, presenti Marco Mondadori, Patrizia Violi, ancora Fabbri e altri docenti e assistenti, nel quale feci una pessima figura, che forse racconterò solamente in punto di morte…
Mi riscattai con la redazione della Ricerca della lingua perfetta nella cultura europea (1993), [9] sulla quale non ebbi grossi problemi, né lui fu così puntiglioso come racconta nella fondamentale “bustina” dedicata a Giovanni il Battezzatore? del 1997, [10] profusa a piene mani nei miei corsi universitari e di master, in buona compagnia di altre, come l’altrettanto importante Ma che cosa è questo editing? Osservazioni su un termine ambiguo (1996) [11] o i quaranta precetti per “scrivere bene”, che ovviamente va in coppia con la scrittura politically correct (entrambe del 1997). [12]
Proprio perché adoperate a fini didattici specificamente editoriali, è davvero fastidioso (o clamoroso?) trovare nell’edizione elettronica della Bustina di Minerva (2011, dalla terza edizione nei Tascabili Bompiani del 2006, prima ed. 1999) un bel refuso: ‘stlita’ (e a ben vedere [in senso letterale] non è l’unico…).

Claudius Seidl (FAZ)

Claudius Seidl (FAZ)

Consola, peraltro, il fatto di trovarvi al primo posto Migrazioni, che andrebbe benissimo come articolo di fondo su uno dei temi più presenti nei quotidiani di questi ultimissimi anni: eppure è datato 1990! Conferma così il titolo posto a caldo sul necrologio di Claudius Seidl (da oltre quindici anni a capo della sezione “Feuilleton” della FAZ, quindi probabilmente lo avrà scelto proprio lui): «ha letto (ha saputo leggere, va’, per non essere troppo letterali…) i segni del tempo» (cfr. infra le mie note 4 e 13).

Per i corsi mi sono servito anche di materiali, trovati in rete, prodotti o legati al Master in editoria cartacea e multimediale della Scuola superiore di studi umanistici dell’Alma Mater bolognese, di cui è stato presidente dal 2000 e che ha sfornato tanti giovani preparati, molti dei quali adesso almeno hanno un posto di lavoro (se sia decente, dovreste chiederlo a loro…). Peccato però che anche quell’esperienza abbia dovuto cessare nel 2009, pur non avendo chiuso del tutto.
In tutti questi casi ho constatato il valore del suo insegnamento, seppure mediato, mentre a livello di ‘opinione pubblica’ avvertivo sin dai primi anni Duemila che si era un distacco fra Eco e i giovani (e non volevo addossarne a questi ultimi tutta la colpa).

Vorrei chiudere in bellezza. Potrei dunque ricollegarmi alle pagine del Sole con cui ho esordito. Due fili rossi mi sembrano percorrerle: l’ironia, di cui sapeva sempre tingere la sua scrittura al momento giusto (sì, anche quella accademica: memorabile il capitolo «Generazione di messaggi estetici in una lingua edenica» nelle citate Forme del contenuto, talché rifluì poi in appendice dell’edizione – ormai sicuramente – definitiva di Opera aperta [13]), e il lavoro editoriale.
Per la prima, occorrerebbe un’intelligenza brillante (e dunque superiore – pensateci bene…) che non mi appartiene e che il Nostro ha invece mostrato e dimostrato di padroneggiare senza sforzo.
Mi rifugio allora nel secondo aspetto.
Elisabetta Sgarbi vorrebbe risentire «i suoi feroci, ironici rimproveri per i nostri errori di superficialità e distrazione» (p. 22). Mario Andreose ricorda che il Nostro fu l’estensore delle norme redazionali (coeve al fortunatissimo libretto del 1977, Come si fa una tesi di laurea) ed «era il terrore dei redattori, perché implacabilmente scovava refusi, errori di traduzione, e altro non appena sfogliava un libro fresco di stampa».
Ma lascio per ultimo (e forse meno importante?) l’episodio più divertente che mi è rimasto impresso e spero di non travisare dopo tanti anni – comunque se mi farete notare qualcosa, sono pronto a correggere/integrare le vostre osservazioni.
Fu di quando raccontò (rigorosamente in compagnia, ché altrimenti non ci sarebbe da riderne) come, giovane editor Bompiani in trasferta alla massacrante (lo scrivo per esperienza diretta!) Fiera del libro di Francoforte, si volle fare beffe di tanti parrucconi dell’editoria là convenuti.
Dunque, l’usanza era di trascorrere non soltanto ore e ore piroettando negli stand della fiera a incontrare editori stranieri e spulciare cataloghi (negli anni sessanta e settanta internet non era stata ancora concepita), ma di trasferirsi a bivaccare la sera sui divani, poltrone, sedie, panche e tappeti del Frankfurter Hof. Come in ogni albergo di lusso che si rispettasse, c’erano camerieri che distribuivano bevande di ogni genere e forse persino un pianista che contribuiva ad alleviare l’atmosfera. Ma c’era anche un servizio particolare, in ossequio alle fervide attività della Buchmesse: si poteva chiedere a un certo addetto di annunziare tramite un altoparlante la presenza di qualcuno, autore o personalità nota, disponibile a incontrare gli editori che fossero interessati. E così il Nostro, verosimilmente spalleggiato da altri enfants terribles della sua risma, andava a proporre nominativi del tutto improbabili, fidando da un lato sull’ignoranza/innocenza dei malcapitati inservienti, dall’altro sull’anonimato della ‘delazione’, e godendosi quindi di soppiatto il duplice effetto, sconcertante (per gli astanti) e (almeno per lui e i suoi accoliti) comico, che potevano produrre convocazioni di ‘Benedetto Croce und Giovanni Gentile’, ‘Gustave Flaubert’, ‘Tristan Tzara’ o ‘Bertrand Russell’ (che poi morì soltanto nel 1970…).

N O T E

[1]
Parte delle relazioni presentate al convegno dedicato alla sua figura nel dicembre 1998 presso la medesima università dove insegnò sono stati pubblicati oltre dieci anni dopo, nella sezione iniziale, appositamente titolata “Costanziana”, della rivista l’Abaco (Annuario di critica letteraria, teatrale e cinematografica – diretto da Rocco Paternostro, già suo allievo e poi assistente, poi docente di Critica letteraria e Letteratura italiana, anch’egli alla “Sapienza”). Curiosità bibliografica: non tanto il fatto che quel numero 4/7 (2005-2008) della rivista sia uscito a giugno 2010 (si sa, le riviste sono in perenne ritardo…), ma la dicitura sulla casa editrice nel colophon del frontespizio (p. 3), che recita: «Aracne editrice – Ugo Magnanti editori», sebbene poi nel retrofrontespizio immediatamente successivo il copyright è ascritto alla più usuale.«ARACNE edtrice S.r.l.».

[2]
Ricordo che in una, molto grande e ovviamente chiusa da anni a favore di ben più lucrose attività commerciali legate a moda, marchi e lusso, disseppellî addirittura una sorta di ‘fondo di magazzino’ con alcuni dei primissimi numeri: che gioia scovare un simile tesoretto!

[3]
Segnalo qui il buon lavoro di Cosimo Caputo, Emilio Garroni e i fondamenti della semiotica (Mimesis 2013) che rilegge dalla sua ottica (direi post-hjelmsleviana, comunque sicuramente originale) le posizioni del mio professore di Estetica a Roma.

[4]
È un buon indizio della sensibilità echiana al mutare di tempi e mode culturali italiche trovarlo schierato, a inizio anni Ottanta, tra i corifei del “pensiero debole” (il suo saggio L’antiporfirio occupa le pp. 52-80 del Pensiero debole curato da Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti per Feltrinelli nel 1983 e fu accolto due anni dopo nel suo stesso Sugli specchi e altri saggi, per poi innervare parte delle riflessioni consegnate ai saggi nella Enciclopedia Einaudi, che poi saranno rifuse in Semiotica e filosofia del linguaggio [Einaudi 1984]; ma quel saggio mantiene ancora una sua vitalità se l’autore ha pensato di riproporlo, sebbene rimaneggiato, in apertura del suo Dall’albero al labirinto. Studi storici sul segno e l’interpretazione [Bompiani 2007] col titolo eponimo, per poi venire ripreso ancora in qualche modo nell’ultimo capitolo, il diciottesimo, di quello stesso volume: Il pensiero debole vs i limiti dell’interpretazione, pp. 517-536) e, un ventennio dopo, ad anticipare quello che passerà sotto il nome di “nuovo realismo” (c’è una progressione nei lavori di Maurizio Ferraris, dall’Estetica razionale, Cortina 1997, poi 2011, al Manifesto del nuovo realismo, Laterza 2012). Vedi anche la nota 13.

[5]
(Anche) per farsi spazio nell’affollato ma ormai accademico arengo dei semiotici italiani, Claudio Paolucci ha però argomentato con acume che del Trattato è stata sviluppata esclusivamente la prima parte (teoria dei codici): vedi l’impostazione della sua Introduzione al volume, da lui stesso curato: Studi di semiotica interpretativa (Bompiani 2007). Esso ospitava, come secondo capitolo, anche il saggio di Eco La soglia e l’infinito (pp. 145-176), che nella versione quasi identica per U. Eco, Dall’albero al labirinto (cit., pp. 463-484) aggiungeva come sottotitolo che circoscriveva l’ambito di indagine (se non lo chiariva per un “lettore ideale” del volume che non fosse propriamente laureato in semiotica) Peirce e l’iconismo primario.

[6]
Mi riferisco al ‘thema’ proposto da Gerald Holton nel saggio Dionisiaci, apollinei e immaginazione scientifica [1979], in Id., L’intelligenza scientifica. Un’indagine sull’immaginazione creatrice dello scienziato (trad. e cuira di Franco Voltaggio, Armando 1984, pp. 184-215).

[7]
Questo il titolo del volume curato da Lorena Preta per Laterza nel 1991, che redazionai e corredai delle consuete informazioni bio-bibliografiche (Note sugli autori, pp. 247-268), ricavate dalle schede già approntate per conto della Fondazione Sigma-Tau in merito agli eventi estivi in occasione del Festival dei Due Mondi. Il saggio di Eco è alle pp. 65-71.

[8]
Sarebbe bello se, dopo aver donato tanti volumi a lui inutili alla biblioteca del paesello, trasferisse nel palazzotto la sua biblioteca milanese, stimata intorno ai 50mila volumi. In effetti, nei primi anni Novanta c’era un vago progetto di fondare una biblioteca specializzata da quelle bande marchigiano-romagnole, e credo fosse stato ventilato anche il mio nome come “novello padre Jorge”. Ritengo però che il progetto si sia rivelato poco fattibile e gli sforzi si siano allora concentrati sul solo centro sammarinese.

[9]
Purtroppo adesso disponibile soltanto nell’Economica Laterza, che se consente di acquistarla a un prezzo contenuto, tradisce le sue origini nella bella collana «Fare l’Europa», un progetto ardito, voluto da 5 editori europei nella prima metà degli anni Novanta con il suo amico medievista Jacques Le Goff (scomparso il 1° aprile 2014) quale direttore scientifico, ma che purtroppo non riscosse il successo auspicato (era forse ‘troppo avanti’?).

[10]
Per acribia filologica, aggiungo che nella versione a stampa del 2001 era alle pp. 273-4, mentre originariamente comparve sull’Espresso del 31 luglio 1997, p. 170, col titolo Conoscete Giovanni il Battezzatore? C’è un editore che non lo conosce.

[11]
Quest’ultima purtroppo non è stata ripresa nel volumetto, ma uscì sull’Espresso del 7 novembre 1996, p. 218: questa congiunzione astrale con la mia data di nascita avrà qualche senso recondito…?

[12]
Entrambe figurano nell’edizione già citata della Bustina di Minerva, all’interno della sezione «Zanzaverata di peducci fritti», che fa ridere soltanto a pronunciarla, come pubblicità che, non ho mai saputo se a torto o a ragione, gli venivano attribuite: «Chi Vespa, mangia le mele» e «[il prodotto X] sfrizzola il velo pendulo».

[13]
Opera aperta testimonia del suo titolo anche nelle rielaborazioni editoriali: quella ne varietur del 1976, rispetto alle due precedenti (1962 e 1967) , ha lasciato per strada il saggio sulle Poetiche di Joyce, ripubblicato però a sé nel 1965 e poi nuovamente nel 1972. Anche nelle numerose traduzioni (10, dal 1965 al 1989, sono rubricate nell’Appendice bibliografica di Semiotica: storia teoria interpretazione, il poderoso testo di Saggi intorno a Umberto Eco curato da P. Magli, G. Manetti, P. Violi; Bompiani 1992: vedi a p. 445) la ‘cucina’ editoriale estera ha prodotto vari rimaneggiamenti, per cui si può quasi dire che non ce ne sia una uguale a un’altra, ma soprattutto che è difficile farle risalire precisamente a un originale ben definito. Insomma, si tratta di un’opera instabile quanto lo Zeitgeist, in un equilibrio difficilissimo da mantenere così a lungo, ma per ciò tanto più stimolante e meritevole di riletture – anche nel senso che se le è meritate tutte!

