Una modesta proposta… ecumenica, in odor di eresia?

La festa mobile del Paràclito
Ieri era il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua, in cui i primi cristiani celebravano la Pentecoste (da cui il nome stesso); la seconda lettura a messa è tratta, come di solito, dall’inizio degli Atti degli apostoli, dove si parla dello Spirito santo che discende sui discepoli di Cristo e li rende capaci di parlare con tutti nelle loro stesse lingue.
Vale a dire, di esprimersi come se fossero traduttori/interpreti provetti, in grado di padroneggiare idiomi altrui anche lontani, astrusi, ignoti ai più.
Rileggiamo con attenzione il passo 2, 2-13 (cito dall’edizione curata dalla Conferenza episcopale italiana nel 2008, disponibile online p.es. a questo indirizzo con agevole maschera di ricerca[nota 1]):

tutti […] cominciarono a parlare in altre lingue [… e] ciascuno li udiva parlare nella propria lingua […] nativa,

indipendentemente dalla loro nazionalità di origine:

Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi.

Ciò avvenne con un fragore improvviso dal cielo, come un vento che si abbatte impetuoso, come lingue di fuoco (riordino liberamente, mantenendo però i termini presenti nella CEI), provocando turbamento, stupore, meraviglia, perplessità, ma anche derisione, se alcuni li schernivano affermando:

Si sono ubriacati di vino dolce.

Che è soltanto una modalità diversa del rendere invisibile, trasparente, il lavoro traduttorio.

Rivendicazione e proposta
Perché, allora, non farsi carico di questo senso di ‘straniamento’ riappropriandosene bellicosamente e mutandone orgogliosamente il segno, passando cioè dall’ostranenije di origine tardo-ottocentesca del formalismo russo alla Verfremdung brechtiana[nota 2], perché non sfruttare questa occasione per celebrare IL GIORNO DELLE TRADUZIONI?
L’umile lavoro svolto quotidianamente dai traduttori/interpreti sparsi in tutto il mondo rinnova senza posa quel momento altissimo e splendido, quello squarcio apparentemente singolare, avvicinandolo (come forse avrebbe voluto Cristo?), ossia rendendolo più affine (e non più evento isolato), alle capacità, abilità e competenze umane.

Zeitgeist
A) L’uso dell’aggettivo ‘trasparente’, assolutamente sostituibile (quindi perfetto sinonimo, in base alla prova di commutazione hjelmsleviana) in quel contesto, non è affatto peregrino, anzi, del tutto intenzionale. Per questo è evidenziato in nero.
Infatti credo sia soltanto un caso apparente che il primo testo pubblicato da Lawrence Venuti (Our Halcyon Days: English Prerevolutionary Texts and Postmodern Culture) sia comparso nel 1989, lo stesso anno in cui uscì La società trasparente di Gianni Vattimo: a mio modesto avviso potrebbe essere oltremodo interessante, fruttuoso, istruttivo (scegliere l’aggettivo più adatto) un confronto tra le tesi di fondo del filosofo torinese (di cui si parlò molto nei primi anni Novanta, all’interno del tentativo di fornire un quadro interpretativo del postmoderno e/o del ‘pensiero debole’, dopo il fondamentale Crisi della ragione) e gli spunti più generali che emergono dalla lettura venutiana ‘eversiva’ della storia delle traduzioni.

B) Per chi sia troppo giovane, rammento che quello fu l’anno in cui crollò il muro di Berlino, preludio al crollo della ‘cortina di ferro’, cioè dei regimi che gravitavano neall’orbita culturale sovietica, e quindi anche al disfacimento dell’Unione delle (15) repubbliche socialiste, che divenne prima una Federazione russa e poi si ridenominò Comunità degli Stati indipendenti [nota 3]. In quegli anni di cambiamenti tanto rapidi quanto immani, uno degli slogan di Michail Gorbačëv era glasnost’, usualmente ma imprecisamente reso in italiano con ‘trasparenza’ [nota 4]!

* * * *

nota 1
Confrontare le versioni in latino e greco, che si possono ricavare (come DOC) da questa pagina sul sito Documenta Catholica Omnia.

nota 2
Trovo il parallelo in J. Striedter nella sua Einleitung al primo volume dei Texte der russischen Formalismus, Fink, München 1969, poi 1971 e 1977 in economica (senza originali russi a fronte); in inglese si legge a p. 6 del suo Literary Structure, Evolution, and Value. Russian Formalism and Czech Structuralism Reconsidered (Harvard UP, Cambridge-London 1989 – «Harvard Studies in Comparative Literature», 38). L’estraneazione di Brecht ha una consapevolezza e, dunque, una capacità di incidere maggiore rispetto all’altro concetto.
Su internet si trova un saggio di Luca Di Tommaso del 2008 che analizza la relazione fra i due termini, citando altri autori di rilievo nella letteratura a riguardo.

nota 3
A me che non sono uno specialista, consultando tutti i link presenti nelle sezioni 9.3 e 10. della voce wikipediana Storia della Russia pare che si ottenga una ricostruzione discreta, almeno per quanto concerne i fatti.
Un testo da tenere presente sicuramente è Timothy Garton Ash, le rovine dell’Impero. Europa centrale 1980-1990 (Mondadori 1992: è la fusione di The Uses of Adversity, Random House, New York 1989 e di We, the People, Granta Books, Cambridge 1990; traduzione di Marco Papi), soprattutto per l’ottica allargata da parte di un testimone oculare e ‘partecipativo’.

nota 4
In realtà il concetto mi sembra più prossimo a quello di Öffentlichkeit, le cui origini settecentesche seppe ricostruire Habermas nell’ormai lontanissimo 1962 (dando filo da torcere, già allora, ai traduttori, pur illustri; il titolo fu reso con Storia e critica dell’opinione pubblica).
Significa libertà di espressione e di informazione (non semplicemente ‘diritto all’informazione’, quale si legge nel Sabatini-Coletti on-line tramite CdS, scopiazzato p.es. sub voce dal Dizionario-italiano.org), come informava in un intervento sul tema (facilmente reperibile googlando) il russista Vittorio Strada nella terza pagina del «Gazzettino» del 21 marzo 1987, ricordando tra l’altro che il medesimo termine fu utilizzato già da Solženitsyn nella lettera aperta al IV Congresso degli scrittori sovietici (1967) quale condizione per la rinascita del proprio paese.
Sagacemente, il “dizionario di scienze e tecniche” nota l’influsso semantico esercitato dall’«assonanza con la parola inglese, tedesca, francese che designa il vetro (rispettivamente glass, Glas, glace)». Lo chiamerei più precisamente ‘connotazione’.

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