Siete pronti a “Osare l’Enciclopedia”?

Forse è uno dei post più brevi in assoluto (magari sto imparando…): subito qui il link pertinente (ehi, mancano appena due giorni: affilate i vostri browser!) e poi spazio all’immagine:

Edition Numérique collaborative et CRitique de l’Encyclopédie

Intanto per ingannare l’attesa ho acquistato, nella versione PDF, il libro che occhieggia dal fondo dell’angolo inferiore destro….

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Qualche libro dalla Francia

Mi sono concesso una breve vacanza in una città dove non sono mai stato, anche se forse avrei dovuto da tempo: Parigi!
La mattina dell’ultimo giorno di permanenza (e del mese di luglio) ho fatto un salto in una libreria (Gibert Joseph sul boulevard Saint Michel: occupa quattro piani + un seminterrato), abbastanza simile a una Feltrinelli, ma con la particolarità di mettere nello stesso scaffale, una accanto all’altra, una copia nuova e una usata della medesima opera, se disponibile.
In più, dopo l’ampio settore di linguistica, ecco spuntare un’esile ma interessante sezione “traductologie”, che ho scoperto solo dopo un po’ perché evidentemente il commesso al quale mi ero rivolto non era molto pratico di queste branche del sapere. Vi risparmio in tutti i casi il racconto di cos’altro ho sbirciato.
In una prossima visita mi riprometto di perlustrare meglio libreriole accanto alle Sorbone più “umanistiche”, anche perché questo periodo non era favorevole, tra chiusure per ferie e assenza di corsi.
Ecco comunque cosa ho incamerato, dopo aver deciso di calmierare gli acquisti puntando unicamente su autori che conoscevo già:

  • Henri Meschonnic (1932 – 2009) è una sorta di ‘mostro sacro’ della traduttologia (e non solo: più spesso passa da poeta) francese (e non solo); l’originale di questa edizione tascabile uscì nel 1999 e credo che l’attacco sia già stato tradotto da Nazzareno Mataldi nel n° 23 di «Testo a fronte» del 2000 (pp. 5-36), come Poetica del tradurre – Cominciando dai principi.
    Ho cominciato a leggerlo subito, attratto dal titolo di uno dei capitoli: «L’Europe des traductions est d’abord l’Europe de l’effacement des traductions» (p. 38), che in una trentina di pagine condensa una storia della traduzione a modo suo.
    Nello scaffale c’era anche il suo ultimo sforzo, dal titolo affascinante: Langage, histoire, une même théorie (sempre per Verdier, 2012). Purtroppo dimensioni e costo non erano così ‘affabili’ come questo delizioso libretto, che comunque sfiora le 600 paginette.

  • Questo reader accademico di oltre trecento pagine torna utile per quanto sto scrivendo, almeno per la sintesi di D’Hulst sugli anni 1722-1789 (pp. 83-100), seguita da un saggio di José Lambert relativo al discourse implicite sur la traduction dans l’Encyclopédie (pp. 101-119 ricordo qui che nel 2006 D’Hulst curò, insieme a Dirk Delabastita e Reine Meylaerts, Functional approaches to culture and translation, saggi di Lambert scelti e raccolti nel volume 69 della nota «Benjamins translation library»).
    Quello che adesso è il “mio” volume è presente in tre sole biblioteche dell’Opac-Sbn (nessuna di queste a Roma).
  • Van Hoof era un altro ‘Carneade’ delle mie peregrinazioni bibliografiche, ma poco ‘permeabile’ su internet, donde lo stupore nel trovarmelo di fronte senza preavviso. Questo volume impegnativo (chiude a pagina 368), ampliamento del 1991 di un altro suo lavoro apparso cinque anni prima, dopo una ventina di pagine introduttive espone la materia in 5 capitoli piuttosto densi, suddivisi per paese: Francia, Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi e Fiandre, paese degli zar e dei soviet (sic, anche se il sottotitolo riporta più pudicamente ‘Russie’). La ripartizione può essere opinabile in linea teorica, ma prima di scagliare anatemi aprioristici occorre vedere praticamente come viene affrontata. Nonostante anche questo testo fosse scontato, è risultato piuttosto caro; peraltro già sapevo che fra tutte le biblioteche italiane consultabili dall’Opac-Sbn risulta disponibile solamente in undici, e a Roma esclusivamente alla Casanatense.

  • Mollier è un testo che conoscevo da qualche recensione su internet e mi incuriosiva anzichennò. Negli scaffali occhieggiavano ancora copie della epocale e ponderosa Histoire de l’édition française curata da Chartier e Martin nella prima metà degli anni Ottanta e poi ripubblicata nel 1990-91, ma il costo era eccessivo (e tutto sommato anche il peso nella valigia non sarebbe stato trascurabile… soprattutto viaggiando con una compagnia aerea low-cost). Quindi non ho avuto dubbi ad afferrare questo libretto, che comunque supera le 400 pagine, sia pure di piccolo formato, e ha l’indubbio vantaggio di essere ‘vecchio’ solamente di un paio d’anni.

  • Infine una ‘chicca’ che inseguivo da tempo, seppure non ossessivamente: il ‘piccolo classico’ del 1991 di un grande medievista, reperticato (insieme alla ristampa Seuil 1995 di un Pierre Riché a me ancora ignoto, nonostante l’originale risalga al 1962 e si poneva come sviluppo della storia di Marrou, che fu tempestivamente tradotta e variamente ristampata in italiano, ma che per ora ho preferito lasciare ancora nello scaffale: Éducation et culture dans l’Occident barbare. VIe- VIIIe siècles) nella libreria piccola ma tutto sommato ben fornita del museo medievale di Cluny, attualmente in ristrutturazione, ma che rimane pur sempre uno dei migliori da visitare in centro, e non soltanto per la raffinatissima dame à la licorne.

Come si vede, tutto sommato nessuna novità strabiliante, ma testi che in genere hanno ‘resistito bene’ nonostante la ventina d’anni trascorsi. Pregasi inoltre notare la fascetta giallo-blu “Occasion” per 3 titoli su 5 – e gli altri due sono edizioni economiche.

Chi volesse consultarli, può contattarmi tramite un commento qui sotto.

Buon ferragosto a tutti gli altri!

 

Le fromages de/et la France

Il primo congresso internazionale di studi sulla traduzione

Si svolge per tutta questa settimana all’università Nanterre di Parigi (già Paris X, oggi nota anche come “Université de Paris Ouest-Nanterre-La Défense”, di cui era presidente onorario Umberto Eco) il primo congresso mondiale di Studi sulla traduzione, più noti come Translation Studies (d’ora in avanti TS).
Il fatto che l’evento occupi tutti e cinque i giorni feriali è la dimostrazione più evidente, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto sia cresciuto questo approccio, dalla formulazione seminale di James S. Holmes nel 1972. {NOTA: La storia è stata raccontata molte volte: v. p.es. nell’esordio (p. 11) della prima edizione di Paola Faini, Tradurre. Dalla teoria alla pratica, Carocci 2004; l’Introduzione di Mirella Agorni al volume da lei stessa curato, La traduzione. Teorie e metodologie a confronto, LED Edizioni universitarie di Lettere Economia Diritto 2005, pp. 9-65; Jeremy Munday, Manuale di studi sulla traduzione, Bononia UP 2012 [2008], 2ª ed., trad. di Chiara Bucaria: § 1.4, pp. 34-38. “Contro” una caratterizzazione ‘teorica’ dei TS, Neergard sceglie opportunamente di qualificarli come «campo di studi» (si veda nell’Introduzione al suo diffusissimo reader Teorie contemporanee della traduzione, Bompiani 2002,2ªa ed., p. 14. E può essere utile ricordare che tradizionalmente l’attenzione per le traduzioni era riservato agli studi di letteratura comparata: cfr. la Prefazione all’edizione riveduta in Susan Bassnett-McGuire, La traduzione. Teorie e pratica, Bompiani 1993, pp. 1-10.}
Una riprova ulteriore è nell’osar chiamare questo primo consesso: «TS: una disciplina autonoma».
Ma non basta: riservato l’intero lunedì ai convenevoli ed esaurite le sessioni introduttive e plenarie, si può ammirare quanto lavoro complesso sia stato svolto dagli organizzatori nell’impostare il programma di lavori. Ecco infatti dispiegarsi sei differenti àmbiti di indagine (domains), ognuno dei quali suddiviso minuziosamente nelle varie giornate, aperte da una conferenza plenaria e poi dipanate in vari laboratori (da un minimo di due a un massimo di cinque) più specifici, descritti chiaramente nel sito che ha una struttura a scatole cinesi, ovvero a matrioska (fra parentesi l’eventuale seduta introduttiva, con relatore):

  1. DOMAIN 1: The State of Play for Translation Studies in the World
    • martedì 11: Europe (Michael Cronin, La traductologie face à Gaïa: enjeux langagiers pour un monde en mutation)
    • mercoledì 12: North America, Latin America, Oceania
    • giovedì 13: The Near and Middle East and Sub-Saharan Africa (Henri Awaiss, Guerre et traduction: 1975-2016)
    • venerdì 14: Asia (Marie-Josée de Saint Robert, La traduction en Chine)
  2. DOMAIN 2: Translation Studies and the History of Translation
    • martedì 11: History of Translation Studies: Concepts, Discourse and Transdisciplinarity (Yen-Mai Tran-Gervat, Un parcours historique des métaphores traductologiques)
    • mercoledì 12: History of Literary and Scientific Translations (Jean-Yves Masson, Comment rendre compte d’un texte d’autrefois?)
    • giovedì 13: A History of the Translations of Sacred, Mystical and Holy Texts (Marc-Alain Ouaknin)
    • venerdì 14: History of the Translation of Philosophical and Religious Texts from the Far-East (Rémi Mathieu, Peut-on traduire Lao zi?)
  3. DOMAIN 3: Theoretical Approaches to Translation
    • martedì 11: Translating Culture (Sherry Simon, L’hôtel, le pont et autres espaces de la traduction; Marianne Lederer, La culture, pierre angulaire du traduire)
    • mercoledì 12: Semiotic, Semantic and Linguistic Approaches to Translation (Magdalena Nowotna, La perception et la forme: comment les traduit-on?)
    • giovedì 13: Cognitivist Theories in Translation (Christine Durieux, Un paradigme cognitif pour la traductologie)
    • venerdì 14: The Dialogue between Psychoanalysis and Translation (Camille Fort, Janine Altounian)
  4. DOMAIN 4: New Methodologies and the Problematics of Literary Translation
    • martedì 11: Textual Genetics, Philology and Translation (Viviana Agostini-Ouafi; Maria Teresa Giaveri, La patte du lion, la main de Saint Jérôme: approches génétiques de la traduction / approches traductologiques de la genèse textuelle)
    • mercoledì 12: Translation Studies and Methods for the Translator of Literary Texts (Françoise Wuilmart, Méthodologies conscientes et inconscientes du traducteur littéraire)
    • giovedì 13: Translation Studies and the Untranslatables (Cornelius Crowley, The Poetics of the Untranslatable”: Time Out from the Politics of Tweeted Carelessness)
    • venerdì 14: Translating Oral Discourse or Direct Speech (Gabriel Bergounioux, Traduire ce qui n’a pas été dit : comment se représente l’endophasie ?”)
  5. DOMAIN 5: Translation Studies, Terminology and Transdisciplinary Discourses
    • martedì 11: Translation Studies and Translation in the Humanities (Tatiana Milliaressi, Traduire un texte épistémique)
    • mercoledì 12: Terminology and Translation Studies (Jean Pruvost, De l’usage des dictionnaires monolingues d’hier et d’aujourd’hui pour la traduction; Rosa María Agost Canós, Quelle terminologie pour qui? Les liaisons avantageuses entre traducteurs et terminologues)
    • giovedì 13: Translation Studies: Economic and Legal Activities (Michel Rochard, Le Traductologue et le pull-over économique; Franck Barbin, Spécificités de la traduction économique, financière et commerciale)
    • venerdì 14: Translation Studies and Political Discourse (Carmen Pineira-Tresmontant, Le dialogisme dans la traduction du discours politique)
  6. DOMAIN 6: The Digital Revolution, the Audiovisual Sector and Translation Studies
    • martedì 11: Corpus and Software/Applications for Translation (Natalie Kübler; Rudy Loock, The Use of Electronic Corpora in Translation and Translation Studies: “You like potato and I like potahto”?)
    • mercoledì 12: Automated Language-Processing and Translation Studies (Nadine Lucas, Qu’apportera(it) la traductologie au monde du traitement automatique des langues?)
    • giovedì 13: The Evolution of Tools, Professions and the Practice of Translation (Elisabeth Lavault-Olléon, L’approche ergonomique en traductologie appliquée: petit état des lieux)
    • venerdì 14: Translation Studies Serving the Audiovisual Sector (Laura Cruz García; Gius Gargiulo, Cinéma, séries télé et jeux vidéo : Les aventures de la traduction)

Che varietà sorprendente: ce n’è veramente per tutti i gusti!
A rendere ancora più bello il panorama ci sono ben quattro italiani a coordinare alcuni workshops: infatti oltre alla torinese Maria Teresa Giaveri intravista sopra (dominio 4, prima sessione), incontriamo:

  • Licia Reggiani, Bologna (dominio 1, sessione 1, laboratorio 2: Southern Europe: Croatia, Spain, Greece, Italy, Portugal, Slovenia)
  • Fabio Regattin, Bologna (2, 2, 4: History of the Reception of Scientific Texts in Translation)
  • Antonio Lavieri, Palermo (2, 2, 5: Narratives of Translation and Translation Imaginary)
  • Antonio Lavieri, Palermo (4, 1, 1, con Stefano Bory e Michèle Leclerc-Olive: Translating the Social Sciences: Elements for a Genetic Criticism)
  • Chiara Montini, Pisa (4, 2, 4: Narratives of Translation and Translation Imaginary).