Una giustizia a metà

OVVERO, DI QUANDO I CAPI PRIMA MENTONO, POI TRADISCONO I PATTI, INFINE FUGGONO CON LA CASSA PER RICOMINCIARE SOTTO ALTRO NOME COME SE NULLA FOSSE.

Mettetevi comodi, perché questa volta vi racconto una favola; una bella lunga, che apparentemente finisce bene, anzi benissimo; ma siccome la realtà supera sempre l’immaginazione, e tutto quello che state per leggere è avvenuto nel mondo reale (il sottoscritto si è limitato a cambiare dalla prima alla terza persona il racconto della diretta interessata e ad aggiungere qualche integrazione secondaria, ottenendo l’imprimatur definitivo per ospitarlo qui), il finale cambierà di segno repentinamente e si tramuterà in un epilogo amarissimo e tuttora inconsolabile. Quindi attenzione: non è una favola per addormentarsi tranquilli, ma per farvi destare bruscamente dai vostri sonni troppo placidi, convinti che Renzi sia riuscito finalmente a far imboccare all’Italia la strada giusta della ripresa che ci fa uscire dal tunnel eccetera eccetera eccetera!

C’era una volta (già, perché adesso non c’è più… no, meglio non anticipare gli sviluppi di questa storia davvero nefanda) un service editoriale nello sterminato e desolante hinterland milanese, che si occupava soprattutto di pubblicazioni scolastiche. Chiamiamolo, per semplicità, Gardo (la testa, cioè Infin, l’aveva persa così tanto tempo prima che neppure adesso c’è qualcuno che sappia dove sia finita!). E c’era una volta (ma questa c’è ancora, per sua fortuna) una giovane redattrice, laureata all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in Lettere moderne col massimo dei voti, che aveva persino seguito corsi professionalizzanti di Traduttore letterario dallo spagnolo, Autore e traduttore editoriale, Editor di testi e correttore bozze, piena di volontà e belle speranze (un’accoppiata micidiale, a volte), che lavorava sodo per lui – la chiameremo, per comodità, Laura, nome le cui risonanze petrarchesche fanno apparire quale perfetto senhal contrapposto aulicamente al destino crudele che purtroppo accomuna e strangola tante vite precarie nell’Italia d’oggi.
Nel settembre del 2011 Laura, grazie al passaparola di una collega, fa un colloquio di lavoro con Gardo, che in modo piuttosto autoritario le indica le proprie condizioni: la prestazione doveva svolgersi esclusivamente presso lo studio (che poi si rivelerà un piccolo ufficio in un seminterrato), con la strumentazione presente in loco (a una collaboratrice venne però fornita addirittura una sedia Ikea: il massimo del comfort extralusso!), in giorni e orari prestabiliti e fissi salvo eccezioni (per lo più per esigenze dei capi): 7/8 ore al giorno, 9,30-18, 4 giorni a settimana – tutta roba che Gardo chiamava «gentlemen’s agreement», tanto per far capire che il datore di lavoro non apparteneva alla genia degli squali del capitalismo senza scrupoli né morale, si apparentava piuttosto alla stirpe purissima dei capitani d’industria più equi, onesti e integerrimi…
A ben vedere Laura non aveva un contratto, però era dipendente a tutti gli effetti ed era la sua “capessa” a decidere ogni singolo aspetto della sua prestazione: oltre agli incarichi lavorativi, anche i giorni, gli orari e le ferie. Prendere o lasciare, tanto se non ti va bene, puoi accomodarti: là fuori c’è una fila interminabile di gente che aspetta di prendere il tuo posto, c’è soltanto l’imbarazzo della scelta (l’abbiamo sentito ripetere spesso che ci è venuto a noia, no?) – peggio dei lavoranti di colore nelle piantagioni di cotone che, se si ammalano, non sono pagati. E quando è un dirigente a rimanere a casa ammalato, anche l’ufficio resta tranquillamente chiuso, col risultato che i redattori sono costretti ad andarsene a spasso, senza alcun diritto di essere pagati né di poter continuare in alcuna maniera lecita il lavoro iniziato (forse nel timore che occupino l’ufficio? o che si rivendano PC e suppellettili varie per ritorsione, pretendendo poi di essere stati derubati dagli ultimi discendenti degli indiani metropolitani? beh, dopotutto dei “fantasmi” così bennati non sarebbero autorizzati a farlo, non sarebbero nemmeno in grado di concepire un’infamità del genere, vero?).
La paga iniziale è di 6,50€ all’ora con cessione di diritti di autore (Laura non ha la partita Iva), senza neanche la possibilità di fare una pausa ogni due ore (come prescrive la legge per chi lavora al pc tante ore di seguito) pena la decurtazione di quello che a stento poteva esser definito “stipendio”. Certo, c’era anche una pausa pranzo di mezz’ora, che però veniva detratta dalla paga. Quindi per timore di ritrovarsi a fine mese con troppi pochi soldi, come i suoi colleghi anche Laura preferiva sbocconcellare un panino nello scantinato e riprendere subito a macinare bozze, anziché godere di una pausa più lunga andando a mangiare fuori, non foss’altro che per sgranchirsi braccia e gambe e distrarsi un attimo. Una collega chiede allora ufficialmente che siano concessi almeno 10 minuti di pausa caffè al pomeriggio: i capi, dopo accurate (accorate?) riflessioni e anche a malincuore, la accordano (come sono buoni…), salvo che dopo un po’ quella stessa collega decide di non farla più perché si sente molto a disagio nei confronti dei superiori.
Dopo i primi pagamenti, per fortuna regolari, i conti delle ore e dei soldi intascati cominciano a non quadrare più; allora Laura prende il coraggio a due mani (l’atmosfera non dev’essere delle più distese…) e chiede spiegazioni. L’arcano (svelato solo dopo precisa richiesta, notare bene) sta nel fatto che col tempo la redazione si è ampliata e quindi (attenzione, questa è veramente un’originalissima alzata d’ingegno: onore alla creatività degli imprenditori!) ci vuole più tempo per scaldare il cibo nel microonde (vietato ridere, è un’affermazione che è stata fatta con la massima serietà e tutta la compunzione richiesta dalla circostanza). Vediamo bene il ragionamento, perché potrebbe tornare utile per tantissime altre sedi di lavoro. Secondo la titolare il tempo impiegato (forse avrebbe voluto dire ‘perso’, ma si dev’essere trattenuta) è di 3 minuti a testa in media che, moltiplicato per i sei schiavi incatenati nel bugigattolo, dà un totale di 18 minuti da detrarre cadauno (della serie: come farsi carico anche dei problemi degli altri, no?). Siccome questo non è abbastanza umiliante (a parte il fatto che i patti iniziali erano di calcolare cumulativamente in mezz’ora il tempo per il pranzo ‘interno’, e nessuno si era mai peritato di notificare che successivamente il computo era stato rimodulato pro capite – ammesso e non concesso che sia legale farlo…), si aggiunge la considerazione che la presenza di un solo bagno avrebbe allungato ulteriormente il tempo “sprecato” (ma certo, è Bianciardi che si era dimenticato di santificare i redattori che invece di stare chini sulle scrivanie a correggere refusi, preferiscono passare la giornata a leggere i fumetti in un cesso senza neanche una finestra sul cortile…).
Non bisogna credere che i datori di lavoro in Gardo fossero delle canaglie (non ancora, perlomeno: niente spoiler!), dato che a Laura concedono, sia pure a stento, qualche piccolo aumento: ottiene prima 7, poi 7,50€ l’ora, addirittura con la promessa di passare entro la fine del 2013 alla fantastiliardica cifra di 8€ (netti, ma senza alcun versamento di contributi, non dimentichiamolo; insomma, assimilabile alla paga media di una colf non particolarmente esigente né veloce o brava, con la differenza che quest’ultima se li intasca tutti esentasse e non ci deve manco rientrare di tutte le spese sostenute per studiare all’università e anche dopo). Contestualmente, però, Laura deve dare garanzia formale di rimanere a lavorare nel service fino a marzo 2014, per non pregiudicare il buon esito di una serie di progetti sui quali era impegnata. A posteriori pare evidente che in questa fase Laura venga circuita, cioè senza accorgersene subisce una duplice, sottile pressione psicologica: da un lato le si ventila la possibilità di continuare a lavorare anche qualora nel prosieguo dell’attività ci fossero stati cali nel flusso di lavoro, purché la sua richiesta di aumento sia ragionevole, contenuta. A questo proposito si tenga presente che dentro Gardo c’erano colleghi che percepivano dagli 8,50€/h fino a quasi 12€/h (questi ultimi per i collaboratori con partita Iva), a fronte sostanzialmente di mole e qualità di lavoro sostanzialmente non diverse da quelle di Laura. Dall’altro lato la dirigenza le chiede (spudoratamente) di comunicare subito qualunque eventuale intenzione di andarsene, dato che in quel periodo Gardo sta cercando altro personale e quindi non avrebbe difficoltà a sostituirla (sic).
A dicembre, però, il sospirato e pattuito aumento non arriva, dato che Gardo non riesce a portare a casa quattro commesse importanti. Occorre precisare che Laura non ha alcuna responsabilità in merito, anzi probabilmente non sarebbe neanche stata messa a lavorare su quei progetti. Dove si vede dunque che l’incapacità dirigenziale si scarica sulla parte più debole della struttura.
Si aggiunge qui un dettaglio non secondario per caratterizzare meglio le dramatis personae nel quadro complessivo che sta emergendo: durante i colloqui per l’aumento Gardo blandisce Laura qualificandola come una collaboratrice “importante”, su cui “ha investito” (gli altri, i paria dei paria, sarebbero invece soltanto lavoratori “temporanei”), insomma cerca di conquistarne la fiducia lusingandola, fingendo di voler avere un rapporto privilegiato con lei – ma è tutto fumo negli occhi per manipolarla meglio.
Ecco così che si inizia a profilare la tragedia, con un finale quasi eroicomico. Martedì 7 gennaio 2014 Gardo informa verbalmente Laura che alla fine di quello stesso mese la sua collaborazione sarebbe cessata temporaneamente per una pausa non ben precisata, cioè dandole tre sole settimane di preavviso ed estromettendola di fatto dal progetto su cui sta lavorando prima che lo stesso terminasse.
Colpo di scena (ma solo apparente): un paio di giorni prima della scadenza notificata così bruscamente Gardo si accorge che c’è ancora bisogno del suo contributo, per cui con grandissima faccia tosta le chiede di prolungare la presenza fino a metà febbraio, e la sventurata accetta, in virtù di quanto delineato poco sopra.
Dopo il 13 febbraio, però, piombano silenzio e disperazione. A nulla valgono telefonate e lettere di cui Laura tempesta la capessa. Così scopre di esser stata rimpiazzata da tre giovani e volenterosi “stagisti”: solo che non hanno alcuna forma di contratto di stage, dato che svolgono prestazioni non diverse da quelle degli altri, e sono pagati anch’essi a diritti d’autore; in compenso hanno meno di 35 anni e quindi costano meno all’azienda. Insomma, il confronto è impari coi “vecchi” redattori, ormai stanchi e ben coscienti del circo messo in atto dal gatto e la volpe, a favore di persone più giovani, con voglia di fare e dimostrare, in realtà ancora poco consapevoli della reale situazione in cui sono incappati. Poco consapevoli dei loro diritti, tanto che in parte si bevevano le bugie che i capi andavano raccontando per metterli uno contro l’altro, senza perdere l’occasione di parlare male alle spalle ora di uno ora dell’altro dipendente (e non è impossibile immaginare che venissero attuate costantemente varie forme di mobbing da parte dei “sepolcri imbiancati”, come ebbe a derfinirli un’ex collega di Laura quando se ne andò sbattendo la porta, risparmiandosi così un inganno perpetrato a lungo). Ecco, si può dire che vigeva la legge suprema DIVIDE ET IMPERA, per domarli e al buio incatenarli.
A questo punto, offesa nella sua dignità di lavoratrice e soprattutto messa sull’avviso da una storia simile capitata a un’altra collega, Laura mangia la foglia, cade il velo di Maia e capisce che la “pausa” che dovrebbe trascorrere prima di rinnovare il contratto era una panzana: mascherava la più dura realtà, che cioè non avrebbe più lavorato presso Gardo. Attenzione, però, quella soluzione non era dettata da pura cattiveria: era anche un modo assolutamente subdolo per far passare i giorni utili per un ricorso legale contro Gardo. Così Laura ha imparato a sue spese che il lavoro è un diritto, non una merce di scambio né un mezzo di ricatto (ma che, per capirlo ci voleva una presa di posizione ufficiale di papa Francesco?).
Allora decide di contattare un avvocato, il quale nel marzo 2014 scrive a Gardo quanto segue:

La lavoratrice prestava servizio alle dirette dipendenze degli amministratori, i quali controllavano ed etero-dirigevano modalità e tempi della prestazione, fissando univocamente orari, ferie e retribuzione nonché mettendo a disposizione della stessa mezzi e strumenti di lavoro (quali computer, tavoli da lavoro, uffici, stampanti, telefoni etc).
L’orario di lavoro svolto da Laura andava ben oltre quello previsto dal CCNL di categoria, accedendo al lavoro supplementare e straordinario, anche in considerazione di una pausa pranzo – non retribuita – di soli 30 minuti. Sono pertanto riscontrabili notevoli differenze retributive rispetto al dettato del medesimo CCNL, di cui ci si riserva la produzione in giudizio.
Lo studio editoriale, al solo fine di simulare nella forma quanto sostanzialmente era un comune rapporto di lavoro subordinato, retribuiva la dipendente quale lavoratrice autonoma sub specie “diritti d’autore”.
Come si avrà modo di dimostrare (sia mezzo mail, sia di testi sia con ogni altro mezzo di legge) la dipendente, in diverse occasioni, portava all’attenzione dei sig.ri amministratori l’incongruità dello stipendio percepito e la carenza di qualsivoglia garanzia e/o tutela di legge, ricevendo solo vaghe rassicurazioni sul futuro della collaborazione.
È di tutta evidenza che Gardo perseguiva un egoistico e spregiudicato interesse di risparmio fiscale in danno della lavoratrice, trattata quale mero strumento di profitto.

