Una sorpresa (s)Gra.D.Ita (grazie, Doktorvater)

SI può trovare un risvolto positivo “dietro” a un evento (apparentemente) sfavorevole? Almeno in qualche caso sì, come dimostra questa foto che ho fatto stamattina col cellulare all’ingresso della Biblioteca nazionale centrale di Roma Vittorio Emanuele II.

Roma, Biblioteca nazionale, sabato 13 maggio 2017, ore 10 circa

C’ero andato per consultare, appunto in sala Linguistica, qualche testo per la mia ricerca inesauribile. È stato un po’ come vedere il classico “bicchiere mezzo pieno”, ossia quello che gli inglesi esprimono col detto “every cloud has a silver lining”, che sembra far propendere il genio della lingua inglese ad una maggiore ariosità rispetto alla materialità dell’italiano…

Scherzi a parte, per fortuna non è questa l’unica notizia del genere che ci conforta dopo la sua dipartita. Infatti leggo sul Giornale del Sud che già lo scorso 6 aprile è stata inaugurata nell’Università della Calabria di Arcavacata di Rende (CS) la Biblioteca d’area umanistica:

Essa contiene la collezione saussuriana istituita dalla Biblioteca nel 2013 e arricchita dalla donazione di circa 300 documenti, tra libri, tesi di dottorato, microfilm e corrispondenza scientifica, provenienti dalla biblioteca personale di De Mauro e affidati all’Unical lo scorso dicembre.

Nell’articolo completo (con Daniele Gambarara in bella vista) c’è uno sfondone madornale: segnalatelo nei commenti a questo post, se vi va…

E comunque il trasferimento (traslazione e magari anche ‘traduzione’, in un’accezione non comune) di almeno parte della biblioteca di Tullio al luogo dove ho passato una quantità stratosferica di ore, con qualunque tempo e in ogni stagione, non può non fare piacere.
Ma al contempo fa tornare in mente quello che diceva pochi anni fa il mio Maestro — e, riflettendovi, permette di apprezzare ancora di più il gesto della donazione, chiunque la abbia decisa:

Il nuovo edificio della Biblioteca Nazionale è stato costruito in modo dissennato — mi dispiace dirlo per i bravi architetti che ci hanno lavorato. […] doveva essere tutto automatizzato, ma i fondi per far funzionare l’automazione non c’erano, non ci sono mai stati. L’edificio è di una inutile grandiosità per tanti aspetti, […]. Vede queste nostre case di professori, ingolfate di libri? Questo non accade in altri paesi. […] non mi è mai capitato di vedere più di tre, quattrocento libri in casa di professori stranieri. Si posseggono i libri di affezione. I classici più amati. È del tutto naturale che per il resto si vada in biblioteca. Insomma, queste pile oscene di libri che si ammucchiano sui nostri tavoli e sulle nostre scrivanie non si trovano altrove. E invece qui, a Roma, in una condizione già privilegiata, con grandi biblioteche di conservazione, se vogliamo accedere rapidamente a un libro, l’unica cosa è averlo a casa. […] le nostre biblioteche, per esempio nel settore linguistico, non riescono a dar conto di ciò che si stampa all’estero. Per essere aggiornati bisogna ogni tanto andare fuori d’Italia. E poi comprare i libri indispensabili alla propria ricerca.
Tullio De Mauro, La cultura degli italiani, nuova edizione ampliata, Laterza 2010, pp. 32-34 (e sulle biblioteche si leggano anche le pp. 227-8 e 247-8)

Questa istantanea, con Tullio intervistato nel suo appartamento, ritrae proprio la situazione ‘denunciata’ nel passo citato qui sopra.

PS: per chi avesse molto tempo, pazienza e interesse, qui trova il testo della lectio magistralis che Eco tenne all’apertura del Salone del libro torinese del 2007. Che fine farà la sua immensa biblioteca, che si vede in un noto filmato col suo possessore à-la-chaperon?