Ma altri ancora ce ne sono, a scavare bene negli Abstracts (tutti rigorosamente in inglese e francese)… e questo è ancora più interessante se lo si confronta con quanto scrive Roberto Menin nella sintesi del suo intervento (sub 1-1-2), significativamente intitolato “Una traduttologia alla ricerca di se stessa: il caso italiano”:

Translation theory in Italy does not actually exist as a single and common trend, and this is confirmed by the small – indeed extremely rare – number of quotes and bibliographical references taken from the Italian field of translation studies. […] In fact, there are many items and lines of research in all the subdomains of translation studies, but scholars and researchers are not able to identify a single contextual reference outside their own discipline. It is as if pedriatrics could exist without general medicine. One of the reasons for this situation could be the integration of each field of research into different schools and faculties. The theory of literary translation, for example, is contained within each individual language area that has little knowledge of and rarely interacts with the others – as is the case for Italian, English, German, Hispanic Studies and so on. […] The Italian world of translation meets during festivals, city fairs, important literary events (Bookcity, Fiera del libro/Book Fair, Fiera del libro per ragazzi/Children’s Book Fair, etc), but all the discussions and considerations are dominated by the source language. One interesting new aspect is the growth of an online content, such as journals (for example, literary or theatre translation journals) and centres for permanent education that are now creating networks with academic and institutional education centres (mainly universities). Within this general framework, there are apparently all the ingredients needed to develop a strong tradition of Italian translation theory/studies, but we must simply find some elements to bring them together.

Un po’ troppo ottimista, forse, ma comunque un punto di vita originale.

Il logo dell’università parigina che organizza il convegno internazionale

Si tratta di un’iniziativa congiunta della SoFT, Société Française de Traductologie (Paris-Nanterre University), insieme a sue filiazioni: il SEPTET, Société d’Études des Pratiques et Théories en Traduction, la Society for Tertiary Education Specialists in English (SAES), il laboratorio MoDyCo, Modèles-Dynamiques-Corpus e il CREA, Centre de Recherches anglophones, col patrocinio della commissione francese dell’UNESCO.

Le 3 branche della traduttologia: storia, prassi e teoria

Gli appuntamenti si ripeteranno ogni 3 anni e si dovranno occupare sempre delle tre branche principali dei TS: storia, prassi e teoria della traduzione. Gli atti sono previsti su carta (per la nota casa editrice Classiques Garnier) e, in forma leggermente differente, anche on-line.

Avrei voluto tradurre la descrizione riportata nella pagina principale del sito, ma è in inglese e pertanto mi limito a ricopiarla qui sotto (corsivi e neretti sono presenti nell’originale). Buona delibazione!

Several factors determine the autonomy of a discipline: its place as an object of reflection in the history of the intellect, the quality of its engagement in other disciplines, and its impact on society.
Translation is one of the very first responses in actu to the temptation of explaining the meaning of human language. And beyond linguistic considerations and crossings between languages-cultures, translation relates to a crucial reflection on its very nature, its ontological foundations and the nature of reality perceived and represented through consciousness. Well before the translator Cicero made a few remarks on the dependance of language on the philosophical environment in which it unfolds, readers and translators of Heraclitus « the obscure » were confronted with the central difficulty of translating the form of discourse of the presocratic philosopher that was susceptible to imitate the structure of reality, this possible isomorphism, intended or not, but which changes the framework in which the translator operates. From this period in time, right up to Octavio Paz and Yves Bonnefoy, there remains the question of the translation of the pre-rhetorical and pre-conceptual nature of the form, as well as the translation of “culturemes”, “philosophemes” or “cognemes”.
During the XXth and XXIst centuries, not only a growing number of disciplines have contributed to the enrichment of translation studies but they have even been enriched by the theories and concepts developed within the field of translation studies. This transversal work has today gone beyond the first stage of pluridisciplinarity – that wary relationship of proximity –, followed by interdisciplinarity, the entente cordiale, to reach finally that of transdisciplinarity, an assumed puerperium which alone leads to a new painless delivery. Language sciences, on the one hand, comparative literature, on the other hand, the philosophy of language and even theology can no longer oversee by themselves (whether they be separated or in groups) a discipline that has its own concepts, its own specialist community, and above all, one that is based on its own practice.
The constant recourse to translation in all the spheres of contemporary society – and as a result, the use of an increasing number of professional translators –, the multiplication of training courses and research further increases the tightening of the links between practitioners as key players and theorists in this discipline. Even if the university authorities in numerous countries do not yet officially recognise translation studies, either through a lack of awareness or for any other reason that escapes the world of specialists, the fact remains that such a discipline, defined as the reflection on all the dimensions of the act of translating, cannot be lumped together with others. And indeed the principal objective of this congress is to establish translation studies as an autonomous discipline.
With this principle in mind, the congress will therefore be organised around six key domains with as many disciplined-based subsets that could combine all languages. Each domain is divided into four sessions and each session into four or five related workshops. A workshop will have between seven and eight papers spread over a single day and followed by a debate where other presenters can participate.
The first domain, which is more generalist and factual, will chart the state of play for translation studies in the world today. An attempt will be made to give an update on the teaching of translation studies in a large number of countries and across the different continents, whether it be within schools or faculties of translation or university courses from year one to doctorate studies. Moreover, we will be able to focus on the progress in translation studies research, the development of centres for research or specialist publications, and the evolution of editorial policies for translation studies or translations.
The second domain will try to provide an overview of the history of translations through its most varied aspects, both from the point of view of discourse and concepts encountered through the history of translation studies to the specific genres it deals with, including, for example, literary or scientific texts. This second domain aims at positioning itself as a continuation of a dominant French model which, in recent years, has concentrated on in-depth encyclopaedic research by teams of specialists studying the History of Translations into French (the HTLF, directed by Yves Chevrel and Jean-Yves Masson, Sorbonne University). This research has led not only to exploring the history of the reception of translations, but also to the history of translation practices, their theories or the theoretical assumptions that their works reveal. Further still, this congress in 2017 will provide an opportunity for an important number of workshops to focus on the history of the translations of philosophical or religious texts and, by doing so, explore domains that are still rarely consulted, as shown in the results provided by the HTLF.
The third domain will concentrate on all the most salient and innovative aspects of the theoretical approaches to translation in the XXIst century. Umberto Eco in particular will be honoured this year. The transdisciplinary approach will therefore be emphasised often in order to highlight the theoretical links, at the heart of translation studies between, for example, semantics and cognitivism, symbolism and semiotics, or between feminism and gender studies, and even between certain psychoanalytical concepts and some of the “theorems for translation”.
The papers in the fourth domain, will concentrate essentially on the methodologies for literary translation, whether they be developed by professional translators or translators from the world of academia. The presentations will thereby emphasise the four most innovative or recurrent aspects of recent research into the methods or the problematics of translation: textual genetics which has developed since the 1970s and has recently led specialists in translation studies to be interested in the contribution of this discipline and to reconstitute, in a dynamic way, the very act of translating in order to highlight the doubts, the flaws and the achievements of the translator during the birth of the target text; the growing challenges of untranslatability: the untranslatability of certain texts belonging to recent disciplines such as law and the humanities; aporiae in the translation of poetic, religious or philosophical texts, that have been revisited; or further still, the aporiae that arise from translating different types of oral discourse including its most contemporary, literary or dialectical forms.
The fifth domain will show the new calmer orientations taken by terminology-translation studies, in the well-established translation fields of economics and commerce as well as political discourse, and also try to pave the way for the new field of legal translation studies and revamped sociolingusitics. Electronic dictionaries, the fruit of recent research in general linguistics and knowledge engineering, will be dealt with not only as electronic tools for lexicological research, but also the latest advances in ergonomics and meta-cognitition. Translation studies in the humanities develop in terms of transposable and not superposable terminology. They do not lend themselves to unity and normalisation. The workshops will shed new light on the status of translation in relation to literary and specialised translation that will bring together philosophers, philologists and linguists.
Finally, the sixth domain will explore, in the context of the digital revolution and the upheavals in the audiovisual sector, the linguistics of the corpus which, for several years now, has opened up new fields for exploration and application for researchers in translation studies by proposing corpus processing tools – aligned or simultaneous –, automatic translation or translation tools, the creation and management of data bases for terminology. This domain will also explore the new translation tools using mobile phones and voice recognition techniques, as well as the new professions that are entirely linked to the evolution of digitalisation for post-editing, quality assurance and project management. The physical, cognitive or organisational ergonomics of professional translation activities will be studied along with the development of collaborative tools. Finally, this domain will show the need for even more cutting-edge reflection for translation studies in relation to the cinema, subtitling, dubbing, video games, and will also include the latest advances in the field of sign languages.

Translatio linguarum

Un'immagine scherzosa di Tullio Gregory.

Un’immagine scherzosa di Tullio Gregory.

0.1. Premessa

Un libro dal sottotitolo “Traduzioni e storia della cultura” non poteva non suscitare l’attenzione di chi scrive. L’autore Tullio Gregory è un filosofo italiano, ormai emerito, ma forse proprio per questo in grado di cogliere certi tratti di fondo dello sviluppo del pensiero occidentale che altri, più legati a interessi contingenti, accademici o meno, non possono permettersi di rintracciare o avere il lusso di seguire.
Ma prima di entrare nello specifico, segnalo qualche recensione di altri studiosi, poco più giovani di Gregory, a cui cedo subito il passo per autorevolezza:

0.2. Indicazioni per consultare proficuamente questo post
Chi già conosca Tullio Gregory, o non sia interessato ai suoi dettagli bio-bibliografici, può saltare direttamente al paragrafo 2. La lettura del 3 non è indispensabile, ma è consigliata se siete dei traduttori.

Tullio Gregory intento nella lettura silenziosa.

Tullio Gregory intento nella lettura silenziosa.

1. L’autore
Tullio Gregory si laureò nel 1950, a soli 21 anni, e dapprima si occupò soprattutto di platonismo medievale. Successivamente i suoi interessi si ampliarono al Sei-Settecento soprattutto francese e alla storia della filosofia in generale. Infatti alcuni lo ricorderanno come uno dei co-autori (insieme a Francesco Adorno e Valerio Verra) di uno dei manuali più longevi e fortunati di storia della filosofia per licei, credo tra i primi ad accludere anche testi antologizzati degli autori e della letteratura secondaria (prima ed. Laterza 1973 – Gregory firmava specificamente il secondo volume).
Altri si saranno imbattuti all’università in monografie arancioni di formato tascabile, tutte rigorosamente con identica articolazione interna: è la collana laterziana “I filosofi”, di cui si favoleggia che sia stata ideata da Gregory per includervi autori tutti rigorosamente già trapassati (80 titoli dal 1970 al 2000, quasi tutti pluristampati, a cui se ne aggiunge un’altra ventina usciti nel nuovo millennio, anche in versioni elettroniche – ePub con l’odioso DRM). Che infatti proprio dal 2000 fu affiancata dalla collana verde “Maestri del Novecento Laterza” (21 titoli fino al 2014, se non ho sbagliato a contarli sul sito, quindi una media annuale leggermente inferiore).
Oltre a numerose e importanti attività per l’istituto Treccani e più recentemente gli spazi della “Cucina filosofica” nel festival filosofia che si tiene dal 2001 a Modena e dintorni, Gregory può vantare la fondazione del Lessico intellettuale europeo: nei miei anni di università ricordo chiaramente la scritta su una porta in un corridoio al terzo piano nella ‘vecchia’ sede della facoltà di Lettere e i primi volumi pubblicati da Bulzoni (oggi da Olschki), dai quali trapelava pian piano cosa si nascondesse sotto quella formulazione perlomeno sibillina. La fusione con il Centro di studi sul pensiero antico (fondato e diretto da Gabriele Giannantoni) ha dato origine all’ILIESI: Istituto per il lessico intellettuale europeo e la storia delle idee; la storia è presentata da Gregory stesso in questo articolo. [NOTA ZERO] Per maggiori dettagli su di lui cfr. la “Quinta appendice” on-line della Enciclopedia Treccani.
Un lato del suo carattere che può apparire meno simpatico è la veemenza con la quale si è espresso contro iniziative come Wikipedia, del resto comprensibili rileggendo la sua storia personale, e a cui collego l’intervento del 2014 sulla «politica per la lingua» leggibile a questa pagina.
Il ‘succo’ del libro di cui parlo in questo post era stato già presentato, con abile mossa strategica dal punto di vista temporale, al festival filosofia il 19 settembre 2015, col titolo (su cui ci sarebbe molto da meditare, in sé) “Ereditare è tradurre” – a riguardo si veda questa video-intervista, apparsa sulla Gazzetta di Modena. Ma quasi tutto il testo risale a un articolo già apparso sui Quaderni di storia della casa editrice barese Dedalo nel 2009 (debitamente referenziato nella nota finale, peraltro priva di indicazioni, a p. 75), tranne qualche rifinitura, come il capoverso finale aggiunto all’ultima nota (119!) di p. 66, dato che all’epoca il c.d. HKS [NOTA 1] non era ancora completo.

Prospetto illustrativo del volume pubblicato da Olschki.

Prospetto illustrativo del volume pubblicato da Olschki.