Ora facciamo scorrere in avanti il tempo più rapidamente della giustizia italiana per arrivare all’aprile 2015, quando Laura esulta per un risultato positivo: nella prima fase del procedimento (condotto secondo il rito Fornero) la giudice accoglie totalmente le sue richieste e condanna gli ex datori di lavoro a risarcirla. Si rende conto con maggiore consapevolezza dei lavaggi di cervello che ha subìto e che, in alcuni momenti, la stavano facendo desistere, però poi è andata avanti confidando nella giustizia e nella verità.
A questo punto subentra la seconda fase del procedimento con rito tradizionale e Laura aspetta le reazioni e decisioni della controparte, che dopo un po’ si oppone all’ordinanza, ma infine anche il secondo giudice le dà ragione: bis, evviva, una seconda vittoria, brindiamo!
Qui, ahimè, cadono però le ultime, dolenti note. In tutti questi mesi di dibattimento, i giudici hanno chiesto ripetutamente a Gardo di conciliare, ma questi si è puntualmente rifiutato di farlo, accampando la scusa di voler avere da una sentenza definitiva la certezza che il suo modus operandi fosse scorretto. Ma non era questa la “vera” motivazione: stava semplicemente prendendo tempo per architettare una “fuga”. E del tipo più infido ed esecrabile! Infatti dopo un po’ si viene a sapere che ha svuotato il conto societario, ha cambiato sede operativa dello studio, ha fatto pressione sui testimoni perché testimoniassero il falso, si è messo a lavorare in un co-working per evitare il pignoramento mobiliare e, ciliegina finale sulla torta, ha addirittura messo in liquidazione la società. Tutto questo per non pagare il debito che aveva con Laura (e altri ex collaboratori), sancito ben due volte dal tribunale civile. Nonostante i pignoramenti eseguiti anche presso case editrici con cui Gardo ha rapporti, non sono mai stati trovati crediti, molto probabilmente perché sono già attivi sotto il nome di una nuova società.
Dunque mesi e mesi di lotta, pesante anche emotivamente, non sono serviti a niente, se non a produrre un profondo senso di impotenza e frustrazione! Pur avendo ricevuto conferme in ambito giudiziario, difficilmente Laura potrà avere indietro quello che le spetta e di cui avrebbe estremo bisogno (c’è bisogno di dirlo? non sarebbe sottinteso?). Tutto perché una srl senza beni immobili e con fatturati che non superano i 200mila euro è praticamente inattaccabile. Gardo la sta facendo sostanzialmente franca, sta riaprendo una nuova società e persevera nell’illegalità con cui tratta i suoi dipendenti senza contratto (e che sono conniventi finché converrà, fino a quando non prenderanno coscienza che il silenzio non paga mai). Quando una persona è disonesta, a quanto pare lo è fino in fondo e oltre. Un ennesimo caso di giustizia a metà.


Non volevo distrarre la lettura con link e note, per cui mi limito a segnalare qui appresso (tipo note alla fine non numerate, in perfetto trendy American style) qualcosa che IMHO possa servire a contestualizzarla. Sedulo curavi humanas actiones non ridere, neque lugere, neque detestari, sed intelligere, scriveva Spinoza all’inizio del suo Trattato teologico-politico (1670).

Sul «destino crudele» dei giovani d’oggi ho apprezzato il commento di Athenae Noctua su alcune esternazioni di politici (e mancano i link alle dichiarazioni fatte il 1° dicembre da Tito Boeri, attuale presidente dell’Inps, sulle casse vuote delle pensioni, altrimenti non pubblicavo più questo post…).

La «presa di posizione ufficiale di papa Francesco» è quella enunciata lo scorso 7 novembre.

Sui dipendenti-conniventi ci sarebbe molto da dire: qui si può soltanto stigmatizzarne il comportamento (autolesionista e perdente, alla lunga), aggiungendo che purtroppo è quello più diffuso nelle realtà editoriali italiane, specialmente quelle più piccole, i cui dipendenti sono più esposti a ricatti e vessazioni di vario genere. A tale proposito, rammento la dedica del comunicato sull’esito dell’indagine degli ispettori del lavoro nelle redazioni “Monda-zzoli”, ancora visibile sulla home page del sito della Rete dei redattori precari.
Conferma il malcostume imperante l’ultima ricerca dalla Associazione Artigiani e Piccole Imprese Mestre Cgia (che negli ultimi anni ha fornito documentazioni sempre pertinenti e originali), su cui informa Roberto Ciccarelli in un articolo sul Manifesto del 29 novembre.

Infine raccolgo qui una serie di collegamenti a tre situazioni in parte analoghe, non per consolare Laura o voi lettori, bensì come una sorta di promemoria (repetita iuvant) delle difficoltà del settore, perché è necessario rimanere sempre guardinghi, vigili e reattivi (altro che stay hungry, stay foolish o il nostrano e bonaccione stai sereno!):

  • a inizio 2015 fallisce la casa editrice Zandonai (Trento): ecco l’opinione dell’ex direttore editoriale Giuliano Geri, un articolo a consuntivo e un post dalla blogger di Doppioverso;
  • a maggio 2015 scoppia il bubbone ISBN, che genera dal basso il movimento #occupayISBN, con cui si schierano per esempio Christian Raimo e il blog Scrittori in causa; a riguardo il Sindacato dei traduttori editoriali pubblica una riflessione ben articolata;
  • di lì a poco la crisi coinvolge anche la casa editrice romana Castelvecchi, in particolare il gruppo LIT, con il quale a giugno il Sindacato dei traduttori editoriali, supportato da SLC-Cgil, apre una trattativa che attualmente risulta ancora in corso – giusto per lasciare qualche speranza residua ai miei pochi lettori 😉

Aggiungo in coda due interventi, usciti dopo questo post, ma bellissimi (per questo mi permetto di infrangere la freccia del tempo):

Allegri, Ciccarelli 2013
Roberto Ciccarelli, che ha salvato il suo libro importantissimo (cliccare sull’immagine per saperne di più) e chiama a raccolta gli interessati per domenica 20 dicembre (a Roma);

Oscar Raimo, in un articolo su Internazionale al cui sconforto c’è, purtroppo, ben poco da aggiungere, se non ribadire la chiusa:

tutta questa gente non pensa mai – mai, mai – a sindacalizzarsi, a mandare a fanculo chi si occupa di politica culturale nelle decine, centinaia di conferenze stampa, dibattiti, convegni in cui si presentano i festival, i programmi culturali, il nuovo splendido mondo creativo che verrà

Redattori in auge!!!

Mimosa

Ma quanti begli anniversari si stanno festeggiando questi giorni: il 7 marzo il cinquantenario della Bloody Sunday, in cui si svolse la prima delle marce in Alabama contro la segregazione nei confronti dei ne(g)ri. L’8 marzo, accompagnato dalle solite mimose (spesso purtroppo strappate brutalmente da alberelli coraggiosi), si celebra la giornata della donna, pur non sapendo bene quale…

Il ponte Edmund Pettus, in Alabama, finalmente attraversato.

Il ponte Edmund Pettus, in Alabama, finalmente varcato dai manifestanti.

 

Ma no, aspettate un attimo, distratto da questo clamore di fondo mi sto perdendo qualcosa, che per i nostri interessi, qui e ora, è di importanza perlomeno analoga a quelle di cotali eventi: un’altra vittoria r-e-d-a-z-i-o-n-a-l-e (sensazionale).
La Camera del lavoro metropolitana di Bologna ha riportato l’esito della trattativa per 14 dipendenti della casa editrice il Mulino, che andranno a costituire la start-up/spin-off Edimill (contrari però i Cobas, il cui comunicato, duro e articolato, condanna l’accordo come «illegittimo per violazione delle disposizioni previste dalla legge 223/91»).
E il caso ha voluto che la data coincidesse con quella della sentenza storica con cui l’Ispettorato del lavoro di Milano ha ingiunto a una delle maggiori aziende editoriali italiane di assumere a tempo indeterminato 21 redattori, che in precedenza erano stati costretti a lavorare con modalità inadeguate.

Uno dei manifesti realizzati da ReRePre

Uno dei manifesti realizzati da ReRePre (2013)

Di quest’ultima notizia hanno parlato già Bibliocartina (con utile riepilogo, nei link e in calce, degli interventi precedenti in merito) , Roberto Ciccarelli sul Manifesto, Federica Zicchiero sul suo blog e uno dei focus sull’editoria che abbastanza regolarmente Andrea Coccia pubblica su Linkiesta; di quest’ultimo invito a leggere soprattutto il capoverso finale, che va oltre l’intento celebrativo e segnala le difficoltà «oltre la punta dell’iceberg».
La «manifestazione di interesse non vincolante relativa a una eventuale operazione di acquisizione dell’intera partecipazione detenuta da RCS MediaGroup S.p.A. in Rcs Libri S.p.A., pari al 99,99% del capitale sociale, nonché dell’ulteriore complesso di beni e attività che costituiscono l’ambito librario di RCS MediaGroup» (ricopio dal comunicato ufficiale Mondadori dello scorso 18 febbraio, giusto per non sbagliare, anche se a scapito dell’intelligibilità…) è stata l’argomento più discusso in rete negli ultimi mesi, sin dalla prima indiscrezione trapelata su Dagospia; per farla breve, invito a leggere ancora su Bibliocartina il comunicato ‘recalcitrante’ del Comitato di redazione e Rappresentanze sindacali unitarie di RCS.
Vorrei solo sperare che l’esito di questa proposta non porti di fatto a vanificare quelle assunzioni (come insinua, oltre al già citato articolo del Manifesto, anche Il Libraio), dato che Mondadori è ricorso contro la decisione dell’Ispettorato. Un’azione che se da un lato rientra in un modo di fare tipico di Segrate e del suo (ex) presidente, dall’altra ha il valore, più pratico, di prendere tempo, anche riguardo a questa maxi-operazione che porterebbe alla formazione di un supergruppo che varrebbe il 40% del mercato librario nostrano (25% scolastico, quasi 70% tascabili – proprio oggi Alessandro Gazoia ne ragiona in maniera tanto approfondita quanto intelligente su Internazionale).
Qui Il Libraio fa riflettere su alcune conseguenze possibili del matrimonio che per molti (compreso il ministro della cultura Franceschini, a differenza del presidente del Consiglio) “non s’ha da fare” e qui presenta il parere di Alberto Galla, presidente dell’ALI, l’Associazione librai italiani.
RCS-palazzo
La risposta di RCS, che si dovrà attendere al massimo fino al 29 maggio, quando ci saranno nuovi dirigenti, va nella medesima direzione.
Non so se questa campagna-acquisti sia soltanto da imputare al tentativo, in prospettiva, di porre un argine a «colossi del web», tipo Amazon, nello spirito che in anni recenti ha creato altre mostruosità: da «l’affare Vivendi» al più recente Penguin Random House. Su tutto questo non posso che citare ancora una volta la conclusione, amara ma realistica, di André Schriffin: «Il processo di concentrazione […porta] in un vicolo cieco: quanto più stretto è il controllo sui media, tanto più difficile diventa aprire un dibattito pubblico complessivo sulla loro situazione. E quanto più potenti sono i media, tanto più difficilmente i governi cercheranno di impedirne ulteriori fusioni» (Il controllo della parola, Bollati Boringhieri, 2006, p. 81). Correttamente in un’ottica sistemica Schiffrin esaminava l’insieme complessivo dei media (ossia, non unicamente l’editoria libraria, ma anche quotidiani, radio e televisione – e magari bisognerebbe aggiungere anche internet e telefonia – in ciò l’attuale petizione #menogiornalimenoliberi sembra imperfetta, anche se va firmata comunque); dunque per capire cosa sia in ballo anche qui occorre allargare la prospettiva (e fare ipotesi popperianamente ardite, salvo confutarle/rigettarle quando non siano corroborate): così potrebbe assumere un senso più chiaro la proposta di acquisto delle torri di trasmissione RaiWay, cioè servirebbe a mostrare che l’attacco mondadoriano è a tutto campo.

