Free Wittgenstein (non c’è solo Joyce)!

Wikimedia Italia ci ricorda che dal primo gennaio 2022 tutte le opere del grande filosofo viennese sono disponibili liberamente, in originale e qualcosa già anche in traduzione

Cliccando su questa pagina del Ludwig Wittgenstein Project, compare una specie di foglio elettronico che riporta quali opere sono già disponibili, da quale lingua originale (in carattere grassetto) quelle tradotte (e in che lingua), nonché una data ipotetica di messa in pubblico dominio per le successive. Ad esempio, per febbraio di quest’anno dovrebbero essere pronte le Osservazioni sul “Ramo d’oro” di Frazer [edd. inglesi 1967-1979-1993, ma i testi risalgono ai primi anni Trenta] e per luglio addirittura le Ricerche filosofiche [edd. inglesi 1953-2001 anche col testo tedesco e il riconoscimento di co-traduttori anche agli studiosi P.M.S. Hacker and J. Schulte] ! Quando usciranno, potrà essere interessante confrontare questi nuovi testi con le versioni presenti ormai da decenni sul mercato editoriale italiano (rispettivamente, di Sabina Laetitia de Waal, prima ed. Adelphi 1975, e di Mario Trinchero, prima ed. Einaudi 1967) — non fosse altro per attualizzare in questa evenienza particolare (leggasi: non letteraria, vivaddio!) l’annoso dibattito sui motivi per “ritradurre i classici” 🙂

Il motivo è dato dallo scadere dei fatidici 70 anni dalla morte di Wittgenstein (avvenuta appunto nel 1951 in Gran Bretagna, dove insegnava dopo varie vicende, in parte riassunte in un libretto di John Casti del 1998, ma il cui titolo appare un po’ ambiguo, dato che i cinque personaggi da lui presentati non avevano nulla a che fare con lo spionaggio, che oggi si preferisce chiamare intelligence, tipico della guerra fredda tra i due blocchi divisi dalla “cortina di ferro”… per chi ne voglia sapere qualcosa in più, rinvio alle efficaci sintesi redatte da Vania Russo e da Silvano Napolitano).

Ecco quanto ha da dire Michele Lavazza, coordinatore (indipendente da Wikipedia) del meritorio progetto (mio il neretto):

Abbiamo ricevuto il contributo di molte persone che hanno aiutato su vari fronti. Tra queste un ruolo fondamentale è stato svolto dai traduttori, che hanno messo a disposizione il loro tempo, in molti casi anche a titolo volontario, per realizzare le nuove versioni delle opere. Finora sono 10 i traduttori che hanno partecipato all’iniziativa, provenienti da 6 paesi diversi. Il progetto è aperto a chiunque desideri partecipare: guardiamo al primo gennaio come al vero inizio delle nostre attività e speriamo di poter contare su collaborazioni sempre nuove.

Su internet ci sono anche alcuni video (sottotitolati in italiano) che spiegano il senso dell’iniziativa, in sé lodevole. Chi poi volesse approfondire i criteri, soprattutto rispetto al concetto di “libero da diritti”, può leggersi questa paginetta (in inglese) dove sempre Lavazza fornisce alcune spiegazioni chiare, con tanto di paragone al diario di Anna Frank e una bibliografia al riguardo, dove spunta addirittura il Mein Kampf di Hitler…

Approfitto di tutto ciò per ricordare un altro testo che ritengo molto importante, perché la rilevanza della questione esposta ne trascina con sé un’altra, specificamente traduttiva, grazie alla mediazione dell’economista Piero Sraffa. Mi riferisco al libro che Franco Lo Piparo ha pubblicato al “professor Gramsci e Wittgenstein” (Donzelli 2014), che completa la sua trilogia sul pensatore comunista sardo, e per i miei interessi appare il più bello!

Anche se parrà un accostamento temerario dopo aver citato Wittgenstein e Gramsci, la “compagnia” per il primo dei fondamentali siti Wittgenstein Source e, già dal 1990, di quello norvegese WAB (The Wittgestein Archives at the University of Bergen) mi ha ricordato il sito da tempo dedicato a Nietzsche (HyperNietzsche), che “rifornisce” l’importante Nietzsche Source (a cura di Paolo D’Iorio), dove si trovano digitalizzate sia la versione tedesca dell’edizione Colli-Montinari (eKGWB), sia un’edizione in facsimile dei materiali manoscritti e a stampa conservati dalla Fondazione dei Classici di Weimar (DFGA), cioè tutto il suo lascito, realizzati entrambi con un sistema assai sofisticato che li rendono anche più fruibili della versione stampata su carta: una goduria tanto per gli studiosi di filosofia moderna, quanto per i traduttori di saggistica!

Ciliegina-bonus: presso la casa-museo di Nietzsche a Sils-Maria (in Alta Engadina, splendida valle per fare sci di fondo, ma un po’ troppo cara e lontanuccia per noi italiani…) è in corso una nuova mostra, che si protrarrà sino all’autunno 2022.

AGGIORNAMENTO

Il giorno dopo aver pubblicato questo post, mi è arrivata nella posta elettronica questa specie di intervista di Charles J. Styles a un filosofo già menzionato qui sopra, Peter M.S. Hacker, attualmente Emeritus Research Fellow del St. John’s College all’università di Oxford (una lista dei principali testi che ha pubblicato è alla fine dell’intervista medesima).

Questi consiglia cinque libri su Wittgenstein, che vale la pena segnalare soprattutto perché meno noti qui da noi. Ve li lascio scoprire da soli, comunque tutto il dialogo è estremamente godibile, soprattutto perché Hacker è bravo ad argomentare questioni non semplici e sostiene anche tesi forti (di seguito, ne riporto alcune alla buona, senza alcuna pretesa di sintetizzare il suo intervento):

  • WIttgenstein è il filosofo più importante dai tempi di Kant, ed è difficile da capire quanto Kant (anche se per motivi differenti);
  • Wittgenstein sapeva bene cosa si prova a tormentare se stessi;
  • Wittgenstein ci ha lasciato qualcosa come 20.000 pagine di appunti sparsi;
  • Wittgenstein avrebbe orrore per la concezione del linguaggio di Chomsky (e Davidson, e Dummett) – più in generale, sarebbe contrario alla sopravvalutazione delle scienze e del computer, quale assistiamo oggi;
  • per Wittgenstein, la maggior parte della filosofia teorica (filosofia del linguaggio, logica, metafisica, epistemologia, filosofia della mente) da Cartesio in poi è sbagliata o non ha senso;
  • Wittgenstein è il filosofo più originale del nostro tempo, anche se purtroppo oggi pochissimi capiscono davvero ciò di cui parlava;
  • la scienza cognitiva non è né cognitiva, né scientifica: contrariamente alle premesse, che la vedevano erede della linguistica teorica, della filosofia, della psicologia, dell’intelligenza artificiale e della neuroscienza, è invece «un’orrenda commistione di elementi incompatibili», che non ha prodotto «nulla cui valga la pena prestare attenzione» ed è «una forma di scientismo» ostile alla filosofia sviluppata da Wittgenstein.

Spero bastino per farvi venire voglia di farci un salto per leggere di persona!  😉

Perché non voglio fare l’editor

In un’era in cui vige il presenzialismo (ma questo da tempo, ormai — magari è solo un esito tardivo del berlusconismo, a sua volta epigone dello yuppismo degli anni Ottanta); dove se non appari, scompari; dove se non pubblichi, perisci (scusate la goffa traduzione letterale, ma così si intravede l’inglese da cui deriva…); in cui quasi tutti sentono di poter aspirare a fare qualcosa sopra le righe, e (quel che è peggio) come se fosse loro dovuto (e guai a contraddirli); ecc. ecc., trovo molto confortante questo breve intervento di Modestina Cedola (ma si chiamerà davvero così, o anche questo è un gioco letterario?), che il 13 ottobre 2021 ha ammesso liberamente:

Fare editing è leggere e rileggere, smontare e rimontare, farsi molte domande, farle all’autore, metterlo di fronte alle incongruenze delle sue scelte. Non è solo conoscere bene la lingua italiana, gli elementi caratterizzanti di un testo e i grandi autori. […] È avere uno sguardo alto sulle cose, una visione di un qualcosa in continuo divenire. È questo sguardo, […] che ho capito di non avere. […] La mia è una curiosità volta alla scoperta, non alla creazione. […] Non ho l’attitudine a creare mondi, ma ho quella che mi porta a esplorarli. Sono una lettrice.

Viva la sincerità! Viva la lettrice, la lettura, il leggere semplice. Grande, Modestina!

