Treccani: piccole gratificazioni e piccole critiche

Botta e risposta fra il sottoscritto e la redazione Treccani (on-line)

Ecco, ho ceduto alla tentazione di gloriarmi per il riconoscimento di una semplice segnalazione al Vocabolario Treccani di italiano on-line.
Vabbè, nella mia domanda c’è una ripetizione fastidiosa (chi la scopre per primo può denunciarla nei commenti alla fine del post, ma tanto si gareggia per la pura gloria…!) e il dizionario di Caffarello è IMHO ancora un buon strumento di lavoro sull’archeologia antica, ma la soddisfazione del sottoscritto è stata così grande da voler essere condivisa. Qui e ora.
L’avverbio temporale non è un vezzo casuale, ma serve finalmente a esplicitare che attestazioni analoghe mi erano già state fatte in precedenza: posso provarle almeno in due occasioni, cioè precisamente

  • il 1° ottobre 2014, quando avevo segnalato l’assenza di una variante letteraria (vedi seconda immagine)

dolio (1) VAR. LETT. doglio

  • e alla fine di ottobre 2015, perché mancava un rimando incrociato (vedi terza immagine).

Aggiunta del lemma ‘taglieggiamento’

Noto però qualche differenza rispetto a quei casi, e riflettendoci su il compiacimento trascolora in toni meno gai (altro che sfumature di grigio…).
Gli anni scorsi, come si vede dai due screenshots fatti al mio archivio di posta (Thunderbird), la Segreteria Redazione Treccani Online mi aveva scritto tramite posta elettronica (nel secondo caso, c’era stata anche la richiesta di un chiarimento tecnico, che qui è inutile riportare), dato che per comunicare occorre iscriversi al sito. In ogni caso la correzione è stata tempestiva, nell’arco di un giorno o due.
Adesso sono venuto a conoscenza di questa risposta proprio perché, non ricevendo alcuna risposta per via telematica, sono andato a controllare se avessero aggiornato comunque tacitamente il sito inserendo il lemma di cui avevo notato la mancanza e che suggerivo di integrare.

Se inserite la parola ‘cnemide’ nel Vocabolario on-line, in una colonna a destra compare l’inizio di questa risposta, cliccando sulla quale appare dunque la pagina riportata nell’immagine che apre questo post, probabilmente piazzata lì in attesa di aggiornare il sito.
Sarà dunque troppo pessimista pensare che siano stati mandati a casa i redattori-segretari e/o che siano stati perlomeno ridotti gli operatori adibiti a modificare il lemmario? Infatti la mia e-mail (il cui contenuto è proprio quello rubricato sotto DOMANDA) a redazione@treccani.it porta la data del 17 febbraio scorso: ormai tre settimane sono passate senza colpo ferire.
So bene che la redazione della enciclopedia è stata smantellata da molti anni (qualcuno ha detto Franco Tatò? d’accordo, ma non può essere il capro espiatorio, idem per l’avvento delle nuove tecnologie… si tratta di un enorme processo trasversale e irresistibile, ormai pressoché compiuto nel bene e nel male), e non pretendo nemmeno che debbano rispondere a tutte le segnalazioni. In questo caso, però, è stato fatto, riconoscendo la pertinenza di altre mie comunicazioni (cosa di cui ringrazio pubblicamente chi l’ha voluto comunicare, anche se non era tenuto/a), ma come mai non è stato ancora inserito il lemma?

Forse perché hanno letto le osservazioni critiche che muovo all’operato dell’augusto Istituto nel mio saggio-monstre sulla assenza del lemma ‘traduzione’ nella storica «Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti»: La traduzione e la Treccani: un rapporto difficile?, pubblicata nella rivista «Fogli di filosofia» della Scuola superiore di studi in filosofia dell’università di Roma “Tor Vergata”…?

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Un convegno su donne/lingua/traduzione con Peter Burke

Sono capitato davvero casualmente sul Call for Papers, ma la data in cui si terrà il convegno mi ha colpito: è quella del mio compleanno!
C’è tempo sino al 23 febbraio per inviare il proprio contributo su “Women, Language(s) and Translation in the Italian Tradition”, scrivendo a Helena Sanson (hls37@cam.ac.uk).
A me è venuta in mente subito la figura di Adele Masi, seconda moglie di Michele Lessona, rivalutata anche come traduttrice dalla storica Paola Govoni nel quarto capitolo del suo libro fondamentale (per le mie ricerche) Un pubblico per la scienza. La divulgazione scientifica nell’Italia in formazione (Carocci 2002) e poi approfondita ulteriormente nel suo contributo Adele Masi Lessona in E. Luciano, C.S. Roero (a cura di), Numeri, atomi e alambicchi. Donne e scienza in Piemonte dal 1840 al 1960 – Parte prima (Centro studi e documentazione pensiero femminile, Torino 2008, pp. 8-14, che non ho però consultato).
Per chi non ne sapesse nulla, può ancora trovare su internet tracce dell’incontro su “Michele Lessona, naturalista divulgatore, svoltosi presso il Museo di Scienze Naturali di Torino sempre il 7 novembre, ma del 2011 (in realtà un altro sito scrive che fu rinviata al 28 novembre causa maltempo): la relazione di Govoni metteva a fuoco «i principali scopi e le funzioni della multiforme attività editoriale di Michele Lessona e Adele Masi negli anni del successo della cosiddetta “scienza per tutti”: un genere editoriale di cui i due furono protagonisti nei primi decenni dopo l’unità».
Ancora meglio, si vedano i cenni redatti da Ariane Dröscher nel sito/dizionario biografico di scienziate italiane, coordinato da un’altra brava studiosa italiana di storia della scienza, Raffaella Simili: Scienza a due voci. Le donne nella scienza italiana dal Settecento al Novecento.

govoni

Paola Govoni in un convegno a Cagliari (“Eva Mameli Calvino, itinerario al microscopio”, 6-7 novembre 2014)

Chiusa la divagazione, passo a ricopiare qui sotto la presentazione e i dati essenziali per chi fosse interessato a partecipare al convegno che si terrà presso il Clare College di Cambridge (UK) il 7 e 8 novembre 2018.

Key-note speaker: Professor Peter Burke, Emmanuel College, University of Cambridge
Guest of honour: Dacia Maraini, internationally acclaimed novelist, essayist, playwright, and translator
This conference intends to explore women’s roles in the circulation of ideas and the dissemination of knowledge in the Italian tradition, across the centuries, by means of translations. It focuses on the role of women as translators, as well as, more broadly, agents of all kinds (e.g. translations for women, commissioning of translations by women) in the production and circulation of translations.

In the last few decades an expanding corpus of scholarly works and research activities have greatly contributed to extending our knowledge of women’s roles in the history and cultures of translation, especially with reference to England, France, and Germany, whereas in the Italian tradition, the topic has so far not received the scholarly attention it deserves.

This conference aims to offer a contribution to the cultural history of translation in Italy, also taking into consideration the complex and varied linguistic situation of the peninsula. Translation has at times been deemed a compromise between women’s artistic aspirations and the perils of authorship of imaginative literature, a way for women to leave their mark in an otherwise hostile literary environment. In fact, research on the topic has shown that this understanding of the role of translation for women is limiting. Translating has encompassed both a private and public element: some women took up translation as a literary pastime, whereas others have depended on the income they received from it to make a living. Other women have engaged in translation alongside their own creative writing, interacting and collaborating in cultivated circles with eminent figures from the republic of letters, and others still have seen translation as a means of expressing their scholarship and erudition, or expressing their political engagement and ideological convictions. Some women translators, whether in domestic contexts or in convents, in salons or at court, made texts available for the benefit of readers less familiar with other languages. Historically, women have translated from (and into) classical languages, as well as from one modern language into another, or from one dialect into another.

Crossing linguistic and cultural boundaries, women have translated a variety of genres, from poetry, novels, and plays, to history, biography, conduct literature, economic and legal texts, religious and devotional writings, scientific and philosophical works.

Questions to be considered when submitting proposals, include, but are not limited to:
– women’s access to the study of classical and foreign languages; the metalinguistic tools and resources available to assist translators in their task, as well as practices of language learning; women translators and their access to and use of the Italian language, and their contribution to its development by means of translations; the multilingual and multicultural contexts of the Italian peninsula, and therefore the linguistic and cultural contexts in which translations took place and were received; women as patrons, printers, and readers of translations, and their role in the circulation of translations among countries; individual and collaborative translations; the ‘authorship’ of translations (e.g. published anonymously/under initials/full name); women translators’ reflections on translation; translation practices and attitudes; tactics of intercultural negotiations of ideas and meanings, and of adaptation of the original texts; modes of production and distribution of translations; influence and reception of translations for and/or by women; intended audiences and readerships; material aspects of works translated; manuscript and print translations. Contributions that discuss translations of Italian women writers’ works into other languages are also welcome.

‘Women, Language(s) and Translation in the Italian Tradition’ is generously supported by the Isaac Newton Trust and by the Italian Section, Faculty of Modern and Medieval Languages, University of Cambridge.

PROPOSALS:
Presentations in English are strongly encouraged. Papers should be 20 minutes in length (+10 minutes of discussion). Proposals should be submitted in a single Word/Pdf document to the organiser Dr Helena Sanson (hls37@cam.ac.uk), and should contain the following information:
Name, Institutional affiliation (if any), Email, Title of the proposal and abstract (250-300 words), a short CV, with a list of your main publications (no more than 2 pages).
Proposals by postgraduate students and early career researchers are encouraged and particularly welcome.

 

Chi ben comincia il 2018…

Sono molto contento che il primo volume cartaceo a varcare la soglia di casa mia nel 2018 sia questo di Jürgen Trabant, sebbene quindici anni dopo la sua pubblicazione. Se non fosse chiaro, l’immagine che occhieggia dal ‘buco’ in copertina è quella di una torre di Babele (NOTA 1 ), metafora iniziale e archetipica nell’argomentazione dell’opera.

La copertina di Trabant 2003

Un aspetto assai apprezzabile è che in pratica l’ho pagato (su Amazon) la metà del prezzo riportato sul risvolto di copertina (edizione rilegata!), come a ben guardare si può ricavare anche da un’informazione sul sito dell’editore tedesco, anche se lo sconto dovrebbe applicarsi alla ristampa (?) del 2013.