Il logo della casa editrice bolognese.

Il logo della casa editrice bolognese.

Concentriamoci adesso ad analizzare meglio l’altra notizia, così eclatante visti i “chiari di luna” attuali.
L’elemento più stimolante è dato forse dalla possibilità di saltare a pie’ pari la nuova normativa: ricordo infatti che il famigerato Jobs Act è entrato in vigore proprio in questi giorni, ma i lavoratori bolognesi hanno ottenuto l’applicazione dell’articolo 18 com’era in precedenza, nel punto della «clausola di responsabilità solidale» che anche il sindacato reputa tanto significante da scriverlo in nero.
Poiché la neonata Edimill sarà formata da 14 redattori, licenziati dal Mulino appositamente per venire riassunti lì, è stato specificato che non si applica la soglia minima dei 15 dipendenti per la reintegra in caso di licenziamento illegittimo, né per la facoltà di eleggere propri rappresentanti sindacali. Completa l’elenco di fattori positivi l’impegno a «un dettagliato piano formativo».
Ma c’è anche un elemento di segno opposto, e assai netto: la chiusura a ogni possibilità di applicare clausole analoghe anche ai lavoratori della casa editrice romana Carocci, la cui aspra battaglia tra dicembre e gennaio è stata ampiamente seguita qui (si vedano almeno questo post e quest’altro, a consuntivo).
Un ex-collega e amico che fa parte dei 10 redattori “parcheggiati” per un anno in CIGS ha commentato così:

Colpisce la smaccata disparità di trattamento rispetto a quello che ci è stato riservato. Noi siamo stati semplicemente buttati di sotto con un piccolo paracadute. E il fatto che nemmeno in linea teorica Carocci-Mulino abbia preso in considerazione l’ipotesi di coinvolgere in qualche modo i cassintegrati Carocci nella nuova struttura che nasce, evidenzia la volontà di silurarci a prescindere.

Chissà come sarebbe andata se i colleghi del Mulino avessero avuto l’aiuto di San Precario, cioè un sostegno fattivo anche da parte della Rete dei redattori precari?
Eppure è arduo resistere in questo “deserto del reale” dell’editoria, così mutevole e sdrucciolevole (forse è regredita a un “perverso polimorfo”?); le file si assottigliano, si cercano altri spazi e lavori diversi, che consentano di respirare normalmente anziché di boccheggiare a stento.

Simona, una delle attiviste di ReRePre della prima ora (si parla del 2008…), intervistata da Ciccarelli, è schietta, diretta, non si vanta del successo per nascondere le difficoltà che il movimento sta attraversando:

«Ci stiamo con­tando — molti di noi […] hanno cam­biato mestiere o paese. C’è molto da fare: biso­gna pen­sare al lavoro auto­nomo, all’estensione delle tutele, creare un tarif­fa­rio per non soc­com­bere tra studi edi­to­riali e edi­tori che non pagano. Biso­gna capire se ci sono le energie». Perché il limite a tutte le azioni da intraprendere, come sempre e specialmente in Italia (basti vedere l’affluenza alle urne), «sta nell’abitudine a dele­gare e a non agire in prima persona».

Ma pure in un momento di riflessione non si possono, non si devono dimenticare i due obiettivi che sono stati fissati l’autunno scorso, in occasione del rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro per il comparto grafico-editoriale:

  1. preparare un lavoro negoziale che faccia da fondamenta per costruire un contratto unico che rappresenti tutti i lavoratori della cosiddetta filiera della carta e della comunicazione;
  2. organizzare un Forum o “Stati Generali dell’Editoria” per sensibilizzare l’opinione pubblica e le Istituzioni sull’importanza anche democratica, del Settore, e per tentare di dare un futuro a decine di migliaia di lavoratori.

I colleghi traduttori di StradE sono già un pezzo avanti per il primo punto e la collaborazione con ReRePre è già stata avviata (pur tenendo conto delle inevitabili e divergenti specificità); per il secondo, il Book Pride organizzato da ODEI ai Frigoriferi milanesi per fine marzo potrebbe fare da battistrada, un’utile occasione per scambiare idee fra addetti ai lavori, ma non solo (e reclutare nuove leve).

Il logo del Sindacato traduttori editoriali.

Il logo del Sindacato traduttori editoriali.

Tutti a Book Pride (Milano, 27-29 marzo 2015)!

Tutti a Book Pride (Milano, 27-29 marzo 2015)!

 

 

 

 

 

 

Il Sindacato dei lavoratori della comunicazione sta, finalmente anche se faticosamente, abbracciando un’ottica e acquisendo una consapevolezza diverse, più aperte al frammentato, sfuggente scenario contemporaneo (con l’occasione segnalo la ricerca Ires-Federazione dei lavoratori della conoscenza, ben più stimolante del titolo Lavoro – conoscenza – sindacato: una ricerca tra i lavoratori cognitivi, datata 2 ottobre 2014).

Logo e motto CGIL.

Logo e motto CGIL.

Così l’accostamento, dapprima casuale, degli ultimi argomenti porta da sé, quasi naturalmente, o misticamente, la soluzione: per non rimanere schiacciati e asserviti bisogna, ora più che mai, collegarsi ad altre realtà precarie, cercare modalità di intervento comuni, elaborare piani e strategie almeno affini per far sentire la propria voce, sempre più forte e dritta, pertinente e penetrante. Indomita. In segno di rispetto per (il) sé e in nome della dignità del lavoro.

Vittoria dei redattori!

Chi ha detto che ‘precario’ equivale a ‘sfigato’? Probabilmente chi pensa che il ‘redattore’ debba sempre chinare il capo e ingoiare senza diritto di replica le decisioni altrui, tutte, anche quelle che calpestano il suo diritto al lavoro e ledono la sua dignità di persona.
Allora non basta ‘indignarsi’: occorre passare all’azione, organizzarsi con quelli che condividono lo stesso magro destino trattamento, anche se paiono invisibili, ormai smaterializzati come l’incarnazione postmoderna, postcapitalistica, postdemocratica, postliquida (cioè, viscida) di Herr das Kapital.
Perché ribellarsi è giusto. Perché qualche volta si vince, ma non per caso, come al gioco d’azzardo, semmai più come Davide contro Golia (che poi ci rimane male…). E non è sognare utopie, ma la realtà.
Chi è scettico, infatti, legga qui sotto il comunicato (in italiano e subito dopo, grazie ai sapienti uffici di Leah Janeczko di StradE, anche in inglese) della Rete dei redattori precari, che segnano così un grosso punto a loro favore tesaurizzando un lavoro clandestino, slabbrato, denigrato, talora disperato, magari incompreso, durato anni. E finalmente sbocciato, nel modo migliore. Anche per vendicare quelli rimasti sul campo: legioni, anonimi.
Aveva proprio ragione De André: «dal letame nascono i fior».

ReRePre

Grande vittoria!

 

Conclusa l’indagine dell’ispettorato del lavoro di Milano:
i redattori editoriali vanno assunti

Si è conclusa alla fine del 2014 l’indagine dell’Ispettorato del lavoro cominciata nel maggio 2013 che ha coinvolto Mondadori e Rcs Libri. Dopo aver raccolto e verificato le testimonianze di decine di redattori, gli ispettori hanno decretato che nelle due aziende editoriali sussisteva una situazione di palese illegalità relativamente alle tipologie contrattuali utilizzate.
All’indomani della chiusura dell’indagine, l’Ispettorato, alla presenza di Francesco Aufieri, responsabile Slc-Cgil Milano, ha convocato i responsabili del personale di Rcs Libri e Mondadori, ai quali ha ingiunto di trasformare numerosi contratti di collaborazione a progetto in contratti a tempo indeterminato: i redattori, al pari di altre figure editoriali, svolgono un ruolo fondamentale all’interno di una redazione e quindi devono essere assunti.
Diverse le reazioni delle aziende: Mondadori ha deciso di presentare ricorso contro il verdetto dell’Ispettorato; Rcs Libri, invece, si è impegnata a trasformare 21 contratti a progetto in contratti a tempo indeterminato, a decorrere dal 1° luglio p.v.

Noi della Rete dei Redattori Precari, che prima abbiamo richiamato l’attenzione del sindacato sul far west editoriale e poi lo abbiamo spinto a richiedere l’ispezione nelle redazioni dei due colossi milanesi, consideriamo questa vittoria anche, e forse soprattutto, nostra.
Sin dalla fondazione della Rete, abbiamo perseguito l’obiettivo di riportare la legalità dentro le case editrici. A questo proposito, l’esito delle ispezioni di Milano non è certo risolutivo, ma crea un precedente importante a cui i tanti colleghi che continuano a subire abusi contrattuali potranno richiamarsi per far valere i propri diritti.
Sui diritti non si transige: questo è un principio che noi abbiamo sempre rivendicato con ostinazione, e che oggi, anche grazie al nostro impegno, è stato riaffermato nel settore editoriale. Ci preme sottolineare che a trarre beneficio immediato dal verdetto delle ispezioni saranno, con un’unica eccezione, persone estranee e in alcuni casi apertamente ostili alla Rete dei Redattori Precari. A queste persone dedichiamo la nostra vittoria.
Ora è tempo di guardare avanti: con il Jobs Act il governo Renzi ha mischiato le carte in tavola, e nel nuovo contesto dobbiamo ridefinire il nostro ruolo e i nostri obiettivi.
Ci auguriamo che molti di voi ci aiuteranno nel gestire questa delicata fase riorganizzativa. Gli indirizzi per entrare in contatto con noi sono sempre gli stessi:
milano@rerepre.org
bologna@rerepre.org
roma@rerepre.org

 

Milan’s Labor Inspectorate Concludes Its Investigation:
The Editors Should Be Hired

At the end of 2014, the Labor Inspectorate’s investigation involving Mondadori and RCS Libri, which began in May 2013, was completed. After collecting and verifying the testimony of dozens of editors, the inspectors decreed that the situation regarding the kinds of contracts being used in the two publishing companies was clearly illegal.

The day after the investigation was completed, in the presence of Francesco Aufieri, head of SLC-CGIL Milano [Union of Communication Workers-Italian General Confederation of Labor], the inspectorate summoned the human resources heads of RCS Libri and Mondadori and ordered them to change numerous project-based contracts into open-ended contracts; editors, just like other publishing figures, perform a fundamental role in an editorial staff and therefore should be hired employees.

Different reactions from the companies: Mondadori decided to appeal the inspectorate’s verdict; RCS Libri, instead, agreed to turn 21 project contracts into open-ended contracts as of July 1st of this year.

We at the Rete dei Redattori Precari—who first called the union’s attention to the “wild west” of the publishing world and then urged them to request an inspection of the editorial staffs at the two publishing giants in Milan—consider this victory partly, and perhaps mainly, ours.

Ever since our network was founded we’ve pursued the goal of bringing legality back to publishing houses. The outcome of the inspections in Milan certainly can’t make this happen, but it creates an important precedent which our many colleagues who continue to undergo contractual abuse can refer to when asserting their rights.

We must stand up for our rights: this is a principle we’ve always adamantly stuck to and today, thanks also to our commitment, it’s been reaffirmed in the publishing sector. We’d like to emphasize that, with only one exception, those who will immediately benefit from the inspector’s verdict are people who are not active members of our group and who in certain cases have been openly hostile to the Rete dei Redattori Precari. It is to these people that we dedicate our victory.

Now it’s time to look ahead. With the Jobs Act the Renzi government has shuffled the cards and we need to redefine our role and our goals in this new context.

We hope that many of you will help us handle this delicate phase of reorganization. If you’d like to contact us, our addresses are still the same:

milano@rerepre.org

bologna@rerepre.org

roma@rerepre.org

Facciamo i conti con Carocci

Il logo della casa editrice romana, modificato per le circostanze...