2. Il libro
2.0. Il mio punto di vista
Vengo finalmente a spiegare perché questo libro mi interessa ed è molto importante.
Lo farò da un’angolatura particolare, che riesco a definire soltanto tramite la dicitura ‘in controcampo’: cioè riporterò dei passi, per così dire, di ‘sutura’ fra i temi portanti dell’argomentazione solida dell’autore. Questi li trasceglie dai suoi campi di interessi, che sono stati tanti, diversi e anche inusuali, ma da un certo punto di vista sarebbero delle ‘variabili’ sul Leitmotiv sottostante: intendo dire che avrebbe potuto pescarne e introdurne altri, ad libitum, dalle sue vaste conoscenze, giacché in sostanza quelli servono a sorreggere l’ipotesi forte di questo volumetto. La quale, se deve avere valore non episodico, ma costante, ricorrente, sempiterno oserei dire, può ricevere supporto da qualsivoglia contenuto preso in esame e portato all’attenzione del lettore. Questo lungo giro di parole mi serve in fondo a dire che a me il filo rosso interessa di più dei singoli argomenti che esso serve a ‘cucire’. Insomma, estremizzando: quanto state per leggere va in senso contrario a una recensione tradizionale, che di solito espone (ed eventualmente critica o corrobora) gli argomenti addotti dall’autore, ai quali dunque non porrò grande attenzione.
2.1. Alcuni temi
Ovviamente il primo nucleo concettuale è affidato alla cultura greca: punto di partenza comprensibile e giustificato inoltre dal greco quale «lingua di tutto il mondo mediterraneo» (p. 7), senza però dimenticare apporti dall’astrologia orientale. Il primo paragrafo è intitolato “Le sacre scritture” perché si chiude sottolineando la «traduzione come grazia di Dio, della provvidenza nella storia. [… Anche la traduzione] ha un’origine divina perché compie una missione salvifica superando ogni differenza linguistica e rendendo intelligibile a tutti la parola di Dio» (p. 8).
Segue un originale parallelo con la translatio cosmologica, di pianeti e astri che ha grande sviluppo agli inizi dell’età moderna (in nota compaiono Keplero e Campanella).
Il terzo paragrafo è animato principalmente dalle figure di Cicerone, Boezio e Cassiodoro, [NOTA 2] per spingersi fino ad Alcuino e Giovanni Scoto Eriugena.
Gregory è perfettamente consapevole dell’importanza delle opere arabe, ma sostiene che sono a loro volta eredità e trascrizione «di più antiche culture orientali – indiane, persiane, caldaiche» (p. 26). Quindi il senso più originale delle traduzioni in latino dal greco e dall’arabo sta nell’aver creato «un lessico filosofico, scientifico, teologico in gran parte nuovo, [… che] sarà la matrice di gran parte del lessico filosofico e scientifico delle lingue moderne» (pp. 28-29). Così trascorrono sotto i nostri occhi Petrarca, Ficino, Erasmo, Bruni e Bruno, poi i grandi filosofi del Sei-Settecento, per finire con Croce e Gentile, impegnati a redigere la presentazione della (all’epoca) nuova collana laterziana “Classici della filosofia moderna”: qualcuno la ricorderà per il colore arancio vivo della copertina (e sovracoperta, per i titoli più antichi), se non gli sovviene nessun autore specifico (dal 1907 al 1984 vennero pubblicati in tutto 62 titoli, più un terzo volume delle Opere italiane di Giordano Bruno con Il candelaio).
2.2. Le ‘suture’, ovvero il Leitmotiv
Il primo caso lo trovo a cavallo tra secondo e terzo paragrafo (p. 11):

Se la storia della cultura comporta sempre un ereditare e trasmettere, un trasferire da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti secondo le complesse linee di una «metamorfosi ordinata» [qui la nota 21 rinvia ai testi canonici di George Steiner, Gianfranco Folena e un articolo poco noto di Eugenio Garin, “Problemi di traduzione”, non a caso letto originariamente a un incontro del Lessico intellettuale europeo], cercheremo di seguire qui un aspetto particolare di questo processo, la translatio di testi scritti in alcuni momenti significativi nell’orizzonte e nei limiti della cultura europea, segnandone spesso crisi e rinascite. Ove tradurre – ereditare e trasmettere – è sempre un interpretare, come ricorda anche la connessione di termini con valore sinonimico interpretari, vertere, transferre. […] È la traduzione che prolunga nel tempo e nello spazio la vitalità di un testo, assicura e rinnova la tradizione.

Già qui colgo un aspetto non banale: spesso (già in antico) le traduzioni sono state viste con sospetto, accusate di sovvertire valori tradizionali e quindi da starne alla larga, se non da rigettare completamente.
Gregory ribalta questo luogo comune, introducendo invece tutto il valore innovativo dell’interscambio fra punti di vista differenti, che non vengono mortificati dal confronto, ma vivificati. Insomma, occorre riconoscere la forza positiva (e inarrestabile, corollario conseguente) del contagio, un concetto adoperato anche dall’antropologo ‘naturalista’ Dan Sperber, [NOTA 3] la cui deriva sociobiologica (innatismo mono-determinista) è però aliena dal quadro di riferimento che prediligo. [NOTA 4]

Nel terzo paragrafo Gregory sottolinea poi l’alterità della prospettiva adottata nel volumetto rispetto a qualunque teoria della traduzione, più o meno orientata alla letteratura (su tale inclinazione perniciosa, un’altra stoccata tra le pp. 29-30): qui si vede ‘semplicemente’ il tradurre «come trasferimento di un testo in una lingua diversa dall’originale, strettamente connesso a ogni translatio studiorum, a ogni passaggio di civiltà e cultura da uno ad altro contesto geografico, politico e linguistico, per salvare eredità che si sarebbero altrimenti perdute» (pp. 16-17).

Molto più avanti, quasi a fine libro (p. 60) Gregory propone un’estensione ulteriore:

anche la circolazione dei libri – in tutti i suoi aspetti materiali, dalla stampa alla loro diffusione per strade ufficiali e sotterranee – è un aspetto non marginale della translatio studiorum, con propri presidi e vie di comunicazione,

e lo ribadisce a fine testo, con affermazioni apparentemente controcorrente:

la storia delle traduzioni nell’età contemporanea – e in questa prospettiva la storia delle case editrici e di traduttori – è ancora da scrivere, forse anche perché dobbiamo liberarci del pregiudizio che antepone l’autore al traduttore, riconoscendo al primo un’originalità che il secondo non avrebbe; si rischia in tal modo di dimenticare che se ogni cultura è sempre un processo di appropriazione di interpretazione di esperienze diverse, con il loro trasferimento in contesti e linguaggi nuovi, la traduzione intra e interlinguistica svolge un fondamentale ruolo di mediazione nel quale il traduttore è attore e protagonista.

Qui Gregory sposa la causa difesa già da tempo dai ‘traduttori militanti’, cioè quelli che si battono per non volersi vedere annullati sin dalla posizione sul frontespizio. [NOTA 5]

Il classicista Luciano Canfora.

Il classicista Luciano Canfora.

Ma aggiungo che torna in mente anche un testo di Luciano Canfora, che forse per il carattere altrettanto ‘eretico’ non ha avuto la fortuna che meritava: Il copista come autore (Sellerio 2002). Qui di traduzione si parla espressamente solamente nel terzo capitolo, ma le dichiarazioni di Canfora alle pp. 43-44 sono inequivocabili e consonanti a quelle di Gregory:

Tradizione «indiretta» è anche l’instancabile lavoro di traduzione condotto senza interruzione, e a partire sin dai tempi più remoti […] il passaggio da una lingua all’altra – sotto forma di traduzione, di parafrasi o di riscrittura creativa – è un fenomeno ininterrotto, che si svolge parallelamente all’altro grande fenomeno consistente nel lavoro di copia. La tradizione è essenzialmente o traduzione o copia. L’una e l’altra, in maniera complementare, intervengono nella constitutio textus, ma il loro significato supera di gran lunga il fine dell’edizione: esse sono la storia, sono le azioni costitutive della storia della civiltà scritta.

La dimostrazione-limite, per così dire, è che

anche traducendo parola per parola, il traduttore – soprattutto quando non ha capito – interpreta, e di conseguenza modifica, il suo modello (Copista, p. 46).

Due richiami balzano in mente:

  1. L’accostamento tradizione/traduzione pare un mero calembour da retore consumato, ma in realtà è un corto circuito già nella svista confessata da Giorgio Pasquali, nell’Appendice seconda, “Congettura e probabilità diplomatica”, del suo noto volume Storia della tradizione e critica del testo (ed. Mondadori 1974, p. 485).

  2. André Lefevere, noto in italiano soprattutto per il geniale volume tradotto da Silvia Campanini e curato da Margherita Ulrych, Traduzione e riscrittura. La manipolazione della fama letteraria (Utet 1998, ed. or. inglese 1992).

3. Considerazioni ulteriori
3.1. Testi paralleli

Jean Delisle, professore emerito all'università di Ottawa.

Jean Delisle, professore emerito all’università di Ottawa.

Probabilmente Gregory non conosce il testo diretto da Jean Delisle e Judith Woodsworth (presidente e fondatrice della Canadian Association for Translation Studies), promosso dalla Federazione internazionale dei traduttori (definita scherzosamente «la lobby meno potente del pianeta») e dall’Unesco, che affronta un compito analogo da una prospettiva meno ‘elevata’, cioè prendendo in considerazione altre fonti disparate, ma per questo a mio avviso contribuisce a integrare utilmente il panorama conoscitivo.

Miss Woodsworth

Miss Woodsworth

Mi riferisco a Les traducteurs dans l’histoire, la cui terza edizione per la cura di Benoit Léger è stata pubblicata nel 2014 dalle Presses de l’Université de Laval [NOTA 6] – nata nel 1950, sede a Québec, sul sito si vanta di essere la maggiore casa editrice di lingua francese in America, con una media di 120 novità all’anno. Di Delisle è stato tradotto in italiano Terminologia della traduzione, che curò con Hannelore Lee-Jahnke e Monique C. Cormier (Hoepli 2002, ed. or. 1999; traduzione di Caterina Falbo e Maria Teresa Musacchio, curatela di Margherita Ulrych).

Un altro testo canadese che gli si potrebbe accostare è quello curato nel 2006 da Georges L. Bastin e Paul F. Bandia, Charting the Future of Translation History (University of Ottawa Press, Ottawa): a singoli autori sono affidati dei ‘carotaggi’ su sette aspetti particolari (nella sezione “Methodology”: il postmoderno, storia e microstoria, la traduzione legale ecc.) e dieci realtà diverse (nella sezione “Current Discourses”: l’America latina, Israele, Cina ecc.), esposti nell’introduzione dei curatori (pp. 1-9), che però non menzionano Delisle. Tuttavia Bastin sarà uno dei collaboratori al testo curato da Delisle e Marco A. Fiola, La traduction raisonnée (Université d’Ottawa Press, 3^ ed. nel 2013), rivolto specificamente ai traduttori della combinazione FR > EN.

Il Prof. Dr. Lieven D’hulst.

Sempre su tali argomenti, non sono ancora riuscito a consultare Lieven D’hulst, Essais d’histoire de la traduction (Garnier 2014), di cui però intanto trovo straordinariamente azzeccato ed efficace il sottotitolo: Avatars de Janus. Dovrebbe avere almeno una parte teorica assai avvertita (oltre a studi specifici: si veda l’indice a questo link), a differenza di Michel Ballard, Histoire de la traduction. Repères historiques et culturels (De Boeck 2013) che stando alle recensioni disponibili su internet difetterebbe proprio di una solida struttura metateorica, pur avendo il merito di raccogliere e presentare una messe di riferimenti e una massa di fenomeni notevole. Ma che rimangono, appunto, messe e massa, alla fine informi ed eterogenei se non sorretti da un’idea chiara, una prospettiva acuta, un quadro concettuale in grado di unificarli.
In tal senso appare migliore Francesco Laurenti, Tradurre. Storie, teorie, pratiche dall’antichità al XIX secolo (Armando 2015), che cita subito (p. 4) il lavoro di Delisle e Woodsworth (ma nella prima edizione inglese del 1995) e dichiara come sua linea-guida «l’esistenza di una storia delle teorie della traduzione che precede di molti secoli la nascita dei Translation Studies e che s’è sviluppata per lungo tempo senza essere mai dissociata dalla pratica della traduzione. […] La storia della traduzione che ne è emersa è coincisa di volta in volta con la storia della lingua, delle religioni, del pensiero filosofico e dei legami tra lingue e culture diverse» (pp. 6-7). Dunque, non è molto lontano dagli intenti di Gregory… però le considerazioni espresse da Franco Nasi nella sua recensione (che integro qui pur essendo stata pubblicata qualche mese dopo il mio post) mi trovano assolutamente d’accordo:

Apprezzabile lo sforzo di Laurenti, utilissime certe sue indicazioni e scoperte di autori poco noti, ma l’impianto generale del lavoro, nonostante le dichiarazioni introduttive, si mantiene all’interno di una storiografia (o di un modo di intendere gli studi sulla traduzione) che ci pare abbia fatto il suo tempo.

Conserva una sua utilità, nonostante gli anni, anche Bruno Osimo, Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei (Hoepli 2002).

Fra tutti i libri francesi menzionati, sono convinto che in italiano troverebbe accoglienza migliore il primo (e ho già iniziato a spendermi per questo), nonostante la recensione, non scevra da qualche critica, di René Lemieux sul numero di giugno 2015 della rivista specializzata Trahir. Se qualche nostro editore fosse interessato, mi contatti immediatamente, non se ne pentirà: grazie!

3.2. In fine
Riflettendoci su, quanto scrivevo nel paragrafo 2.0. “Il mio punto di vista” non mi sembra affatto una forzatura immotivata. A ben vedere Gregory spiega molto poco e piuttosto vagamente come avvengano quei processi di trasmissione di saperi, che trasferiscono «da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti» (p. 11, già citato), sui quali ha scelto di posare il suo sguardo esperto e, in tal modo, nobilitare. Non poteva farlo in uno spazio così ristretto, e del resto a questo sono lasciati gli atti dei “colloqui” sul lessico intellettuale europeo (si veda sul sito ILIESI) e altri affini, come per esempio i testi curati da Jacqueline Hamesse soprattutto per l’ambito medievale latissimo sensu.

 

N O T E

[Nota 0]
Vedo solamente dopo aver pubblicato il post che Annarita Liburdi ha dedicato due bei lavori alla storia dell’istituto: Per una storia del Lessico Intellettuale Europeo (2000) e Il Lessico Intellettuale Europeo dal 2001 al 2006. Da Centro di Studio a Istituto (2007), entrambi pubblicati dallo stesso LIE.

[Nota 1]
Si tratta del monumentale Harald Kittel, Armin Paul Frank, Norbert Greiner, Theo Hermans, Werner Koller, José Lambert, Fritz Paul (Hrsg./eds./éd. par; in Verbindung mit /in association with Juliane House, Brigitte Schulze), Übersetzung – Translation – Traduction. Ein internationales Handbuch zur Übersetzungsforschung / An international Encyclopedia of Translation Studies / Encyclopédie internationale de la recherche sur la traduction, 3 voll., Gruyter 2004-2011.

