Per Enrico Ganni, r.i.p.

Non ho mai lavorato per Einaudi, quindi non ho avuto l’occasione di conoscere di persona Enrico Ganni, editor e traduttore dal tedesco per la casa torinese, purtroppo scomparso prematuramente il 17 luglio scorso. Dunque avevo qualche scrupolo a metter mano a questo post, pur ‘sentendomelo’, ma alla fine l’auspicio che le (buone) ragioni per averlo fatto emergano dalla mia stessa argomentazione mi ha convinto a superare le perplessità iniziali.

Da sinistra a destra, Enrico Ganni, Claudia Zonghetti e Leonardo Marcello Pignataro.

La foto1 qui sopra è stata scattata dalla traduttrice e animatrice culturale Anna Nadotti2 durante la presentazione a Torino il 2 novembre 2016, presso la Libreria Bardotto di via Giolitti, della nuova traduzione di Anna Karenina (Einaudi 2016, collana «Supercoralli», pp. 968, €28), romanzo capitale di Lev Tolstoj, pubblicato originariamente a puntate fra il 1875 e il 1877 (dopo dodici stesure, sembra). L’evento faceva parte di un ciclo, organizzato da Anna Nadotti stessa con Annalisa Ferretti, che si chiamava: “Leggere e rileggere in compagnia di traduttori e editor”.

La bella istantanea ritrae il sorriso sornione di Enrico Ganni, che probabilmente aveva intravisto Anna Nadotti mentre inquadrava i relatori; poi a destra, col microfono in mano, c’è Leonardo Marcello Pignataro (valentissimo traduttore da inglese, russo, francese, latino e slovacco, docente di vari corsi di traduzione e membro del comitato scientifico della Casa delle Traduzioni a Roma, insieme a Ilaria Piperno) e al centro l’eroina della serata, Claudia Zonghetti, autrice (in senso forte, come ha spiegato lei stessa) della traduzione suddetta.3

Ganni presenta già lucidamente se stesso e il lavoro che fa all’Einaudi, «un po’ strano, non facile», nell’intervista rilasciata a Sara Meddi il 22 aprile 2015, che consiglio a tutti di (ri)leggere.
Un suo intervento che svela chi fu l’inventore del nome dei Gialli, e cioè (spoiler!) Enrico Piceni, è uscito sul primo numero della rivista «Tradurre» (autunno 2011).
Più di recente, il 28 settembre 2019, a Roma, Ganni aveva ricevuto il premio “Giovanni, Emma e Luisa Enriques” nell’ambito delle XVII Giornate della traduzione letteraria (seguendo il link è possibile leggere la motivazione del riconoscimento, assegnato all’unanimità dalla giuria, formata da Stefano Arduini, Ilide Carmignani ed Ernesto Ferrero).

Può essere utile ricordare che Ganni visse a Francoforte sul Meno fino al completamento degli studi secondari: quindi era praticamente bilingue! Questo in parte spiega come abbia cominciato a lavorare in Mondadori, per passare poi a Feltrinelli; inoltre insegnò lingua tedesca presso il Goethe-Institut milanese, traduzione tedesca dal 1981 al 2000 presso la Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori (che oggi si chiama Civica Scuola Interpreti e Traduttori Altiero Spinelli, che diresse anche dal 1994 al 1998) e fu lettore presso l’Istituto di Germanistica alla Statale di Milano.

L’articolo a mio avviso migliore su chi era e cosa ha fatto Enrico Ganni è quello di Roberto Gilodi, pubblicato su «Doppiozero» assai più tempestivamente di questo mio post. Ne cito qualche passo, cominciando dall’«eleganza gentile e l’ironia garbata ma mai irriverente» dello scomparso, a: «La mitezza di Ganni faceva tutt’uno con la sua franchezza e con la determinazione schietta a dire i no che all’editoria di cultura sono vitali per progredire», fino al giudizio conclusivo su «un uomo buono che ha saputo coniugare la cultura con l’umanità dei gesti semplici».
In tutto ciò Gilodi, che lavorò in Einaudi con Ganni a cavallo tra la seconda metà degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, racconta di come l’amico e collega, in visita a Günter Grass nell’abitazione di Lubecca, seppe far dire spontaneamente allo scrittore tedesco su cosa stesse lavorando ma senza porre domande dirette, intrusive. Splendido esempio di come Ganni «sapeva stabilire con i suoi autori una sorta di intimità sui contenuti che gli permetteva di entrare nel loro mondo creativo pur mantenendo una distanza rispettosa dalle loro vite. Un comportamento per nulla frequente nell’editoria, spesso succede l’opposto» (mio il corsivo su questo commento finale).

Un altro grande merito di Ganni è stato quello di aver ripristinato coraggiosamente l’intento a cui si era ispirato una trentina di anni fa Giorgio Agamben, decidendo di curare l’edizione einaudiana di Walter Benjamin. Che era un criterio cronologico, mentre l’edizione tedesca curata da Wolf Tiedemann e Hermann Schweppenhäuser (più altri ancora, che soppiantava la prima scelta di opere benjaminiane, curata nel 1955 da Theodor W. Adorno in due volumi, ma sempre per Suhrkamp4) ne segue uno tematico. In queste due opzioni di costruire un ouvrage si intravedono, a mio giudizio, due tradizioni culturali ben precise e consolidate, dove in Italia prevale un’impostazione storicista, anche se non da intendere in senso strettamente o unicamente storiografico5.

L’edizione rilegata delle Gesammelte Schriften di Benjamin per Suhrkamp

E penso di non sbagliare troppo se trovo una qualche rispondenza con l’impostazione concordata da Giorgio Colli e Mazzino Montinari con la triade Luciano Foà (anche qui un articolo simile), Bobi Bazlen6 e Roberto Olivetti per il capolavoro della esordiente Adelphi: ossia la prima edizione critica di tutte le opere di Friedrich Nietzsche, che ne fu contemporaneamente la loro traduzione in italiano, un caso più unico che raro, per quanto io ne sappia.7 A parte, poi, che ciò farebbe il paio con la circostanza fortuita (ma sarà davvero tale?), per cui Ganni subentrò in Einaudi a Roberto Cazzola, quando questi scelse di passare ad Adelphi dopo almeno vent’anni di militanza presso lo struzzo torinese8 e a sua volta Renata Colorni trasmigrò da Adelphi a Mondadori, per dirigere la collana dei «Meridiani».

Il cofanetto delle Opere di Nietzsche in edizione economica, pubblicato da Adelphi in 19 volumi nel 1992.

Se questo non basta, apriamo una risorsa essenziale per traduttori e redattori, l’Opac Sbn, e lanciamo una banale ricerca col suo nome e cognome: il programma restituisce 132 occorrenze, da cui vanno cassati appena un paio di casi di omonimia. Negli altri troviamo il meglio della letteratura tedesca moderna e contemporanea: Goethe, Fontane, Kafka, Freud, Musil, Roth, Hesse, Brecht, Canetti, Grass, Zweig, Drewermann, Enzensberger, Fitzek, Améry, Grünbein sono stati tutti tradotti o perlomeno curati da Ganni – ponendolo così a pari livello, accanto a nomi già rinomati della germanistica italiana del Novecento, come Cesare Cases ed Ervino Pocar – ma vi spuntano anche, curiosamente (mi sarebbe piaciuto chiedergli come mai, da traduttore di saggistica) un paio di titoli, divulgativi ma divertenti, dello psicologo creatore della scuola di Palo Alto, Paul Watzlawick.

Per finire, mi piace accostare qui in limine alcuni giudizi su Ganni, espressi ‘a caldo’ (cioè, sulla spinta dell’emozione per la sua scomparsa, fra il 18 e il 20 luglio) da sue allieve o semplici colleghi in una mailing list per traduttori (in questo caso i nomi non contano):

  • gli devo molto sia dal punto di vista umano che professionale. A lui devo buona parte di quello che ho fatto in questi ultimi dieci anni: la mia prima traduzione e, a cascata, buona parte di quelle che sono venute dopo, che senza quella prima non ci sarebbero state, l’insegnamento all’università. Insomma, oggi prendo consapevolezza di quanto sia stata una presenza fondamentale nella mia vita, una persona che ha fatto la differenza. Un docente appassionato, un grande traduttore, una persona colta e aperta, piena di voglia di fare e sempre disponibile;
  • per molti colleghi è stato un mentore, un revisore prezioso, una figura ispiratrice;
  • lo ricordo gentile e scrupoloso;
  • ho avuto il piacere di lavorare con lui una sola volta e lo ricordo gentile e scrupoloso. Era evidentemente un uomo di cultura raffinata.

Non suonano inutilmente cerimoniosi (del resto, scrivere su una mailing list è una scelta libera, nessuno è tenuto a farlo se non si prova un’esigenza effettiva), quindi non sono neanche troppo distanti dalle attestazioni di grande affetto e stima, che va oltre quella intellettuale, espresse direttamente dallo scrittore e ispanista Ernesto Franco, in qualità di direttore editoriale Einaudi, quando ha ricordato la sua

cortesia di umanità opposta a quella di convenzione, la discrezione che si prende cura del prossimo opposta a quella che se ne disinteressa completamente, l’ironia che salva opposta a quella che ferisce. […] Enrico faceva parte di quelle rare persone che solo con la loro presenza sono capaci di trasmettere più equilibrio al gruppo in cui lavorano e conversano.

Ancora sul versante editoriale, l’ex direttore della raffinata casa editrice Hanser di Monaco, Michael Krüger (che conobbi alla Frankfurter Buchmesse come persona intellettualmente raffinata e di squisita cortesia), ha scritto un bel ricordo di Ganni sulla rivista specializzata «Börsenblatt» del 24 luglio 2020.

Trovo ammirevole anche la chiusa dell’articolo scritto da Luca Crescenzi per «il manifesto» del 21 luglio:

La sua discrezione a volte ironica mi pareva venire da una superiore saggezza, quella che in tedesco si chiama, con un bel termine, Souveranität. […] Non sono state molte, in questo paese, le persone capaci di restituire un’idea di cosa sia stata e di cosa significhi ancora oggi la classicità tedesca: il senso della misura e della civiltà nei rapporti umani, l’ironia come espressione critica del pensiero, il rifiuto dell’eccesso come principio morale, la ricerca inesauribile e congiunta della conoscenza e della felicità. Non sono stati molti, dicevo, gli intellettuali all’altezza di questo modello di civiltà e della capacità di trasmetterne l’esempio. Quegli intellettuali, però, hanno per qualche tempo reso migliore la germanistica e l’editoria italiana trasferendo in esse il senso della cultura per la vita. […] Ma ciò che muore, avrebbe detto Goethe, diventa. E il divenire di ciò che è stato deve essere il dovere di chi resta.

Dunque emerge, aleggia e si delinea da sé, quasi senza sforzo (come forse deve dare impressione di essere una buona traduzione?) la figura di un personaggio misurato, riflessivo, profondo, capace di entrare in sintonia con i propri interlocutori senza sovrastarli, ma anzi concedendo loro tutto lo spazio di cui hanno bisogno. Insomma, un concentrato delle qualità e delle caratteristiche che ogni traduttore vorrebbe trovare in un maestro. Invece oggi prevale troppo spesso la tendenza a parlare ‘sopra’, a esagerare, a forzare le proprie affermazioni, come a puntellare contro gli altri, che sono Mitmenschen, i propri consimili, la fragile debolezza dell’individualità personale, incapaci di ascoltarla, coltivarla e farla crescere in armonia condivisa.
Da quanto sono venuto riportando sin qui, mi illudo di credere che, invece, Enrico Ganni ci sia riuscito. E soprattutto che questo aspetto trasparisse agli astanti, seppur magari in maniera indistinta, anche attraverso un ‘sorriso sornione’ durante la presentazione di un libro al quale aveva dato il suo contributo, quale che fosse.

NOTE

1
Ringrazio Leonardo M. Pignataro per aver postato la foto su una mailing list per traduttori e Anna Nadotti anche per avermi concesso di riutilizzarla liberamente qui, oltre a una serie di informazioni che condivido nel mio post.

2
Per chi non conoscesse questa instancabile «critica letteraria, traduttrice e consulente editoriale per la letteratura inglese e indiana in lingua inglese», riporto qui di seguito alcune notizie cursorie, vale a dire scorciatoie informative mascherate da link a pagine su internet; l’ordine di presentazione vorrebbe essere top-down, cioè da siti più generali verso indicazioni sempre più specifiche, ma ognuno potrà riordinarli a suo piacimento (come pure suggerirne altri nei commenti a questo post, eventualità auspicata di cui ringrazio anzi sin d’ora i lettori benevoli).

  1. Ha partecipato al Festivaletteratura: clicca qui per la sua bio ed eventi collegati (anni 2002-2009).
  2. Tutti i 47 libri Einaudi legati al suo nome.
  3. Alcuni suoi insights sulla sua ritraduzione di La signora Dalloway di Virginia Woolf (Einaudi 2012).
  4. La collega Susanna Basso intervista Anna Nadotti sul numero 3 della rivista on-line «Tradurre» (autunno 2012).
  5. «Nazione indiana» ha raccolto le sue riflessioni approfondite e suggestive sul tradurre sia A.S. Byatt (con Fausto Galuzzi, 2010) sia A. Ghosh (con Norman Gobetti, 2016).
  6. Audio su «Radio Ca’ Foscari» in cui Anna Nadotti parla di Ghosh e del mestiere del traduttore (gennaio 2020).
  7. Un’intervista originale e ricca di spunti ad Anna Nadotti e Norman Gobetti sul tradurre a quattro mani, altrimenti detta più nobilmente ‘traduzione collaborativa’ (pubblicata il 26 novembre 2019).

Particolare dalla copertina della Karenina einaudiana: il volto di una delle più celebri bellezze russe dell’Ottocento, la principessa Leonilla Ivanovna Barjatinskaja, qui immortalata da Franz Xaver Winterhalter (1805-1873), famoso per tanti ritratti di regine.

3L’uscita della nuova versione di Anna Karenina suscitò qualche polemica, che vale la pena ripercorrere, non foss’altro per osservare che anche una traduzione può scaldare gli animi; perciò riporto qui appresso una serie di link sperabilmente utili a farsene un’idea propria (secondo un andamento che in parte riprende la struttura della nota precedente).