Il logo della casa editrice romana, modificato per le circostanze…

La vertenza editoriale che da metà dicembre aveva infiammato animi e cuori si è ormai conclusa. Grazie anche all’apporto di alcuni (ex) colleghi che mi hanno cortesemente fornito tante informazioni utili, in varie forme, scrivo questo quarto post (vabbè, quello su Wagenbach è piuttosto tangenziale al ‘caso Carocci’, ma ai miei occhi fa parte ugualmente di questa miniserie perché la sua «ricetta» ha una validità molto estesa; in tutti i casi quello scritto si apriva e chiudeva ricordando che la battaglia era ancora in corso – e col sottinteso che valeva la pena combatterla!) per riordinare le idee, rimettere a posto i c<ar>occi e in questo modo evidenziare meglio, a chi vorrà vederli, problemi e nodi ancora tutti da chiarire. I quali, ci tengo a sottolinearlo, non sono frutto di impressioni personali e soggettive.

Tanto per cominciare, le ferie di dicembre sono state insolitamente lunghe, due settimane piene: forse servivano per far smaltire tutti i giorni di ferie residui ai lavoratori che il piano datoriale di ristrutturazione condanna, relega, confina (esclude?) nella «Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria [d’ora in avanti C.I.G.S. o CIGS] per crisi aziendale nei settori della redazioni (università e varia, collaborazioni editoriali, riviste) e dei servizi para-amministrativi»; così sancisce l’accordo siglato mercoledì 21 gennaio 2015 presso l’Assessorato al lavoro della regione Lazio.
Ma siccome i giorni di feste comandate sono ormai alle spalle, trascorsi indolenti, anzi accidiosi, [NOTA 1] e non soltanto per proteggersi dalla tramontana gelida che spirava fuori, andiamo al sodo.
Delineo subito lo scenario in cui si collocherà meglio tutto il resto che segue partendo da un acuto pezzo apparso il 16 dicembre sulla pagina Facebook degli ‘scioperanti’.

La prima considerazione da fare è che i redattori del Mulino, a causa di queste misure, di fatto passano da un contratto a tempo indeterminato ad uno a tempo determinato. È una forzatura che non è detto sia perfettamente legale e sindacalmente non impugnabile. Inoltre, visto il sistema di vasi comunicanti naturalmente esistente tra il Mulino e Carocci editore, la possibilità apertamente evocata dalla Direzione aziendale di sottrarre il lavoro ai redattori Carocci – peraltro colpiti con la CIGS dalla stessa Direzione! – sembra configurare l’istigazione dall’alto di una miserabile guerra tra poveri. La recente predisposizione di un sistema informatico comune alle due redazioni costituisce l’infrastruttura tecnica perfetta per controllare il flusso lavorativo ed, eventualmente, orientarlo in un senso o nell’altro. È giusto praticare le sinergie, ma concepirle nello spirito di far contendere una risorsa sempre più scarsa in tempi di crisi, cioè il lavoro, tra gruppi di lavoratori contrapposti intenzionalmente tra loro in un contesto di tutele sempre più ridotte ne rappresenta una modalità ben misera regressiva e socialmente disintegrante.
L’idea-forza che ha guidato coloro che hanno predisposto le suddette scelte è quella della variabilizzazione dei costi fissi, in particolare di considerare sin da subito il costo del lavoro redazionale del Mulino (ma anche dei lavoratori Carocci) un costo variabile e flessibile. In questo sembra che ci si accodi con venticinque anni di ritardo ad un dogma neoliberista, al pensiero unico dominante della flessibilità come soluzione di tutti i problemi in tutti i settori industriali e in tutte le imprese ma anche come linea di politica del lavoro da parte del governo Renzi (vedi il decreto Poletti e il Jobs Act).
È importante sapere che il 9 giugno 2014 sul sito internet del Mulino, nella sezione dedicata alla prestigiosa e omonima rivista «il Mulino», è apparso l’articolo L’Italia cambia verso? scritto dal professor Paolo Pini, ordinario di Economia politica alla facoltà di Economia dell’Università di Ferrara, nonché vicepresidente della Società italiana degli economisti. L’autorevole economista smonta pezzo per pezzo la politica sociale del governo Renzi, critica l’intelaiatura teorica della flessibilità come panacea per tutti i mali e, in chiusura, esprime una conclusione interessantissima per il caso Mulino-Carocci: «[…] la maggiore flessibilità del rapporto di lavoro, in uscita oltre che in entrata garantita dai contratti a termine e dalle semplificazioni apportate ai contratti di apprendistato, non appare positivamente correlata alla produttività del lavoro ed alla sua crescita. Anzi, se una relazione sussiste, è opposta a quella presunta, ovvero la riduzione delle protezioni all’impiego (minori tutele per il lavoratore) appare associata a riduzioni della produttività piuttosto che a un suo aumento. La ragione è rintracciabile nel fatto che forme contrattuali flessibili se da un lato possono favorire la mobilità del lavoro da imprese e industrie poco dinamiche verso quelle più dinamiche, dall’altro abbassano la propensione a innovare e investire sulla qualità del lavoro da parte delle imprese, le quali cercano piuttosto di trarre vantaggio dai minor costi del lavoro invece di accrescere la produttività. Per cui che la maggiore flessibilità del lavoro porti a più produttività è [una] falsa credenza».[NOTA 2]
Fermo restando il pluralismo delle idee, le tesi del professor Pini sembrano più coerenti con la storia del Mulino – di cui quest’anno si è celebrato il sessantennale – di quanto non lo siano le traumatiche scelte di politica aziendale presentate il 4 e il 10 dicembre. Fra i miei punti di riferimento nel ricchissimo ambiente culturale e accademico rappresentato dal Mulino vi sono anche teorici dell’economia vista come “economia civile”, vi sono pensatori cattolici (come ad esempio il professor Pedrazzi, tra i 9 professori fondatori storici del Mulino) assertori della dottrina sociale della Chiesa con la sua visione di integrazione della società e di difesa modernamente intesa del welfare state, vi sono sociologi che rifiutano il predominio dell’economia come fatto quantitativo che umilia e subordina a sé tutte le altre sfere della vita».

Riprendo con la cronistoria.
All’incontro del 7 gennaio 2015 a Roma presso l’hotel Minerva tra azienda e sindacato Slc-Cgil l’amministratore delegato di Carocci editore e del Mulino, Giuliano Bassani, non si presenta. Anche se poi si chiarì che il titolare della trattativa era il presidente del CDA, Giovanni Belluzzi, i dipendenti in sciopero denunciavano nel loro blog questa assenza come deplorevole: «un fatto sconcertante, considerato che sul tavolo [sc., della delicata trattativa] pesa il licenziamento della metà della forza lavoro», stando all’annuncio inaspettato di quasi un mese prima (mercoledì 10 dicembre). Nell’incontro disertato dall’amministratore delegato la proprietà ha anche rifiutato l’offerta di un contratto di solidarietà (una forma di sostegno varata nel 1984 per le aziende in difficoltà che attivano la C.I.G.S. e parzialmente alternativa a quest’ultima) per confermare il «piano di smantellamento di fatto del corpo redazionale e amministrativo», che colpisce al cuore la casa editrice, ma rinviando la trattativa a un incontro successivo.
Il quale è convocato il 13 gennaio, per una discussione prevedibilmente lunga e sfibrante… che infatti dura l’intera notte a colpi di proposte e controproposte, di numeri e nomi. I lavoratori a rischio licenziamento vegliano a sostegno delle rappresentanze sindacali. Finalmente alle 4,30 di mattina del 14 gennaio si raggiunge un accordo sindacalmente “dignitoso”: [NOTA 3] la firma del 21 gennaio ammette la Carocci a godere del beneficio «del trattamento di CIGS per crisi aziendale [dell’unità produttiva di Roma] per un numero massimo di 10 lavoratori attualmente in carico presso l’unità stessa, che saranno sospesi dal lavoro, a zero ore, per un periodo di mesi 12, con decorrenza 26/1/2015» anziché i 14 inizialmente richiesti. Inutile fare buon viso a cattivo gioco: di fatto quella “sporca decina” è stata eliminata, rimossa, cancellata, cassata, “silurata”, “segata”. E anche: sminuita (nella dignità di lavoratori che non hanno mai chiesto più del dovuto e ai quali non si è mai dovuto far notare qualche carenza o delle imprecisioni); esautorata (se, come parrebbe, il lavoro di tutte queste persone verrà affidato e svolto da ex colleghi).
Indefettibilmente. Senza alcuna considerazione per il lavoro svolto con pazienza, passione, intelligenza e dedizione (abnegazione, in realtà) in tutti questi anni – e profuso su volumi e riviste: migliaia e migliaia di pagine di carta stampata ogni anno!
Senza alcun interesse a raccogliere, conservare, sviluppare, trasmettere, trasferire, diffondere le competenze acquisite, consolidate, incrementate proprio nel lavoro svolto, umilmente e con efficacia, rigo dopo rigo, titolo dopo titolo, giorno dopo giorno.
Ultimo interrogativo (per ora), ma non meno importante: come potrà proseguire l’attività dopo una tale decimazione (in senso quasi letterale)? E a che livello qualitativo?
Non c’è neanche il minimo accenno a (tentare di) battere strade differenti da quelle già intraprese in passato, al fine di cercare e proporre soluzioni alternative, integrate, collaborative – in grado di dimostrare che la controparte datoriale voglia porsi davvero all’altezza di un dialogo degno di questo nome, invece di acco(mo)darsi a inseguire con una miopia molto “italiana” cifre scabre e scostanti, numeretti privi di senso nel vuoto pneumatico di un «piano degli investimenti» troppo scarno (una paginetta) per essere preso sul serio. Esso rientra in un «Piano di Risanamento, volto al riequilibrio dei fattori produttivi ed a un riposizionamento strategico sul mercato, secondo le linee guida del Piano Industriale per gli anni 2014-2018» del quale sinora sono visibili unicamente le conseguenze: esiziali. Con l’acquiescenza, aggravante, dell’attuale dirigenza. Che con un silenzio più che eloquente conferma un’indifferenza sovrana verso le tecnologie digitali, oggi come nel passato.
Ma cosa ne pensano i lavoratori? E soprattutto quali riflessioni (inquietanti) suscita questo accordo, ad analizzarlo per bene, a scandagliarlo in profondità?

Partiamo dalla buona notizia: non è stato toccato nessuno degli editor, neanche nel settore dei “finanziati”. Ma i tre componenti di quest’ultimo sono stati ‘decapitati’ del loro caporedattore, una personalità con una lunghissima militanza nel settore e un’esperienza difficilmente riscontrabile in altre realtà odierne. Così, al giorno d’oggi sembra proprio che i valori (fedeltà, capacità, competenze ecc.) sui quali un tempo si costruiva una professionalità (il ‘mestiere’ lato sensu) abbiano assunto segno opposto e siano sviliti: chi (i pochi) li possieda, sarà fatto oggetto di ostracismo accanito, anziché esser preso a modello. E poi, con uno sguardo a chi resta: basterà un blando collegamento a un generico Ufficio produzione e il mero passaggio di «n. 1 part time 50% convertito in full time» (cito dal primo foglio del “Verbale di accordo” del 21 gennaio) per continuare a far funzionare quel microsubsistema nella stessa maniera impeccabilmente efficiente di prima?
Invece per quanto concerne la redazione universitaria sono scampate solo due persone (e un’altra vi è stata aggiunta, spostandola dalla redazione dei finanziati): contro ogni buona pratica e sana consuetudine, interessate a difendere le professionalità più esperte (vedi sopra) per salvaguardare la produttività aziendale, si tratta di personale giovane dal punto di vista anagrafico, con la retribuzione più bassa, mentre anche in questo caso chi svolgeva funzioni di coordinamento e organizzazione è stato eliminato, lasciato fuori, a casa, in CIGS.
Insomma, anziché stratificare, consolidare, amalgamare, affinare (come distillare un buon vino o foggiare una spada eccellente) le abilità professionali migliori sino a renderle uniche e insostituibili,[NOTA 4] è stata varata una manovra strategica anzitutto per «ridurre al minimo i costi» (così nel punto h del verbale di accordo) delle maestranze in questa delicatissima fase di transizione verso qualcosa d’altro, che non è ancora chiaramente delineato all’orizzonte, ma di certo modificherà in maniera irreversibile la fisionomia di Carocci editore. La cui dirigenza dunque non pare affatto possedere «la capacità di mettere al centro la professionalità, intesa come una composizione delle diverse professionalità che, combinate, fanno la buona editoria», per riprendere le parole di Antonio Monaco, direttore delle Edizioni Sonda di Casale Monferrato, intervistato in qualità di presidente del gruppo Piccoli editori dell’AIE da Bibliocartina il 21 novembre e il 3 dicembre 2014, proprio a ridosso della 13a edizione della Fiera della piccola e media editoria.

Più libri, più liberi

Il logo della manifestazione editoriale romana.