Mi piaceva quest’immagine per chiudere in tema…

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Cominciare bene (?) il 2016

Mi piace molto l’idea (e quindi, così, ora anche l’atto) di inaugurare l’anno nuovo con questo post di Christian Raimo, uscito nel pomeriggio appena trascorso.Christian Raimo su <em>Internazionale</em>

Mi piace quando scrive

Bisognerebbe ripensare radicalmente il Centro per il libro e la lettura (Cepell), o altrimenti abolirlo? Sì. […] Occorre cominciare a censire le abitudini e le pratiche più che i consumi culturali

e anche:

Molto diverso sarebbe pensare progetti strutturali: sull’educazione alla lettura – per esempio – oltre a Solimine, vanno citati i lavori di Giusi Marchetta, Antonella Agnoli, Luisa Capelli, Sergio Dogliani.

A Raimo (ma i link ai quattro autori appena citati sono stati aggiunti da me hic et nunc) vorrei affiancare qualcos’altro di affine che ho orecchiato in questi giorni.

Infatti lo scorso giovedì 7 gennaio Pagina 3 (la rassegna stampa culturale di Rai Radio 3, che si può ascoltare comodamente mentre si rifanno i letti di casa e il sole comincia a filtrare col freddo in stanze ancora tiepidamente insonnolite) durante la conduzione di Vittorio Giacopini e tramite la sua voce ha dato lettura di questa notizia:

Tablet in classe
Uno studio di Benedetto Vertecchi, decano dei pedagogisti italiani, rivela che il tablet usato in classe crea nuovi analfabeti e determina un calo negli apprendimenti. Ne scrive Salvo Intravaia a pagina 21 de La Repubblica.

Copio-incollo direttamente dal sito ufficiale, in assenza di link diretti. Tranne scoprire, senza neanche scavare tanto in profondità, che la tesi è vecchia di almeno un paio d’anni (sempre limitandosi al quotidiano Repubblica, seppure allora era formulata un po’ diversamente).
Cerco di compensare, allora, aggiungendo queste informazioni: Benedetto Vertecchi, ordinario di Pedagogia sperimentale e direttore del Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica all’Università Roma Tre, ha pubblicato di recente: Le sirene di Malthus. Pensieri sulla scuola (Roma 2004), La scuola disfatta (Milano 2006) e Il disagio, l’alfabeto, la democrazia (Milano 2007). Salvo Intravaia è autore nel 2012 di questo volumetto importante, L’Italia che va a scuola.

Un’altra pagina utile, anche se apparentemente si lega meno bene della precedente alle tesi di Raimo, è l’articolo di Fabrizio Tonello La guerra contro i giovani, pubblicato l’ultimo dell’anno sul Giornale dell’università degli studi di Padova.
È una recensione lucidamente critica di Alessandro Rosina, NEET. Giovani che non studiano e non lavorano (Vita e pensiero, 2015); l’acronimo sta per “Not in Education, Employment or Training” e il volume dimostra che la percentuale sta crescendo, sulla scorta dei dati 2014 dell’Istituto Toniolo.
Qui mi piace dove scrive

a una lettura attenta le esternazioni di prestigiosi editorialisti appaiono per quello che sono, colossali sciocchezze [… a cui] si aggiungono le affermazioni di un ministro del Lavoro che consiglia ai giovani di non studiare troppo, accontentarsi di 97 come voto di laurea e di non perdere tempo cercando di ottenere un 110 e lode.

ma soprattutto:

manca […] un’analisi sui limiti e gli effetti negativi delle politiche per il mercato del lavoro in Italia negli ultimi 20 anni, politiche che hanno favorito l’esplosione della precarietà [… e accettando] livelli elevatissimi di disoccupazione e sottoccupazione in nome degli equilibri di bilancio [imposti dall’austerità europea hanno prodotto una] forza lavoro giovanile a basso costo [… che svolge] una funzione economica precisa […, quella] di esercito industriale di riserva e [di contribuire], in un sistema produttivo a bassa innovazione come quello italiano, a perpetuare una condizione di sfruttamento dei giovani [miei i neretti – AdeL].

