La scuola di Nitra (e molto altro)

Cominciò con una domanda, apparentemente generica, su una lista di discussione. In realtà risultò ben mirata, perché mi fece rendere conto quasi subito di non saper trovare assolutamente nulla sull’argomento Nitra school – nonostante i libri ben impilati sugli scaffali e qualche altro chiletto di fotocopie impolverate (ricettacolo di temibilissimi pesciolini d’argento).
Ed è finito con un convegno proprio a Nitra, organizzato presso l’università statale di Costantino il Filosofo [1] (così chiamata dal 1996, dopo esser stata fondata quattro anni prima a aprtire da un istituto pedagogico esistente dal 1959) dal locale Dipartimento di studi traduttivi (posso tradurre così ‘Translation Studies’?), dall’Istituto di letterature mondiali dell’Accademia slovacca delle scienze e dal CETRA, il Centro di studi traduttivi di Lovanio.
Una joint venture inedita e (anche per questo) interessante, rispecchiata pure dal titolo assegnato all’intera manifestazione: Some Holmes and Popovič in All of Us?, che Bruno Osimo mima nel suo intervento, fissato per le 14,30 di oggi (giovedì 8 ottobre, nella sessione 1): Any Holmes and Popovič in any of us Italians?

Il logo del convegno slovacco.

Il logo del convegno slovacco.

Tutti gli altri relatori col programma completo li trovate in un PDF di 8 pagine a questo link.
Andate invece sul sito ufficiale per ogni altra informazione, compresa la sponsorizzazione dell’editore Brill, che ha innestato un catalogo tipicamente accademico sulla lunga e nobile tradizione editoriale dei Paesi Bassi (sebbene oggi l’azienda abbia sede non più solo a Leida, ma anche a Boston e Tokyo).

 

Per chi non conosca bene Holmes e Popovič, dirò subito che condividono una morte prematura attorno alla metà degli anni Ottanta, la quale forse ha impedito loro di dispiegare tutte le implicazioni delle loro proposte, che però sono state accolte tempestivamente e in maniera estremamente positiva dalla comunità dei ricercatori interessati.

James Stratton Holmes (1924-1986) figura in quasi tutte le trattazioni di storia più recente della traduzione, nella cui ricostruzione ha assunto, grazie al saggio The Name and Nature of Translation Studies del 1972 (ma pubblicato tre anni più tardi), il ruolo di fondatore della corrente omonima: da un lato voleva opporsi sia all’impressionismo dell’approccio letterario, sia alle pretese di scientificità (ritenute eccessive) dell’approccio linguistico imperante, ma dall’altro ampliava le prospettive di studio e riflessione in una direzione che poi sarebbe stata ‘culturologica’. [2]
Un suo saggio del 1969 sulla traduzione poetica (La versificazione: le forme di traduzione e la traduzione delle forme, tradotto da Margherita Di Michiel) è incluso nell’antologia curata da Siri Neergard, Teorie contemporanee della traduzione (Bompiani 1995, 20022, pp. 239-256); che sia un contributo secondario rispetto al tema qui escusso lo dimostra, credo, il fatto che l’introduzione stessa della curatrice gli dedica una sola paginetta (p. 36), sebbene l’apporto di Holmes alle ‘grandi manovre’ della traduttologia sia comunque riconosciuto nelle note 3 e 17 da Neergard.

Anton Popovič (1933-1984) è invece l’esponente più noto (si fa per dire…) in Occidente della scuola slovacca di Nitra, ed è merito assoluto di Osimo la presenza sul mercato librario italiano del suo testo chiave, «un pilastro della scienza della traduzione»: Teória umeleckého prekladu (Bratislava 1975), che tradotta da Daniela Laudani, rivista da Osimo e collazionata sull’edizione sovietica seriore (Problemy chudožestvennogo perevoda, Moskva 1980) ha dato origine a La scienza della traduzione. Aspetti metodologici. La comunicazione traduttiva (Hoepli 2006), «la prima traduzione in una lingua al di qua della vecchia cortina di ferro». [3]
Opportunamente sia la traduttrice sia Laura Salmon [4] rammentano la collaborazione fra i due studiosi ed, è ancora Osimo che affianca le loro schede nel suo Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei (Hoepli 2002, pp. 212-5).