  1. Due confessioni-interviste-dichiarazioni, molto sincere, del giugno 2016 e dell’aprile 2018.
  2. Gli apprezzamenti di Ernesto Ferrero («La Stampa», 11 settembre 2016) e di Alberto Asor Rosa («la Repubblica», 1 febbraio 2017), da punti di vista differenti, con un borbottio di Gianfranco Petrillo (primavera 2017).
  3. Le prime osservazioni critiche, di Paolo Nori («Il Post», 5 luglio 2016), seguito in parte da Mario Caramitti («il manifesto», 17 luglio 2016).
  4. L’adattamento e regia di Valter Malosti, con messa in scena di Irene Ivaldi, presso il Teatro di Dioniso a Torino nel 2017.

4

Cfr. p.es. Roberto Calasso, L’impronta dell’editore, Adelphi, Milano 2013, p. 123.

5

Questa (nuova, o meglio ‘aggiornata’) edizione einaudiana di Opere complete di Walter Banjamin consta di sette volumi, ognuno dei quali porta il titolo Scritti, seguito dagli anni specifici di composizione (da 1906-1922 fino a 1938-1940), più il volume iniziale, del 2000, I «passages» di Parigi e quello conclusivo, del 2014, di Frammenti e paralipomena, che per la loro natura ‘imperfetta’ esulano almeno in parte da quel criterio. Dunque dall’edizione Agamben, pubblicata nel decennio 1982-93, mancavano gli scritti dell’ultimo ventennio di vita di Benjamin. Le Gesammelte Schriften constano di sette volumi (suddivisi in più parti, per un totale di quattordici tomi), pubblicati dal 1972 al 1989 «in collaborazione con Theodor W. Adorno e Gerschom Scholem e a cura di Rolf Tiedemann e Hermann Schweppenhäuser […] secondo criteri formali e di contenuto»; essi «hanno accettato, affiancati da Enrico Ganni, di curare anche quella [sc., l’edizione] italiana» (cito dall’Avvertenza editoriale dei «Passages» di Parigi, t. I, p. VII).

6

Su Bazlen si vedano altri dettagli biografici nella voce firmata nel 1988 da Aldo Grasso per il vol. 34 del Dizionario biografico degli italiani.

7

La differenza è che all’epoca (prima metà degli anni Sessanta) praticamente non c’erano edizioni davvero attendibili del filosofo tedesco, neanche in originale, mentre Einaudi decise di tradurre integralmente Benjamin soltanto una decina d’anni dopo l’avvio dell’edizione completa Suhrkamp (e non so se fu Agamben a proporlo o, al contrario, l’editore stesso incaricò il giovane e ambizioso studioso italiano – sta di fatto che l’uscita nel 1982 del primo tomo, Il concetto di critica nel Romanticismo tedesco. Scritti 1919-1922, trad. di Claudio Colaiacomo, poi studioso leopardiano, tornò utile per alcuni dettagli della mia tesi di laurea; osservo che nel 2017 è stata ritradotta la sola “Dissertation” con cui Benjamin si laureò nel 1919, a ventisette anni: Il concetto di critica d’arte nel Romanticismo tedesco, Mimesis, a cura di Nicolò Pietro Cangini). Sui testi niciani ritengo ancora proficui i saggi con cui si apre e chiude la guida Nietzsche. Etica, Politica, Filologia, Musica, Teoria dell’interpretazione, Ontologia, curata da Maurizio Ferraris (Laterza 1999), che firma anche quei due contributi (il secondo con Pietro Kobau: “I. Vita, opere, fortuna”, pp. 3-51 e “VII. La questione dei testi”, pp. 277-303). Assai più recente, si veda anche questa recensione di Alfonso Berardinelli a un libro di Sossio Giametta, sodale e collaboratore di Collli e Montinari.

8

Anche questa informazione preziosa deriva dall’articolo di Gilodi.

La ‘passione’ editoriale

Questo post prosegue idealmente quello del primo novembre, dato che rilancia l’iniziativa di ACTA (rectius hodie: redACTA) sulle condizioni effettive in cui oggi viene praticata l’attività editoriale: che tipi di lavori vengono svolti, con che tempistiche, ma soprattutto quanto sono retribuiti, e con quanto ritardo si riescono a vedere quei pochi, ingrati euro.

Proprio oggi pomeriggio, a Milano, redACTA ha organizzato una specie di manifestazione, pacifica e ironica, che ha definito

una  passeggiata cultural-grottesca in compagnia dei lavoratori e delle lavoratrici dell’editoria […] una via crucis, che sarà anche una specie di riunione aperta itinerante

con partenza alle ore 16:00 dalla Fondazione Feltrinelli (viale Pasubio 5).
Qui c’è l’evento facebook. Qui il podcast di un’intervista a Radio Popolare (inizia a 7:04 e finisce a 17:37), in cui si racconta il lavoro fatto sinora e le ragioni per organizzare una via crucis durante Bookcity, che chiuderà domani. Aggiungo adesso anche il link per ascoltare o scaricare l’intervista di “Sabato libri” a Lara e a Maria Angela (inizia a 16:51), presso la stessa emittente.

L’illustrazione grafica del volantino distribuito durante la via crucis.

Insomma, un’arlecchinata, però non “russa” e che ai bastoni o al lancio di sanpietrini preferisce esibire sarcasmi e sberleffi (non ho sentito bene: forse qualcuno ha detto «una risata vi seppellirà»…?). Il ricordo torna dunque alle originali messe in scena, pochi anni fa, della Rete dei Redattori Precari (ormai estinta, anche perché «le forze sono venute a mancare a un certo punto proprio perché spesso chi ci doveva sostenere ci ostacolava», come oggi confessa amaramente, ma senza rimpianti, una delle ex-coordinatrici).

Senza aggiungere altro, riporto qui appresso il testo stampato sui volantini distribuiti durante la performance.

Da qualche parte del mondo, ogni giorno, un giovane neolaureato o neolaureata si sveglia, non trova lavoro e spera che la sua passione per i libri possa essere la chiave di volta.
Allora si iscrive a un master in editoria, “investe” in uno stage dopo l’altro, inizia a districarsi nella giungla delle collaborazioni.
Non accende un mutuo e inizia a pensare che l’unica cosa da “accendere”, invece, siano le pile di best-seller nelle vetrine delle librerie di catena.
RedActa mette in scena la parabola di una passione che si fa Passione, un percorso che vi condurrà attraverso sei stazioni che ogni professionista editoriale è costretto ad attraversare per discendere dai paradisi della cultura agli abissi delle redazioni, girone dopo girone. Sono consigliate scarpe comode e penne rosse!

😉

[edit:]

Il 21 novembre 2019 è uscita sul sito di ACTinrete un breve resoconto della suddetta via Crucis: niente di che, ma se non avete idea dei motivi viscerali per cui si protesta, basta leggersi alcuni dei brani lì riportati per capire quali sono i problemi che devono affrontare e sopportare. Ecco perché il titolo è “Che cos’è successo alla nostra passione?” – e sì, dopotutto si può anche cassare il punto interrogativo finale…

sondaggio ACTA sul lavoro editoriale

 

Sono effettivamente fuori dal giro da cinque anni ed è sempre più difficile rientrarci. Ma questa nuova indagine, promossa dall’associazione dei professionisti ACTA NOTA 1 aiuta a capirne meglio i motivi (o almeno, una parte, al netto di quelli meramente soggettivi): la situazione è peggiorata, se possibile (e sì, purtroppo è davvero possibile – della serie: la realtà supera la fantasia, ma è anche giusto che sia così…), e Roma in particolare versa in una situazione esecrabile.
Certo, l’indagine è parziale e quindi ci potrebbero essere realtà anche più degradate. Ma di fatto i centri dell’editoria sono concentrati soprattutto al Nord, meno al centro, ancora meno al Sud (i nomi che verranno in mente ai miei pochi lettori, sono appunto l’eccezione che conferma la regola); quindi è probabile che ampliando il campione, il ‘succo’ non cambi.
In ogni caso sappiate che il sondaggio è ancora aperto (è organizzato in due metà: clicca qui per la prima parte e clicca qui per la seconda parte), e per quanto ne so lo rimarrà ancora a lungo, come una sorta di “laboratorio in progress”, per offrire a tutti la possibilità di far sentire la propria voce e manifestare il proprio disagio professionale, che diventa anche malessere esistenziale.
Qui sotto ricopio un post dal loro sito ufficiale, rilasciato dopo la conferenza pubblica tenuta lo scorso lunedì, 25 ottobre, a Milano [to be continued… stay tuned for more!].

Un momento del dibattito durante la presentazione dei dati a Milano (25 ottobre 2019)

I primi risultati della ricerca sull’editoria di Acta presentati a Works in progress

Il lavoro editoriale: trick or treat? (1ª parte)

Negli ultimi mesi, Acta ha condotto un’indagine sui lavoratori dell’editoria: redattori, traduttori, grafici e illustratori, protagonisti dietro le quinte di ogni libro che si acquista in libreria. A “Works in Progress. Il lavoro in prospettiva”, l’evento milanese della European Freelancers Week organizzato da Acta e SMart, sono stati presentati per la prima volta i risultati parziali della ricerca. La discussione con i relatori invitati (Sandra Furlan, esperta di editoria digitale e attualmente responsabile di produzione di Storytel, Raffaele Scelsi, editore di Shake Edizioni e editor Feltrinelli, e Paolo Rui, illustratore e rappresentante dell’associazione Autori d’immagini) è stata intensa e stimolante.

Portata avanti da alcuni soci Acta con la collaborazione di diversi lavoratori del settore, l’indagine ha preso il via da una serie di riunioni aperte a Milano e a Roma, cui sono seguite interviste individuali in tutta Italia. Da queste è emersa una tendenza all’esternalizzazione del lavoro redazionale e un crescente ricorso agli studi editoriali (il caso di Roma da questo punto di vista è particolarmente allarmante) che hanno prodotto una netta compressione delle tariffe, una crescente despecializzazione dei professionisti e un crollo della qualità del lavoro.

L’indagine è proseguita con un sondaggio online (è ancora aperto!). Scendendo nel dettaglio, l’identikit dei lavoratori editoriali che emerge dalle risposte al nostro sondaggio è abbastanza netto: la maggior parte sono donne, residenti al Nord (soprattutto a Milano), con una formazione elevata (spesso post-universitaria, la metà ha una formazione specifica per il settore editoriale) e per i ¾ sono freelance.

Dai dati raccolti si evince inoltre una forte informalità nei rapporti con i committenti. Questa si riflette nella scarsa contrattualizzazione (escludendo le traduzioni, solo un quarto delle prestazioni è regolato da un contratto, per il resto basta una mail o una telefonata) e nella tendenza a trovare clienti attraverso reti amicali e committenti per cui si sono svolti lavori in precedenza. Le prestazioni sono pagate soprattutto  “a pezzo” (la cartella editoriale) con una discreta incidenza dei forfait.

Punti dolenti sono i tempi di pagamento, la maggior parte dei lavori viene pagata a 60 giorni (tempistica ammessa dallo Statuto del Lavoro Autonomo solo in presenza di un accordo scritto tra le parti, accordo che nei casi analizzati manca quasi sempre), e l’esiguità dei compensi. Più della metà degli intervistati dichiara di avere un reddito annuo lordo, per quanto riguarda il lavoro editoriale, inferiore ai 15.000 euro (gli uomini, freelance o meno, guadagnano tendenzialmente di più), motivo per cui sono costretti spesso ad “appoggiarsi” al reddito del partner o a svolgere altri lavori in settori differenti. Tutto questo a fronte di un impegno settimanale medio di almeno 40 ore.

Grazie al sondaggio sono stati raccolti i tariffari della maggior parte delle case editrici e di numerosi studi editoriali, oltre alla media oraria di cartelle per tipo di prestazione. È dunque possibile risalire ai compensi orari medi delle principali lavorazioni. Due esempi:
* Per una prima bozza il compenso orario lordo medio è di 13,9 €, mentre il minimo arriva a 4 €.
* Per una revisione di traduzione, prestazione con un livello più alto di specializzazione, la tariffa media a cartella è circa doppia di quella della prima bozza, ma il compenso orario medio è inferiore, 13,2 € (il minimo 5 €).
Compensi miseri, scarsa contrattualizzazione e, a detta di tanti intervistati, un peggioramento costante della qualità del lavoro descrivono un settore fondato sullo sfruttamento dei suoi lavoratori più fragili, tra cui tanti freelance.

Durante l’evento svoltosi nella sede della Città Metropolitana di Milano, Sergio Bologna ha voluto sottolineare la dimensione cittadina di un sistema che va ben oltre l’editoria:
«Milano, con tutta la sua economia degli eventi, il mercato dell’arte e della videoarte, è la città dove il lavoro intellettuale è sfruttato di più. Se ne esce prendendo coscienza e cominciando a dire la verità, compresi i nomi di chi paga male, poco o per niente.»

Acta ha pronte cinque proposte per cambiare la situazione, le presenteremo nella seconda parte di questo post. A lunedì!

ACTA Ricerche

 

Ed ecco effettivamente anche la agognata seconda parte (pubblicata il 4 novembre 2019 in questa pagina, da cui la ricopio pari pari, ossia senza modificare una virgola – WordPress è stato bravo nel riuscire a mantenere anche la formattazione della tabella, che una volta era la ‘besta nera’ di chi lavorava sulle pagine Html). Si tratta cioè del seguito dell’indagine di cui sopra, costituito da una serie di proposte SERIE e MOTIVATE → ⇒ ⇓

Le proposte di Acta per cambiare l’editoria: compensi, riconoscibilità, contratti e stage

La nostra inchiesta ha raccontato un settore fondato sullo sfruttamento di professioniste e professionisti qualificati, in molti casi freelance. In questa seconda parte del post presentiamo le nostre proposte per cambiare la situazione.

Compensi

Lavorare a tempo pieno per il settore editoriale non garantisce, in molti casi, un guadagno sufficiente per una vita dignitosa. Occorre cominciare a parlare di compensi minimi, che naturalmente non devono essere intesi come quelli massimi, in modo da mettere un freno allo sfruttamento dei professionisti, i più giovani dei quali spesso non hanno riferimenti per interpretare il mercato.