[Nota 2]
Per quest’ultimo, si potrebbe suggerire a Gregory di consultare la traduzione, diretta da Andrea Giardina, delle Variae per l’editore romano L’Erma di Breischneider (12 volumi apparsi fra il 2014 e il 2016, assai costosi e disponibili anche in versione digitale), anziché continuare a citarle dai venerabili MGH.

[Nota 3]
Un breve accenno in questa segnalazione di un suo testo, tradotto da Feltrinelli nel 1999.

[Nota 4]
Cfr. ad esempio, in riferimento al linguaggio umano, la recensione di Elisabetta Gola al libro di Grazia Basile, La conquista delle parole. Per  una storia naturale della denominazione (Carocci 2012), in AphEx, 8 (2013).

[Nota 5]
Penso ovviamente al Sindacato dei traduttori editoriali, e più in particolare al suo ultimo ‘successo’, vale a dire l’accordo siglato con ODEI (Osservatorio degli editori indipendenti) il 3 aprile scorso, in occasione della seconda edizione del Bookpride milanese, la Fiera dell’editoria indipendente. Per saperne di più, si può leggere l’annuncio sul sito ufficiale.

[Nota 6]
Le prime 35 pagine si possono scaricare da questo indirizzo.

In memoria di Umberto Eco: ‘ex coeli oblato’ oblatum – ovvero, due o tre cose che so del Nostro

Umberto Eco

Umberto Eco

«Il libro è un’assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità. All’indietro (ahimè) anziché in avanti. Ma non si può avere tutto» (Perché i libri allungano la vita, 1991, da La bustina di Minerva).

Questo avrei dovuto, voluto e potuto metterlo alla fine. Siccome arrivo in ritardo, more solito, lo piazzo subito qui per togliermelo di mezzo e in modo da sopravanzare, nel merito e nel contenuto, gli articoli variamente commemorativi che ho gradito di più, linkati appresso, per poi passare a ciò su cui invece mi piace dilungarmi qui – e di cui evidentemente, pour cause, mancano gli altri. Ma di cui quella citazione lassù, in esergo, è anche un po’ la cifra…

Allora, per la carta basterà l’inserto domenicale dedicato alla cultura dal quotidiano Sole 24 ore, che (nonostante sia di Confindustria) gli ha dedicato le prime quattro pagine del numero 51 dello scorso 21 febbraio. Lì apprendiamo, tra l’altro, che una dozzina di anni fa Eco ricevette il premio “La vespa d’oro” dal medesimo giornale, dopo aver denunziato la mancanza in Italia di un supplemento culturale analogo alla Book Review del New York Times. Dimenticando, appunto, detto settimanale. Insomma, una gaffe finì a tarallucci e vino (vedi foto a p. 24, taglio basso).
Per gli interventi on-line, prediligo anzitutto la coppia apparsa sul sito di Internazionale.it: quello di Philippe-Jean Catinchi (ben tradotto da Federico Ferrone dall’originale, apparso tempestivamente su Le monde) sull’«intelletuale poliedrico» e quello di Giuseppe Rizzo (beh, sì: non era giusto che sul «Nome della nostra cultura» [NB: Nome, proprio con l’iniziale maiuscola!], ossia ‘italiana’, scrivesse soltanto un francese) che spigolando in 14mila caratteri tra «quarant’anni di interviste», cioè 23 pubblicate tra il 1970 e il 2015 su 13 giornali (in ordine alfabetico: L’appuntamento/TMC, Corriere della Sera, Doppiozero.com, l’Espresso, Famiglia cristiana, Grenzgänge, il manifesto, The New York Times, The Paris Review, la Repubblica, La Stampa, l’Unità, Wired) riesce a estrarre una serie di passaggi, affermazioni, battute che hanno il merito di farci assaporare ancora, almeno in parte, la sua intelligenza acuta, originale, molto spesso ironica.
Su Sussidiario.net segnalo altri frammenti, utili forse più a chi lo conosceva superficialmente, ma che restituiscono anch’essi barbagli della sua umanità, nel senso dei rapporti che seppe intrattenere con la (mi verrebbe da scrivere con il…) Mitwelt, cioè i suoi simili, il mondo circostante.
Più contenuto il cordoglio sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung del 22 febbraio, firmato dallo scrittore Orhan Pamuk, che si dichiara «figlio e amico intellettuale» del Nostro. Eppure mi sembra doveroso dare spazio anche al giornalismo tedesco, per chi aveva sposato nel 1962 Renate Ramge, esperta di mostre, arte e musei.
Ancora: linko qui l’intervista rilasciata il 24 novembre 2015 a Francesco Merlo di Repubblica sulla «Mondazzoli», riportandone soltanto questo breve passo: «L’importante è la nave, non Teseo» – a futura memoria e in attesa di trovare l’accento giusto per scrivere finalmente anche sul ‘bastimento sgarbato’.
E siccome il prossimo libro di Umberto Eco (e l’ultimo genuinamente suo, ahimè, dato che gli aveva apposto il fatidico “visto si stampi”) esce sabato 27 febbraio proprio per quello che sarebbe stato il suo novello editore, ricopio qui anche parte di quanto se ne dice in rete, tralasciando una parte iniziale attribuita ad Amazon.it, ma in realtà identica a quella già presente nella «Introduzione» a La bustina di Minerva che ho già citato sopra:
«L’ultimo suo libro […] raccoglie le bustine di Minerva “che potevano riferirsi al fenomeno della ‘società liquida’ e dei suoi sintomi: crollo delle ideologie, delle memorie, delle comunità in cui identificarsi, enfasi dell’apparire etc. “Cronache di una società liquida” è il sottotitolo ma, data la varietà dei temi non unificabili sotto una sola espressione ‘slogan’, il titolo sarà Pape Satán Aleppe, citazione evidentemente dantesca che non vuole dire niente e dunque abbastanza ‘liquida’ per caratterizzare la confusione dei nostri tempi».

Sbrigàti questi dovuti omaggi, vengo ora al lato personale, che ho già dichiarato interessarmi di più.
Distratti e svogliati sono pregati di accomodarsi in qualche altro luogo della rete, ce ne sono molti e più soffici di questo…

Parto dai suoi testi: a essi devo (come, suppongo, altri della mia generazione) il consolidamento della passione per la semiotica, affacciatasi in maniera confusa da letture fugaci l’ultimo anno di liceo e prontamente soddisfatta con lo studio duro dei ‘classici’ all’università, quando vi si potevano trovare entusiasti e/o caotici “seminari autogestiti” tenuti da giovani di belle speranze (nel mio caso fu Massimo Buscema con l’avallo di Mario Costanzo Beccaria, docente della seconda cattedra di Storia della critica letteraria e poeta, ma anche autore anche di interessanti studi sul barocco[1]), un paio d’anni dopo la pubblicazione del Trattato di semiotica generale (prima ed. 1975). Sulla scia di quegli studi, alla confluenza con la Textlinguistik, apprezzai anche Lector in fabula (1979), anche se non lo comprai subito perché all’epoca riuscivo ancora a procurarmi in librerie del centro la sua rivista Versus. Quaderni di studi semiotici [2] e il ‘succo’ del libro era già contenuto nel suo lungo saggio, in inglese su Eugène Sue, che apriva il numero doppio 19-20 (gennaio-agosto 1978), su Semiotica testuale: mondi possibili e narratività (e allora quasi mi piacque di più il saggio di Searle sullo statuto narrativo della finzione).
Acquistai invece febbrilmente Kant e l’ornitorinco (1997), forse con l’illusione di ricuperare il tempo perduto (a lavorare anziché studiare Peirce), e probabilmente spinto anche da un vago ricordo della polemica che aveva intrattenuto con Emilio Garroni fin quando quest’ultimo volle tentare una “ricognizione” della semiotica.[3] Invece io, anche se la stragrande maggioranza dei recensori ed estimatori del Nostro dimostrano invece che non avevo capito nulla, non gradî quel testo, perché ritrattava (un ‘riflusso’, si sarebbe detto nel decennio precedente) le posizioni più estreme e irruente (in particolare sul ‘referente’ e sul ‘realismo’ [4]) delle Forme del contenuto (1971), poi confluite in maniera più organica nel voluminoso Trattato, [5] e che ho sempre immaginato simboleggiate dalla sua barba: nera, ispida e folta in gioventù, via via più incanutita e azzimata, passando per uno stile-Guccini (si conobbero nel 1978), sormontata da un morbido panama (o borsalino?) che contagiò anche Giuseppe Laterza (Beppe, lo chiamava lui familiarmente).
Un altro suo particolare ‘fisico’ mi aveva colpito fin dall’inizio, pur stonando alla mia idea (post)platonica di docente universitario, guardandogli le dita corte e un po’ tozze: l’impressione che si mangiasse ancora le unghie, ròso da chissà quale tarlo (e poi sarà stato il tumore al pancreas che ce lo ha portato via)…
Anche di Dire quasi la stessa cosa ho copia della prima edizione (2003, coi risguardi), e l’ho persino consigliato nei corsi e nei master che ho tenuto, in quanto libro su «esperienze di traduzione» (questo il sottotitolo, qui direi indispensabile per indirizzare l’ignaro acquirente). Più difficile, però, perché all’apparenza frammentario, utilizzarlo direttamente a lezione (se non per qualche spunto, come quello sulle traduzioni automatiche, che aprono con leggerezza il testo, facendone quasi un divertissement, o quello sui colori in latino, che lo chiudono più meditatamente). Inoltre ormai ero propenso a dissentire dalle sue posizioni ‘apollinee’ [6] per prestare ascolto agli oppositori interni, come la breve tesi in semiotica discussa al DAMS nel 2005 da Giovanni Guagnelini (relatore Fabrizio Marsciani, correlatrice Lucia Corrain – attualmente non è più disponibile su internet, dove la pescai anni fa in pdf) su Traduzione e interpretazione, che critica soprattutto l’impianto e l’argomentazione sottesi al cap. 10, «Interpretare non è tradurre».
Ma, anche senza nessuna riprova, sono certissimo che ci sia stato il suo zampino nei due volumetti sulla teoria (1993) e la storia (1995) della traduzione curati da Siri Neergard (rinvio ad altra occasione, meno personale, l’esposizione di eventuali pecche): non foss’altro perché è stata una sua allieva e sono usciti da Bompiani quando Eco vi svolgeva ancora funzioni di condirettore editoriale. E dobbiamo essergliene grati, forse anche più che del suo libro di tredici anni fa.

Direttamente, l’ho incontrato varie volte, in parte grazie a Pino Donghi.

Umberto Eco incontra Paolo Fabbri

Umberto Eco scherza con Paolo Fabbri prima della sua “Lezione italiana” (fotografia di Serafino Amato)

Tra le prime e più coinvolgenti, lo «Spoletoscienza 1990» per il quale sfornò il saggio originale Sull’origine, in linea col tema centrale degli incontri, che era La narrazione delle origini. [7]
Mi pare invece che per suoi impegni non ci fosse alle “Lezioni italiane” di Francisco J. Varela, Un know-how per l’etica, comunque ospitate (17-19 dicembre 1991) presso la cattedra bolognese di Teoria delle forme del sodale Paolo Fabbri: quale rapporto dialettico ci fosse tra Eco e Fabbri lo illustra splendidamente qui sopra lo scatto regalatomi dall’amico di lunga data Serafino Amato (un grazie particolare, Serafo! :-)), in occasione della “Lezione italiana” tenuta dal secondo cinque anni dopo a Palermo (25-27 novembre 1996), La svolta semiotica. Il testo fu confezionato redazionalmente non dal sottoscritto (come i primi di quella collana) ma da un Gianfranco Marrone in rapida ascesa cattedratica, che in quell’occasione ebbi modo di conoscere e apprezzare.

In mezzo ci sono state alcune altre occasioni: andai a molti dei primi incontri al Centro internazionale di studi semiotici e cognitivi, istituito a San Marino nel 1988 (ho sempre sospettato, malignamente quanto i personaggi del Pendolo, che avesse scelto la sede sia per la vicinanza all’ex convento gesuita di Monte Cerignone che dal 1976 era diventato la sua casa-di-campagna – leggasi: nel Montefeltro, anche se va detto che Urbino già dagli anni settanta vantava un Centro internazionale di semiotica e linguistica con tanto di “Summer Schools” che richiamavano pubblico e relatori da tutto il mondo, potendo anche contare sul piccolo editore locale Quattroventi per le modeste tirature dei «Documents/Quaderni/Working Papers» – sia più astutamente per poterci organizzare eventi che forse gli accademici italiani non gli avrebbero consentito sul suolo patrio, o gli avrebbero reso difficili, magari soltanto per invidia della notorietà che a quel punto aveva già raggiunto). [8]
Lì andai a vedere e sentire nel 1990 W.V.O.Quine live, ma dopo averne letto il gustoso ricordo sul Sole 24 ore da parte di Roberto Casati, mi sono reso conto di aver perso il meglio di quell’occasione: difatti mi sembra di ricordare che ripartî prima della fine del convegno, forse per incastri di orari ferroviari.
Rammento invece ben distintamente un pranzo di lavoro a Bologna, presenti Marco Mondadori, Patrizia Violi, ancora Fabbri e altri docenti e assistenti, nel quale feci una pessima figura, che forse racconterò solamente in punto di morte…
Mi riscattai con la redazione della Ricerca della lingua perfetta nella cultura europea (1993), [9] sulla quale non ebbi grossi problemi, né lui fu così puntiglioso come racconta nella fondamentale “bustina” dedicata a Giovanni il Battezzatore? del 1997, [10] profusa a piene mani nei miei corsi universitari e di master, in buona compagnia di altre, come l’altrettanto importante Ma che cosa è questo editing? Osservazioni su un termine ambiguo (1996) [11] o i quaranta precetti per “scrivere bene”, che ovviamente va in coppia con la scrittura politically correct (entrambe del 1997). [12]
Proprio perché adoperate a fini didattici specificamente editoriali, è davvero fastidioso (o clamoroso?) trovare nell’edizione elettronica della Bustina di Minerva (2011, dalla terza edizione nei Tascabili Bompiani del 2006, prima ed. 1999) un bel refuso: ‘stlita’ (e a ben vedere [in senso letterale] non è l’unico…).