 

NOTE

[1]
Più noto come Cirillo, nome assunto a Roma con l’ordinamento monacale, poco prima di morire (una cappella dedicatagli a fine Ottocento nella straordinaria chiesa romana di san Clemente ospita le sue spoglie), lasciando al fratello Metodio il compito di proseguire l’evangelizzazione del mondo slavo. Una figura forse trascurata da chi non abbia familiarità con gli studi slavi, ma il cui valore apparento al visigoto Ulfila, o all’umanista Erasmo. Francis Conte lo definisce infatti «il primo grammatico degli Slavi […], linguista notevole per i tempi» (Gli Slavi. Le civiltà dell’Europa centrale e orientale, trad. di Ernesto Garino e Dario Formentin, Einaudi 1991, p. 438), ma soprattutto ricorda che «nell’opera di conversione degli Slavi occidentali all’ortodossia [… difese] la necessità delle lingue e delle liturgie nazionali» ribaltando abilmente l’accusa di eresia che gli muovevano le gerarchie tradizionali: essa non stava «nel tradurre il Verbo, bensì nell’impedire la comprensione della parola del Cristo respingendo le lingue nazionali» (p. 439), sicché ‘barbari’ diventavano coloro che privilegiavano unicamente latino e greco.
Secondo Emanuele Banfi i ‘santi fratelli’ «non solo inventarono, sul modello greco, un alfabeto (l’alfabeto glagolitico, ancora oggi usato in alcune chiese croate dell’Istria, base dell’alfabeto cirillico [che però è successivo – AdeL]) che potesse servire quale mezzo per la formazione di una scripta slava (in una fase linguistica in cui le lingue slave erano, tra l’altro, relativamente poco differenziate al loro interno) ma, soprattutto, forgiarono, a tavolino, una lingua, sostanzialmente artificiale, che potesse valere quale collante, quale elemento di identità, per la grande compagine del mondo slavo. [… cioè] l’invenzione del paleoslavo (o slavo ecclesiastico, o antico bulgaro), un sistema linguistico basato sulla varietà del dialetto slavo-macedone parlato dagli Slavi meridionali tessalonicensi e fortemente modellato, quanto a sintassi e lessico, sul greco bizantino-ecclesiastico» (Le coordinate per una storia linguistica del continente europeo: questioni teoriche e metodologiche, in Le radici prime dell’Europa. Gli intrecci genetici, linguistici, storici, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti – Bruno Mondadori 2001, pp. 364-5).
Tale invenzione attecchì principalmente presso «le genti slavo-orientali (Russi, Ucraini, Bielorussi) e meridionali (Bulgari, Macedoni, Serbi), ovvero le componenti slave orientate verso Bisanzio; mentre le altre componenti, le slavo-occidentali (Polacchi, Cechi, Slovacchi) e due componenti slavo-meridionali (Sloveni, Croati) furono attratte nell’orbita romano-germanica e subirono, attraverso l’orientamento verso il cristianesimo romano/romano-germanico e il conseguente influsso del latino come lingua di cultura, un processo di progressiva occidentalizzazione, vistosamente segnato, tra l’altro, proprio dall’adozione dell’alfabeto latino (anche nella sua forma gotico-germanica)» (Banfi, p. 365).
E Conte rammenta che a forza di tradurre la Bibbia, libri liturgici greci, la patristica, il diritto bizantino e qualche testo ‘scientifico’ «i traduttori divennero i primi creatori delle lingue letterarie slave […] nel solco della tradizione bizantina. Fra i Serbi, i Bulgari e i Russi, le opere originali in lingua slava venute ad affiancarsi a traduzioni sempre più numerose consentirono lo sviluppo delle culture bizantino-slave all’insegna di un vero e proprio processo di filiazione» (Conte, p. 440). Anche per questo papa Woityła li nominò compatroni d’Europa nel 1980, insieme a Benedetto da Norcia, come si apprende su Wikipedia.
Per aggiornamenti e sparigliare un po’ il quadro, non senza una giusta vis polemica, aggiungo infine l’amico Luigi Marinelli, Fra Oriente europeo e Occidente slavo. Russia e Polonia (Lithos 2008).