Ma come calcolare i compensi minimi per lavori pagati “a pezzo”? Un modello esiste, è quello utilizzato dalla Low pay commission britannica – in cui siedono sindacati, datori di lavoro ed esperti. Si parte dal numero medio di pezzi prodotti in un’ora (le cartelle/ora che abbiamo rilevato nel sondaggio), lo si divide per 1.2 – per evitare di penalizzare i nuovi arrivati, più lenti – e infine si usa quel numero per dividere il salario minimo orario (noi abbiamo preso come riferimento i minimi tabellari del CCNL Grafici-Editoriali). Alla cifra risultante abbiamo aggiunto un 20% per tenere conto dei costi aggiuntivi (formazione, amministrazione, promozione) e dei rischi a carico dei freelance. Ecco un paio d’esempi:

Prestazione Compenso medio (e minimo) rilevato nel sondaggio Media cartelle/ora Salario netto mensile di riferimento (e relativo inquadramento) Compenso minimo basato su CCNL Compenso minimo freelance (+20%)
Prima bozza 1.6 (0.72) € a cartella 11.3 /ora 1162 €  (C1) 1.8 € a cartella 2 € a cartella
Revisione di traduzione 3.2 (2) € a cartella 4.6 /ora 1259 €  (B3) 4.8 € a cartella 5.8 € a cartella

Se i compensi minimi individuati sembrano alti vale la pena precisare tre fattori che contribuiscono a comprimere i valori che abbiamo calcolato:

  • I minimi salariali garantiti dal CCNL sono abbastanza esigui e per i nostri esempi abbiamo scelto inquadramenti medio-bassi;
  • Da tutte le interviste con freelance e dipendenti (soprattutto i più esperti) è emerso che negli anni il carico di lavoro richiesto per le singole lavorazioni è aumentato costantemente. Per esempio, è ormai abbastanza comune che quella che viene chiamata “prima bozza” diventi una “lettura attenta alla lingua”, in sostanza una revisione di traduzione (o un editing) low cost;
  • Le magre tariffe attuali costringono a lavorare a grande velocità. Il rapporto cartelle/ora che abbiamo rilevato è tendenzialmente “alto”, e secondo molti non consente di svolgere sempre un lavoro di qualità. Per risultati migliori sarebbe auspicabile lavorare meno cartelle ogni ora, a patto che la tariffa guadagnata lo consenta.

A carico del committente devono inoltre essere le spese necessarie allo svolgimento del lavoro, come stampa e licenze software. In più, deve essere previsto un compenso addizionale per i lavori svolti con urgenza o durante il weekend e, nel caso di progetti sostanziosi, occorre prevedere un compenso per le attività di coordinamento e controllo.

Tutto questo deve valere anche per gli studi editoriali (su cui abbiamo raccolto gli aneddoti più inquietanti), che spesso praticano scontistiche esagerate sulle spalle dei freelance. In questo modo, come riscontrato in diversi casi, un professionista che passa dall’intermediazione dello studio può trovarsi a lavorare per la metà del compenso pagato dall’editore. Questo è inaccettabile.

Riconoscibilità dei professionisti

L’invisibilità dei collaboratori non consente la loro valorizzazione come professionisti e spesso permette di celare la continuità dei rapporti (è il caso delle tante partite iva mono-committente che abbiamo intervistato). Occorre maggiore trasparenza: il nome di tutti i professionisti che hanno partecipato alla creazione del libro deve per legge essere inserito nel colophon, dove attualmente (per legge) sono presenti solo i nomi di traduttori e illustratori. Nelle situazioni in cui il nome non possa comparire (ghost writer), deve essere prevista una remunerazione aggiuntiva compensativa.

Cause pilota

Come abbiamo visto, nel settore editoriale sono ammesse pratiche in palese conflitto con la legge. I problemi più diffusi riguardano:

  • Tempi di pagamento ben oltre i limiti previsti dallo Statuto del Lavoro Autonomo (spiccano anche in questo ambito gli studi editoriali, che spesso scaricano sui freelance i ritardi nei pagamenti degli editori);
  •  Contratti con clausole “creative”, o mancanza di stabilizzazione per partite iva che lavorano quotidianamente in redazione da anni.

Questa diffusa illegalità non è ammissibile. E se i singoli professionisti spesso esitano ad adire vie legali, Acta è disposta a valutare l’avvio di un crowdfunding e il sostegno legale a cause pilota per concentrare tutta l’attenzione mediatica e giudiziaria necessaria per eliminare queste pratiche.

Stage

L’attuale legislazione sugli stage consente clamorosi abusi di uno strumento formativo che, nei fatti, viene utilizzato per sfruttare manodopera qualificata. Nelle nostre interviste le storie sugli stagisti sono le più tristi e grottesche, valga per tutte quella dei 7 giri di bozze per 7 stagisti che abbiamo raccontato il 25 ottobre. Occorre intervenire sulle leggi che regolano gli stage:

  • Le regole sul rapporto massimo stagisti/dipendenti  e la garanzia di un compenso minimo devono essere estese anche agli stage curricolari;
  • Gli stage non devono in ogni caso superare i 3 mesi.

Nei prossimi mesi presenteremo la nostra analisi del settore editoriale e le proposte per cambiarlo a tutti gli attori della filiera, compresi gli enti di formazione (master e scuole di editoria potrebbero svolgere un ruolo importante per aiutare i professionisti meno esperti), e a chiunque sarà interessato ad ascoltarci. Ma tutto questo è rivolto innanzitutto ai lavoratori e alle lavoratrici del settore editoriale e culturale, a cui il sistema attuale non garantisce una vita dignitosa.
Se volete partecipare alla nostra iniziativa, scrivete a ricercaeditoriacta@gmail.com. Da soli siamo deboli, ma insieme possiamo trovare la forza per essere tutti liberi di non sfruttarci.

ACTA Ricerche
Aggiungo inoltre qui un link a un primo evento (si apre un pdf), “Works in progress – Il lavoro in prospettiva” (tenutosi per l’intera giornata del 25 ottobre a Milano in via Vivaio 1), che si è chiuso con la presentazione della ricerca di cui sopra, «la parte davvero interessante» a dire di un testimone oculare.
Comunque, per sicurezza, lo riproduco in parte qui appresso (tanto non darà alcun fastidio, in quanto non andrà a leggerlo nessuno):
 

Dopo un welcome coffee, ecco le varie sezioni in cui si è articolato:

10.00-12.00

NUOVI LAVORI E MICROJOBS: COME CAMBIANO IL LAVORO E LE TUTELE

Introduce e modera Elena Buscemi – Consigliere delegato a Lavoro, Politiche Sociali Città metropolitana di Milano

Presentazione di alcune indagini a livello europeo

Gabriella Alberti – Università di Leeds

Annalisa Murgia – Università degli Studi di Milano

Ivana Pais – Università Cattolica del Sacro Cuore

Tavola Rotonda – quali diritti per i nuovi lavoratori: compensi e welfare

Maurizio Del Conte – Presidente AFOL Metropolitana

Donato Nubile – Presidente Smart Italia

Alessandro Ramazza – Consigliere di Amministrazione Randstad Group Italia

Anna Soru – Presidente ACTA

Paolo Terranova – Fondazione Di Vittorio

Gregorio Tito – Direttore INPS – Coordinamento Metropolitano di Milano

 

12.00-15.30

WORKSHOP

12-12.50

Ricomincia da te: scoprire le tue competenze chiave

Chiara Bonomi e Paola Pesatori – SALA TAVOLO ROTONDO

La fattura elettronica passo passo sul sito dell’Agenzia delle Entrate

Irene Bortolotti – SALA NUOVA

AFOL Metropolitana – E se volessi diventare un’impresa?

Maria Minervini – SALA PEDENOVI

14.00–14.45

Maternità e malattia Ma… quali sono i diritti?

Samanta Boni – SALA TAVOLO ROTONDO

Restare autonomi con le tutele di un dipendente: il nuovo CCNL delle cooperative e imprese sociali di produzione culturale

Morea Velati/Alessio Realini – SALA NUOVA

I segreti di LinkedIn raccontati in 10 buoni consigli

Elena Artus Martinelli – SALA PEDENOVI

14.45-15.30

Come difendersi dai propri clienti

Marco Lambiase – SALA TAVOLO ROTONDO

Gestire il conflitto

Daniele Scaglione – SALA NUOVA

Freelance e diritto d’autore: come proteggere e far circolare il proprio lavoro

Anna Pirri – SALA PEDENOVI

La partecipazione ai workshop è gratuita, previa prenotazione

 

15.30-17.00

IL MITO DELLA CLASSE CREATIVA A MILANO E IN ITALIA: IL SETTORE DELL’EDITORIA

Introduce Maria Cristina Pinoschi – Vice Direttore Generale Città Metropolitana di Milano

Presentazione di un’indagine realizzata da ACTA sui professionisti dell’editoria

Ne discutono:

Sandra Furlan, esperta di editoria digitale, responsabile produzione Storytel Italia

Raffaele Scelsi, Shake Edizioni

Testimonianze di alcuni lavoratori intervistati

Modera Annalisa Murgia

 

 

NOTE

Nota 1 – Attenzione alle omonimie, per non confonderla con la sigla dell’accordo anti-contraffazione e con un’altra associazione con fini turistico-culturali. Clicca qui per tornare su, da dove sei partito

Treccani: piccole gratificazioni e piccole critiche

Botta e risposta fra il sottoscritto e la redazione Treccani (on-line)

Ecco, ho ceduto alla tentazione di gloriarmi per il riconoscimento di una semplice segnalazione al Vocabolario Treccani di italiano on-line.
Vabbè, nella mia domanda c’è una ripetizione fastidiosa (chi la scopre per primo può denunciarla nei commenti alla fine del post, ma tanto si gareggia per la pura gloria…!) e il dizionario di Caffarello è IMHO ancora un buon strumento di lavoro sull’archeologia antica, ma la soddisfazione del sottoscritto è stata così grande da voler essere condivisa. Qui e ora.
L’avverbio temporale non è un vezzo casuale, ma serve finalmente a esplicitare che attestazioni analoghe mi erano già state fatte in precedenza: posso provarle almeno in due occasioni, cioè precisamente

  • il 1° ottobre 2014, quando avevo segnalato l’assenza di una variante letteraria (vedi seconda immagine)

dolio (1) VAR. LETT. doglio

  • e alla fine di ottobre 2015, perché mancava un rimando incrociato (vedi terza immagine).

Aggiunta del lemma ‘taglieggiamento’

Noto però qualche differenza rispetto a quei casi, e riflettendoci su il compiacimento trascolora in toni meno gai (altro che sfumature di grigio…).
Gli anni scorsi, come si vede dai due screenshots fatti al mio archivio di posta (Thunderbird), la Segreteria Redazione Treccani Online mi aveva scritto tramite posta elettronica (nel secondo caso, c’era stata anche la richiesta di un chiarimento tecnico, che qui è inutile riportare), dato che per comunicare occorre iscriversi al sito. In ogni caso la correzione è stata tempestiva, nell’arco di un giorno o due.
Adesso sono venuto a conoscenza di questa risposta proprio perché, non ricevendo alcuna risposta per via telematica, sono andato a controllare se avessero aggiornato comunque tacitamente il sito inserendo il lemma di cui avevo notato la mancanza e che suggerivo di integrare.

Se inserite la parola ‘cnemide’ nel Vocabolario on-line, in una colonna a destra compare l’inizio di questa risposta, cliccando sulla quale appare dunque la pagina riportata nell’immagine che apre questo post, probabilmente piazzata lì in attesa di aggiornare il sito.
Sarà dunque troppo pessimista pensare che siano stati mandati a casa i redattori-segretari e/o che siano stati perlomeno ridotti gli operatori adibiti a modificare il lemmario? Infatti la mia e-mail (il cui contenuto è proprio quello rubricato sotto DOMANDA) a redazione@treccani.it porta la data del 17 febbraio scorso: ormai tre settimane sono passate senza colpo ferire.
So bene che la redazione della enciclopedia è stata smantellata da molti anni (qualcuno ha detto Franco Tatò? d’accordo, ma non può essere il capro espiatorio, idem per l’avvento delle nuove tecnologie… si tratta di un enorme processo trasversale e irresistibile, ormai pressoché compiuto nel bene e nel male), e non pretendo nemmeno che debbano rispondere a tutte le segnalazioni. In questo caso, però, è stato fatto, riconoscendo la pertinenza di altre mie comunicazioni (cosa di cui ringrazio pubblicamente chi l’ha voluto comunicare, anche se non era tenuto/a), ma come mai non è stato ancora inserito il lemma?

Forse perché hanno letto le osservazioni critiche che muovo all’operato dell’augusto Istituto nel mio saggio-monstre sulla assenza del lemma ‘traduzione’ nella storica «Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti»: La traduzione e la Treccani: un rapporto difficile?, pubblicata nella rivista «Fogli di filosofia» della Scuola superiore di studi in filosofia dell’università di Roma “Tor Vergata”…?

Siete pronti a “Osare l’Enciclopedia”?

Forse è uno dei post più brevi in assoluto (magari sto imparando…): subito qui il link pertinente (ehi, mancano appena due giorni: affilate i vostri browser!) e poi spazio all’immagine:

Edition Numérique collaborative et CRitique de l’Encyclopédie

Intanto per ingannare l’attesa ho acquistato, nella versione PDF, il libro che occhieggia dal fondo dell’angolo inferiore destro…


AGGIUNTA DEL 25 OTTOBRE 2017

La messa on-line della prima edizione digitale, critica e collaborativa dell’Encyclopédie ha modificato radicalmente l’home page, per cui inserisco qui sotto un paio di link per chi fosse interessato a procurarsi per pochi euro (8,99 in PDF, 14 su carta) il distillato delle ricerche svolte dall’equipe di ricercatori per approntare il progetto in questione:

sito dell’Académie des sciences

sito dell’editore

Lo consiglio a chiunque voglia farsi un’idea chiara e sintetica dell’essenziale che c’è da sapere sulla grande opera illuminista (su cui tornerò presto).

Un “tesoro nascosto” sotto la polvere da 250 anni

Procura una certa soddisfazione vedere che un documento, trovato un po’ casualmente in rete e in apparenza dedicato a un argomento peregrino e trascurabile, è riuscito a farsi strada sino a diventare (suppongo con qualche aggiornamento e modifica) un titolo pubblicato da una collana assai rispettabile e giustamente lodata da tanti anni.