A noi italiani dovrebbe interessare già solamente perché snocciola nei titoli dei 7 capitoli alcuni dei nostri luoghi più significativi per le humanities: Firenze, Bologna, Napoli… alle quali seguono anche Londra, Parigi, Riga, Tegel, Cambridge (sia quella nel Massachusetts, sia quella britannica), sino alla Foresta nera…
Aggiungo che, per un’altra di quelle ragioni insondabili e inspiegate, nessuno dei libri di Trabant qui menzionati figura nelle biblioteche pubbliche italiane, accessibili a partire dall’Opac SBN, ossia il Catalogo del servizio bibliotecario nazionale: quest’ultimo è attivo dal 1997 e permette di interrogare una vasta rete di «biblioteche statali, di enti locali, universitarie, scolastiche, di accademie ed istituzioni pubbliche e private operanti in diversi settori disciplinari». Del resto al centro della home page del portale ICCU (acronimo di Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche), dal quale dipende il suddetto Opac (On-line Public Access Catalog), fa bella mostra di sé l’affermazione seguente:

L’ICCU gestisce il catalogo online delle biblioteche italiane e il servizio di prestito interbibliotecario e fornitura documenti; cura i censimenti dei manoscritti e delle edizioni italiane del XVI secolo e delle biblioteche su scala nazionale; elabora standard e linee guida per la catalogazione e la digitalizzazione. Opera in stretta collaborazione con le Regioni e le Università al servizio delle biblioteche, dei bibliotecari e dei cittadini.

Avrei qualcosa da eccepire sul fatto che sia effettivamente «al servizio dei cittadini»; meglio passare al tema specifico di questo post.

Jürgen Trabant (dal sito juergen-trabant.de/)

Con Trabant ebbi a che fare indirettamente, quando Laterza affidò a Donatella Di Cesare la traduzione del suo libro su Vico, La scienza nuova dei segni antichi. La sematologia di Vico (fu pubblicato nel 1996, come n° 1092 della collana «Biblioteca di cultura moderna», in altri tempi gloriosa, corredato da una presentazione di Tullio De Mauro). In questa edizione italiana fu aggiunto un capitolo dal suo importante Traditionen Humboldts (Suhrkamp 1990 – stw, 877), l’ottavo: “Fantasia e favella. Osservazioni su Vico e Humboldt” (era alle pp. 140-168 dell’originale tedesco). Il libro vichiano uscì poi anche negli Stati Uniti nel 2004, non so in quale assetto, cioè se conforme nel sommario all’originale, all’edizione italiana, o in un’altra versione ancora – magari in ossequio al principio humboldtiano della virtuosa Verschiedenheit, su cui Trabant è tornato con molta chiarezza in uno dei suoi ultimi testi, Globalesisch, oder was? Ein Plädoyer für Europas Sprachen (Beck 2014). Una dozzina di pagine del libro si possono scaricare gratuitamente, per farsi un’idea di cosa parli, dal sito dell’editore.
Per chi non voglia farlo o non legga il tedesco, riporto l’opinione di fondo espressa da Trabant pochi anni prima:

[…] c’è voluto un bel po’ per far capire alla gente che imparare le lingue è una maniera meravigliosa di esperire cosa sia l’alterità culturale, un’avventura dello spirito, e che non può certo far male alla testa sapere un’altra lingua, o (meglio) anche più d’una. Di questo però ne è convinta solamente la parte dell’umanità che non parla inglese, mentre dal canto loro gli anglofoni rinunziano a questo allenamento mentale [traduzione all’impronta e abbastanza libera del sottoscritto, da Was ist Sprache?, Beck 2008, p. 153].

Sul Globalesisch di Trabant è intervenuto anche Tullio De Mauro nella premessa al suo coevo libretto In Europa son già 103. Troppe lingue per una democrazia? (Laterza 2014). Aggiungo che Mehrsprachiges Europa / Europa plurilingue / L’Europe plurilingue è il titolo di un dibattito al riguardo tra loro e con Barbara Cassin, Sara Fortuna, Manuele Gragnolati, Luigi Reitani e Rossella Saetta-Cottone, che si è svolto la sera del 23 febbraio 2016 all’ICI di Berlino e ancora fruibile in rete.
Ricordo pure che Trabant ha curato un’antologia di Wilhelm von Humboldt: Das große Lesebuch (Fischer 2010), per poi sintetizzare le proprie idee su di lui nel denso volume Weltansichten. Wilhelm von Humboldts Sprachprojekt (Beck 2012). Qualche altro riferimento l’ho inserito nella NOTA 2.

Il libro curato da Trabant nel 1995, con un saggio di Donatella Di Cesare

Quasi certamente per ringraziarmi del supporto nella redazione di quel testo Donatella mi regalò, con breve dedica, un libro solamente curato da Trabant, al quale lei aveva contribuito con un lavoro teorico, interno al dibattito filosofico ed ermeneutico tipicamente germanico. Il volume si intitola Sprache denken. Positionen aktueller Sprachphilosophie (Fischer 1995, nella serie “Philosophie der Gegenwart” curata da Patrizia Nanz, che conobbi a Francoforte e il rapporto con la quale si esaurì dopo poco, data la scarsa ricettività laterziana alle proposte tedesche). Il saggio Di Cesare, in seconda posizione, è Über Sprachphilosophie und die Grenzen der Sprache e sta in buona compagnia, letteralmente ‘in mezzo’ ad autori noti anche da noi: infatti segue Sylvain Auroux, lì autore con Djamel Kouloughli (NOTA 3 ) di Für eine “richtige” Philosophie der Linguistik, ma precede Henri Meschonnic, che scrive Humboldt denken heute.

Con Donatella persi poi del tutto i contatti, salvo poi ritrovarla mediatamente nelle righe, ferme e autorevoli, che aprono l’edizione italiana di Eugenio Coseriu, Storia della filosofia del linguaggio (Carocci 2010), da lei stessa tradotto e soprattutto curato, essendone stata allieva a Tubinga una ventina d’anni prima. E non sarà un caso, allora, che il secondo libro entrato a casa quest’anno nuovo, acquistato on-line presso la Fondazione Campostrini di Verona, sia Eugenio Coseriu, Il linguaggio e l’uomo attuale. Saggi di filosofia del linguaggio (2007, a cura di Cristian Bota e Massimo Schiavi, con la collaborazione di Giuseppe Di Salvatore e Lidia Gasperoni, prefazione di Tullio De Mauro — il quale nella seconda delle poche pagine concessegli, scriveva: «Ora che anche Giancarlo Bolognesi se ne è andato, credo di essere il più vecchio testimone dei primi anni e dei ritorni di Coseriu in Italia, nei tardi anni Cinquanta» [p. 10]).

La Storia della filosofia del linguaggio è un’opera estremamente interessante di Coseriu (ma anche più in generale) e permette di intrecciare variamente gli studiosi qui menzionati. L’edizione originale tedesca, da cui proviene anche quella Carocci, aveva una premessa di Trabant, qui conservata (pp. 25-32) e istruttiva, ma anche lui è criticato dalla curatrice (v. p. 14). A quest’ultima bisogna comunque riconoscere il merito di avere messo in luce l’angolatura migliore per apprezzare quel testo, «che, a ben guardare, non è davvero una “storia”, ma è piuttosto una “filosofia del linguaggio”. […] E come tale va letta. […] è un grande dialogo con i filosofi […], per cercare una risposta alle sue {sc., di Coseriu} domande sul linguaggio. Ma anche per riconoscere ogni volta il suo debito. E che cosa si presta di più al fraintendimento in tempi come questi di appropriazione egocentrica, di boria e presunzione scientifica? L’habitus di Coseriu era esattamente l’opposto» (p. 15).
E ancora: «la filosofia del linguaggio è tutta la filosofia dal punto di vista del linguaggio […]. Il grande merito di Coseriu è stato quello di aver giustificato la domanda filosofica sul linguaggio» come distinta da quella storica e da quella scientifica (p. 17 – corsivi nell’originale). Ne consegue che, allo stesso modo, bisogna distinguere la filosofia del linguaggio dalla linguistica generale e dalla teoria del linguaggio, mentre ad esempio in Italia «un disprezzo per la dimensione filosofica, detestata o ignorata, può condurre e ha condotto [..] ad una confusione tra filosofia del linguaggio e linguistica». «La domanda filosofica mira ad andare sempre oltre, mette in dubbio ciò che linguistica generale e teoria del linguaggio accettano tacitamente, comincia là dove queste finiscono. Ma a ben guardare le precede, dato che solleva a problema filosofico il “fondamento” del linguaggio che linguistica generale e teoria del linguaggio si limitano ad assumere. Queste ultime si basano dunque sulla filosofia del linguaggio, la presuppongono. La domanda filosofica sul linguaggio è così la domanda sul “senso dell’essere del linguaggio”» (p. 18).
Ho l’impressione che questa vena polemica sia stata generata probabilmente dall’intreccio fra dolorosi vissuti personali e duri sfondi storici sovraindividuali, più o meno aggiornati.
Ma al di là di tali considerazioni, queste stesse righe mi hanno fatto intuire che l’obiettivo da perseguire in una riflessione ‘alta’ sulla traduzione sia far capire (anche se non mi è ancora ben chiaro come) l’importanza, anzi di più: l’imprescindibilità, direi quasi la consustanzialità di quella attività, sfuggente, eppure analoga a «quell’estraniamento talmente quotidiano, da apparirci quasi ovvio, senza il quale non potremmo esistere» che è il linguaggio (cito sempre dall’introduzione di Di Cesare, pp. 16-17).
L’attività traduttiva, riprendendone la foggia, ossia quasi (ma non del tutto) modellata dalla lingua, duplica quella (e la nostra competenza linguistica, in senso lato), appoggiandovisi e sopravanzandola, e perciò appare ancora più difficile separarnela, scinderla dagli usi che abbiamo e facciamo della lingua.
Dovrò tornarci, forse Trabant e Coseriu sapranno fornirmi spunti illuminanti.

Concludo segnalando il sito dedicato a Eugenio Coseriu, dal quale si possono ricavare informazioni su di lui e scaricare praticamente quasi tutti i suoi saggi: http://www.romling.uni-tuebingen.de/coseriu/

Eugenio Coseriu (dal sito http://www.coseriu.de/)

N O T E

NOTA 1 – Nella fattispecie si tratta di un quadro dipinto nel 1602 da Roelant Savery e attualmente al Museo nazionale tedesco di Norimberga. Clicca qui per tornare al testo
NOTA 2 – L’argomento era affrontato in un’interessante ottica comparativa da un altro linguista (francese) in un bel volume, uscito nel 1995 come numero 19 della collana che accompagnava la rivista diretta da Raffaele Simone dal 1986 al 2003, «Italiano e oltre» {notizia dell’ultim’ora: dovrebbe essere disponibile tutta on-line a breve}: Claude Hagège, Storie e destini delle lingue d’Europa. Mi piace immaginare che, come De Mauro aveva affidato la prima traduzione di “sette studi” di Coseriu al suo giovane neolaureato Raffaele Simone (Teora del linguaggio e linguistica generale, Laterza 1971), così la storia si sia ripetuta nella generazione successiva: difatti fu un allievo di Simone, Edoardo Lombardi Vallauri, oggi ordinario di Linguistica generale a Roma 3, a tradurre la seconda edizione del 1994 del testo di Hagège (l’originale è del 1992 – con un titolo francese più evocativo del nostro: Le souffle de la langue). L’edizione italiana era corredata da una Presentazione (pp. IX-XV) di Alberto A. Sobrero, che poco prima aveva raccordato in maniera eccellente da curatore 17 fra i migliori linguisti (quasi tutti italiani) nei due importanti volumi della Introduzione all’italiano contemporaneo, intitolati rispettivamente Le strutture e La variazione e gli usi (Laterza 1993). Clicca qui per tornare al testo
NOTA 3 – Auroux scrisse con Kouloughli e Jacques Deschamps La filosofia del linguaggio (trad. it. di Ilaria Tani, Editori Riuniti, Roma 1998). Clicca qui per tornare al testo

Post aggiornato tra domenica 21 e martedì 23 gennaio 2018.

