Qualche libro dalla Francia

Mi sono concesso una breve vacanza in una città dove non sono mai stato, anche se forse avrei dovuto da tempo: Parigi!
La mattina dell’ultimo giorno di permanenza (e del mese di luglio) ho fatto un salto in una libreria (Gibert Joseph sul boulevard Saint Michel: occupa quattro piani + un seminterrato), abbastanza simile a una Feltrinelli, ma con la particolarità di mettere nello stesso scaffale, una accanto all’altra, una copia nuova e una usata della medesima opera, se disponibile.
In più, dopo l’ampio settore di linguistica, ecco spuntare un’esile ma interessante sezione “traductologie”, che ho scoperto solo dopo un po’ perché evidentemente il commesso al quale mi ero rivolto non era molto pratico di queste branche del sapere. Vi risparmio in tutti i casi il racconto di cos’altro ho sbirciato.
In una prossima visita mi riprometto di perlustrare meglio libreriole accanto alle Sorbone più “umanistiche”, anche perché questo periodo non era favorevole, tra chiusure per ferie e assenza di corsi.
Ecco comunque cosa ho incamerato, dopo aver deciso di calmierare gli acquisti puntando unicamente su autori che conoscevo già:

  • Henri Meschonnic (1932 – 2009) è una sorta di ‘mostro sacro’ della traduttologia (e non solo: più spesso passa da poeta) francese (e non solo); l’originale di questa edizione tascabile uscì nel 1999 e credo che l’attacco sia già stato tradotto da Nazzareno Mataldi nel n° 23 di «Testo a fronte» del 2000 (pp. 5-36), come Poetica del tradurre – Cominciando dai principi.
    Ho cominciato a leggerlo subito, attratto dal titolo di uno dei capitoli: «L’Europe des traductions est d’abord l’Europe de l’effacement des traductions» (p. 38), che in una trentina di pagine condensa una storia della traduzione a modo suo.
    Nello scaffale c’era anche il suo ultimo sforzo, dal titolo affascinante: Langage, histoire, une même théorie (sempre per Verdier, 2012). Purtroppo dimensioni e costo non erano così ‘affabili’ come questo delizioso libretto, che comunque sfiora le 600 paginette.

  • Questo reader accademico di oltre trecento pagine torna utile per quanto sto scrivendo, almeno per la sintesi di D’Hulst sugli anni 1722-1789 (pp. 83-100), seguita da un saggio di José Lambert relativo al discourse implicite sur la traduction dans l’Encyclopédie (pp. 101-119 ricordo qui che nel 2006 D’Hulst curò, insieme a Dirk Delabastita e Reine Meylaerts, Functional approaches to culture and translation, saggi di Lambert scelti e raccolti nel volume 69 della nota «Benjamins translation library»).
    Quello che adesso è il “mio” volume è presente in tre sole biblioteche dell’Opac-Sbn (nessuna di queste a Roma).
  • Van Hoof era un altro ‘Carneade’ delle mie peregrinazioni bibliografiche, ma poco ‘permeabile’ su internet, donde lo stupore nel trovarmelo di fronte senza preavviso. Questo volume impegnativo (chiude a pagina 368), ampliamento del 1991 di un altro suo lavoro apparso cinque anni prima, dopo una ventina di pagine introduttive espone la materia in 5 capitoli piuttosto densi, suddivisi per paese: Francia, Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi e Fiandre, paese degli zar e dei soviet (sic, anche se il sottotitolo riporta più pudicamente ‘Russie’). La ripartizione può essere opinabile in linea teorica, ma prima di scagliare anatemi aprioristici occorre vedere praticamente come viene affrontata. Nonostante anche questo testo fosse scontato, è risultato piuttosto caro; peraltro già sapevo che fra tutte le biblioteche italiane consultabili dall’Opac-Sbn risulta disponibile solamente in undici, e a Roma esclusivamente alla Casanatense.

  • Mollier è un testo che conoscevo da qualche recensione su internet e mi incuriosiva anzichennò. Negli scaffali occhieggiavano ancora copie della epocale e ponderosa Histoire de l’édition française curata da Chartier e Martin nella prima metà degli anni Ottanta e poi ripubblicata nel 1990-91, ma il costo era eccessivo (e tutto sommato anche il peso nella valigia non sarebbe stato trascurabile… soprattutto viaggiando con una compagnia aerea low-cost). Quindi non ho avuto dubbi ad afferrare questo libretto, che comunque supera le 400 pagine, sia pure di piccolo formato, e ha l’indubbio vantaggio di essere ‘vecchio’ solamente di un paio d’anni.

  • Infine una ‘chicca’ che inseguivo da tempo, seppure non ossessivamente: il ‘piccolo classico’ del 1991 di un grande medievista, reperticato (insieme alla ristampa Seuil 1995 di un Pierre Riché a me ancora ignoto, nonostante l’originale risalga al 1962 e si poneva come sviluppo della storia di Marrou, che fu tempestivamente tradotta e variamente ristampata in italiano, ma che per ora ho preferito lasciare ancora nello scaffale: Éducation et culture dans l’Occident barbare. VIe- VIIIe siècles) nella libreria piccola ma tutto sommato ben fornita del museo medievale di Cluny, attualmente in ristrutturazione, ma che rimane pur sempre uno dei migliori da visitare in centro, e non soltanto per la raffinatissima dame à la licorne.

Come si vede, tutto sommato nessuna novità strabiliante, ma testi che in genere hanno ‘resistito bene’ nonostante la ventina d’anni trascorsi. Pregasi inoltre notare la fascetta giallo-blu “Occasion” per 3 titoli su 5 – e gli altri due sono edizioni economiche.

Chi volesse consultarli, può contattarmi tramite un commento qui sotto.

Buon ferragosto a tutti gli altri!

 

Le fromages de/et la France

Il ruolo storico dei traduttori (secolo XVIII)

Il titolo di questo post è una traduzione molto libera e “interpretante” di un convegno, tenutosi meno di un mese fa a Firenze (chi non ha tempo o voglia di proseguire la lettura, trova tutte le informazioni a questo link).
Si tratta di un workshop organizzato dal Dipartimento SAGAS dell’Università di Firenze e dal Department of History and Civilization dello European University Institute.
Si è svolto a Firenze, nella Sala del Camino di Villa Salviati (Via Bolognese 156), il 23 giugno 2017; il titolo era Translators as historical actors.

Vale la pena leggere il testo di presentazione, soprattutto nelle righe iniziali, che riporto qui sotto (miei i neretti, aggiunti per evidenziarne gli aspetti a mio avviso più significativi – vi ho anche introdotto tacitamente alcune lievi modifiche/correzioni):

The importance of the study of translation is increasingly realised by historians, and is no longer left to theoreticians of translation or literary specialists. This workshop, like the two previous ones in the series, will look at the question through a study of translators, in order to acquire a better understanding of translation as a historical phenomenon and its importance.
In the introduction to Cultural Translation in Early Modern Europe, Peter Burke asked: who translates? With what intentions? For whom? With what consequences?
This workshop will, through case studies of individual translators or particular groups over a long historical period, both try to answer these questions and look at the context in which they worked and the factors influencing their decisions and the publication of their translations.
This third workshop will concentrate on the Eighteenth Century. Like the two previous ones workshop is co-organised in collaboration with the History Department of Università di Firenze (SAGAS), as part of a programme of wider cooperation, and also with the Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno, ISPF-CNR, Milano-Napoli. It will also be an opportunity to present the project of a database of eighteenth-century translators.

Ecco anche il programma (ometto le varie pause, evidenti dall’orario):

9.30 Introduction: Rolando Minuti, Luisa Simonutti, Ann Thomson

10.00-10.45 Giancarlo Casale: Revisiting Translation in the Ottoman Empire: A Long View

11.00-11.45 Yasmin Haskell: Jesuit Poetic Translation in the Shadow of the Suppression: Commerce, Consolidation, Consolation?

11.45-12.30 Stefano Pellò: Translation and the Hindu Scribe: Reconstructions from the 18th c. Indo-Persian space

14.00-14.45 Antonella Alimento: Une opération de publication: l’édition livournaise du Del commercio de Belloni (1751)

14.45-15.30 Gertjan Schutte: Debates on decline and economic reform in the Dutch Republic, 1771-1796

16.00 Presentation of the Database on eighteenth-century translators, followed by a Roundtable, chaired by Luisa Simonutti, with: Emmanuelle de Champs, Lázló Kontler, Giovanni Tarantino, Luisa Simonutti, Alessia Castagnino, Rolando Minuti

Marco Guidi & Monica Lupetti: presentation of EE-T Project

Non è chiaro se ne verrà fuori una pubblicazione. Personalmente lo ritengo improbabile, più facile che questo sia un momento intermedio che porti, con altri progetti e ricerche, a una delle pubblicazioni della Società italiana di studi sul secolo XVIII (donde l’acronimo SISSD), di cui si trova l’elenco completo qui.
Ricordo che il primo volume fu quello curato da Lia Formigari nel 1984, fortemente innovativo nell’impianto e negli ambiti indagati, con diversi saggi ancora oggi citati (e citabili): Teorie e pratiche linguistiche nell’Italia del Settecento (il Mulino).

Per finire, occorre ricordare per contiguità temporale le ricerche svolte già da anni anche da Giulia Cantarutti e Stefano Ferrari, polarizzate soprattutto (ma non esclusivamente) sulla Germania e pubblicate da FrancoAngeli (cliccando sull’immagine si arriva a una pagina con una silloge per ciascun volume):

La copertina di Cantarutti, Ferrari, Filippi (a cura di) 2010

Traduzioni e traduttori del Neoclassicismo (2010), che si apre con un importante saggio metodologico di Michel Espagne;

La copertina di Cantarutti, Ferrari, Filippi (a cura di) 2013

Traduzione e Transfert nel XVIII Secolo (2013), acquistabile anche on-line;
il “progenitore” uscì invece per il Mulino nel 2001:
Il Settecento tedesco in Italia. Gli italiani e l’immagine della cultura tedesca nel XVIII secolo.

La copertina di Cantarutti, Ferrari, Filippi (a cura di) 2001

Sono tutte pubblicazioni dell’Accademia roveretana degli Agiati, fondata (sarà un caso?) nel 1750 e approvata con diploma imperiale da Maria Teresa d’Austria tre anni dopo. Per chi ne volesse sapere di più, da questo link può scaricare gratuitamente la monografia di Marcello Bonazza, L’Accademia Roveretana degli Agiati (Osiride, Rovereto 1998 – PDF di 89 pagine, 17 megabyte).

Aggiungo ancora qualche integrazione:

  • di Giulia Cantarutti segnalo altresì un altro saggio: Ars translationis nell’Italia arcadica con un inedito Discorso intorno al tradurre (1770), in Graziano Benelli e Manuela Raccanello (a cura di), Tradurre la letteratura. Studi in onore di Ruggero Campagnoli, Le Lettere, Firenze 2012, pp. 37-48.
  • Dopo il pionieristico (e infatti menzionato di rado) studio di Claudia Fanti, Teorie della traduzione nel Settecento italiano (Tipografia Compositori, Bologna 1980), accosto qui altri volumi afferenti, derivanti da convegni:
  • diversi dei saggi contenuti in Gabriella Catalano e Fabio Scotto (a cura di), La nascita del concetto moderno di traduzione. Le nazioni europee fra enciclopedismo e cultura romantica (Armando, Roma 2001 – in questo caso si tratta degli atti di un convegno internazionale, tenutosi all’Università IULM di Milano dal 18 al 20 novembre 1999), fra i quali spicca per nettezza Emilio Mattioli, La teoria della traduzione in Italia fra Settecento e Ottocento: le linee guida (pp. 88-101);
  • Il genio delle lingue. Le traduzioni del Settecento in area franco-italiana (Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1989 – atti del Primo colloquio italo-francese “Le traduzioni nel Settecento”, Torino, 28-30 ottobre 1985, con un saggio rilevante di Stefano Gensini in “pole position”);
  • Arnaldo Bruni, Roberta Turchi (a cura di), A gara con l’autore. Aspetti della traduzione nel Settecento (Bulzoni, Roma 2004), che contiene anche una piccola antologia di testi di Madame Dacier, Desfontaines, D’Alembert, Batteux, Delille;
  • quello curato da Giuseppe Coluccia e Beatrice Stasi, Traduzioni letterarie e rinnovamento del gusto: dal neoclassicismo al primo Romanticismo, che riporta gli atti del convegno internazionale tenutosi a Lecce-Castro dal 15 al 18 giugno 2005 (Congedo, Galatina 2006);
  • almeno la prima metà dei contributi raccolti in Antonio Daniele (a cura di), Teoria e prassi della traduzione (Esedra, Padova 2009 – Atti del convegno di Udine del 29-30 maggio 2007, collana «Filologia veneta», IX).
  • Last not least, un convegno su un traduttore poco noto di questo periodo: Paolo Rambelli (a cura di), Dionigi Strocchi e la traduzione neoclassica [Atti del convegno di studi Faenza–Forlì, 15-16 febbraio 2013], Aracne, Ariccia 2015 [ISBN 978-88-548-8474-8]. A una premessa di Andrea Cristiani seguono saggi di Arnaldo Bruni (La traduzione come paradigma della cultura neoclassica), Francesca Martina Falchi (Il Callimaco di Strocchi: la cultura della traduzione), Luca Frassineti Dodici lettere inedite di Giovanni Antonio Roverella conte di Sorrivoli, traduttore e patriota dimenticato), Federica Marinoni (Dionigi Strocchi nella scuola carducciana: la tesi di laurea di Oda Montanari), Elena Parrini Cantini (Leopardi e la traduzione neoclassica), Bruna Pieri (Io non sono poeta ma filologo: Dionigi Strocchi traduttore delle Georgiche), Paolo Rambelli (Gli editori forlivesi della Scuola Classica Romagnola e la missione del tradurre) e Jean Robaey (Foscolo traduttore di Omero: una discussa armonia).

Chi volesse aggiungere qualche titolo, me lo segnali e provvederò ad allungare l’elenco.

Un “tesoro nascosto” sotto la polvere da 250 anni

Procura una certa soddisfazione vedere che un documento, trovato un po’ casualmente in rete e in apparenza dedicato a un argomento peregrino e trascurabile, è riuscito a farsi strada sino a diventare (suppongo con qualche aggiornamento e modifica) un titolo pubblicato da una collana assai rispettabile e giustamente lodata da tanti anni.

La copertina del libro di Linn Holmberg, nuovo di zecca (2017).

Mi riferisco a Linn Holmberg, The Maurists’ unfinished encyclopedia (ISBN 9780729411912), uscito a febbraio di quest’anno nella “OSE”, cioè la collana “Oxford University Studies in the Enlightenment”, che dal 2013 ha soppiantato la gloriosa “SVEC”, ossia gli “Studies on Voltaire and the Eighteenth Century” nei quali dal varo nel lontano 1955 a opera di Theodore Besterman hanno visto la luce oltre 400 titoli NOTA_1.

Tra essi, rammento che alla Voltaire Foundation si devono parecchie edizioni critiche: le Œuvres complètes volterriane, quelle di Montesquieu (previste in 28 tomi, undici dei quali in collaborazione con l’Istituto italiano di studi filosofici di Napoli), la Correspondance complète di Rousseau (a cura di R.A. Leigh, 49 voll. + 3 di apparati vari, 1965-1998), le lettere di Pierre Bayle, Claude-Adrien Helvétius e molto altro ancora. Inoltre da lì si raggiunge comodamente una pagina con 39 collegamenti relativi al Settecento e all’Illuminismo, fra i quali spiccano (a mio gusto) la pagina dalla quale è possibile cercare fra le opere di Voltaire (ospitata dal sito ARTFL, noto tra l’altro per la versione on-line dell’Encyclopédie) oppure frugare negli scambi epistolari dell’epoca, grazie all’originale sito Electronic Enlightenment — letters & lives online.
Concessa questa breve divagazione, torno all’argomento principale, per sottolineare che in un certo senso il bello, dopo aver scorto l’uscita del volume, è la permanenza on-line della versione PDF primigenia, intitolata The Forgotten Encyclopedia. The Maurists’ Dictionary of Arts, Crafts, and Sciences, the Unrealized Rival of the Encyclopédie of Diderot and d’Alembert e nata come tesi di PhD in storia delle scienze e delle idee all’università di Umeå nel 2014 NOTA_2

La copertina della tesi di dottorato di Linn Holmberg (2008).