Michele Sampaolo (per me)

Un caro collega mi ha informato tempestivamente che la mattina del 2 novembre è venuto a mancare uno dei più alacri traduttori di saggistica in Italia: Michele Sampaolo. Personalmente, non ho alcun dubbio che la terra gli sarà lieve, in virtù dell’immane lavoro che ha praticato ogni giorno, per mezzo secolo, ai massimi livelli in quel settore, indispensabile alla cultura di un paese, ma troppo spesso trascurato. Michele padroneggiava senza alcun problema inglese, francese, tedesco, russo, ebraico, oltre ovviamente a latino e greco classico (e magari anche qualcos’altro che non ho mai saputo).
E al riguardo esordisco con un aneddoto: quando uscì il libro di Beck Conditio humana, Il rischio nell’età globale (tradotto da Carlo Sandrelli nel 2008), qualche sapientone eccepì che il sostantivo latino avrebbe dovuto essere corretto in condicio, come in par condicio: l’erudizione di Michele salvò tutti (capra e cavoli) argomentando che anche conditio era attestato, seppure come tardo (e difatti se ne trovano varie accezioni sul Du Cange, oltre che nel Forcellini).
Ma di soluzioni come queste, ai problemi ardui che insorgono talvolta in fase redazionale, talvolta in quella specificamente traduttiva, Michele ne trovò instancabilmente e in maniera quasi “naturale”; a questo arrivò anche grazie alla lunga collaborazione con la Treccani, probabilmente la migliore fucina redazionale in Italia sino a quando fu attiva. Ma ciò che più importa è la sua generosità dispensata erga omnes, che fossero intimi colleghi o traduttori esterni, più o meno bravi, di cui vagliava il lavoro. In lista Michele è stato definito «un redattore attento e scrupoloso, una persona gentile e disponibile, sempre pronta a condividere il suo immenso sapere». Grazie, Paola, e da parte mia confermo: la stima per lui era impagabile e tributatagli da chiunque lo avesse incontrato.

Non ci vedevamo più da parecchi anni, per le pieghe diverse che le nostre esistenze avevano preso, ma questo post nasce dall’esigenza di comunicare che la sua si è intrecciata strettamente con la mia in due momenti oltremodo significativi, almeno per me. Cerco di illustrarli qui appresso, tanto lucidamente sono ancora stagliati nei miei ricordi.

La copertina di un testo sul quale tornerò brevemente più avanti

La prima fu all’inizio degli anni Novanta: dopo un apprendistato in ambito lessicografico, condotto sotto l’ala protettiva demauriana, lavorando a Roma per case editrici prima milanesi, poi torinesi, raggiunsi uno degli obiettivi più importanti che mi ero riproposto (anche se magari non osavo confessarlo neanche a me stesso): l’assunzione (a tempo indeterminato!) nella notissima casa editrice barese già prediletta da don Benedetto.
Ecco il mio “dietro le quinte”.

Dopo l’estate 1991 Michele volle tentare l’impresa solitaria: con alle spalle già parecchi anni da dipendente (prima a Bari, poi a Roma, dove con lungimiranza era stata aperta un’altra sede fra il 1973 e il 1974, la cui centralità geografica si rivelò utilissima per la politica laterziana) aveva annusato il vento e capito che il futuro sarebbe stato molto diverso.
Volle quindi licenziarsi e provare a lavorare come freelance. Aveva avuto l’intuizione giusta, da profondo e riflessivo conoscitore dell’ambiente editoriale, ma forse la decisione fu prematura.
In tutti i casi, la sua bravura lo ha portato a collaborare in un arco di tempo molto esteso anche con una vastissima gamma di editori rinomati: il Saggiatore, Einaudi, Mondadori, Leonardo, Baldini & Castoldi, Donzelli, San Paolo (poteva mancare…?), La Nuova Italia Scientifica-Carocci, Vita & Pensiero. Posso averne dimenticato qualcuno, ma sicuramente andrebbe aggiunto tutto quanto realizzò per la scolastica, soprattutto laterziana (realizzata quasi esclusivamente a Bari), e che raramente è documentato e dimostrabile.

Tuttavia la sua uscita liberò un posto ambitissimo, e siccome con Laterza (allora guidata dall’abile e brillante Enrico Mistretta, classe 1939, che purtroppo di lì a poco sarebbe andato a svolgere una funzione culturale “prestigiosa” – quanto meno, remunerata meglio – alla Comunità Europea) stavo già collaborando (a titolo gratuito, sfruttando ciò che facevo per la Fondazione Sigma-Tau, specialmente la preparazione degli incontri di “SpoletoScienza”, che si sono succeduti per ventitré anni all’interno del Festival dei Due Mondi nell’antica città umbra e i cui atti ha pubblicato, appunto, Laterza), il direttore editoriale mi propose di prendere il suo posto.

Il libro pubblicato da Mistretta nel 2002

In quel momento non avevo davvero idea di cosa significasse, oltre alla meraviglia, al senso di gratificazione personale e al coronamento di un sogno (e di una carriera, per certi versi).

  • Anzitutto perché non conoscevo colui che indirettamente mi stava cedendo la sedia che aveva già occupato a lungo.
  • Perché mi sfuggiva il grande divario che c’era fra me e lui (a mio sfavore, beninteso), sia per una miopia congenita (vedi sopra), sia per la hybris che mi aveva pervaso al raggiungimento di quell’obiettivo.
  • Perché non avevo alcuna esperienza (né teorica, né tanto meno pratica) del lavoro editoriale che si svolgeva all’interno di una casa editrice.
  • E perché non potevo immaginare quanto, nel bene come nel male, e quanto a lungo mi avrebbe segnato quell’occasione divenuta inopinatamente realtà. Ma feci il salto, e forse non ringraziai mai a sufficienza Michele di quel “regalo”.

Ma non basta. I suoi consigli (a cominciare dalla presentazione di buona parte dello stuolo di traduttori che lui aveva selezionato e seguito per anni, e che continuai a utilizzare a mia volta con grande profitto), la sua chiarezza, la sua sicurezza negli interventi sul testo furono ancora per molto tempo una guida calma e affidabilissima (perfino quando non gli chiedevo nulla, mettiamo per imbarazzo…).

Del resto, va detto che Michele non si allontanò mai dalla Laterza. Lo attestano le due edizioni dell’immane catalogo storico (quasi 1500 pagine!), affidate alle sue mani (e alla sua memoria) più che esperte.

Adesso passo alla fase successiva, più matura (?).

La seconda volta che i nostri destini si incrociarono fu per certi versi una replica della precedente: lo scenario era assolutamente mutato, ma l’esito risultò di nuovo favorevole a me.
Ma perché possiate capire meglio, devo fare qualche passo indietro.

Nel 1999 fu avviata una seconda ristrutturazione della casa editrice: dopo lo smantellamento della redazione di Bari, pochi anni prima, fu la volta di quella di Roma. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si trattò di un evento improvviso e/o vissuto in maniera drammatica: l’iter fu studiato nei dettagli e pilotato per diversi mesi, anche tramite incontri con i lavoratori, suppongo al fine di evitare scossoni che avrebbero messo in crisi, almeno temporaneamente, la struttura produttiva dell’azienda. Agli “interni”, cioè i redattori che avevano un contratto di lavoro dipendente (come il sottoscritto), fu proposto un accordo che prevedeva la fornitura di lavoro a ciclo continuo per un congruo periodo, a fronte del loro auto-licenziamento (per ridurre le spese aziendali, mentre i singoli si sarebbero dovuti far carico di aspetti e dettagli fiscali sino a quel momento ignoti).

In zona Cesarini (leggasi: a dicembre), grazie a un caro amico trovai una scappatoia da quella “tonnara” ed entrai in un’azienda che si occupava di intrattenimento ludico, principalmente su internet (che proprio allora stava muovendo i primi passi, va tenuto presente!). Ci rimasi tre anni, feci esperienze molto interessanti e in un certo senso mi “ossigenai” a contatto di problematiche nuove, comunque diverse da quelle a cui ero abituato.

Uno dei loghi della società per la quale lavorai all’inizio del nuovo millennio

Quando però le cose cominciarono ad andare male (colpa della dirigenza inadeguata e del mercato troppo competitivo, ma non sono in grado di giudicare in quali proporzioni), non ebbi nessun’altra idea migliore che fare ritorno all’ovile, inscenando una sorta di “figliol prodigo” per rientrare nelle grazie della dirigenza, che aveva già preso a modificarsi in maniera sostanziale rispetto alla gestione precedente (infatti Vito Laterza, artefice della rinascita della casa editrice nel secondo dopoguerra, era scomparso a metà del 2001).

E, nella breve parentesi in cui avevo “dirazzato”, chi pensate che abbia svolto il ruolo già occupato da me? Sì, risposta esatta: Michele, il quale però stavolta mi cedette di buon grado lo scranno, pardon, il testimone, perché si diceva che al piano superiore della “Loggetta” ai Parioli non avessero accettato una sua richiesta di adeguamento del compenso (un’affermazione che non suonava affatto insolita in quel contesto…). E così tornai a fare per un’altra decina di anni più o meno le stesse cose che avevo fatto prima (davanti al giudice civile sarebbero poi state qualificate “mansioni”), ma che prima e dopo di me aveva fatto ancora e sempre (e verosimilmente meglio) Michele: insomma, tutto quello che passava a livello pomposamente formale come “Ufficio Traduzioni”, una scatola nera per chiunque fosse fuori da lì e di cui mi spacciavo come responsabile (o più fico: Translations Coordinator) ovunque fosse richiesto, opportuno e minimamente praticabile.

Se non vi siete stufati di leggere sin qui, c’è anche un epilogo.