Non basta: in questa maniera ci si potrà disfare anche dei salvati senza grandi preoccupazioni o rimorsi quando non serv(ir)an(n)o più; forse andranno a far parte dei sommersi quando sarà stato smaltito l’arretrato accumulato con le lavorazioni che non è stato possibile portare a termine nell’ultimo mese dell’anno per l’agitazione attuata (voci non ufficiali stimano la perdita per i testi che non è stato possibile pubblicare entro il 2014 attorno ai 150.000 €), e quando magari le lavorazioni potranno atterrare senza grossi patemi d’animo nella costituenda Edimill. Quest’ultima è la newco formata con quattordici redattori del Mulino, incoraggiati a dimettersi dalla stessa azienda, la quale provvederebbe a riassumerli lì coprendone gli oneri maggiori: una soluzione di ripiego in stile scatole cinesi (con i redattori trattati alla stregua di fantocci, buoni appunto soltanto a fare da meri “riempitivi” dei giochini in stile Lego del CDA) escogitata forse per “fare bella figura”, ma facendo sicuramente un’altrettanto “brutta figura” quando si sappia che lo stesso Mulino non si è premurato minimamente di assicurare un trattamento analogo ai redattori della Carocci, considerata (nei fatti anche se non esplicitamente) sin dai tempi dell’acquisizione (2009) una sorta di “sorella minore”.
Peraltro è doveroso precisare che, al momento in cui scrivo, i lavoratori bolognesi non sono particolarmente favorevoli a questa ipotesi: e utilizzo tale termine perché tuttora latita qualsivoglia dettaglio operativo sull’operazione. In una fase iniziale la dirigenza Carocci aveva avanzato una proposta vagamente assimilabile, nella forma di incentivi a chi si fosse licenziato “spontaneamente” (l’espressione, se non ci fosse da piangere, farebbe sorridere, sia pure a denti stretti) per costituire un’agenzia editoriale, alla quale eventualmente fornire lavoro in maniera regolare (come è avvenuto in altre aziende editoriali, per esempio Laterza con i redattori baresi, esternalizzati tutti – tranne la scolastica – nella seconda metà degli anni Novanta e delle cui aziende come Omnibook, Progedit o Pagina finì per servirsi Carocci medesima, pur in maniera non esclusiva).
Ma Laterza impiegò, appunto, una quindicina d’anni per disfarsi della struttura redazionale [NOTA 5] e chiedendo la collaborazione dei suoi stessi dipendenti, mentre adesso si vorrebbe percorrere la medesima strada in una manciata di settimane: fretta di riguadagnare rapidamente il (troppo) tempo perduto? Ma sappiamo bene tutti che le nozze non riescono col buco a volerle fare coi fichi secchi…
Ad ogni buon conto, i lavoratori Carocci hanno scartato subito quella proposta: ma perché? Ho già accennato alla disparità di trattamento rispetto ai colleghi bolognesi e ci saranno stati anche altri motivi: divergenze di opinioni al loro interno; poca o nulla chiarezza da parte datoriale sulle modalità di attuazione di tale ‘passaggio’; assenza di competenze specificamente dedite al ‘marketing’ fra i redattori e tali da poterli far competere allo stesso livello di realtà analoghe quando in seguito questa piccola società si fosse confrontata col mercato ‘aperto’; e soprattutto, visto che è stato appena evocato tale maledetto concetto, la vigile consapevolezza delle condizioni reali (leggasi: il far west) nelle quali esso si dibatte, soprattutto in Italia, che già bastano a rendere difficile la vita a gruppi strutturati da molto (troppo?) tempo, figuriamoci a un’impresuccia che intendesse affacciarsi adesso, praticamente senza alcun esperienza pregressa e senza idee innovative (del resto, chi ne ha, al momento?).

Ma qui è in gioco qualcos’altro, di ben più rilevante, e che in un certo senso riassume e distilla in sé la ‘cifra’ del contendere, qui e in tutte le altre situazioni analoghe sparse per l’Italia, passate e future: come ha scritto splendidamente Isabella Zani, una traduttrice fra i 5000 firmatari

Caroccinsciopero ringrazia i 5000 firmatari.

della petizione (attualmente chiusa), «non si manda a casa la competenza»! Ciò che il corpo redazionale Carocci ha rifiutato è stato il tentativo di svilire il valore culturale del proprio lavoro, assimilato a quello di agenzie esterne: sia ben chiaro, non ci si lamenta che queste lavorino male o in maniera insufficiente. Anzitutto sono in gran parte ex colleghi (vedi sopra), già outsourced, poi bisogna assolutamente tener conto dei compensi risicati che riescono a strappare, sottodimensionati (e questo è il terzo punto) anche rispetto al fatto che a esse è demandato un altro tipo di lavoro. Ma è un altro se e proprio perché intervengono a supporto di quello, centrale, primario, che svolge (dovrebbe svolgere) la redazione.
Cerco di spiegare meglio, data la crucialità della questione, che poggia su tutt’altro piano.
Quello in atto da tempo è, come denunciato dai lavoratori, uno smantellamento bello e buono della funzione primaria della redazione interna in una casa editrice: filtro, certo, non mero ‘passacarte’, ma anche vaglio critico, approfondimento ‘empatico’ (oltre che tecnico), rapporto diretto con gli autori, guida, consapevolezza dei fini e delle pratiche per raggiungerli. È qualcosa che dipende dalla formazione dei singoli componenti, da essi assimilata, alimentata, tesaurizzata, rielaborata e che solamente a quel punto viene (dovrebbe essere) restituita alla società, sotto forma di volumi (non importa se in formato cartaceo, digitale o altro) ben fatti,[NOTA 6] in grado di alimentare la conoscenza (lato sensu) altrui, cioè di chiunque abbia voglia e sia in grado di apprezzarla. Proporre una struttura degradata, come è stato fatto, è stato percepito chiaramente come denegare le capacità del loro operato, passare un tratto di spugna, con assoluta nonchalance, sul loro impegno, sul contributo che ciascuno di loro ha dato per anni allo scopo di affermare e consolidare sul mercato l’azienda per la quale erano orgogliosi di lavorare.
E affondando ancora di più: non è paradossale che in nome del profitto venga immolata (nei casi migliori: esternalizzata, che significa anche espropriata della sua specificità e delle proprie operatività) proprio la redazione, cioè il comparto che in pochi secoli si è venuto configurando come snodo pivotale, fulcro imprescindibile perché costitutivo di tutta l’attività editoriale?
Di quella larvata proposta di esternalizzazione rimangono ancora delle tracce nell’accordo scritto, sotto forma di a) «incentivazione all’esodo» per chi si volesse dimettere prima dello scadere della CIGS; b) «incentivazione economica» di sostegno al «promuovere la ricollocazione del personale eccedente presso aziende terze presenti sul territorio nazionale»; c) «programmi di riqualificazione e/o riconversione professionale con corsi di formazione», altra caratteristica però in cui l’azienda si è dimostrata estremamente discontinua, quasi disinteressata, per non dire addirittura latitante.
E siamo a un passo (forse anche meno?) del pericolo additato da Gian Arturo Ferrari nella chiusura della seconda e più corposa parte del suo recente volume, intitolato con poca fantasia Libro:

La realtà è che i proprietari di un numero crescente di case editrici librarie non hanno un interesse primario e vitale per i libri, che considerano in parte un mobile antico e un po’ ingombrante da tenere lustro, in parte un attrezzo d’altri tempi che sarà presto superato, in parte ancora un modo antiquato di far soldi, a patto però che se ne facciano. Pochi, forse pochissimi, pensano ai libri come a una porta sul futuro, […]. Senz’anima non c’è futuro» (Bollati Boringhieri, Torino, 2014, pp. 177-8).

Ergo, giocando un po’ con la logica: un’anima[NOTA 7] è necessaria per (immaginare, progettare, ecc. – fate un po’ voi…) il futuro; e se al futuro si può (attenzione: non si dice che sia l’unica via, ma una possibile sì) accedere tramite i libri, allora per (fare, pensare ecc. – fate un po’ voi…) i libri è necessario avere un’anima. Proprio quello che sembra difettare a chi ha architettato quest’operazione, che scrivo? questa macellazione.

Dissezioniamo ulteriormente il cadavere: ne emergeranno aspetti degni di interesse. Prendiamo in esame, ad esempio, il settore periodici.
Esso era costituito da due persone con ruoli diversi: una responsabile redazionale e produttiva e un’impiegata con compiti amministrativi e di gestione abbonamenti. Nel 2009, anno come sappiamo di acquisizione della Carocci da parte di Edifin, le riviste erano in una dinamica fase di regolarizzazione e incremento dei contratti di pubblicazione, sia di periodici di Dipartimenti universitari sia di periodici di enti/associazioni culturali; ad ogni buon conto, tale era la situazione già dell’anno precedente. Le testate entrate in casa editrice in quel periodo sono rimaste attive e regolari fino al 2014; anzi, l’incremento delle riviste Carocci è stato confermato nel biennio 2011-12, quando se ne sono aggiunte altre cinque, elevando così il fatturato del settore e aumentando il flusso lavorativo:
InVerbis. Lingue Letterature Culture, dell’Università di Palermo;
Textus. English Studies in Italy, dell’Associazione Italiana di Anglistica (che garantisce un minimo di 500 abbonati paganti, numero oltrepassato di più del 10% sia nel 2012 sia nel 2013);
L’Uomo. Società Tradizione Sviluppo, della Sapienza di Roma;
CRIOS. Critica degli ordinamenti spaziali, di un gruppo indipendente dell’Università di Napoli;
Politica antica, di un gruppo indipendente interuniversitario.
Oltre a queste e alle altre dodici riviste nel catalogo Carocci,[NOTA 8] si sarebbe aggiunta nel 2015 (contratto firmato nel 2014) Gli Argonauti. Psicoanalisi e società unitamente ai suoi “Quaderni”,[NOTA 9] che avrebbero accresciuto di circa altri 400 gli abbonamenti (indirizzari acquisiti a novembre 2014). I contratti di queste riviste sono dati di fatto. La prima motivazione – la «rilevante contrazione [e poco più avanti: caduta tout court] della domanda, derivante dall’evoluzione tecnologica […] indotta dalla rivoluzione digitale» – della «crisi economica» addotta dall’azienda Carocci editore nella richiesta di CIGS per il settore riviste è dunque una falsità.

A ben pensare, c’è stata negli ultimi due anni anche un altro tipo di domanda pressante da parte delle proprietà delle riviste: il cambiamento da rivista cartacea in rivista digitale o la produzione ex novo di una testata on-line. A questa domanda la dirigenza Carocci è stata incapace di rispondere con una progettualità editoriale di rinnovamento e ha coperto la sua insufficienza gettando fumo sulle possibilità di successo dell’impresa.
Riguardo allo stato e all’equilibrio economico-finanziario del settore, si deve sapere che le riviste Carocci sono state e sono sostenute da finanziamenti adeguati, considerato che è noto quanto inconsistente sia da decenni il mercato librario per i periodici.[NOTA 10] In particolare, i “conti” per le riviste sono stati tenuti sotto stretto controllo in questi anni perché fossero a posto. Sono stati presentati periodicamente alla Direzione di produzione Carocci – da parte del responsabile di settore, dell’editor delle riviste e del personale amministrativo – dati dettagliati estratti dal sistema gestionale AS400 e revisionati alla luce delle documentazioni d’ufficio (numero di abbonamenti, fatturazioni alle proprietà, vendite copie e pdf), prospetti economici per ciascun periodico, campagne abbonamenti e azioni promozionali e-mailing.
Nonostante l’oggettiva riduzione delle risorse pubbliche destinate alla cultura, le riviste scientifiche rispetto agli studi e lavori di ricerca monografici sono state ‘privilegiate’ dal sistema di valutazione dell’ANVUR, che pubblica classifiche per ambito scientifico in base alle quali vengono destinati i fondi. Anche se con qualche ritardo, i fondi per le riviste universitarie pubblicate da Carocci sono arrivati. Nel contempo, revisioni tecniche tipografiche delle riviste cartacee e accorgimenti redazionali e organizzativi in accordo con le proprietà per il contenimento preventivo dei costi hanno consentito che nessuna delle riviste avesse pendenze economiche con Carocci editore a fine 2014.

Il logo dell'ANVUR.

Il logo dell’ANVUR.

Che conclusioni trarne?
1) Le riviste non sono contemplate nel sistema informatico di gestione/controllo della produzione, scelto da il Mulino, predisposto e realizzato nel corso del 2014 per la produzione libraria Carocci. Come dunque saranno gestite d’ora in poi da Carocci editore?
2) Nel 2012 la società editrice bolognese realizzò Rivisteweb (sottotitolo: la piattaforma italiana per le scienze umane e sociali), e propose una “sinergia” editoriale con un contratto di licenza dei contenuti delle riviste Carocci, sia per la produzione in corso sia per l’archivio storico degli articoli in formato digitale. E difatti a partire dal 31 luglio 2014, come riporta il blog sulle risorse elettroniche del Sistema Bibliotecario di Ateneo dell’Università di Firenze, questi periodici sono raggiungibili anche da tale piattaforma.[NOTA 11]

Parte del logo di Rivisteweb.

