(Piccola) biblioteca della lingua italiana

Piano dell’opera “Biblioteca della lingua italiana” – I classici del CdS

Oggi è uscito il primo volume(tto) di una serie allegata al maggiore (?) quotidiano nazionale, il Corriere della sera di via Solferino (questo è un vecchio topos, credo incomprensibile agli stranieri). L’immagine qui sopra riproduce il piano dell’opera e si trova alle pagine 8-9 del libro.
È una delle tante iniziative del genere, inaugurate ai primi anni del nuovo millennio e inizialmente salutate con grande entusiasmo dagli editori, che notandone il successo pensavano di risolvere così, cioè senza grandi sforzi ideativi, di risolvere i propri, cronici problemi di liquidità. È stato in molti casi un buon sistema per movimentare la cosiddetta backlist, cioè il ‘fondo’ di buoni titoli di svariate case editrici (parlo soprattutto per la saggistica, ovvio), che altrimenti con difficoltà sarebbero stati ‘smerciati’, o con tempi molto più lunghi che rischiavano di diventare anti-redditizi.
Questa in particolare è diretta da Giuseppe Antonelli (n. Arezzo, 1970), docente di Linguistica italiana a Cassino e noto a un pubblico probabilmente più ampio di quello degli studiosi in quanto conduttore (credevo fosse l’ideatore, però mi sbagliavo) della trasmissione radiofonica “La lingua batte”, che va in onda su Rai3 tutte le domeniche alle 10,45 (clicca qui se vuoi risentirne qualcuna, purché non sia prima del 22 febbraio 2014).
La collana, tutta di testi pubblicati da autori italiani (potrebbe sembrare un truismo, ma non lo è) negli ultimi vent’anni, conta 25 titoli, quindi andrà avanti per tutti i mercoledì fino al 7 marzo 2018.

Ho aggiunto “piccola” alla denominazione scelta dal Corriere per la serie in quanto si tratta di volumi «concepiti fin dall’inizio per un largo pubblico […] e dal tono divulgativo» (così Antonelli nella sua Presentazione generale, a p. 6).
Non so se il prezzo rimarrà costante per tutta la serie (tantomeno se ci saranno cambiamenti rispetto all’ordine di uscita, caso non infrequente), comunque questo (7,90€ + il costo del giornale) è conveniente rispetto all’edizione cartacea tuttora offerta sul sito dell’editore Laterza (12€ – la prima edizione era del 2002, nel 2017 è arrivata alla quinta), leggermente meno rispetto alla «versione digitale in formato ePub con DRM» (7,49€), che però è ‘immateriale’, appunto, mentre questa riprende quella originaria, anche nel formato pressoché tascabile (in realtà questa ‘marchiata’ CdS presenta dei risguardi, che non ci sono mai stati in tutta la storia della collana UL – li ho sempre pensati come una sorta di scorciatoia per fungere da segnalibro). È evidente che comunque all’editore conviene questa formula (e in questo non c’è nulla di male), sui cui dettagli commerciali però non so nulla di specifico. Né so come sia messa la carta stampata, di cui a inizio anno venivano dichiarati grossi affanni. Qualche edicolante vende anche il libretto senza giornale, ma non sempre senza una corrispondente riduzione di prezzo per l’acquirente 😦

Buone letture in tutti i casi!

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Qualche libro dalla Francia

Mi sono concesso una breve vacanza in una città dove non sono mai stato, anche se forse avrei dovuto da tempo: Parigi!
La mattina dell’ultimo giorno di permanenza (e del mese di luglio) ho fatto un salto in una libreria (Gibert Joseph sul boulevard Saint Michel: occupa quattro piani + un seminterrato), abbastanza simile a una Feltrinelli, ma con la particolarità di mettere nello stesso scaffale, una accanto all’altra, una copia nuova e una usata della medesima opera, se disponibile.
In più, dopo l’ampio settore di linguistica, ecco spuntare un’esile ma interessante sezione “traductologie”, che ho scoperto solo dopo un po’ perché evidentemente il commesso al quale mi ero rivolto non era molto pratico di queste branche del sapere. Vi risparmio in tutti i casi il racconto di cos’altro ho sbirciato.
In una prossima visita mi riprometto di perlustrare meglio libreriole accanto alle Sorbone più “umanistiche”, anche perché questo periodo non era favorevole, tra chiusure per ferie e assenza di corsi.
Ecco comunque cosa ho incamerato, dopo aver deciso di calmierare gli acquisti puntando unicamente su autori che conoscevo già:

  • Henri Meschonnic (1932 – 2009) è una sorta di ‘mostro sacro’ della traduttologia (e non solo: più spesso passa da poeta) francese (e non solo); l’originale di questa edizione tascabile uscì nel 1999 e credo che l’attacco sia già stato tradotto da Nazzareno Mataldi nel n° 23 di «Testo a fronte» del 2000 (pp. 5-36), come Poetica del tradurre – Cominciando dai principi.
    Ho cominciato a leggerlo subito, attratto dal titolo di uno dei capitoli: «L’Europe des traductions est d’abord l’Europe de l’effacement des traductions» (p. 38), che in una trentina di pagine condensa una storia della traduzione a modo suo.
    Nello scaffale c’era anche il suo ultimo sforzo, dal titolo affascinante: Langage, histoire, une même théorie (sempre per Verdier, 2012). Purtroppo dimensioni e costo non erano così ‘affabili’ come questo delizioso libretto, che comunque sfiora le 600 paginette.