Vediamo di cosa si tratta; mi baso sulla versione on-line, non avendo intenzione di spenderci 70 sterline (82€, 88$), soprattutto dopo essermi già sfogliato praticamente tutto il PDF (in gran parte sul tablet, gran comodità).

Anzitutto dirò che si tratta di un (raro?) caso di scoperta vera e propria, cioè in cui la ricercatrice ha quasi letteralmente riesumato quello che possiamo chiamare il “torso”, l’abbozzo di un grandioso lavoro originale che avrebbe voluto rivaleggiare con l’opera realizzata da d’Alembert e Diderot, ma attorno a metà Settecento venne accantonato definitivamente, per ragioni non ancora accertate, ed è rimasto del tutto ignorato fino a quando il suo intuito non le ha fatto avvertire che si poteva trattare di qualcosa di interessante, su cui valeva la pena “perdere tempo” a indagare.
Già nel 2008, mentre scriveva la sua tesi di master, Linn aveva letto di una sorta di enciclopedia redatta dai padri benedettini NOTA_3, ma non trovando altri riscontri aveva dedotto che non era stata pubblicata (Holmberg p. 15). In sé il ragionamento era corretto, ma le era rimasta quella “pulce nell’orecchio”: per cui nel 2009 scrisse direttamente al fondo manoscritti della Bibliothèque nationale française chiedendo “lumi” su quella segnalazione, a sua conoscenza fatta solamente da Micheline Meillassoux-Le Cerf, Dom Pernety et son milieu (1716–1796) – Contribution à l’histoire de la sensibilité et des idées à la seconde moitié du XVIIIème siècle (tesi all’Université de Paris-IV Sorbonne, 1988, pp. 45-46) che curiosamente la riprendeva dalle stesse pagine della monografia del decano Jacques Proust, L’Encyclopédie (Colin, Paris 1965): entrambi qualificavano strange/étrange il materiale incontrato (Holmberg p. 54). Ma come loro, nessun altro si era dato la pena di approfondire: dunque nella ricerca ci possono essere strade accennate che rimangono a lungo deserte e, quindi, praticamente invisibili.
Comunque sia, in un paio di settimane le giunse la risposta della massima biblioteca di Francia: effettivamente c’erano sei volumi di “Matériaux pour un Dictionnaire des arts et sciences, par dom Antoine-Joseph Pernety”. Tempo un mese, Linn era a Parigi e dopo averli consultati, decise di dedicarvi la sua tesi di PhD (Holmberg pp. 15-17)!

Per sapere chi è questa studiosa così acuta e intraprendente, rimando all’autopresentazione sul blog della Voltaire Foundation.

Tornando alla sua “enciclopedia perduta”, un aspetto buffo o paradossale è che, almeno nelle primissime fasi, l’opera benedettina e quella degli illuministi vennero portate avanti a poche centinaia di metri l’una dall’altra, probabilmente senza esserne rispettivamente a conoscenza: c’era in effetti tanta attenzione a quel nuovo tipo di genere editoriale.
La prima fu redatta nell’abbazia di Saint-Germaine-de-Prés, la seconda, almeno secondo alcune leggende, in parte al Café ProcopeNOTA_4.
Chi si interessa delle enciclopedie moderne troverà molto ricco il lavoro svolto da Linn Holmberg. Non potendo dare conto di tutto, mi limiterò qui a selezionare alcuni aspetti per me più significativi.
Già dai ringraziamenti, ma ancor più dallo sviluppo e dall’argomentazione dei capitoli emerge chiaramente il suo debito nei confronti delle migliori ricercatrici sul campo: Marie Leca-Tsiomis e Martine Groult, ma non mancano riferimenti anche a Darnton, Eisenstein, Chartier, Martin, Tanselle, Yeo, Gay, Kafker, Goodman, Outram, Edelstein, insomma tutti i maggiori specialisti. A questo si aggiunge la rilevantissima quantità di studi eruditi ed estremamente specifici di cui grondano le note (v. soprattutto nel cap. 7), che mettono al sicuro le sue affermazioni da qualunque accusa di superficialità e approssimazione.
La «terra incognita» che calcava per la prima volta (Holmberg p. 30) poneva problemi non semplici: scegliendo l’approccio microstorico indiziario promosso da Carlo Ginzburg, si è dovuta occupare di storia e produzione libraria (soprattutto nel versante materiale!), di scrittura manoscritta, paleografia (compresa l’analisi degli inchiostri adoperati), analisi forense, appoggiandosi anche al supporto di archivisti esperti della Bibliothèque.

Un esempio (quasi una pagina “pronta”) dei materiali preparatori giacenti alla BNF (metà XVIII secolo).

Che cosa si è trovata in mano Linn, dopo aver tolto strati di polvere pluricentenari? Quasi 7000 blocchi di testo (non esattamente corrispondenti a ‘lemmi’), riportati su oltre 1400 fogli e corredati da ca. duecento figure, ordinati sia alfabeticamente sia per temi, ossia un po’ come la successiva e mastodontica Encyclopédie méthodique di Charles-Joseph Panckoucke (Holmberg pp. 41 e 172). Dopo aver ricostruito il loro iter in 170 pacchi dall’abbazia (l’ordine dei padri maurini fu sciolto dai rivoluzionari e un incendio nell’agosto 1794 distrusse quasi completamente le opere a stampa raccolte nella loro biblioteca, una delle più grandi di Francia, con quasi 50mila volumi – invece fortunatamente si salvarono 7000 manoscritti, archiviati altrove) alla Bibliothèque nationale, in cui furono ricatalogati fra il 1830 e il 1852 (Holmberg, pp. 46-47). Alla nostra eroina ci vollero quasi sei mesi, prima di riuscire a discernere calligrafie differenti, ma alla fine non ebbe dubbi: si trattò di un «progetto collaborativo» che coinvolse sette o otto persone diverse, anche se la loro identità rimane tuttora inattingibile, tranne due, ai quali in passato era stato attribuito erroneamente l’intero progetto (Holmberg p. 72).
Come l’Encyclopédie sorse dal progetto di tradurre la Cyclopaedia di Chambers (ispirato dal Lexicon Technicum di John Harris), adattandola e infine ampliandola sino a farne un prodotto originale, così questa enciclopedia benedettina prese le mosse dalla traduzione di un manuale di matematica in 3 volumi dell’illuminista tedesco Christian Wolff, svolta probabilmente fra il 1743 e il 1747, e integrata con brani opportunamente scelti dal Dictionnaire de Trévoux NOTA_5 (che sappiamo essere a sua volta un rifacimento del dizionario di Basnage de BeauvalNOTA_6, il quale rifiugiatosi in Olanda dal suo amico Pierre Bayle aveva riscritto [1701] a sua volta in chiave protestante il Dictionnaire universel di Furetière,

Ritratto e dizionario di Antoine Furetière (seconda edizione, 1701, riveduta da Basnage de Beauval).

e fu poi rimaneggiato con ampliamenti da Jean-Baptiste Brutel de la Rivière nel 1727, sempre in Olanda) per gli àmbiti assenti da quello, più una nutrita serie di dizionari e testi specialistici (Holmberg capp. 8 e 12), con particolare attenzione ai 2 volumi del Dictionnaire universel de mathématique et de physique, où l’on traite de l’origine, du progrès de ces deux sciences et des arts qui en dépendent et des diverses révolutions qui leur sont arrivées jusqu’à notre temps, avec l’explication de leurs principes et l’analyse des sentiments des plus célèbres auteurs sur chaque matière di Alexandre Saverien, pubblicato a Parigi nel 1753.

L’anno successivo, o al massimo nel 1755 il lavoro fu interrotto bruscamente. Se ne possono congetturare varie cause, non ultima proprio la presenza sul mercato editoriale dell’Encyclopédie (il cui primo volume era uscito nel 1751).

Peccato, potremmo dire col senno di poi, perché «The Benedictines were making a new kind of dictionary: a hybrid. They were not compiling yet another specialized subject dictionary, but nor a universal dictionary in the tradition of Furetière. It was a dictionary of arts, crafts, and the related sciences, from where religion, metaphysics, ethics, politics, and jurisprudence were omitted. […] In contrast to the encyclopédistes, the monks did not explain or justify their exclusions with epistemological arguments. By simply focusing on the concrete, they took an alternative, non-confrontational road and arrived to a ‘similar’ result – in the meaning of emphasizing the utile and productive of universal interest to all, irrespectively of beliefs» (Holmberg pp. 171-172). Considerando avveduta questa scelta di non includere i  temi più ideologizzati all’epoca («While the Jesuits and the philosophes were waging a war, the Benedictines simply cut everything sensitive out, and focused on the useful and productive»: Holmberg p. 259), forse il lavoro si sarebbe potuto collocare a metà strada (una “terza via”) fra l’antecedente gesuita, cioè il succitato, fortunatissimo Trévoux (ben sette edizioni dal 1704 al 1771, lievitate progressivamente da 3 a 8 volumiNOTA_7 ), e la “fiaccola dell’illuminismo”, una vera e propria “macchina da guerra”, per riprendere le note metafore che hanno descritto l’opera più caratteristica e nota dei philosophes francesi (Holmberg p. 176; v. anche pp. 251 ss.).

Frontespizio del primo volume del c.d. Dictionnaire de Trévoux (prima edizione, 1704).

Di più: «The Maurists’ unfinished manuscripts cannot compete with the dimensions of the Encyclopédie, but they show that the monks were thinking along the same lines. They were each acknowledging and appreciating the useful arts and technology transforming the eighteenth-century society. While the Dictionnaire de Trévoux fundamentally was focusing on language, the Benedictines and the encyclopédistes were describing and illustrating men at work, their tools and products» (Holmberg p. 206; v. anche p. 220 e la conclusione del cap. 13 a p. 234). Di fatto, però, uno dei due monaci sicuramente coinvolti a pieno titolo in questo lavoro ne derivò un suo Dictionnaire portatif de peinture, sculpture et gravure, pubblicato nel 1757 da un libraio-editore che aveva la sua bottega vicino al negozio di Charles-Antoine Jombert, quello cioè che risulta aver pubblicizzato il lavoro dei mauristi quando era ancora in corso, e aveva anche sposato la figlia di un socio di costui (Homberg pp. 147, 190; su di lui v. soprattutto il cap. 7).
Allora, nel riperticare questo lavoro incompiuto (sprecato?) Linn è stata anche molto fortunata: avrebbe potuto anche ritrovarsi fra le mani un’emerita schifezza. Ad ogni modo, la sua bravura e sicurezza di giudizio si dispiegano completamente nella quinta parte, che mutua parte del titolo da quello che aveva la sua prima tesi: “A monastic reflection of the French Enlightenment” e nel cui penultimo capitolo 14 (The Maurist Enterprise and Enlightenment Thought) svolge le considerazioni più generali.

A chi sia riuscito ad arrivare sin qui, regalo una considerazione strettamente personale (astenersi perditempo e frettolosi): non vi siete chiesti come mai “tesoro nascosto” sia tra virgolette nel titolo? È una criptocitazione da quel libro tuttora e anch’esso ‘strano’ di Francesco Orlando, Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, anche se il titolo esatto sarebbe Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura (Einaudi 1993, nuova ed. ampliata a cura di Luciano Pellegrini, Einaudi 2015)NOTA_8.

Lo so che non dovrei, ma ammetto di provare un certo piacere nell’immedesimarmi vagamente in tali immagini ‘decadenti’.
E comunque aggiungo che il mio lavoro sulla Treccani, poi ampliato alle enciclopedie di età moderna (un primo bilancio è in questo post), è stato portato avanti anche per resistere alla depressione causata dalla mancanza di lavoro o comunque dalla difficoltà di trovarne di adeguati alle mie qualifiche, competenze, capacità e interessi. In tal modo, da un altro punto di vista, è stato un modo per riguadagnare terreno su alcuni campi che mi interessano e che il lavoro “vero” aveva relegato ai margini, anche se la ricerca non è stata condotta in un àmbito asetticamente universitario — e dunque sarà passibile di errori, fattuali e di metodo, superficialità e imprecisioni, difetti che invece non si possono imputare a questa preziosa perla riportata alla luce da Linn Holmberg.
Bisogna ringraziarla per essere riuscita a introdurci in uno scrittoio dove il tempo si è fermato improvvisamente 250 anni fa, facendoci assaporare emozioni simili a quelle provate da chi scavò per la prima volta una Pompei che nessuno aveva più visto per millenni, dopo la distruzione causata dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo.


NOTE AL POST

NOTA_1 A questo indirizzo una pagina di ricerca per temi, o eventi, o nomi od opere o luoghi.

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NOTA_2 Una presentazione succinta era uscita nei “Projektberichte” di «Frühneuzeit-Info», 24 (2013), pp. 81-89.

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NOTA_3 Si trattava dei “maurini” o “mauristi”. Per capire quale importanza abbia avuto all’epoca, ricordo che ne fece parte Jean Mabillon e da noi essi influirono sulla formazione di Antonio Ludovico Muratori.
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NOTA_4 A questo indirizzo se ne può consultare integralmente l’edizione lorenese “di lusso” (1738-42). Il lessico settecentesco ricavato dal dizionario è raggruppato in una dozzina di argomenti sul sito Kapelos.
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NOTA_5 È divertente la storia multiculturale di quest’ultimo, oggi al civico 13 della Rue de l’Ancienne Comédie: il più antico caffè parigino e ancor oggi luogo mondanissimo di ritrovo fu aperto da un armeno vicino al teatro della Comédie française più o meno quando il sultano Maometto IV introdusse in Francia la bevanda corroborante (il cui nome, tra l’altro, fu poi dato al noto periodico lombardo uscito nel biennio 1764-1766), poi si trasferì e fu rilevato da un siciliano al quale è attribuita l’invenzione del sorbetto e che battezzò il locale col suo cognome, appunto Procopio.
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NOTA_6 Lo si veda p.es. nell’interessante “Museo virtuale dei dizionari” (diretto da Jean Pruvost e Christine Jacquet-Pfau dell’università di Cergy-Pontoise).
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NOTA_7 Sia la prima sia l’ultima edizione si possono consultare su Wikisource; l’ultima è disponibile anche su Gallica. Un buon saggio complessivo sull’opera è quello di Wionet del 2006.
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NOTA_8 Cfr. p.es. la recensione di Niccolò Scaffai.
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Una sorpresa (s)Gra.D.Ita (grazie, Doktorvater)

SI può trovare un risvolto positivo “dietro” a un evento (apparentemente) sfavorevole? Almeno in qualche caso sì, come dimostra questa foto che ho fatto stamattina col cellulare all’ingresso della Biblioteca nazionale centrale di Roma Vittorio Emanuele II.