Verso la fine dell’anno in cui cessai la mia avventura laterziana (o se preferite, per utilizzare un linguaggio più attuale, la sua “seconda stagione”), alla ricerca di spunti innovatori e altri agganci (tirava già un’ariaccia, però mi rifiutavo tanto pervicacemente quanto erroneamente di pensare al peggio) mi inventai di organizzare un ciclo di conferenze presso la Casa delle Traduzioni, pienamente in funzione già da un paio d’anni. Era incentrato sulla traduzione saggistica, da sempre punto cardine della casa editrice per la quale covavo anche altri propositi e alla quale volevo far fare bella figura (ad esempio, organizzando dal 2009 al 2012 quattro stage con persone addottorate presso la Sapienza, precisamente a Villa Mirafiori che ospitava Lingue, mentre adesso è rimasta unicamente Filosofia) e con cui ho avuto tutte le forme contrattuali possibili e immaginabili (anche quelle “sbagliate”).

Volli chiamare cinque traduttori che potessero testimoniare in maniera autorevole ciò che ciascuno di loro aveva fatto per la “casa Laterza”: il primo della lista non poteva essere altri che Michele.
Affibbiando al suo intervento di esordio un titolo nobilitato da una criptocitazione, tentai di ripagarlo così delle gentilezze che aveva usato nei miei confronti almeno due volte in passato.

Coda (forse, ormai non più necessaria).

Non ho nessuna foto di Michele, né se ne trovano sul web (io non sono stato capace di reperirle). Mi piace pensare che questo sarebbe stato il suo desiderio, tanto era schivo e modesto nel suo lavoro assai prezioso.

Chi non lo conosca e voglia sapere cosa ha portato a termine, potrebbe digitare il suo nome in uno dei campi di ricerca dell’Opac Sbn, modificando però l’etichetta, da ‘Autore’ o ‘Titolo’ a ‘Parole chiave’. Qualcuno dei libri (quasi un centinaio) prodotti dalla ricerca lo avrà incrociato senz’altro, almeno per sentito dire!

Provo qui a ricostruire alcune direttrici sommarie della sua attività instancabile. Non pretendo però di dire l’ultima al riguardo, e nemmeno “la verità”: prendetele semplicemente come un mio esercizio ermeneutico, congetturale, fallibile e come tale soggetto a confutazioni e miglioramenti. Se, anzi, vorrete proporne, sarò lieto di inserirli.

Il volume più remoto che tradusse (Paul Matthews Van Buren, Il significato secolare dell’Evangelo , ed. it. a cura di Filippo Gentiloni Silveri; Gribaudi, Torino, 1969) ci introduce subito a uno dei suoi interessi più vivi: la religiosità e la spiritualità, che difatti ritroviamo anche in anni più recenti, con testi di Sanders, Pelikan, Panikkar, Schürmann (su mastro Eckhart, nella serie ‘esoterica’ diretta da Toto Tamaro come quello citato immediatamente prima) e Tolan. Girava voce che in gioventù Michele avesse studiato in seminario per prendere i voti; pudore, riserbo o timidezza mi hanno sempre impedito di fargli domande dirette in merito, né dopo tutto mi interessava approfondire la cosa; posso soltanto affermare che questi temi lo hanno sempre interessato.

Peter Brown al conferimento del Premio Balzan (2011)

“Ortogonali” a questo primo campo si pongono grandi (spesso anche per il numero di pagine) volumi storici, una costante, verrebbe da qualificarli: da Obolensky (un classico, uscito nel 1974) a Ullmann, Vauchez, Mack Smith, Rémond, Winkler, Goodman, sino ai più recenti Wheatcroft, Lowe, Greengrass.
Il capolavoro tra essi rimane però a mio avviso la summa di Peter Brown: chi leggesse distrattamente il solo titolo (La formazione dell’Europa cristiana. Universalismo e diversità, 200-1000 d.C.), potrebbe pensare che i due testi apparsi nel 1995 (nella sfortunata ma eccellente collana “Fare l’Europa”, diretta da Jacques Le Goff e alla quale partecipavano a pieno titolo gli editori europei con i quali Laterza era in contatto da svariati anni, per affinità e interessi comuni) e poi nel 2006 (nella nuova “Biblioteca storica”) fossero praticamente identici. Invece il grande storico irlandese aveva riscritto di sana pianta dopo una decina d’anni la sua sintesi, arricchendola di una mole di dati che quasi ne raddoppiarono lo sviluppo in pagine: naturalmente toccò a Michele ricucire e ampliare sapientemente il lavoro già fatto una prima volta, senza stravolgerlo.

Questo mi permette di mettere in luce un’altra caratteristica di Michele.

Egli era un impiegato di vecchio stampo, nel senso che era in grado di fare pressoché tutto quello che poteva passare sui tavoli editoriali. In particolare, la sua padronanza assoluta delle tecniche di redazione si sposava magistralmente a quelle traduttive, formando un nesso indissolubile, la cui qualità spiccava in modo da rendere i suoi servigi irrinunciabili.

La copertina del secondo volume del Pensiero medico di Grmek (1998)

Chi abbia letto sin qui, potrebbe essere indotto a credere che Michele non avesse familiarità con le materie scientifiche. Nulla di più sbagliato! Ecco infatti spuntare dal suo cappello a cilindro lo psicoanalista Alfred Lorenzer nel 1976, la monografia di Pagel su Paracelso nel 1989, il “manoscritto russo” di Lorenz nel 1993; nel 1996 è attestato anche un Scienze della terra e biologia, e sempre in quel decennio seguì molto da vicino (in particolare, curò l’allestimento degli indici analitici) i tre volumi della Storia del pensiero medico occidentale diretta da Grmek. Nel 2002 volse infine in italiano uno dei libri più belli del genetista Lewontin. Quindi Michele era un’enciclopedia ambulante!

Michele sapeva digerire apollineamente anche una materia per me ostica come l’economia: stanno a dimostrarlo gli imponenti ma impeccabili volumi di Salvatore (quello per Carocci), di McCormick e la revisione di Rodrik (che per me fu un osso molto duro).

I quali ci portano vicino a un altro pallino, che Michele condivise con la dirigenza laterziana (soprattutto Giuseppe): l’anglo-tedesco sir Ralf Dahrendorf. Per qualche motivo mai chiarito fino in fondo, mi è parso sempre che l’epiteto di “erasmiano”si attagliasse perfettamente allo spirito e al corpo del suo traduttore…

La copertina di uno dei tanti libri di Dahrendorf tradotti da Sampaolo

Dahrendorf costituiva per Laterza una sacra trimurti (ma questa espressione era usata in un altro senso dalla caporedattrice di lungo corso, sua vecchia amica e vicina di casa) accanto a Le Goff e, dal nuovo millennio, all’émigré polacco Bauman. La traduzione di molti testi di questi autori infatti è stata assegnata a Michele, che era una garanzia tanto per la resa, austera ma scorrevole, quanto per le consegne, altro tassello essenziale nella programmazione editoriale.

Last not least, come già accennato all’inizio, Michele sapeva anche il russo. Talento sprecato in Laterza (come peraltro in moltissime case editrici nostrane), se ricordo appena un testo tradotto (da una giovane Michela Venditti, non sempre d’accordo con la patron Clara Castelli) da quella lingua durante i miei anni di militanza editoriale: ma era di Gurevič, lo stesso medievista tradotto da Michele nel lontanissimo 1982, battendo in breccia le epocali Categorie di Einaudi (anche se dall’autore in persona sappiamo che le due opere furono redatte pressoché in contemporanea). Sono però ugualmente fiero di avere una copia dell’opera curata da Manselli, con alcune correzioni nelle pagine iniziali quasi sicuramente di mano di Michele.

Il testo pubblicato da Laterza nel 1982


E ritengo che potesse essere stato solamente lui ad aver lasciato negli scaffali di una stanza della redazione romana alcune riviste sovietiche con articoli che magari intendeva proporre o qualcuno gli aveva chiesto di valutare a fini editoriali.

No, Michele non assomigliava neanche un po’ al grande linguista russo Jakobson…

Concludo questa scorribanda sconclusionata, rammentando che fu Michele a tradurre nel 1980 dal russo la gradevolissima intervista (para-autobiografica) a Jakobson della moglie Krystyna Pomorska (lo stesso anno uscì in francese per Flammarion e una versione più ampia è stata ripubblicata nel 2009 da Castelvecchi nella traduzione di Giulia Bottero), poi confluita nell’ottavo volume dei Selected Writings (1988, ma copyright 1987) col titolo informale di Besedy (conversazioni, in russo — e a tale riguardo non possono non tornare in mente anche le Conversazioni sulla cultura russa del compianto Jurij M. Lotman, curate da Silvia Burini e tradotte da Valentina Parisi per Bompiani nel 2017, ma nate nel 1976 per trasmissioni televisive che “Jurmich” poté tenere dal 1986 al 1991, come 35 ‘lezioni’ tanto poco tradizionalmente accademiche, quanto invece altrettanto istruttive).