Parte del logo di Rivisteweb.

Viene da chiedersi se si è trattato del primo passo per la cessione del ramo e il trasferimento del pacchetto economico “riviste” da Carocci al Mulino.
È dunque questo il vero motivo per esautorare la redazione delle riviste e licenziare l’ufficio abbonamenti, per cancellare un settore in pari e in cui la ricerca universitaria confida nel prossimo futuro?
Tutto fa pensare che l’intero settore sarà ceduto in blocco all’editore bolognese, già forte sin dal momento della fusione del suo parco di 55 periodici, ma questa mossa contraddice completamente le dichiarazioni rilasciate da Ugo Berti a Dino Messina sul Corriere della sera il 3 luglio 2009, ossia all’annuncio dell’accordo di acquisizione del 60% delle quote da parte del Mulino, ratificato a Roma una settimana dopo, il 9 luglio:

“le due case editrici manterranno la loro autonoma identità che costituisce un punto di forza non soltanto per quanto riguarda la presenza di certi autori, ma nella peculiare attitudine a confrontarsi con il mercato. La Carocci per esempio ha una considerevole duttilità ed è capace di essere presente con efficacia in piccole realtà”.
Berti si riferisce in questo caso alla capacità di stampare molti titoli a bassa tiratura per rispondere alle esigenze di un mercato che cambia da un’università all’altra.

Si tratta allora del primo passo verso la fusione, che solo cinque anni fa tutti escludevano categoricamente, affermando che i conti delle due società editrici ‘cugine’ erano positivi? Del resto un editore avveduto, compassato e con una storia come quella che può vantare il Mulino difficilmente avrebbe varato quell’acquisizione se i 6 milioni di euro di fatturato provenienti dai 300 titoli pubblicati mediamente all’anno dall’editore romano non fossero stati ‘genuini’.
Infatti, anche se ci limitiamo ai dati sommari forniti in quell’articolo, portati per comodità a 100 quelli del Mulino, si vede bene che Carocci valeva tutto quel 60% investito dal “dottor Balanzone”: il rapporto fra i due editori nel numero di dipendenti andava per il romano al 42,85%, nel fatturato al 46,15%, nella quantità di titoli schizzava addirittura all’89,55%, per ridursi leggermente nelle riviste al 32,72%.
Allora siamo sicuri che oggi l’affossamento di una realtà editoriale «autonoma» non serva, almeno in prima istanza, a coprire ammanchi e insufficienze dell’altra, gettando fumo negli occhi per ingannare il quadro complessivo della manovra?

Ultimo il mio caso ‘particulare’, legato a un finanziamento cospicuo che Carocci sembra aver accettato di voler perdere definitivamente rinunciando alla pubblicazione.
Da aprile a dicembre 2014 ho lavorato in base a un contratto a progetto, finalizzato alla realizzazione editoriale degli atti di un convegno, che sarebbero dovuti uscire in tre tomi entro il 31 dicembre 2014 per poter fruire di finanziamenti messi a disposizione dagli organizzatori. Ai primi di dicembre mi venne comunicato che parte di tali fondi non erano più disponibili; mi affrettai subito a chiedere della mia sorte e venni rassicurato che la quota a copertura del mio operato non era in discussione. Però poco prima della chiusura mi è stato chiesto di togliere dalla fattura i giorni in cui gli uffici sarebbero stati chiusi per ferie.
Sul momento avevo fatto alcune considerazioni, che si parva licet vorrei riportare e condividere qui.
1. Ho la partita Iva dal 2009, dunque non sarei tenuto neanche a osservare un orario regolare e una presenza costante nella sede della casa editrice, come invece ho accettato di fare sin dall’inizio, per poter lavorare a stretto contatto della responsabile in un impegno gravoso e sfaccettato come questo; perché adesso dovrei sottostare a quest’altra richiesta?[NOTA 12]
2. I giorni di chiusura effettiva nel corso del 2014, anno entro il quale è valido il mio incarico (come già precisato), sono 6 (lo scrivo anche per esteso, per farlo capire meglio: sei, sex): non mi pare un gran risparmio, vista l’entità dignitosa ma non eccelsa del mio onorario. È, come al solito, mettersi a fare i conti della serva quando i problemi sono altri e di (ben) altro rilievo (si legga: per non vederli o, peggio ancora, non darli a vedere, cioè sostanzialmente in mala fede).
3. Poi sono giunto a una decisione salomonica, secondo me: (a) presento una fattura in tutto e per tutto identica alle precedenti, ossia con un importo pari a quello di ogni mese già fatturato (e fortunatamente sempre pagati entro i canonici 30 giorni – circostanza che oggi non è neanche del tutto scontata, per quanto stupore possa destare il venire a sapere del mancato rispetto di questi accordi – e son tanti i casi di cui si orecchia in giro – in chi non è avvezzo a queste vili transazioni), ma (b) contestualmente do anche la mia disponibilità a tornare a gennaio (o febbraio, insomma, quando la direzione riterrà necessario e/o opportuno) per 6 (lo ribadisco: dicasi sei, sex!) giorni a completare ciò che non si è potuto finire entro l’anno solare 2014. Considerando che le cianografiche del primo e del secondo volume sono praticamente già allestite, mi pare sia un buon compromesso, che evita a me e agli amministrativi dell’editore calcoli ‘bizantini’ e la scomodità di riaprire la contabilità per appena 6 (sei, sex!) giorni nel 2015 (nel qual caso sarebbe stato proprio il caso di dire: è più la spesa dell’impresa…).
Ma a pensarci meglio: come potrò dare corso a questo onorevole gentlemen’s agreement se con la redazione è stata spazzata via la responsabile interna a cui ho fatto capo per tutti gli otto mesi (e ci son voluti tutti!) di durata della collaborazione? È stata lei in via prioritaria e/o esclusiva a tenere i rapporti con curatori, autori, service e tipografia – e a ragione, sia de iure in quanto dipendente regolare, sia de facto per l’esperienza accumulata nella lavorazione degli atti pubblicati in precedenza, almeno dal 2000. Non potrò davvero accollarmi io (un esterno, un meteco, un paria, un fuori-casta, chiamatemi come volete, la realtà non cambia…) tutti questi compiti, né tanto meno la responsabilità dell’intero lavoro: no, dear mister Scrooge, I would prefer not to.

N O T E

[1]
Chissà se potrebbe giovare la lettura dei saggi ‘melanconici’ di Jean Starobinski, tanti a partire dalla tesi del 1959 (lo studioso ginevrino ha novantaquattro anni, dopo tutto) e finalmente raccolti nel suo ultimo L’inchiostro della malinconia (traduzione italiana di Mario Marchetti, prefazione di Fernando Vidal; Einaudi 2014, ed. or. Seuil 2012)? Peraltro appare poco stimolante la Premessa dell’A., 3 paginette in pdf che si possono scaricare da qui.

[2]
Si veda anche la sintesi efficace fornita pochissimi giorni dopo da Marco Cecchini su Pini e sul Jobs Act.

[3]
«(…) parzialmente confortante» scriveva Lettera 43 il 20 gennaio 2015, mentre il 14 gennaio Askanews lamentava nel titolo che i «lavoratori pagano prezzo altissimo» per quell’accordo.

[4]
Non posso non sottoscrivere un passo dell’articolo apparso su Angolo Lettura oltre due anni fa (11 dicembre 2012), che segnalava le difficoltà di «editor, traduttori, redattori, correttori di bozze, illustratori e grafici», insomma tutti i precari «lavoratori dell’editoria», ma purtroppo è rimasto drammaticamente attuale: «Competenze tecniche, professionali, sensibilità, capacità di ascoltare, osservare e comprendere, passione e creatività sono solo alcune delle doti che un buon professionista editoriale deve possedere per dare vita a un prodotto di qualità».

[5]
Per allinearsi alla media nazionale, secondo quanto sostenuto da Monaco: «4 anni fa la media dei lavoratori per casa editrice era di 2 impiegati (compresi i proprietari, […]), oggi è appena 1,2 persone». Il dato si accorda con quanto riportato da altri: già il 2013 faceva registrare il calo di oltre un quinto (21,5%) degli addetti nella piccola e media editoria. Si veda anche l’indagine della Camera di commercio milanese L’editoria in Italia e a Milano: struttura e tendenze, datata novembre 2013, scaricabile a questo indirizzo.

[6]
Metto in evidenza il termine per far capire il riferimento a E. Morin, La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero (Cortina, Milano, 2000, trad. it. di Susanna Lazzari, ed. or. francese 1999), che in realtà riprende su una considerazione dell’amatissimo (perché umanissimo) M. de Montaigne, Saggi (I, 26, «Sull’educazione dei fanciulli»; l’aforisma è alla pagina 196 della classica traduzione di Fausta Garavini, già Adelphi, poi Mondadori, Milano, 1970, vol. 1), per riflettere sulle modalità e soprattutto sulle finalità dell’insegnamento e dell’educazione.

[7]
A riguardo due riferimenti brucianti, senza tante spiegazioni (oltre all’importanza per la formazione del sottoscritto, non disgiunta da una certa qual pertinenza per le tematiche affrontate in questo post): G. Lukács, L’anima e le forme (Sugar, Milano, 1963, poi SE, Milano, 2002, trad. it. riveduta di Sergio Bologna, con una nota di Franco Fortini, ed. or. ungherese 1910, ed. tedesca 1911); A.M. Ripellino, Il trucco e l’anima. I maestri della regia nel teatro russo del Novecento (Einaudi, Torino, 1965, continuamente ristampato). Segnalo contestualmente un ottimo blog italiano dal quale è possibile scaricare quasi tutte le opere del filosofo ungherese (alcune anche in originale).

[8]
Carocci editore pubblica(va sino al 2014)
– nel settore “Antropologia”: L’uomo Società Tradizione Sviluppo (semestrale);
– nel settore “Arti”: Bianco e nero (quadrimestrale), Cinéma & Cie. International Film Studies Journal (semestrale) e Ricerche di storia dell’arte (quadrimestrale);
– nel settore “Diritto”: Ars interpretandi. Rivista di ermeneutica giuridica (semestrale) e Studi sulla questione criminale (quadrimestrale);
– nel settore “Economia”: Economia & lavoro. Rivista di politica sindacale, sociologia e relazioni industriali (quadrimestrale);
– nel settore “Letterature e linguistica”: Bollettino di italianistica. Rivista di critica, storia letteraria, filologia e linguistica (semestrale), InVerbis. Lingue Letterature Culture (semestrale), Quaderni di didattica della scrittura (semestrale), Textus. English Studies in Italy (quadrimestrale) ed Ecdotica (annuale);
– nel settore “Politica”: Politica antica (annuale);
– nel settore “Psicologia e psicoanalisi”: Rassegna di psicologia (quadrimestrale);
– nel settore “Scienze sociali”: Parolechiave (semestrale) e CRIOS. Critica degli ordinamenti spaziali (semestrale);
– nel settore “Storia”: Studi storici (trimestrale) e Dimensioni e problemi della ricerca storica (semestrale).

Inoltre Carocci ha pubblicato:
Passaggi. Rivista italiana di scienze transculturali (semestrale diretto da Rosalba Terranova-Cecchini); Politica e società (sorta nell’ambito della cattedra di Filosofia politica della Sapienza di Roma. promossa dall’Istituto di ricerca “Format” e dall’“Osservatorio sullo stato della democrazia”); fino al 2008 La valle dell’Eden (semestrale diretto da Paolo Bertinetti) e Pólemos (quadrimestrale co-diretto da Pier Giuseppe Monateri, Alessandro Somma, Daniela Carpi); sino al 2009 Cultura tedesca (semestrale diretto da Marino Freschi) e Italia contemporanea (trimestrale diretto da Mario G. Rossi); e sino alla chiusura nel 2011 Polena, ossia POLitical and Electoral NAvigations/Rivista italiana di analisi elettorale (quadrimestrale diretto da Luca Ricolfi).

[9]
Della novità informa sia il loro sito ufficiale, sia la loro pagina Facebook.

[10]
E c’è che riesce persino ad approfittarne, come testimonia questo articolo sul blog Filelleni che seppure un po’ datato (18 luglio 2012), mantiene ancora una sua attualità e pertinenza.

[11]
Ecco come si autopresenta nel sito: «la più autorevole collezione italiana di riviste di scienze umane e sociali, pensata per università, centri di ricerca, istituzioni pubbliche e private. Presenta gli articoli di oltre 80 testate del gruppo del Mulino (Società editrice il Mulino e Carocci editore), ricercabili nel testo completo e nei dati bibliografici, indicizzate nei principali repertori, motori di ricerca e discovery services. Nel contesto nazionale, la maggior parte delle riviste presenti si colloca ai vertici qualitativi dei settori disciplinari di appartenenza».