Roma, Biblioteca nazionale, sabato 13 maggio 2017, ore 10 circa

C’ero andato per consultare, appunto in sala Linguistica, qualche testo per la mia ricerca inesauribile. È stato un po’ come vedere il classico “bicchiere mezzo pieno”, ossia quello che gli inglesi esprimono col detto “every cloud has a silver lining”, che sembra far propendere il genio della lingua inglese ad una maggiore ariosità rispetto alla materialità dell’italiano…

Scherzi a parte, per fortuna non è questa l’unica notizia del genere che ci conforta dopo la sua dipartita. Infatti leggo sul Giornale del Sud che già lo scorso 6 aprile è stata inaugurata nell’Università della Calabria di Arcavacata di Rende (CS) la Biblioteca d’area umanistica:

Essa contiene la collezione saussuriana istituita dalla Biblioteca nel 2013 e arricchita dalla donazione di circa 300 documenti, tra libri, tesi di dottorato, microfilm e corrispondenza scientifica, provenienti dalla biblioteca personale di De Mauro e affidati all’Unical lo scorso dicembre.

Nell’articolo completo (con Daniele Gambarara in bella vista) c’è uno sfondone madornale: segnalatelo nei commenti a questo post, se vi va…

E comunque il trasferimento (traslazione e magari anche ‘traduzione’, in un’accezione non comune) di almeno parte della biblioteca di Tullio al luogo dove ho passato una quantità stratosferica di ore, con qualunque tempo e in ogni stagione, non può non fare piacere.
Ma al contempo fa tornare in mente quello che diceva pochi anni fa il mio Maestro — e, riflettendovi, permette di apprezzare ancora di più il gesto della donazione, chiunque la abbia decisa:

Il nuovo edificio della Biblioteca Nazionale è stato costruito in modo dissennato — mi dispiace dirlo per i bravi architetti che ci hanno lavorato. […] doveva essere tutto automatizzato, ma i fondi per far funzionare l’automazione non c’erano, non ci sono mai stati. L’edificio è di una inutile grandiosità per tanti aspetti, […]. Vede queste nostre case di professori, ingolfate di libri? Questo non accade in altri paesi. […] non mi è mai capitato di vedere più di tre, quattrocento libri in casa di professori stranieri. Si posseggono i libri di affezione. I classici più amati. È del tutto naturale che per il resto si vada in biblioteca. Insomma, queste pile oscene di libri che si ammucchiano sui nostri tavoli e sulle nostre scrivanie non si trovano altrove. E invece qui, a Roma, in una condizione già privilegiata, con grandi biblioteche di conservazione, se vogliamo accedere rapidamente a un libro, l’unica cosa è averlo a casa. […] le nostre biblioteche, per esempio nel settore linguistico, non riescono a dar conto di ciò che si stampa all’estero. Per essere aggiornati bisogna ogni tanto andare fuori d’Italia. E poi comprare i libri indispensabili alla propria ricerca.
Tullio De Mauro, La cultura degli italiani, nuova edizione ampliata, Laterza 2010, pp. 32-34 (e sulle biblioteche si leggano anche le pp. 227-8 e 247-8)

Questa istantanea, con Tullio intervistato nel suo appartamento, ritrae proprio la situazione ‘denunciata’ nel passo citato qui sopra.

PS: per chi avesse molto tempo, pazienza e interesse, qui trova il testo della lectio magistralis che Eco tenne all’apertura del Salone del libro torinese del 2007. Che fine farà la sua immensa biblioteca, che si vede in un noto filmato col suo possessore à-la-chaperon?

Mi piaceva quest’immagine per chiudere in tema…

Il primo congresso internazionale di studi sulla traduzione

Si svolge per tutta questa settimana all’università Nanterre di Parigi (già Paris X, oggi nota anche come “Université de Paris Ouest-Nanterre-La Défense”, di cui era presidente onorario Umberto Eco) il primo congresso mondiale di Studi sulla traduzione, più noti come Translation Studies (d’ora in avanti TS).
Il fatto che l’evento occupi tutti e cinque i giorni feriali è la dimostrazione più evidente, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto sia cresciuto questo approccio, dalla formulazione seminale di James S. Holmes nel 1972. {NOTA: La storia è stata raccontata molte volte: v. p.es. nell’esordio (p. 11) della prima edizione di Paola Faini, Tradurre. Dalla teoria alla pratica, Carocci 2004; l’Introduzione di Mirella Agorni al volume da lei stessa curato, La traduzione. Teorie e metodologie a confronto, LED Edizioni universitarie di Lettere Economia Diritto 2005, pp. 9-65; Jeremy Munday, Manuale di studi sulla traduzione, Bononia UP 2012 [2008], 2ª ed., trad. di Chiara Bucaria: § 1.4, pp. 34-38. “Contro” una caratterizzazione ‘teorica’ dei TS, Neergard sceglie opportunamente di qualificarli come «campo di studi» (si veda nell’Introduzione al suo diffusissimo reader Teorie contemporanee della traduzione, Bompiani 2002,2ªa ed., p. 14. E può essere utile ricordare che tradizionalmente l’attenzione per le traduzioni era riservato agli studi di letteratura comparata: cfr. la Prefazione all’edizione riveduta in Susan Bassnett-McGuire, La traduzione. Teorie e pratica, Bompiani 1993, pp. 1-10.}
Una riprova ulteriore è nell’osar chiamare questo primo consesso: «TS: una disciplina autonoma».
Ma non basta: riservato l’intero lunedì ai convenevoli ed esaurite le sessioni introduttive e plenarie, si può ammirare quanto lavoro complesso sia stato svolto dagli organizzatori nell’impostare il programma di lavori. Ecco infatti dispiegarsi sei differenti àmbiti di indagine (domains), ognuno dei quali suddiviso minuziosamente nelle varie giornate, aperte da una conferenza plenaria e poi dipanate in vari laboratori (da un minimo di due a un massimo di cinque) più specifici, descritti chiaramente nel sito che ha una struttura a scatole cinesi, ovvero a matrioska (fra parentesi l’eventuale seduta introduttiva, con relatore):

  1. DOMAIN 1: The State of Play for Translation Studies in the World
    • martedì 11: Europe (Michael Cronin, La traductologie face à Gaïa: enjeux langagiers pour un monde en mutation)
    • mercoledì 12: North America, Latin America, Oceania
    • giovedì 13: The Near and Middle East and Sub-Saharan Africa (Henri Awaiss, Guerre et traduction: 1975-2016)
    • venerdì 14: Asia (Marie-Josée de Saint Robert, La traduction en Chine)
  2. DOMAIN 2: Translation Studies and the History of Translation
    • martedì 11: History of Translation Studies: Concepts, Discourse and Transdisciplinarity (Yen-Mai Tran-Gervat, Un parcours historique des métaphores traductologiques)
    • mercoledì 12: History of Literary and Scientific Translations (Jean-Yves Masson, Comment rendre compte d’un texte d’autrefois?)
    • giovedì 13: A History of the Translations of Sacred, Mystical and Holy Texts (Marc-Alain Ouaknin)
    • venerdì 14: History of the Translation of Philosophical and Religious Texts from the Far-East (Rémi Mathieu, Peut-on traduire Lao zi?)
  3. DOMAIN 3: Theoretical Approaches to Translation
    • martedì 11: Translating Culture (Sherry Simon, L’hôtel, le pont et autres espaces de la traduction; Marianne Lederer, La culture, pierre angulaire du traduire)
    • mercoledì 12: Semiotic, Semantic and Linguistic Approaches to Translation (Magdalena Nowotna, La perception et la forme: comment les traduit-on?)
    • giovedì 13: Cognitivist Theories in Translation (Christine Durieux, Un paradigme cognitif pour la traductologie)
    • venerdì 14: The Dialogue between Psychoanalysis and Translation (Camille Fort, Janine Altounian)
  4. DOMAIN 4: New Methodologies and the Problematics of Literary Translation
    • martedì 11: Textual Genetics, Philology and Translation (Viviana Agostini-Ouafi; Maria Teresa Giaveri, La patte du lion, la main de Saint Jérôme: approches génétiques de la traduction / approches traductologiques de la genèse textuelle)
    • mercoledì 12: Translation Studies and Methods for the Translator of Literary Texts (Françoise Wuilmart, Méthodologies conscientes et inconscientes du traducteur littéraire)
    • giovedì 13: Translation Studies and the Untranslatables (Cornelius Crowley, The Poetics of the Untranslatable”: Time Out from the Politics of Tweeted Carelessness)
    • venerdì 14: Translating Oral Discourse or Direct Speech (Gabriel Bergounioux, Traduire ce qui n’a pas été dit : comment se représente l’endophasie ?”)
  5. DOMAIN 5: Translation Studies, Terminology and Transdisciplinary Discourses
    • martedì 11: Translation Studies and Translation in the Humanities (Tatiana Milliaressi, Traduire un texte épistémique)
    • mercoledì 12: Terminology and Translation Studies (Jean Pruvost, De l’usage des dictionnaires monolingues d’hier et d’aujourd’hui pour la traduction; Rosa María Agost Canós, Quelle terminologie pour qui? Les liaisons avantageuses entre traducteurs et terminologues)
    • giovedì 13: Translation Studies: Economic and Legal Activities (Michel Rochard, Le Traductologue et le pull-over économique; Franck Barbin, Spécificités de la traduction économique, financière et commerciale)
    • venerdì 14: Translation Studies and Political Discourse (Carmen Pineira-Tresmontant, Le dialogisme dans la traduction du discours politique)
  6. DOMAIN 6: The Digital Revolution, the Audiovisual Sector and Translation Studies
    • martedì 11: Corpus and Software/Applications for Translation (Natalie Kübler; Rudy Loock, The Use of Electronic Corpora in Translation and Translation Studies: “You like potato and I like potahto”?)
    • mercoledì 12: Automated Language-Processing and Translation Studies (Nadine Lucas, Qu’apportera(it) la traductologie au monde du traitement automatique des langues?)
    • giovedì 13: The Evolution of Tools, Professions and the Practice of Translation (Elisabeth Lavault-Olléon, L’approche ergonomique en traductologie appliquée: petit état des lieux)
    • venerdì 14: Translation Studies Serving the Audiovisual Sector (Laura Cruz García; Gius Gargiulo, Cinéma, séries télé et jeux vidéo : Les aventures de la traduction)

Che varietà sorprendente: ce n’è veramente per tutti i gusti!
A rendere ancora più bello il panorama ci sono ben quattro italiani a coordinare alcuni workshops: infatti oltre alla torinese Maria Teresa Giaveri intravista sopra (dominio 4, prima sessione), incontriamo:

  • Licia Reggiani, Bologna (dominio 1, sessione 1, laboratorio 2: Southern Europe: Croatia, Spain, Greece, Italy, Portugal, Slovenia)
  • Fabio Regattin, Bologna (2, 2, 4: History of the Reception of Scientific Texts in Translation)
  • Antonio Lavieri, Palermo (2, 2, 5: Narratives of Translation and Translation Imaginary)
  • Antonio Lavieri, Palermo (4, 1, 1, con Stefano Bory e Michèle Leclerc-Olive: Translating the Social Sciences: Elements for a Genetic Criticism)
  • Chiara Montini, Pisa (4, 2, 4: Narratives of Translation and Translation Imaginary).

Ma altri ancora ce ne sono, a scavare bene negli Abstracts (tutti rigorosamente in inglese e francese)… e questo è ancora più interessante se lo si confronta con quanto scrive Roberto Menin nella sintesi del suo intervento (sub 1-1-2), significativamente intitolato “Una traduttologia alla ricerca di se stessa: il caso italiano”:

Translation theory in Italy does not actually exist as a single and common trend, and this is confirmed by the small – indeed extremely rare – number of quotes and bibliographical references taken from the Italian field of translation studies. […] In fact, there are many items and lines of research in all the subdomains of translation studies, but scholars and researchers are not able to identify a single contextual reference outside their own discipline. It is as if pedriatrics could exist without general medicine. One of the reasons for this situation could be the integration of each field of research into different schools and faculties. The theory of literary translation, for example, is contained within each individual language area that has little knowledge of and rarely interacts with the others – as is the case for Italian, English, German, Hispanic Studies and so on. […] The Italian world of translation meets during festivals, city fairs, important literary events (Bookcity, Fiera del libro/Book Fair, Fiera del libro per ragazzi/Children’s Book Fair, etc), but all the discussions and considerations are dominated by the source language. One interesting new aspect is the growth of an online content, such as journals (for example, literary or theatre translation journals) and centres for permanent education that are now creating networks with academic and institutional education centres (mainly universities). Within this general framework, there are apparently all the ingredients needed to develop a strong tradition of Italian translation theory/studies, but we must simply find some elements to bring them together.

Un po’ troppo ottimista, forse, ma comunque un punto di vita originale.

Il logo dell’università parigina che organizza il convegno internazionale

Si tratta di un’iniziativa congiunta della SoFT, Société Française de Traductologie (Paris-Nanterre University), insieme a sue filiazioni: il SEPTET, Société d’Études des Pratiques et Théories en Traduction, la Society for Tertiary Education Specialists in English (SAES), il laboratorio MoDyCo, Modèles-Dynamiques-Corpus e il CREA, Centre de Recherches anglophones, col patrocinio della commissione francese dell’UNESCO.

Le 3 branche della traduttologia: storia, prassi e teoria

Gli appuntamenti si ripeteranno ogni 3 anni e si dovranno occupare sempre delle tre branche principali dei TS: storia, prassi e teoria della traduzione. Gli atti sono previsti su carta (per la nota casa editrice Classiques Garnier) e, in forma leggermente differente, anche on-line.

Avrei voluto tradurre la descrizione riportata nella pagina principale del sito, ma è in inglese e pertanto mi limito a ricopiarla qui sotto (corsivi e neretti sono presenti nell’originale). Buona delibazione!