Claudius Seidl (FAZ)

Claudius Seidl (FAZ)

Consola, peraltro, il fatto di trovarvi al primo posto Migrazioni, che andrebbe benissimo come articolo di fondo su uno dei temi più presenti nei quotidiani di questi ultimissimi anni: eppure è datato 1990! Conferma così il titolo posto a caldo sul necrologio di Claudius Seidl (da oltre quindici anni a capo della sezione “Feuilleton” della FAZ, quindi probabilmente lo avrà scelto proprio lui): «ha letto (ha saputo leggere, va’, per non essere troppo letterali…) i segni del tempo» (cfr. infra le mie note 4 e 13).

Per i corsi mi sono servito anche di materiali, trovati in rete, prodotti o legati al Master in editoria cartacea e multimediale della Scuola superiore di studi umanistici dell’Alma Mater bolognese, di cui è stato presidente dal 2000 e che ha sfornato tanti giovani preparati, molti dei quali adesso almeno hanno un posto di lavoro (se sia decente, dovreste chiederlo a loro…). Peccato però che anche quell’esperienza abbia dovuto cessare nel 2009, pur non avendo chiuso del tutto.
In tutti questi casi ho constatato il valore del suo insegnamento, seppure mediato, mentre a livello di ‘opinione pubblica’ avvertivo sin dai primi anni Duemila che si era un distacco fra Eco e i giovani (e non volevo addossarne a questi ultimi tutta la colpa).

Vorrei chiudere in bellezza. Potrei dunque ricollegarmi alle pagine del Sole con cui ho esordito. Due fili rossi mi sembrano percorrerle: l’ironia, di cui sapeva sempre tingere la sua scrittura al momento giusto (sì, anche quella accademica: memorabile il capitolo «Generazione di messaggi estetici in una lingua edenica» nelle citate Forme del contenuto, talché rifluì poi in appendice dell’edizione – ormai sicuramente – definitiva di Opera aperta [13]), e il lavoro editoriale.
Per la prima, occorrerebbe un’intelligenza brillante (e dunque superiore – pensateci bene…) che non mi appartiene e che il Nostro ha invece mostrato e dimostrato di padroneggiare senza sforzo.
Mi rifugio allora nel secondo aspetto.
Elisabetta Sgarbi vorrebbe risentire «i suoi feroci, ironici rimproveri per i nostri errori di superficialità e distrazione» (p. 22). Mario Andreose ricorda che il Nostro fu l’estensore delle norme redazionali (coeve al fortunatissimo libretto del 1977, Come si fa una tesi di laurea) ed «era il terrore dei redattori, perché implacabilmente scovava refusi, errori di traduzione, e altro non appena sfogliava un libro fresco di stampa».
Ma lascio per ultimo (e forse meno importante?) l’episodio più divertente che mi è rimasto impresso e spero di non travisare dopo tanti anni – comunque se mi farete notare qualcosa, sono pronto a correggere/integrare le vostre osservazioni.
Fu di quando raccontò (rigorosamente in compagnia, ché altrimenti non ci sarebbe da riderne) come, giovane editor Bompiani in trasferta alla massacrante (lo scrivo per esperienza diretta!) Fiera del libro di Francoforte, si volle fare beffe di tanti parrucconi dell’editoria là convenuti.
Dunque, l’usanza era di trascorrere non soltanto ore e ore piroettando negli stand della fiera a incontrare editori stranieri e spulciare cataloghi (negli anni sessanta e settanta internet non era stata ancora concepita), ma di trasferirsi a bivaccare la sera sui divani, poltrone, sedie, panche e tappeti del Frankfurter Hof. Come in ogni albergo di lusso che si rispettasse, c’erano camerieri che distribuivano bevande di ogni genere e forse persino un pianista che contribuiva ad alleviare l’atmosfera. Ma c’era anche un servizio particolare, in ossequio alle fervide attività della Buchmesse: si poteva chiedere a un certo addetto di annunziare tramite un altoparlante la presenza di qualcuno, autore o personalità nota, disponibile a incontrare gli editori che fossero interessati. E così il Nostro, verosimilmente spalleggiato da altri enfants terribles della sua risma, andava a proporre nominativi del tutto improbabili, fidando da un lato sull’ignoranza/innocenza dei malcapitati inservienti, dall’altro sull’anonimato della ‘delazione’, e godendosi quindi di soppiatto il duplice effetto, sconcertante (per gli astanti) e (almeno per lui e i suoi accoliti) comico, che potevano produrre convocazioni di ‘Benedetto Croce und Giovanni Gentile’, ‘Gustave Flaubert’, ‘Tristan Tzara’ o ‘Bertrand Russell’ (che poi morì soltanto nel 1970…).

N O T E

[1]
Parte delle relazioni presentate al convegno dedicato alla sua figura nel dicembre 1998 presso la medesima università dove insegnò sono stati pubblicati oltre dieci anni dopo, nella sezione iniziale, appositamente titolata “Costanziana”, della rivista l’Abaco (Annuario di critica letteraria, teatrale e cinematografica – diretto da Rocco Paternostro, già suo allievo e poi assistente, poi docente di Critica letteraria e Letteratura italiana, anch’egli alla “Sapienza”). Curiosità bibliografica: non tanto il fatto che quel numero 4/7 (2005-2008) della rivista sia uscito a giugno 2010 (si sa, le riviste sono in perenne ritardo…), ma la dicitura sulla casa editrice nel colophon del frontespizio (p. 3), che recita: «Aracne editrice – Ugo Magnanti editori», sebbene poi nel retrofrontespizio immediatamente successivo il copyright è ascritto alla più usuale.«ARACNE edtrice S.r.l.».

[2]
Ricordo che in una, molto grande e ovviamente chiusa da anni a favore di ben più lucrose attività commerciali legate a moda, marchi e lusso, disseppellî addirittura una sorta di ‘fondo di magazzino’ con alcuni dei primissimi numeri: che gioia scovare un simile tesoretto!

[3]
Segnalo qui il buon lavoro di Cosimo Caputo, Emilio Garroni e i fondamenti della semiotica (Mimesis 2013) che rilegge dalla sua ottica (direi post-hjelmsleviana, comunque sicuramente originale) le posizioni del mio professore di Estetica a Roma.

[4]
È un buon indizio della sensibilità echiana al mutare di tempi e mode culturali italiche trovarlo schierato, a inizio anni Ottanta, tra i corifei del “pensiero debole” (il suo saggio L’antiporfirio occupa le pp. 52-80 del Pensiero debole curato da Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti per Feltrinelli nel 1983 e fu accolto due anni dopo nel suo stesso Sugli specchi e altri saggi, per poi innervare parte delle riflessioni consegnate ai saggi nella Enciclopedia Einaudi, che poi saranno rifuse in Semiotica e filosofia del linguaggio [Einaudi 1984]; ma quel saggio mantiene ancora una sua vitalità se l’autore ha pensato di riproporlo, sebbene rimaneggiato, in apertura del suo Dall’albero al labirinto. Studi storici sul segno e l’interpretazione [Bompiani 2007] col titolo eponimo, per poi venire ripreso ancora in qualche modo nell’ultimo capitolo, il diciottesimo, di quello stesso volume: Il pensiero debole vs i limiti dell’interpretazione, pp. 517-536) e, un ventennio dopo, ad anticipare quello che passerà sotto il nome di “nuovo realismo” (c’è una progressione nei lavori di Maurizio Ferraris, dall’Estetica razionale, Cortina 1997, poi 2011, al Manifesto del nuovo realismo, Laterza 2012). Vedi anche la nota 13.

[5]
(Anche) per farsi spazio nell’affollato ma ormai accademico arengo dei semiotici italiani, Claudio Paolucci ha però argomentato con acume che del Trattato è stata sviluppata esclusivamente la prima parte (teoria dei codici): vedi l’impostazione della sua Introduzione al volume, da lui stesso curato: Studi di semiotica interpretativa (Bompiani 2007). Esso ospitava, come secondo capitolo, anche il saggio di Eco La soglia e l’infinito (pp. 145-176), che nella versione quasi identica per U. Eco, Dall’albero al labirinto (cit., pp. 463-484) aggiungeva come sottotitolo che circoscriveva l’ambito di indagine (se non lo chiariva per un “lettore ideale” del volume che non fosse propriamente laureato in semiotica) Peirce e l’iconismo primario.

[6]
Mi riferisco al ‘thema’ proposto da Gerald Holton nel saggio Dionisiaci, apollinei e immaginazione scientifica [1979], in Id., L’intelligenza scientifica. Un’indagine sull’immaginazione creatrice dello scienziato (trad. e cuira di Franco Voltaggio, Armando 1984, pp. 184-215).

[7]
Questo il titolo del volume curato da Lorena Preta per Laterza nel 1991, che redazionai e corredai delle consuete informazioni bio-bibliografiche (Note sugli autori, pp. 247-268), ricavate dalle schede già approntate per conto della Fondazione Sigma-Tau in merito agli eventi estivi in occasione del Festival dei Due Mondi. Il saggio di Eco è alle pp. 65-71.

[8]
Sarebbe bello se, dopo aver donato tanti volumi a lui inutili alla biblioteca del paesello, trasferisse nel palazzotto la sua biblioteca milanese, stimata intorno ai 50mila volumi. In effetti, nei primi anni Novanta c’era un vago progetto di fondare una biblioteca specializzata da quelle bande marchigiano-romagnole, e credo fosse stato ventilato anche il mio nome come “novello padre Jorge”. Ritengo però che il progetto si sia rivelato poco fattibile e gli sforzi si siano allora concentrati sul solo centro sammarinese.

[9]
Purtroppo adesso disponibile soltanto nell’Economica Laterza, che se consente di acquistarla a un prezzo contenuto, tradisce le sue origini nella bella collana «Fare l’Europa», un progetto ardito, voluto da 5 editori europei nella prima metà degli anni Novanta con il suo amico medievista Jacques Le Goff (scomparso il 1° aprile 2014) quale direttore scientifico, ma che purtroppo non riscosse il successo auspicato (era forse ‘troppo avanti’?).

[10]
Per acribia filologica, aggiungo che nella versione a stampa del 2001 era alle pp. 273-4, mentre originariamente comparve sull’Espresso del 31 luglio 1997, p. 170, col titolo Conoscete Giovanni il Battezzatore? C’è un editore che non lo conosce.

[11]
Quest’ultima purtroppo non è stata ripresa nel volumetto, ma uscì sull’Espresso del 7 novembre 1996, p. 218: questa congiunzione astrale con la mia data di nascita avrà qualche senso recondito…?

[12]
Entrambe figurano nell’edizione già citata della Bustina di Minerva, all’interno della sezione «Zanzaverata di peducci fritti», che fa ridere soltanto a pronunciarla, come pubblicità che, non ho mai saputo se a torto o a ragione, gli venivano attribuite: «Chi Vespa, mangia le mele» e «[il prodotto X] sfrizzola il velo pendulo».

[13]
Opera aperta testimonia del suo titolo anche nelle rielaborazioni editoriali: quella ne varietur del 1976, rispetto alle due precedenti (1962 e 1967) , ha lasciato per strada il saggio sulle Poetiche di Joyce, ripubblicato però a sé nel 1965 e poi nuovamente nel 1972. Anche nelle numerose traduzioni (10, dal 1965 al 1989, sono rubricate nell’Appendice bibliografica di Semiotica: storia teoria interpretazione, il poderoso testo di Saggi intorno a Umberto Eco curato da P. Magli, G. Manetti, P. Violi; Bompiani 1992: vedi a p. 445) la ‘cucina’ editoriale estera ha prodotto vari rimaneggiamenti, per cui si può quasi dire che non ce ne sia una uguale a un’altra, ma soprattutto che è difficile farle risalire precisamente a un originale ben definito. Insomma, si tratta di un’opera instabile quanto lo Zeitgeist, in un equilibrio difficilissimo da mantenere così a lungo, ma per ciò tanto più stimolante e meritevole di riletture – anche nel senso che se le è meritate tutte!

Semplicità (?) insormontabili (?)

Per questo post ho scelto lo stesso titolo della rubrica che Roberto Casati e Achille Varzi tengono da parecchio tempo sul “domenicale” del Il Sole 24 ore. Non saprei dire da quanto, perché sull’edizione on-line del quotidiano non c’è, né tantomeno si ricavano notizie a tale riguardo. Ma questo è un dettaglio secondario, rispetto alla reazione indispettita che mi ha suscitato e ho cercato di esprimere tramite i punti interrogativi e non si è attenuata neanche lasciando passare una decina di giorni (anzi…).
Per chi non avesse presente il genere, si tratta di dialoghetti (da un calcolo molto sommario si aggirano sui 3500 caratteri, anzi 600 parole, dato che sui giornali si preferisce contare queste ultime, giusta il sistema anglo-americano) fra personaggi fittizi su un microtema, affrontato talora con arguzia, comunque sempre con l’intento di ‘smontare’ qualche ragionamento vizioso: i «crampi mentali» del buon vecchio Ludwig Wittgenstein…
Il titolo di quello di domenica 22 giugno 2014 è: Correggi a caso o a casa? ed esordisce con una ‘Lei’ che inveisce contro la stupidità del correttore ortografico — si lascia all’intelligenza del lettore intendere quello di un programma di scrittura, ovvero elaboratore elettronico di testi (come si chiamavano un tempo). Nulla da eccepire: io lo disattivo sempre (come una volta il famigerato T9 sui cellulari), da quando notai che Word di Micro$oft si ostinava a cambiare ‘Mondadori’ in ‘Mondatori’ e anche ‘on(-)line’ in ‘ondine’. [NOTA 1 ]
Un ‘Lui’ replica pacatamente facendo una distinzione, apparentemente inusitata, fra «errori-nonparola» (quelli ortografici, come ‘enrtò’ al posto di ‘entrò’) ed «errori-parola»: questi ultimi non sono definibili in positivo ma in opposizione ai precedenti, cioè si tratta di parole che si possono giudicare sbagliate soltanto in base a un contesto specifico.