Insomma, quell’area geolinguistica ci fa pensare a una situazione in un certo senso inversa a quella avvenuta nella Romània (di estensione pressoché equivalente) e che, entro certi limiti (se cioè si prende per buona la qualifica di ‘artificialità’ avanzata da Banfi), sembra mettere in crisi una certa concezione di lingua ‘dal basso’ – quella che, per capirci, vanificò tutti i tentativi descritti nel libro scritto da Eco per la collana ‘comunitaria’: La ricerca delle lingua perfetta nella cultura europea (Laterza 1993 – un testo che ebbi il piacere di redazionare, senza dovervi apportare nessuna correzione sostanziale, per mia fortuna, ma in fondo anche sua…).

[2]
È così per esempio nella prima pagina, la numero 11, della prima edizione di Paola Faini, Tradurre. Dalla teoria alla pratica (Carocci 2004 – ma tutta la Parte prima, che analizza lo sviluppo storico della disciplina, scomparirà nella «nuova edizione» del 2008: Tradurre. Manuale teorico e pratico).
Analogamente, ma in maniera più approfondita, esordisce il capitolo IX, a firma di Margherita Ulrych, La traduzione nella cultura anglosassone contemporanea: tendenze e prospettive, in Ead. (a cura di), Tradurre. Un approccio multidisciplinare (Utet 1997, pp. 213 ss. e cfr. specificamente il paragrafo 9.3.4.).
Si veda anche il capitolo 4 di Edwin Gentzler, Teorie della traduzione. Tendenze contemporanee, a cura di Margherita Ulrych, trad. di Maria Teresa Musacchio, Utet 1998 (ed. or. inglese 1993).
Jeremy Munday riproduce assai utilmente gli schemi in cui Holmes immaginava di articolare la disciplina, filtrati attraverso l’israeliano Toury (Manuale di studi sulla traduzione, trad. di Chiara Bucaria, Bononia UP 2012 – ed. or. inglese 2001, 20082: § 1.4, pp. 34-38).

[3]
Questa citazione, dalla «Nota della traduttrice», è a p. XXVI dell’edizione italiana citata; la precedente, di Osimo, a p. X ivi.

[4]
Nella prima nota all’Introduzione del suo Teoria della traduzione. Storia, scienza, professione (Vallardi 2003, p. 245).

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Le «geschmuggelte Freundschaften» di Lavinia Mazzucchetti

Lavinia Mazzucchetti

Lavinia Mazzucchetti

Giovedì 29 gennaio la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori organizza a Milano un convegno sulla germanista Lavinia Mazzucchetti, dal titolo (a mio avviso un po’ troppo accademico e tutto sommato scarsamente perspicuo) Transfer culturale e impegno civile nell’Europa del Novecento (per gli amici in zona: sala Mario Monicelli, via Riccione 8). Sono passati infatti cinquanta anni dalla sua scomparsa.

Questa segnalazione è dettata da qualcosa che va persino oltre gli interessi personali, pur comprendendoli: un ramo dei miei antenati paterni riconduce infatti alla famiglia piemontese Mazzucchetti (in particolare Antonio e il figlio Alessandro, ingegnere che realizzò le stazioni ferroviarie di Alessandria, Torino Porta Nuova e Genova Porta Principe). Mi affretto ad aggiungere che non sono in grado di precisare il grado di parentela con Lavinia, la quale non era menzionata fra i parenti stretti quando ero piccolo; eppure so che da quando lessi il suo nome su qualche volume scolorito di letteratura tedesca, in biblioteca o sulle bancarelle (o forse era l’Erasmo di Zweig? neanch’io ricordo più quando possa esser avvenuto), rimasi folgorato, scattò una specie di corto circuito tra quel nome e il fatto che io stesso abbia studiato tedesco (non all’università ma presso il Goethe Institut) e sia in grado di tradurlo (spesso malamente…).