Aggiunta (25 dicembre 2021)

Qui, su indicazione del collega e amico Luca Falaschi (che  ringrazio, ricordando altresì che ebbe la fortuna di conoscere Michele e il privilegio di poterci lavorare fianco a fianco ancor prima di me), riporto le belle parole pronunciate da Andrea Riccardi, in occasione della presentazione dell'edizione italiana della Storia mondiale degli ebrei, a cura di Pierre Savy (Laterza 2021), l'ultimo volume tradotto da Michele prima di lasciarci.
«Vorrei ricordare chi in genere non si nomina mai, cioè il traduttore [...Michele Sampaolo] che ho conosciuto in tanti anni di frequentazione della Laterza, perché questo è il suo ultimo lavoro prima della morte. Lo ricordo come un redattore e un traduttore di grande spessore culturale, un'intelligenza superiore, dotata di grande erudizione in tanti campi, un umanista, anche se la sua è stata una vita silenziosa e dietro le quinte, anche perché dotato - lo sa chi ha lavorato con lui - di un perfezionismo che qualunque autore normale giudicava eccessivo. Ho voluto aprire questa parentesi perché la traduzione di questo libro in italiano - traduzione che sembra facile dai libri francesi in italiano, ma il francese lascia nei libri italiani una patina incredibilmente pesante - è molto, molto riuscita».
La registrazione integrale dell'evento si può riascoltare all'indirizzo internet di Dante.Global, che corrisponde a questo su YouTube.
In particolare, l'elogio di Riccardi va dal minuto 28 e 33 al 29'36''.

Neanche i tedeschi sono più quelli di una volta…! ;-)

Nelle note del libro che sto traducendo dal tedesco (l’autore è svizzero) ho deciso di aggiungere il riferimento all’edizione originale dei volumi lì menzionati (per semplicità) soltanto nella versione tedesca, dato che quest’ultima interessa relativamente poco al lettore italiano.

Questa scelta ha comportato un certo lavoro di scavo e ricerca nei database bibliografici per testi pubblicati in tedesco, inglese e italiano (già, perché fornisco anche una versione italiana, se esiste — ma questa è un’altra storia).

Salvo casi particolari, per l’inglese mi servo dei siti della British Library di Londra e/o della Library of Congress a Washington, per il tedesco dei siti della Detsche Nationalbibliotethek e/o del polo di Karlsruhe, infine per l’italiano dell’Opac Sbn. Nel caso in questione, salto dal tedesco all’inglese e infine eventualmente all’italiano.

Così nel catalogo tedesco mi sono imbattuto in un titolo inglese che veniva riportato in maniera secondo me incompleta, rispetto a quanto avevo riscontrato sul corrispettivo americano (in quel caso si trattava di un volume di storia americana). Allora ho fatto presente il mio dubbio al servizio bibliografico nazionale tedesco (c’è un pulsante apposito, Korrekturanfrage; lo si vede nell’immagine sottostante) e dopo poche ore mi è stato risposto che a loro invece risultava, dall’edizione a stampa, come era riportato nel catalogo. Ho replicato presentando il link al titolo originale come figura nel sito della Biblioteca del Congresso e dopo un paio di settimane (avranno avuto tempo e modo di fare tutte le verifiche) mi hanno dato ragione, scrivendomi infatti oggi (il nero è MIO per far capire l’intervento effettuato dai bibliotecari):

Sehr geehrter Herr De Lachenal, vielen Dank für Ihren Hinweis. Wir haben unseren Datensatz überarbeitet, siehe http://d-nb.info/1099937132. Mit freundlichen Grüßen, i. A. Ihre Titeldatenredaktion der Deutschen Nationalbibliothek

NON scomodatevi a cliccare sul link qua sopra: ve l’ho già scaricato nella foto qui sotto (probabilmente dovrete aumentare un po’ la risoluzione, per leggerlo bene).

In basso, nella riga “Anmerkungen”, c’è quanto risulta dall’edizione a stampa tedesca, ma nella riga “Werk(e)” c’è il titolo corretto da me suggerito, che è quello che conta quando si cerca il riferimento preciso. In pratica, mancava solamente l’aggettivo “untold”: una parolina breve, appena un paio di sillabe in inglese, ma fondamentale per capire il taglio dell’opera! La mia ipotesi al riguardo è che sia sfuggita alla redazione Ullstein, quando è stato compilato il colophon…

Una bella soddisfazione, no?

Brevissime sul Coronavirus – no, scusate, sul Covid…

Fa ancora troppo caldo per impegnarmi in un post “serio”, ma intanto mi sono imbattuto in questa breve intervista al linguista siciliano Salvatore Claudio Sgroi, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro per le Edizioni dell’Orso (piccola, ma attiva casa editrice di Alessandria che vanta ottimi testi di linguistica, molto specializzati — ma questo di Sgroi non lo è, almeno stando a quel che ne dice lui stesso) che voglio segnalare qui, anche per alcuni link molto pertinenti al suo interno.

Decenni fa Sgroi si era occupato di chomskismo e anche di sociolinguistica (vabbè, qualcosa del genere), ma ai suoi esordi figura anche la traduzione per Astrolabio Ubaldini del volume di Jean-Louis Schefer, Scenografia di un quadro. Un saggio di semiotica della pittura, 1974 (ed. or. francese 1969).
Esso fu per qualche tempo un testo-guida (effettivamente uno dei primi a cimentarsi nel difficile campo indicato nel sottotitolo, campo nel quale anche Eco aveva qualche incertezza a muoversi…), ma attualmente non figura sul sito dell’editore, cioè in pratica è esaurito e non si avverte alcuna necessità di ristamparlo.

Mi è subito venuto in mente che potrebbe essere proficuo accostare alle riflessioni di Sgroi anche quelle snocciolate pressoché quotidianamente da Licia Corbolante nel suo apprezzato blog “Terminologiaetc.it”. In particolare, è intervenuta spesso anche lei su espressioni italiane indotte, e anche in qualche modo ‘deformate’, dalla pandemia devastante in cui siamo immersi tuttora.
Ecco dunque i post che risultano effettuando una ricerca sul suo sito con le parole chiave “covid” (15 in prima battuta, dal 29 luglio al 9 giugno) e “coronavirus” (altrettanti, ma dal 7 agosto al 25 maggio); per i motivi spiegati bene da Sgroi, però, alcuni sono in comune, quindi il totale è leggermente inferiore.

Buone letture!

Per Enrico Ganni, r.i.p.

Non ho mai lavorato per Einaudi, quindi non ho avuto l’occasione di conoscere di persona Enrico Ganni, editor e traduttore dal tedesco per la casa torinese, purtroppo scomparso prematuramente il 17 luglio scorso. Dunque avevo qualche scrupolo a metter mano a questo post, pur ‘sentendomelo’, ma alla fine l’auspicio che le (buone) ragioni per averlo fatto emergano dalla mia stessa argomentazione mi ha convinto a superare le perplessità iniziali.

Da sinistra a destra, Enrico Ganni, Claudia Zonghetti e Leonardo Marcello Pignataro.

La foto1 qui sopra è stata scattata dalla traduttrice e animatrice culturale Anna Nadotti2 durante la presentazione a Torino il 2 novembre 2016, presso la Libreria Bardotto di via Giolitti, della nuova traduzione di Anna Karenina (Einaudi 2016, collana «Supercoralli», pp. 968, €28), romanzo capitale di Lev Tolstoj, pubblicato originariamente a puntate fra il 1875 e il 1877 (dopo dodici stesure, sembra). L’evento faceva parte di un ciclo, organizzato da Anna Nadotti stessa con Annalisa Ferretti, che si chiamava: “Leggere e rileggere in compagnia di traduttori e editor”.

La bella istantanea ritrae il sorriso sornione di Enrico Ganni, che probabilmente aveva intravisto Anna Nadotti mentre inquadrava i relatori; poi a destra, col microfono in mano, c’è Leonardo Marcello Pignataro (valentissimo traduttore da inglese, russo, francese, latino e slovacco, docente di vari corsi di traduzione e membro del comitato scientifico della Casa delle Traduzioni a Roma, insieme a Ilaria Piperno) e al centro l’eroina della serata, Claudia Zonghetti, autrice (in senso forte, come ha spiegato lei stessa) della traduzione suddetta.3

Ganni presenta già lucidamente se stesso e il lavoro che fa all’Einaudi, «un po’ strano, non facile», nell’intervista rilasciata a Sara Meddi il 22 aprile 2015, che consiglio a tutti di (ri)leggere.
Un suo intervento che svela chi fu l’inventore del nome dei Gialli, e cioè (spoiler!) Enrico Piceni, è uscito sul primo numero della rivista «Tradurre» (autunno 2011).
Più di recente, il 28 settembre 2019, a Roma, Ganni aveva ricevuto il premio “Giovanni, Emma e Luisa Enriques” nell’ambito delle XVII Giornate della traduzione letteraria (seguendo il link è possibile leggere la motivazione del riconoscimento, assegnato all’unanimità dalla giuria, formata da Stefano Arduini, Ilide Carmignani ed Ernesto Ferrero).

Può essere utile ricordare che Ganni visse a Francoforte sul Meno fino al completamento degli studi secondari: quindi era praticamente bilingue! Questo in parte spiega come abbia cominciato a lavorare in Mondadori, per passare poi a Feltrinelli; inoltre insegnò lingua tedesca presso il Goethe-Institut milanese, traduzione tedesca dal 1981 al 2000 presso la Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori (che oggi si chiama Civica Scuola Interpreti e Traduttori Altiero Spinelli, che diresse anche dal 1994 al 1998) e fu lettore presso l’Istituto di Germanistica alla Statale di Milano.