È nato!

Finalmente, proprio a ridosso dell’ultimo giorno dell’anno, e come tale di buon augurio, è uscito il mio saggio sulla traduzione e la Treccani: cliccando sul link o sull’immagine (che è il logo della Scuola), poi sul numero 9 del 2017, poi sul titolo La traduzione e la Treccani: un rapporto difficile?, lo potrete leggere on-line (altamente sconsigliabile: sono 58 pagine, anche se di formato ‘piccolo’), o scaricare gratuitamente. Un grazie dal profondo del cuore e un plauso alla rivista «Fogli di filosofia» della Scuola superiore di studi in filosofia dell’ateneo di Tor Vergata (Roma 2) e al suo coordinatore, Francesco Aronadio, per aver materializzato questa utopia.

Scuola superiore di studi in filosofia, Università di Tor Vergata (Roma 2)

Lottando contro il tempo (e il sonno – anche per questo mi pare particolarmente adatta l’immagine appena inserita), vi ho riordinato (molto) meglio una parte dei materiali di cui parlavo in questo post. Anzi, per riuscire a pubblicare almeno questa parte del lavoro, al quale ho dedicato almeno gli ultimi cinque-sei anni, sia pure a tempo perso, a un certo punto ho dovuto impormi di darle un taglio abbastanza drastico, in maniera sia da non sacrificare i materiali rimanenti, magari per scarso approfondimento, sia anche per valorizzare al meglio quelli raccolti sin qui.
La speranza (come capirà subito chi si metterà a leggerlo) è di poter trovare una sede che accolga anche il seguito del lavoro, che rimonta progressivamente sino alle origini del pensiero enciclopedico moderno, vale a dire alla prima metà del Settecento, intersecando tanti saperi e tanti fatti, date, personaggi.

Secondo il parere di almeno un paio di persone, in realtà dovrei scrivere un libro, e questo appena uscito potrebbe esserne già un capitolo. Ma di editori così folli non ce ne sono. Una possibilità a portata di mano potrebbe essere offerta invece dall’autopubblicazione presso i Dragomanni. È vero che sinora non ha ancora ospitato testi di saggistica, ma parlandone molto in generale col fondatore Daniele A. Gewurz non si tratta di una preclusione di principio. Certo è però che sul prosieguo del discorso e relative argomentazioni c’è ancora un bel po’ di lavoro da fare…

Il logo del sito ufficiale dei “Dragomanni”

Lascio qui appresso il sommario dettagliato del mio contributo, sperando che invogli qualcuno a dargli almeno una lettura veloce: per critiche, suggerimenti, proposte ecc., trovate sotto uno spazio dove scriverle o semplicemente per contattarmi.

Premessa (pp. 89-91); 0.1. Inquadramento (pp. 91-92): 0.1.1. Il riconoscimento di una “scoperta multipla”; 0.2. Studi di riferimento (pp. 92-103): 0.2.1. HSK; 0.2.2. Translation Studies; 0.2.3. Francia; 0.2.4. Italia; 1. Il caso Treccani (pp. 103-113): 1.1. Il problema iniziale; 1.2. Dopo la guerra; 1.3. Dizionario vs. enciclopedia; 2. L’«effetto Treccani» in Italia (pp. 113-124): 2.1. Il contributo di Georges Mounin; 2.2.1. Il nulla nullifica; 2.2.2. Esempi virtuosi; 3. Valutazione del problema (pp. 124-146): 3.1. Dubbi, refutazioni, proposte interpretative; 3.2. Le valutazioni degli storici; 3.3. Le traduzioni vere e proprie; 3.4 La Treccani come patronato?

 

Siete pronti a “Osare l’Enciclopedia”?

Forse è uno dei post più brevi in assoluto (magari sto imparando…): subito qui il link pertinente (ehi, mancano appena due giorni: affilate i vostri browser!) e poi spazio all’immagine:

Edition Numérique collaborative et CRitique de l’Encyclopédie

Intanto per ingannare l’attesa ho acquistato, nella versione PDF, il libro che occhieggia dal fondo dell’angolo inferiore destro…


AGGIUNTA DEL 25 OTTOBRE 2017

La messa on-line della prima edizione digitale, critica e collaborativa dell’Encyclopédie ha modificato radicalmente l’home page, per cui inserisco qui sotto un paio di link per chi fosse interessato a procurarsi per pochi euro (8,99 in PDF, 14 su carta) il distillato delle ricerche svolte dall’equipe di ricercatori per approntare il progetto in questione:

sito dell’Académie des sciences

sito dell’editore

Lo consiglio a chiunque voglia farsi un’idea chiara e sintetica dell’essenziale che c’è da sapere sulla grande opera illuminista (su cui tornerò presto).

Encyclopaedic Visions

locandina dell'evento

La locandina dell’evento

Consummatum est! Il pomeriggio di mercoledì 23 novembre 2016 ho tenuto una relazione al seminario per dottorandi (ciclo “Translationes”) dell’università di Tor Vergata, alla facoltà di Lettere e filosofia. Questo è stato il motivo principale della lunga latitanza (o latenza?): mi sono voluto preparare a fondo per sviscerare un tema attorno al quale giravo, lasciandolo e riprendendolo (come il gatto col topo) da almeno 4 anni, a giudicare dalle date nei files di lavoro sotterraneo. L’impressione (mi si dice) è stata quella di una relazione dotta, brillante, istruttiva, approfondita, piacevole (sia nella modalità espositiva, infatti le cose a braccio vengono sempre meglio, sia per i contenuti, otiosi: vale a dire, in sé poco utili ai dottorandi, i quali d’altro canto hanno avuto la fortuna di vedersi sciorinati davanti argomenti nei quali neanche in tutto il loro percorso di specializzazione potrebbero pensare o sperare di imbattersi…).

Qui cercherò di ripercorrere i tratti salienti della mia performance (perché sì, c’è stato anche un aspetto teatrale, anche se certamente visibile a me solo), ripercorrendo la traccia principale e lasciando un po’ di spunti/link riorganizzati nella maniera migliore (forse).

La copertina di Yeo 2001

La copertina di Yeo 2001

Tanto vale cominciare allora dal titolo di questo post. Perché non replicare quello riportato sulla locandina (che vedete qui in alto e che, una volta tanto, è buona farina del mio sacco)? Ebbene, non è per rinnegare la mia contrarietà alla esterofilia, a favore della possibilità di esprimere in italiano quello che c’è da dire (ho da un sacco di tempo un post a riguardo, che però è tuttora nella pancia del computer sostanzialmente a causa di scrupoli ‘accademici’…): Encyclopaedic Visions. Scientific Dictionaries and Enlightenment Culture è un libro dell’australiano Richard Yeo che per il taglio e l’argomentazione è tremendamente interessante, anche se ne ho scorso solo qualche pagina e recensione su internet (mai come adesso, e dunque sempre di più in futuro, ho sfruttato Google Books). Mi conforta però sapere che è alla Nazionale di via Castro Pretorio, e prima o poi me lo guarderò con cura. Intanto mi sembrava che avesse un binomio (titolo+sottotitolo) adatto all’andamento della mia esposizione e una bella copertina, che mi affretto a riprodurre (se l’autore, la casa editrice o altri dovessero protestare, la toglierò).

All’inizio è stato distribuito l’unico “handout sintetico” (fronte-retro) che ero riuscito ad approntare: una serie numerata à-la-Wittgenstein ‘prima maniera’ di 22 link, con brevissimi commenti esplicativi, sul “lavoro della traduzione e le attività dei traduttori” {NOTA_1}. Andava dall’elenco di 65 associazioni e centri specializzati a livello internazionale (qui eccone un secondo), alla Rete europea, alle due associazioni italiane (STradE e A.I.T.I.), al “rapporto Assouline” (per combattere la retorica e i luoghi comuni che diffondono tanti giornalisti che in realtà non sanno di cosa parlano, ma mirano soltanto a fare un pezzo impressionistico-riempitivo) e le varie inchieste promosse da ReRePre e STradE col supporto di Slc-Cgil (su queste non fornisco link, ma esorto gli interessati a scorrere pazientemente all’indietro il mio blog per riperscarle). Questo tanto per far capire che i traduttori sono, sì, svantaggiati e negletti, ma non sono delle monadi, si cercano, sanno auto-organizzarsi per difendere i propri interessi e puntano a rendere i colleghi più consapevoli dei propri diritti.

La copertina del primo tomo del II volume della Encyclopédie philosophique universelle

La copertina del primo tomo del II volume della Encyclopédie philosophique universelle, diretto da Sylvain Auroux

Il passo successivo è stato rendere omaggio alla sede in cui venivo ospitato, Lettere e filosofia (NOTA_2}. Allora, mi sono posto un po’ sfacciatamente (immeritatamente?) sotto i doppi auspici degli «intraducibili» di Barbara Cassin e dei 4 volumi in 6 tomi della Encyclopédie philosophique universelle, secondo me abilmente orchestrata soprattutto dal linguista Sylvain Auroux per far capire anche ai filosofi come e quanto la loro disciplina, forse anche più di altre, sia tributaria non solo alle tradIzioni, ma anche alle tradUzioni e al mistilinguismo.

Questi erano però ancora dei passi/gesti introduttivi (leggi: ad captationem benevolentiae), prima di far esplodere la rivelazione: nella primissima Treccani (meglio: la Enciclopedia italiana di scienze, lettere e arti, 35 volumi dal 1929 al 1938, gioiello e summa dell’erudizione italica, lodata anche dal massimo esperto Collison per il suo alto profilo a dispetto del fascismo imperante) NON compaiono i lemmi ‘tradurre’, ‘traduttore’, ‘traduzione’ (né eventuali derivati). Qualcosa sembra potersi ricuperare consultandone l’Indice analitico, ma basta andare poi a leggere effettivamente le pagine indicate per capire che è un’illusione di breve durata. Per tutte queste e altre informazioni, nella perdurante assenza di una ufficiale, cioè seria, anche azzimata, “storia della Treccani” {NOTA_3}, mi è stata oltremodo utile la Guida all’archivio storico (un corposo PDF, scaricabile dal sito Treccani stesso), oltre a varie pagine, a cominciare da quelle delle molteplici edizioni dell’Enciclopedia stessa, sagacemente archiviate sempre sul sito ufficiale. Sta di fatto che questa misteriosissima lacuna, questo “silenzio” (oblio? deserto? damnatio memoriae? sicuramente si potrà designare come “effetto Treccani”) segna in maniera indelebile almeno trent’anni della cultura italiana, dato che nessun’altra grande opera di consultazione scritta nel nostro paese fino agli anni Sessanta osò sfidarlo.