Su internet ho trovato senza difficoltà diversi materiali su di lei:
(#) la voce a lei dedicata da Maria Paola Arena sul Dizionario biografico degli italiani (vol. 72, 2008), ospitato su Treccani.it, risulta quella più ricca;
(#) si può integrare con la presentazione sul sito della Fondazione Mondadori, che ospita un fondo con moltissimi documenti scritti e iconografici, inserito nel progetto “Scrittrici e intellettuali del Novecento. Le carte d’archivio”, realizzato in partenariato con la Fondazione Elvira Badaracco e con il contributo della Fondazione Cariplo e inventariato su supporto informatico tramite l’applicativo Sesamo della Regione Lombardia, dichiarato di notevole interesse storico dalla Soprintendenza archivistica per la Lombardia;
(#) è sempre la Fondazione Mondadori che ha mandato in stampa quest’anno «Come il cavaliere sul lago di Costanza». Lavinia Mazzucchetti e la cultura tedesca in Italia, a cura di Anna Antonello (co-autori su aspetti particolari della vita professionale di Lavinia: Mario Rubino, Arturo Larcati, Michele Sisto, Massimo Bonifazio e Anna Lisa Cavazzuti);
(#) informazioni più discorsive si reperiscono ad esempio sul sito Milanofree.it;
(#) invece la pagina italiana di Wikipedia è scarna, ma con un elenco analitico (e tendenzialmente esaustivo) dei testi da lei scritti e di quelli da lei tradotti;
(#) in compenso vedo segnalato addirittura un interessante articolo di Maria Pia Casalena pubblicato nel 2007 sulla rivista Genesis, VI/1, e intitolato Contrabbandiera di cultura. Lavinia Mazzucchetti e la letteratura tedesca tra le due guerre (scaricabile a pagamento).

Al convegno tuttavia non parteciperò. Cliccando qui se ne può consultare liberamente il programma con una dozzina di relatori, fra i quali segnalo la presenza di Natascia Barrale, autrice nel 2012 di una preziosa monografia sulle traduzioni di narrativa tedesca durante il fascismo in cui Lavinia ha una parte di rilievo. Per capire meglio il titolo che ho dato a questo post, infine, si può leggere questo saggio del 2012 di Elisabetta Mazzetti, proveniente anch’esso dalla Fondazione Mondadori.

AGGIORNAMENTO – 7 MAGGIO 2015
Gianfranco Petrillo informa sull’andamento del convegno nel numero 8 della rivista on-line tradurre, all’interno della sezione “Strumenti”.

Una modesta proposta… ecumenica, in odor di eresia?

La festa mobile del Paràclito
Ieri era il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua, in cui i primi cristiani celebravano la Pentecoste (da cui il nome stesso); la seconda lettura a messa è tratta, come di solito, dall’inizio degli Atti degli apostoli, dove si parla dello Spirito santo che discende sui discepoli di Cristo e li rende capaci di parlare con tutti nelle loro stesse lingue.
Vale a dire, di esprimersi come se fossero traduttori/interpreti provetti, in grado di padroneggiare idiomi altrui anche lontani, astrusi, ignoti ai più.
Rileggiamo con attenzione il passo 2, 2-13 (cito dall’edizione curata dalla Conferenza episcopale italiana nel 2008, disponibile online p.es. a questo indirizzo con agevole maschera di ricerca[nota 1]):

tutti […] cominciarono a parlare in altre lingue [… e] ciascuno li udiva parlare nella propria lingua […] nativa,

indipendentemente dalla loro nazionalità di origine:

Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi.

Ciò avvenne con un fragore improvviso dal cielo, come un vento che si abbatte impetuoso, come lingue di fuoco (riordino liberamente, mantenendo però i termini presenti nella CEI), provocando turbamento, stupore, meraviglia, perplessità, ma anche derisione, se alcuni li schernivano affermando:

Si sono ubriacati di vino dolce.

Che è soltanto una modalità diversa del rendere invisibile, trasparente, il lavoro traduttorio.

Rivendicazione e proposta
Perché, allora, non farsi carico di questo senso di ‘straniamento’ riappropriandosene bellicosamente e mutandone orgogliosamente il segno, passando cioè dall’ostranenije di origine tardo-ottocentesca del formalismo russo alla Verfremdung brechtiana[nota 2], perché non sfruttare questa occasione per celebrare IL GIORNO DELLE TRADUZIONI?
L’umile lavoro svolto quotidianamente dai traduttori/interpreti sparsi in tutto il mondo rinnova senza posa quel momento altissimo e splendido, quello squarcio apparentemente singolare, avvicinandolo (come forse avrebbe voluto Cristo?), ossia rendendolo più affine (e non più evento isolato), alle capacità, abilità e competenze umane.