  • Questo reader accademico di oltre trecento pagine torna utile per quanto sto scrivendo, almeno per la sintesi di D’Hulst sugli anni 1722-1789 (pp. 83-100), seguita da un saggio di José Lambert relativo al discourse implicite sur la traduction dans l’Encyclopédie (pp. 101-119 ricordo qui che nel 2006 D’Hulst curò, insieme a Dirk Delabastita e Reine Meylaerts, Functional approaches to culture and translation, saggi di Lambert scelti e raccolti nel volume 69 della nota «Benjamins translation library»).
    Quello che adesso è il “mio” volume è presente in tre sole biblioteche dell’Opac-Sbn (nessuna di queste a Roma).
  • Van Hoof era un altro ‘Carneade’ delle mie peregrinazioni bibliografiche, ma poco ‘permeabile’ su internet, donde lo stupore nel trovarmelo di fronte senza preavviso. Questo volume impegnativo (chiude a pagina 368), ampliamento del 1991 di un altro suo lavoro apparso cinque anni prima, dopo una ventina di pagine introduttive espone la materia in 5 capitoli piuttosto densi, suddivisi per paese: Francia, Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi e Fiandre, paese degli zar e dei soviet (sic, anche se il sottotitolo riporta più pudicamente ‘Russie’). La ripartizione può essere opinabile in linea teorica, ma prima di scagliare anatemi aprioristici occorre vedere praticamente come viene affrontata. Nonostante anche questo testo fosse scontato, è risultato piuttosto caro; peraltro già sapevo che fra tutte le biblioteche italiane consultabili dall’Opac-Sbn risulta disponibile solamente in undici, e a Roma esclusivamente alla Casanatense.

  • Mollier è un testo che conoscevo da qualche recensione su internet e mi incuriosiva anzichennò. Negli scaffali occhieggiavano ancora copie della epocale e ponderosa Histoire de l’édition française curata da Chartier e Martin nella prima metà degli anni Ottanta e poi ripubblicata nel 1990-91, ma il costo era eccessivo (e tutto sommato anche il peso nella valigia non sarebbe stato trascurabile… soprattutto viaggiando con una compagnia aerea low-cost). Quindi non ho avuto dubbi ad afferrare questo libretto, che comunque supera le 400 pagine, sia pure di piccolo formato, e ha l’indubbio vantaggio di essere ‘vecchio’ solamente di un paio d’anni.

  • Infine una ‘chicca’ che inseguivo da tempo, seppure non ossessivamente: il ‘piccolo classico’ del 1991 di un grande medievista, reperticato (insieme alla ristampa Seuil 1995 di un Pierre Riché a me ancora ignoto, nonostante l’originale risalga al 1962 e si poneva come sviluppo della storia di Marrou, che fu tempestivamente tradotta e variamente ristampata in italiano, ma che per ora ho preferito lasciare ancora nello scaffale: Éducation et culture dans l’Occident barbare. VIe- VIIIe siècles) nella libreria piccola ma tutto sommato ben fornita del museo medievale di Cluny, attualmente in ristrutturazione, ma che rimane pur sempre uno dei migliori da visitare in centro, e non soltanto per la raffinatissima dame à la licorne.

Come si vede, tutto sommato nessuna novità strabiliante, ma testi che in genere hanno ‘resistito bene’ nonostante la ventina d’anni trascorsi. Pregasi inoltre notare la fascetta giallo-blu “Occasion” per 3 titoli su 5 – e gli altri due sono edizioni economiche.

Chi volesse consultarli, può contattarmi tramite un commento qui sotto.

Buon ferragosto a tutti gli altri!

 

Le fromages de/et la France

Cominciare bene (?) il 2016

Mi piace molto l’idea (e quindi, così, ora anche l’atto) di inaugurare l’anno nuovo con questo post di Christian Raimo, uscito nel pomeriggio appena trascorso.Christian Raimo su <em>Internazionale</em>

Mi piace quando scrive

Bisognerebbe ripensare radicalmente il Centro per il libro e la lettura (Cepell), o altrimenti abolirlo? Sì. […] Occorre cominciare a censire le abitudini e le pratiche più che i consumi culturali

e anche:

Molto diverso sarebbe pensare progetti strutturali: sull’educazione alla lettura – per esempio – oltre a Solimine, vanno citati i lavori di Giusi Marchetta, Antonella Agnoli, Luisa Capelli, Sergio Dogliani.

A Raimo (ma i link ai quattro autori appena citati sono stati aggiunti da me hic et nunc) vorrei affiancare qualcos’altro di affine che ho orecchiato in questi giorni.

Infatti lo scorso giovedì 7 gennaio Pagina 3 (la rassegna stampa culturale di Rai Radio 3, che si può ascoltare comodamente mentre si rifanno i letti di casa e il sole comincia a filtrare col freddo in stanze ancora tiepidamente insonnolite) durante la conduzione di Vittorio Giacopini e tramite la sua voce ha dato lettura di questa notizia:

Tablet in classe
Uno studio di Benedetto Vertecchi, decano dei pedagogisti italiani, rivela che il tablet usato in classe crea nuovi analfabeti e determina un calo negli apprendimenti. Ne scrive Salvo Intravaia a pagina 21 de La Repubblica.

Copio-incollo direttamente dal sito ufficiale, in assenza di link diretti. Tranne scoprire, senza neanche scavare tanto in profondità, che la tesi è vecchia di almeno un paio d’anni (sempre limitandosi al quotidiano Repubblica, seppure allora era formulata un po’ diversamente).
Cerco di compensare, allora, aggiungendo queste informazioni: Benedetto Vertecchi, ordinario di Pedagogia sperimentale e direttore del Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica all’Università Roma Tre, ha pubblicato di recente: Le sirene di Malthus. Pensieri sulla scuola (Roma 2004), La scuola disfatta (Milano 2006) e Il disagio, l’alfabeto, la democrazia (Milano 2007). Salvo Intravaia è autore nel 2012 di questo volumetto importante, L’Italia che va a scuola.