La copertina del libro di Linn Holmberg, nuovo di zecca (2017).

Mi riferisco a Linn Holmberg, The Maurists’ unfinished encyclopedia (ISBN 9780729411912), uscito a febbraio di quest’anno nella “OSE”, cioè la collana “Oxford University Studies in the Enlightenment”, che dal 2013 ha soppiantato la gloriosa “SVEC”, ossia gli “Studies on Voltaire and the Eighteenth Century” nei quali dal varo nel lontano 1955 a opera di Theodore Besterman hanno visto la luce oltre 400 titoli NOTA_1.

Tra essi, rammento che alla Voltaire Foundation si devono parecchie edizioni critiche: le Œuvres complètes volterriane, quelle di Montesquieu (previste in 28 tomi, undici dei quali in collaborazione con l’Istituto italiano di studi filosofici di Napoli), la Correspondance complète di Rousseau (a cura di R.A. Leigh, 49 voll. + 3 di apparati vari, 1965-1998), le lettere di Pierre Bayle, Claude-Adrien Helvétius e molto altro ancora. Inoltre da lì si raggiunge comodamente una pagina con 39 collegamenti relativi al Settecento e all’Illuminismo, fra i quali spiccano (a mio gusto) la pagina dalla quale è possibile cercare fra le opere di Voltaire (ospitata dal sito ARTFL, noto tra l’altro per la versione on-line dell’Encyclopédie) oppure frugare negli scambi epistolari dell’epoca, grazie all’originale sito Electronic Enlightenment — letters & lives online.
Concessa questa breve divagazione, torno all’argomento principale, per sottolineare che in un certo senso il bello, dopo aver scorto l’uscita del volume, è la permanenza on-line della versione PDF primigenia, intitolata The Forgotten Encyclopedia. The Maurists’ Dictionary of Arts, Crafts, and Sciences, the Unrealized Rival of the Encyclopédie of Diderot and d’Alembert e nata come tesi di PhD in storia delle scienze e delle idee all’università di Umeå nel 2014 NOTA_2

La copertina della tesi di dottorato di Linn Holmberg (2008).

Vediamo di cosa si tratta; mi baso sulla versione on-line, non avendo intenzione di spenderci 70 sterline (82€, 88$), soprattutto dopo essermi già sfogliato praticamente tutto il PDF (in gran parte sul tablet, gran comodità).

Anzitutto dirò che si tratta di un (raro?) caso di scoperta vera e propria, cioè in cui la ricercatrice ha quasi letteralmente riesumato quello che possiamo chiamare il “torso”, l’abbozzo di un grandioso lavoro originale che avrebbe voluto rivaleggiare con l’opera realizzata da d’Alembert e Diderot, ma attorno a metà Settecento venne accantonato definitivamente, per ragioni non ancora accertate, ed è rimasto del tutto ignorato fino a quando il suo intuito non le ha fatto avvertire che si poteva trattare di qualcosa di interessante, su cui valeva la pena “perdere tempo” a indagare.
Già nel 2008, mentre scriveva la sua tesi di master, Linn aveva letto di una sorta di enciclopedia redatta dai padri benedettini NOTA_3, ma non trovando altri riscontri aveva dedotto che non era stata pubblicata (Holmberg p. 15). In sé il ragionamento era corretto, ma le era rimasta quella “pulce nell’orecchio”: per cui nel 2009 scrisse direttamente al fondo manoscritti della Bibliothèque nationale française chiedendo “lumi” su quella segnalazione, a sua conoscenza fatta solamente da Micheline Meillassoux-Le Cerf, Dom Pernety et son milieu (1716–1796) – Contribution à l’histoire de la sensibilité et des idées à la seconde moitié du XVIIIème siècle (tesi all’Université de Paris-IV Sorbonne, 1988, pp. 45-46) che curiosamente la riprendeva dalle stesse pagine della monografia del decano Jacques Proust, L’Encyclopédie (Colin, Paris 1965): entrambi qualificavano strange/étrange il materiale incontrato (Holmberg p. 54). Ma come loro, nessun altro si era dato la pena di approfondire: dunque nella ricerca ci possono essere strade accennate che rimangono a lungo deserte e, quindi, praticamente invisibili.
Comunque sia, in un paio di settimane le giunse la risposta della massima biblioteca di Francia: effettivamente c’erano sei volumi di “Matériaux pour un Dictionnaire des arts et sciences, par dom Antoine-Joseph Pernety”. Tempo un mese, Linn era a Parigi e dopo averli consultati, decise di dedicarvi la sua tesi di PhD (Holmberg pp. 15-17)!

Per sapere chi è questa studiosa così acuta e intraprendente, rimando all’autopresentazione sul blog della Voltaire Foundation.

Tornando alla sua “enciclopedia perduta”, un aspetto buffo o paradossale è che, almeno nelle primissime fasi, l’opera benedettina e quella degli illuministi vennero portate avanti a poche centinaia di metri l’una dall’altra, probabilmente senza esserne rispettivamente a conoscenza: c’era in effetti tanta attenzione a quel nuovo tipo di genere editoriale.
La prima fu redatta nell’abbazia di Saint-Germaine-de-Prés, la seconda, almeno secondo alcune leggende, in parte al Café ProcopeNOTA_4.
Chi si interessa delle enciclopedie moderne troverà molto ricco il lavoro svolto da Linn Holmberg. Non potendo dare conto di tutto, mi limiterò qui a selezionare alcuni aspetti per me più significativi.
Già dai ringraziamenti, ma ancor più dallo sviluppo e dall’argomentazione dei capitoli emerge chiaramente il suo debito nei confronti delle migliori ricercatrici sul campo: Marie Leca-Tsiomis e Martine Groult, ma non mancano riferimenti anche a Darnton, Eisenstein, Chartier, Martin, Tanselle, Yeo, Gay, Kafker, Goodman, Outram, Edelstein, insomma tutti i maggiori specialisti. A questo si aggiunge la rilevantissima quantità di studi eruditi ed estremamente specifici di cui grondano le note (v. soprattutto nel cap. 7), che mettono al sicuro le sue affermazioni da qualunque accusa di superficialità e approssimazione.
La «terra incognita» che calcava per la prima volta (Holmberg p. 30) poneva problemi non semplici: scegliendo l’approccio microstorico indiziario promosso da Carlo Ginzburg, si è dovuta occupare di storia e produzione libraria (soprattutto nel versante materiale!), di scrittura manoscritta, paleografia (compresa l’analisi degli inchiostri adoperati), analisi forense, appoggiandosi anche al supporto di archivisti esperti della Bibliothèque.

Un esempio (quasi una pagina “pronta”) dei materiali preparatori giacenti alla BNF (metà XVIII secolo).

Che cosa si è trovata in mano Linn, dopo aver tolto strati di polvere pluricentenari? Quasi 7000 blocchi di testo (non esattamente corrispondenti a ‘lemmi’), riportati su oltre 1400 fogli e corredati da ca. duecento figure, ordinati sia alfabeticamente sia per temi, ossia un po’ come la successiva e mastodontica Encyclopédie méthodique di Charles-Joseph Panckoucke (Holmberg pp. 41 e 172). Dopo aver ricostruito il loro iter in 170 pacchi dall’abbazia (l’ordine dei padri maurini fu sciolto dai rivoluzionari e un incendio nell’agosto 1794 distrusse quasi completamente le opere a stampa raccolte nella loro biblioteca, una delle più grandi di Francia, con quasi 50mila volumi – invece fortunatamente si salvarono 7000 manoscritti, archiviati altrove) alla Bibliothèque nationale, in cui furono ricatalogati fra il 1830 e il 1852 (Holmberg, pp. 46-47). Alla nostra eroina ci vollero quasi sei mesi, prima di riuscire a discernere calligrafie differenti, ma alla fine non ebbe dubbi: si trattò di un «progetto collaborativo» che coinvolse sette o otto persone diverse, anche se la loro identità rimane tuttora inattingibile, tranne due, ai quali in passato era stato attribuito erroneamente l’intero progetto (Holmberg p. 72).
Come l’Encyclopédie sorse dal progetto di tradurre la Cyclopaedia di Chambers (ispirato dal Lexicon Technicum di John Harris), adattandola e infine ampliandola sino a farne un prodotto originale, così questa enciclopedia benedettina prese le mosse dalla traduzione di un manuale di matematica in 3 volumi dell’illuminista tedesco Christian Wolff, svolta probabilmente fra il 1743 e il 1747, e integrata con brani opportunamente scelti dal Dictionnaire de Trévoux NOTA_5 (che sappiamo essere a sua volta un rifacimento del dizionario di Basnage de BeauvalNOTA_6, il quale rifiugiatosi in Olanda dal suo amico Pierre Bayle aveva riscritto [1701] a sua volta in chiave protestante il Dictionnaire universel di Furetière,

Ritratto e dizionario di Antoine Furetière (seconda edizione, 1701, riveduta da Basnage de Beauval).

e fu poi rimaneggiato con ampliamenti da Jean-Baptiste Brutel de la Rivière nel 1727, sempre in Olanda) per gli àmbiti assenti da quello, più una nutrita serie di dizionari e testi specialistici (Holmberg capp. 8 e 12), con particolare attenzione ai 2 volumi del Dictionnaire universel de mathématique et de physique, où l’on traite de l’origine, du progrès de ces deux sciences et des arts qui en dépendent et des diverses révolutions qui leur sont arrivées jusqu’à notre temps, avec l’explication de leurs principes et l’analyse des sentiments des plus célèbres auteurs sur chaque matière di Alexandre Saverien, pubblicato a Parigi nel 1753.

L’anno successivo, o al massimo nel 1755 il lavoro fu interrotto bruscamente. Se ne possono congetturare varie cause, non ultima proprio la presenza sul mercato editoriale dell’Encyclopédie (il cui primo volume era uscito nel 1751).

Peccato, potremmo dire col senno di poi, perché «The Benedictines were making a new kind of dictionary: a hybrid. They were not compiling yet another specialized subject dictionary, but nor a universal dictionary in the tradition of Furetière. It was a dictionary of arts, crafts, and the related sciences, from where religion, metaphysics, ethics, politics, and jurisprudence were omitted. […] In contrast to the encyclopédistes, the monks did not explain or justify their exclusions with epistemological arguments. By simply focusing on the concrete, they took an alternative, non-confrontational road and arrived to a ‘similar’ result – in the meaning of emphasizing the utile and productive of universal interest to all, irrespectively of beliefs» (Holmberg pp. 171-172). Considerando avveduta questa scelta di non includere i  temi più ideologizzati all’epoca («While the Jesuits and the philosophes were waging a war, the Benedictines simply cut everything sensitive out, and focused on the useful and productive»: Holmberg p. 259), forse il lavoro si sarebbe potuto collocare a metà strada (una “terza via”) fra l’antecedente gesuita, cioè il succitato, fortunatissimo Trévoux (ben sette edizioni dal 1704 al 1771, lievitate progressivamente da 3 a 8 volumiNOTA_7 ), e la “fiaccola dell’illuminismo”, una vera e propria “macchina da guerra”, per riprendere le note metafore che hanno descritto l’opera più caratteristica e nota dei philosophes francesi (Holmberg p. 176; v. anche pp. 251 ss.).

Frontespizio del primo volume del c.d. Dictionnaire de Trévoux (prima edizione, 1704).

Di più: «The Maurists’ unfinished manuscripts cannot compete with the dimensions of the Encyclopédie, but they show that the monks were thinking along the same lines. They were each acknowledging and appreciating the useful arts and technology transforming the eighteenth-century society. While the Dictionnaire de Trévoux fundamentally was focusing on language, the Benedictines and the encyclopédistes were describing and illustrating men at work, their tools and products» (Holmberg p. 206; v. anche p. 220 e la conclusione del cap. 13 a p. 234). Di fatto, però, uno dei due monaci sicuramente coinvolti a pieno titolo in questo lavoro ne derivò un suo Dictionnaire portatif de peinture, sculpture et gravure, pubblicato nel 1757 da un libraio-editore che aveva la sua bottega vicino al negozio di Charles-Antoine Jombert, quello cioè che risulta aver pubblicizzato il lavoro dei mauristi quando era ancora in corso, e aveva anche sposato la figlia di un socio di costui (Homberg pp. 147, 190; su di lui v. soprattutto il cap. 7).
Allora, nel riperticare questo lavoro incompiuto (sprecato?) Linn è stata anche molto fortunata: avrebbe potuto anche ritrovarsi fra le mani un’emerita schifezza. Ad ogni modo, la sua bravura e sicurezza di giudizio si dispiegano completamente nella quinta parte, che mutua parte del titolo da quello che aveva la sua prima tesi: “A monastic reflection of the French Enlightenment” e nel cui penultimo capitolo 14 (The Maurist Enterprise and Enlightenment Thought) svolge le considerazioni più generali.

A chi sia riuscito ad arrivare sin qui, regalo una considerazione strettamente personale (astenersi perditempo e frettolosi): non vi siete chiesti come mai “tesoro nascosto” sia tra virgolette nel titolo? È una criptocitazione da quel libro tuttora e anch’esso ‘strano’ di Francesco Orlando, Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, anche se il titolo esatto sarebbe Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura (Einaudi 1993, nuova ed. ampliata a cura di Luciano Pellegrini, Einaudi 2015)NOTA_8.

Lo so che non dovrei, ma ammetto di provare un certo piacere nell’immedesimarmi vagamente in tali immagini ‘decadenti’.
E comunque aggiungo che il mio lavoro sulla Treccani, poi ampliato alle enciclopedie di età moderna (un primo bilancio è in questo post), è stato portato avanti anche per resistere alla depressione causata dalla mancanza di lavoro o comunque dalla difficoltà di trovarne di adeguati alle mie qualifiche, competenze, capacità e interessi. In tal modo, da un altro punto di vista, è stato un modo per riguadagnare terreno su alcuni campi che mi interessano e che il lavoro “vero” aveva relegato ai margini, anche se la ricerca non è stata condotta in un àmbito asetticamente universitario — e dunque sarà passibile di errori, fattuali e di metodo, superficialità e imprecisioni, difetti che invece non si possono imputare a questa preziosa perla riportata alla luce da Linn Holmberg.
Bisogna ringraziarla per essere riuscita a introdurci in uno scrittoio dove il tempo si è fermato improvvisamente 250 anni fa, facendoci assaporare emozioni simili a quelle provate da chi scavò per la prima volta una Pompei che nessuno aveva più visto per millenni, dopo la distruzione causata dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo.