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Il frontespizio del “Supplemento” (1940) del GDE

Nemmeno le prime due edizioni del Grande dizionario enciclopedico «a cura del prof. Giovanni Trucco […] sotto la direzione di Pietro Fedele» {NOTA_4}, l’allora concorrente principale della Treccani, tenta una scansione diversa del lemmario; rimedierà poi la terza, grazie a una giovane Bice Mortara, all’epoca non ancora Garavelli (pure presente già nella seconda insieme ad altri che stavano diventando o sarebbero diventati MOLTO famosi: Nicola Abbagnano, Norberto Bobbio, Luigi De Nardis, Umberto Eco [responsabile del settore ‘stilistica’], Vittorio Mathieu, Massimo Mila, Ervino Pocar, Dario Puccini, Luigi Salvatorelli, Vittorio Strada, Cesare Vasoli ecc.): ma con la terza edizione siamo arrivati al 1972! E tale constatazione è ancora più strana, se si pensa che nelle varie opere enciclopediche pubblicate nell’Ottocento pre e post-unitario dalla Pomba, progenitrice diretta della Utet a cui si deve il GDE, voce e trattazioni a riguardo non mancano affatto. Tra la marea di spigolature raccolte nella mia ricerca tra secoli di polverulente ricerche lessico-enciclopediche, più o meno gustose, ne riporto qui appresso solamente un paio.

  • Il lemma Traduzione manca anche nelle prime due edizioni del Vocabolario della Crusca (1612 e 1623 – però c’è Tradurre, ovviamente, e si veda contra il TLIO, dove compaiono entrambe, anche se l’accezione linguistica è l’ultima, più tarda, posso supporre perché più lontana dal significato latino), entra poi nel 1691 e guardando ben in profondità il quadro si amplia nella quarta (1729-38), temperata dalla guida di Anton Maria Salvini: sarà un caso che fosse lui stesso traduttore?
La pagina 1713 della terza edizione (1723) del "dizionario cruscante"

La pagina 1713 della terza edizione (1691) del “dizionario cruscante”

  • Nel XXIII volume (TG-U) del Lessico universale italiano di lingua, lettere, arti, scienze e tecnica (per gli amici: LUI, un importante dizionario edito dalla Treccani come ampliamento e consolidamento del Dizionario enciclopedico italiano, che «integrava la parte enciclopedica con tutto il lessico della lingua italiana» {NOTA_5}, compare addirittura una sezioncina (28 righi e mezzo) sulla Traduzione automatica; tentativo apprezzabile di ricuperare il tempo perduto, peccato però che quando esce, nel 1980, quella direzione di ricerca si è ormai largamente ridimensionata e non avrebbe più meritato tanto spazio.
  • Aggiunta (in via di risoluzione): riconosco che queste attestazioni sono contestabili, in quanto provengono tutte da dizionari. Cioè si solleva così il grave problema della distinzione dizionario/enciclopedia, sulla quale Eco è tornato più volte lungo almeno vent’anni, dall’Enciclopedia Einaudi fino all’ambizioso e a sua volta ‘enciclopedico’ saggio che apre la sua raccolta di «studi storici sul segno e l’interpetazione» Dall’albero al labirinto (Bompiani 2007: pp. 13-96). In mezzo andrebbero inserite anche utili distinzioni fra i termini ‘dizionario/vocabolario/lessico’, come quella esposta dallo storico della lingua Luca Serianni nell’ottobre 2004 sul sito della Crusca {NOTA_6}. Non è possibile riassumere qui il dibattito, ma voglio accennare al fatto che, per elaborare la mia posizione, mi sono di aiuto gli scritti di Bourdieu, Lotman, Torop (grazie a Bruno Osimo!) e Lefevere (quest’ultimo su un altro piano, certo), almeno. Una conferma indiretta di essere sulla buona strada la ricavo inoltre dal (concluso) progetto D11 dell’università di Heidelberg: “Hidden Grammars of Transculturality – Migrations of Encyclopaedic Knowledge and Power”.

Ho ancora tante altre schede per una ricognizione adeguata del quadro lessicografico dell’Ottocento italiano, che qui sarebbe dispersivo riportare. Tuttavia ho intuito presto che l’indagine sarebbe stata corroborata notevolmente spingendone l’orizzonte oltre la nostra penisola. Così sono andato a cercare come si comportassero altre enciclopedie sullo… scacchiere europeo. Beh, tanto per cominciare dall’inizio, nella Encyclopédie degli illuministi francesi non c’è una voce sola per ‘traduzione’, ma due addirittura: la prima di Jean Beauzée (del 1765), l’altra (in un’Appendice del 1776) di Jean-François Marmontel, e il bello è che sono impostate in maniere molto differenti (come fa rilevare Armin Paul Frank nella lunga disamina storica Main concepts of translating: Transformations during the Enlightenment and Romantic period in France, Great Britain, and the German countries {NOTA_7}.

Antiporta della Cyclopaedia di Chambers

La bellissima antiporta nella Cyclopaedia di Chambers

Ma chiunque abbia letto un buon manuale di storia della filosofia sul Settecento, saprà non solamente che Denis Diderot, in pratica capo-redattore dell’audace impresa editoriale, proveniva da una gavetta di traduttore (un  mestiere che neanche allora garantiva una solida sussistenza… anche se nel suo carnet di autori che aveva trasposto in francese poteva annoverare persino Leibniz!), ma che la stessa Encyclopédie nacque come traduzione e adattamento di un’altra opera di consultazione dell’epoca, la fortunatissima Cyclopaedia (1728, 2 voll., 10 edizioni fino al 1752, più 2 volumi di Supplemento nel 1753) che valse l’ammissione nella Royal Society al suo (si pensa quasi) unico compilatore, Ephraïm Chambers. Vi stupirete o sarete vieppiù infastiditi se aggiungo che anche Chambers vantava una carriera di traduttore?

Va bene, non posso rifare qui tutta la storia, per quanto in sé piuttosto interessante, del «grande affare dei Lumi» (a proposito, l’originale inglese [1979] di questo testo fondamentale dello storico americano Robert Darnton, tradotto in italiano da Antonio Serra per i tipi raffinati della Sylvestre Bonnard [Milano 1998], è stato ‘liberato’ su internet dall’autore stesso: cercatelo, ma sappiate che è un PDF di quasi 55 mega!); molti aggiornamenti però si possono ricavare per esempio dalla rivista on-line Recherches sur Diderot et sur l’Encyclopédie, senza dimenticare però il libretto IMHO ancora valido Le origini dell’Enciclopedia {NOTA_8} del grande storico Franco Venturi.
Aggiungo un’altra spigolatura: in un articolo del 1991 Gianfranco Dioguardi {NOTA_9} ha ipotizzato che l’idea di proporre Chambers in francese sia scattata, nella “testa ben fatta” di Diderot, quando si accorse che in Italia si erano già messi all’opera per tradurla. Eh sì, perché forse non tutti sanno che di quel lavoro se ne fecero da noi ben quattro traduzioni (a riprova ulteriore dell’ampia circolazione e fortuna di quell’opera): Napoli, 1747-54 (8 voll.); Venezia, 1748-49 (9 voll.), di nuovo Venezia, 1762-65 (6 voll.) e Genova, 1770-75, mentre l’Encyclopédie spuntò un paio di volte, ma sempre in francese (quindi, certo, in folio e con molti più volumi e tavole splendide del progenitore inglese): a Lucca (1759-76) e a Livorno (1770-9), quest’ultima sotto la protezione del granduca di Toscana, Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena.
Fortunatamente la Cyclopaedia si può scaricare/consultare integralmente in vari siti; grazie a una semplice ricerca in questo di storia della scienza e della tecnologia presso l’università del Wisconsin, ben allestito, ho scoperto che il termine Translation (nel senso che ci interessa) compare anche in altre 4 voci: Gloss, Metaphrast(es), il francesismo Traduction e il termine Version, che comparirà anche in tutte le opere enciclopediche successive (ah, in latino c’era anche nella Crusca… e qui non si può non menzionare l’ottimo testo di Maurizio Bettini, Vertere. Un’antropologia della traduzione nella cultura antica, Einaudi 2012, da cui ricuperare quasi tutta la letteratura anteriore in merito).

Insomma, è difficile porre un punto di partenza univoco e questo lo si intuisce leggendo i lavori di Walter Tega, che già negli anni Ottanta metteva a frutto le  riflessioni profondamente originali della filiazione “garininana”, con Paolo Rossi e Cesare Vasoli in testa. Una buona sintesi è nel volumetto, divulgativo ma di impostazione originale, approfondito e documentato, di Paolo Quintili, Enciclopedia e illuminismo (Carocci 2003, rist. 2005). Inoltre ho trovato una chiave di lettura molto originale nel saggio dello storico della scienza Giorgio StabilePuzzle e Lego: l’enciclopedia e le sue forme (pubblicato originariamente nel quadrimestrale dell’editore romano Viella Critica del testo, III [2000] 1: 253-275, un numero dedicato al “Canone alla fine del millennio”).

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Alcuni volumi del Konversations-Lexikon (Brockhaus)

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Il titolo (in Fraktur) della mastodontica impresa che si deve a J.G. Krünitz

Ecco, a questo punto penso avrete capito che, come al seminario, potrei continuare a incantarvi o annoiarvi per ore con spezzoni folgoranti e inattesi di conoscenze perdute, dimenticate, trascurate, disattese, scartate, disperse nel decorso della moderna storia intellettuale europea … Più utile a chi fosse interessato ad approfondire, invece, potrebbe essere raccogliere qui in fondo un po’ di link che mi sono serviti a reperire informazioni e spunti, che mi riprometto di raggruppare in maniera più ordinata per presentare un progetto di ricerca veramente transnazionale.