Un’altra pagina utile, anche se apparentemente si lega meno bene della precedente alle tesi di Raimo, è l’articolo di Fabrizio Tonello La guerra contro i giovani, pubblicato l’ultimo dell’anno sul Giornale dell’università degli studi di Padova.
È una recensione lucidamente critica di Alessandro Rosina, NEET. Giovani che non studiano e non lavorano (Vita e pensiero, 2015); l’acronimo sta per “Not in Education, Employment or Training” e il volume dimostra che la percentuale sta crescendo, sulla scorta dei dati 2014 dell’Istituto Toniolo.
Qui mi piace dove scrive

a una lettura attenta le esternazioni di prestigiosi editorialisti appaiono per quello che sono, colossali sciocchezze [… a cui] si aggiungono le affermazioni di un ministro del Lavoro che consiglia ai giovani di non studiare troppo, accontentarsi di 97 come voto di laurea e di non perdere tempo cercando di ottenere un 110 e lode.

ma soprattutto:

manca […] un’analisi sui limiti e gli effetti negativi delle politiche per il mercato del lavoro in Italia negli ultimi 20 anni, politiche che hanno favorito l’esplosione della precarietà [… e accettando] livelli elevatissimi di disoccupazione e sottoccupazione in nome degli equilibri di bilancio [imposti dall’austerità europea hanno prodotto una] forza lavoro giovanile a basso costo [… che svolge] una funzione economica precisa […, quella] di esercito industriale di riserva e [di contribuire], in un sistema produttivo a bassa innovazione come quello italiano, a perpetuare una condizione di sfruttamento dei giovani [miei i neretti – AdeL].

Infine, come una sorta di sottoscrizione di buoni propositi, voglio chiudere il cerchio rinviando a un altro post di un altro giovane autore italiano, uscito anch’esso sul sito di Internazionale, cinque ore dopo quello succitato di Raimo e a firma del suo sodale Nicola Lagioia: Proviamo a usare internet per scoprire il mondo invece che per insultare. Che (ché?) in parte dice alcune cose sulla rete (e più specificamente sui social network) che intuisco confusamente, e altre ne suggerisce per via indiretta, o magari sono io a illudermi di aggiungerle tacitamente, come per via abduttiva…
Si tratta di un articolo mooolto luuungo, che richiede tempo per assimilarlo e calma per rifletterci su (come ho già scritto sulla mia pagina Facebook).
Ora, anche volendo prescindere dai contenuti specifici, mi piace il fatto che Lagioia inserisca nel discorso un azzardo e, verso la fine, un riferimento alla scommessa pascaliana.
E dolce è la variatio di

azzardata, discutibile e visionaria

o anche

a ogni retweet, a ogni condivisione, a ogni endorsement della propria follia omicida

e in forma più elaborata:

fanno più comodo un miliardo di utenti risentiti che si comportano come creature neandertaliane o un popolo di gente evoluta che usa internet in modo consapevole, intelligente e complesso? Le @dolcecandy e i mister Hyde 2.0 che si prendono a sputi e randellate nei corridoi virtuali non sono simili a quegli schiavi ai quali – per farli sentire liberi di qualcosa – era concessa ogni tanto la libertà di massacrarsi almeno tra di loro?

Ma quando ho letto

L’agorà permanente che per i ciberutopisti sarebbe dovuta diventare internet, rischia sempre più spesso di ridursi a un’arena di gladiatori

ho capito che l’articolo parla anche, indirettamente, del Movimento 5 stelle 😉

Nicola Lagioia, vincitore dell’ultimo premio Strega

Passato è Torino

… ma non odo augelli far festa. Gli 80 euro largiti dal governo Renzi (solo sino a fine anno, ed escludendo alcune categorie) non bastano certo a risollevare le tristissime sorti dell’editoria italiana.

Oggi segnalo, ancora una volta squisitamente fuori tempo massimo (giusto un mese di ritardo rispetto alla chiusura del Salone!), un articolo da una rivista on-line poco citata, nel quale si intervistano Paola Dubini e Alfieri Lorenzon, direttore responsabile dell’AIE: Mercato del libro in crisi? – L’Indro.

Impressionante il cv¹ della prima, che qui interessa in quanto autrice del volume Voltare pagina, titolo azzeccatissimo e ancora valido, se la prima edizione (Etas Libri, 1997, col sottotitolo «Economia e gestione strategica nel settore dell’editoria libraria») è stata bissata nel 2013 da Pearson (anche in eBook), con un’opportuna modifica del sottotitolo (Le trasformazioni del libro e dell’editoria) che potrebbe riflettere un’aggiornamento dei contenuti.² Del resto lascio giudicare al vostro acume le sue argomentazioni rispetto a quelle di Lorenzon!

E siccome non basta mai leggere e ricordare e fare confronti, concludo rinviando anche a un brillante post di Annamaria Testa, altrettanto significativamente intitolato Dieci domande agli editori – sottinteso ‘italiani’ (ma forse neanche tanto). Che sia datato 20 maggio 2013 (ossia all’indomani del Salone torinese di un anno fa) non mi pare cambi molto il senso delle sue affermazioni. E nei (pochissimi: appena 6!) commenti spunta anche Bibliocartina (a cui Testa fa semplicemente degli auguri), attualmente ferma anch’essa ai primi di maggio, ma di cui mi piace ricordare la sezione dedicata a «Traduttori e traduzioni».

 

La copertina di Dubini 2013

NOTE

¹ Professore Associato di Economia Aziendale all’Università Bocconi di Milano, direttore del corso di laurea in Economia per le Arti, la Cultura e la Comunicazione (CLEACC), coordinatore dei corsi sulle filiere dei contenuti per CLEACC e ACME e Docente senior dell’area Strategia – SDA Bocconi, visiting professor in Models of organization of cultural institutions presso IMT Institute for Advanced Studies Lucca – PhD in Management and Development of Cultural Heritage, fino al 2013 Direttore di ASK (Art, Science e Knowledge), centro di ricerca su temi legati alla cultura e all’economia, affiliato al centro di ricerca DIR Claudio Dematté SDA Bocconi, responsabile del modulo di Economia – Master per redattori – Università degli Studi di Milano, AIE Fondazione Mondadori, fino al 2013 professore a contratto di Economia della Cultura e di Economia delle Imprese Editoriali presso la facoltà di Lettere e Filosofia Università degli Studi di Milano,visiting scholar presso la Stern School of Business – New York University (1988), la Wharton School University of Pennsylvania (1991) e visiting faculty presso University of St. Gallen (2004-2006), EDHEC Business School Nice (2006-2008), EMLYON Business School (2001-2012). A questo elenco, che ricopio dal sito summenzionato, aggiungo soltanto un paio di suoi volumi recenti: Bilancio & gestione. Istruzioni per l’uso. Economia aziendale per non economisti (EGEA, 2010) e Management (EGEA, 2012), che si propongono (almeno nelle bandelle) «di facile lettura» a compensare i titoli ‘seri’.