Zeitgeist
A) L’uso dell’aggettivo ‘trasparente’, assolutamente sostituibile (quindi perfetto sinonimo, in base alla prova di commutazione hjelmsleviana) in quel contesto, non è affatto peregrino, anzi, del tutto intenzionale. Per questo è evidenziato in nero.
Infatti credo sia soltanto un caso apparente che il primo testo pubblicato da Lawrence Venuti (Our Halcyon Days: English Prerevolutionary Texts and Postmodern Culture) sia comparso nel 1989, lo stesso anno in cui uscì La società trasparente di Gianni Vattimo: a mio modesto avviso potrebbe essere oltremodo interessante, fruttuoso, istruttivo (scegliere l’aggettivo più adatto) un confronto tra le tesi di fondo del filosofo torinese (di cui si parlò molto nei primi anni Novanta, all’interno del tentativo di fornire un quadro interpretativo del postmoderno e/o del ‘pensiero debole’, dopo il fondamentale Crisi della ragione) e gli spunti più generali che emergono dalla lettura venutiana ‘eversiva’ della storia delle traduzioni.

B) Per chi sia troppo giovane, rammento che quello fu l’anno in cui crollò il muro di Berlino, preludio al crollo della ‘cortina di ferro’, cioè dei regimi che gravitavano neall’orbita culturale sovietica, e quindi anche al disfacimento dell’Unione delle (15) repubbliche socialiste, che divenne prima una Federazione russa e poi si ridenominò Comunità degli Stati indipendenti [nota 3]. In quegli anni di cambiamenti tanto rapidi quanto immani, uno degli slogan di Michail Gorbačëv era glasnost’, usualmente ma imprecisamente reso in italiano con ‘trasparenza’ [nota 4]!

* * * *

nota 1
Confrontare le versioni in latino e greco, che si possono ricavare (come DOC) da questa pagina sul sito Documenta Catholica Omnia.

nota 2
Trovo il parallelo in J. Striedter nella sua Einleitung al primo volume dei Texte der russischen Formalismus, Fink, München 1969, poi 1971 e 1977 in economica (senza originali russi a fronte); in inglese si legge a p. 6 del suo Literary Structure, Evolution, and Value. Russian Formalism and Czech Structuralism Reconsidered (Harvard UP, Cambridge-London 1989 – «Harvard Studies in Comparative Literature», 38). L’estraneazione di Brecht ha una consapevolezza e, dunque, una capacità di incidere maggiore rispetto all’altro concetto.
Su internet si trova un saggio di Luca Di Tommaso del 2008 che analizza la relazione fra i due termini, citando altri autori di rilievo nella letteratura a riguardo.

nota 3
A me che non sono uno specialista, consultando tutti i link presenti nelle sezioni 9.3 e 10. della voce wikipediana Storia della Russia pare che si ottenga una ricostruzione discreta, almeno per quanto concerne i fatti.
Un testo da tenere presente sicuramente è Timothy Garton Ash, le rovine dell’Impero. Europa centrale 1980-1990 (Mondadori 1992: è la fusione di The Uses of Adversity, Random House, New York 1989 e di We, the People, Granta Books, Cambridge 1990; traduzione di Marco Papi), soprattutto per l’ottica allargata da parte di un testimone oculare e ‘partecipativo’.

nota 4
In realtà il concetto mi sembra più prossimo a quello di Öffentlichkeit, le cui origini settecentesche seppe ricostruire Habermas nell’ormai lontanissimo 1962 (dando filo da torcere, già allora, ai traduttori, pur illustri; il titolo fu reso con Storia e critica dell’opinione pubblica).
Significa libertà di espressione e di informazione (non semplicemente ‘diritto all’informazione’, quale si legge nel Sabatini-Coletti on-line tramite CdS, scopiazzato p.es. sub voce dal Dizionario-italiano.org), come informava in un intervento sul tema (facilmente reperibile googlando) il russista Vittorio Strada nella terza pagina del «Gazzettino» del 21 marzo 1987, ricordando tra l’altro che il medesimo termine fu utilizzato già da Solženitsyn nella lettera aperta al IV Congresso degli scrittori sovietici (1967) quale condizione per la rinascita del proprio paese.
Sagacemente, il “dizionario di scienze e tecniche” nota l’influsso semantico esercitato dall’«assonanza con la parola inglese, tedesca, francese che designa il vetro (rispettivamente glass, Glas, glace)». Lo chiamerei più precisamente ‘connotazione’.