NOTE AL POST

NOTA_1 A questo indirizzo una pagina di ricerca per temi, o eventi, o nomi od opere o luoghi.

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NOTA_2 Una presentazione succinta era uscita nei “Projektberichte” di «Frühneuzeit-Info», 24 (2013), pp. 81-89.

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NOTA_3 Si trattava dei “maurini” o “mauristi”. Per capire quale importanza abbia avuto all’epoca, ricordo che ne fece parte Jean Mabillon e da noi essi influirono sulla formazione di Antonio Ludovico Muratori.
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NOTA_4 A questo indirizzo se ne può consultare integralmente l’edizione lorenese “di lusso” (1738-42). Il lessico settecentesco ricavato dal dizionario è raggruppato in una dozzina di argomenti sul sito Kapelos.
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NOTA_5 È divertente la storia multiculturale di quest’ultimo, oggi al civico 13 della Rue de l’Ancienne Comédie: il più antico caffè parigino e ancor oggi luogo mondanissimo di ritrovo fu aperto da un armeno vicino al teatro della Comédie française più o meno quando il sultano Maometto IV introdusse in Francia la bevanda corroborante (il cui nome, tra l’altro, fu poi dato al noto periodico lombardo uscito nel biennio 1764-1766), poi si trasferì e fu rilevato da un siciliano al quale è attribuita l’invenzione del sorbetto e che battezzò il locale col suo cognome, appunto Procopio.
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NOTA_6 Lo si veda p.es. nell’interessante “Museo virtuale dei dizionari” (diretto da Jean Pruvost e Christine Jacquet-Pfau dell’università di Cergy-Pontoise).
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NOTA_7 Sia la prima sia l’ultima edizione si possono consultare su Wikisource; l’ultima è disponibile anche su Gallica. Un buon saggio complessivo sull’opera è quello di Wionet del 2006.
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NOTA_8 Cfr. p.es. la recensione di Niccolò Scaffai.
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mestieri del libro

Per una di quelle coincidenze singolari che si verificano all’inizio di ogni anno (no, lo so che non è vero: succedono sempre, ma siamo noi che con l’andare del tempo, distratti da tante altre cose contemporaneamente, perdiamo il filo e non le notiamo più…), in questo esordio dell’anno nuovo 2017 AD, è ancora risuonato un sintagma il cui senso viene fieramente messo in dubbio dall’aria che spira malsana soprattutto qui da noi.
Sto parlando dell’espressione ‘mestieri del libro’, che ho letto in due contesti senza alcun collegamento esplicito – cioè, sono io a istituirlo qui hic et nunc:

Fahrenheit

Fahrenheit (tutti i pomeriggi feriali, su Rai 3, ore 15-18)

(A) la nota trasmissione radiofonica “Fahrenheit”, che da tanti anni allieta il primo pomeriggio sulle frequenze del terzo canale Rai fregiandosi del ‘sottotitolo’ “I libri e le idee”, ha inaugurato un nuovo spazio che occuperà tutti i lunedì nella fascia tra le 16 e le 16,30 (minuto più, minuto meno) e l’ha chiamato, appunto, I mestieri del libro. Per esordire, Loredana Lipperini ha chiamato Marco Cassini (già direttore di minimum fax e Sur, autore dell’autobiografico Refusi [Laterza 2008] e vulcanico ideatore di iniziative non banali) e chi ha perso la puntata, la può ricuperare dal fidato podcast.

L'indice dei libri del mese (versione on line) - gennaio 2017

L’indice dei libri del mese (versione on line) – gennaio 2017

(B) Sull’Indice dei libri, altra rivista benemerita e ‘storica’ (ero abbonato alle prime annate, che dovrei avere ancora stivate da qualche parte: potranno interessare qualcuno che si occupa di modernariato?), nella rubrica “Mestieri del libro” è uscito un articolo eccellente, che riassume le questioni alla base della situazione insoddifacente in cui versano i traduttori. Lo firmano Marina Pugliano e Anna Rusconi, due fra le migliori traduttrici che possiamo vantare per il tedesco e l’inglese, rispettivamente. È un intervento molto lucido e porta un titolo redazionale: “Traduzione – Proviamo a leggere la realtà in modo nuovo”, seguito da un altro che parrebbe essere quello assegnato dalle autrici: “Anche i traduttori nel loro piccolo riflettono”. Non capisco perché i traduttori debbano relegarsi ‘nel loro piccolo’, ma proseguo lo stesso.
Dopo aver ricordato rapidamente il boom dei Translation Studies negli anni Settanta e nel decennio successivo quello di una formazione più qualificata, che ha portato a creare delle figure specializzate (direi meglio: più culturalmente consapevoli di quelle che c’erano in precedenza, e che hanno continuato a operare, ovviamente), il duo punta subito al cuore del problema: «la cosa sicura è che il concetto di obsolescenza programmata si è ormai esteso anche al settore della cultura, quindi al libro. A chi lo fa e a chi lo consuma» [evidenziato mio].
Per chi non avesse ancora capito dove vogliano andare a parare queste novelle Thelma e Louise, chiarisco subito che il discorso verte essenzialmente sulla qualità (e l’etica, in fondo) del lavoro, del mercato, della cultura: dati diffusi dall’Osservatorio degli editori indipendenti ODEI) dimostrano che un libro può stare sugli scaffali di una libreria, in attesa di essere comprato, una media di 30-40 giorni, poi viene restituito senza tanti complimenti. Ci sarebbero da fare alcune puntualizzazioni, ma anche qui meglio tirare dritto. Sottoscrivo dunque in toto la dichiarazione seguente:

privato per logiche mercantili di un contesto che riconosca il giusto valore della sua professionalità, del suo ruolo e dei suoi diritti, il traduttore davvero funzionale a questo mercato di beni fortemente deperibili è diventato il traduttore smart: disponibile in modo incondizionato, privo di cognizione o di memoria storica della cultura e della dignità del lavoro, convinto di valere poco e dunque altrettanto poco remunerabile, pronto a consegnare secondo i ritmi impazziti del mondo globale testi che un redattore di analoga tempra, e sempre più spesso digiuno della lingua di partenza, provvederà a rendere sostanzialmente scorrevoli e in piacevole italiano standard. In barba a San Girolamo, ai translation studies e, in generale, alla civiltà – di cui la traduzione, secondo Josif Brodskij, sarebbe letteralmente “madre”.

Secondo l’ultimo Rapporto AIE (a questa pagina vari link specifici), che riporta un totale di «oltre 65.000 nuovi titoli pubblicati (circa 180 al giorno!)», le traduzioni si riducono perché commercialmente più costose: si devono acquistare i diritti dall’editore straniero, si deve pagare la traduzione (possibilmente poco, eh), e solo a quel punto si aggiungono le solite spese editoriali (sommariamente: redazione, stampa, distribuzione, che incidono però in percentuali molto diverse sul prezzo finale), quindi soldi da anticipare senza avere la certezza di un rientro. Ergo: si potenziano gli autori nostrani e si depauperano quelli stranieri, che infatti calano dal 25% degli anni Novanta all’odierno «17,6 per cento di tutto il pubblicato». Per inciso: questa era la giustificazione con cui sono stato scaricato da un noto editore quattro anni fa; solo che adesso c’è una sua cara nipotina a svolgere il lavoro che facevo io… Quindi niente paura: le traduzioni si continueranno a fare lo stesso, basta cambiare i redattori (e i traduttori), facendo però attenzione a sostituirli con quelli che costano (e pretendono) di meno! Tanto di fuori non si verrà a sapere mai nulla e si perpetuerà l’illusione che il mondo editoriale sia un’oasi dorata…

Intermezzo/curiosità (ovvero: nihil sub sole novi). Sul numero 4 del 1994 leggo: «molte delle versioni di classici russi, ancora oggi sul mercato, non sono altro che le traduzioni degli anni venti e trenta, di cui la Slavia cedette i diritti» (p. 212, nota 71). È Giuseppe Mazzitelli, in un saggio in cui indaga da appassionato bibliografo sul Fondo I.p.E.O., a notarlo: Slavia era una casa editrice che aveva tradotto molti autori ancora ignoti in Italia, soprattutto dalla lingua russa. Dunque il malcostume è radicato.

Vediamo allora cosa propongono le nostre paladine.

Da un lato, un fondo per i traduttori (come ne esistono in Francia, Svizzera, Germania, Norvegia e in molti altri paesi) costituirebbe uno strumento efficace per incoraggiare gli editori a non rinunciare ai titoli stranieri più impegnativi, o anche solo meno di grido e meno commerciali, e per incentivarli a riconoscere fattivamente la qualità e il ruolo decisivo dei traduttori.
Dall’altro, occorrerebbero misure di promozione della lettura parimenti efficaci e capillari, non demandate all’iniziativa dei singoli e dei volontari (scuole, biblioteche, associazioni culturali) e con un Centro per il Libro e la Lettura che non si limitasse a svolgere una funzione prevalente di coordinamento e raccolta dati.

Chiudo rapidamente accennando a un paio di iniziative nelle quali si sono spese le nostre ‘eroine’: nel 2014 Anna Rusconi è stata protagonista di “Words Travel Words” (video pro-traduzioni del CEATL), mentre Marina Pugliano organizza a Loreen giornate di formazione a tema completamente gratuite.

Il suono (e il senso) del silenzio

Sono rimasto colpito favorevolmente da questo post di Giovanni Turi, forse anche perché avevo già incrociato sul web l’ultima fatica di Vitaliano Trevisan, Works, e mi era parsa interessante — ma non avevo mai approfondito quella che dunque era rimasta un’impressione fugace.

La copertina del libro di Trevisan (Einaudi 2016)

La copertina del libro di Trevisan (Einaudi 2016)

Certo, sento di farci abbastanza la figura del parvenu, dato che da un sacco di tempo vado dichiarando (in modo nemmeno troppo nascostamente snobistico) che non mi occupo (non mi voglio occupare) di letteratura, fiction, Belletristik. Preferisco dedicarmi a qualcosa di apparentemente più umile (e forse più utile?) come la saggistica.

Però adesso ho capito che qualcosa di ‘sotterraneo’ agiva in quell’attrazione (poco fatale, in realtà, e molto più destabilizzante). Turi scrive e poi cita l’autore:

geometra, lattoniere, pusher, gelataio, magazziniere, portiere notturno, ma la sua esperienza [di Trevisan] è soprattutto il pretesto per analizzare una dimensione fondamentale dell’esistenza di ciascuno: «[…] ci si dimentica sempre che il lavoro, se anche non è la vita, trasformando nel tempo l’individuo, sia fisicamente che spiritualmente, la influenza comunque in modo determinante».

Il corsivo l’ho aggiunto io, qui, adesso: nel mio caso, quasi senza lavoro, la vita avvizzisce, ti intristisce, si accartoccia come un fiore seccato dall’arsura estiva che spacca il terreno una volta fangoso (quindi potenzialmente fertile).

Tutto ciò potrebbe spiegare il lungo silenzio/oblio dall’ultimo post. Il titolo che ho dato a questo odierno (insolitamente ma volutamente breve: poco più di 300 parole, per WordPress) è intenzionalmente allitterativo e allusivo; ma non mi illudo certo di stare fornendo prosa d’arte: tuttalpiù un affannarsi per fingere di scacciare il malessere interiore, la sensazione di distacco e alterità dagli altri (e nausea, e rifiuto contorto), riempiendo la distanza di parole. Spero di continuare a scriverne altri, a beneficio di altri lettori, internauti, curiosi, girovaghi, saltimbanchi e altre specie (più o meno) viventi. Magari ditemelo, ogni tanto.

In memoria di Umberto Eco: ‘ex coeli oblato’ oblatum – ovvero, due o tre cose che so del Nostro

Umberto Eco

Umberto Eco

«Il libro è un’assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità. All’indietro (ahimè) anziché in avanti. Ma non si può avere tutto» (Perché i libri allungano la vita, 1991, da La bustina di Minerva).

Questo avrei dovuto, voluto e potuto metterlo alla fine. Siccome arrivo in ritardo, more solito, lo piazzo subito qui per togliermelo di mezzo e in modo da sopravanzare, nel merito e nel contenuto, gli articoli variamente commemorativi che ho gradito di più, linkati appresso, per poi passare a ciò su cui invece mi piace dilungarmi qui – e di cui evidentemente, pour cause, mancano gli altri. Ma di cui quella citazione lassù, in esergo, è anche un po’ la cifra…

Allora, per la carta basterà l’inserto domenicale dedicato alla cultura dal quotidiano Sole 24 ore, che (nonostante sia di Confindustria) gli ha dedicato le prime quattro pagine del numero 51 dello scorso 21 febbraio. Lì apprendiamo, tra l’altro, che una dozzina di anni fa Eco ricevette il premio “La vespa d’oro” dal medesimo giornale, dopo aver denunziato la mancanza in Italia di un supplemento culturale analogo alla Book Review del New York Times. Dimenticando, appunto, detto settimanale. Insomma, una gaffe finì a tarallucci e vino (vedi foto a p. 24, taglio basso).
Per gli interventi on-line, prediligo anzitutto la coppia apparsa sul sito di Internazionale.it: quello di Philippe-Jean Catinchi (ben tradotto da Federico Ferrone dall’originale, apparso tempestivamente su Le monde) sull’«intelletuale poliedrico» e quello di Giuseppe Rizzo (beh, sì: non era giusto che sul «Nome della nostra cultura» [NB: Nome, proprio con l’iniziale maiuscola!], ossia ‘italiana’, scrivesse soltanto un francese) che spigolando in 14mila caratteri tra «quarant’anni di interviste», cioè 23 pubblicate tra il 1970 e il 2015 su 13 giornali (in ordine alfabetico: L’appuntamento/TMC, Corriere della Sera, Doppiozero.com, l’Espresso, Famiglia cristiana, Grenzgänge, il manifesto, The New York Times, The Paris Review, la Repubblica, La Stampa, l’Unità, Wired) riesce a estrarre una serie di passaggi, affermazioni, battute che hanno il merito di farci assaporare ancora, almeno in parte, la sua intelligenza acuta, originale, molto spesso ironica.
Su Sussidiario.net segnalo altri frammenti, utili forse più a chi lo conosceva superficialmente, ma che restituiscono anch’essi barbagli della sua umanità, nel senso dei rapporti che seppe intrattenere con la (mi verrebbe da scrivere con il…) Mitwelt, cioè i suoi simili, il mondo circostante.
Più contenuto il cordoglio sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung del 22 febbraio, firmato dallo scrittore Orhan Pamuk, che si dichiara «figlio e amico intellettuale» del Nostro. Eppure mi sembra doveroso dare spazio anche al giornalismo tedesco, per chi aveva sposato nel 1962 Renate Ramge, esperta di mostre, arte e musei.
Ancora: linko qui l’intervista rilasciata il 24 novembre 2015 a Francesco Merlo di Repubblica sulla «Mondazzoli», riportandone soltanto questo breve passo: «L’importante è la nave, non Teseo» – a futura memoria e in attesa di trovare l’accento giusto per scrivere finalmente anche sul ‘bastimento sgarbato’.
E siccome il prossimo libro di Umberto Eco (e l’ultimo genuinamente suo, ahimè, dato che gli aveva apposto il fatidico “visto si stampi”) esce sabato 27 febbraio proprio per quello che sarebbe stato il suo novello editore, ricopio qui anche parte di quanto se ne dice in rete, tralasciando una parte iniziale attribuita ad Amazon.it, ma in realtà identica a quella già presente nella «Introduzione» a La bustina di Minerva che ho già citato sopra:
«L’ultimo suo libro […] raccoglie le bustine di Minerva “che potevano riferirsi al fenomeno della ‘società liquida’ e dei suoi sintomi: crollo delle ideologie, delle memorie, delle comunità in cui identificarsi, enfasi dell’apparire etc. “Cronache di una società liquida” è il sottotitolo ma, data la varietà dei temi non unificabili sotto una sola espressione ‘slogan’, il titolo sarà Pape Satán Aleppe, citazione evidentemente dantesca che non vuole dire niente e dunque abbastanza ‘liquida’ per caratterizzare la confusione dei nostri tempi».