L’articolo a mio avviso migliore su chi era e cosa ha fatto Enrico Ganni è quello di Roberto Gilodi, pubblicato su «Doppiozero» assai più tempestivamente di questo mio post. Ne cito qualche passo, cominciando dall’«eleganza gentile e l’ironia garbata ma mai irriverente» dello scomparso, a: «La mitezza di Ganni faceva tutt’uno con la sua franchezza e con la determinazione schietta a dire i no che all’editoria di cultura sono vitali per progredire», fino al giudizio conclusivo su «un uomo buono che ha saputo coniugare la cultura con l’umanità dei gesti semplici».
In tutto ciò Gilodi, che lavorò in Einaudi con Ganni a cavallo tra la seconda metà degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, racconta di come l’amico e collega, in visita a Günter Grass nell’abitazione di Lubecca, seppe far dire spontaneamente allo scrittore tedesco su cosa stesse lavorando ma senza porre domande dirette, intrusive. Splendido esempio di come Ganni «sapeva stabilire con i suoi autori una sorta di intimità sui contenuti che gli permetteva di entrare nel loro mondo creativo pur mantenendo una distanza rispettosa dalle loro vite. Un comportamento per nulla frequente nell’editoria, spesso succede l’opposto» (mio il corsivo su questo commento finale).

Un altro grande merito di Ganni è stato quello di aver ripristinato coraggiosamente l’intento a cui si era ispirato una trentina di anni fa Giorgio Agamben, decidendo di curare l’edizione einaudiana di Walter Benjamin. Che era un criterio cronologico, mentre l’edizione tedesca curata da Wolf Tiedemann e Hermann Schweppenhäuser (più altri ancora, che soppiantava la prima scelta di opere benjaminiane, curata nel 1955 da Theodor W. Adorno in due volumi, ma sempre per Suhrkamp4) ne segue uno tematico. In queste due opzioni di costruire un ouvrage si intravedono, a mio giudizio, due tradizioni culturali ben precise e consolidate, dove in Italia prevale un’impostazione storicista, anche se non da intendere in senso strettamente o unicamente storiografico5.

L’edizione rilegata delle Gesammelte Schriften di Benjamin per Suhrkamp

E penso di non sbagliare troppo se trovo una qualche rispondenza con l’impostazione concordata da Giorgio Colli e Mazzino Montinari con la triade Luciano Foà (anche qui un articolo simile), Bobi Bazlen6 e Roberto Olivetti per il capolavoro della esordiente Adelphi: ossia la prima edizione critica di tutte le opere di Friedrich Nietzsche, che ne fu contemporaneamente la loro traduzione in italiano, un caso più unico che raro, per quanto io ne sappia.7 A parte, poi, che ciò farebbe il paio con la circostanza fortuita (ma sarà davvero tale?), per cui Ganni subentrò in Einaudi a Roberto Cazzola, quando questi scelse di passare ad Adelphi dopo almeno vent’anni di militanza presso lo struzzo torinese8 e a sua volta Renata Colorni trasmigrò da Adelphi a Mondadori, per dirigere la collana dei «Meridiani».

Il cofanetto delle Opere di Nietzsche in edizione economica, pubblicato da Adelphi in 19 volumi nel 1992.

Se questo non basta, apriamo una risorsa essenziale per traduttori e redattori, l’Opac Sbn, e lanciamo una banale ricerca col suo nome e cognome: il programma restituisce 132 occorrenze, da cui vanno cassati appena un paio di casi di omonimia. Negli altri troviamo il meglio della letteratura tedesca moderna e contemporanea: Goethe, Fontane, Kafka, Freud, Musil, Roth, Hesse, Brecht, Canetti, Grass, Zweig, Drewermann, Enzensberger, Fitzek, Améry, Grünbein sono stati tutti tradotti o perlomeno curati da Ganni – ponendolo così a pari livello, accanto a nomi già rinomati della germanistica italiana del Novecento, come Cesare Cases ed Ervino Pocar – ma vi spuntano anche, curiosamente (mi sarebbe piaciuto chiedergli come mai, da traduttore di saggistica) un paio di titoli, divulgativi ma divertenti, dello psicologo creatore della scuola di Palo Alto, Paul Watzlawick.

Per finire, mi piace accostare qui in limine alcuni giudizi su Ganni, espressi ‘a caldo’ (cioè, sulla spinta dell’emozione per la sua scomparsa, fra il 18 e il 20 luglio) da sue allieve o semplici colleghi in una mailing list per traduttori (in questo caso i nomi non contano):

  • gli devo molto sia dal punto di vista umano che professionale. A lui devo buona parte di quello che ho fatto in questi ultimi dieci anni: la mia prima traduzione e, a cascata, buona parte di quelle che sono venute dopo, che senza quella prima non ci sarebbero state, l’insegnamento all’università. Insomma, oggi prendo consapevolezza di quanto sia stata una presenza fondamentale nella mia vita, una persona che ha fatto la differenza. Un docente appassionato, un grande traduttore, una persona colta e aperta, piena di voglia di fare e sempre disponibile;
  • per molti colleghi è stato un mentore, un revisore prezioso, una figura ispiratrice;
  • lo ricordo gentile e scrupoloso;
  • ho avuto il piacere di lavorare con lui una sola volta e lo ricordo gentile e scrupoloso. Era evidentemente un uomo di cultura raffinata.

Non suonano inutilmente cerimoniosi (del resto, scrivere su una mailing list è una scelta libera, nessuno è tenuto a farlo se non si prova un’esigenza effettiva), quindi non sono neanche troppo distanti dalle attestazioni di grande affetto e stima, che va oltre quella intellettuale, espresse direttamente dallo scrittore e ispanista Ernesto Franco, in qualità di direttore editoriale Einaudi, quando ha ricordato la sua

cortesia di umanità opposta a quella di convenzione, la discrezione che si prende cura del prossimo opposta a quella che se ne disinteressa completamente, l’ironia che salva opposta a quella che ferisce. […] Enrico faceva parte di quelle rare persone che solo con la loro presenza sono capaci di trasmettere più equilibrio al gruppo in cui lavorano e conversano.

Ancora sul versante editoriale, l’ex direttore della raffinata casa editrice Hanser di Monaco, Michael Krüger (che conobbi alla Frankfurter Buchmesse come persona intellettualmente raffinata e di squisita cortesia), ha scritto un bel ricordo di Ganni sulla rivista specializzata «Börsenblatt» del 24 luglio 2020.

Trovo ammirevole anche la chiusa dell’articolo scritto da Luca Crescenzi per «il manifesto» del 21 luglio:

La sua discrezione a volte ironica mi pareva venire da una superiore saggezza, quella che in tedesco si chiama, con un bel termine, Souveranität. […] Non sono state molte, in questo paese, le persone capaci di restituire un’idea di cosa sia stata e di cosa significhi ancora oggi la classicità tedesca: il senso della misura e della civiltà nei rapporti umani, l’ironia come espressione critica del pensiero, il rifiuto dell’eccesso come principio morale, la ricerca inesauribile e congiunta della conoscenza e della felicità. Non sono stati molti, dicevo, gli intellettuali all’altezza di questo modello di civiltà e della capacità di trasmetterne l’esempio. Quegli intellettuali, però, hanno per qualche tempo reso migliore la germanistica e l’editoria italiana trasferendo in esse il senso della cultura per la vita. […] Ma ciò che muore, avrebbe detto Goethe, diventa. E il divenire di ciò che è stato deve essere il dovere di chi resta.

Dunque emerge, aleggia e si delinea da sé, quasi senza sforzo (come forse deve dare impressione di essere una buona traduzione?) la figura di un personaggio misurato, riflessivo, profondo, capace di entrare in sintonia con i propri interlocutori senza sovrastarli, ma anzi concedendo loro tutto lo spazio di cui hanno bisogno. Insomma, un concentrato delle qualità e delle caratteristiche che ogni traduttore vorrebbe trovare in un maestro. Invece oggi prevale troppo spesso la tendenza a parlare ‘sopra’, a esagerare, a forzare le proprie affermazioni, come a puntellare contro gli altri, che sono Mitmenschen, i propri consimili, la fragile debolezza dell’individualità personale, incapaci di ascoltarla, coltivarla e farla crescere in armonia condivisa.
Da quanto sono venuto riportando sin qui, mi illudo di credere che, invece, Enrico Ganni ci sia riuscito. E soprattutto che questo aspetto trasparisse agli astanti, seppur magari in maniera indistinta, anche attraverso un ‘sorriso sornione’ durante la presentazione di un libro al quale aveva dato il suo contributo, quale che fosse.

NOTE

1
Ringrazio Leonardo M. Pignataro per aver postato la foto su una mailing list per traduttori e Anna Nadotti anche per avermi concesso di riutilizzarla liberamente qui, oltre a una serie di informazioni che condivido nel mio post.