La terminologia sul ‘baratro’

In questi ultimi giorni uno degli argomenti di politica estera (statunitense, per la precisione) più seguiti è stato la corsa per evitare il cosiddetto “fiscal cliff”. Qui non mi soffermo sull’aspetto fiscale o politico della questione (anche se immagino che avrebbe potuto avere ripercussioni anche sulla nostra economia, proprio perché tuttora a rischio e quindi più esposta), ma sul modo di tradurre il termine nei mezzi di informazione.
Pago subito il mio debito a un sito che si è già soffermato su quella identica espressione polirematica: già il 12 novembre 2012 Licia Corbolante postò sul suo Terminologia etc. un post molto ben articolato, poi ancor più arricchito dai commenti di utenti più accorti/esperti.(1)
“Fiscal cliff” è in sé un’espressione tecnica, che però viene veicolata, rivestita da un’immagine che evoca in maniera più vivida la conseguenza pericolosa (forse per scongiurarla?). Questa particolarità non è strana o insolita: nello stesso linguaggio della fisica teorica si ritrovano tante metafore, e ci sono molti studi che mettono in luce questa peculiarità.
Venendo specificamente alla resa in italiano, una banalissima ricerca su Goggle restituisce per il sostantivo oscillazioni fra “abisso”, “baratro”, “precipizio” e “rupe” (Licia aggiungeva persino “scogliera”). “Baratro” è il più frequente e verosimilmente si imporrà; nel contesto specifico “rupe” sembra assolutamente incongruo, purtroppo si tratta del primo significato(2) presente su uno strumento di facile utilizzo come Wordreference.com, dal quale redattori poco esperti con l’inglese potrebbero averlo ricavato, senza capire che in originale l’immagine si rivolge verso il basso, connota insomma una caduta, mentre la “rupe” (altri traducenti sulla medesima fonte: “scogliera”, “falesia”) fa venire in mente un’ascesa, un percorso verso l’alto.
Purtroppo neanche fonti cartacee sembrano di grande aiuto: il Ragazzini della Zanichelli, il Passerini Tosi della Paravia o il Picchi della Hoepli (ma non ho le ultimissime versioni) offrono una serie di traducenti addirittura più ristretta, ma comunque ‘sbilanciati’ tutti ed esclusivamente verso l’alto, nel senso appena detto.(3)
Si potrebbe anche consultare qualche dizionario dei sinonimi (quelli che ho in casa sono un obsoleto Tommaseo, l’improbabile Gabrielli,(4) un piccolo Folena, il (anzi LA, dato che è una donna, ma il cui nome è stato sempre abilmente occultato, come per tema che dichiarare una ‘maternità’ andasse a scapito della qualità e affidabilità dell’opera…!) Quartu, il Pittano maior e infine il Garzanti curato da Stoppelli (al quale cominciai a lavorare, prima di cambiare editore e impresa). Quest’ultimo è l’unico che si avvicini (nelle schede lì denominate “Inserti di sinonimia ragionata”) a un modello già da tempo consolidato nel mondo anglosassone, ma da noi purtroppo non praticato, chissà per quale recondito motivo (occorrerebbe però rifletterci con attenzione, possibilmente anche per porvi rimedio): la messa a confronto di vari termini, per spiegarne le sfumature di senso, i contesti d’uso, eventuali diversità di registro ecc., che a mio avviso consentono di comprendere assai più della fila anodina di altre parole che siamo soliti trovare. Qualche esempio, sempre dai miei scaffali? La Penguin Modern Guide to Synonyms and Related Words (a cura di Samuel I. Hayakawa, prima ed. Funk e Wagnalls 1968; riveduta da Paul J. Fletcher per l’edizione Cassell 1971, tarata sul “British Eglish”) e il Webster’s New Dictionary of Synonyms (1984 – ma chi è abituato a consultare la terza edizione del Webster sa già cosa può trovarci). Del resto, con i ritmi frenetici di lavoro odierni, chi si può permettere il lusso di ‘perdere tempo’ a consultare tanti dizionari differenti, per di più su carta, al fine di risolvere una questioncella così minuta…?