² Adopero il condizionale perché comprai la prima edizione, ma non questa più nuova. Chissà che la disponibilità anche in formato eBook non mi convinca ad acquistarla, grazie a un risparmio del 30% sul prezzo di copertina (che però ad esempio su IBS in questo periodo è già scontato del 15%)…

The Global eBook Report (e il nostro ‘particulare’…)

Trovo soltanto adesso sulla rete uno studio (in formato PDF, 116 pagine in tutto), aggiornato a ottobre 2013, sui «mercati globali emergenti dell’e-book»: The Global eBook Report.
Risulta attribuito sol(it)amente alla Rüdiger Wischenbart Content and Consulting, un’agenzia di ricerca e consulenza attiva da marzo 2007 e specializzata in ricerche sui media e sull’editoria; ma alla fine le firme sono altre 4: il brasiliano Carlo Carrenho, la slovena Miha Kovac, la tedesca Veronika Licher e l’indiana Vinutha Mallya. Già questo fa capire che l’ottica si allarga anche a paesi tradizionalmente non considerati.

Sono presentati anche i vari ‘attori’ (Amazon, Kobo ecc.) e verso la fine si accenna persino all’annosa questione della pirateria.
Per un primo sguardo, si può consultare una pagina di presentazione sul sito ufficiale (ma di fatto ho scaricato il PDF senza pagarlo i 29,95 euro previsti, dopo il periodo gratuito a ottobre…).

Dell’Italia in particolare si parla alle pp. 39-41.
Nei Ringraziamenti sono riportati tre nominativi nostrani: Gemma D’Alessandro (per Mondadori), Alessandro Baldeschi (per Messagerie [sic!]) e Renato Salvetti (Edigita).

Raccolgo qui, come utile promemoria, un po’ di informazioni a riguardo sul nostro paese, che più o meno tendono ad accreditare la visione di un’ormai irrimediabile (irredimibile?) dicotomia fra miserie (dell’editoria tradizionale, quella cartacea) e splendori (la nuova frontiera del libro elettronico), che non si sa bene se riusciranno a risollevare le sorti delle prime:

Letture da consigliare a tutti quelli che si interessano a questo nuovo settore (capito, Daniele?).

La terminologia sul ‘baratro’

In questi ultimi giorni uno degli argomenti di politica estera (statunitense, per la precisione) più seguiti è stato la corsa per evitare il cosiddetto “fiscal cliff”. Qui non mi soffermo sull’aspetto fiscale o politico della questione (anche se immagino che avrebbe potuto avere ripercussioni anche sulla nostra economia, proprio perché tuttora a rischio e quindi più esposta), ma sul modo di tradurre il termine nei mezzi di informazione.
Pago subito il mio debito a un sito che si è già soffermato su quella identica espressione polirematica: già il 12 novembre 2012 Licia Corbolante postò sul suo Terminologia etc. un post molto ben articolato, poi ancor più arricchito dai commenti di utenti più accorti/esperti.(1)
“Fiscal cliff” è in sé un’espressione tecnica, che però viene veicolata, rivestita da un’immagine che evoca in maniera più vivida la conseguenza pericolosa (forse per scongiurarla?). Questa particolarità non è strana o insolita: nello stesso linguaggio della fisica teorica si ritrovano tante metafore, e ci sono molti studi che mettono in luce questa peculiarità.
Venendo specificamente alla resa in italiano, una banalissima ricerca su Goggle restituisce per il sostantivo oscillazioni fra “abisso”, “baratro”, “precipizio” e “rupe” (Licia aggiungeva persino “scogliera”). “Baratro” è il più frequente e verosimilmente si imporrà; nel contesto specifico “rupe” sembra assolutamente incongruo, purtroppo si tratta del primo significato(2) presente su uno strumento di facile utilizzo come Wordreference.com, dal quale redattori poco esperti con l’inglese potrebbero averlo ricavato, senza capire che in originale l’immagine si rivolge verso il basso, connota insomma una caduta, mentre la “rupe” (altri traducenti sulla medesima fonte: “scogliera”, “falesia”) fa venire in mente un’ascesa, un percorso verso l’alto.
Purtroppo neanche fonti cartacee sembrano di grande aiuto: il Ragazzini della Zanichelli, il Passerini Tosi della Paravia o il Picchi della Hoepli (ma non ho le ultimissime versioni) offrono una serie di traducenti addirittura più ristretta, ma comunque ‘sbilanciati’ tutti ed esclusivamente verso l’alto, nel senso appena detto.(3)
Si potrebbe anche consultare qualche dizionario dei sinonimi (quelli che ho in casa sono un obsoleto Tommaseo, l’improbabile Gabrielli,(4) un piccolo Folena, il (anzi LA, dato che è una donna, ma il cui nome è stato sempre abilmente occultato, come per tema che dichiarare una ‘maternità’ andasse a scapito della qualità e affidabilità dell’opera…!) Quartu, il Pittano maior e infine il Garzanti curato da Stoppelli (al quale cominciai a lavorare, prima di cambiare editore e impresa). Quest’ultimo è l’unico che si avvicini (nelle schede lì denominate “Inserti di sinonimia ragionata”) a un modello già da tempo consolidato nel mondo anglosassone, ma da noi purtroppo non praticato, chissà per quale recondito motivo (occorrerebbe però rifletterci con attenzione, possibilmente anche per porvi rimedio): la messa a confronto di vari termini, per spiegarne le sfumature di senso, i contesti d’uso, eventuali diversità di registro ecc., che a mio avviso consentono di comprendere assai più della fila anodina di altre parole che siamo soliti trovare. Qualche esempio, sempre dai miei scaffali? La Penguin Modern Guide to Synonyms and Related Words (a cura di Samuel I. Hayakawa, prima ed. Funk e Wagnalls 1968; riveduta da Paul J. Fletcher per l’edizione Cassell 1971, tarata sul “British Eglish”) e il Webster’s New Dictionary of Synonyms (1984 – ma chi è abituato a consultare la terza edizione del Webster sa già cosa può trovarci). Del resto, con i ritmi frenetici di lavoro odierni, chi si può permettere il lusso di ‘perdere tempo’ a consultare tanti dizionari differenti, per di più su carta, al fine di risolvere una questioncella così minuta…?