Fin qui tutto bene. Anzi, viene addirittura menzionato il fatto che attualmente le macchine (integro ancora: calcolatori specializzati nell’analisi di testi) vengono “addestrate” ricorrendo a corpora molto ampi, che riducono le possibilità di errori, anche se non possono escluderle del tutto.
A mio avviso ciò dipende dall’essere procedure induttive, cioè bottom-up: niente di male, ma mi viene in mente che già Chomsky a metà degli anni Sessanta mise in luce i limiti di approcci del genere nella creazione di teorie linguistiche, preparando così il campo alla propria, poi assurta alla notorietà internazionale come «generativo-trasformazionale». [NOTA 2]
Proseguo nelle associazioni liberamente creative, al contempo implorando clemenza ai ‘veri’ esperti e studiosi sia di linguistica sia di informatica: la linguistica dei corpora (corpus linguistics) [NOTA 3] è stata un po’ come il (grosso modo coevo) connessionismo negli studi sull’intelligenza artificiale.

Ma sto divagando troppo, per cui torno subito all’articolo di Casati e Varzi (questa frase però si capisce meglio se si riemerge qui subito dopo la lettura della nota 3…).

‘Lui’ dichiara (spavaldamente? per disperazione? chissà…) di poter fare meglio assoldando un correttore di bozze. Al che ‘Lei’ risponde (con un tono fra l’ironico e il supponente):

Non dormirei tranquillo. Le mie statistiche dicono che un correttore umano sbaglia il 70 per cento delle volte con gli errori-parola. Questo significa (fai un paio di conti) che se hai un testo con dieci errori-parola, la probabilità che il tuo correttore non ne trovi precisamente tre è maggiore del sessanta per cento.

Non vale la pena andare oltre, dato che la storiella si conclude con una battuta (a mio avviso poco felice e ben poco risolutiva, rispetto al problema affrontato, o meglio appena accennato). Non è neanche ben chiaro perché l’iniziativa sia passata alla ‘Lei’, ma sorvolo anche su questo.
Mi piacerebbe davvero sapere da dove i due filosofi italiani tirino fuori quelle statistiche: io non le ho mai sentite (ma so di essere ignorante).
Certo non è il domenicale la sede adatta per fornirle. Peccato, passo dunque alle riflessioni che mi ha scatenato questa inedita perla di saggezza del duo.

Accidenti, ma se le cose stanno così, se cioè il lavoro sul testo mantiene ancora margini di errore così alti, allora fanno bene le case editrici a dismettere quel ramo che una volta era di competenza in parte della redazione e in parte (maggiore) del c.d. ufficio tecnico (oggi ormai estinto), ossia quello di pertinenza dei correttori di bozze: tanto secondo Casati e Varzi non servono a granché. Dove i due paiono giustificare in tal modo una prassi che ormai ha preso piede irreversibilmente ovunque a livello industriale, portando di fatto a libri complessivamente più scorretti. Eppure così facendo possibile che non ci si renda conto che si finisce per buttare alle ortiche senza troppi rimorsi anche una storia lunga ormai già qualche centinaio di anni (difatti, per la co-occorrenza con l’invenzione della stampa, i primi correttori pienamente consapevoli del proprio ruolo e della propria importanza furono gli umanisti, ma su questo rimando a un post che prima o poi dovrò decidermi a scrivere!). Che sia diventato troppo pesante l’onere di cotale stirpe? Tanto da sacrificarlo all’imperativo dell’efficienza-a-ogni-costo (in senso letterale, badate bene!). [NOTA 4]

  • Dunque a che servono volumi come quello di M. Cammarata, Il correttore di bozze (Bibliografica 1997), tanto per citare il primo concepito specificamente per il pubblico italiano che mi venga in mente? Altri potranno seguire a richiesta…
  • E quindi non caverebbe un ragno dal buco (in questo caso: un refuso dal testo) nemmeno Analizzare e correggere gli errori, come cercano di insegnare A. Cattana e M.T. Nesci nel volume omonimo, curato dalla linguista C. Marello per l’editore perugino Guerra nel 2004?

Cattana, Nesci (2004)

  • E dove mettiamo le riflessioni, stimolanti e originali, sul rapporto fra linguistica testuale e redazione editoriale, che si possono leggere nel numero 103 degli Antwerp Papers in Linguistics, curato da Kris Van de Poel nel 2003?
  • Quest’ultimo è solamente uno dei possibili modi di ‘tagliare’ la materia, affrontata dal Gatto e la Volpe, probabilmente con superficialità inconsapevole, ma non per questo meno colpevole. Aggiungo che il sottotitolo di quel numero di rivista olandese è «From a talent to a scientific discipline»: a mio avviso esso coglie ed esprime in maniera pienamente significativa il tentativo/l’intento di passare da una considerazione ‘ingenua’ (un’abilità personale, ritenuta magari istintiva) alla costruzione ‘autocosciente’ di una funzione (alla quale provare ad applicare i principi della scientificità contemporanea: fallibilità, ripetibilità, impersonalità ecc., anche se non tutti sono sempre condivisi da tutti — ma non voglio impelagarmi adesso in una disquisizione epistemologica, ché il fine è un altro). Sforzo che trovo lodevolissimo e interamente condivisibile.
  • Posso esagerare? Ecco, allora i due compari andassero a consultare siti come quello dei redattori canadesi (assolutamente, radicalmente, indefettibilmente bilingui, come accade da noi in Alto Adige, ovvero Südtirol: versione francofona oppure versione anglofona); forse avranno difficoltà a sceverare fra structural editing, stylistic editing, copy editing e proofreading, però nei corsi che mi è capitato di tenere ho sempre provato un grande piacere nel portare tutto ciò a esempio del livello di finezza al quale può essere condotto il lavoro che si può compiere (si compiva? non si compirà più?) su un libro (intendo anzitutto di carta, ma credo che il supporto non conti più di tanto, tutto sommato [NOTA 5]). E che qui, nell’incuria e nell’abbandono, generali e specifici, pancronici e congiunturali, che affliggono il settore editoriale, è sicuramente molto difficile comprendere, spiegare e ancor più applicare. E che per questo viene sempre più svilito, degradato, estromesso dalle funzioni-chiave dell’azienda contemporanea (mi verrebbe da dire: non meramente editoriale).
  • E non si dica sia una fisima di noi occidentali: anche down under hanno «levels of editing» del tutto omologhi!
  • Potrei continuare, anche se ribaltando le carte e un po’ alla rinfusa, ma in realtà per salire di livello, ampliare sempre di più l’ambito del discorso e (tentare di) far capire che non è una questioncella secondaria né peregrina: fu Lev N. Tolstoj, scrivendo a un amico nel 1878, a coniare l’espressione «energia dell’errore», ripresa felicemente nel titolo di quel Libro sul soggetto (e nel capitolo eponimo, pp. 37-65) che è dopotutto un guazzabuglio ma anche l’ultimo lavoro a firma di Viktor Šklovskij, tradotto dalla bravissima (e amica) Maria Di Salvo per gli Editori Riuniti nel 1984 (Eнepгия злyждeния. Kнuгa o cюжeтe, 1981).
  • Che migra mutando fino a un misconosciuto La macchina dell’errore. Storia di una lettura, pubblicato da Mario Lavagetto per la PBE nel 1996.
  • E che, rimanendo in una temperie culturale affine, a me ricorda ciò che J.M. Lotman affidò ai suoi ultimi scritti, anche se non sono (ancora?) in grado di motivarlo e sebbene non vi sia citato il corifeo dei formalisti: mi riferisco propriamente a La cultura e l’esplosione. Prevedibilità e imprevedibilità (Feltrinelli 1993 [Kультyp и взрыв,1991]) e al suo ‘testamento’ (altro elemento che li accomuna!) Cercare la strada. Modelli della cultura (Marsilio 1994).
  • Forse che l’errore non è anche alla base dell’asimmetria popperiana tra verificazione e falsificazione? E proprio di asimmetria parla Lotman diffusamente, come chiosato qui in maniera che ci interessa più da vicino: «In ogni caso, le asimmetrie provocano tensioni, ora in un senso ora in un altro, creano un dinamismo che costringe il sistema a evolvere e a elaborare nuova informazione; lo costringono a tradurre e, traducendo, a produrre senso» (A.M. Lorusso, Semiotica della cultura, Laterza 2010, p. 88). Potrebbe essere una rilettura originale della «tensione essenziale» kuhniana, che sebbene ormai inesorabilmente démodée, vorrei ricordare tramite l’acuta ricerca di M. Buzzoni, Semantica, ontologia ed ermeneutica della conoscenza scientifica (Franco Angeli 1986).
  • Chiudo, addirittura e insolitamente, con un romanzo: George Steiner, Il correttore (Garzanti 1999 [Proofs, 1992]). L’autore, si sa, ha al suo attivo anche quel grande, scomodo libro che risponde al titolo di Dopo Babele. Aspetti del linguaggio e della traduzione (Garzanti 1995 [1992], che amplia la prima ed. Sansoni 1984 [1975 – una terza ed. Oxford UP, con poche correzioni aggiuntive, è poi del 1998]).

    Copertina della prima edizione inglese (Steiner 1975)

    All’inizio del Correttore si riferisce di «una storia leggendaria a proposito di correttori in un altro paese, […], che avevano corretto gli argomenti formali in un venerato trattato di logica matematica, semplicemente perché avevano notato delle irregolarità nel sistema prescritto di notazione simbolica e algebrica». E anche di un’altra «strana storia di un errore di stampa che aveva mutato i versi di un poeta elisabettiano dozzinale in oro zecchino. Qualche vagabondo aveva scritto delle banalità su una dama i cui capelli (hair) diventavano grigi e avevano perso la loro pristina luminosità; omettendo la ‘h’ in quel cliché, uno stampatore frettoloso aveva trasformato le parole in ‘a brightness falls from the air’ (‘una luminosità cade dall’aria’, invece che ‘scompare dai capelli’)» (p. 11). Ma verso la fine, in un dialogo fra il giovane collega che ha soppiantato il vecchio “Gufo” cui non sfuggiva neanche un refuso (e che durante un’escursione con l’amica riscopre epigrafi paleocristiane), riaffiora il magistero scholemiano: «Sa cosa insegna la Cabala? Che tutto il male, tutte le sofferenze dell’umanità provengono dallo sbaglio di uno scrivano pigro o incompetente che sentì male, o trascrisse erroneamente, un’unica lettera, un’unica e sola lettera nel Testo Sacro. Ogni errore successivo ci è pervenuto tramite e a causa di quell’unico erratum»(pp. 76 s.). Spero di non fare la fine del “Gufo/Professore” (Anacleto?), anche se ho l’impressione di essere, ancora una volta, vox clamantis in deserto

 

NOTE

[1] Poi mi sono liberato della seccatura passando a Open Office e adesso a Libre Office. Sarebbe però interessante, almeno per me, sapere se sia più comune il primo o il secondo fra i due termini selezionati dal programma (in questo caso significherebbe indicare quale dei due il parlante medio nativo avverta come non/meno-inusuale) e soprattutto in base a QUALI criteri l’azienda Micro$oft gli fa scegliere quello che, almeno per me (ripetizione voluta!), è meno comune…
 
[2] La teoria stessa si è evoluta incessantemente per oltre quarant’anni e ha dato origine a una gamma di esiti così diversi tra loro, che di fatto è impossibile fornirne una bibliografia sintetica E ANCHE comprensiva. Secondo vari studiosi (Searle, Koerner, Newmeyer, Katz ecc.), infatti, Chomsky innescò una ‘rivoluzione’ nel campo. Per ragioni esclusivamente personali, quindi, mi piace rammentare: E. Bach, T.R. Harms (a cura di), Gli universali nella teoria linguistica (Boringhieri 1978 [ed. or. 1968]) e A. Radford, La sintassi trasformazionale. Introduzione alla teoria standard estesa di Chomsky (Mulino 1983 [ed. or. 1981]); a un livello più semplice c’è anche il libretto di G. Graffi, Che cos’è la grammatica generativa (Carocci 2008, 4ª rist. 2013) «E qualcuno dirà che c’è un <libro> migliore…» (adattamento di una citazione da una canzone di De André del 1972).

[3] Probabilmente poiché è una disciplina più recente, su di essa si trovano molti materiali in rete (p.es. il grosso Corpora e linguistica in rete, a cura di M. Barbera, E. Corino e C. Onesti – Guerra 2007 e il librettino di M. Barbera, Linguistica dei corpora e linguistica dei corpora italiana. Un’introduzione – Qu.A.S.A.R. 2013: per entrambi si veda il sito del docente Manuel Barbera). Qui indico ancora, soprattutto perché questo sviluppo è interessante anche per chi si occupa di traduzione: M. Hédiard, Linguistica dei corpora. Strumenti e applicazioni (Università di Cassino 2007); A. Panunzi, E. Cresti, Introduzione ai corpora dell’italiano (Mulino, 2013); M. Freddi, Linguistica dei corpora (Carocci 2014) – per l’anomalia che porta due editori affini e già da tempo operanti in sinergia a pubblicare testi analoghi (e non è l’unico caso: un’amica docente regolarmente incardinata [che tecnicismo raccapricciante…] mi ha confidato di recente l’imbarazzante difficoltà di dover scegliere fra P. D’Achille, L’italiano contemporaneo [Mulino, ultima ed. 2010] e L. Lorenzetti, L’italiano contemporaneo [Carocci, ultima rist. 2013] come volume da consigliare agli studenti).
Fra i siti internet consiglio, cominciando dal versante didattico: M.G. Guidetti, G. Lenzi, S. Storchi, Potenzialità e limiti dell’uso dei corpora linguistici per la didattica dell’italiano LS (Bollettino ITALS aprile 2012, a. X, n. XLIV), con utile sitografia, da integrare però in un inquadramento più ampio con l’articolo di M. Baroni, Corpora di italiano (dall’Enciclopedia dell’italiano sul sito Treccani, datato 2010) e soprattutto con le trattazioni che Isabella Chiari, docente alla Sapienza di Roma, ha raccolto sull’argomento nel sito alphabit.net, ricordando che la stessa ne aveva già iniziato a fare cenno, come sede assolutamente opportuna, in più parti del suo Introduzione alla linguistica computazionale (Laterza 2007).