Tornando rapidamente al filo del discorso, ciò che voglio dichiarare è che mi sembra sia in atto un movimento di ‘acclimatazione’ di termini, in cui più soluzioni lottano per imporsi. Il bello sta tutto qui: cogliere un processo in corso, in fieri, (poco) prima che si cristallizzi. Il percorso che porta alla vittoria dell’una o dell’altra opzione non è chiaro, e non è nemmeno sempre quello che farebbe risplendere una presunta ‘verità’ o ‘realtà’ interna (qui penso all’Eco dell’ornitorinco e alle varie fasi attraversate da Hilary Putnam), la quale poi scalzerebbe quelle che si allontanano da essa. Tutto ciò mi ha fatto tornare in mente il bel saggio Sistema, norma e «parole» (1952) del linguista rumeno Eugenio Coseriu, che si legge nella raccolta Teoria del linguaggio e linguistica generale. Sette studi (Laterza 1971, pp. 19-103) curata da Raffaele Simone. E’ il concetto di “norma” che finisce per svolgere la funzione di mediare tra varie opposizioni: sociale/individuale, astratto/concreto, reiterazione/innovazione, sistema/realizzazione. Ma occorre lavorare, studiare, riflettere ancora per amalgamare questi concetti dentro la riflessione traduttologica.

Siamo a inizio anno e vorrei portare un po’ d’aria nuova anche fra le cose di cui mi occupo, quindi concludo suggerendo un collegamento con una disciplina che non si è ancora affermata appieno qui da noi, la terminologia, ma dalla quale ci si potrebbe aspettare molto.
In estrema sintesi, come si può ricavare anche dalla definizione in Wikipedia, la terminologia come disciplina autonoma si caratterizza per l’approccio onomasiologico anziché semasiologico, al quale sono legate le discipline linguistiche affini, come lessicologia e semantica. Su di essa indico (a) un testo a stampa, (b) un sito tutto italiano e (c) un’introduzione, realizzata all’estero ma disponibile anche nella nostra lingua, che ritengo rappresentativi dell’approccio.
(a) Il volume è il tuttora insuperato Manuale di terminologia (sottotitolo: Aspetti teorici, metodologici e didattici), è a cura di Marella Magris, Maria Teresa Musacchio, Lorenza Rega e Federica Scarpa; pubblicato da Hoepli nel 2002, raccoglie saggi di Franco Crevatin, Susanna Soglia, Khurshid Ahmad, Stefania Coluccia, Bassey E. Antia, Felix Mayer e Claudia Cortesi (oltre che delle curatrici medesime).
(b) Il sito nostrano è quello di Veronica Carioni, che ha organizzato una Breve introduzione alla terminologia, in grado di offrire un’infarinatura più che decente: cliccare per credere!
(c) Il tutorial è noto in inglese come Pavel Terminology Tutorial e la versione italiana è, come si legge direttamente nella pagina apposita del sito “Termium Plus” del Bureau de la Traduction/Translation Bureau canadese (ecco perché bilingue!), “un’iniziativa del professor Franco Bertaccini, della Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Forlì, Università di Bologna. Il professore ha ritenuto che lo strumento fosse talmente utile da richiedere al Servizio Traduzioni l’autorizzazione a realizzarne la versione italiana, da utilizzare come strumento didattico e di conoscenza terminologica”. Utile complemento è l’Handbook of Terminology, redatto da Silvia Pavel e Diane Nolet (adattato in inglese da Christine Leonhardt): un vero e proprio libro di 172 pagine in formato PDF scaricabile gratuitamente da questo indirizzo.
Infine, per chi volesse approfondire, già nel 2011 la solita Licia forniva un primo ragguaglio bibliografico.

AGGIORNAMENTO 1 (il giorno dopo)
Trovo sul sito Treccani una sezione di ‘Speciali’ con 5 articoli che possono tornare utili a chi voglia farsi un’idea più definita dell’approccio terminologico. Gli estensori sono Maria Teresa Zanola (2), Andrea A. Conti (di formazione medica), Patrizia Collesi e Riccardo Gualdo. Quest’ultimo è utile per precisare quanto scrivevo sulla ricezione in Italia.

AGGIORNAMENTO 2 (dopo qualche giorno: 14/1/1012)
Riguardo a questo stesso argomento, in francese falaise fiscale, ho trovato (come al solito, serendipicamente) sul blog Les piles intermédiaires una serie di riflessioni interessanti, anche nello specifico semantico-terminologico, e corredato di vignette gustose. Meglio di quanto ho saputo fare io qua sopra (ma ad esempio si noti che anche lì si prende in considerazione l’asse spaziale alto/basso). Almeno posso dire, però, di essermi levato (a posteriori) una piccola soddisfazione, battendolo sul tempo: quello è datato 4 gennaio!