Tornando rapidamente al filo del discorso, ciò che voglio dichiarare è che mi sembra sia in atto un movimento di ‘acclimatazione’ di termini, in cui più soluzioni lottano per imporsi. Il bello sta tutto qui: cogliere un processo in corso, in fieri, (poco) prima che si cristallizzi. Il percorso che porta alla vittoria dell’una o dell’altra opzione non è chiaro, e non è nemmeno sempre quello che farebbe risplendere una presunta ‘verità’ o ‘realtà’ interna (qui penso all’Eco dell’ornitorinco e alle varie fasi attraversate da Hilary Putnam), la quale poi scalzerebbe quelle che si allontanano da essa. Tutto ciò mi ha fatto tornare in mente il bel saggio Sistema, norma e «parole» (1952) del linguista rumeno Eugenio Coseriu, che si legge nella raccolta Teoria del linguaggio e linguistica generale. Sette studi (Laterza 1971, pp. 19-103) curata da Raffaele Simone. E’ il concetto di “norma” che finisce per svolgere la funzione di mediare tra varie opposizioni: sociale/individuale, astratto/concreto, reiterazione/innovazione, sistema/realizzazione. Ma occorre lavorare, studiare, riflettere ancora per amalgamare questi concetti dentro la riflessione traduttologica.

Siamo a inizio anno e vorrei portare un po’ d’aria nuova anche fra le cose di cui mi occupo, quindi concludo suggerendo un collegamento con una disciplina che non si è ancora affermata appieno qui da noi, la terminologia, ma dalla quale ci si potrebbe aspettare molto.
In estrema sintesi, come si può ricavare anche dalla definizione in Wikipedia, la terminologia come disciplina autonoma si caratterizza per l’approccio onomasiologico anziché semasiologico, al quale sono legate le discipline linguistiche affini, come lessicologia e semantica. Su di essa indico (a) un testo a stampa, (b) un sito tutto italiano e (c) un’introduzione, realizzata all’estero ma disponibile anche nella nostra lingua, che ritengo rappresentativi dell’approccio.
(a) Il volume è il tuttora insuperato Manuale di terminologia (sottotitolo: Aspetti teorici, metodologici e didattici), è a cura di Marella Magris, Maria Teresa Musacchio, Lorenza Rega e Federica Scarpa; pubblicato da Hoepli nel 2002, raccoglie saggi di Franco Crevatin, Susanna Soglia, Khurshid Ahmad, Stefania Coluccia, Bassey E. Antia, Felix Mayer e Claudia Cortesi (oltre che delle curatrici medesime).
(b) Il sito nostrano è quello di Veronica Carioni, che ha organizzato una Breve introduzione alla terminologia, in grado di offrire un’infarinatura più che decente: cliccare per credere!
(c) Il tutorial è noto in inglese come Pavel Terminology Tutorial e la versione italiana è, come si legge direttamente nella pagina apposita del sito “Termium Plus” del Bureau de la Traduction/Translation Bureau canadese (ecco perché bilingue!), “un’iniziativa del professor Franco Bertaccini, della Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Forlì, Università di Bologna. Il professore ha ritenuto che lo strumento fosse talmente utile da richiedere al Servizio Traduzioni l’autorizzazione a realizzarne la versione italiana, da utilizzare come strumento didattico e di conoscenza terminologica”. Utile complemento è l’Handbook of Terminology, redatto da Silvia Pavel e Diane Nolet (adattato in inglese da Christine Leonhardt): un vero e proprio libro di 172 pagine in formato PDF scaricabile gratuitamente da questo indirizzo.
Infine, per chi volesse approfondire, già nel 2011 la solita Licia forniva un primo ragguaglio bibliografico.

AGGIORNAMENTO 1 (il giorno dopo)
Trovo sul sito Treccani una sezione di ‘Speciali’ con 5 articoli che possono tornare utili a chi voglia farsi un’idea più definita dell’approccio terminologico. Gli estensori sono Maria Teresa Zanola (2), Andrea A. Conti (di formazione medica), Patrizia Collesi e Riccardo Gualdo. Quest’ultimo è utile per precisare quanto scrivevo sulla ricezione in Italia.

AGGIORNAMENTO 2 (dopo qualche giorno: 14/1/1012)
Riguardo a questo stesso argomento, in francese falaise fiscale, ho trovato (come al solito, serendipicamente) sul blog Les piles intermédiaires una serie di riflessioni interessanti, anche nello specifico semantico-terminologico, e corredato di vignette gustose. Meglio di quanto ho saputo fare io qua sopra (ma ad esempio si noti che anche lì si prende in considerazione l’asse spaziale alto/basso). Almeno posso dire, però, di essermi levato (a posteriori) una piccola soddisfazione, battendolo sul tempo: quello è datato 4 gennaio!

AGGIORNAMENTO 3 (17/2/2013)
Perché ho trovato un riferimento al convegno TRALOGY, tenutosi a Parigi il 3 e 4 marzo 2011,(5) sugli sviluppi e le tecnologie della traduzione, di cui è possibile scaricare gli interventi. In particolare, segnalo nella prima sessione l’intervento di John Humbley (in francese, nonostante il nome inglese) sulla «complementarità dimenticata» fra terminologia e traduzione (quella specializzata, principalmente). Vi si analizzano i rapporti fra le due discipline, dalle origini nel manuale di Dubuc del 1978 all’attuale superamento della vecchia ‘disaffezione’ passando attraverso i programmi europei. Utile la bibliografia finale per approfondire.

convegno parigino del 2011 sul futuro della traduzione

Tralogy

NOTE

(1)
In generale, ritengo che il blog ‘intercetti’ con tempestività parecchie espressioni interessanti dell’inglese contemporaneo, sulle quali vengano fornite precisazioni ponderate e (perciò) stimolanti: a riprova si veda il post del 21 dicembre 2012 sulle ambiguità di fiscal cuts.