2
Per chi non conoscesse questa instancabile «critica letteraria, traduttrice e consulente editoriale per la letteratura inglese e indiana in lingua inglese», riporto qui di seguito alcune notizie cursorie, vale a dire scorciatoie informative mascherate da link a pagine su internet; l’ordine di presentazione vorrebbe essere top-down, cioè da siti più generali verso indicazioni sempre più specifiche, ma ognuno potrà riordinarli a suo piacimento (come pure suggerirne altri nei commenti a questo post, eventualità auspicata di cui ringrazio anzi sin d’ora i lettori benevoli).

  1. Ha partecipato al Festivaletteratura: clicca qui per la sua bio ed eventi collegati (anni 2002-2009).
  2. Tutti i 47 libri Einaudi legati al suo nome.
  3. Alcuni suoi insights sulla sua ritraduzione di La signora Dalloway di Virginia Woolf (Einaudi 2012).
  4. La collega Susanna Basso intervista Anna Nadotti sul numero 3 della rivista on-line «Tradurre» (autunno 2012).
  5. «Nazione indiana» ha raccolto le sue riflessioni approfondite e suggestive sul tradurre sia A.S. Byatt (con Fausto Galuzzi, 2010) sia A. Ghosh (con Norman Gobetti, 2016).
  6. Audio su «Radio Ca’ Foscari» in cui Anna Nadotti parla di Ghosh e del mestiere del traduttore (gennaio 2020).
  7. Un’intervista originale e ricca di spunti ad Anna Nadotti e Norman Gobetti sul tradurre a quattro mani, altrimenti detta più nobilmente ‘traduzione collaborativa’ (pubblicata il 26 novembre 2019).

Particolare dalla copertina della Karenina einaudiana: il volto di una delle più celebri bellezze russe dell’Ottocento, la principessa Leonilla Ivanovna Barjatinskaja, qui immortalata da Franz Xaver Winterhalter (1805-1873), famoso per tanti ritratti di regine.

3L’uscita della nuova versione di Anna Karenina suscitò qualche polemica, che vale la pena ripercorrere, non foss’altro per osservare che anche una traduzione può scaldare gli animi; perciò riporto qui appresso una serie di link sperabilmente utili a farsene un’idea propria (secondo un andamento che in parte riprende la struttura della nota precedente).

  1. Due confessioni-interviste-dichiarazioni, molto sincere, del giugno 2016 e dell’aprile 2018.
  2. Gli apprezzamenti di Ernesto Ferrero («La Stampa», 11 settembre 2016) e di Alberto Asor Rosa («la Repubblica», 1 febbraio 2017), da punti di vista differenti, con un borbottio di Gianfranco Petrillo (primavera 2017).
  3. Le prime osservazioni critiche, di Paolo Nori («Il Post», 5 luglio 2016), seguito in parte da Mario Caramitti («il manifesto», 17 luglio 2016).
  4. L’adattamento e regia di Valter Malosti, con messa in scena di Irene Ivaldi, presso il Teatro di Dioniso a Torino nel 2017.

4

Cfr. p.es. Roberto Calasso, L’impronta dell’editore, Adelphi, Milano 2013, p. 123.

5

Questa (nuova, o meglio ‘aggiornata’) edizione einaudiana di Opere complete di Walter Banjamin consta di sette volumi, ognuno dei quali porta il titolo Scritti, seguito dagli anni specifici di composizione (da 1906-1922 fino a 1938-1940), più il volume iniziale, del 2000, I «passages» di Parigi e quello conclusivo, del 2014, di Frammenti e paralipomena, che per la loro natura ‘imperfetta’ esulano almeno in parte da quel criterio. Dunque dall’edizione Agamben, pubblicata nel decennio 1982-93, mancavano gli scritti dell’ultimo ventennio di vita di Benjamin. Le Gesammelte Schriften constano di sette volumi (suddivisi in più parti, per un totale di quattordici tomi), pubblicati dal 1972 al 1989 «in collaborazione con Theodor W. Adorno e Gerschom Scholem e a cura di Rolf Tiedemann e Hermann Schweppenhäuser […] secondo criteri formali e di contenuto»; essi «hanno accettato, affiancati da Enrico Ganni, di curare anche quella [sc., l’edizione] italiana» (cito dall’Avvertenza editoriale dei «Passages» di Parigi, t. I, p. VII).

6

Su Bazlen si vedano altri dettagli biografici nella voce firmata nel 1988 da Aldo Grasso per il vol. 34 del Dizionario biografico degli italiani.

7

La differenza è che all’epoca (prima metà degli anni Sessanta) praticamente non c’erano edizioni davvero attendibili del filosofo tedesco, neanche in originale, mentre Einaudi decise di tradurre integralmente Benjamin soltanto una decina d’anni dopo l’avvio dell’edizione completa Suhrkamp (e non so se fu Agamben a proporlo o, al contrario, l’editore stesso incaricò il giovane e ambizioso studioso italiano – sta di fatto che l’uscita nel 1982 del primo tomo, Il concetto di critica nel Romanticismo tedesco. Scritti 1919-1922, trad. di Claudio Colaiacomo, poi studioso leopardiano, tornò utile per alcuni dettagli della mia tesi di laurea; osservo che nel 2017 è stata ritradotta la sola “Dissertation” con cui Benjamin si laureò nel 1919, a ventisette anni: Il concetto di critica d’arte nel Romanticismo tedesco, Mimesis, a cura di Nicolò Pietro Cangini). Sui testi niciani ritengo ancora proficui i saggi con cui si apre e chiude la guida Nietzsche. Etica, Politica, Filologia, Musica, Teoria dell’interpretazione, Ontologia, curata da Maurizio Ferraris (Laterza 1999), che firma anche quei due contributi (il secondo con Pietro Kobau: “I. Vita, opere, fortuna”, pp. 3-51 e “VII. La questione dei testi”, pp. 277-303). Assai più recente, si veda anche questa recensione di Alfonso Berardinelli a un libro di Sossio Giametta, sodale e collaboratore di Collli e Montinari.

8

Anche questa informazione preziosa deriva dall’articolo di Gilodi.

Filosofi italiani alla Crusca

Chissà se le restrizioni alla ordinaria vita pubblica e civile indotte dalla diffusione del coronavirus saranno state superate a metà aprile?
Già, perché il 20 e 21 aprile a Firenze si dovrebbe tenere un convegno assai interessante, organizzato congiuntamente dall’Accademia della Crusca e dalla Società filosofica italiana, come seconda edizione della serie “Fare filosofia in italiano”, di cui riporto le locandine qui sotto.

Locandina del secondo convegno “Fare filosofia in italiano” (20-21 aprile 2020)

Degna di attenzione è anche la formula di svolgimento, con quello che sembra un dialogo fra due specialisti: indiscussa la competenza di Tavoni su Dante o Ciliberto su Bruno, mentre gli altri sarà un piacere scoprirli.
Un esempio per la cronaca: Marco Biffi, direttore tecnico della rivista on-line «Italiano digitale» della medesima Accademia sin dalla sua nascita (2013), esordì col volume La traduzione del “De architectura” di Vitruvio (2002), sull’«ingiegniere et architetto» umanista Francesco di Giorgio Martini; poi è stato responsabile con Massimo Fanfani per la trasposizione elettronica delle cinque edizioni (1612, 1623, 1691, 1729-1738 e 1863-1923) del Vocabolario della Crusca.

Locandina del primo convegno “Fare filosofia in italiano” (11-12 giugno 2018)

 

Il ritorno di Biblit

L’immagine-mascotte del sito Biblit.it “Idee e risorse per traduttori letterari”

Biblit torna a sfornare una inchiesta sui compensi per traduttori ‘autoriali’1, a qualche anno dalla precedente. Quella presentata martedì 28 gennaio 2020 alla Casa delle traduzioni di Roma da Marina Rullo (fondatrice nel 1999 del sito Biblit.it e già responsabile del sindacato dei traduttori editoriali), insieme ad Alessandro Conflitti (algoritmista ed esperto di data science, ma dal 2010 anche traduttore) e Maurizio Feriaud (sindacalista SLC-CGIL, attualmente si occupa dell’ufficio internazionale e della tutela delle Figure professionali autoriali del settore editoriale) espone dati relativi al biennio 2017-2018 (la precedente era «in riferimento ai contratti firmati nel 2011 per committenti italiani», come da sottotitolo), anche grazie all’aiuto fornito inizialmente da Daniele Di Nunzio (ricercatore della Fondazione Di Vittorio, già attivo su indagini analoghe svolte in passato, come “Vita da professionisti“).
Godendo del privilegio di abitare a Roma e di non aver di meglio da fare nel pomeriggio del suddetto 28 gennaio, riporto in questo post i miei appunti di quell’anteprima. Chi preferisce andare alla fonte, ne trova una sintesi (con slides) sul sito Biblit.

Una foto recente di Marina Rullo, fondatrice e animatrice di Biblit.