Several factors determine the autonomy of a discipline: its place as an object of reflection in the history of the intellect, the quality of its engagement in other disciplines, and its impact on society.
Translation is one of the very first responses in actu to the temptation of explaining the meaning of human language. And beyond linguistic considerations and crossings between languages-cultures, translation relates to a crucial reflection on its very nature, its ontological foundations and the nature of reality perceived and represented through consciousness. Well before the translator Cicero made a few remarks on the dependance of language on the philosophical environment in which it unfolds, readers and translators of Heraclitus « the obscure » were confronted with the central difficulty of translating the form of discourse of the presocratic philosopher that was susceptible to imitate the structure of reality, this possible isomorphism, intended or not, but which changes the framework in which the translator operates. From this period in time, right up to Octavio Paz and Yves Bonnefoy, there remains the question of the translation of the pre-rhetorical and pre-conceptual nature of the form, as well as the translation of “culturemes”, “philosophemes” or “cognemes”.
During the XXth and XXIst centuries, not only a growing number of disciplines have contributed to the enrichment of translation studies but they have even been enriched by the theories and concepts developed within the field of translation studies. This transversal work has today gone beyond the first stage of pluridisciplinarity – that wary relationship of proximity –, followed by interdisciplinarity, the entente cordiale, to reach finally that of transdisciplinarity, an assumed puerperium which alone leads to a new painless delivery. Language sciences, on the one hand, comparative literature, on the other hand, the philosophy of language and even theology can no longer oversee by themselves (whether they be separated or in groups) a discipline that has its own concepts, its own specialist community, and above all, one that is based on its own practice.
The constant recourse to translation in all the spheres of contemporary society – and as a result, the use of an increasing number of professional translators –, the multiplication of training courses and research further increases the tightening of the links between practitioners as key players and theorists in this discipline. Even if the university authorities in numerous countries do not yet officially recognise translation studies, either through a lack of awareness or for any other reason that escapes the world of specialists, the fact remains that such a discipline, defined as the reflection on all the dimensions of the act of translating, cannot be lumped together with others. And indeed the principal objective of this congress is to establish translation studies as an autonomous discipline.
With this principle in mind, the congress will therefore be organised around six key domains with as many disciplined-based subsets that could combine all languages. Each domain is divided into four sessions and each session into four or five related workshops. A workshop will have between seven and eight papers spread over a single day and followed by a debate where other presenters can participate.
The first domain, which is more generalist and factual, will chart the state of play for translation studies in the world today. An attempt will be made to give an update on the teaching of translation studies in a large number of countries and across the different continents, whether it be within schools or faculties of translation or university courses from year one to doctorate studies. Moreover, we will be able to focus on the progress in translation studies research, the development of centres for research or specialist publications, and the evolution of editorial policies for translation studies or translations.
The second domain will try to provide an overview of the history of translations through its most varied aspects, both from the point of view of discourse and concepts encountered through the history of translation studies to the specific genres it deals with, including, for example, literary or scientific texts. This second domain aims at positioning itself as a continuation of a dominant French model which, in recent years, has concentrated on in-depth encyclopaedic research by teams of specialists studying the History of Translations into French (the HTLF, directed by Yves Chevrel and Jean-Yves Masson, Sorbonne University). This research has led not only to exploring the history of the reception of translations, but also to the history of translation practices, their theories or the theoretical assumptions that their works reveal. Further still, this congress in 2017 will provide an opportunity for an important number of workshops to focus on the history of the translations of philosophical or religious texts and, by doing so, explore domains that are still rarely consulted, as shown in the results provided by the HTLF.
The third domain will concentrate on all the most salient and innovative aspects of the theoretical approaches to translation in the XXIst century. Umberto Eco in particular will be honoured this year. The transdisciplinary approach will therefore be emphasised often in order to highlight the theoretical links, at the heart of translation studies between, for example, semantics and cognitivism, symbolism and semiotics, or between feminism and gender studies, and even between certain psychoanalytical concepts and some of the “theorems for translation”.
The papers in the fourth domain, will concentrate essentially on the methodologies for literary translation, whether they be developed by professional translators or translators from the world of academia. The presentations will thereby emphasise the four most innovative or recurrent aspects of recent research into the methods or the problematics of translation: textual genetics which has developed since the 1970s and has recently led specialists in translation studies to be interested in the contribution of this discipline and to reconstitute, in a dynamic way, the very act of translating in order to highlight the doubts, the flaws and the achievements of the translator during the birth of the target text; the growing challenges of untranslatability: the untranslatability of certain texts belonging to recent disciplines such as law and the humanities; aporiae in the translation of poetic, religious or philosophical texts, that have been revisited; or further still, the aporiae that arise from translating different types of oral discourse including its most contemporary, literary or dialectical forms.
The fifth domain will show the new calmer orientations taken by terminology-translation studies, in the well-established translation fields of economics and commerce as well as political discourse, and also try to pave the way for the new field of legal translation studies and revamped sociolingusitics. Electronic dictionaries, the fruit of recent research in general linguistics and knowledge engineering, will be dealt with not only as electronic tools for lexicological research, but also the latest advances in ergonomics and meta-cognitition. Translation studies in the humanities develop in terms of transposable and not superposable terminology. They do not lend themselves to unity and normalisation. The workshops will shed new light on the status of translation in relation to literary and specialised translation that will bring together philosophers, philologists and linguists.
Finally, the sixth domain will explore, in the context of the digital revolution and the upheavals in the audiovisual sector, the linguistics of the corpus which, for several years now, has opened up new fields for exploration and application for researchers in translation studies by proposing corpus processing tools – aligned or simultaneous –, automatic translation or translation tools, the creation and management of data bases for terminology. This domain will also explore the new translation tools using mobile phones and voice recognition techniques, as well as the new professions that are entirely linked to the evolution of digitalisation for post-editing, quality assurance and project management. The physical, cognitive or organisational ergonomics of professional translation activities will be studied along with the development of collaborative tools. Finally, this domain will show the need for even more cutting-edge reflection for translation studies in relation to the cinema, subtitling, dubbing, video games, and will also include the latest advances in the field of sign languages.

La saggistica in Italia

Questo post (udite, udite!) sarà senza note (quindi verosimilmente anche meno ‘rifinito’), perché mi serve soprattutto per appuntare l’attenzione su un problema, anziché sviscerarlo.

Mi spingono a pubblicarlo due articoli: Non è un paese per saggisti di Gianluca Didino (dal 13 febbraio 2017 su Pixarthinking.it) e Meno accademia più editoria, ecco i nuovi intellettuali di Francesco Guglieri (dall’8 gennaio 2017 su Pagina99.it). Il primo mi è stato suggerito da Pagina 3 (condotta il 14 febbraio da Marco Filoni sul terzo canale della Rai) e il secondo è linkato nel primo.

Perché mi interessano proprio questi due interventi? Perché portano spunti di discussione e sprazzi illuminanti a un argomento su cui rifletto spesso, dopo averci lavorato per almeno vent’anni. E che è anche all’origine della scelta di scrivere i miei post nel modo al quale siete ormai abituati (spero) senza rimedio.
Si tratta della saggistica, un genere dichiarato pressoché moribondo dall’editoria (tradizionale) o tenuto in vita con mezzi artificiali (per esempio, gonfiando corpi e interlinee, e/o riducendo layout di pagina, oltre alle dimensioni fisiche dell’oggetto-libro). Insomma, trascurato anche se ne avremmo tutti gran bisogno, io credo. Dunque in buona compagnia della traduzione (come si vedrà meglio alla fine).
A riguardo avevo da parte un po’ di riferimenti, che per ora spiattello qui senza dilungarmici oltre:

Alfonso Berardinelli

Alfonso Berardinelli (1943-vivente)

  • Alfonso Berardinelli, La “forma del saggio”. Definizione e attualità di un genere letterario (Marsilio, prima ed. 2002, seconda ed. 2008);
  • Giulia Cantarutti, Luisa Avellini, Silvia Albertazzi (a cura di), Il saggio. Forme e funzioni di un genere letterario, Mulino 2007 (da un convegno bolognese del 2004);
  • Remo Ceserani, Convergenze. Gli strumenti letterari e le altre discipline (Bruno Mondadori 2010, cap. 2 – sui rapporti tra filosofia e letteratura);
Remo Ceserani (1933-2016)

Remo Ceserani (1933-2016)

  • Franca D’Agostini, Trattato/Saggio, in Paolo D’Angelo (a cura di), Forme letterarie della filosofia (Carocci 2012, pp. 275 ss.);
  • Silvia Ruzzenenti, «Präzise, doch ungenau» – tradurre il saggio. Un approccio olistico al poetischer Essay di Durs Grünbein (Frank & Timme, Berlin 2013 – spec. i primi due capitoli, che adottano una metodologia linguistica);
  • The Essay: An Attempt, a Preotean Form“, un forum curato da Denise Gigante su Republic of Letters (vol. 4, issue 1, 2014), in cui Mary Kim fornisce anche un’ottima bibliografia iniziale (ovviamente tutta anglofona e perciò da integrare con quella redatta da Massimiliano Pecora, Appunti per una bibliografia critica sul saggio letterario, alle pp. 109-133 del succitato volumetto di Berardinelli).

Il pezzo di Guglieri mette a fuoco una tendenza statunitense (forse sarebbe meglio dire newyorkese?):

le nuove riviste come n+1 o Jacobin, Dissent o New Inquiry sono il prodotto di una generazione di intellettuali statunitensi, tutti sotto i quarant’anni, che, una volta preso il PhD (e dunque dopo un discreto numero di anni di carriera accademica) non considerano più l’università come lo sbocco lavorativo ed esistenziale naturale o anche solo più interessante.

La crisi dell’istituzione-università porta, da un lato, alla necessità di pubblicare essenzialmente per fare carriera (è il ben noto publish or peril, di sapore smaccatamente neocapitalista) che però, visto in un’altra ottica, si riflette in uno scollamento dalla politica ‘reale’, da ciò di cui hanno bisogno le persone. Detto altrimenti, chi punta alla docenza ha in mente un proprio pubblico specializzato e finisce per rivolgersi unicamente a quello, confermando (in parte) ciò che già (lui e il suo pubblico potenziale) sapeva — insomma, non è una situazione molto diversa da Facebook, su cui ripesco dagli abissi del web queste 7 critiche durissime, datate addirittura 2009.

Al riguardo invito a leggere anche il post Tacere. La critica letteraria al tempo di internet, pubblicato da Lorenzo Marchese su Le parole e le cose a fine 2016.

Trovo inoltre un parallelo (se è tale) agghiacciante in queste due formulazioni: «un settore […] non in grado di assorbire tutti i potenziali candidati che produce, né possono farlo completamente gli altri settori tradizionali per gli studiosi di humanities, come l’editoria, il giornalismo, o la pubblicità» e ««tomba, manicomio e pubblicità non sono sempre l’unica possibilità»: cioè, l’editoria sarebbe una tomba e il giornalismo il manicomio?

Più articolato l’intervento di Didino. Questi nota che «l’educazione al saggio è un lascito di quei paesi dove la presenza di una rivoluzione liberale ha contribuito alla nascita di una cultura dell’argomentazione: il saggio moderno nasce tra il XVI e il XVII secolo – cioè nello stesso periodo del romanzo – come strumento di indagine filosofica (Montaigne, Thomas Browne) per diventare un’arma politica durante l’Illuminismo (Samuel Johnson, Voltaire). Per questo la diffusione del saggio come forma letteraria ha presupposto per secoli una fiducia nella ragione e un contesto socio-politico dove chiunque abbia il diritto di proporre la propria visione del mondo».

antonio-gramsci

Carlo Dionisotti (1908-1998)

Carlo Dionisotti (1908-1998)

L’Italia, lo sappiamo, si è costituita come Stato in ritardo di secoli rispetto ad altre democrazie occidentali e tra i problemi causati da questa situazione storica vi sono la mancanza (o la debolezza) di una classe dirigente consapevole e responsabile, e la formazione degli intellettuali rispetto ai centri di potere, indagata a suo tempo da Antonio Gramsci (forse Asor Rosa, nella Letteratura italiana Einaudi, intuiva un possibile, sotterraneo nesso del pensiero gramsciano con l’impostazione di lavoro di Carlo Dionisotti?). Per questo Didino scrive che è «inimmaginabile» ‘tradurre’ l’esperienza dei neosaggisti nord-americani nel contesto nostrano («nelle classifiche dei libri più venduti dell’anno in US e UK ci <sono> sempre diverse raccolte di saggi e in generale molta più nonfiction che in Italia, dove il romanzo continua imperterrito a trionfare»). Il bello è che avanza tre ipotesi molto convincenti sui motivi che rendono difficile acclimatare da noi la propensione alla saggistica (mi pare che Didino si riferisca sia alla produzione sia alla ricezione, ossia contempli tanto gli autori quanto il pubblico):

  1. In Italia la militanza culturale ha spesso significato un rifiuto, più che una critica, dell’esistente: la costruzione di un sistema culturale parallelo che interpreta il proprio rapporto con l’establishment solo in termini di scontro. Questo ha portato ricchezza (la complessa galassia culturale dell’autonomia, della stampa alternativa, dei centri sociali) ma anche impoverimento (ad esempio il rifiuto fino a tempi recentissimi da parte di certi ambienti di confrontarsi con la cultura pop, come ha spiegato Remo Ceserani nel suo Raccontare il postmoderno).

  2. la mancanza dei fondi (e dunque del tempo) necessari per il lungo lavoro di ricerca e scrittura […, lavoro che eviterebbe la] chiusura del sistema accademico italiano nei confronti del più ampio mondo culturale di cui fa parte. In Italia capita ancora raramente che autori accademici scrivano per un pubblico più ampio, e quando questo avviene solitamente assume le forme della divulgazione scientifica: una forma di insegnamento, più che di dialogo. […] da un lato gli accademici sono costretti a pubblicare solo all’interno dell’accademia per preservare la propria posizione lavorativa in un contesto di risorse sempre più limitate. Dall’altro gli scrittori che devono affidarsi alle logiche dell’editoria commerciale non sono incentivati a produrre una saggistica che non troverebbe acquirenti nella pianificazione a brevissimo raggio che contraddistingue il mercato editoriale nell’epoca del declino del neoliberismo.

  3. [Anche se] la situazione delle riviste italiane è migliorata in maniera incommensurabile rispetto a dieci anni fa […] resta da parte della maggioranza delle riviste una resistenza nei confronti di un approccio più teorico, un’attitudine giornalistica a rendere conto di una notizia anche laddove il termine “notizia” viene inteso in maniera ampia (la pubblicazione di un libro, o un evento politico). Anche qui, per ragioni più che comprensibili: gli articoli più brevi si leggono meglio sul web, il longform [un termine che non conoscevo: questa intervista di Cristiano de Majo a Matteo Codignola di Adelphi, in data 6 giugno 2016, fa capire di che si tratta] in rete non ha ancora trovato una forma veramente efficace di diffusione e il mercato è tale che gli esempi di successo sopravvivono discretamente ma non possono permettersi margini di sperimentazione. [Poco sotto aggiunge il dubbio dell’esistenza di un] pregiudizio: quello per cui gli articoli più lunghi e teorici non hanno lettori, ad esempio, oppure, in maniera più sottile, l’idea che un approccio critico sia poco al passo con i tempi frammentari e iperaccelerati di internet.

Qui si potrebbe innestare una riflessione avanzata il 12 ottobre 2016 da Vincenzo Latronico sulla rivista on-line del Sole 24 ore, dal titolo C’era una volta l’americanata (devo il link sempre a Didino). Ma dato che Latronico chiama in causa anche il ruolo e la legittimità dell’«inglese nonstandard» e dello «stile intellettuale», temo che ci porterebbe un po’ fuori strada, per cui vi consiglio di metterlo tra i preferiti e leggervelo in un momento di calma (comunque anch’esso è un pezzo bello lungo!). Per incuriosirvi, lascio qui unicamente questa chicca: «Fare cultura oggi in Italia significa in larghissima misura fare da mediatori, spiegatori, diffusori, traduttori, di cultura prodotta in inglese. Senza bisogno di chiamare in causa colonialismi e capitalismi, che pure c’entrano, questo ha un’ottima spiegazione economica: tradurre (un libro, un film, un reportage) permette di avere un prodotto migliore a costi più bassi. Non sarà migliore perché americano, o inglese, ma anche solo perché, avendo un pubblico di riferimento maggiore, può essere pagato di più».

Al riguardo invito a leggere anche il bel post Tacere. La critica letteraria al tempo di internet, pubblicato da Lorenzo Marchese su Le parole e le cose a fine 2016, il quale mi pare esprima la voce disperata dei critici (?) trenta-quarantenni che, esaurita la breve esperienza TQ (2011-2013) e delusi dai litblogs, dovrebbero imporsi e accettare la dignità del silenzio: «scegliere di tacere non è un atto di autolegittimazione del critico nuovo entrante, né un modo di differenziarsi, ma una delle poche scelte che gli appartengono del tutto: nessuno, all’infuori di noi stessi, può imporci il silenzio in campo aperto, giacché l’industria culturale mira ad azzittire grazie all’opposto di un eccesso di discorso. Tacere si mostra un ideale a cui tendere, senza scordare che raggiungerlo è un’utopia infeconda e anche abbastanza ridicola, che non porta a nulla».