Una parte rilevante della mia indagine è occupata da opere dell’area culturale tedesca (con particolare riguardo al concetto di Konversationslexikon). Lì ho scoperto magnifici lavori di digitalizzazione su opere antiche, a cominciare dal sito dedicato all’Universal-Lexikon di Johann Heinrich Zedler (1731-1754, 64 voll. + 4 di supplementi: ca. 284.000 lemmi, di cui 120.000 dedicati a nomi di persona e 73.000 a nomi di luogo, con 276.000 rimandi su 63mila pagine in-folio a due colonne), che per approfondimenti specifici si abbina al sito-satellite Zedleriana.
E non era neanche l’opera più estesa: abbiamo difatti la Allgemeine Encyclopädie der Wissenschaften und Künste di Johann Samuel Ersch e Johann Gottfried Gruber (1818-1889, interrottasi alla fine della lettera P, dopo 167 volumi e uno di tavole, ca. 70mila pp.), la cui storia si intreccia con le quattro enciclopedie tedesche più note nell’Ottocento: Brockhaus (che già dalla seconda edizione in 8 volumi, usciti fra il 1812 e il 1819, sfoggia una sua voce, puntuale e dignitosa: Übersetzungskunst, ovvero ‘l’arte della traduzione’ [ma si tenga presente che sullo sfondo vige ancora la connessione kunst – ars – techne]), Meyer, Pierer e Herder.
Batte però tutti l’ancora più ingombrante Oekonomische Encyklopädie, oder allgemeines System der Staats- Stadt- Haus- und Landwirthschaft di Johann Georg Krünitz (1773-1858, 242 voll., 144mila pp.). Beh, che ci crediate o no, quest’ultima, sebbene con tutta evidenza molto specialistica, contiene i lemmi übersetzen (ossia: tradurre, e con varie accezioni, di cui soltanto quella linguistica occupa quasi 4 colonne!), Übersetzer/-rin, Übersetzung (traduttore/-trice, traduzione) e la solita ‘sorella minore’ Version (senza contare altre voci secondarie, come Translation e Translator). La stessa situazione si ritrova in Zedler (con l’eccezione di Übersetzerin), incredibilmente!

A beneficio dei lettori più volenterosi, riporto qui appresso altre fonti consultate:

  • per chi fosse interessato anche all’età di mezzo può cominciare spulciando Lexilogos, poi passare al più specifico Mediaevum – e faccio presente che nel 2013 il coraggioso editore trentino La Finestra [il nome deriva da un passo di Florenskij] ha pubblicato la «seconda edizione, riveduta e ampliata» di Marco Albertazzi, Enciclopedie medievali. Storia e stili di un genere);
  • il Thesaurus Eruditionis dell’università di Mannheim ospita i progetti CAMENA e TERMINI per decine di opere neolatine del Cinque-Seicento (che so, Calepino, Comenio, Du Cange, Estienne, Vossius, ma anche il Lexicon Universale di Johann Jacob Hofmann nella «editio absolutissima» del 1698);

    hofmann1698

    La splendida antiporta di Hofmann 1698

  • non può mancare il grande Münchener Digitalisierungszentrum della Biblioteca di Stato bavarese (consultabile anche in italiano);
  • il sito dell’università di Halle (Salle, Sachsen-Anhalt) ha scansionato {NOTA_10} tantissimi volumi pubblicati dal XVI al XVIII secolo;
  • N-Zyklop, una banca dati internazionale con possibilità di ricerca in moltissime enciclopedie di ogni epoca e regione (allestita dal 2005 dalla biblioteca dell’università tedesca di Treviri);
  • Wörterbuchnetz, 26 dizionari a tutto testo (storici, dialettali, ma anche il Meyers Großes Konversationslexikon – anche qui grazie agli sforzi dell’ateneo di Treviri);
  • il Zentrales Verzeichnis Digitalisierter Drucke di un consorzio fra biblioteche e enti di ricerca (quasi un milione e mezzo di titoli dal XV secolo a oggi);
  • Retrobibliothek è impegnato a digitalizzare varie opere, composte in gotico fra Otto e Novecento;
  • Zeno offre altre migliaia di testi in tedesco, suddivisi per materie (non a caso si presenta al pubblico come “La mia biblioteca”);
  • last not least, Enzyklothek, un sito proprio dedicato a quello che andavo cercando (riporta le indicazioni di quasi 10.000 opere di consultazione, non solo tedesche, anche se non tutte sono effettivamente digitalizzate: ma da lì sono potuto risalire anche a testi italiani);
  • al precedente confesso di esserci arrivato dal progetto zurighese Allgemeinwissen und Gesellschaft (2002-2006, poi in parte trasmigrato ad Heidelberg [v. sopra]), dalla struttura molto originale e interessante sin dal ‘sottotitolo’: «Le enciclopedie come indicatori di mutamenti nel valore sociale del sapere, della formazione e delle informazioni»

Devo però ancora rassicurare gli amici che amano e/o praticano lo spazio culturale ibero-lusitano, quello ebraico (che riserva una sorpresa) o quello statunitense: non ho dimenticato di sondare anche quelli attraverso le loro enciclopedie più significative. Ma c’è ancora tanto da dissodare e sistematizzare (ebbene sì: l’esprit de système scorre ancora tra noi mortali)!

Purtroppo adesso devo fermarmi qui, altrimenti questo post non verrà mai fuori, rischiando di duplicare il vero ‘lavoro’ di scrittura estesa. Spero che tutto ciò perlomeno incuriosisca qualcuno: perciò esorto chi avesse suggerimenti, critiche, proposte, collaborazioni, qualunque cosa di costruttivo, a lasciare un commento qui sotto. Grazie!

NOTE

1) Lo invio gratis per e-mail a chi ne faccia richiesta nei commenti qui sotto.

2) Il seminario è comune alle università di Roma 2 e Roma 3, «da quando il MIUR ha pensato bene di avviare la sua politica di strozzamento delle università», come mi è stato riferito con amarezza da un autorevole esponente universitario.

3) C’è un saggio di Elmar Schafroth nell’ottima panoramica curata da Ulrike Hass nel 2012 per Gruyter (Grosse Lexika und Wörterbücher Europas. Europäische Enzyklopädien und Wörterbücher in historischen Porträts), per quanto tale miscellanea a me pare una sorta di aggiornamento dei lavori, pur benemeriti, diretti dallo storico americano Frank A. Kafker (cioè i numeri monografici 194 e 315, datati 1981 e 1994, della rivista Studies on Voltaire and the eighteenth century). Lo stesso vale, anche se in ambito più ristretto, per il bel volume curato da John Considine nel 2014 per la Cambridge UP, Academy Dictionaries, 1600-1800.

4) Sic nel frontespizio della prima, che uscì negli anni dal 1933 al 1939 in 10 voll. + 1 supplemento; seconda ed. «interamente riveduta e accresciuta»: 1954-65, 12 voll. + 1 supplemento e aggiornamenti come “Appendici” dal 1973 in avanti; terza ed., anch’essa «interamente riveduta e accresciuta»: 1966-75, 19 voll. e vari supplementi; quarta ed.: 1984-1991: 20 voll. e vari suppl.

5) Cito dal sito Treccani, sezione “Dal dopoguerra a oggi: anni Cinquanta e Sessanta”. Il DEI uscì dal 1955 al 1961 in 13 voll. + vari supplementi sino al 2006 (per adesso); il LUI raddoppiò: 24 volumi + 4 suppl. e 3 atlanti, 1968-81.

6) Vorrei consigliare a questo proposito la lettura di due testi, molto diversi tra loro (anche come dimensioni: tanto smilzo il primo, quanto esteso il secondo), ma proprio per ciò complementari, a mio avviso: Valeria Della Valle, Dizionari italiani: storia, tipi, struttura (Carocci, 2005) e Claudio Marazzini, L’ordine delle parole. Storia di vocabolari italiani (il Mulino, 2009).

7) È il saggio n° 163, alle pp. 1531-1609, del secondo dei tre volumi dedicati alla traduzione, nella ponderosa serie HSK (ossia: Handbücher zur Sprach- und Kommunikationswissenschaft, 26 – letteralmente: Manuali di linguistica e scienza della comunicazione; il primo è del 2001, il secondo del 2008 [qui il sommario del secondo tomo, appunto], il terzo del 2011, tutti pubblicati dal noto binomio De Gruyter-Mouton di Berlino-L’Aia.

8) Einaudi 1963; in realtà, questa è una seconda edizione rispetto alla prima, pubblicata dalle sconosciute Edizioni U di Roma-Firenze-Milano nel 1946, a sua volta tradotta da una tal Juliette Bertrand dall’originale francese pubblicato a Parigi da Skira nel 1939!

9) Questi non è stato propriamente uno storico, ma un imprenditore con una passione bibliofila, che quello stesso anno diede vita alla fondazione eponima.

10) Scandito? Scannerizzato? Non risolverò mai questo dubbio…

Riviste (ri)viste

Scusate il gioco di parole troppo facile, ma un titolo deve pur avere una sua ragion d’essere, cioè incuriosire e far spostare il focus visivo sulle righe a seguire, per quanto siano lunghe, massicce e (perciò) temibili…
Allora, stavolta ho deciso di cambiare un po’ strada e raccogliere qui, a mo’ di promemoria per letture e approfondimenti a chi non abbia di meglio da fare (come il sottoscritto-sottoccupato), un elenco di riviste on-line che, per un verso o per l’altro, potrebbero risultare di una qualche utilità a coloro che bazzicano questo mio blog. È speranza troppo remota?
Per l’occasione ho anche inaugurato una nuova categoria, che spero si riveli proficua non solamente a me.
Buona condivisione!

Mi piace cominciare da riferimenti italiani, forse anche per contrastare una carenza notata nei siti stranieri che verranno dopo… ma a parte questo, l’ordine di presentazione non ha altri significati reconditi.

I siti italiani sono un bel mucchietto, ad ogni modo non escludo di essermene dimenticato qualcun altro per strada. Certo è che se dovessi spenderci tante parole, il post diventerebbe insopportabilmente lungo (come se in genere non lo fossero già abbastanza!) e magari dovrei sdoppiarlo, opzione che però non mi garba molto.
Allora su questo primo blocco di siti italici andrò più velocemente (tranne nel primo caso, per i motivi che spiego fra poco), affidandomi al solo, tradizionalissimo ordinamento alfabetico inaugurato dall’Encyclopédie, così magari vi pungerà vaghezza di andarli a sbirciare, ammesso che non li conosciate e/o spulciate già. E per non fare torto a nessuno, anche per gli stranieri adotterò il medesimo sistema di presentazione, sebbene corredati du qualche notizia in più.
Naturalmente, se qualcuno di voi ha da proporre suggerimenti, modifiche, integrazioni e simili, me li segnali e li ‘metabolizzerò’ a vantaggio di tutti. Trasformando questo post o magari facendone addirittura un seguito, dato che tutto sommato non ci sono siti tedeschi o… australiani!