Infine, come una sorta di sottoscrizione di buoni propositi, voglio chiudere il cerchio rinviando a un altro post di un altro giovane autore italiano, uscito anch’esso sul sito di Internazionale, cinque ore dopo quello succitato di Raimo e a firma del suo sodale Nicola Lagioia: Proviamo a usare internet per scoprire il mondo invece che per insultare. Che (ché?) in parte dice alcune cose sulla rete (e più specificamente sui social network) che intuisco confusamente, e altre ne suggerisce per via indiretta, o magari sono io a illudermi di aggiungerle tacitamente, come per via abduttiva…
Si tratta di un articolo mooolto luuungo, che richiede tempo per assimilarlo e calma per rifletterci su (come ho già scritto sulla mia pagina Facebook).
Ora, anche volendo prescindere dai contenuti specifici, mi piace il fatto che Lagioia inserisca nel discorso un azzardo e, verso la fine, un riferimento alla scommessa pascaliana.
E dolce è la variatio di

azzardata, discutibile e visionaria

o anche

a ogni retweet, a ogni condivisione, a ogni endorsement della propria follia omicida

e in forma più elaborata:

fanno più comodo un miliardo di utenti risentiti che si comportano come creature neandertaliane o un popolo di gente evoluta che usa internet in modo consapevole, intelligente e complesso? Le @dolcecandy e i mister Hyde 2.0 che si prendono a sputi e randellate nei corridoi virtuali non sono simili a quegli schiavi ai quali – per farli sentire liberi di qualcosa – era concessa ogni tanto la libertà di massacrarsi almeno tra di loro?

Ma quando ho letto

L’agorà permanente che per i ciberutopisti sarebbe dovuta diventare internet, rischia sempre più spesso di ridursi a un’arena di gladiatori

ho capito che l’articolo parla anche, indirettamente, del Movimento 5 stelle 😉

Nicola Lagioia, vincitore dell’ultimo premio Strega

Come sprecare una (buonissima) occasione

Per riprendere la scrittura un po’ più lievemente, passate le festività (e gabbati li santi…), ‘sprecherò’ questo post con un argomento frivolo, che rinfrancherà lo spirito.

Su un pannello della piccola mostra «“I libri degli altri”. Il lavoro editoriale di Italo Calvino» (aperta sino al 31 gennaio presso la Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II qui a Roma) si legge: «dal momento in cui si è immersi nella vita editoriale, […] si è passati dall’altra parte: non si guardano più i testi nello stesso modo».

Pannelli alla mostra sul lavoro editoriale di I. Calvino

Pannelli luminosi alla mostra sul lavoro editoriale di I. Calvino

È stata scritta proprio da Calvino, e mi ci ritrovo da sempre. Sebbene altre volte sono stato propenso a considerarmi affine anche all’arciere dall’occhio-e-mezzo (polutoraglazyj strelec) tratteggiato da Benedikt Livšic, l’autore della splendida «autobiografia del futurismo russo» (Laterza 1968, a cura di Giorgio Kraiski, nuova [?] trad. di R. Franceschi, Hopefulmonster 1989; ed. or. sovietica, 1933).

Da sinistra: O. Mandel'štam, K. Čukovskij, B. Livšic e Jurij Annenkov, a Pietroburgo nel 1914.

Da sinistra: O. Mandel’štam, K. Čukovskij, B. Livšic e J. Annenkov, a Pietroburgo nel 1914.

Analogamente (ma su un registro ben più basso), non ho potuto fare a meno di notare la traduzione (?) in inglese di informazioni su un cioccolato nostrano, che si fa vanto di una produzione assolutamente originale e fedele alla tradizione. Per fortuna che il testo inglese compare solamente sul lato di costa dell’involucro interno della confezione, mentre il testo italiano (che immagino debba essere quello da cui è stato tratto quello inglese), il quale figura in posizione ben più visibile, denota la padronanza di una terminologia tecnica specifica (concaggio, temperaggio… tra l’altro quest’ultimo addirittura manca dalla Treccani on-line), anche se compare scritto per ben tre volte con l’accento grave, anziché acuto.

Basta ciance, ecco il testo inglese (al quale aggiungo esclusivamente le virgolette):
«The eventual irregular opacity in surface is due to the traditional method of handicraft cold working (non happens of putting boiling). In order to exalt the quality of our product, do not come any added like as fat vegetables or cocoa’s butter and other substances stranger (like as lecitina ecc.)»