Tullio De Mauro (1932-2017)

Tullio De Mauro (1932-2017)

Riprendo e collego a tutto ciò un filo di osservazioni fatte da Tullio De Mauro nell’intervista curata da Francesco Erbani, La cultura degli italiani (Laterza, nuova ed. ampliata 20103). Proprio all’inizio di questo grande volumetto, il linguista da poco scomparso stigmatizza l’uso restrittivo (chioso, per estremizzare: elitario) della parola ‘cultura’ da parte della tradizione nostrana, che lo intende sempre come «cultura letteraria», «letterario-filosofica», «letterario-ideologica». A riprova cita il saggio “La cultura”, che Asor Rosa scrisse per la Storia d’Italia, Vol. IV: Dall’ Unità ad oggi, t. 2 (Einaudi 1976):

Lì si parla della cultura al singolare, dal 1870 al 1976, ed è inutile cercare qualsiasi nome che non sia di scrittore, poeta, romanziere, critico letterario, storico della letteratura, saggista di varia umanità. E non c’è traccia del fatto che siano esistiti in questo paese non solo singoli studiosi, ma scuole e tradizioni di discipline naturalistiche, fisiche, matematiche. La cultura è – in questa accezione – conoscenza delle belle lettere. […] chi conosce a memoria una poesia di Montale è colto, chi non la conosce non lo è. Può essere un grande matematico o biologo, ma non conosce Montale: non è colto. Tutto il resto della cultura, anche della cultura intellettuale, è in ombra. […] Io resto affezionato a una definizione larga di quel termine, e più precisamente a quella che forniscono etologi e antropologi. [… Ossia:] quel complesso di elaborazioni, condizionate dal patrimonio genetico di una specie vivente, ma non dettate da questo, nascenti dal rispondere ai bisogni che quella specie trova sul suo cammino. Trasmissione per imitazione, ricombinazione di elementi già dati, invenzione sono le tre radici della cultura intesa a questo modo [pp. 3-7].


Chissà cosa pensava Tullio di un testo come quello di Lucio Russo e Emanuela Santoni, Ingegni minuti. Una storia della scienza in Italia (Feltrinelli 2010 – il titolo deriva da un passo nell’autobiografia (1728) di un autore caro a Tullio, cioè Giovan Battista Vico), un testo sanguigno sul quale consiglio di dare un’occhiata almeno a questa recensione invitante di Claudio Giunta (poi ripresa, con altre e la Premessa iniziale del testo, su Giro di vite)?

Ma non divaghiamo! Cosa sono i tre ingredienti riportati alla fine della citazione demauriana, cioè trasmissione, ricombinazione e invenzione, se non alcuni degli stessi in atto (cioè al lavoro) nel tradurre, oserei quasi dire una sorta di “forma interna” del lavoro della traduzione?

Anche le osservazioni del filosofo Tullio Gregory sembrano potersi accordare con questa lettura:

Se la storia della cultura comporta sempre un ereditare e un trasmettere, un trasferire da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti […]. Ove tradurre – ereditare e trasmettere – è sempre un interpretare, come ricorda anche la connessione di termini con valore sinonimico interpretari, vertere, transferre. In questo ambito l’invenzione neologica assume un valore centrale, e con essa la neosemia, intesa come mutamente di significato di una stessa parola in rapporto non solo con un testo tradotto, ma in relazione all’esigenza di dare espressione a nuove esigenze di pensiero. […] Sempre la translatio si pone in termini di confronto, traduzioni, interpretazioni [Translatio linguarum. Traduzioni e storia della cultura, Olschki 2016, pp. 11 e 51].

Concludo ricordando che è proprio un antropologo, Ugo Fabietti, a dedicare alla “traduzione” il settimo capitolo del suo manuale istituzionale. In esso, dopo aver messo a confronto etnologi come Boas, Malinowski e  Geertz con filosofi del calibro di Max Black o Gadamer, ricupera il concetto feyerabendiano di «incommensurabilità», che non equivale a ‘intraducibilità’:

Feyerabend ritiene infatti che vi sia un «dispositivo di transitività» da una cosmologia scientifica a un’altra, e che questo meccanismo consista nella proprietà autotrasformativa del linguaggio. Un linguaggio non è una struttura chiusa, immutabile. Tale apertura e tale mutevolezza non sono da intendersi in senso puramente diacronico, storico, ma devono invece essere considerate come possibilità di elaborare nuovi concetti atti a tradurre situazioni sempre nuove. Se non fosse così, non vi sarebbe in effetti la possibilità di esprimere nuove idee […] la nostra lingua, per quanto radicata in un sistema di premesse che è incommensurabile con quello su cui poggiano altre lingue, può trovare in se stessa le risorse adeguate per cercare di approssimarsi ai significati espressi dalla cultura che costituisce l’oggetto del nostro studio. Questo potere autocorrettivo del linguaggio risiede nella sua natura metaforica. La natura metaforica del linguaggio scientifico non è, al contrario che per alcuni filosofi della scienza, un difetto, ma una virtù del linguaggio in generale, il suo aspetto veramente creativo. La conoscenza non dovrebbe essere ridotta al problema di elaborare un linguaggio fondato su «definizioni convenzionali», ma consistere nella possibilità di ridescrivere il mondo rimodellando il nostro sguardo grazie alle capacità autotrasformative della nostra lingua. […] Ciò che costituisce l’oggetto dei nostri tentativi di comprendere, di tradurre, le altre esperienze culturali sono le strutture relazionali entro cui, nell’ambito di sistemi culturali incommensurabili come il nostro, le parole e i concetti si situano. Le parole non esistono in un vuoto, ma acquistano significato in relazione ad altre [Antropologia culturale. L’esperienza e l’interpretazione, Laterza 2009 (decima ed.), pp. 256-7].

Ugo Fabietti (1950-vivente)

Ugo Fabietti (1950-vivente)

Chiosa (e chiusa) semplice: ciò che Fabietti chiama, in maniera forse un po’ contorta, «proprietà autotrasformativa del linguaggio» e «potere autocorrettivo del linguaggio» è quanto Tullio aveva già da tempo definito come «creatività» (Minisemantica dei linguaggi non verbali e delle lingue, Laterza 1982, pp. 46 ss. – irrinunciabile qui l’approfondimento grazie alla lettura della voce Creatività redatta nel 1977 da Emilio Garroni per l’Enciclopedia Einaudi, e dal 2010 resa nuovamente disponibile da Quodlibet, con prefazione di Paolo Virno) e in seguito più precisamente come «non non-creatività», da cui derivano tra l’altro «la indefinita estensibilità del campo noetico», «l’indeterminatezza semantica ed eventuale plurideterminabilità delle parti e delle articolazioni in parti dei suoi segni, parole, frasi, discorsi, testi […] e quindi la pluriplanarità del piano del contenuto di una lingua» e «la metalinguisticità riflessiva» [Lezioni di linguistica teorica, Laterza 2008, pp. 146-7]. Che poi, se ci pensate bene, è un vedere all’opera questa stessa teoria, vederla cioè confermata in maniera concreta, e quindi ipso facto accreditare il valore dell’attività traduttiva, che sfrutta la medesima plasticità della lingua, negletta in Italia quanto la produzione saggistica…

AGGIUNTE INTEGRATIVE (1-8 marzo 2017)

Da qualche parte, qui sopra, mentre si parla di Facebook (in cui secondo una ricerca scientifica, che però non sono stato ancora in grado di ritrovare, pare che si scriva sostanzialmente e inconsciamente più per ritrovare conferma in se stessi e alle proprie idee, che per comunicare e aprirsi genuinamente, sinceramente agli altri, che è invece lo spirito della comunicazione, della trasmissione, quindi anche della interpretazione e della traduzione), è utile tenere presente qualche altro riferimento che per adesso scarico qui indegnamente, in attesa di dipanarli meglio.

Anzitutto c’è da leggere questo articolo del Guardian che illustra chiaramente (accompagnato da una grafica molto originale e gradevole) la questione, indubbiamente problematica, del rapporto fra lingua e accesso a internet — ovvero come quest’ultimo discrimini le minoranze, che lo voglia o no.
E attorno alla medesima questione ecco qui 4 testi laterziani + 1, a futura memoria ma per adesso senza altre considerazioni:

  • R. Simone, La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo (2000), dal quale è poi maturato lentamente un suo successivo Presi nella rete. La mente ai tempi del web (Garzanti 2012);
  • F. Ferrarotti, La perfezione del nulla. Promesse e problemi della rivoluzione digitale (2002);
  • F. Metitieri, Il grande inganno del Web 2.0 (2009);
  • R. Casati, Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere (2013).

Aggiungo, ma non è meno importante, un promemoria anche per il teorico dei nuovi media, Geert Lovink, di cui l’anno scorso Egea (editore bocconiano) ha pubblicato L’abisso dei nuovi media. Il traduttore Bernardo Parrella lo intervista su Lavoroculturale.org e, per una presentazione più distesa delle sue posizioni, si legga anche l’intervista condotta da Barbara Ciolli su Lettera43.

Geert Lovink (dall’intervista di B. Parrella su Lavoroculturale.org)

mestieri del libro

Per una di quelle coincidenze singolari che si verificano all’inizio di ogni anno (no, lo so che non è vero: succedono sempre, ma siamo noi che con l’andare del tempo, distratti da tante altre cose contemporaneamente, perdiamo il filo e non le notiamo più…), in questo esordio dell’anno nuovo 2017 AD, è ancora risuonato un sintagma il cui senso viene fieramente messo in dubbio dall’aria che spira malsana soprattutto qui da noi.
Sto parlando dell’espressione ‘mestieri del libro’, che ho letto in due contesti senza alcun collegamento esplicito – cioè, sono io a istituirlo qui hic et nunc:

Fahrenheit

Fahrenheit (tutti i pomeriggi feriali, su Rai 3, ore 15-18)

(A) la nota trasmissione radiofonica “Fahrenheit”, che da tanti anni allieta il primo pomeriggio sulle frequenze del terzo canale Rai fregiandosi del ‘sottotitolo’ “I libri e le idee”, ha inaugurato un nuovo spazio che occuperà tutti i lunedì nella fascia tra le 16 e le 16,30 (minuto più, minuto meno) e l’ha chiamato, appunto, I mestieri del libro. Per esordire, Loredana Lipperini ha chiamato Marco Cassini (già direttore di minimum fax e Sur, autore dell’autobiografico Refusi [Laterza 2008] e vulcanico ideatore di iniziative non banali) e chi ha perso la puntata, la può ricuperare dal fidato podcast.

L'indice dei libri del mese (versione on line) - gennaio 2017

L’indice dei libri del mese (versione on line) – gennaio 2017

(B) Sull’Indice dei libri, altra rivista benemerita e ‘storica’ (ero abbonato alle prime annate, che dovrei avere ancora stivate da qualche parte: potranno interessare qualcuno che si occupa di modernariato?), nella rubrica “Mestieri del libro” è uscito un articolo eccellente, che riassume le questioni alla base della situazione insoddifacente in cui versano i traduttori. Lo firmano Marina Pugliano e Anna Rusconi, due fra le migliori traduttrici che possiamo vantare per il tedesco e l’inglese, rispettivamente. È un intervento molto lucido e porta un titolo redazionale: “Traduzione – Proviamo a leggere la realtà in modo nuovo”, seguito da un altro che parrebbe essere quello assegnato dalle autrici: “Anche i traduttori nel loro piccolo riflettono”. Non capisco perché i traduttori debbano relegarsi ‘nel loro piccolo’, ma proseguo lo stesso.
Dopo aver ricordato rapidamente il boom dei Translation Studies negli anni Settanta e nel decennio successivo quello di una formazione più qualificata, che ha portato a creare delle figure specializzate (direi meglio: più culturalmente consapevoli di quelle che c’erano in precedenza, e che hanno continuato a operare, ovviamente), il duo punta subito al cuore del problema: «la cosa sicura è che il concetto di obsolescenza programmata si è ormai esteso anche al settore della cultura, quindi al libro. A chi lo fa e a chi lo consuma» [evidenziato mio].
Per chi non avesse ancora capito dove vogliano andare a parare queste novelle Thelma e Louise, chiarisco subito che il discorso verte essenzialmente sulla qualità (e l’etica, in fondo) del lavoro, del mercato, della cultura: dati diffusi dall’Osservatorio degli editori indipendenti ODEI) dimostrano che un libro può stare sugli scaffali di una libreria, in attesa di essere comprato, una media di 30-40 giorni, poi viene restituito senza tanti complimenti. Ci sarebbero da fare alcune puntualizzazioni, ma anche qui meglio tirare dritto. Sottoscrivo dunque in toto la dichiarazione seguente:

privato per logiche mercantili di un contesto che riconosca il giusto valore della sua professionalità, del suo ruolo e dei suoi diritti, il traduttore davvero funzionale a questo mercato di beni fortemente deperibili è diventato il traduttore smart: disponibile in modo incondizionato, privo di cognizione o di memoria storica della cultura e della dignità del lavoro, convinto di valere poco e dunque altrettanto poco remunerabile, pronto a consegnare secondo i ritmi impazziti del mondo globale testi che un redattore di analoga tempra, e sempre più spesso digiuno della lingua di partenza, provvederà a rendere sostanzialmente scorrevoli e in piacevole italiano standard. In barba a San Girolamo, ai translation studies e, in generale, alla civiltà – di cui la traduzione, secondo Josif Brodskij, sarebbe letteralmente “madre”.

Secondo l’ultimo Rapporto AIE (a questa pagina vari link specifici), che riporta un totale di «oltre 65.000 nuovi titoli pubblicati (circa 180 al giorno!)», le traduzioni si riducono perché commercialmente più costose: si devono acquistare i diritti dall’editore straniero, si deve pagare la traduzione (possibilmente poco, eh), e solo a quel punto si aggiungono le solite spese editoriali (sommariamente: redazione, stampa, distribuzione, che incidono però in percentuali molto diverse sul prezzo finale), quindi soldi da anticipare senza avere la certezza di un rientro. Ergo: si potenziano gli autori nostrani e si depauperano quelli stranieri, che infatti calano dal 25% degli anni Novanta all’odierno «17,6 per cento di tutto il pubblicato». Per inciso: questa era la giustificazione con cui sono stato scaricato da un noto editore quattro anni fa; solo che adesso c’è una sua cara nipotina a svolgere il lavoro che facevo io… Quindi niente paura: le traduzioni si continueranno a fare lo stesso, basta cambiare i redattori (e i traduttori), facendo però attenzione a sostituirli con quelli che costano (e pretendono) di meno! Tanto di fuori non si verrà a sapere mai nulla e si perpetuerà l’illusione che il mondo editoriale sia un’oasi dorata…

Intermezzo/curiosità (ovvero: nihil sub sole novi). Sul numero 4 del 1994 leggo: «molte delle versioni di classici russi, ancora oggi sul mercato, non sono altro che le traduzioni degli anni venti e trenta, di cui la Slavia cedette i diritti» (p. 212, nota 71). È Giuseppe Mazzitelli, in un saggio in cui indaga da appassionato bibliografo sul Fondo I.p.E.O., a notarlo: Slavia era una casa editrice che aveva tradotto molti autori ancora ignoti in Italia, soprattutto dalla lingua russa. Dunque il malcostume è radicato.

Vediamo allora cosa propongono le nostre paladine.

Da un lato, un fondo per i traduttori (come ne esistono in Francia, Svizzera, Germania, Norvegia e in molti altri paesi) costituirebbe uno strumento efficace per incoraggiare gli editori a non rinunciare ai titoli stranieri più impegnativi, o anche solo meno di grido e meno commerciali, e per incentivarli a riconoscere fattivamente la qualità e il ruolo decisivo dei traduttori.
Dall’altro, occorrerebbero misure di promozione della lettura parimenti efficaci e capillari, non demandate all’iniziativa dei singoli e dei volontari (scuole, biblioteche, associazioni culturali) e con un Centro per il Libro e la Lettura che non si limitasse a svolgere una funzione prevalente di coordinamento e raccolta dati.

Chiudo rapidamente accennando a un paio di iniziative nelle quali si sono spese le nostre ‘eroine’: nel 2014 Anna Rusconi è stata protagonista di “Words Travel Words” (video pro-traduzioni del CEATL), mentre Marina Pugliano organizza a Loreen giornate di formazione a tema completamente gratuite.