Sbrigàti questi dovuti omaggi, vengo ora al lato personale, che ho già dichiarato interessarmi di più.
Distratti e svogliati sono pregati di accomodarsi in qualche altro luogo della rete, ce ne sono molti e più soffici di questo…

Parto dai suoi testi: a essi devo (come, suppongo, altri della mia generazione) il consolidamento della passione per la semiotica, affacciatasi in maniera confusa da letture fugaci l’ultimo anno di liceo e prontamente soddisfatta con lo studio duro dei ‘classici’ all’università, quando vi si potevano trovare entusiasti e/o caotici “seminari autogestiti” tenuti da giovani di belle speranze (nel mio caso fu Massimo Buscema con l’avallo di Mario Costanzo Beccaria, docente della seconda cattedra di Storia della critica letteraria e poeta, ma anche autore anche di interessanti studi sul barocco[1]), un paio d’anni dopo la pubblicazione del Trattato di semiotica generale (prima ed. 1975). Sulla scia di quegli studi, alla confluenza con la Textlinguistik, apprezzai anche Lector in fabula (1979), anche se non lo comprai subito perché all’epoca riuscivo ancora a procurarmi in librerie del centro la sua rivista Versus. Quaderni di studi semiotici [2] e il ‘succo’ del libro era già contenuto nel suo lungo saggio, in inglese su Eugène Sue, che apriva il numero doppio 19-20 (gennaio-agosto 1978), su Semiotica testuale: mondi possibili e narratività (e allora quasi mi piacque di più il saggio di Searle sullo statuto narrativo della finzione).
Acquistai invece febbrilmente Kant e l’ornitorinco (1997), forse con l’illusione di ricuperare il tempo perduto (a lavorare anziché studiare Peirce), e probabilmente spinto anche da un vago ricordo della polemica che aveva intrattenuto con Emilio Garroni fin quando quest’ultimo volle tentare una “ricognizione” della semiotica.[3] Invece io, anche se la stragrande maggioranza dei recensori ed estimatori del Nostro dimostrano invece che non avevo capito nulla, non gradî quel testo, perché ritrattava (un ‘riflusso’, si sarebbe detto nel decennio precedente) le posizioni più estreme e irruente (in particolare sul ‘referente’ e sul ‘realismo’ [4]) delle Forme del contenuto (1971), poi confluite in maniera più organica nel voluminoso Trattato, [5] e che ho sempre immaginato simboleggiate dalla sua barba: nera, ispida e folta in gioventù, via via più incanutita e azzimata, passando per uno stile-Guccini (si conobbero nel 1978), sormontata da un morbido panama (o borsalino?) che contagiò anche Giuseppe Laterza (Beppe, lo chiamava lui familiarmente).
Un altro suo particolare ‘fisico’ mi aveva colpito fin dall’inizio, pur stonando alla mia idea (post)platonica di docente universitario, guardandogli le dita corte e un po’ tozze: l’impressione che si mangiasse ancora le unghie, ròso da chissà quale tarlo (e poi sarà stato il tumore al pancreas che ce lo ha portato via)…
Anche di Dire quasi la stessa cosa ho copia della prima edizione (2003, coi risguardi), e l’ho persino consigliato nei corsi e nei master che ho tenuto, in quanto libro su «esperienze di traduzione» (questo il sottotitolo, qui direi indispensabile per indirizzare l’ignaro acquirente). Più difficile, però, perché all’apparenza frammentario, utilizzarlo direttamente a lezione (se non per qualche spunto, come quello sulle traduzioni automatiche, che aprono con leggerezza il testo, facendone quasi un divertissement, o quello sui colori in latino, che lo chiudono più meditatamente). Inoltre ormai ero propenso a dissentire dalle sue posizioni ‘apollinee’ [6] per prestare ascolto agli oppositori interni, come la breve tesi in semiotica discussa al DAMS nel 2005 da Giovanni Guagnelini (relatore Fabrizio Marsciani, correlatrice Lucia Corrain – attualmente non è più disponibile su internet, dove la pescai anni fa in pdf) su Traduzione e interpretazione, che critica soprattutto l’impianto e l’argomentazione sottesi al cap. 10, «Interpretare non è tradurre».
Ma, anche senza nessuna riprova, sono certissimo che ci sia stato il suo zampino nei due volumetti sulla teoria (1993) e la storia (1995) della traduzione curati da Siri Neergard (rinvio ad altra occasione, meno personale, l’esposizione di eventuali pecche): non foss’altro perché è stata una sua allieva e sono usciti da Bompiani quando Eco vi svolgeva ancora funzioni di condirettore editoriale. E dobbiamo essergliene grati, forse anche più che del suo libro di tredici anni fa.

Direttamente, l’ho incontrato varie volte, in parte grazie a Pino Donghi.

Umberto Eco incontra Paolo Fabbri

Umberto Eco scherza con Paolo Fabbri prima della sua “Lezione italiana” (fotografia di Serafino Amato)

Tra le prime e più coinvolgenti, lo «Spoletoscienza 1990» per il quale sfornò il saggio originale Sull’origine, in linea col tema centrale degli incontri, che era La narrazione delle origini. [7]
Mi pare invece che per suoi impegni non ci fosse alle “Lezioni italiane” di Francisco J. Varela, Un know-how per l’etica, comunque ospitate (17-19 dicembre 1991) presso la cattedra bolognese di Teoria delle forme del sodale Paolo Fabbri: quale rapporto dialettico ci fosse tra Eco e Fabbri lo illustra splendidamente qui sopra lo scatto regalatomi dall’amico di lunga data Serafino Amato (un grazie particolare, Serafo! :-)), in occasione della “Lezione italiana” tenuta dal secondo cinque anni dopo a Palermo (25-27 novembre 1996), La svolta semiotica. Il testo fu confezionato redazionalmente non dal sottoscritto (come i primi di quella collana) ma da un Gianfranco Marrone in rapida ascesa cattedratica, che in quell’occasione ebbi modo di conoscere e apprezzare.

In mezzo ci sono state alcune altre occasioni: andai a molti dei primi incontri al Centro internazionale di studi semiotici e cognitivi, istituito a San Marino nel 1988 (ho sempre sospettato, malignamente quanto i personaggi del Pendolo, che avesse scelto la sede sia per la vicinanza all’ex convento gesuita di Monte Cerignone che dal 1976 era diventato la sua casa-di-campagna – leggasi: nel Montefeltro, anche se va detto che Urbino già dagli anni settanta vantava un Centro internazionale di semiotica e linguistica con tanto di “Summer Schools” che richiamavano pubblico e relatori da tutto il mondo, potendo anche contare sul piccolo editore locale Quattroventi per le modeste tirature dei «Documents/Quaderni/Working Papers» – sia più astutamente per poterci organizzare eventi che forse gli accademici italiani non gli avrebbero consentito sul suolo patrio, o gli avrebbero reso difficili, magari soltanto per invidia della notorietà che a quel punto aveva già raggiunto). [8]
Lì andai a vedere e sentire nel 1990 W.V.O.Quine live, ma dopo averne letto il gustoso ricordo sul Sole 24 ore da parte di Roberto Casati, mi sono reso conto di aver perso il meglio di quell’occasione: difatti mi sembra di ricordare che ripartî prima della fine del convegno, forse per incastri di orari ferroviari.
Rammento invece ben distintamente un pranzo di lavoro a Bologna, presenti Marco Mondadori, Patrizia Violi, ancora Fabbri e altri docenti e assistenti, nel quale feci una pessima figura, che forse racconterò solamente in punto di morte…
Mi riscattai con la redazione della Ricerca della lingua perfetta nella cultura europea (1993), [9] sulla quale non ebbi grossi problemi, né lui fu così puntiglioso come racconta nella fondamentale “bustina” dedicata a Giovanni il Battezzatore? del 1997, [10] profusa a piene mani nei miei corsi universitari e di master, in buona compagnia di altre, come l’altrettanto importante Ma che cosa è questo editing? Osservazioni su un termine ambiguo (1996) [11] o i quaranta precetti per “scrivere bene”, che ovviamente va in coppia con la scrittura politically correct (entrambe del 1997). [12]
Proprio perché adoperate a fini didattici specificamente editoriali, è davvero fastidioso (o clamoroso?) trovare nell’edizione elettronica della Bustina di Minerva (2011, dalla terza edizione nei Tascabili Bompiani del 2006, prima ed. 1999) un bel refuso: ‘stlita’ (e a ben vedere [in senso letterale] non è l’unico…).

Claudius Seidl (FAZ)

Claudius Seidl (FAZ)

Consola, peraltro, il fatto di trovarvi al primo posto Migrazioni, che andrebbe benissimo come articolo di fondo su uno dei temi più presenti nei quotidiani di questi ultimissimi anni: eppure è datato 1990! Conferma così il titolo posto a caldo sul necrologio di Claudius Seidl (da oltre quindici anni a capo della sezione “Feuilleton” della FAZ, quindi probabilmente lo avrà scelto proprio lui): «ha letto (ha saputo leggere, va’, per non essere troppo letterali…) i segni del tempo» (cfr. infra le mie note 4 e 13).

Per i corsi mi sono servito anche di materiali, trovati in rete, prodotti o legati al Master in editoria cartacea e multimediale della Scuola superiore di studi umanistici dell’Alma Mater bolognese, di cui è stato presidente dal 2000 e che ha sfornato tanti giovani preparati, molti dei quali adesso almeno hanno un posto di lavoro (se sia decente, dovreste chiederlo a loro…). Peccato però che anche quell’esperienza abbia dovuto cessare nel 2009, pur non avendo chiuso del tutto.
In tutti questi casi ho constatato il valore del suo insegnamento, seppure mediato, mentre a livello di ‘opinione pubblica’ avvertivo sin dai primi anni Duemila che si era un distacco fra Eco e i giovani (e non volevo addossarne a questi ultimi tutta la colpa).

Vorrei chiudere in bellezza. Potrei dunque ricollegarmi alle pagine del Sole con cui ho esordito. Due fili rossi mi sembrano percorrerle: l’ironia, di cui sapeva sempre tingere la sua scrittura al momento giusto (sì, anche quella accademica: memorabile il capitolo «Generazione di messaggi estetici in una lingua edenica» nelle citate Forme del contenuto, talché rifluì poi in appendice dell’edizione – ormai sicuramente – definitiva di Opera aperta [13]), e il lavoro editoriale.
Per la prima, occorrerebbe un’intelligenza brillante (e dunque superiore – pensateci bene…) che non mi appartiene e che il Nostro ha invece mostrato e dimostrato di padroneggiare senza sforzo.
Mi rifugio allora nel secondo aspetto.
Elisabetta Sgarbi vorrebbe risentire «i suoi feroci, ironici rimproveri per i nostri errori di superficialità e distrazione» (p. 22). Mario Andreose ricorda che il Nostro fu l’estensore delle norme redazionali (coeve al fortunatissimo libretto del 1977, Come si fa una tesi di laurea) ed «era il terrore dei redattori, perché implacabilmente scovava refusi, errori di traduzione, e altro non appena sfogliava un libro fresco di stampa».
Ma lascio per ultimo (e forse meno importante?) l’episodio più divertente che mi è rimasto impresso e spero di non travisare dopo tanti anni – comunque se mi farete notare qualcosa, sono pronto a correggere/integrare le vostre osservazioni.
Fu di quando raccontò (rigorosamente in compagnia, ché altrimenti non ci sarebbe da riderne) come, giovane editor Bompiani in trasferta alla massacrante (lo scrivo per esperienza diretta!) Fiera del libro di Francoforte, si volle fare beffe di tanti parrucconi dell’editoria là convenuti.
Dunque, l’usanza era di trascorrere non soltanto ore e ore piroettando negli stand della fiera a incontrare editori stranieri e spulciare cataloghi (negli anni sessanta e settanta internet non era stata ancora concepita), ma di trasferirsi a bivaccare la sera sui divani, poltrone, sedie, panche e tappeti del Frankfurter Hof. Come in ogni albergo di lusso che si rispettasse, c’erano camerieri che distribuivano bevande di ogni genere e forse persino un pianista che contribuiva ad alleviare l’atmosfera. Ma c’era anche un servizio particolare, in ossequio alle fervide attività della Buchmesse: si poteva chiedere a un certo addetto di annunziare tramite un altoparlante la presenza di qualcuno, autore o personalità nota, disponibile a incontrare gli editori che fossero interessati. E così il Nostro, verosimilmente spalleggiato da altri enfants terribles della sua risma, andava a proporre nominativi del tutto improbabili, fidando da un lato sull’ignoranza/innocenza dei malcapitati inservienti, dall’altro sull’anonimato della ‘delazione’, e godendosi quindi di soppiatto il duplice effetto, sconcertante (per gli astanti) e (almeno per lui e i suoi accoliti) comico, che potevano produrre convocazioni di ‘Benedetto Croce und Giovanni Gentile’, ‘Gustave Flaubert’, ‘Tristan Tzara’ o ‘Bertrand Russell’ (che poi morì soltanto nel 1970…).