Peccato per la figuraccia con eventuali acquirenti stranieri, che non dubito ci siano – altrimenti, forse, non sarebbe neanche venuto in mente ai produttori di fornire qualcosa in più (la resa in altra lingua) in grado di contribuire (nelle loro intenzioni, anche se molto meno nei fatti) alla diffusione e, con essa, alla buona nomea del prodotto. Come dire: un’occasione perduta. Si è fatto 30, però è mancato l’ingegno, lo scatto per arrivare a 31, che avrebbe segnato la differenza a favore della ditta. Cioè, chiedere a un/a traduttore/traduttrice competente di trasporre quel breve (ma significativo!) pezzo in una lingua più diffusa della nostra.
Almeno, però, quel cioccolato particolare era davvero molto buonissimo…!
Alla prossima, da Willy Wonka

Tuffo al cuore e nel passato: gli anni Settanta (dai Van Der Graaf a Giorgina Masi)

Consultavo, per sbaglio nel reparto dei nuovi, il Libraccio, quando mi imbatto in una doppia sorpresa sul prog-rock che mi fa balzare il cuore (o, se preferite: in mente tanti ricordi):
Paolo Carnelli, Van der Graaf Generator. La biografia italiana (Arcana; pp. 239, ISBN: 9788862312837), anche su questo sito, e
Michele Coralli, Van der Graaf generator. Discesa nel Maelström progressivo (Nuovi Equilibri; pp. 212, ISBN: 9788862223027)!

VDGG

the way they were some 40 yrs ago (dalla copertina del volume di Carnelli)

Per chi si chiedesse da dove abbiano preso il nome, ecco la spiegazione del MIT. Che c’entra, direte? Beh, quel periodo era così, forse incongruo, ma sicuramente più creativo di oggi (NB: in fisica l’ortografia è leggermente diversa [recte: Van de Graaff], dato che l’inventore era di origine olandese).

Non so se siano mai usciti dei volumi così specifici, ma è assai probabile che non ce ne siano stati tanti sino ad ora (buone bibliografia e sitografia sulla pagina italiana di Wikipedia, dove però al momento non compaiono ancora quelle due monografie). Mi pare perciò quasi assurdo che nel medesimo anno domini 2013 escano due testi simili per taglio, dimensioni, persino nelle assonanze di cognome degli autori, che rischiano dunque di sovrapporsi, contendendosi litigiosamente il pubblico relativamente ridotto che potrebbero avere. Per me, comunque, il gruppo è indissolubilmente legato alla trasmissione Rai Per voi giovani, insieme allo ‘struggimento’ per i Genesis di Nursery Cryme e ben prima di Yes e Gentle Giant.
Ma in fondo fa anche piacere trovarli così, serendipicamente: perché allora riemergono dal fondo lontano dell’età perduta ricordi foschi come la nebbia acre dei primi lacrimogeni fuori del Palasport (erano i Led Zeppelin?), la fatica del volantinaggio notturno per i radicali (che all’epoca erano un po’ come i grillini odierni, ma forse con più sale in zucca e proposte operative), avversato dai genitori (dopo le prime, ingenue discussioni calò il gelo…), virato poi in scialbi pomeriggi di sabato, risalendo idealmente controcorrente con un pugno di idealisti la folla distratta di una via del Corso o via Nazionale, tra il 1972 e il 1974. E chissà dove saranno finite le lettere intercorse con l’amicarissima di Firenze, persa per un malinteso poi reiterato pur non perdere la faccia e tenere il punto, mentre il resto del mondo continuava a girare senza che riuscissi a capirlo fino in fondo nemmeno pochi anni dopo, ancora più politicizzati, quando fui a poche centinaia di metri dall’uccisione di Giorgi(a)na Masi, nata nel mio stesso anno di grazia ma rimasta impigliata laggiù, in qualcosa più grande di noi.

trovo bellissime le parole interlineate in maiuscolo più piccolo alla scritta ufficiale sulla lapide all’angolo fra ponte Garibaldi e piazza Belli, in memoria della sua morte

Per rimanere nell’ambito musicale, e chiudere in bellezza, scovo nella pagina di Wikipedia che parla della sfortunata giovane persino alcune canzoni italiane che, citandola più o meno implicitamente, hanno contribuito a tenerne desto il ricordo nella memoria collettiva di più generazioni. Perché le parole devono affermare la vita stessa, anche se non possono non aggiungere altro… e su quell’altro costruiamo noi incessantemente ancora dell’altro (Peirce aveva ragione).