Encyclopaedic Visions

locandina dell'evento

La locandina dell’evento

Consummatum est! Il pomeriggio di mercoledì 23 novembre 2016 ho tenuto una relazione al seminario per dottorandi (ciclo “Translationes”) dell’università di Tor Vergata, alla facoltà di Lettere e filosofia. Questo è stato il motivo principale della lunga latitanza (o latenza?): mi sono voluto preparare a fondo per sviscerare un tema attorno al quale giravo, lasciandolo e riprendendolo (come il gatto col topo) da almeno 4 anni, a giudicare dalle date nei files di lavoro sotterraneo. L’impressione (mi si dice) è stata quella di una relazione dotta, brillante, istruttiva, approfondita, piacevole (sia nella modalità espositiva, infatti le cose a braccio vengono sempre meglio, sia per i contenuti, otiosi: vale a dire, in sé poco utili ai dottorandi, i quali d’altro canto hanno avuto la fortuna di vedersi sciorinati davanti argomenti nei quali neanche in tutto il loro percorso di specializzazione potrebbero pensare o sperare di imbattersi…).

Qui cercherò di ripercorrere i tratti salienti della mia performance (perché sì, c’è stato anche un aspetto teatrale, anche se certamente visibile a me solo), ripercorrendo la traccia principale e lasciando un po’ di spunti/link riorganizzati nella maniera migliore (forse).

La copertina di Yeo 2001

La copertina di Yeo 2001

Tanto vale cominciare allora dal titolo di questo post. Perché non replicare quello riportato sulla locandina (che vedete qui in alto e che, una volta tanto, è buona farina del mio sacco)? Ebbene, non è per rinnegare la mia contrarietà alla esterofilia, a favore della possibilità di esprimere in italiano quello che c’è da dire (ho da un sacco di tempo un post a riguardo, che però è tuttora nella pancia del computer sostanzialmente a causa di scrupoli ‘accademici’…): Encyclopaedic Visions. Scientific Dictionaries and Enlightenment Culture è un libro dell’australiano Richard Yeo che per il taglio e l’argomentazione è tremendamente interessante, anche se ne ho scorso solo qualche pagina e recensione su internet (mai come adesso, e dunque sempre di più in futuro, ho sfruttato Google Books). Mi conforta però sapere che è alla Nazionale di via Castro Pretorio, e prima o poi me lo guarderò con cura. Intanto mi sembrava che avesse un binomio (titolo+sottotitolo) adatto all’andamento della mia esposizione e una bella copertina, che mi affretto a riprodurre (se l’autore, la casa editrice o altri dovessero protestare, la toglierò).

All’inizio è stato distribuito l’unico “handout sintetico” (fronte-retro) che ero riuscito ad approntare: una serie numerata à-la-Wittgenstein ‘prima maniera’ di 22 link, con brevissimi commenti esplicativi, sul “lavoro della traduzione e le attività dei traduttori” {NOTA_1}. Andava dall’elenco di 65 associazioni e centri specializzati a livello internazionale (qui eccone un secondo), alla Rete europea, alle due associazioni italiane (STradE e A.I.T.I.), al “rapporto Assouline” (per combattere la retorica e i luoghi comuni che diffondono tanti giornalisti che in realtà non sanno di cosa parlano, ma mirano soltanto a fare un pezzo impressionistico-riempitivo) e le varie inchieste promosse da ReRePre e STradE col supporto di Slc-Cgil (su queste non fornisco link, ma esorto gli interessati a scorrere pazientemente all’indietro il mio blog per riperscarle). Questo tanto per far capire che i traduttori sono, sì, svantaggiati e negletti, ma non sono delle monadi, si cercano, sanno auto-organizzarsi per difendere i propri interessi e puntano a rendere i colleghi più consapevoli dei propri diritti.

La copertina del primo tomo del II volume della Encyclopédie philosophique universelle

La copertina del primo tomo del II volume della Encyclopédie philosophique universelle, diretto da Sylvain Auroux

Il passo successivo è stato rendere omaggio alla sede in cui venivo ospitato, Lettere e filosofia (NOTA_2}. Allora, mi sono posto un po’ sfacciatamente (immeritatamente?) sotto i doppi auspici degli «intraducibili» di Barbara Cassin e dei 4 volumi in 6 tomi della Encyclopédie philosophique universelle, secondo me abilmente orchestrata soprattutto dal linguista Sylvain Auroux per far capire anche ai filosofi come e quanto la loro disciplina, forse anche più di altre, sia tributaria non solo alle tradIzioni, ma anche alle tradUzioni e al mistilinguismo.

Questi erano però ancora dei passi/gesti introduttivi (leggi: ad captationem benevolentiae), prima di far esplodere la rivelazione: nella primissima Treccani (meglio: la Enciclopedia italiana di scienze, lettere e arti, 35 volumi dal 1929 al 1938, gioiello e summa dell’erudizione italica, lodata anche dal massimo esperto Collison per il suo alto profilo a dispetto del fascismo imperante) NON compaiono i lemmi ‘tradurre’, ‘traduttore’, ‘traduzione’ (né eventuali derivati). Qualcosa sembra potersi ricuperare consultandone l’Indice analitico, ma basta andare poi a leggere effettivamente le pagine indicate per capire che è un’illusione di breve durata. Per tutte queste e altre informazioni, nella perdurante assenza di una ufficiale, cioè seria, anche azzimata, “storia della Treccani” {NOTA_3}, mi è stata oltremodo utile la Guida all’archivio storico (un corposo PDF, scaricabile dal sito Treccani stesso), oltre a varie pagine, a cominciare da quelle delle molteplici edizioni dell’Enciclopedia stessa, sagacemente archiviate sempre sul sito ufficiale. Sta di fatto che questa misteriosissima lacuna, questo “silenzio” (oblio? deserto? damnatio memoriae? sicuramente si potrà designare come “effetto Treccani”) segna in maniera indelebile almeno trent’anni della cultura italiana, dato che nessun’altra grande opera di consultazione scritta nel nostro paese fino agli anni Sessanta osò sfidarlo.

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Il frontespizio del “Supplemento” (1940) del GDE

Nemmeno le prime due edizioni del Grande dizionario enciclopedico «a cura del prof. Giovanni Trucco […] sotto la direzione di Pietro Fedele» {NOTA_4}, l’allora concorrente principale della Treccani, tenta una scansione diversa del lemmario; rimedierà poi la terza, grazie a una giovane Bice Mortara, all’epoca non ancora Garavelli (pure presente già nella seconda insieme ad altri che stavano diventando o sarebbero diventati MOLTO famosi: Nicola Abbagnano, Norberto Bobbio, Luigi De Nardis, Umberto Eco [responsabile del settore ‘stilistica’], Vittorio Mathieu, Massimo Mila, Ervino Pocar, Dario Puccini, Luigi Salvatorelli, Vittorio Strada, Cesare Vasoli ecc.): ma con la terza edizione siamo arrivati al 1972! E tale constatazione è ancora più strana, se si pensa che nelle varie opere enciclopediche pubblicate nell’Ottocento pre e post-unitario dalla Pomba, progenitrice diretta della Utet a cui si deve il GDE, voce e trattazioni a riguardo non mancano affatto. Tra la marea di spigolature raccolte nella mia ricerca tra secoli di polverulente ricerche lessico-enciclopediche, più o meno gustose, ne riporto qui appresso solamente un paio.

  • Il lemma Traduzione manca anche nelle prime due edizioni del Vocabolario della Crusca (1612 e 1623 – però c’è Tradurre, ovviamente, e si veda contra il TLIO, dove compaiono entrambe, anche se l’accezione linguistica è l’ultima, più tarda, posso supporre perché più lontana dal significato latino), entra poi nel 1691 e guardando ben in profondità il quadro si amplia nella quarta (1729-38), temperata dalla guida di Anton Maria Salvini: sarà un caso che fosse lui stesso traduttore?
La pagina 1713 della terza edizione (1723) del "dizionario cruscante"

La pagina 1713 della terza edizione (1691) del “dizionario cruscante”

  • Nel XXIII volume (TG-U) del Lessico universale italiano di lingua, lettere, arti, scienze e tecnica (per gli amici: LUI, un importante dizionario edito dalla Treccani come ampliamento e consolidamento del Dizionario enciclopedico italiano, che «integrava la parte enciclopedica con tutto il lessico della lingua italiana» {NOTA_5}, compare addirittura una sezioncina (28 righi e mezzo) sulla Traduzione automatica; tentativo apprezzabile di ricuperare il tempo perduto, peccato però che quando esce, nel 1980, quella direzione di ricerca si è ormai largamente ridimensionata e non avrebbe più meritato tanto spazio.
  • Aggiunta (in via di risoluzione): riconosco che queste attestazioni sono contestabili, in quanto provengono tutte da dizionari. Cioè si solleva così il grave problema della distinzione dizionario/enciclopedia, sulla quale Eco è tornato più volte lungo almeno vent’anni, dall’Enciclopedia Einaudi fino all’ambizioso e a sua volta ‘enciclopedico’ saggio che apre la sua raccolta di «studi storici sul segno e l’interpetazione» Dall’albero al labirinto (Bompiani 2007: pp. 13-96). In mezzo andrebbero inserite anche utili distinzioni fra i termini ‘dizionario/vocabolario/lessico’, come quella esposta dallo storico della lingua Luca Serianni nell’ottobre 2004 sul sito della Crusca {NOTA_6}. Non è possibile riassumere qui il dibattito, ma voglio accennare al fatto che, per elaborare la mia posizione, mi sono di aiuto gli scritti di Bourdieu, Lotman, Torop (grazie a Bruno Osimo!) e Lefevere (quest’ultimo su un altro piano, certo), almeno. Una conferma indiretta di essere sulla buona strada la ricavo inoltre dal (concluso) progetto D11 dell’università di Heidelberg: “Hidden Grammars of Transculturality – Migrations of Encyclopaedic Knowledge and Power”.

Ho ancora tante altre schede per una ricognizione adeguata del quadro lessicografico dell’Ottocento italiano, che qui sarebbe dispersivo riportare. Tuttavia ho intuito presto che l’indagine sarebbe stata corroborata notevolmente spingendone l’orizzonte oltre la nostra penisola. Così sono andato a cercare come si comportassero altre enciclopedie sullo… scacchiere europeo. Beh, tanto per cominciare dall’inizio, nella Encyclopédie degli illuministi francesi non c’è una voce sola per ‘traduzione’, ma due addirittura: la prima di Jean Beauzée (del 1765), l’altra (in un’Appendice del 1776) di Jean-François Marmontel, e il bello è che sono impostate in maniere molto differenti (come fa rilevare Armin Paul Frank nella lunga disamina storica Main concepts of translating: Transformations during the Enlightenment and Romantic period in France, Great Britain, and the German countries {NOTA_7}.

Antiporta della Cyclopaedia di Chambers

La bellissima antiporta nella Cyclopaedia di Chambers

Ma chiunque abbia letto un buon manuale di storia della filosofia sul Settecento, saprà non solamente che Denis Diderot, in pratica capo-redattore dell’audace impresa editoriale, proveniva da una gavetta di traduttore (un  mestiere che neanche allora garantiva una solida sussistenza… anche se nel suo curricolo poteva annoverare persino Leibniz!), ma che la stessa Encyclopédie nacque come traduzione e adattamento di un’altra opera di consultazione dell’epoca, la fortunatissima Cyclopaedia (1728, 2 voll., 10 edizioni fino al 1752, più 2 volumi di Supplemento nel 1753) che valse l’ammissione nella Royal Society al suo (si pensa quasi) unico compilatore, Ephraïm Chambers. Vi stupirete o sarete vieppiù infastiditi se aggiungo che anche Chambers vantava una carriera di traduttore?

Va bene, non posso rifare qui tutta la storia, per quanto in sé piuttosto interessante, del «grande affare dei Lumi» (a proposito, l’originale inglese [1979] di questo testo fondamentale dello storico americano Robert Darnton, tradotto in italiano da Antonio Serra per i tipi raffinati della Sylvestre Bonnard [Milano 1998], è stato ‘liberato’ su internet dall’autore stesso: cercatelo, ma sappiate che è un PDF di quasi 55 mega!); molti aggiornamenti però si possono ricavare per esempio dalla rivista on-line Recherches sur Diderot et sur l’Encyclopédie, senza dimenticare però il libretto IMHO ancora valido Le origini dell’Enciclopedia {NOTA_8} del grande storico Franco Venturi.
Aggiungo un’altra spigolatura: in un articolo del 1991 Gianfranco Dioguardi {NOTA_9} ha ipotizzato che l’idea di proporre Chambers in francese sia scattata, nella “testa ben fatta” di Diderot, quando si accorse che in Italia si erano già messi all’opera per tradurla. Eh sì, perché forse non tutti sanno che di quel lavoro se ne fecero da noi ben quattro edizioni (a ulteriore attestazione della grande circolazione e fortuna di quell’opera): Napoli, 1747-54 (8 voll.); Venezia, 1748-49 (9 voll.), di nuovo Venezia, 1762-65 (6 voll.) e Genova, 1770-75, mentre dell’Encyclopédie ne uscirono un paio (certo, in folio e con molti più volumi e tavole splendide): a Lucca (1759-76) e a Livorno (1770-9), quest’ultima sotto la protezione del granduca di Toscana, Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena.
Fortunatamente la Cyclopaedia si può scaricare/consultare integralmente in vari siti; grazie a una semplice ricerca in questo di storia della scienza e della tecnologia presso l’università del Wisconsin, ben allestito, ho scoperto che il termine Translation (nel senso che ci interessa) compare anche in altre 4 voci: Gloss, Metaphrast(es), il francesismo Traduction e il termine Version, che comparirà anche in tutte le opere enciclopediche successive (ah, c’era in latino anche nella Crusca… e qui non si può non menzionare l’ottimo testo di Maurizio Bettini, Vertere. Un’antropologia della traduzione nella cultura antica, Einaudi 2012, da cui ricuperare quasi tutta la letteratura anteriore in merito).

Insomma, è difficile porre un punto di partenza univoco e questo lo si intuisce leggendo i lavori di Walter Tega, che già negli anni Ottanta metteva a frutto le  riflessioni profondamente originali della filiazione “garininana”, con Paolo Rossi e Cesare Vasoli in testa. Una buona sintesi è nel volumetto, divulgativo ma di impostazione originale, approfondito e documentato, di Paolo Quintili, Enciclopedia e illuminismo (Carocci 2003, rist. 2005). Inoltre ho trovato una chiave di lettura molto originale anche nel saggio dello storico della scienza Giorgio StabilePuzzle e Lego: l’enciclopedia e le sue forme (pubblicato originariamente nel quadrimestrale dell’editore romano Viella Critica del testo, III [2000] 1: 253-275, un numero dedicato al “Canone alla fine del millennio”).

brockhaus_lexikon

Alcuni volumi del Konversations-Lexikon (Brockhaus)

kruenitz

Il titolo (in gotico) della mastodontica impresa che si deve a J.G. Krünitz

Ecco, a questo punto penso avrete capito che, come al seminario, potrei continuare a incantarvi o annoiarvi per ore con spezzoni folgoranti e inattesi di conoscenze perdute, dimenticate, trascurate, disattese, scartate, disperse nel decorso della moderna storia intellettuale europea … Più utile a chi fosse interessato ad approfondire, invece, potrebbe essere raccogliere qui in fondo un po’ di link che mi sono serviti a reperire informazioni e spunti, che mi riprometto di raggruppare in maniera più ordinata per presentare un progetto di ricerca veramente transnazionale.