 

1. RIVISTE E SITI ITALIANI

Il primo a essere menzionato necessita, a mio avviso, di qualche riga in più perché davvero tanto ricco, quanto poco noto.
Il Centro di studi linguistico-culturali, ricerca – prassi – formazione, sorto nel 1984 presso il dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne (Studio 138) dell’università degli studi di Bologna, riunisce oltre 60 studiosi, suddivisi in 6 sezioni (anglistica, francesistica, germanistica, iberistica, linguistica-glottodidattica, slavistica), e oltre a un’attività convegnistica, produce un’ampia gamma di pubblicazioni, (quasi) tutte disponibili liberamente come pdf da scaricare.

Non pesano così tanto i Quaderni del CeSLIC!

Non pesano così tanto i Quaderni del CeSLIC!

Da notare in particolare i Quaderni che sotto la direzione di Donna R. Miller appaiono in 5 collane distinte: atti di convegni (dal 2005, 4 titoli di cui 3 anche su carta – segnalo qui: il bellissimo Tradurre figure/Translating Figurative Language del 2014); i manuali di “Functional Grammar Studies for Non-Native Speakers of English” (dal 2004, 7 volumi di cui 2 ‘doppioni’ in quanto seconde edizioni, cioè più aggiornate); gli “Studi Grammaticali” (un solo titolo, in realtà, del 2008); “Altre pubblicazioni – AMS acta” (un solo titolo del 2010); e i “CeSLiC Occasional Papers” (29 titoli, dal 2005). Cliccando per entrare in una di queste collane si apre un’altra scheda, che offre maggiori informazioni sui testi in pdf.

Attenzione: in quest’ultima c’è un pulsante “Su di un livello”, che porta a un altro elenco: quello di tutte le collane aderenti all’AMSActa – Institutional Research Repository, dove finalmente si capisce che AMS sta per “Alma mater studiorum”, in pratica una parte della cospicua biblioteca digitale dell’ateneo bolognese (AlmaDL – University of Bologna Digital Library).

eSamizdat – Rivista di culture dei paesi slavi esce dal 2003 ed è (quasi sempre…) un quadrimestrale articolato in 15 sezioni, visibili già sull’home page.

inTRAlinea – online translation journal è dal 1998 la rivista (soltanto) elettronica del Dipartimento di interpretazione e traduzione dell’università di Bologna, i cui numeri però non escono solamente in italiano.

Un molo che attende... traghettatori di parole?

Un molo che attende… traghettatori di parole?

LEDonline nasconde nell’acronimo semplicemente la casa editrice milanese Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, il cui sito presenta sezioni distinte per riviste elettroniche ed e-books, a loro volta suddivisi in collane, discipline ecc. Alcuni testi sono scaricabili integralmente, alcuni in parte, mentre di altri c’è solamente una presentazione.

RITT è la Rivista internazionale di tecnica della traduzione – International Journal of Translation: dal 1992, EUT Edizioni Università di Trieste. L’indice è consultabile e cliccabile a questo indirizzo, mentre tutte le riviste pubblicate da EUT sono visionabili a quest’altro URL.

Ticontre. Teoria Testo Traduzione è un semestrale di riflessione sul testo letterario in chiave comparata, attivo dal 2014 e che punta l’attenzione su critica e analisi testuale, storia e teoria della letteratura, nonché traduttologia.

 

2. RIVISTE E SITI STRANIERI

2.1. IN FRANCESE

Un san Girolamo, opera di Antonello da Messina (ca. 1460).

Un san Girolamo, opera di Antonello da Messina (ca. 1460).

Comincio con un sito molto bello (anche graficamente) e secondo me importante: Histoire de la traduction en Europe médiane, opera del CEEM (Centre d’Étude de l’Europe Médiane) presso l’INALCO (Institut national des langues et civilisations orientales di Parigi, sostenuto dalla municipalità di quest’ultima, e produrrà un volume complessivo e un’antologia).
Per comprenderne l’importanza occorre chiarire meglio a cosa si riferisce l’indicazione geografica: è il cuore dell’Europa,

zone située entre l’Allemagne et la Russie, de la région balte aux Balkans […] de la Slovénie à l’Ukraine et de la Finlande à l’Albanie. Son principal objectif est de retracer l’évolution de la pratique et du rôle culturel de la traduction au sein de cette aire et de mettre en lumière les influences et les interactions qui, grâce à la circulation des textes traduits, ont contribué au fil des siècles à forger l’unité culturelle de l’Europe.

Lì si contano ben 16 lingue (albanese, bosniaco-serbo-croato, bulgaro, cèco, estone, finlandese, lettone, lituano, macedone, polacco, romeno, slovacco, sloveno, sorabo, ucraino e ungherese) e [interessante proprio la non perfetta sovrapposizione!] addirittura 18 culture: bosniaca, bulgara, cèca, croata, estone, greca, lettone, lituana, macedone, montenegrina, polacca, romena, serba, slovacca, slovena, soraba, ucraina e ungherese. Sono coinvolti sul progetto 25 ricercatori, francesi e non.
La descrizione generale presenta termini il cui senso risulta molto usurato in altri contesti: interdisciplinarità, approccio interculturale, prospettiva intertestuale – ma il cui prefissoide connota esattamente l’intenzione di creare «passerelle» (forse simili ai passages benjaminiani) attraverso i soliti steccati e orticelli, che siano etichettati come letteratura o storia, pensiero politico o filosofia o linguistica, ma anche slavistica (la prima disciplina che verrebbe in mente, pur risultando anch’essa insufficiente).
Il sito (tutto in francese) è articolato in sei aree principali: Lingue | Traduttori | Antologia | Bibliografia | Iconografia | Link.

San Girolamo, da un dipinto del Ghirlandaio (ca. 1480).

Un altro san Girolamo, da un dipinto del Ghirlandaio (ca. 1480).

La sezione più originale e stimolante è a mio modesto avviso la seconda: come sviluppando i sentieri in parte già tracciati da Jean Delisle, soprattutto nei suoi “ritratti” al maschile e al femminile (si vedano i riferimenti nella parte bibliografica generale del sito), vengono fornite brevi indicazioni sui principali traduttori attivi in quelle lingue (anche se al momento ancora metà sono totalmente sguarnite, inoltre non è chiaro se e quanto il regesto si possa estendere all’indietro nel tempo, cioè risalire a prima dell’Ottocento, dove certamente hanno agito potenti e molteplici spinte all’autocoscienza di questo lavoro). [NOTA 1] A essi si collega un florilegio di citazioni specifiche sul tradurre, tratte da opere loro e comunque tipiche di quelle culture, ma soprattutto le risposte a un questionario (112 domande complessive), articolato su 5 macro-temi: 1) Au fondement des langues littéraires : la traduction des textes religieux; 2) La traduction et la formation des littératures profanes; 3) La traduction et la modernité littéraire; 4) Traduire sous le totalitarisme; 5) Questions générales.

Traduire. Revue française de la traduction è la rivista semestrale della Società francese dei traduttori, creata nel 1947 e a cui aderiscono 1400 traduttori di professione, dei quali funge perciò quale sindacato a tutti gli effetti.
È anche membro della Fédération Internationale des Traducteurs (FIT, che ha contribuito a fondare) e dell’Union Nationale des Professions Libérales (UNAPL).
L’ultimo numero in rete è il 231 del 2014 (monografico sulla cucina: À table!), la cui lettura on-line sarà però disponibile solamente a dicembre 2016.

Ginevra Bompiani (foto Ansa).

Ginevra Bompiani (foto Ansa).

Sulla traduzione, soprattutto letteraria, ho scovato Translittérature, il cui ultimo numero visibile è il 48 del 2015 (annuale, causa rimaneggiamenti interni, ma la rivista è semestrale); nel precedente, del 2014, ho trovato un breve intervento di Ginevra Bompiani, da una tavola rotonda tenutasi a Parigi ai primi di aprile del medesimo anno su «La traduction: circulation des livres et des idées», titolo poi assegnato anche al suo pezzo.

TTR : traduction, terminologie, rédaction nasce nel 1987 presso l’università del Québec, a Trois-Rivières, grazie a Jean-Marc Gouanvic e Robert Larose; l’anno successivo diventa la rivista dell’ACT-Association canadienne de traductologie.
Cliccando sulla linguetta “Revues”, in alto,  si viene trasferiti all’elenco di tutte le riviste francofone ospitate sul sito e consultabili generalmente da Persée, con la possibilità di effettuare ricerche anche per materie. Sotto “Ètudes de langues” accanto ad altre 16 riviste, troviamo: H.E.L. Histoire Èpistémologie Langage (69 numeri e 1158 documenti dal 1979 al 2012), Langages (164 numeri e 1344 documenti dal 1966 al 2006), Meta : journal des traducteurs / Meta: Translators’ Journal (pubblicata dalle Presses de l’Université de Montréal, qui è archiviata dal 1966 al 2015) e la gloriosa Revue des études slaves (182 numeri e 3830 documenti dal 1921 al 2012); magari ci si potrebbero annettere anche le Recherches sémiotiques / Semiotic Inquiry dell’Association canadienne de sémiotique / Canadian Semiotic Association (presente soltanto dal volume doppio 28-29 del 2008 al triplo 32 del 2012, ma di cui segnalo ugualmente il doppio numero 2-3 nel volume 29 datato 2009, interamente dedicato alla traduzione).

 

2.2. IN SPAGNOLO

Due dipinti che raffigurano la torre di Babele.

Due dipinti che raffigurano la torre di Babele.

Estudios de Traducción (ISSN 2174-047X, ISSN-e 2254-1756) della Universidad Complutense de Madrid (Instituto de Lenguas Modernas y Traductores, Facultad de Filología), annuale dal 2011. Particolarità: la copertina di ciascun numero riporta una diversa raffigurazione pittorica della torre di Babele (riusciranno a trovarne tante differenti…?).

Hieronymus Complutensis (ISBN: 978-84-692-0832-8; ISSN 1135-304 X), attiva dal 1995 e digitalizzata in rete fino al n° 12 (2005-6), è il periodico dell’Instituto Universitario de Lenguas Modernas y Traductores (IULMYT) della Universidad Complutense madrilena, che per questo progetto elettronico si è giovata della collaborazione dell’Instituto Cervantes e del connesso Centro Virtual Cervantes.

MonTI. Monografías de Traducción e Interpretación (ISSN 1989-9335), promossa dall’università di Alicante con le altre valenzane: Universidad Jaume I de Castellón y Universidad de Valencia; attiva dal 2009, ogni anno raccoglie e pubblica una raccolta di studi in una delle lingue seguenti: castigliano, francese, inglese, italiano e tedesco, ma su internet ne verrà offerta anche una versione in inglese. Al momento cliccando sull’elenco completo degli articoli, ne viene fornito un totale di 127, che possono essere visualizzati per titolo, autore, data ascendente o discendente.
Andando un po’ a caso, nel n° 6 (2014) alle pp. 37-62 c’è un saggio approfondito in inglese di Maria Vittoria Calvi (docente di Lingua e traduzione spagnola a Milano) sui rapporti fra traduzione e lessicografia (registrato ufficialmente col codice ISSN 1889-4178),
In effetti tutto quel numero è dedicato alla dizionaristica specializzata, con incursioni nella terminologia e persino nella storia: così, ad esempio Francisco Javier Sánchez Martín scrive a proposito del trattato Della geometria di Oronce Finé, tradotto da Cosimo Bartoli a Venezia per i tipi di Francesco Franceschi Senese nel 1587.