Va anzitutto precisato (anche come possibile obiezione, o bias, come si usa in questi casi) che il campione non è ampio: 222 rispondenti, con la ‘perdita’ di una cinquantina di lavoratori rispetto a sette anni fa2. Uno dei dati salienti è l’età anagrafica non più giovanissima (oltre il 60% è compreso fra i 31 e i 50 anni e un terzo ne ha più di 50), che si potrebbe interpretare (rovesciandola, per così dire) come una difficoltà molto alta (direi, più schiettamente e desolatamente, una soglia quasi insuperabile) per gli esordienti a entrare nel circuito e/o alla mancanza di un ricambio generazionale; ciò andrebbe visto in parallelo alla diminuzione della quantità di traduzioni in italiano3.
Difatti secondo Isabella Zani, nota esponente di S.trad.e presente al dibattito, questo potrebbe essere dovuto alla ricerca e mantenimento di contatti ‘fidati’ da parte soprattutto di case editrici medio-piccole (rispetto ai gruppi editoriali più grandi), le quali proprio perché vendono relativamente poco4, devono puntare a colpo sicuro su una buona resa (cioè, senza dover sottoporre un’opera mal tradotta a revisioni o, peggio, rifacimenti, che fanno lievitare costi già in partenza più alti rispetto a un testo scritto in italiano, per l’acquisizione di diritti e per il compenso traduttivo).

Una conferma emersa (se mai ce ne fosse stato ancora bisogno…) è che si tratta di un mestiere ‘al femminile‘ : quasi quattro quinti delle risposte venivano infatti da esponenti del gentil sesso; come mostrerò più avanti, questo non è irrilevante. Abbastanza scontate anche le due regioni in testa: Lombardia e Lazio, dove si concentrano le città col numero più alto di case editrici, mentre non c’è stato nessun rispondente da Stati extraeuropei.

Per quanto concerne le combinazioni linguistiche, circa metà dei rispondenti afferma di praticarne un paio. Anche tale dato potrebbe rispondere alla necessità di diversificare gli sforzi/l’impegno, a fronte di una diminuzione oggettiva della richiesta di traduzioni sul mercato. In tutti i casi, l’inglese è predominante di gran lunga su tutte le altre lingue, il che inversamente comporta che i (pochissimi, in questa inchiesta) traduttori da lingue minori risultano pagati nel complesso meglio, per motivi facilmente comprensibili. Il tempo medio stimato per tradurre una cartella di 2000 battute di difficoltà media è compreso fra mezzora e un’ora – qui occorre precisare che l’inchiesta adotta come standard questo formato, riconvertendo i vari ‘tagli’ in circolazione, i quali spesso servono unicamente a confondere le idee; inoltre in quella durata media sono compresi anche i tempi di eventuali revisione e rilettura (che non dovrebbero mai mancare, al fine di garantire un lavoro più accurato…).

Questo introduce l’argomento centrale della ricerca e che interessa visibilmente tutti, ossia quello relativo ai compensi.
Rispetto al 2011, nonostante sia stata modificata l’impostazione del questionario, non pare ci siano variazioni significative: la maggior parte dei compensi è compresa nella fascia intermedia (11-15€), quelli più alti (> 20€) non sono cambiati, c’è un lievissimo incremento in quelli minimi (che comunque dovrebbero destare sempre scandalo, soprattutto per chi li propone, prima ancora che per coloro che li accettano).
La cifra in sé assume però contorni più vivi se accompagnata da altre considerazioni: ricade in questo range anche un cospicuo 45% di chi può vantare oltre vent’anni di esperienza nel settore, che però è anche la schiera di persone maggiormente insoddisfatte dallo statu quo. Tutto ciò si può legare ulteriormente all’autopercezione, cui era dedicata una sezione a sé: addirittura il 71% dei rispondenti ha dichiarato di avere scarso, se non proprio nullo, potere di negoziazione con la controparte datoriale – e qui occorre sottolineare chiaramente il fatto che di certo la rappresentanza femminile ‘soffre’ ancora di più per questa situazione, e poiché come detto le donne formano l’asse portante del settore, quest’ultimo non può non risentirne pesantemente (ci troviamo insomma di fronte a un classico circulus vitiosus).
Ancora: un ricavo lordo inferiore ai 10mila euro l’anno costituisce il reddito per oltre la metà dei 151 traduttori ‘professionisti’ (all’estremo opposto, cioè coloro che possono vantare un reddito superiore ai 30mila euro, sono appena il 2,25%!), che a spanne significherebbe meno di 700 euro al mese, spalmando le retribuzioni su tutto l’anno, anche se sappiamo che non è sempre così e al netto di spese sanitarie e altri sgradevoli incidenti (da intendere nel senso strettamente etimologico, oltre che imprevisto: ad esempio, si rompe improvvisamente la cinghia di distribuzione dell’autovettura o la lavatrice decide per conto suo di andare in pensione, dopo aver fatto pazientemente il suo bravo e utile dovere per quasi 365 giorni all’anno… peggio ancora quando si tratta di malattie improvvise o invalidanti, magari di genitori anziani e non più autosufficienti).
Sempre il 45% ha dichiarato di lavorare per più committenti (con uno prioritario), mentre non ci sono scostamenti significativi riguardo alla tipologia di produzione, cioè fra narrativa, saggistica e periodici, anche se questi ultimi in genere offrono retribuzioni un po’ migliori. Personalmente attribuisco tale dato al fatto che la stampa periodica (quotidiani, riviste, specialmente quelle illustrate) fruisce di entrate pubblicitarie che invece l’ambito editoriale librario non ha affatto; da un altro punto di vista, però, si tratta in realtà di testi quasi sempre più brevi, quindi il guadagno è solo in apparenza maggiore.
Potrebbe però confortarci il rilievo che anche case editrici medio-piccole paghino un po’ meglio; non troppo, ma sembrerebbe in parte un’inversione di tendenza5.

Una nota dolente che si accompagna alla pecunia è però fornita dalle scadenze (o termini) di pagamento. Posto che il 97% dei rispondenti viene pagato a cartella o a forfait, almeno nella metà dei contratti firmati i tempi indicati non sono stati rispettati, ovviamente nel senso che le somme dovute sono state corrisposte in ritardo al traduttore/traduttrice, che invece si era attenuto fedelmente ai tempi di consegna del lavoro.
Un corollario riguarda una serie di ‘lavori aggiunti’, come possono essere la stesura di una quarta di copertina, una sintesi da far circolare tra i promotori editoriali (magari in inglese, se si tratta di un’opera che l’editore pensa di poter vendere all’estero) ecc. Si tratta in pratica di tutte quelle attività che corredano la traduzione vera e propria, ma non ne fanno parte e quindi andrebbero retribuite a parte. Ebbene, dall’inchiesta emerge che se non ci sono state richieste in tal senso, un pagamento a parte è ottenuto soltanto in una percentuale inferiore al 20% dei casi6.

L’incontro, che contrariamente al solito si è prolungato ben oltre le 19, è stato chiuso da alcune considerazioni di Maurizio Feriaud, che reputo assolutamente condivisibili.
Questi ha ribadito che nonostante indubbie specificità, taluni aspetti del lavoro traduttivo sono comuni con altre categorie e il sindacato cerca appunto di unificarle per trovare risposte unitarie, soprattutto a livelli istituzionali, che sono tra quelli ritenuti più bisognosi di interventi migliorativi da parte della platea esaminata dall’indagine di Biblit. Oggi viviamo in una fase segnata da un arretramento generale delle condizioni di lavoro (il caso dei riders è forse quello più eclatante e, immagino per la sua novità, che ha più spazio anche nella stampa quotidiana7) e deregolamentazione del mercato (una deriva che a mio parere risale ad almeno un trentennio fa, se non di più, purtroppo…), per cui la fiscalità per i lavoratori di «opere dell’ingegno» (giusta la dicitura originaria, ripresa anche nel nostro Codice civile, libro V, titolo IX, capo I) diventa un problema enorme.
Tuttavia il panorama normativo che fa intravedere la direttiva 790 emanata nel 2019 dall’Unione Europea potrebbe far bene sperare per un futuro non troppo remoto e utopistico. Se è vero che ambo i partiti in carica nel governo precedente (Lega e Movimento 5 stelle) avevano votato compatti contro l’accoglimento di tale direttiva, essa offre alcuni punti meritevoli di essere còlti e sfruttati a nostro favore: fra essi, Feriaud ha segnalato il diritto a un equo compenso, la trasparenza sulla titolarità dell’autore (che potrebbe schiudere anche il discorso sulle royalties, una disposizione ben poco diffusa in Italia ma assolutamente legittima e da incrementare e migliorare in tante maniere diverse), la rappresentanza della categoria.
L’esortazione è dunque di appoggiare il sindacato, perché ovviamente nessuna organizzazione può essere credibile nelle proprie rivendicazioni se non è sostenuta attivamente da una base consistente di simpatizzanti che si rimboccano le maniche e danno il loro apporto, non importa se piccolo o grande, «ciascuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni»8.

 

N O T E

1Questa la dicitura preferita nell’indagine, rispetto a quelle più diffuse, ma ritenute anche più ambigue e in parte anche più restrittive, di ‘traduttore editoriale’ o ‘letterario’. Con essa si vuole fissare precisamente l’attenzione sul fatto che si è cercato di analizzare le traduzioni in diritto d’autore, giusta la legge n° 633 del 22 aprile 1941 (e integrazioni successive), ottimamente descritta e commentata nella nuova edizione (dicembre 2017) del Vademecum pubblicato dal Sindacato dei traduttori editoriali, sorretto dai riscontri dell’eccellente volume di Fabrizio Megale, Il diritto d’autore del traduttore (Editoriale Scientifica, Napoli 2004), la cui lettura consiglio davvero in prima istanza a chiunque voglia approfondire seriamente la tematica.
Un’altra utile distinzione adoperata nel rapporto Biblit (ma ripresa dal CEATL) è quella fra ‘traduttore attivo’ e ‘professionista’.