Una parte rilevante della mia indagine è occupata da opere dell’area culturale tedesca (con particolare riguardo al concetto di Konversationslexikon). Lì ho scoperto magnifici lavori di digitalizzazione su opere antiche, a cominciare dal sito dedicato all’Universal-Lexikon di Johann Heinrich Zedler (1731-1754, 64 voll. + 4 di supplementi: ca. 284.000 lemmi, di cui 120.000 dedicati a nomi di persona e 73.000 a nomi di luogo, con 276.000 rimandi su 63mila pagine in-folio a due colonne), che per approfondimenti specifici si abbina al sito-satellite Zedleriana.
E non era neanche l’opera più estesa: abbiamo difatti la Allgemeine Encyclopädie der Wissenschaften und Künste di Johann Samuel Ersch e Johann Gottfried Gruber (1818-1889, interrottasi alla fine della lettera P, dopo 167 volumi e uno di tavole, ca. 70mila pp.), la cui storia si intreccia con le quattro enciclopedie tedesche più note nell’Ottocento: Brockhaus (che già dalla seconda edizione in 8 volumi, usciti fra il 1812 e il 1819, sfoggia una sua voce, puntuale e dignitosa: Übersetzungskunst, ovvero ‘l’arte della traduzione’ [ma si tenga presente che sullo sfondo vige ancora la connessione kunst – ars – techne]), Meyer, Pierer e Herder.
Batte però tutti l’ancora più ingombrante Oekonomische Encyklopädie, oder allgemeines System der Staats- Stadt- Haus- und Landwirthschaft di Johann Georg Krünitz (1773-1858, 242 voll., 144mila pp.). Beh, che ci crediate o no, quest’ultima, sebbene con tutta evidenza molto specialistica, contiene i lemmi übersetzen (ossia: tradurre, e con varie accezioni, di cui soltanto quella linguistica occupa quasi 4 colonne!), Übersetzer/-rin, Übersetzung (traduttore/-trice, traduzione) e la solita ‘sorella minore’ Version (senza contare altre voci secondarie, come Translation e Translator). La stessa situazione si ritrova in Zedler (con l’eccezione di Übersetzerin), incredibilmente!

A beneficio dei lettori più volenterosi, riporto qui appresso altre fonti consultate:

  • per chi fosse interessato anche all’età di mezzo può cominciare spulciando Lexilogos, poi passare al più specifico Mediaevum – e faccio presente che nel 2013 il coraggioso editore trentino La Finestra [il nome deriva da un passo di Florenskij] ha pubblicato la «seconda edizione, riveduta e ampliata» di Marco Albertazzi, Enciclopedie medievali. Storia e stili di un genere);
  • il Thesaurus Eruditionis dell’università di Mannheim ospita i progetti CAMENA e TERMINI per decine di opere neolatine del Cinque-Seicento (che so, Calepino, Comenio, Du Cange, Estienne, Vossius, ma anche il Lexicon Universale di Johann Jacob Hofmann nella «editio absolutissima» del 1698);

    hofmann1698

    La splendida antiporta di Hofmann 1698

  • non può mancare il grande Münchener Digitalisierungszentrum della Biblioteca di Stato bavarese (consultabile anche in italiano);
  • il sito dell’università di Halle (Salle, Sachsen-Anhalt) ha scansionato {NOTA_10} tantissimi volumi pubblicati dal XVI al XVIII secolo;
  • N-Zyklop, una banca dati internazionale con possibilità di ricerca in moltissime enciclopedie di ogni epoca e regione (allestita dal 2005 dalla biblioteca dell’università tedesca di Treviri);
  • Wörterbuchnetz, 26 dizionari a tutto testo (storici, dialettali, ma anche il Meyers Großes Konversationslexikon – anche qui grazie agli sforzi dell’ateneo di Treviri);
  • il Zentrales Verzeichnis Digitalisierter Drucke di un consorzio fra biblioteche e enti di ricerca (quasi un milione e mezzo di titoli dal XV secolo a oggi);
  • Retrobibliothek si impegna a digitalizzare varie opere, composte in gotico fra Otto e Novecento;
  • Zeno offre altre migliaia di testi in tedesco, suddivisi per materie (non a caso si presenta al pubblico come “La mia biblioteca”);
  • last not least, Enzyklothek, un sito proprio dedicato a quello che andavo cercando (riporta le indicazioni di quasi 10.000 opere di consultazione, non solo tedesche, anche se non tutte sono effettivamente digitalizzate: ma da lì sono potuto risalire anche a testi italiani);
  • al precedente confesso di esserci arrivato dal progetto zurighese Allgemeinwissen und Gesellschaft (2002-2006, poi in parte trasmigrato ad Heidelberg [v. sopra]), dalla struttura molto originale e interessante sin dal ‘sottotitolo’: «Le enciclopedie come indicatori di mutamenti nel valore sociale del sapere, della formazione e delle informazioni»

Devo però ancora rassicurare gli amici che amano e/o praticano lo spazio culturale ibero-lusitano, quello ebraico (che riserva una sorpresa) o quello statunitense: non ho dimenticato di sondare anche quelli attraverso le loro enciclopedie più significative. Ma c’è ancora tanto da dissodare e sistematizzare (ebbene sì: l’esprit de système scorre ancora tra noi mortali)!

Purtroppo adesso devo fermarmi qui, altrimenti questo post non verrà mai fuori, rischiando di duplicare il vero ‘lavoro’ di scrittura estesa. Spero che tutto ciò perlomeno incuriosisca qualcuno: perciò esorto chi avesse suggerimenti, critiche, proposte, collaborazioni, qualunque cosa di costruttivo, a lasciare un commento qui sotto. Grazie!

NOTE

1) Lo invio gratis per e-mail a chi ne faccia richiesta nei commenti qui sotto.

2) Il seminario è comune alle università di Roma 2 e Roma 3, «da quando il MIUR ha pensato bene di avviare la sua politica di strozzamento delle università», come mi è stato riferito con amarezza da un autorevole esponente universitario.

3) C’è un saggio di Elmar Schafroth nell’ottima panoramica curata da Ulrike Hass nel 2012 per Gruyter (Grosse Lexika und Wörterbücher Europas. Europäische Enzyklopädien und Wörterbücher in historischen Porträts), per quanto tale miscellanea a me pare una sorta di aggiornamento dei lavori, pur benemeriti, diretti dallo storico americano Frank A. Kafker (cioè i numeri monografici 194 e 315, datati 1981 e 1994, della rivista Studies on Voltaire and the eighteenth century). Lo stesso vale, anche se in ambito più ristretto, per il bel volume curato da John Considine nel 2014 per la Cambridge UP, Academy Dictionaries, 1600-1800.

4) Sic nel frontespizio della prima, che uscì negli anni dal 1933 al 1939 in 10 voll. + 1 supplemento; seconda ed. «interamente riveduta e accresciuta»: 1954-65, 12 voll. + 1 supplemento e aggiornamenti come “Appendici” dal 1973 in avanti; terza ed., anch’essa «interamente riveduta e accresciuta»: 1966-75, 19 voll. e vari supplementi; quarta ed.: 1984-1991: 20 voll. e vari suppl.

5) Cito dal sito Treccani, sezione “Dal dopoguerra a oggi: anni Cinquanta e Sessanta”. Il DEI uscì dal 1955 al 1961 in 13 voll. + vari supplementi sino al 2006 (per adesso); il LUI raddoppiò: 24 volumi + 4 suppl. e 3 atlanti, 1968-81.

6) Vorrei consigliare a questo proposito la lettura di due testi, molto diversi tra loro (anche come dimensioni: tanto smilzo il primo, quanto gonfio il secondo), ma proprio per ciò complementari, a mio avviso: Valeria Della Valle, Dizionari italiani: storia, tipi, struttura (Carocci, 2005) e Claudio Marazzini, L’ordine delle parole. Storia di vocabolari italiani (il Mulino, 2009).

7) È il saggio n° 163, alle pp. 1531-1609, del secondo dei tre volumi dedicati alla traduzione, nella ponderosa serie HKS (ossia: Handbücher zur Sprach- und Kommunikationswissenschaft, 26 – letteralmente: Manuali di linguistica e scienza della comunicazione; il primo è del 2001, il secondo del 2008 [qui il sommario del secondo tomo, appunto], il terzo del 2011, tutti pubblicati dal noto binomio De Gruyter-Mouton di Berlino-L’Aia.

8) Einaudi 1963; in realtà, questa è una seconda edizione rispetto alla prima, pubblicata dalle sconosciute Edizioni U di Roma-Firenze-Milano nel 1946, a sua volta tradotta da una tal Juliette Bertrand dall’originale francese pubblicato a Parigi da Skira nel 1939!

9) Questi non è stato propriamente uno storico, ma un imprenditore con una passione bibliofila, che quello stesso anno diede vita alla fondazione eponima.

10) Scandito? Scannerizzato? Non risolverò mai questo dubbio…

Il suono (e il senso) del silenzio

Sono rimasto colpito favorevolmente da questo post di Giovanni Turi, forse anche perché avevo già incrociato sul web l’ultima fatica di Vitaliano Trevisan, Works, e mi era parsa interessante — ma non avevo mai approfondito quella che dunque era rimasta un’impressione fugace.

La copertina del libro di Trevisan (Einaudi 2016)

La copertina del libro di Trevisan (Einaudi 2016)

Certo, sento di farci abbastanza la figura del parvenu, dato che da un sacco di tempo vado dichiarando (in modo nemmeno troppo nascostamente snobistico) che non mi occupo (non mi voglio occupare) di letteratura, fiction, Belletristik. Preferisco dedicarmi a qualcosa di apparentemente più umile (e forse più utile?) come la saggistica.

Però adesso ho capito che qualcosa di ‘sotterraneo’ agiva in quell’attrazione (poco fatale, in realtà, e molto più destabilizzante). Turi scrive e poi cita l’autore:

geometra, lattoniere, pusher, gelataio, magazziniere, portiere notturno, ma la sua esperienza [di Trevisan] è soprattutto il pretesto per analizzare una dimensione fondamentale dell’esistenza di ciascuno: «[…] ci si dimentica sempre che il lavoro, se anche non è la vita, trasformando nel tempo l’individuo, sia fisicamente che spiritualmente, la influenza comunque in modo determinante».

Il corsivo l’ho aggiunto io, qui, adesso: nel mio caso, quasi senza lavoro, la vita avvizzisce, ti intristisce, si accartoccia come un fiore seccato dall’arsura estiva che spacca il terreno una volta fangoso (quindi potenzialmente fertile).

Tutto ciò potrebbe spiegare il lungo silenzio/oblio dall’ultimo post. Il titolo che ho dato a questo odierno (insolitamente ma volutamente breve: poco più di 300 parole, per WordPress) è intenzionalmente allitterativo e allusivo; ma non mi illudo certo di stare fornendo prosa d’arte: tuttalpiù un affannarsi per fingere di scacciare il malessere interiore, la sensazione di distacco e alterità dagli altri (e nausea, e rifiuto contorto), riempiendo la distanza di parole. Spero di continuare a scriverne altri, a beneficio di altri lettori, internauti, curiosi, girovaghi, saltimbanchi e altre specie (più o meno) viventi. Magari ditemelo, ogni tanto.

Translatio linguarum

Un'immagine scherzosa di Tullio Gregory.

Un’immagine scherzosa di Tullio Gregory.

0.1. Premessa

Un libro dal sottotitolo “Traduzioni e storia della cultura” non poteva non suscitare l’attenzione di chi scrive. L’autore Tullio Gregory è un filosofo italiano, ormai emerito, ma forse proprio per questo in grado di cogliere certi tratti di fondo dello sviluppo del pensiero occidentale che altri, più legati a interessi contingenti, accademici o meno, non possono permettersi di rintracciare o avere il lusso di seguire.
Ma prima di entrare nello specifico, segnalo qualche recensione di altri studiosi, poco più giovani di Gregory, a cui cedo subito il passo per autorevolezza:

0.2. Indicazioni per consultare proficuamente questo post
Chi già conosca Tullio Gregory, o non sia interessato ai suoi dettagli bio-bibliografici, può saltare direttamente al paragrafo 2. La lettura del 3 non è indispensabile, ma è consigliata se siete dei traduttori.

Tullio Gregory intento nella lettura silenziosa.

Tullio Gregory intento nella lettura silenziosa.

1. L’autore
Tullio Gregory si laureò nel 1950, a soli 21 anni, e dapprima si occupò soprattutto di platonismo medievale. Successivamente i suoi interessi si ampliarono al Sei-Settecento soprattutto francese e alla storia della filosofia in generale. Infatti alcuni lo ricorderanno come uno dei co-autori (insieme a Francesco Adorno e Valerio Verra) di uno dei manuali più longevi e fortunati di storia della filosofia per licei, credo tra i primi ad accludere anche testi antologizzati degli autori e della letteratura secondaria (prima ed. Laterza 1973 – Gregory firmava specificamente il secondo volume).
Altri si saranno imbattuti all’università in monografie arancioni di formato tascabile, tutte rigorosamente con identica articolazione interna: è la collana laterziana “I filosofi”, di cui si favoleggia che sia stata ideata da Gregory per includervi autori tutti rigorosamente già trapassati (80 titoli dal 1970 al 2000, quasi tutti pluristampati, a cui se ne aggiunge un’altra ventina usciti nel nuovo millennio, anche in versioni elettroniche – ePub con l’odioso DRM). Che infatti proprio dal 2000 fu affiancata dalla collana verde “Maestri del Novecento Laterza” (21 titoli fino al 2014, se non ho sbagliato a contarli sul sito, quindi una media annuale leggermente inferiore).
Oltre a numerose e importanti attività per l’istituto Treccani e più recentemente gli spazi della “Cucina filosofica” nel festival filosofia che si tiene dal 2001 a Modena e dintorni, Gregory può vantare la fondazione del Lessico intellettuale europeo: nei miei anni di università ricordo chiaramente la scritta su una porta in un corridoio al terzo piano nella ‘vecchia’ sede della facoltà di Lettere e i primi volumi pubblicati da Bulzoni (oggi da Olschki), dai quali trapelava pian piano cosa si nascondesse sotto quella formulazione perlomeno sibillina. La fusione con il Centro di studi sul pensiero antico (fondato e diretto da Gabriele Giannantoni) ha dato origine all’ILIESI: Istituto per il lessico intellettuale europeo e la storia delle idee; la storia è presentata da Gregory stesso in questo articolo. [NOTA ZERO] Per maggiori dettagli su di lui cfr. la “Quinta appendice” on-line della Enciclopedia Treccani.
Un lato del suo carattere che può apparire meno simpatico è la veemenza con la quale si è espresso contro iniziative come Wikipedia, del resto comprensibili rileggendo la sua storia personale, e a cui collego l’intervento del 2014 sulla «politica per la lingua» leggibile a questa pagina.
Il ‘succo’ del libro di cui parlo in questo post era stato già presentato, con abile mossa strategica dal punto di vista temporale, al festival filosofia il 19 settembre 2015, col titolo (su cui ci sarebbe molto da meditare, in sé) “Ereditare è tradurre” – a riguardo si veda questa video-intervista, apparsa sulla Gazzetta di Modena. Ma quasi tutto il testo risale a un articolo già apparso sui Quaderni di storia della casa editrice barese Dedalo nel 2009 (debitamente referenziato nella nota finale, peraltro priva di indicazioni, a p. 75), tranne qualche rifinitura, come il capoverso finale aggiunto all’ultima nota (119!) di p. 66, dato che all’epoca il c.d. HKS [NOTA 1] non era ancora completo.

Prospetto illustrativo del volume pubblicato da Olschki.

Prospetto illustrativo del volume pubblicato da Olschki.