(2)
Ma subito sotto, raggruppati verosimilmente in base al mero genere grammaticale, si leggono anche “dirupo” e “precipizio”, che dal punto di vista semantico andrebbero invece meglio accanto alla “scarpata” della prima riga, la quale schiera i sostantivi femminili.

(3)
E qui si potrebbe aprire il discorso, interessantissimo se non ci portasse troppo lontano, di quanto le opere di consultazione si ‘copino’ tra di loro e quanto elaborino invece autonomamente – e non mi riferisco qui esclusivamente ai vocabolari bilingui, ma anche ai dizionari tout court, a cominciare dalla quantità di parole che alla fine degli anni Ottanta trovavamo riprese nello Zanichelli dal venerando Tommaseo-Bellini. Perciò aggiungo che qui ci starebbe bene almeno uno sguardo a Mario Cannella, Idee per diventare lessicografo. Cambiare il vocabolario dell’italiano che cambia (Zanichelli 2010).

(4)
Che però ho scoperto piacere molto a Franca Cavagnoli: La voce del testo. L’arte e il mestiere di tradurre (Feltrinelli, 2012), a p. 162. Ma in fondo lei stessa nota, sia pure in tono più lieve e ironico, un ‘fastidio’ analogo al mio, quando nella pagina successiva scrive del Premoli: «rapiti dalla bellezza del racconto di ciascuna parola e dalle parole stesse […], si rischi[a] di perdersi e di leggere per ore il vocabolario, voce dopo voce, dimenticando la ragione per la quale lo si era aperto». Siccome di quest’opera non ci sono gli estremi bibliografici a fine volume (strano — ma forse il redattore ha deciso di ignorare le opere ‘vecchie’, o magari era un po’ distratto…), provvedo subito: Palmiro Premoli, Il vocabolario nomenclatore, 2 tomi, Zanichelli 1989 (pp. IX-2688; ristampa anastatica identica al testo originale Il tesoro della lingua italiana. Vocabolario nomenclatore, 2 voll., Manuzio, Milano 1909-1912). Si tratta del «primo importante tentativo nella storia della lessicografia italiana di riprodurre il procedimento proprio del pensiero che spazia per associazione d’idee, per analogie o per metafore da un argomento all’altro, da una parola all’altra», come si può leggere nella scheda relativa sul sito dell’editore attuale (presso il quale risulta tuttora disponibile).

(5)
La seconda edizione si è svolta, sempre a Parigi, il 17 e 18 gennaio 2013, col titolo «Trouver le sens: où sont nos manques et nos besoins respectifs?» ed era organizzata dai paesi baltici che fanno già parte dell’Unione europea (Estonia, Lettonia e Lituania). L’incontro prendeva le mosse dagli esiti dell’incontro precedente e invitava a esporre le criticità presenti nei vari approcci allo studio del linguaggio, dato che è evidente la necessità di trovare punti di contatto in grado di sostenere a vicenda le discipline coinvolte. Sul sito si possono leggere i panel con relatori e interventi e poco altro, ma probabilmente fra qualche mese ci saranno i vari contributi, che a giudicare perlomeno dai titoli sembrano di sicuro interesse anche per chi si occupa di traduzione.

cambiamenti all’orizzonte

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Avevo sentito in radio una (troppo) breve recensione del testo di Abravanel e D’Agnese e il testo mi era parso meritevole di approfondimento — travolto, però, e dimenticato nel lavoro quotidiano… Fin quando non ho trovato questo post di Luigi Muzii, il cui accostamento al mercato delle traduzioni trovo illuminante! In questo caso, evidentemente, il suo carattere caustico e tagliente dà il meglio di sé! Ora non resterebbe che procurarmi il volume e leggerlo seriamente (e magari metterlo anche su Goodreads, in cui di fatto e purtroppo non sono ancora riuscito a trovare titoli italiani).

Due piccole aggiunte: (1) il titolo del post di Muzii (cioè, quello riportato qui sopra tramite una semplice estensione di WordPress per il browser) risuona con quello, invero dylaniano, con cui Daniele Petruccioli ha accolto su Facebook la comunicazione di Mario Cedrini (il blog dell’Indice dei libri [del mese], pubblicata ieri e che mi vede coinvolto in prima persona (ciò di cui si parla, non il blog, forse è meglio chiarirlo). E quindi ne approfitto per menzionarlo en passant (ma davvero, non ho tempo per commentare ulteriormente: ho ancora altri progetti di post da sviluppare, che magari stanno invecchiando irrimediabilmente), con soddisfazione; (2) tuttavia nella disputa su No Peanuts! dello scorso 8 marzo (cfr. i commenti dopo il post appena linkato) mi sento di schierarmi a favore di Wendell Ricketts.

mestieri nell’editoria

Dal 25 settembre 2011 la sezione Faber blog (ovvero: “La cultura raccontata da chi la fa”, una sorta di sottotitolo un po’ più esplicativo — anche se mantiene quell’aura sentenziosa che è tipica di un certo stile giornalistico, magari dipendente più da spazi fisici ‘reali’, cioè ingombri dei titoli sulla pagina e altre considerazioni tutte interne al lavoro specifico, che da vaghe ragioni cultural-sociologiche) del quotidiano Sole 24 ore, ospita ogni settimana un operatore culturale (?) diverso.