[4] Questo aspetto è stato considerato da A. Schiffrin sia in Editoria senza editori (Bollati Boringhieri 2000) sia in Il controllo della parola (ivi 2006 [Le contrôle de la parole/Controlling the media, 2005; trad. di N. Negro]). Ci vorrei tornare meglio, intrecciandovi le riflessioni di un altro ‘grande vecchio’ dell’editoria europea, Klaus Wagenbach.

Klaus Wagenbach, classe 1930

André Schiffrin (dal sito Letteratu.it)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[5] A tale riguardo il denso volume di A. Zinna, Le interfacce degli oggetti di scrittura. Teoria del linguaggio e ipertesti (Meltemi 2004) mi sembra ancora utile accanto a G. Roncaglia, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro (Laterza 2010).

Passato è Torino

… ma non odo augelli far festa. Gli 80 euro largiti dal governo Renzi (solo sino a fine anno, ed escludendo alcune categorie) non bastano certo a risollevare le tristissime sorti dell’editoria italiana.

Oggi segnalo, ancora una volta squisitamente fuori tempo massimo (giusto un mese di ritardo rispetto alla chiusura del Salone!), un articolo da una rivista on-line poco citata, nel quale si intervistano Paola Dubini e Alfieri Lorenzon, direttore responsabile dell’AIE: Mercato del libro in crisi? – L’Indro.

Impressionante il cv¹ della prima, che qui interessa in quanto autrice del volume Voltare pagina, titolo azzeccatissimo e ancora valido, se la prima edizione (Etas Libri, 1997, col sottotitolo «Economia e gestione strategica nel settore dell’editoria libraria») è stata bissata nel 2013 da Pearson (anche in eBook), con un’opportuna modifica del sottotitolo (Le trasformazioni del libro e dell’editoria) che potrebbe riflettere un’aggiornamento dei contenuti.² Del resto lascio giudicare al vostro acume le sue argomentazioni rispetto a quelle di Lorenzon!

E siccome non basta mai leggere e ricordare e fare confronti, concludo rinviando anche a un brillante post di Annamaria Testa, altrettanto significativamente intitolato Dieci domande agli editori – sottinteso ‘italiani’ (ma forse neanche tanto). Che sia datato 20 maggio 2013 (ossia all’indomani del Salone torinese di un anno fa) non mi pare cambi molto il senso delle sue affermazioni. E nei (pochissimi: appena 6!) commenti spunta anche Bibliocartina (a cui Testa fa semplicemente degli auguri), attualmente ferma anch’essa ai primi di maggio, ma di cui mi piace ricordare la sezione dedicata a «Traduttori e traduzioni».

 

La copertina di Dubini 2013

NOTE

¹ Professore Associato di Economia Aziendale all’Università Bocconi di Milano, direttore del corso di laurea in Economia per le Arti, la Cultura e la Comunicazione (CLEACC), coordinatore dei corsi sulle filiere dei contenuti per CLEACC e ACME e Docente senior dell’area Strategia – SDA Bocconi, visiting professor in Models of organization of cultural institutions presso IMT Institute for Advanced Studies Lucca – PhD in Management and Development of Cultural Heritage, fino al 2013 Direttore di ASK (Art, Science e Knowledge), centro di ricerca su temi legati alla cultura e all’economia, affiliato al centro di ricerca DIR Claudio Dematté SDA Bocconi, responsabile del modulo di Economia – Master per redattori – Università degli Studi di Milano, AIE Fondazione Mondadori, fino al 2013 professore a contratto di Economia della Cultura e di Economia delle Imprese Editoriali presso la facoltà di Lettere e Filosofia Università degli Studi di Milano,visiting scholar presso la Stern School of Business – New York University (1988), la Wharton School University of Pennsylvania (1991) e visiting faculty presso University of St. Gallen (2004-2006), EDHEC Business School Nice (2006-2008), EMLYON Business School (2001-2012). A questo elenco, che ricopio dal sito summenzionato, aggiungo soltanto un paio di suoi volumi recenti: Bilancio & gestione. Istruzioni per l’uso. Economia aziendale per non economisti (EGEA, 2010) e Management (EGEA, 2012), che si propongono (almeno nelle bandelle) «di facile lettura» a compensare i titoli ‘seri’.

² Adopero il condizionale perché comprai la prima edizione, ma non questa più nuova. Chissà che la disponibilità anche in formato eBook non mi convinca ad acquistarla, grazie a un risparmio del 30% sul prezzo di copertina (che però ad esempio su IBS in questo periodo è già scontato del 15%)…

Il (mio) capitale umano

0. Sono andato a vedere l’ultimo film di Paolo Virzì, Il capitale umano: non sono né un cinefilo né un esperto di cinema, per cui vi risparmio il mio modesto giudizio che ne farebbe il lavoro più bello del regista livornese 😉
Prendo invece spunto dal film non certo per raccontarvene la trama, o ammorbarvi spiegando le ragioni del mio entusiasmo (che a leggere certe recensioni o commenti sul web, farebbe capire che proprio non me ne intendo “veramente” di cinema), ma perché mi ha fatto sorgere una perplessità.

1. Dopo il film, mi sono messo a cercarne un po’ di informazioni su internet ed essendo recentissimo (e il regista famoso, giustamente), sono stato sommerso dalla massa di pagine che ne parlano, spalmate su qualunque browser utilizziate. Il film giustifica alla fine il proprio titolo, chiudendosi con una citazione “seria”, spiegandolo col significato dell’espressione in uso presso le compagnie assicurative che devono stimare, quantificare il valore di un individuo coinvolto in un incidente (mortale, come nel film in questione, ma non esclusivamente, dato che si applica anche ai casi nei quali viene “soltanto” menomato, ridotto il valore complessivo di una persona – e per i quali la nostra società prevede comunque la possibilità di un risarcimento).
Immagino che questo dettaglio (ripeto, del tutto irrilevante rispetto alla storia, ma perciò oso parlarvene qui) derivi dal testo americano omonimo (al quale si sono ispirati, oltre al bravo regista, gli altri sceneggiatori: Francesco Bruni e Francesco Piccolo) di Stephen Amidon del 2004, pubblicato da Mondadori nel 2008 (traduzione di M. Matteini):

La copertina del testo da cui Virzì ha preso spunto

La copertina del testo da cui Virzì ha preso spunto (con il cast del film, appunto)

Non so perché, ma ho l’idea che tale accezione sia più adatta alla realtà (e alla mentalità) statunitense che a quella nostrana, anche se non metto in dubbio che esista davvero e sia intesa così; ma soprattutto noto che si tratta di un’accezione ‘ristretta’, limitata, derivata da quella ‘originaria’.

2. Infatti quest’ultima nasce in àmbito economico, come dichiarano correttamente siti più “seri”, come Utopie Onlus, o il Dizionario di economia e finanza pubblicato dalla Treccani nel 2012.
Che tuttavia presentano lo svantaggio di non avere nulla a che fare (e da dire) col film.
Ora: ci fosse un sito, dicasi UNO, che menzioni questa genealogia, o sappia collegare i due elementi. Men che meno, nessuno di questi sembra rinviare a testi sull’argomento, che invece da noi abbondano. Do sfogo qui alla mia libidine bibliografica, limitandomi ad alcuni di quelli che sbandierano l’espressione incorporandola nel proprio titolo tout court:

In tutto il suo splendore, dal sito della fondazione che assegna i premi Nobel

Becker in tutto il suo splendore, dal sito della fondazione che assegna i premi Nobel

Gary S. Becker (Laterza 2008, traduzione di Mario Staiano).
Qui è interessante notare che la prima edizione originale uscì nel 1964 (ma Laterza si è basata sulla terza edizione del 1993) per i tipi del National Bureau of Economic Research, un ente di ricerca privato statunitense, con sede a Cambridge (nel Massachusetts), che fra i suoi collaboratori vanta 22 Nobel: [NOTA 1] Krugman e Stiglitz dovrebbero essere fra quelli noti anche al grande pubblico, ma Becker medesimo ottenne il premio per l’economia nel 1992, con la motivazione seguente (traduzione mia): «per aver incluso una vasta gamma di comportamenti e interazioni dell’uomo, compresi alcuni non market [cfr. punto 4 per tale concetto], ampliando in tal modo il dominio dell’analisi microeconomica»; una formulazione che in pratica copre, o almeno si adatta all’impostazione di cui questo testo è verosimilmente il più rappresentativo.
Dunque si tratta di un concetto che circola da mezzo secolo almeno, anche se avrà preso piede lentamente, diffondendosi dalla cerchia specialistica in campi sempre più ampi come succede in questi casi (e sarebbe bello capirne [carpirne?] meglio la dinamica interna, studiandone qualche caso esemplare, magari anche con qualche tesi di specialistica da affidare a discenti particolarmente bravi e volenterosi…). [NOTA 2]

copertina di Cipollone e Sestito 2010

Comunque, per non apparire di parte, [NOTA 3] citerò almeno ancora il volume, più snello, di Piero Cipollone e Paolo Sestito (il Mulino 2010), due economisti della Banca d’Italia,

e un’ampia raccolta (oltre 300 pagine) di saggi di 19 autori, articolati in 5 parti e 12 capitoli (più Prefazione e Introduzione in pagine romane, e apparati consistenti in una nutrita bibliografia e Note sugli autori, che chiudono il volume), curata da Leonello Tronti, Capitale umano. Definizione e misurazioni (Cedam 2012): come si legge anche sulla prima di copertina, si tratta di un lavoro eseguito da Istat e Isfol, con la partecipazione della Banca d’Italia, della Fondazione Giovanni Agnelli, della Società Italiana di Statistica e dell’Associazione Italiana degli Economisti del Lavoro. [NOTA 4]

Capitale umano. Definizione e misurazioni

Capitale umano. Definizione e misurazioni

Difficile sostenere che tutti i siti che parlano dell’ultima fatica di Virzì diano per scontato queste conoscenze, vero? [NOTA 5]

3. Qui riporto solamente un assaggio dalla definizione di capitale umano tratta dalla enciclopedia di riferimento nazionale per eccellenza (già indicata sopra); anche chi non si occupi di queste tematiche dovrebbe comprendere che si tratta di un concetto fondamentale per il benessere e la crescita di un’azienda, nonché di un paese intero.
Treccani 2012: Insieme di capacità, competenze, conoscenze, abilità professionali e relazionali possedute in genere dall’individuo, acquisite non solo mediante l’istruzione scolastica, ma anche attraverso un lungo apprendimento o esperienza sul posto di lavoro e quindi non facilmente sostituibili in quanto intrinsecamente elaborate dal soggetto che le ha acquisite. Pur non potendo essere misurate univocamente, le componenti del c. u. determinano tuttavia la qualità della prestazione erogata dal detentore, concorrendo ad aumentare la produttività di un’impresa e a qualificarla, influenzandone i risultati. [corsivo mio, come anche alla fine; … Il c.u.] può essere posseduto solo dall’individuo in cui esso è incorporato e non è alienabile tramite compravendita […]. L’attuale dibattito nella letteratura economica individua soprattutto nella conoscenza e nelle competenze individuali gli elementi principali di cui si servono le imprese per mobilitare in maniera integrata risorse interne ed esterne, impegnando forza lavoro più qualificata e adeguata alle esigenze di un Paese a economia avanzata.