Il logo della rivista cilena.

Il logo della rivista cilena.

Onomázein. Revista de Lingüística, Filología y Traducción (ISSN 0718-5758) conta 32 numeri dal 1996 al 2015 per la Pontificia Universidad Católica de Chile (Facultad de Letras), con sede nella capitale Santiago – anche in inglese. Pubblica saggi scientifici di linguistica (sia teorica sia applicata), filologia (classica, indoeuropea, romanza e spagnola), teoria della traduzione, terminologia, nonché monografie su lingue locali. Ad esempio, il secondo numero del 2014 ospita contributi dal IX convegno ALSFAL (Asociación de Lingüística Sistémico Funcional de America Latina). C’è un motore di ricerca interno (Busqueda de contenidos/Search in Onomázein).

Panace@. Revista de Medicina, Lenguaje y Traducción/Boletín de Medicina y Traducción (ISSN 1537-1964) è sorta nel 2000 come rivista della lista di discussione internazionale di medicina (e dintorni) “MedTrad”, curata dalla Asociación Internacional de Traductores y Redactores de Medicina y Ciencias Afines di Salamanca e pubblicata dal 2006 da Tremédica. Dopo una produzione ‘esuberante’ nei primi 10 anni, dal n° 31 del 2010 si è stabilizzata come semestrale, il cui numero di dicembre è monografico.
Nel lungo elenco di collaboratori, in maggioranza donne, non figura nessun italiano/a e neanche una rapida scorsa all’indice (che curiosamente riporta in una lunghissima paginata tutti i contributi, dal primo numero, in cima, all’ultimo, giù giù in fondo – cliccando sul titolo si apre il PDF) pare rilevare la presenza di autori nostrani… Qui segnalo a titolo esemplificativo un buon articolo dall’annata XIV, n° 38, pp. 222-234 di due specialiste canadesi (Montréal, quindi scrivono direttamente in francese), Sylvie Vandaele e Mariane Gingras Harvey, sulla storia e le traduzioni della nomenclatura anatomica.

Sendebar. Revista de Traducción e Interpretación (ISSN-e 2340-2415) pubblicata dal 2005 dall’università di Granada, annuale, ogni numero è scaricabile integralmente (che è un po’ scomodo, se interessa un solo articolo o magari una recensione, anche se ovviamente si può ritagliare con qualche programma specifico di manipolazione dei files PDF).

Un'immagine dal sito di Tonos Digital.

Un’immagine dal sito di Tonos Digital.

Tonos Digital. Revista Electrónica de Estudios Filológicos (ISSN 1577-6921) è semestrale, 30 numeri dal 2000 al 2016, aperta anche a contributi semiotici, con due rubriche originali: una consacrata a intervistare studiosi di filologia particolarmente significativi, l’altra riservata a studiosi o collaboratori di tali personaggi.

 

3. DI ALTRI PAESI

SKASE, ovvero “The Slovak Association for the Study of English” (University in Košice, Slovakia, Department of British and American Studies, Faculty of Arts),
offre un Journal of Theoretical Linguistics (30 numeri usciti fra il 2004 e il 2015), un Journal of Translation and Interpretation (8 volumi dal 2005 al 2015), nonché un Journal of Literary Studies (5 numeri pubblicati fra 2009 e 2012: come nel precedente, il 2011 è sdoppiato) ed è membra dell’ESSE (European Society for the Study of English) – a questa pagina rimandi ad altre 7 associazioni di interesse per studiosi della lingua inglese.

Slavica Bruxellensia è un semestrale, partito nel 2008 e che abbraccia un approccio comparativo, transculturale e transdisciplinare alla letteratura, cultura e storia dei paesi e popoli slavi. Ogni numero presenta, oltre a saggi scientifici e di critica letteraria, un’intervista a una personalità di spicco, una traduzione inedita, la presentazione di un’opera tipica del mondo slavo. L’ultimo (n° 11 del 2015) affrontava “Littérature et philosophie”.
Fabula informa che un prossimo numero (13, 2016) sarà dedicato alla «traduzione e le letterature slave» (la scadenza per la presentazione di proposte era lo scorso 15 marzo… mancata di poco!).

Translationes, 7 (2015): “Stages of the History of Translation”. Edita dal Centro di studi ISTTRAROM, presso l’Università dell’Ovest di Timişoara, la caporedattrice è Georgiana Lungu-Badea (docente al dipartimento di romanistica della facoltà di Lettere, storia e teologia), questo numero è curato da Iulia Cosma, la quale si è presa la briga di intervistare l’anno scorso chi vi scrive (Preferisco tradurre saggistica, pp. 154-165), presente (un po’ immeritatamente) anche nel comitato scientifico. Purtroppo non è disponibile on-line, pur avendo un sito di riferimento.

San Girolamo effigiato da Albrecht Dürer nel 1514.

San Girolamo effigiato da Albrecht Dürer nel 1514.

 

NOTE

(1) Le indicazioni fornite in F. Laurenti, Tradurre. Storie, teorie, pratiche dall’antichità al XIX secolo (Armando 2015, pp. 207-8 e 227-8) sono piuttosto sommarie e non sembrano esenti dalle critiche mosse già dal compianto storico della scienza Paolo Rossi, p.es. ancora in Storia delle idee e pensiero linguistico («Lingua e stile», XXV [1990] 3, pp. 323-335). Dunque andrebbero integrate da considerazioni più approfondite; così va rammentata, quale esito finale dell’intreccio di molteplici fattori, la rivalutazione in senso positivo del mito di Babele, a cui accennavano Donatella Di Cesare e Stefano Gensini, curatori di Iter Babelicum. Studien zur Historiographie der Linguistik. 1600-1800 (Nodus 1990), nella loro “Premessa” (p. 7). Più avvertita anche Lia Formigari, Il linguaggio. Storia delle teorie (Laterza 2001), che infatti considera anche l’argomento ‘traduzione’ (seppure in maniera tangenziale e quindi insufficiente). Aggiungo soltanto che comunque raramente i manuali di linguistica concedono qualche spazio a tale argomento, e anche quei pochi in controtendenza, lo fanno relegandolo quasi sempre alla fine della trattazione di un altro argomento, presumibilmente più ‘nobile’. Cfr. i seguenti esempi laterziani:

  • R.H. Robins, Manuale di linguistica generale (1969, seconda ed. 1973, ed. or. inglese 1968, 5^ ed.: spec. 1.4.4., pp. 44-47, rispetto al ‘significato contestuale’ di Malinowski);
  • J. Lyons, Introduzione alla linguistica teorica (1971, poi 1975 [NOTA 2], ed. or. inglese 1968: menziona il concetto più volte, nel modo migliore alle pp. 604-5, dove chiarisce che la maggiore o minore equivalenza di termini fra lingue diverse dipende dal ‘valore’ che hanno nelle culture rispettive);
  • R. Simone, Fondamenti di linguistica (Laterza 1990, 19^ ed. 2008, p. 470, [NOTA 3] a seguito del nesso ‘denotazione-connotazione’).

(2) Ne approfitto per segnalare che anche nella seconda ed. italiana rilegata (Biblioteca di cultura moderna 785) il nome proprio di uno dei due traduttori è sbagliato: Antinucci si chiama Francesco, non Luigi.

(3) Qui riporto che va corretta la pagina nell’Indice analitico, indicata come 471. E concludo ricordando che Simone ha firmato non solo la traduzione del manuale di Robins sopra citato, ma anche di altri otto testi di linguistica/semiotica, da inglese e francese, pubblicati in Italia tra il 1968 e il 1979.

Vita (agra) da professionisti (in bolletta)

Vita da professionisti

Vita da professionisti

Lo so bene, sono in perfetto ritardo. Non è più una notizia, e questo post non è ancora nemmeno una sorta di rassegna stampa dell’evento.
Me ne scuso pubblicamente: avevo un lavoro da finire, l’unico che per adesso ha rischiarato questo 2015. Però il questionario lo avevo compilato (come altre 2210 persone come me), ho tuttora la partita Iva, l’indagine è mooooolto importante, sia perché è pionieristica, sia per i risultati ottenuti (un plauso al grande lavoro di rielaborazione effettuato), il 19 marzo ero persino andato all’anteprima a corso Italia (per gentile concessione della Consulta delle professioni, per conto della Cgil) e ho fatto una breve comparsa alla presentazione ufficiale, il pomeriggio del 14 aprile, nella sala Di Vittorio sempre nella sede nazionale del sindacato (nonostante una certa ripulsa per la presenza di Alessandro Laterza).
Insomma, mi dispiaceva dare l’impressione di volerla ignorare bellamente — soprattutto dopo aver parlato io stesso, in questo blog, delle ricerche che l’hanno preceduta: l’Editoria invisibile (presentata il 13 maggio 2013 a Milano) e Ad altra voce (presentata il 6 dicembre 2013 a Roma).
E prima ancora c’era stata l’indagine Professionisti, a quali condizioni?, che si può scaricare da qui (in due versioni, breve o integrale), mentre i punti salienti si possono leggere, ad esempio, sul sito di Iva sei Partita (associazione di architetti e ingegneri). Essa venne presentata il 27 aprile 2011 a Roma, ma non ero ancora ‘sceso in campo’.

Infine, ma non meno importante, mi piace anche l’idea che io abbia passato il Primo maggio ‘lavorando’ a questo post — proprio perché avverto bene che oggi la ricorrenza non ha più quel valore ‘sacrale’ di un tempo.
E allora rimedio qui e ora, fornendo anziché uno dei miei resoconti interminabili (illeggibili, direbbero i malevoli e i più nerd… come questo, ad esempio) una manciata di link, che almeno spero saranno più utili e graditi a lettori e passanti variamente distratti di queste bande.

 

Davide Imola.

Davide Imola.

Anzitutto ecco qui sopra una bellissima istantanea del sindacalista a cui è stato dedicato il lavoro: Davide Imola, scomparso ad appena 52 anni lo scorso dicembre.
Da ciò che mi raccontano colleghi e conoscenti, mi rammarico di non aver fatto in tempo a conoscerlo. Un suo profilo si può leggere sul sito di StradE.
Durante la preparazione dell’evento, si è riflettuto sulla possibilità di organizzare qualcosa di più duraturo a suo nome, un appuntamento annuale di interesse per coloro che fanno parte delle organizzazioni che egli aveva saputo individuare con attenzione e seguire con rispetto. Vi farò sapere, promesso, lo dobbiamo tutti alla sua memoria!