N O T E

[1]
Parte delle relazioni presentate al convegno dedicato alla sua figura nel dicembre 1998 presso la medesima università dove insegnò sono stati pubblicati oltre dieci anni dopo, nella sezione iniziale, appositamente titolata “Costanziana”, della rivista l’Abaco (Annuario di critica letteraria, teatrale e cinematografica – diretto da Rocco Paternostro, già suo allievo e poi assistente, poi docente di Critica letteraria e Letteratura italiana, anch’egli alla “Sapienza”). Curiosità bibliografica: non tanto il fatto che quel numero 4/7 (2005-2008) della rivista sia uscito a giugno 2010 (si sa, le riviste sono in perenne ritardo…), ma la dicitura sulla casa editrice nel colophon del frontespizio (p. 3), che recita: «Aracne editrice – Ugo Magnanti editori», sebbene poi nel retrofrontespizio immediatamente successivo il copyright è ascritto alla più usuale.«ARACNE edtrice S.r.l.».

[2]
Ricordo che in una, molto grande e ovviamente chiusa da anni a favore di ben più lucrose attività commerciali legate a moda, marchi e lusso, disseppellî addirittura una sorta di ‘fondo di magazzino’ con alcuni dei primissimi numeri: che gioia scovare un simile tesoretto!

[3]
Segnalo qui il buon lavoro di Cosimo Caputo, Emilio Garroni e i fondamenti della semiotica (Mimesis 2013) che rilegge dalla sua ottica (direi post-hjelmsleviana, comunque sicuramente originale) le posizioni del mio professore di Estetica a Roma.

[4]
È un buon indizio della sensibilità echiana al mutare di tempi e mode culturali italiche trovarlo schierato, a inizio anni Ottanta, tra i corifei del “pensiero debole” (il suo saggio L’antiporfirio occupa le pp. 52-80 del Pensiero debole curato da Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti per Feltrinelli nel 1983 e fu accolto due anni dopo nel suo stesso Sugli specchi e altri saggi, per poi innervare parte delle riflessioni consegnate ai saggi nella Enciclopedia Einaudi, che poi saranno rifuse in Semiotica e filosofia del linguaggio [Einaudi 1984]; ma quel saggio mantiene ancora una sua vitalità se l’autore ha pensato di riproporlo, sebbene rimaneggiato, in apertura del suo Dall’albero al labirinto. Studi storici sul segno e l’interpretazione [Bompiani 2007] col titolo eponimo, per poi venire ripreso ancora in qualche modo nell’ultimo capitolo, il diciottesimo, di quello stesso volume: Il pensiero debole vs i limiti dell’interpretazione, pp. 517-536) e, un ventennio dopo, ad anticipare quello che passerà sotto il nome di “nuovo realismo” (c’è una progressione nei lavori di Maurizio Ferraris, dall’Estetica razionale, Cortina 1997, poi 2011, al Manifesto del nuovo realismo, Laterza 2012). Vedi anche la nota 13.

[5]
(Anche) per farsi spazio nell’affollato ma ormai accademico arengo dei semiotici italiani, Claudio Paolucci ha però argomentato con acume che del Trattato è stata sviluppata esclusivamente la prima parte (teoria dei codici): vedi l’impostazione della sua Introduzione al volume, da lui stesso curato: Studi di semiotica interpretativa (Bompiani 2007). Esso ospitava, come secondo capitolo, anche il saggio di Eco La soglia e l’infinito (pp. 145-176), che nella versione quasi identica per U. Eco, Dall’albero al labirinto (cit., pp. 463-484) aggiungeva come sottotitolo che circoscriveva l’ambito di indagine (se non lo chiariva per un “lettore ideale” del volume che non fosse propriamente laureato in semiotica) Peirce e l’iconismo primario.

[6]
Mi riferisco al ‘thema’ proposto da Gerald Holton nel saggio Dionisiaci, apollinei e immaginazione scientifica [1979], in Id., L’intelligenza scientifica. Un’indagine sull’immaginazione creatrice dello scienziato (trad. e cuira di Franco Voltaggio, Armando 1984, pp. 184-215).

[7]
Questo il titolo del volume curato da Lorena Preta per Laterza nel 1991, che redazionai e corredai delle consuete informazioni bio-bibliografiche (Note sugli autori, pp. 247-268), ricavate dalle schede già approntate per conto della Fondazione Sigma-Tau in merito agli eventi estivi in occasione del Festival dei Due Mondi. Il saggio di Eco è alle pp. 65-71.

[8]
Sarebbe bello se, dopo aver donato tanti volumi a lui inutili alla biblioteca del paesello, trasferisse nel palazzotto la sua biblioteca milanese, stimata intorno ai 50mila volumi. In effetti, nei primi anni Novanta c’era un vago progetto di fondare una biblioteca specializzata da quelle bande marchigiano-romagnole, e credo fosse stato ventilato anche il mio nome come “novello padre Jorge”. Ritengo però che il progetto si sia rivelato poco fattibile e gli sforzi si siano allora concentrati sul solo centro sammarinese.

[9]
Purtroppo adesso disponibile soltanto nell’Economica Laterza, che se consente di acquistarla a un prezzo contenuto, tradisce le sue origini nella bella collana «Fare l’Europa», un progetto ardito, voluto da 5 editori europei nella prima metà degli anni Novanta con il suo amico medievista Jacques Le Goff (scomparso il 1° aprile 2014) quale direttore scientifico, ma che purtroppo non riscosse il successo auspicato (era forse ‘troppo avanti’?).

[10]
Per acribia filologica, aggiungo che nella versione a stampa del 2001 era alle pp. 273-4, mentre originariamente comparve sull’Espresso del 31 luglio 1997, p. 170, col titolo Conoscete Giovanni il Battezzatore? C’è un editore che non lo conosce.

[11]
Quest’ultima purtroppo non è stata ripresa nel volumetto, ma uscì sull’Espresso del 7 novembre 1996, p. 218: questa congiunzione astrale con la mia data di nascita avrà qualche senso recondito…?

[12]
Entrambe figurano nell’edizione già citata della Bustina di Minerva, all’interno della sezione «Zanzaverata di peducci fritti», che fa ridere soltanto a pronunciarla, come pubblicità che, non ho mai saputo se a torto o a ragione, gli venivano attribuite: «Chi Vespa, mangia le mele» e «[il prodotto X] sfrizzola il velo pendulo».

[13]
Opera aperta testimonia del suo titolo anche nelle rielaborazioni editoriali: quella ne varietur del 1976, rispetto alle due precedenti (1962 e 1967) , ha lasciato per strada il saggio sulle Poetiche di Joyce, ripubblicato però a sé nel 1965 e poi nuovamente nel 1972. Anche nelle numerose traduzioni (10, dal 1965 al 1989, sono rubricate nell’Appendice bibliografica di Semiotica: storia teoria interpretazione, il poderoso testo di Saggi intorno a Umberto Eco curato da P. Magli, G. Manetti, P. Violi; Bompiani 1992: vedi a p. 445) la ‘cucina’ editoriale estera ha prodotto vari rimaneggiamenti, per cui si può quasi dire che non ce ne sia una uguale a un’altra, ma soprattutto che è difficile farle risalire precisamente a un originale ben definito. Insomma, si tratta di un’opera instabile quanto lo Zeitgeist, in un equilibrio difficilissimo da mantenere così a lungo, ma per ciò tanto più stimolante e meritevole di riletture – anche nel senso che se le è meritate tutte!

Una giustizia a metà

OVVERO, DI QUANDO I CAPI PRIMA MENTONO, POI TRADISCONO I PATTI, INFINE FUGGONO CON LA CASSA PER RICOMINCIARE SOTTO ALTRO NOME COME SE NULLA FOSSE.

Mettetevi comodi, perché questa volta vi racconto una favola; una bella lunga, che apparentemente finisce bene, anzi benissimo; ma siccome la realtà supera sempre l’immaginazione, e tutto quello che state per leggere è avvenuto nel mondo reale (il sottoscritto si è limitato a cambiare dalla prima alla terza persona il racconto della diretta interessata e ad aggiungere qualche integrazione secondaria, ottenendo l’imprimatur definitivo per ospitarlo qui), il finale cambierà di segno repentinamente e si tramuterà in un epilogo amarissimo e tuttora inconsolabile. Quindi attenzione: non è una favola per addormentarsi tranquilli, ma per farvi destare bruscamente dai vostri sonni troppo placidi, convinti che Renzi sia riuscito finalmente a far imboccare all’Italia la strada giusta della ripresa che ci fa uscire dal tunnel eccetera eccetera eccetera!