4. E per non dare l’impressione di rimanere sospeso a mezz’aria a fissarmi l’ombelico, lamentandomi delle magnifiche sorti e progressive del capitalismo italo-mondiale e/o dello stato penoso dell’editoria italiana, vi regalo un altro collegamento, ben cesellato.
La prima “produzione editoriale”, cioè in sostanza la prima pubblicazione dall’Istat nel 2014, per la precisione il 18 febbraio, si intitola Il valore monetario dello stock di capitale umano in Italia – Anni 1998-2008 ed è scaricabile liberamente dal sito internet dell’ente di ricerca romano.
In 54 pagine tale pubblicazione sostiene «di mettere per la prima volta a disposizione del pubblico informazioni sperimentali circa il valore monetario attribuibile allo stock del capitale umano, che costituisce una delle principali risorse economiche del Paese assieme al capitale fisico e a quello naturale», combinando «la stima del capitale umano impiegato in attività market (ovvero quelle che vengono vendute sul mercato e per questo rientrano nel quadro principale del sistema dei Conti nazionali) con quella del capitale umano impegnato dalle attività non market (ovvero la produzione di beni e servizi fruiti e ceduti gratuitamente) e, più precisamente, da quelle riferibili alla produzione domestica e al tempo libero» (p. 5; cfr. anche p. 45, secondo cpv).
Il primo capitolo retrodata il concetto addirittura al Settecento, con William Petty e Adam Smith, [NOTA 6] scendendo poi a Pareto, Gini, Becker, Kendrick, fino alla Commissione europea, che sulla scia dell’Ocse [NOTA 7] nel 2004 ha precisato «il capitale umano come il potenziale di produttività di un individuo che dovrebbe includere anche la salute oltre all’educazione, l’esperienza e le competenze professionali, perché tutti questi elementi determinano la produttività della forza lavoro»; inoltre esso «si può accumulare e s’incrementa certamente attraverso l’istruzione e la formazione professionale formale, ma anche con altre forme di apprendimento meno formali nella vita quotidiana o nei luoghi di lavoro attraverso contatti con la famiglia, i colleghi, le reti sociali e civili». Tutto ciò è assimilabile a «investimenti che una comunità realizza per il proprio futuro ai fini del miglioramento delle condizioni di vita» (p. 8). In questo modo si arriva dallo IALS (International Adult Literacy Survey), passando per il TIMSS (Trends in International Mathematics and Science Study), al PISA (Programme for International Student Assessment Ocse), al PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies), definito come «l’indagine internazionale più completa realizzata sulle competenze degli adulti che offre il quadro più ampio e sfaccettato sullo stock di capitale umano che sia stato finora pensato nei paesi Ocse» (p. 12). [NOTA 8]
Ovviamente non posso esporre qui in dettaglio la metodologia scelta, per cui salto direttamente agli esiti macroscopici, comunque ’fermi’ al 2008.
Anzitutto per le (sole) attività di mercato si nota uno sbilanciamento di ⅔ a favore degli individui di sesso maschile, ognuno dei quali può vantare un c.u. di «453 mila euro contro i 231 mila euro delle donne» (p. 31), anche se il divario si attenua prendendo in considerazione tra i parametri il lavoro domestico, una delle “attività non market”, in cui il gentil sesso, diciamo così, si prende la rivincita. [NOTA 9]
Un’altra considerazione degna di rilievo è che per l’Italia «nel 2008 lo stock di capitale umano risulta pari a oltre otto volte e mezzo il valore del Pil dello stesso anno. ed è quasi 2,5 volte superiore al capitale fisico netto del nostro Paese» (p. 31). Nonostante l’Italia resta indietro a molti paesi su tanti aspetti, insieme a Spagna e Regno Unito ha fatto registrare «un aumento del volume di capitale umano pro capite»: questo è stato interpretato come il risultato di un investimento nell’istruzione tale da «compensare l’effetto negativo dell’invecchiamento della popolazione», cosa che invece gli Stati Uniti non sono riusciti a fare (p. 37). Questo perché in base all’approccio adottato (Jorgenson e Frumeni, dal nome degli economisti che hanno analizzato la questione a partire dai salari: vedi cap. 2) «l’invecchiamento […] ha effetti negativi sulla dotazione di capitale umano in quanto una forza lavoro anziana ha una più breve vita attiva residua, mentre i giovani possono disporre di una parte assai maggiore della loro vita lavorativa e quindi di lifetime income più elevati»; inoltre «anche le misure volte a mantenere quanto più a lungo possibile nel lavoro i lavoratori esperti nelle classi di età centrali (rinviando l’età pensionabile) e lo sviluppo di una cultura della formazione continua e della riqualificazione dei lavoratori maturi contribuiscono a compensare gli effetti di erosione del capitale umano causati dall’invecchiamento della popolazione» (p. 39). [NOTA 10]

5. È arrivato il momento di tirare le conclusioni. Bene, faccio outing: tutto questo lungo preambolo mi è servito per affermare, forse in maniera più argomentata e consapevole, che anch’io sarei stato un c.u. di cui 1234567 [NOTA 11] avrebbe potuto giovarsi; ironia della sorte, ovvero destino cinico e baro, avverso o anche miopia dirigenziale, non hanno saputo o voluto avvantaggiarsene. In questo modo è stato praticamente buttato a mare il mio impegno, come se fossi un qualunque stagista di cui ci si può disfare senza rimorso alcuno (mi perdonino Eleonora Voltolina e tutti quelli che hanno messo su l’interessante e innovativo sito Repubblica degli stagisti: io stesso ho fatto da ghost-tutor a stagières per 4 anni, quindi so bene di quale considerazione sono degnati/e). Invece ho lavorato e collaborato con 1234567  per un totale di ben 17 (diciassette) anni, tra lavoro dipendente e collaborazioni esterne [NOTA 12]), e specificamente in ultimo un progetto che era stato appena avviato (presso la Casa delle traduzioni, e a proposito del quale il presidente della nota casa editrice aveva espresso anche un certo interesse e disponibilità: in realtà mentiva scientemente, e perciò in maniera ancora più odiosa) e avrebbe potuto svilupparsi in modo da assicurare all’azienda una visibilità e una fama che nessun’altra, al momento, poteva neanche lontanamente sognarsi. Peccato per loro, che non lo hanno capito, preferendo i loro numeretti da ragioniere; ma, perché negarlo, peccato anche per me, che mi aggiro adesso sfiduciato e (già: qual è il contrario di ‘propositivo’?) tra lavoretti (molto) parziali e (tutto sommato, altrettanto) inconcludenti.
Comunque non intendo mollare senza reagire, non fosse altro che per una questione di principio, quindi etica (di correttezza e deontologia professionale, se preferite) in fin dei conti (e saranno tanti, quelli da pagare…): finalmente, ben 15 (sì, quindici! lo sappiamo come funziona la giustizia nostrana) mesi dopo esser stato messo alla porta con una manciata di parole di circostanza, elargite con una certa sufficienza, o forse fastidio imbarazzato, a metà marzo si terrà la prima udienza della causa che ho intentato nei confronti dell’azienda alla quale ho dedicato «i migliori anni della mia vita» lavorativa.

E sì, c’era bisogno del titolo di un (bel) film per tirare fuori quest’argomento!

* * * * * *
[NOTA 1]
Che sia un caso preoccupante di nomen omen? Difatti: Nber ~ Nobel, come se i nomina fossero premissae rerum

[NOTA 2]
In realtà si tratta di un testo estremamente specialistico, con tanto di 17 grafici, 35 tabelle e zeppo di equazioni matematiche tipiche dell’economia accademica (con derivate, sommatorie, esponenti alla meno 1, radici quadrate al denominatore ecc.) davvero t-e-r-r-i-f-i-c-a-n-t-i ! Allo sguardo redazionale (obliquo? ortogonale? strabico?) una certa anomalia nella struttura del testo rispecchia questa caratteristica: infatti le parti prima e seconda sono precedute da due capitoli (oltre a due prefazioni, e seguite da due appendici) scritti evidentemente proprio per facilitare un po’ la comprensione dell’argomento (e difendere l’approccio scelto, che non ha avuto vita facile). E dal capitolo II traggo questa citazione, spero abbastanza illuminante: «L’istruzione, un corso per l’impiego del computer, le spese mediche e i corsi sui pregi della puntualità e dell’onestà sono anch’essi forme di capitale, nel senso che migliorano le condizioni di salute, la propria retribuzione o aumentano il periodo della vita in cui si è in grado di apprezzare l’arte e la letteratura. [… Questi] veri e propri investimenti in capitale […] producono capitale umano, non fisico o finanziario, nel senso che non è possibile separare una persona dalla sua conoscenza, dalla sua competenza tecnica, dalle proprie condizioni di salute o dai suoi valori allo stesso modo in cui è possibile, invece, dislocare il capitale fisico o finanziario detenuto senza venirne direttamente coinvolti» (pp. 16-17 – corsivi miei). E per far intuire ancora meglio l’importanza dei nuclei “caldi” del lavoro, aggiungo che i paragrafi snocciolati nelle pagine successive del capitolo sono dedicati a istruzione e formazione, famiglia e sviluppo economico.

[NOTA 3]
Infatti seguî personalmente nel 2007 l’affidamento della traduzione all’allievo di un docente, che suppongo avesse caldeggiato la pubblicazione, e intervenni su alcuni capitoli, cercando di ovviare tempestivamente ad alcune diciture-troppo-da-economista nella stesura che stava producendo!

[NOTA 4]
Gli autori sono: Tindara Addabbo (Università di Modena e Reggio Emilia), Gilberto Antonelli (Università di Bologna), Roberto Antonietti (Università di Padova), Antonella Baldassarini (Istat), Marco Centra (Isfol), Daniele Checchi (Università Statale di Milano), Marisa Civardi (Università di Milano Bicocca), Fabrizio Colonna (Banca d’Italia), Sergio Destefanis (Università di Salerno), Maria Laura Di Tommaso (Università di Torino), Sebastiano Fadda (Università Roma Tre), Barbara Fraumeni (University of Southern Maine), Andrea Gavosto (Fondazione Giovanni Agnelli), Giovanni Guidetti (Università di Bologna), Anna Maccagnan (Università di Modena e Reggio Emilia), Marco Mira d’Ercole (Ocse), Andrea Ricci (Isfol), Alessandra Righi (Istat), Emma Zavarrone (Università IULM). L’indice del volume si può scaricare in PDF da questo indirizzo e una breve recensione si trova a quest’altro indirizzo.

[NOTA 5]
Un paio di esempi del contrario (che però IMHO confermano l’andazzo generale, proprio perché menzionano il film a partire da altro, invece di partire dal film per ricuperare o connettervi quell’informazione essenziale, come sto cercando di fare in questo post) sono l’articolo di Andrea Greco del 23 febbraio u.s. nella rubrica “Economia e finanza” della Repubblica on-line e il post del 24 febbraio u.s. di Dario Di Vico sul suo blog “La 27a ora”, ospitato dal sito del Corriere della Sera. Commentando uno studio socio-statistico (vedi punto 4), Di Vico ricordava opportunamente come «le assicurazioni usino tecniche di valutazione del potenziale di produzione del reddito di una persona scomparsa o impossibilitata (per un trauma) a svolgere il proprio lavoro per definire il risarcimento danni, come raccontato di recente dal film di Paolo Virzì».

[NOTA 6]
Per chi sia interessato ad approfondire la rilevanza/discendenza storica, in rete ho trovato gratuitamente il primo capitolo di una tesi tutta incentrata sul c.u. (purtroppo non è fornito il nome dell’autore/autrice), con ricco corredo bibliografico nelle note.

[NOTA 7]
L’ente ha interpretato nel 2001 il c.u. come «le conoscenze, le abilità, le competenze e gli altri attributi degli individui che facilitano la creazione di benessere personale, sociale ed economico» (p. 8; la definizione in inglese è a p. 18).

[NOTA 8]
Si tratta di enti le cui attività sono da sempre al centro dell’attenzione di uno studioso come Tullio De Mauro: vedine p.es. le considerazioni brevi sui numeri 1009 (19 luglio 2013) e 1030 (13 dicembre 2013) di Internazionale .

[NOTA 9]
Nelle attività non market, segnatamente quelle di produzione familiare e di tempo libero, si registra difatti «una prevalenza della componente femminile, con un valore pro capite di 431 mila euro, pari al 12,3 per cento in più rispetto agli uomini» (p. 41); tale valore è poi maggiore nelle persone più giovani e viceversa. Identica correlazione vale, ma indipendentemente dal genere sessuale, per il livello d’istruzione: cioè, più è alto il titolo di studio, maggiore è la dotazione di c.u. Incidentalmente segnalo qui che la maggior parte dei siti che hanno dato notizia di questo studio dell’Istat non sembrano aver còlto questi valori compensativi, limitandosi a gridare allo scandalo (in maniera anche stereotipata, tutto considerato) per i valori più bassi riscontrati per le donne.

[NOTA 10]
Alla fine del medesimo post di Dario Di Vico citato alla nota 5 che si trova una critica a questo studio, pur importante (sebbene si definisca prudentemente «sperimentale»): «Il guaio è che i dati si fermano al 2008 e quindi non fotografano gli effetti della Grande Crisi che stanno mettendo a dura prova il modello sociale italiano. Si può aggiungere che in qualche maniera i dati forniti dalla rilevazione Ocse-Istat finiscono per sovrastimare il valore nominale del titolo di studio senza poter tener conto del fenomeno, ad esempio, delle lauree deboli. Riconoscimenti universitari uguali agli altri dal punto di vista statistico ma che hanno un impatto reale, in termini di occupabilità, molto basso sul mercato del lavoro e che obbligano spesso il giovane uscito dagli studi ad accettare un lavoro da “qualcosista”, per usare la definizione coniata da Giuseppe De Rita» [neretti nell’originale].

[NOTA 11]
Mi hanno consigliato di non rivelare il nome dell’editore, almeno fintanto che il procedimento giudiziario è in corso. Ho pensato che, in fondo, cioè a parità delle altre condizioni, le mie argomentazioni sarebbero valide per qualunque situazione lavorativa e così facendo non pregiudico unilateralmente l’esito del processo.

[NOTA 12]
Per la precisione: settembre 1991-dicembre 1999 come impiegato dipendente (responsabile dell’Ufficio traduzioni e assistente del Direttore editoriale per la programmazione della saggistica varia; inquadramento al livello A del Contratto collettivo nazionale grafici editoriali) e marzo 2003-dicembre 2012 come free lance (translations coordinator, sostanzialmente la medesima mansione di prima, retribuito con un compenso lordo fisso al mese, dal 2009 con partita Iva dopo la solita trafila di co.co.co, co.co.pro ecc.). Chiudo a questo punto con una domanda ‘metafisica’: il fatto che le due porzioni temporali sono pressoché equivalenti, vorrà dire che c’è un limite ‘fisiologico’ alle collaborazioni con questa casa editrice, ossia che più di quegli 8-9 anni non è possibile? Non tanto dal punto di vista dei rapporti personali, ma per la necessità di un’azienda di rinnovarsi, sparigliando gli ordinamenti cristallizzati? Il (retro)dubbio è che negli avvicendamenti da uno stato (nel senso che si usa in fisica) a un altro, non vengano però anche mantenuti gli aspetti positivi, a causa di una scarsa lungimiranza (per questo sopra parlavo di ‘miopia dirigenziale’), una mancanza di programmazione che sul lungo periodo possa individuare e salvaguardare quelli che siano stati scelti come VALORI dall’interno, anziché inseguire obiettivi posti dal mercato (mi ricorda un verso di De André: «continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai», che mi tocca ancora nel profondo nonostante risalga al lontanissimo 1973!).

Grazie dell’attenzione e della pazienza per essere arrivati a leggere sin qui.
Vi terrò informati sull’andamento del mio ricorso ex art. 414 ss. C.P.C. contro 1234567. E spero che nel frattempo analoghe azioni giudiziarie avviate anche da altri/e colleghi/e, ai/alle quali va ovviamente la mia totale solidarietà, facciano riflettere quelli del piano di sopra sulle scelte sbagliate…