2. Il libro
2.0. Il mio punto di vista
Vengo finalmente a spiegare perché questo libro mi interessa ed è molto importante.
Lo farò da un’angolatura particolare, che riesco a definire soltanto tramite la dicitura ‘in controcampo’: cioè riporterò dei passi, per così dire, di ‘sutura’ fra i temi portanti dell’argomentazione solida dell’autore. Questi li trasceglie dai suoi campi di interessi, che sono stati tanti, diversi e anche inusuali, ma da un certo punto di vista sarebbero delle ‘variabili’ sul Leitmotiv sottostante: intendo dire che avrebbe potuto pescarne e introdurne altri, ad libitum, dalle sue vaste conoscenze, giacché in sostanza quelli servono a sorreggere l’ipotesi forte di questo volumetto. La quale, se deve avere valore non episodico, ma costante, ricorrente, sempiterno oserei dire, può ricevere supporto da qualsivoglia contenuto preso in esame e portato all’attenzione del lettore. Questo lungo giro di parole mi serve in fondo a dire che a me il filo rosso interessa di più dei singoli argomenti che esso serve a ‘cucire’. Insomma, estremizzando: quanto state per leggere va in senso contrario a una recensione tradizionale, che di solito espone (ed eventualmente critica o corrobora) gli argomenti addotti dall’autore, ai quali dunque non porrò grande attenzione.
2.1. Alcuni temi
Ovviamente il primo nucleo concettuale è affidato alla cultura greca: punto di partenza comprensibile e giustificato inoltre dal greco quale «lingua di tutto il mondo mediterraneo» (p. 7), senza però dimenticare apporti dall’astrologia orientale. Il primo paragrafo è intitolato “Le sacre scritture” perché si chiude sottolineando la «traduzione come grazia di Dio, della provvidenza nella storia. [… Anche la traduzione] ha un’origine divina perché compie una missione salvifica superando ogni differenza linguistica e rendendo intelligibile a tutti la parola di Dio» (p. 8).
Segue un originale parallelo con la translatio cosmologica, di pianeti e astri che ha grande sviluppo agli inizi dell’età moderna (in nota compaiono Keplero e Campanella).
Il terzo paragrafo è animato principalmente dalle figure di Cicerone, Boezio e Cassiodoro, [NOTA 2] per spingersi fino ad Alcuino e Giovanni Scoto Eriugena.
Gregory è perfettamente consapevole dell’importanza delle opere arabe, ma sostiene che sono a loro volta eredità e trascrizione «di più antiche culture orientali – indiane, persiane, caldaiche» (p. 26). Quindi il senso più originale delle traduzioni in latino dal greco e dall’arabo sta nell’aver creato «un lessico filosofico, scientifico, teologico in gran parte nuovo, [… che] sarà la matrice di gran parte del lessico filosofico e scientifico delle lingue moderne» (pp. 28-29). Così trascorrono sotto i nostri occhi Petrarca, Ficino, Erasmo, Bruni e Bruno, poi i grandi filosofi del Sei-Settecento, per finire con Croce e Gentile, impegnati a redigere la presentazione della (all’epoca) nuova collana laterziana “Classici della filosofia moderna”: qualcuno la ricorderà per il colore arancio vivo della copertina (e sovracoperta, per i titoli più antichi), se non gli sovviene nessun autore specifico (dal 1907 al 1984 vennero pubblicati in tutto 62 titoli, più un terzo volume delle Opere italiane di Giordano Bruno con Il candelaio).
2.2. Le ‘suture’, ovvero il Leitmotiv
Il primo caso lo trovo a cavallo tra secondo e terzo paragrafo (p. 11):

Se la storia della cultura comporta sempre un ereditare e trasmettere, un trasferire da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti secondo le complesse linee di una «metamorfosi ordinata» [qui la nota 21 rinvia ai testi canonici di George Steiner, Gianfranco Folena e un articolo poco noto di Eugenio Garin, “Problemi di traduzione”, non a caso letto originariamente a un incontro del Lessico intellettuale europeo], cercheremo di seguire qui un aspetto particolare di questo processo, la translatio di testi scritti in alcuni momenti significativi nell’orizzonte e nei limiti della cultura europea, segnandone spesso crisi e rinascite. Ove tradurre – ereditare e trasmettere – è sempre un interpretare, come ricorda anche la connessione di termini con valore sinonimico interpretari, vertere, transferre. […] È la traduzione che prolunga nel tempo e nello spazio la vitalità di un testo, assicura e rinnova la tradizione.

Già qui colgo un aspetto non banale: spesso (già in antico) le traduzioni sono state viste con sospetto, accusate di sovvertire valori tradizionali e quindi da starne alla larga, se non da rigettare completamente.
Gregory ribalta questo luogo comune, introducendo invece tutto il valore innovativo dell’interscambio fra punti di vista differenti, che non vengono mortificati dal confronto, ma vivificati. Insomma, occorre riconoscere la forza positiva (e inarrestabile, corollario conseguente) del contagio, un concetto adoperato anche dall’antropologo ‘naturalista’ Dan Sperber, [NOTA 3] la cui deriva sociobiologica (innatismo mono-determinista) è però aliena dal quadro di riferimento che prediligo. [NOTA 4]

Nel terzo paragrafo Gregory sottolinea poi l’alterità della prospettiva adottata nel volumetto rispetto a qualunque teoria della traduzione, più o meno orientata alla letteratura (su tale inclinazione perniciosa, un’altra stoccata tra le pp. 29-30): qui si vede ‘semplicemente’ il tradurre «come trasferimento di un testo in una lingua diversa dall’originale, strettamente connesso a ogni translatio studiorum, a ogni passaggio di civiltà e cultura da uno ad altro contesto geografico, politico e linguistico, per salvare eredità che si sarebbero altrimenti perdute» (pp. 16-17).

Molto più avanti, quasi a fine libro (p. 60) Gregory propone un’estensione ulteriore:

anche la circolazione dei libri – in tutti i suoi aspetti materiali, dalla stampa alla loro diffusione per strade ufficiali e sotterranee – è un aspetto non marginale della translatio studiorum, con propri presidi e vie di comunicazione,

e lo ribadisce a fine testo, con affermazioni apparentemente controcorrente:

la storia delle traduzioni nell’età contemporanea – e in questa prospettiva la storia delle case editrici e di traduttori – è ancora da scrivere, forse anche perché dobbiamo liberarci del pregiudizio che antepone l’autore al traduttore, riconoscendo al primo un’originalità che il secondo non avrebbe; si rischia in tal modo di dimenticare che se ogni cultura è sempre un processo di appropriazione di interpretazione di esperienze diverse, con il loro trasferimento in contesti e linguaggi nuovi, la traduzione intra e interlinguistica svolge un fondamentale ruolo di mediazione nel quale il traduttore è attore e protagonista.

Qui Gregory sposa la causa difesa già da tempo dai ‘traduttori militanti’, cioè quelli che si battono per non volersi vedere annullati sin dalla posizione sul frontespizio. [NOTA 5]

Il classicista Luciano Canfora.

Il classicista Luciano Canfora.

Ma aggiungo che torna in mente anche un testo di Luciano Canfora, che forse per il carattere altrettanto ‘eretico’ non ha avuto la fortuna che meritava: Il copista come autore (Sellerio 2002). Qui di traduzione si parla espressamente solamente nel terzo capitolo, ma le dichiarazioni di Canfora alle pp. 43-44 sono inequivocabili e consonanti a quelle di Gregory:

Tradizione «indiretta» è anche l’instancabile lavoro di traduzione condotto senza interruzione, e a partire sin dai tempi più remoti […] il passaggio da una lingua all’altra – sotto forma di traduzione, di parafrasi o di riscrittura creativa – è un fenomeno ininterrotto, che si svolge parallelamente all’altro grande fenomeno consistente nel lavoro di copia. La tradizione è essenzialmente o traduzione o copia. L’una e l’altra, in maniera complementare, intervengono nella constitutio textus, ma il loro significato supera di gran lunga il fine dell’edizione: esse sono la storia, sono le azioni costitutive della storia della civiltà scritta.

La dimostrazione-limite, per così dire, è che

anche traducendo parola per parola, il traduttore – soprattutto quando non ha capito – interpreta, e di conseguenza modifica, il suo modello (Copista, p. 46).

Due richiami balzano in mente:

  1. L’accostamento tradizione/traduzione pare un mero calembour da retore consumato, ma in realtà è un corto circuito già nella svista confessata da Giorgio Pasquali, nell’Appendice seconda, “Congettura e probabilità diplomatica”, del suo noto volume Storia della tradizione e critica del testo (ed. Mondadori 1974, p. 485).

  2. André Lefevere, noto in italiano soprattutto per il geniale volume tradotto da Silvia Campanini e curato da Margherita Ulrych, Traduzione e riscrittura. La manipolazione della fama letteraria (Utet 1998, ed. or. inglese 1992).

3. Considerazioni ulteriori
3.1. Testi paralleli

Jean Delisle, professore emerito all'università di Ottawa.

Jean Delisle, professore emerito all’università di Ottawa.

Probabilmente Gregory non conosce il testo diretto da Jean Delisle e Judith Woodsworth (presidente e fondatrice della Canadian Association for Translation Studies), promosso dalla Federazione internazionale dei traduttori (definita scherzosamente «la lobby meno potente del pianeta») e dall’Unesco, che affronta un compito analogo da una prospettiva meno ‘elevata’, cioè prendendo in considerazione altre fonti disparate, ma per questo a mio avviso contribuisce a integrare utilmente il panorama conoscitivo.

Miss Woodsworth

Miss Woodsworth

Mi riferisco a Les traducteurs dans l’histoire, la cui terza edizione per la cura di Benoit Léger è stata pubblicata nel 2014 dalle Presses de l’Université de Laval [NOTA 6] – nata nel 1950, sede a Québec, sul sito si vanta di essere la maggiore casa editrice di lingua francese in America, con una media di 120 novità all’anno. Di Delisle è stato tradotto in italiano Terminologia della traduzione, che curò con Hannelore Lee-Jahnke e Monique C. Cormier (Hoepli 2002, ed. or. 1999; traduzione di Caterina Falbo e Maria Teresa Musacchio, curatela di Margherita Ulrych).

Un altro testo canadese che gli si potrebbe accostare è quello curato nel 2006 da Georges L. Bastin e Paul F. Bandia, Charting the Future of Translation History (University of Ottawa Press, Ottawa): a singoli autori sono affidati dei ‘carotaggi’ su sette aspetti particolari (nella sezione “Methodology”: il postmoderno, storia e microstoria, la traduzione legale ecc.) e dieci realtà diverse (nella sezione “Current Discourses”: l’America latina, Israele, Cina ecc.), esposti nell’introduzione dei curatori (pp. 1-9), che però non menzionano Delisle. Tuttavia Bastin sarà uno dei collaboratori al testo curato da Delisle e Marco A. Fiola, La traduction raisonnée (Université d’Ottawa Press, 3^ ed. nel 2013), rivolto specificamente ai traduttori della combinazione FR > EN.

Il Prof. Dr. Lieven D’hulst.

Sempre su tali argomenti, non sono ancora riuscito a consultare Lieven D’hulst, Essais d’histoire de la traduction (Garnier 2014), di cui però intanto trovo straordinariamente azzeccato ed efficace il sottotitolo: Avatars de Janus. Dovrebbe avere almeno una parte teorica assai avvertita (oltre a studi specifici: si veda l’indice a questo link), a differenza di Michel Ballard, Histoire de la traduction. Repères historiques et culturels (De Boeck 2013) che stando alle recensioni disponibili su internet difetterebbe proprio di una solida struttura metateorica, pur avendo il merito di raccogliere e presentare una messe di riferimenti e una massa di fenomeni notevole. Ma che rimangono, appunto, messe e massa, alla fine informi ed eterogenei se non sorretti da un’idea chiara, una prospettiva acuta, un quadro concettuale in grado di unificarli.
In tal senso appare migliore Francesco Laurenti, Tradurre. Storie, teorie, pratiche dall’antichità al XIX secolo (Armando 2015), che cita subito (p. 4) il lavoro di Delisle e Woodsworth (ma nella prima edizione inglese del 1995) e dichiara come sua linea-guida «l’esistenza di una storia delle teorie della traduzione che precede di molti secoli la nascita dei Translation Studies e che s’è sviluppata per lungo tempo senza essere mai dissociata dalla pratica della traduzione. […] La storia della traduzione che ne è emersa è coincisa di volta in volta con la storia della lingua, delle religioni, del pensiero filosofico e dei legami tra lingue e culture diverse» (pp. 6-7). Dunque, non è molto lontano dagli intenti di Gregory… però le considerazioni espresse da Franco Nasi nella sua recensione (che integro qui pur essendo stata pubblicata qualche mese dopo il mio post) mi trovano assolutamente d’accordo:

Apprezzabile lo sforzo di Laurenti, utilissime certe sue indicazioni e scoperte di autori poco noti, ma l’impianto generale del lavoro, nonostante le dichiarazioni introduttive, si mantiene all’interno di una storiografia (o di un modo di intendere gli studi sulla traduzione) che ci pare abbia fatto il suo tempo.

Conserva una sua utilità, nonostante gli anni, anche Bruno Osimo, Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei (Hoepli 2002).

Fra tutti i libri francesi menzionati, sono convinto che in italiano troverebbe accoglienza migliore il primo (e ho già iniziato a spendermi per questo), nonostante la recensione, non scevra da qualche critica, di René Lemieux sul numero di giugno 2015 della rivista specializzata Trahir. Se qualche nostro editore fosse interessato, mi contatti immediatamente, non se ne pentirà: grazie!

3.2. In fine
Riflettendoci su, quanto scrivevo nel paragrafo 2.0. “Il mio punto di vista” non mi sembra affatto una forzatura immotivata. A ben vedere Gregory spiega molto poco e piuttosto vagamente come avvengano quei processi di trasmissione di saperi, che trasferiscono «da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti» (p. 11, già citato), sui quali ha scelto di posare il suo sguardo esperto e, in tal modo, nobilitare. Non poteva farlo in uno spazio così ristretto, e del resto a questo sono lasciati gli atti dei “colloqui” sul lessico intellettuale europeo (si veda sul sito ILIESI) e altri affini, come per esempio i testi curati da Jacqueline Hamesse soprattutto per l’ambito medievale latissimo sensu.

 

N O T E

[Nota 0]
Vedo solamente dopo aver pubblicato il post che Annarita Liburdi ha dedicato due bei lavori alla storia dell’istituto: Per una storia del Lessico Intellettuale Europeo (2000) e Il Lessico Intellettuale Europeo dal 2001 al 2006. Da Centro di Studio a Istituto (2007), entrambi pubblicati dallo stesso LIE.

[Nota 1]
Si tratta del monumentale Harald Kittel, Armin Paul Frank, Norbert Greiner, Theo Hermans, Werner Koller, José Lambert, Fritz Paul (Hrsg./eds./éd. par; in Verbindung mit /in association with Juliane House, Brigitte Schulze), Übersetzung – Translation – Traduction. Ein internationales Handbuch zur Übersetzungsforschung / An international Encyclopedia of Translation Studies / Encyclopédie internationale de la recherche sur la traduction, 3 voll., Gruyter 2004-2011.

[Nota 2]
Per quest’ultimo, si potrebbe suggerire a Gregory di consultare la traduzione, diretta da Andrea Giardina, delle Variae per l’editore romano L’Erma di Breischneider (12 volumi apparsi fra il 2014 e il 2016, assai costosi e disponibili anche in versione digitale), anziché continuare a citarle dai venerabili MGH.

[Nota 3]
Un breve accenno in questa segnalazione di un suo testo, tradotto da Feltrinelli nel 1999.

[Nota 4]
Cfr. ad esempio, in riferimento al linguaggio umano, la recensione di Elisabetta Gola al libro di Grazia Basile, La conquista delle parole. Per  una storia naturale della denominazione (Carocci 2012), in AphEx, 8 (2013).

[Nota 5]
Penso ovviamente al Sindacato dei traduttori editoriali, e più in particolare al suo ultimo ‘successo’, vale a dire l’accordo siglato con ODEI (Osservatorio degli editori indipendenti) il 3 aprile scorso, in occasione della seconda edizione del Bookpride milanese, la Fiera dell’editoria indipendente. Per saperne di più, si può leggere l’annuncio sul sito ufficiale.

[Nota 6]
Le prime 35 pagine si possono scaricare da questo indirizzo.