C’era una volta (già, perché adesso non c’è più… no, meglio non anticipare gli sviluppi di questa storia davvero nefanda) un service editoriale nello sterminato e desolante hinterland milanese, che si occupava soprattutto di pubblicazioni scolastiche. Chiamiamolo, per semplicità, Gardo (la testa, cioè Infin, l’aveva persa così tanto tempo prima che neppure adesso c’è qualcuno che sappia dove sia finita!). E c’era una volta (ma questa c’è ancora, per sua fortuna) una giovane redattrice, laureata all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in Lettere moderne col massimo dei voti, che aveva persino seguito corsi professionalizzanti di Traduttore letterario dallo spagnolo, Autore e traduttore editoriale, Editor di testi e correttore bozze, piena di volontà e belle speranze (un’accoppiata micidiale, a volte), che lavorava sodo per lui – la chiameremo, per comodità, Laura, nome le cui risonanze petrarchesche fanno apparire quale perfetto senhal contrapposto aulicamente al destino crudele che purtroppo accomuna e strangola tante vite precarie nell’Italia d’oggi.
Nel settembre del 2011 Laura, grazie al passaparola di una collega, fa un colloquio di lavoro con Gardo, che in modo piuttosto autoritario le indica le proprie condizioni: la prestazione doveva svolgersi esclusivamente presso lo studio (che poi si rivelerà un piccolo ufficio in un seminterrato), con la strumentazione presente in loco (a una collaboratrice venne però fornita addirittura una sedia Ikea: il massimo del comfort extralusso!), in giorni e orari prestabiliti e fissi salvo eccezioni (per lo più per esigenze dei capi): 7/8 ore al giorno, 9,30-18, 4 giorni a settimana – tutta roba che Gardo chiamava «gentlemen’s agreement», tanto per far capire che il datore di lavoro non apparteneva alla genia degli squali del capitalismo senza scrupoli né morale, si apparentava piuttosto alla stirpe purissima dei capitani d’industria più equi, onesti e integerrimi…
A ben vedere Laura non aveva un contratto, però era dipendente a tutti gli effetti ed era la sua “capessa” a decidere ogni singolo aspetto della sua prestazione: oltre agli incarichi lavorativi, anche i giorni, gli orari e le ferie. Prendere o lasciare, tanto se non ti va bene, puoi accomodarti: là fuori c’è una fila interminabile di gente che aspetta di prendere il tuo posto, c’è soltanto l’imbarazzo della scelta (l’abbiamo sentito ripetere spesso che ci è venuto a noia, no?) – peggio dei lavoranti di colore nelle piantagioni di cotone che, se si ammalano, non sono pagati. E quando è un dirigente a rimanere a casa ammalato, anche l’ufficio resta tranquillamente chiuso, col risultato che i redattori sono costretti ad andarsene a spasso, senza alcun diritto di essere pagati né di poter continuare in alcuna maniera lecita il lavoro iniziato (forse nel timore che occupino l’ufficio? o che si rivendano PC e suppellettili varie per ritorsione, pretendendo poi di essere stati derubati dagli ultimi discendenti degli indiani metropolitani? beh, dopotutto dei “fantasmi” così bennati non sarebbero autorizzati a farlo, non sarebbero nemmeno in grado di concepire un’infamità del genere, vero?).
La paga iniziale è di 6,50€ all’ora con cessione di diritti di autore (Laura non ha la partita Iva), senza neanche la possibilità di fare una pausa ogni due ore (come prescrive la legge per chi lavora al pc tante ore di seguito) pena la decurtazione di quello che a stento poteva esser definito “stipendio”. Certo, c’era anche una pausa pranzo di mezz’ora, che però veniva detratta dalla paga. Quindi per timore di ritrovarsi a fine mese con troppi pochi soldi, come i suoi colleghi anche Laura preferiva sbocconcellare un panino nello scantinato e riprendere subito a macinare bozze, anziché godere di una pausa più lunga andando a mangiare fuori, non foss’altro che per sgranchirsi braccia e gambe e distrarsi un attimo. Una collega chiede allora ufficialmente che siano concessi almeno 10 minuti di pausa caffè al pomeriggio: i capi, dopo accurate (accorate?) riflessioni e anche a malincuore, la accordano (come sono buoni…), salvo che dopo un po’ quella stessa collega decide di non farla più perché si sente molto a disagio nei confronti dei superiori.
Dopo i primi pagamenti, per fortuna regolari, i conti delle ore e dei soldi intascati cominciano a non quadrare più; allora Laura prende il coraggio a due mani (l’atmosfera non dev’essere delle più distese…) e chiede spiegazioni. L’arcano (svelato solo dopo precisa richiesta, notare bene) sta nel fatto che col tempo la redazione si è ampliata e quindi (attenzione, questa è veramente un’originalissima alzata d’ingegno: onore alla creatività degli imprenditori!) ci vuole più tempo per scaldare il cibo nel microonde (vietato ridere, è un’affermazione che è stata fatta con la massima serietà e tutta la compunzione richiesta dalla circostanza). Vediamo bene il ragionamento, perché potrebbe tornare utile per tantissime altre sedi di lavoro. Secondo la titolare il tempo impiegato (forse avrebbe voluto dire ‘perso’, ma si dev’essere trattenuta) è di 3 minuti a testa in media che, moltiplicato per i sei schiavi incatenati nel bugigattolo, dà un totale di 18 minuti da detrarre cadauno (della serie: come farsi carico anche dei problemi degli altri, no?). Siccome questo non è abbastanza umiliante (a parte il fatto che i patti iniziali erano di calcolare cumulativamente in mezz’ora il tempo per il pranzo ‘interno’, e nessuno si era mai peritato di notificare che successivamente il computo era stato rimodulato pro capite – ammesso e non concesso che sia legale farlo…), si aggiunge la considerazione che la presenza di un solo bagno avrebbe allungato ulteriormente il tempo “sprecato” (ma certo, è Bianciardi che si era dimenticato di santificare i redattori che invece di stare chini sulle scrivanie a correggere refusi, preferiscono passare la giornata a leggere i fumetti in un cesso senza neanche una finestra sul cortile…).
Non bisogna credere che i datori di lavoro in Gardo fossero delle canaglie (non ancora, perlomeno: niente spoiler!), dato che a Laura concedono, sia pure a stento, qualche piccolo aumento: ottiene prima 7, poi 7,50€ l’ora, addirittura con la promessa di passare entro la fine del 2013 alla fantastiliardica cifra di 8€ (netti, ma senza alcun versamento di contributi, non dimentichiamolo; insomma, assimilabile alla paga media di una colf non particolarmente esigente né veloce o brava, con la differenza che quest’ultima se li intasca tutti esentasse e non ci deve manco rientrare di tutte le spese sostenute per studiare all’università e anche dopo). Contestualmente, però, Laura deve dare garanzia formale di rimanere a lavorare nel service fino a marzo 2014, per non pregiudicare il buon esito di una serie di progetti sui quali era impegnata. A posteriori pare evidente che in questa fase Laura venga circuita, cioè senza accorgersene subisce una duplice, sottile pressione psicologica: da un lato le si ventila la possibilità di continuare a lavorare anche qualora nel prosieguo dell’attività ci fossero stati cali nel flusso di lavoro, purché la sua richiesta di aumento sia ragionevole, contenuta. A questo proposito si tenga presente che dentro Gardo c’erano colleghi che percepivano dagli 8,50€/h fino a quasi 12€/h (questi ultimi per i collaboratori con partita Iva), a fronte sostanzialmente di mole e qualità di lavoro sostanzialmente non diverse da quelle di Laura. Dall’altro lato la dirigenza le chiede (spudoratamente) di comunicare subito qualunque eventuale intenzione di andarsene, dato che in quel periodo Gardo sta cercando altro personale e quindi non avrebbe difficoltà a sostituirla (sic).
A dicembre, però, il sospirato e pattuito aumento non arriva, dato che Gardo non riesce a portare a casa quattro commesse importanti. Occorre precisare che Laura non ha alcuna responsabilità in merito, anzi probabilmente non sarebbe neanche stata messa a lavorare su quei progetti. Dove si vede dunque che l’incapacità dirigenziale si scarica sulla parte più debole della struttura.
Si aggiunge qui un dettaglio non secondario per caratterizzare meglio le dramatis personae nel quadro complessivo che sta emergendo: durante i colloqui per l’aumento Gardo blandisce Laura qualificandola come una collaboratrice “importante”, su cui “ha investito” (gli altri, i paria dei paria, sarebbero invece soltanto lavoratori “temporanei”), insomma cerca di conquistarne la fiducia lusingandola, fingendo di voler avere un rapporto privilegiato con lei – ma è tutto fumo negli occhi per manipolarla meglio.
Ecco così che si inizia a profilare la tragedia, con un finale quasi eroicomico. Martedì 7 gennaio 2014 Gardo informa verbalmente Laura che alla fine di quello stesso mese la sua collaborazione sarebbe cessata temporaneamente per una pausa non ben precisata, cioè dandole tre sole settimane di preavviso ed estromettendola di fatto dal progetto su cui sta lavorando prima che lo stesso terminasse.
Colpo di scena (ma solo apparente): un paio di giorni prima della scadenza notificata così bruscamente Gardo si accorge che c’è ancora bisogno del suo contributo, per cui con grandissima faccia tosta le chiede di prolungare la presenza fino a metà febbraio, e la sventurata accetta, in virtù di quanto delineato poco sopra.
Dopo il 13 febbraio, però, piombano silenzio e disperazione. A nulla valgono telefonate e lettere di cui Laura tempesta la capessa. Così scopre di esser stata rimpiazzata da tre giovani e volenterosi “stagisti”: solo che non hanno alcuna forma di contratto di stage, dato che svolgono prestazioni non diverse da quelle degli altri, e sono pagati anch’essi a diritti d’autore; in compenso hanno meno di 35 anni e quindi costano meno all’azienda. Insomma, il confronto è impari coi “vecchi” redattori, ormai stanchi e ben coscienti del circo messo in atto dal gatto e la volpe, a favore di persone più giovani, con voglia di fare e dimostrare, in realtà ancora poco consapevoli della reale situazione in cui sono incappati. Poco consapevoli dei loro diritti, tanto che in parte si bevevano le bugie che i capi andavano raccontando per metterli uno contro l’altro, senza perdere l’occasione di parlare male alle spalle ora di uno ora dell’altro dipendente (e non è impossibile immaginare che venissero attuate costantemente varie forme di mobbing da parte dei “sepolcri imbiancati”, come ebbe a derfinirli un’ex collega di Laura quando se ne andò sbattendo la porta, risparmiandosi così un inganno perpetrato a lungo). Ecco, si può dire che vigeva la legge suprema DIVIDE ET IMPERA, per domarli e al buio incatenarli.
A questo punto, offesa nella sua dignità di lavoratrice e soprattutto messa sull’avviso da una storia simile capitata a un’altra collega, Laura mangia la foglia, cade il velo di Maia e capisce che la “pausa” che dovrebbe trascorrere prima di rinnovare il contratto era una panzana: mascherava la più dura realtà, che cioè non avrebbe più lavorato presso Gardo. Attenzione, però, quella soluzione non era dettata da pura cattiveria: era anche un modo assolutamente subdolo per far passare i giorni utili per un ricorso legale contro Gardo. Così Laura ha imparato a sue spese che il lavoro è un diritto, non una merce di scambio né un mezzo di ricatto (ma che, per capirlo ci voleva una presa di posizione ufficiale di papa Francesco?).
Allora decide di contattare un avvocato, il quale nel marzo 2014 scrive a Gardo quanto segue:

La lavoratrice prestava servizio alle dirette dipendenze degli amministratori, i quali controllavano ed etero-dirigevano modalità e tempi della prestazione, fissando univocamente orari, ferie e retribuzione nonché mettendo a disposizione della stessa mezzi e strumenti di lavoro (quali computer, tavoli da lavoro, uffici, stampanti, telefoni etc).
L’orario di lavoro svolto da Laura andava ben oltre quello previsto dal CCNL di categoria, accedendo al lavoro supplementare e straordinario, anche in considerazione di una pausa pranzo – non retribuita – di soli 30 minuti. Sono pertanto riscontrabili notevoli differenze retributive rispetto al dettato del medesimo CCNL, di cui ci si riserva la produzione in giudizio.
Lo studio editoriale, al solo fine di simulare nella forma quanto sostanzialmente era un comune rapporto di lavoro subordinato, retribuiva la dipendente quale lavoratrice autonoma sub specie “diritti d’autore”.
Come si avrà modo di dimostrare (sia mezzo mail, sia di testi sia con ogni altro mezzo di legge) la dipendente, in diverse occasioni, portava all’attenzione dei sig.ri amministratori l’incongruità dello stipendio percepito e la carenza di qualsivoglia garanzia e/o tutela di legge, ricevendo solo vaghe rassicurazioni sul futuro della collaborazione.
È di tutta evidenza che Gardo perseguiva un egoistico e spregiudicato interesse di risparmio fiscale in danno della lavoratrice, trattata quale mero strumento di profitto.

Ora facciamo scorrere in avanti il tempo più rapidamente della giustizia italiana per arrivare all’aprile 2015, quando Laura esulta per un risultato positivo: nella prima fase del procedimento (condotto secondo il rito Fornero) la giudice accoglie totalmente le sue richieste e condanna gli ex datori di lavoro a risarcirla. Si rende conto con maggiore consapevolezza dei lavaggi di cervello che ha subìto e che, in alcuni momenti, la stavano facendo desistere, però poi è andata avanti confidando nella giustizia e nella verità.
A questo punto subentra la seconda fase del procedimento con rito tradizionale e Laura aspetta le reazioni e decisioni della controparte, che dopo un po’ si oppone all’ordinanza, ma infine anche il secondo giudice le dà ragione: bis, evviva, una seconda vittoria, brindiamo!
Qui, ahimè, cadono però le ultime, dolenti note. In tutti questi mesi di dibattimento, i giudici hanno chiesto ripetutamente a Gardo di conciliare, ma questi si è puntualmente rifiutato di farlo, accampando la scusa di voler avere da una sentenza definitiva la certezza che il suo modus operandi fosse scorretto. Ma non era questa la “vera” motivazione: stava semplicemente prendendo tempo per architettare una “fuga”. E del tipo più infido ed esecrabile! Infatti dopo un po’ si viene a sapere che ha svuotato il conto societario, ha cambiato sede operativa dello studio, ha fatto pressione sui testimoni perché testimoniassero il falso, si è messo a lavorare in un co-working per evitare il pignoramento mobiliare e, ciliegina finale sulla torta, ha addirittura messo in liquidazione la società. Tutto questo per non pagare il debito che aveva con Laura (e altri ex collaboratori), sancito ben due volte dal tribunale civile. Nonostante i pignoramenti eseguiti anche presso case editrici con cui Gardo ha rapporti, non sono mai stati trovati crediti, molto probabilmente perché sono già attivi sotto il nome di una nuova società.
Dunque mesi e mesi di lotta, pesante anche emotivamente, non sono serviti a niente, se non a produrre un profondo senso di impotenza e frustrazione! Pur avendo ricevuto conferme in ambito giudiziario, difficilmente Laura potrà avere indietro quello che le spetta e di cui avrebbe estremo bisogno (c’è bisogno di dirlo? non sarebbe sottinteso?). Tutto perché una srl senza beni immobili e con fatturati che non superano i 200mila euro è praticamente inattaccabile. Gardo la sta facendo sostanzialmente franca, sta riaprendo una nuova società e persevera nell’illegalità con cui tratta i suoi dipendenti senza contratto (e che sono conniventi finché converrà, fino a quando non prenderanno coscienza che il silenzio non paga mai). Quando una persona è disonesta, a quanto pare lo è fino in fondo e oltre. Un ennesimo caso di giustizia a metà.


Non volevo distrarre la lettura con link e note, per cui mi limito a segnalare qui appresso (tipo note alla fine non numerate, in perfetto trendy American style) qualcosa che IMHO possa servire a contestualizzarla. Sedulo curavi humanas actiones non ridere, neque lugere, neque detestari, sed intelligere, scriveva Spinoza all’inizio del suo Trattato teologico-politico (1670).

Sul «destino crudele» dei giovani d’oggi ho apprezzato il commento di Athenae Noctua su alcune esternazioni di politici (e mancano i link alle dichiarazioni fatte il 1° dicembre da Tito Boeri, attuale presidente dell’Inps, sulle casse vuote delle pensioni, altrimenti non pubblicavo più questo post…).

La «presa di posizione ufficiale di papa Francesco» è quella enunciata lo scorso 7 novembre.

Sui dipendenti-conniventi ci sarebbe molto da dire: qui si può soltanto stigmatizzarne il comportamento (autolesionista e perdente, alla lunga), aggiungendo che purtroppo è quello più diffuso nelle realtà editoriali italiane, specialmente quelle più piccole, i cui dipendenti sono più esposti a ricatti e vessazioni di vario genere. A tale proposito, rammento la dedica del comunicato sull’esito dell’indagine degli ispettori del lavoro nelle redazioni “Monda-zzoli”, ancora visibile sulla home page del sito della Rete dei redattori precari.
Conferma il malcostume imperante l’ultima ricerca dalla Associazione Artigiani e Piccole Imprese Mestre Cgia (che negli ultimi anni ha fornito documentazioni sempre pertinenti e originali), su cui informa Roberto Ciccarelli in un articolo sul Manifesto del 29 novembre.

Infine raccolgo qui una serie di collegamenti a tre situazioni in parte analoghe, non per consolare Laura o voi lettori, bensì come una sorta di promemoria (repetita iuvant) delle difficoltà del settore, perché è necessario rimanere sempre guardinghi, vigili e reattivi (altro che stay hungry, stay foolish o il nostrano e bonaccione stai sereno!):

  • a inizio 2015 fallisce la casa editrice Zandonai (Trento): ecco l’opinione dell’ex direttore editoriale Giuliano Geri, un articolo a consuntivo e un post dalla blogger di Doppioverso;
  • a maggio 2015 scoppia il bubbone ISBN, che genera dal basso il movimento #occupayISBN, con cui si schierano per esempio Christian Raimo e il blog Scrittori in causa; a riguardo il Sindacato dei traduttori editoriali pubblica una riflessione ben articolata;
  • di lì a poco la crisi coinvolge anche la casa editrice romana Castelvecchi, in particolare il gruppo LIT, con il quale a giugno il Sindacato dei traduttori editoriali, supportato da SLC-Cgil, apre una trattativa che attualmente risulta ancora in corso – giusto per lasciare qualche speranza residua ai miei pochi lettori 😉

Aggiungo in coda due interventi, usciti dopo questo post, ma bellissimi (per questo mi permetto di infrangere la freccia del tempo):

Allegri, Ciccarelli 2013


Roberto Ciccarelli, che ha salvato il suo libro importantissimo (cliccare sull’immagine per saperne di più) e chiama a raccolta gli interessati per domenica 20 dicembre (a Roma);

Christian Raimo, in un articolo su Internazionale al cui sconforto c’è, purtroppo, ben poco da aggiungere, se non ribadire la chiusa:

tutta questa gente non pensa mai – mai, mai – a sindacalizzarsi, a mandare a fanculo chi si occupa di politica culturale nelle decine, centinaia di conferenze stampa, dibattiti, convegni in cui si presentano i festival, i programmi culturali, il nuovo splendido mondo creativo che verrà