AGGIORNAMENTO 3 (17/2/2013)
Perché ho trovato un riferimento al convegno TRALOGY, tenutosi a Parigi il 3 e 4 marzo 2011,(5) sugli sviluppi e le tecnologie della traduzione, di cui è possibile scaricare gli interventi. In particolare, segnalo nella prima sessione l’intervento di John Humbley (in francese, nonostante il nome inglese) sulla «complementarità dimenticata» fra terminologia e traduzione (quella specializzata, principalmente). Vi si analizzano i rapporti fra le due discipline, dalle origini nel manuale di Dubuc del 1978 all’attuale superamento della vecchia ‘disaffezione’ passando attraverso i programmi europei. Utile la bibliografia finale per approfondire.

convegno parigino del 2011 sul futuro della traduzione

Tralogy

NOTE

(1)
In generale, ritengo che il blog ‘intercetti’ con tempestività parecchie espressioni interessanti dell’inglese contemporaneo, sulle quali vengano fornite precisazioni ponderate e (perciò) stimolanti: a riprova si veda il post del 21 dicembre 2012 sulle ambiguità di fiscal cuts.

(2)
Ma subito sotto, raggruppati verosimilmente in base al mero genere grammaticale, si leggono anche “dirupo” e “precipizio”, che dal punto di vista semantico andrebbero invece meglio accanto alla “scarpata” della prima riga, la quale schiera i sostantivi femminili.

(3)
E qui si potrebbe aprire il discorso, interessantissimo se non ci portasse troppo lontano, di quanto le opere di consultazione si ‘copino’ tra di loro e quanto elaborino invece autonomamente – e non mi riferisco qui esclusivamente ai vocabolari bilingui, ma anche ai dizionari tout court, a cominciare dalla quantità di parole che alla fine degli anni Ottanta trovavamo riprese nello Zanichelli dal venerando Tommaseo-Bellini. Perciò aggiungo che qui ci starebbe bene almeno uno sguardo a Mario Cannella, Idee per diventare lessicografo. Cambiare il vocabolario dell’italiano che cambia (Zanichelli 2010).

(4)
Che però ho scoperto piacere molto a Franca Cavagnoli: La voce del testo. L’arte e il mestiere di tradurre (Feltrinelli, 2012), a p. 162. Ma in fondo lei stessa nota, sia pure in tono più lieve e ironico, un ‘fastidio’ analogo al mio, quando nella pagina successiva scrive del Premoli: «rapiti dalla bellezza del racconto di ciascuna parola e dalle parole stesse […], si rischi[a] di perdersi e di leggere per ore il vocabolario, voce dopo voce, dimenticando la ragione per la quale lo si era aperto». Siccome di quest’opera non ci sono gli estremi bibliografici a fine volume (strano — ma forse il redattore ha deciso di ignorare le opere ‘vecchie’, o magari era un po’ distratto…), provvedo subito: Palmiro Premoli, Il vocabolario nomenclatore, 2 tomi, Zanichelli 1989 (pp. IX-2688; ristampa anastatica identica al testo originale Il tesoro della lingua italiana. Vocabolario nomenclatore, 2 voll., Manuzio, Milano 1909-1912). Si tratta del «primo importante tentativo nella storia della lessicografia italiana di riprodurre il procedimento proprio del pensiero che spazia per associazione d’idee, per analogie o per metafore da un argomento all’altro, da una parola all’altra», come si può leggere nella scheda relativa sul sito dell’editore attuale (presso il quale risulta tuttora disponibile).

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La seconda edizione si è svolta, sempre a Parigi, il 17 e 18 gennaio 2013, col titolo «Trouver le sens: où sont nos manques et nos besoins respectifs?» ed era organizzata dai paesi baltici che fanno già parte dell’Unione europea (Estonia, Lettonia e Lituania). L’incontro prendeva le mosse dagli esiti dell’incontro precedente e invitava a esporre le criticità presenti nei vari approcci allo studio del linguaggio, dato che è evidente la necessità di trovare punti di contatto in grado di sostenere a vicenda le discipline coinvolte. Sul sito si possono leggere i panel con relatori e interventi e poco altro, ma probabilmente fra qualche mese ci saranno i vari contributi, che a giudicare perlomeno dai titoli sembrano di sicuro interesse anche per chi si occupa di traduzione.