2Se era sicuramente sovradimensionata (almeno per l’Italia) la cifra di diecimila traduttori, che circolava in modo incontrollato alcuni anni fa, una quantità così esigua rischia invece di apparire poco rappresentativa di una schiera di lavoratori dell’industria culturale che quasi certamente è assai più ampia e variegata. Per contro, un numero così ristretto potrebbe spiegare alcune incongruenze già balzate agli occhi degli analisti.

3Un importante dato AIE, divulgato in occasione dell’ultima edizione della Fiera nazionale della piccola e media editoria (Roma, 4-8 dicembre 2019, alias PLPL) è quello relativo alle traduzioni: esse formano il 13,5% del mercato editoriale, in calo progressivo rispetto al passato, a fronte di un lusinghiero aumento delle traduzioni italiane all’estero. Tutto ciò si trova riassunto nelle slides ufficiali.

4Marina Rullo ha giustamente sottolineato un altro dato AIE del 2019, in sé piuttosto allarmante: il 91% delle aziende editoriali venderebbe soltanto 100 copie; gli editori medio-piccoli sarebbero però responsabili di quasi metà del fatturato di tutto il comparto.

5Si vedano le opinioni già surriportate di Isa Zani, cui aggiungo qui l’esperienza recente con Einaudi condivisa sulla rivista on-line Tradurre da Daniele Petruccioli (che, per la cronaca, il 28 gennaio sedeva proprio accanto a Isa). Un altro esempio, sempre però relativo a Einaudi, è offerto in questo stesso gennaio da Silvia Pareschi su Nazione indiana.

6Una volta (quasi un’era geologica fa…) tutte queste mansioni erano tipicamente a carico delle redazioni, organismi interni all’impresa: è chiaro che, spazzate via queste ultime per presunti risparmi di costi aziendali (su cui ci sarebbe molto da obiettare, anche se la tendenza si è avviata lentamente già negli anni Novanta del secolo scorso – chi scrive, ha avuto la sventura/fortuna di seguire in prima persona e in diretta lo smantellamento subìto dalla Carocci di Roma a cavallo tra 2014 e 2015), per l’editore la cosa più semplice è affidarne la compilazione a chi conosce meglio di tutti il testo tradotto, in base all’affermazione di Italo Calvino «Il vero modo di leggere un testo è tradurlo», che campeggia sulle magliette del sindacato.
Un caso particolare è la redazione degli indici (dei nomi di luogo/persona, o anche quelli, ben più complicati, dei concetti o analitici, in cui brilla l’editoria tedesca). In altri paesi questo lavoro specifico viene assegnato, con contratti a sé, a lavoratori specializzati, detti appunto ‘indicisti’, che in Italia sembra non esistano (o, se ce ne sono, non vengano presi in considerazione per le loro competenze al riguardo, che è in fondo lo stesso). Purtroppo molte volte questo lavoro, francamente ingrato (e comunque time-consuming seppur eseguito con opportuni strumenti informatici ed esperienza adeguata), viene scaricato anch’esso sul povero e inerme traduttore, che a quel punto dovrebbe quanto meno contrattare un compenso forfettario!!!

7Una sentenza recentissima equipara i ‘ciclofattorini’ brandizzati Foodinho ai lavoratori subordinati: cfr. su Ansa e Linkiesta.

8Secondo il noto passo marxiano che rendeva in tedesco l’originale greco negli Atti degli apostoli (IV, 35), a cui però affiancherei l’articolo 3 della nostra Costituzione che arroga allo Stato repubblicano il compito di «[…] rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Da traduttore e storico (?) delle traduzioni, a me paiono tutti casi evidentissimi di traduzione-come-riscrittura/riformulazione/ri- o transcreazione/remediation, sui quale varrebbe la pena di spendere più parole, seminari, discussioni ecc. Non è questo il luogo per farlo, ma intanto tiro un sassolino…

Breve storia di un neologismo burocratico in quattro mosse

L’aggettivo ‘unionale’ ha suscitato reazioni contrastate sin dall’inizio.

Uno dei primi a segnalarle fu, nel 2010, il professore padovano Michele A. Cortelazzo, allievo di Pier Vincenzo Mengaldo e sodale di Ivano Paccagnella, con questo intervento “Unione europea: una questione di aggettivi”, sostanzialmente favorevole all’accettazione.

Sul versante opposto trovo questa replica di Natalia Latronico del primo giugno 2015 nella rivista trimestrale Eurojus, che si qualifica come «strumento di conoscenza e di informazione, come di dibattito e di approfondimento, che nasce dalle attività di ricerca condotte nell’ambito del Centro di Eccellenza Jean Monnet presso l’Università degli Studi di Milano, diretto dal Professor Bruno Nascimbene».

Lo ‘sdoganamento’ definitivo arriva il 28 marzo 2017, con questa precisazione del linguista romano Paolo D’Achille, che fornendo la batteria di argomentazioni sin qui a mio giudizio più variegata e dunque migliore, esprime un parere positivo per conto dell’Accademia della Crusca.

Quarto e ultimo passo, compiuto testè dal sottoscritto: scrivere alla redazione della Treccani, segnalando debitamente e compuntamente questi tre articoli (che paiono ignorarsi a vicenda, ma è stato un caso fortunato pescarli così nel maremagno di internet…), affinché provvedano a inserire il lemma nella versione on-line del loro Vocabolario, sulla scorta dello Zingarelli 2016, citato da D’Achille.

Bene, compiuto il mio dovere di bravo ex-lessicografo, non resta che aspettare…

La ‘passione’ editoriale

Questo post prosegue idealmente quello del primo novembre, dato che rilancia l’iniziativa di ACTA (rectius hodie: redACTA) sulle condizioni effettive in cui oggi viene praticata l’attività editoriale: che tipi di lavori vengono svolti, con che tempistiche, ma soprattutto quanto sono retribuiti, e con quanto ritardo si riescono a vedere quei pochi, ingrati euro.

Proprio oggi pomeriggio, a Milano, redACTA ha organizzato una specie di manifestazione, pacifica e ironica, che ha definito

una  passeggiata cultural-grottesca in compagnia dei lavoratori e delle lavoratrici dell’editoria […] una via crucis, che sarà anche una specie di riunione aperta itinerante

con partenza alle ore 16:00 dalla Fondazione Feltrinelli (viale Pasubio 5).
Qui c’è l’evento facebook. Qui il podcast di un’intervista a Radio Popolare (inizia a 7:04 e finisce a 17:37), in cui si racconta il lavoro fatto sinora e le ragioni per organizzare una via crucis durante Bookcity, che chiuderà domani. Aggiungo adesso anche il link per ascoltare o scaricare l’intervista di “Sabato libri” a Lara e a Maria Angela (inizia a 16:51), presso la stessa emittente.

L’illustrazione grafica del volantino distribuito durante la via crucis.

Insomma, un’arlecchinata, però non “russa” e che ai bastoni o al lancio di sanpietrini preferisce esibire sarcasmi e sberleffi (non ho sentito bene: forse qualcuno ha detto «una risata vi seppellirà»…?). Il ricordo torna dunque alle originali messe in scena, pochi anni fa, della Rete dei Redattori Precari (ormai estinta, anche perché «le forze sono venute a mancare a un certo punto proprio perché spesso chi ci doveva sostenere ci ostacolava», come oggi confessa amaramente, ma senza rimpianti, una delle ex-coordinatrici).

Senza aggiungere altro, riporto qui appresso il testo stampato sui volantini distribuiti durante la performance.

Da qualche parte del mondo, ogni giorno, un giovane neolaureato o neolaureata si sveglia, non trova lavoro e spera che la sua passione per i libri possa essere la chiave di volta.
Allora si iscrive a un master in editoria, “investe” in uno stage dopo l’altro, inizia a districarsi nella giungla delle collaborazioni.
Non accende un mutuo e inizia a pensare che l’unica cosa da “accendere”, invece, siano le pile di best-seller nelle vetrine delle librerie di catena.
RedActa mette in scena la parabola di una passione che si fa Passione, un percorso che vi condurrà attraverso sei stazioni che ogni professionista editoriale è costretto ad attraversare per discendere dai paradisi della cultura agli abissi delle redazioni, girone dopo girone. Sono consigliate scarpe comode e penne rosse!

😉

[edit:]

Il 21 novembre 2019 è uscita sul sito di ACTinrete un breve resoconto della suddetta via Crucis: niente di che, ma se non avete idea dei motivi viscerali per cui si protesta, basta leggersi alcuni dei brani lì riportati per capire quali sono i problemi che devono affrontare e sopportare. Ecco perché il titolo è “Che cos’è successo alla nostra passione?” – e sì, dopotutto si può anche cassare il punto interrogativo finale…