«La cultura raccontata da chi la fa»

Testata della sezione del quotidiano economico milanese della Confindustria

Ormai è passato qualche mese e si cominciano a delineare alcune delle figure sulle quali è imperniato il lavoro editoriale. Ha cominciato Giuseppe Laterza (Bari 1957, attuale presidente della nota casa editrice), dopo un mese è toccato a Marco Vigevani (Milano 1960, agente letterario), dal 6 febbraio 2012 si è cimentata Cecilia Nono (vedi il sito Correzionebozze.it e il blog correttore (sed rectius: correttrice) bozze, nel quale ultimo si possono rileggere più comodamente tutti i suoi 7 post), seguita dalla traduttrice Paola Mazzarella dal 27 febbraio. Last (per ora, e soprattutto not least) sono venuti Fabio Rizzoli (Bologna 1974, ghostwriter) e Giulia Ichino (Milano 1978, editor di narrativa per Mondadori), a ruota fra loro dal 26 marzo all’8 aprile. Vi (e mi) risparmio le foto delle loro facce, tanto quelle le trovate sul sito menzionato proprio all’inizio (e cliccando sui nomi sopra citati apparirà un’altra pagina con i loro bravi interventi in fila ordinata).

E’ una iniziativa interessante, sia pure nella sua episodicità, soprattutto per chi non sa bene come funziona una casa editrice, ovvero cosa si nasconda dietro (dentro) un libro stampato — e non solo (ora che l’elettronico avanza a grandi passi). E in realtà anche chi ci lavora può non avere sempre occasione di sentire parlare un ‘collega’ con il quale non ha rapporti diretti.

Nel mio caso si tratta di Marco Vigevani — ed è un’occasione per citare un libro uscito da un po’ di tempo, ma che forse non ha avuto il riconoscimento che meritava: Dario Biagi, Il dio di carta. Vita di Erich Linder (Avagliano, Roma 2007). Nella pagina di Ibs che ho linkato c’è una breve descrizione (la quale non coincide esattamente con la quarta di copertina, che potete leggere invece a questo indirizzo dell’editore) e la recensione dell’«Indice dei libri», firmata da Luciano Curreri (ma non so esattamente quando sia uscita, e colpevolmente il sito non lo riporta).

Vita di Erich Linder

Copertina del testo di cui si parla

Il titolo di questo post, infine: l’ho scelto perché a livello generale dovrebbe suonare come “Isole nella corrente”, con tutte le allusioni che ci vorrete liberamente vedere. Nello specifico, la scelta di utilizzare la parola ‘mestiere’ rimanda a ciò che almeno alcuni di coloro che sono intervenuti hanno notato, con maggiore o minore consapevolezza, e che è espresso nella maniera migliore dal sottotitolo del libro di E. Mistretta, L’editoria. Un’industria dell’artigianato (il Mulino, prima ed. 2002, ristampato con integrazioni ancora nel 2006) e di cui è tributario anche Oliviero Ponte di Pino, I mestieri del libro. Dall’autore al lettore (Tea, Milano 2008). Ossia il fatto che nell’editoria sopravviva qualcosa della maniera ‘antica’ di lavorare, in un certo senso arcaica e paradossale ai tempi del post-postmoderno, del web 2.0 eccetera: quella della bottega artigiana, in cui l’apprendista impara l’arte (nel senso di techne, pre-sistema moderno delle arti, quello disvelatoci da Kristeller nel famoso saggio del 1951-1952*) direttamente dal ma(e)stro, guardandolo e imitandolo, per prove ed errori, secondo la modalità “esperienziale” oggi ripresa dalla espressione learning-by-doing, che è stata coniata pochi anni fa, e forse oggi è già soppiantata nella formazione dal job shadowing.

* Paul O. Kristeller, Il moderno sistema delle arti, in italiano da ultimo nella sua raccolta Il pensiero e le arti nel Rinascimento (Donzelli, Roma 1998 e 2005 [1980, poi 1990], trad. it. di Maria Baiocchi). Appena ho comprato questo volume mi sono un po’ indisposto perché non avevo trovato da nessuna parte che 4 saggi (compreso questo, fondamentale per la storia dell’estetica) sui 10 che lo compongono erano già usciti nella benemerita edizione Concetti rinascimentali dell’uomo e altri saggi (La Nuova Italia, Firenze 1978; trad. it. di Simonetta Salvestroni — non ho pensato a confrontare le due versioni), che comprai una quindicina di anni fa. Forse non mi sarò documentato adeguatamente, poi il fallimento della storica casa editrice fiorentina avrà pure contribuito a ‘liberare’ quegli interventi; però anche in questa edizione Donzelli l’informazione è occultata, per così dire, nell’ultima romana (p. XVI), in corpo minore, dietro/sotto la prefazione del 1980, che (giustamente secondo la tradizione) compare dopo quella del 1990.
Eh sì, anche l’edizione originale ha avuto qualche traversia editoriale…

Libri come 2012

logo della manifestazione

Magari sarò stato l’unico a cui la cosa ha dato fastidio (al punto che, come l’asino di Buridano, ho finito per NON andarci affatto…), ma possibile che fra le tante cose, dovessero piazzare proprio (inesorabilmente!)  lo stesso giorno alla stessa ora i due ‘eventi’, ovvero ‘laboratori’ (sic entrambi sul sito ufficiale) che mi interessavano di più alla terza edizione di “Libri come 2012”, la manifestazione che si è tenuta a Roma presso l’Auditorium Parco della Musica dall’8 all’11 marzo scorsi?

Va bene, i due spazi erano contigui, però è evidente che uno zapping ‘fisico’ avrebbe reso impossibile seguire in maniera sensata l’una cosa e l’altra. Ma possibile che fossi l’unico a cui interessavano entrambi ? Possibile che il pubblico sia (già) così specializzato da dover scegliere ineluttabilmente fra editor e traduttore, che in fondo sono come le mie due anime (o meglio, due delle mie anime) ? La risposta la metto alla fine di tutto questo (luuuuungooooo) post.

Mi riferisco alla ‘serie’ (come denominarla, altrimenti?) intitolata “I mestieri del libro”, e in particolare agli incontri di giovedì 8: presso Garage, Officina 1, dalle ore 15 alle 18 c’era “Editor. Come si cura una collana di saggistica”, con la presenza di Maurizio Donati (Chiarelettere) e Marta Donzelli (Donzelli). Contemporaneamente a Garage, Officina 2, dalle ore 15 alle 18, si poteva assistere a “La traduzione editoriale”, coordinata da Simona Cives (Casa delle Traduzioni/Biblioteche di Roma) che presentava Ilide Carmignani — valente traduttrice dallo spagnolo, che nel 2000 ha vinto il primo premio per la Traduzione letteraria assegnato dall’Istituto Cervantes. Ha inoltre condotto (dal 2000 al 2006) e curato le 25 interviste (in cui le donne battono gli uomini 17 a 8… e anche su questo bisognerà riflettere in maniera non-banale) raccolte in Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria (Besa 2008, con prefazione di Ernesto Ferrero), dopo essere uscite su alcune riviste ma soprattutto su http://www.alice.it (l’attuale Wuz.it).