[12]
In questo modo il mio rapporto di lavoro è venuto ad assomigliare, pericolosamente, a quello delle ‘false’ partite Iva, in realtà monocommittenti, su cui molte testate giornalistiche sono già intervenute (p. es. Bibliocartina ne parlò in un articolo in due parti, pubblicate entrambe il 27 novembre 2012: leggile qui (I) e poi qui (II)).

La ricetta di Klaus Wagenbach

Volevo trovare qualcosa che si collegasse, o almeno idealmente proseguisse il mio ultimo post, quello del 7 gennaio (Virtù e manie di un redattore – segnalo che nel frattempo i redattori Carocci lo hanno corredato di una quinta fase, tutta dedicata alle copertine).
E pensa che ti ripensa, l’ho trovato senza neanche troppa fatica. Segno, a mio avviso, che la connessione “funziona” davvero!

Uno dei personaggi più simpatici che ho avuto modo di conoscere alla Fiera del libro di Francoforte, è stato Klaus Wagenbach, ein unverfälschter Berliner di classe 1930, che il 25 agosto 1964 ha fondato (e diretto senza soste né ripensamenti fino al 2002, lasciando poi campo libero alla seconda moglie Susanne Schlüsser) l’omonima casa editrice, dopo aver lavorato presso la S. [Samuel] Fischer «prima in qualità di apprendista e poi come assistente alla produzione» (p. 107), «consulente editoriale per la letteratura tedesca» (p. 44), grazie alla laurea in Germanistica (i suoi originali lavori su Kafka sono tradotti anche in italiano).

Klaus Wagenbach sostiene che questo è «ancora oggi il più bel logo editoriale tedesco» (p. 46).

«ancora oggi il più bel logo editoriale tedesco» secondo Klaus Wagenbach (p. 46)


NB: tutte le citazioni sono tratte dall’edizione italiana del suo La libertà dell’editore (trad. italiana di Natascia Barrale, Sellerio, Palermo, 2013; ediz. originale: Die Freiheit des Verlegers. Erinnerungen, Festreden, Seitenhiebe, Wagenbach, Berlino, 2010 – nel retrofrontespizio si precisa che il volume italiano «comprende una scelta dei testi, concordata con l’Autore, dell’edizione tedesca», che infatti è lunga il doppio).

Evidentemente in Germania non esisteva qualcosa di simile all’articolo 18, perché Klaus fu licenziato nel 1963 per «“travalicazione delle proprie competenze”» (p. 47): una scusa per allontanare una persona che non ha mai avuto paura di manifestare le sue idee, anche quando ciò significava mettersi contro l’opinione pubblica e l’ordine costituito. In realtà i conti non quadravano più bene, nonostante la pubblicazione delle opere di Freud (1953), del diario di Anna Frank (1955) e del Dottor Živago di Pasternak (1958), e nel 1963 gli eredi di Samuel Fischer dovettero vendere l’azienda «come un sacco di patate» a Georg von Holtzbrinck, un «ultraconservatore» secondo Klaus (p. 46).

Comunque fu quell’esperienza a suggerirgli la dimensione in cui muoversi in seguito, quella che secondo la filosofia del costruttivismo radicale si potrebbe denominare Viabilität des Verlegers. Ossia, la necessità (per così dire, attiva, o meglio proattiva) di operare consapevolmente con modestia, moderazione e parsimonia: tutti concetti che segnano discretamente ma al medesimo tempo con grande dignità le sue «memorie, discorsi, stoccate» – così il sottotitolo – se già a pagina 46 leggiamo: «imparai che un editore deve essere parsimonioso» (vedi anche p. 103).

A p. 80 troviamo altre considerazioni interessanti: una casa editrice che miri a illuminare le menti e a diffondere idee dovrebbe curare «un’alta specializzazione di tutti i collaboratori e una regolare formazione degli apprendisti». Attenzione: Klaus ammette tranquillamente che «sia insensato dal punto di vista “economico-aziendale” discutere di libri, riscontrarsi in merito alle recensioni, finanziare corsi di aggiornamento e soprattutto insegnare pazientemente il nostro mestiere ai giovani», però subito dopo aggiunge pacatamente: è innegabile che «chi non forma apprendisti risparmi dei quattrini, ma è pur vero che nel frattempo si rincretinisce». Del resto, «Tutti vogliono diventare leader di mercato, ma il sale dei rivali che hanno divorato durante il percorso accresce solamente la loro sete, non la loro saggezza» (p. 94).
E anzi, rincara la dose: «Se nell’interesse della società è auspicabile che non ci si rincretinisca […], allora è necessario che resti uno spazio per ciò che è nuovo, sperimentale, per ciò che in un primo momento non ottiene il consenso della maggioranza». «Perché da sempre le novità, non importa se in letteratura, nella scienza o in politica, arrivano in punta di piedi. […] E, se si tratta di libri, ciò avviene quasi sempre per conto di case editrici piccole e indipendenti» (p. 94).
Teniamolo bene a mente e andiamo avanti.

Il «mondo dei libri» in precedenza aveva margini irrisori: «dal due al quattro percento, era questo abitualmente il profitto per editori e librai» – sicuramente modesto, però «lasciava esistere sia modeste tirature di autori sconosciuti che modesti stipendi» (p. 87).

Strani soggetti, questi editori indipendenti, è chiaro che non c’è da fidarsi: «sono dei matti. Mantengono la calma di fronte a qualche debito in banca, si innamorano anche di autori invendibili (e, di tanto in tanto, anche di un libro invendibile), hanno delle convinzioni e ragionano a lungo termine» (p. 97); in tal modo sfruttano al meglio la propria autonomia, che si esprime anche in un «diverso modo di rapportarsi al fattore tempo» (p. 103), più dilatato; anche perché «il lavoro culturale deve essere progettato a lungo termine» (p. 168). Queste circostanze non possono che determinare «una crescita moderata» (pp. 103-4), la quale tuttavia è importante che «avvenga con le proprie forze, risultando quindi quasi sempre di dimensioni moderate» (p. 104).

Qui affiora in maniera esplicita il collegamento al post precedente, che verosimilmente mi era rimasto nel subconscio e quindi ha saputo indirizzare la mia mano a prelevare dallo scaffale proprio il suo libro: è stato Klaus a pubblicare in tedesco André Schiffrin (ma Editoria senza editori, il testo uscito prima del Controllo della parola, che invece citavo io), e lo menziona discretamente, con parsimonia: quegli «ha rinfacciato ai gruppi editoriali il modo in cui, con le loro aspettative industriali di utile sul fatturato dal dieci al quindici percento, hanno inquinato il settore e ingannato se stessi. Da parecchi anni non c’è un solo esempio di bilancio reale che abbia confermato quelle simulazioni» (p. 103). Giacché «i libri sono qualcosa di più che semplici oggetti da cui trarre un profitto» (p. 90).

Uno dei loghi della casa editrice Wagenbach

Chi volesse continuare a gustare l’aria che si respira nella sua casa editrice, può scaricarne gratuitamente dal sito un libro in PDF, intitolato Buchstäblich Wagenbach – 50 Jahre: Der unabhängige Verlag für wilde Leser (ho reso in nero corsivo i corsivi dell’originale): autori, amici, sodali e colleghi a vario titolo ne raccontano l’evoluzione, in pieghe anche meno note.

E conoscendo l’arguzia di Klaus, potrebbe pure essere intenzionale un refuso altrimenti trascurabile nel titolo del volume riportato sulla pagina del download: anziché Buchstäblich (cioè: letteralmente) abbiamo difatti Buchstäglich, un gioco di parole fra Buch, libro, e täglich, quotidianamente: un libro per ogni giorno? Del resto sarebbe una sfida che la casa editrice di Berlino potrebbe benissimo sostenere, vista la longevità e la buona salute di cui gode tuttora.

Vent’anni fa era uscita a stampa quella che oggi ne appare come una sorta di Urfassung: Wieso Bücher? (Come mai dei libri?), con un lungo sottotitolo su copertina rossa istoriata da figurette sgargianti, un volumetto di ‘sole’ 144 pagine (il PDF ne conta ben 225) perché allora si festeggiavano ‘solo’ trent’anni di attività.
Il PDF lo dà come vergriffen, esaurito (all’ottobre 2013), perciò io ne conservo ancora, e gelosamente, la copia che mi donò Klaus stesso il 5 ottobre 1994 al suo stand, nella rituale Verabredung in der Buchmesse. La Fiera del libro di Francoforte diventava molto più sopportabile, forse persino divertente, a sapere di poter incontrare in tutta quella baraonda frenetica anche la sua disponibilità, il suo carattere, persino la sua franchezza talora disarmante e ironica, senza che inacidisse in sarcasmo amaro. Insomma, Klaus (al pari dei colleghi Carocci) mi ha fatto toccare con mano, tra l’altro, con la sua presenza, col suo spirito, che nel lavoro i rapporti personali “contano”. Almeno quanto i soldi. O forse anche di più?
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Virtù e manie di un redattore

Questo che leggete qui sopra (cioè: Virtù e manie di un redattore) è il sottotitolo del mini-corso on-line hands-on (suggerite altre sigle analoghe, per favore? magari in grado di attirare altri internauti curiosi? grazie) che spiega «come nasce un libro Carocci» – ma in realtà esemplifica (in quattro fasi, sino a questo momento) i passaggi ai quali viene sottoposto un qualsiasi dattiloscritto (olim manoscritto) da parte della redazione di una casa editrice dedicata alla saggistica che voglia esser degna di questo nome. Solo alla fine di questa sorta di ‘catena di montaggio’, infatti, il testo otterrà il “visto si stampi”, l’espressione fatidica con la quale si autorizza la tipografia a procedere, appunto, a stamparlo.

Alla pagina indicata compare subito, ossia in alto, la quarta fase, ma gli altri seguono sotto di esso.
Tentativo lodevole: gli esempi concreti di interventi di correzione sulla pagina aiutano a vedere meglio quello che succede nella ‘scatola nera’ che è così difficile da comprendere per i non-addetti ai lavori.
Tanto che Umberto Eco ci ha costruito sopra un’arguta storiella come incipit della ‘bustina di Minerva’ pubblicata col titolo Ma che cos’è questo editing? Osservazioni su un termine ambiguo sull’Espresso del 7 novembre 1996 (esattamente quando compivo 38 anni… un caso?).

Insomma in questi giorni i redattori Carocci non hanno fatto (solamente) festa, ma si sono industriati a mostrare le ‘buone prassi’ che guidano il loro lavoro e lo giustificano.
Tranne che agli occhi dei dirigenti, intenzionati a farli fuori.
Forse non hanno letto o hanno dimenticato quello che scriveva il compianto André Schiffrin, nel libro appassionato che dedica al «controllo della parola» in atto nell’industria culturale francese e anglo-statunitense:

La mia casa editrice, The New Press, opera da quindici anni come società d’interesse pubblico senza fini di lucro (non profit, public interest publisher); il che dimostra, se non altro, che si può mantenere un’elevata qualità editoriale e restare competitivi senza essere motivati dal perseguimento del profitto. [p. 86]

André Schiffrin

André Schiffrin

Lo portava a queste conclusioni la sua abile esperienza editoriale, ovviamente, sorretta ad esempio da quello che sosteneva anche Verlyn Klinkenborg sul New York Times, che cito sempre da Schiffrin:

Al pari di molti cambiamenti che si verificano in questo mondo, anche quelli che hanno rimodellato l’editoria sono considerati pressoché inevitabili, un portato attuale del capitalismo attuale. Eppure non c’è nulla di inevitabile in tali cambiamenti [… poiché] si è dovuto constatare molto spesso che i risultati non sono stati all’altezza delle aspettative. […] Il risultato è che ogni anno vengono pubblicati sempre più libri che durano sempre meno. E la maggior parte di questi libri merita davvero di vivere poco. […] E’ sciocco cinismo quello che i nuovi padroni delle case editrici un tempo indipendenti esprimono: finché il loro scopo principale sarà quello di soddisfare gli azionisti invece degli acquirenti di libri, la loro industria continuerà a scavarsi la fossa, come ha fatto il settore dei media musicali. Le notizie e i segnali che oggi provengono dagli ambienti dell’editoria tradiscono il disprezzo per qualsiasi cosa che non sia il profitto, e questa per il pubblico è la cosa più difficile da accettare: i lettori sanno istintivamente che il mestiere di fare libri è qualcosa di più che far soldi. [p. 52 – grassetti miei]

Questo è ciò che vogliono dimostrare i redattori Carocci, mettendo in campo al meglio e a beneficio di tutti le proprie capacità professionali per argomentare le loro ragioni.
Per non finire in mezzo alla strada.
Non se lo meritano.