Proseguo, entrando nel vivo: dal sito dell’Ires/associazione Bruno Trentin (‘autori’ della ricerca, insieme alla Consulta delle professioni e alla Filcams/Cgil, come quella del 2011) è possibile scaricare sia il testo completo, 44 pagine con bibliografia, curato da Daniele Di Nunzio ed Emanuele Toscano, sia la Presentazione, 25 slides più sintetiche (entrambi in pdf).

Per chi non voglia perderci troppo tempo, ritengo sufficientemente valida questa sintesi, apparsa lo stesso giorno sul sito ufficiale del sindacato, in fondo non troppo diversa da ciò che è stato battuto dalle principali agenzie stampa, come per esempio Adn Kronos.

Per chi volesse ‘calarsi’ maggiormente in quella situazione, dal sito di Radio Articolo 1 può ascoltare via web (o ricuperare in mp3 per poi risentirsele con calma, magari sull’autobus col lettore apposito) tutte le registrazioni audio (con qualche doppione, vabbè…) dei relatori alla presentazione.

Per chi preferisca un video, invece, su Reteconomy (canale 512 di Sky) c’è un’intervista di mezzora di Valentina Valente a due esponenti di rilievo della Cgil lombarda: Massimo Balzarini ed Elena Lattuada, rispettivamente segretario e segretaria generale, che commentano a braccio la ricerca fornendo ulteriori, interessanti spunti di riflessione.

Un altro commento non banale, su Rassegna.it, viene da uno dei relatori presenti il 14 aprile, il sociologo Patrizio Di Nicola.

E sul medesimo sito si trova un altro articolo che ampia un po’ la visuale, dando spazio anche a ciò che le associazioni professionali hanno dichiarato in occasione del 14 aprile, oltre ad alcune frasi della segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso.

Ad ogni buon conto, la pagina Facebook omonima è attiva dal 10 aprile 2014, più o meno quando fu lanciata l’indagine e si può puntare su di essa per avere un orizzonte integrato su ciò che ruota attorno a questo mondo “atipico”.

Penso che ci siano materiali a sufficienza per passare la serata a cliccarci su. Ma vorrei che servissero anche a rifletterci più a lungo, accompagnandoci in questo lungo percorso alla ricerca di un trattamento migliore, o, almeno, equo e soddisfacente dal punto di vista etico.

61 domande

Tante sono quelle alle quali rispondere per ciò che riguarda le “nostre” attività, tanto variegate quanto (e proprio perciò?) neglette/misconosciute/fraintese.

L’indirizzo su cui sterzare i vostri browsers è questo: Vita da professionisti, e invito caldamente tutti i visitatori a visitarlo e a farlo conoscere il più possibile. [nota 1]

Vita da professionisti

È un’iniziativa importante della CGIL [nota 2, per i più pignoli], che è la logica prosecuzione di ciò su cui ho già scritto in passato; per la precisione, il 26 maggio 2013, ma soprattutto il 7 dicembre 2013, sostanzialmente centrate entrambe sulla ricerca dell’IRES Emilia Romagna, a distanza di metà anno (in quello che per me è stato fra i più bui) l’una dall’altra.
In particolare sono molto contento che il secondo risulti a tutt’oggi il mio post più ‘gettonato’.
Lo scrivo non per vantarmene (mica vi spiattello le cifre, rischierete di dover sfoderare uno stentato sorrisetto di circostanza, imbarazzato quel tanto che basta per non dare l’impressione di deludere il vostro interlocutore…), ma perché l’idea che in testa ai clic ci sia un post “impegnato” potrebbe far ben sperare nelle intenzioni e attenzioni dei miei sodali e compagni di strada (ok, anche al femminile).

E già che sono in argomento, ri-segnalo anche questo breve intervento del 9 ottobre 2012 riguardo alla partita Iva (operazione: rispolvero-del-blog). Per dire che oggi ho inaugurato una nuova categoria: POLITICA (come sostantivo: troppo forte, al giorno d’oggi? eppure ricordo bene che quando ero adolescente si affermava tranquillamente che «il personale è politico»).

NOTE

[1]
Si tratta di un’indagine «rivolta ai professionisti NON dipendenti, di qualsiasi settore, che operano come autonomi o con qualsiasi forma contrattuale a termine, discontinua o precaria», in forma di questionario «rigorosamente anonimo […i cui risultati…] saranno analizzati in maniera aggregata […e ] diffusi nell’autunno del 2014, per favorire una discussione pubblica e aperta sulle condizioni di lavoro dei professionisti e sugli interventi necessari per migliorarle». Immancabile, anche una pagina Facebook, ma c’è anche un indirizzo di posta elettronica per chi volesse entrare in contatto diretto con i gestori: info@vitadaprofessionisti.it

[2]
La ricerca è  promossa e condotta dalla Consulta del Lavoro Professionale della Cgil e dalla Filcams Cgil, insieme ai ricercatori dell’Associazione Bruno Trentin. Inoltre è svolta in collaborazione con: Agenquadri, Area Politiche Giovanili – Cgil, FILCTEM-Cgil – Federazione Italiana Lavoratori Chimica Tessile Energia Manifatture, FILLEA-Cgil – Federazione Italiana Lavoratori Legno ed Affini, FISAC-Cgil – Federazione Italiana Sindacale dei lavoratori delle Assicurazioni e del Credito, FLC-Cgil – Federazione Lavoratori della Conoscenza, FP-Cgil – Funzione Pubblica, NIDIL-Cgil – Nuove Identità di Lavoro, SLC-Cgil – Sindacato Lavoratori della Comunicazione, Alta Partecipazione, COLAP – Coordinamento Libere Associazioni Professionali, Confassociazioni – Confederazione Associazioni Professioni, Confprofessioni – Confederazione Italiana Libere Professioni, più tutte le associazione presenti nella Consulta del Lavoro Professionale della Cgil.
[copiato e incollato da questa pagina del sito, dove potete trovare i link a ciascuna di queste organizzazioni]

Signore e signori, ecco il CAZ, cioè, siamo davvero alla frutta…

È già una settimanella che fisso, come fossi ipnotizzato (e quindi incapace di reagire), 3 pagine nate quasi in contemporanea e sulle quali sono finito navigando un po’ a vista/caso nella congerie di informazioni che quotidianamente ci riversa addosso internet: Frizzifrizzi, Giampaolo Simi e Affari italiani.
A prima vista sembrerebbero avere ben poco a che fare con i miei interessi, e difatti non riguardano in maniera diretta e immediata la mia attività principale, poiché non ho scritto nessun libro, cioè non sono un autore (almeno non in modo esplicito… quando traduco).

Segrate: la sede della Mondadori.

Segrate: la sede della Mondadori.

Ma apprendere che siamo arrivati, grazie a Mondadori (ettepareva, ossia: chi altri, se no?), ai contratti ad anticipo zero dovrebbe far riflettere molti. A me pare che sia il segno, tangibilissimo, della fine di un’era, quella (definirla ‘capitalistica’ non aiuta granché) in cui l’editore pagava per assicurarsi il lavoro di qualcuno che scriveva su un certo argomento. In questo senso concordo con l’affermazione finale di Simi, secondo il quale sarebbe «l’inizio della fine degli editori», ma ciò non comporta (come sostiene lui) che questi ultimi siano votati all’estinzione, magari anche perché alla fine gli autori decidano in massa di migrare all’autopubblicazione (Lulu è il primo esempio che viene in mente: nato [nata?] nel 2002, al momento in cui sto scrivendo registra oltre un milione e mezzo di testi). Sottoscrivo invece largamente un’altra conclusione di Simi: «Si capovolge così anche la vecchia idea secondo cui i guadagni della classifica possono essere reinvestiti nella narrativa di ricerca o per far crescere coloro che saranno i grandi autori di domani».

Essa valeva anche per la saggistica (non-fiction), ma prescindiamo un attimo dalla tradizionale distinzione rispetto alla letteratura (fiction).
L’idea, che non riesco a esprimere con nettezza (per le carenze nella mia formazione e per la limitatezza del mio cervello, mezzi espressivi compresi) ma mi frulla in testa da quel giorno, è grosso modo questa: NON si tratta del segnale di una crisi contingente, che costringerebbe gli editori a ridurre progressivamente il poco che sborsano, con la scusa che qualcos’altro eroderebbe i loro già magri guadagni, MA di una nuova fase, in cui il denaro non conta (più), è del tutto virtualizzato, insomma se ne può fare a meno. E NON ‘tranquillamente’.[nota1]
Ecco, non pagare più gli autori mi sembra la perfetta premessa pratico-teorica per completare il percorso già avviato sulla china discendente, ossia per finire a non pagare neanche i traduttori: quali ragioni potrebbero accampare, infatti, che possano sopravanzare gli autori stessi, se vengono DOPO di loro e sono perdipiù INVISIBILI?

{aggiornamento: 29 dicembre 2013} Grazie a una segnalazione giunta sulla mailing list QWERTY, aggiungo il link a un post sul blog di Scrittori in causa (fondato nel 2010 da Alessandra Amitrano, Simona Baldanzi, Carolina Cutolo e Sergio Nazzaro).
Rispetto alla nebulosità delle mie affermazioni (o farneticazioni, se preferite – sopra me ne sono giustificato), in quell’articolo trovate una casistica pressoché esaustiva (anche se in questi casi l’ultima non è mai detta, purtroppo…) della “editoria a pagamento”, che viene declinata (propinata) in 5 modalità: Contributo alla pubblicazione; Condivisione del rischio imprenditoriale; Impegno contrattuale all’acquisto di copie; Pagamento delle royalty solo dopo tot copie vendute; e gran finale con La supercazzola (!).
Del resto basta scorrere il blog per capire chiaramente che si tratta di un argomento molto seguito, dato che gli sono stati dedicati quasi tutti gli interventi degli ultimi mesi.

[nota1]
Da quando fu superata la fase primitiva del baratto, l’uso del denaro è sempre stato la simbolizzazione di uno scambio. Non mi pare che figuri nelle “forme simboliche” di Cassirer, nonostante il suo ‘valore’ fosse stato già intuito dal Mauss del Saggio sul dono (praticamente coevo: 1923-1924), ed è stato poi sviluppato da Alfred Sohn-Rethel, allievo “francofortese” di Cassirer, in Das Geld, die bare Münze des Aprioris (tradotto in maniera estramente efficace da Francesco Coppelletti, a cominciare dal titolo: Il denaro. L’apriori in contanti [Editori Riuniti, 1991]). Aggiungo che è ben presente nella linea interpretativa della sociologia sistemica Parsons-Luhmann, e se non se ne fosse ormai andato anche lui da qualche anno, ritengo che anche Pierre Bourdieu potrebbe aggiungere qualche dettaglio interessante!