Ora vediamo in dettaglio come la kermesse definiva “I mestieri del libro” (ma non ho resistito a ridurre tutte le iniziali che erano scritte maiuscole, secondo il malvezzo angloamericano):

il ciclo di appuntamenti sul lavoro editoriale che la Festa offre a chi vuole scoprire quali sono le professioni, le competenze, le tecniche e le esperienze che ruotano intorno alle case editrici e ai libri

(copio e incollo dal sito ufficiale). Bene, ma il nome non ricorda qualcos’altro? Ma certo: riprende (ricopia?) il titolo di un libro che sembra essere andato abbastanza bene, firmato da Oliviero Ponte di Pino per TEA (prima ed. maggio 2008, sottotitolo “Dall’autore al lettore”, prefazione di Stefano Mauri).

Chi era costui? Su internet trovo che è nato il 18 maggio 1957 a Torino, è stato redattore presso Ubulibri (mantenendo poi un interesse costante per il teatro, come si evince anche dal suo sito personale). Dal 1988 al 1991 ha lavorato alla RCS Rizzoli Libri come “junior editor” e dal 1991 alla Garzanti editore, poi Garzanti Libri, di cui è diventato direttore editoriale nel 2000 e presso cui ha pubblicato Chi non legge questo libro è un imbecille. Una storia universale della stupidità attraverso 565 citazioni (1999).

I mestieri del libro (il suo volume summenzionato, non la sotto-manifestazione) sta nello scaffale accanto a Dario Moretti, Il lavoro editoriale (Laterza 1992, rifatto nel 2005), Enrico Mistretta, L’editoria. Un’industria dell’artigianato (il Mulino 2002) e Ilario Bertoletti, Metafisica del redattore. Elementi di editoria (ETS 2005). Rispetto a questi (debitamente presenti nella bibliografia conclusiva, a onor del vero) appare un po’ più scanzonato, come se si prendesse un po’ meno sul serio — il che non è detto che sia un difetto. Un po’ discosti occhieggiano Jason Epstein e André Schiffrin, di cui parlerò un’altra volta… o anche, per rimanere in Italia con (sana?) autarchia, ma a livello estremamente personale, Sandro Ferri con I ferri del mestiere (e/o 2011) e Marco Cassini, Refusi. Diario di un editore incorreggibile (Laterza 2008).

Dopo aver giocato tra libri e sensazioni, come mi piace fare qui, vengo alla risposta. Il problema non è personale, ovviamente, ma culturale. Voglio dire che “Libri come” ha assunto le stesse dimensioni elefantiache del Salone internazionale del libro di Torino (la prossima edizione si svolgerà al solito Lingotto torinese dal 10 al 14 maggio prossimi), della Fiera della piccola e media editoria (l’ultima edizione si è svolta al Palazzo dei congressi di Roma dal 7 all’11 dicembre 2011) ecc. Come se bisognasse ingozzare tutti di tutto, affannosamente, freneticamente. Paradossalmente, uno stimolo a pensare si sta trasformando (al limite) in un ostacolo a pensare, per la sovrabbondanza di offerta, che si tramuta in una difficoltà di scelta e genera anche un abbassamento del costo/prezzo per una inesorabile legge economica. Per questo parlavo di ‘kermesse’, e non in senso positivo!

“La lettura di libri in Italia@2011”

Leggo sul sito del Centro per il libro e la lettura – La lettura di libri in Italia” alcuni dati relativi alla lettura in Italia, che emergono dall’Annuario dell’Istituto di statistica, in data 16 dicembre 2011.

Tra l’altro, le donne leggono più libri degli uomini, ma complessivamente, cioè per tutte le classi di persone prese in considerazione, si registra un calo di circa 1,5% rispetto ai valori dell’anno passato.

Non scopro nessuna novità se lo commento scrivendo che se da un lato questi dati confermano tendenze ‘antiche’, precedenti, insomma di lunga durata (per adattare impropriamente la nota espressione braudeliana), come purtroppo accade spesso in Italia, da un altro punto di vista, meno evenimenziale o giornalistico o scandalistico (forse ultimamente tutte parole omonime…) vanno anche contestualizzati su due assi, che posso chiamare ‘sincronico’ e ‘diacronico’.

Per quanto riguarda il primo la considerazione è quasi ovvia (almeno per chi abbia riflettuto sui saggi di Jurij Tynjanov e dei funzionalisti praghesi…): bisogna tenere presenti i consumi su tutto l’arco dei media. Del resto questo c’è anche già nella presentazione della notizia, seppur limitato al confronto con la visione televisiva e la fruizione di internet (però magari nell’Annuario avrà maggiore spazio).

Per quanto riguarda invece lo sviluppo storico, sarebbe interessante (e non posso farlo qui per motivi di spazio e congruenza) confrontare i dati riportati in tre testi, abbastanza recenti: Giuliano Vigini, L’editoria in tasca (Bibliografica, 2004), Adolfo Morrone, Miria Savioli, La lettura in Italia (Bibliografica, 2008) e G. Solimine, L’Italia che legge (Laterza, 2010). Ma il poco che ricordo conforta la mia affermazione iniziale (purtroppo).

Infine riporto, per i più pigri o i meno pratici nella ricerca su internet, anche il link diretto al sito da cui è possibile scaricare l’Annuario ISTAT, per intero oppure i capitoli singoli di interesse specifico (sono in tutto 25, più Indice, Glossario e Tavole statistiche: queste ultime in formato Excel, tutto il resto PDF oppure ZIP, per ridurre i tempi di scaricamento).