Primo anniversario dell’Encyclopédie in tutto il suo splendore

Tavola dall’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert.

Mi accorgo adesso, sollecitato dalla notizia della prossima giornata di studi sulla “Storia della filosofia nell’Encyclopédie” (23 novembre alla Sorbona, campus de Jussieu – vedi infra per i dettagli) che sono passati già 367 giorni dalla messa in linea del meraviglioso progetto ENCCrE, acronimo che sta per Édition Numérique Collaborative et Critique de l’Encyclopédie, ossia Edizione critica digitale e collaborativa del Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri. Quest’ultimo è il ‘sottotitolo’, riportato nel frontespizio, dell’opera che costituì il «grande affare dei Lumi» e che cambiò radicalmente in Occidente la maniera di considerare il sapere, ma soprattutto il nostro rapporto con quest’ultimo. Il lavoro fu condotto tra innumerevoli traversie da Denis Diderot, dopo l’abbandono di d’Alembert e sorretto soprattutto da Louis de Jaucourt, un medico che si sobbarcò da solo la stesura di quasi un quarto di tutte le voci, i cui firmatari furono più di 130. L’opera iniziò a uscire nel 1751 e al suo completamento nel 1772 consegnò al mondo intero 71.818 voci, organizzate in 17 volumi (in folio, cioè di grande formato) di testo, accompagnati da altri 11 contenenti 2.579 tavole (275 delle quali doppie, 15 triple e 6 addirittura quadruple), tutte originali e alcune veramente straordinarie.

Il frontespizio del primo tomo della prima edizione dell’Encyclopédie.

L’edizione alla quale mi riferisco offre in consultazione del tutto gratuita una mole fantastica di materiali, che rendono pallidi simulacri i materiali di cui ci si poteva servire in precedenza (a cominciare dal pionieristico sottosito sull’ARTLF, che comunque ha ancora molte altre frecce al suo arco, vale a dire testi in francese e inglese, consultabili liberamente dai server dell’università di Chicago).

L’intento generale è quello di rendere disponibile erga omnes sia i testi originali, controllati dall’équipe di oltre cento studiosi francesi, inglesi, giapponesi, italiani che se ne stanno occupando da anni (qualche nome? Georges Benrekassa, Alain Cernuschi, Daniel Droixhe, Kathleen Hardesty Doig, Franck A. Kafker, Marie Leca-Tsiomis, Jeff Loveland, Irène Passeron, Daniel Roche, Yann Sordet), sia gli approfondimenti di lavoro dei medesimi.
Seguendo le indicazioni fornite da Diderot stesso nella voce ‘enciclopedia’, la finalità è duplice: democratizzare l’accesso e mantenere lo spirito critico che costituiva una delle caratteristiche salienti dell’opera, così da facilitare lo scambio fra gli specialisti, ma a beneficio di tutti i lettori interessati. Per questo nella “Presentazione” si dichiara questo progetto «collaborativo, dinamico e a lungo termine», ovvero di lungo corso.
Il modo più semplice e rapido per familiarizzarsi con questo scrigno informatico di meraviglie è quello di seguire la visita guidata che viene proposta entrando nel sito. In alternativa potete cliccare, nell’ordine che vi si addice meglio, sulle sei diciture poste subito sotto il titolo: Presentazione – Équipe – Politica editoriale – Comitato di lettura – Comitato scientifico – Chi ha fatto cosa?.

Ecco qui di seguito una rapida panoramica di quello che c’è sul sito dell’ENCCrE, o almeno delle cose più importanti (magari altre non le avrò ancora scoperte, talmente tante ce ne sono…), lasciandovi così il piacere (non è un modo di dire stereotipato: per capire cosa intendo, provate ad aggirarvi con libertà nel sito, pensando a Roland Barthes) di esplorarle tutte ad libitum.

Tutti e 28 i tomi della prima edizione (detta ‘di Parigi’) alla base del progetto ENCCrE.

Sotto il titolo si ergono di taglio i tomi della prima edizione che è stata rinvenuta in perfetto stato presso la biblioteca Mazarine di Parigi. Ogni tomo, debitamente numerato, mostra il proprio contenuto semplicemente cliccandoci sulla costa: i vari argomenti sono link a loro volta e se si vuole andare alle voci, sono quelle più ‘spesse’ alla vista. Un clic su di esse apre due (mezze) finestre indipendenti sullo schermo: a sinistra c’è l’elenco di tutti i lemmi (o i titoli, nel caso delle Tavole – tutto sempre cliccabile), ciascuno col suo riferimento di pagina; a destra compare invece una pagina dell’originale (Vue numerisée), ben  scannerizzata e dunque ‘maneggiabile’ a piacimento (un po’ come già in Gallica, ma in maniera più flessibile, che vuol dire anche ‘naturale’): la si può ingrandire o rimpicciolire agendo sulla rotella del mouse o cliccando su qualsiasi punto. Se invece si preferisce leggere il testo corrispondente, trascritto sulla metà sinistra, scorrendo quest’ultima, al cambio pagina (indicato dal numero corrispondente nel margine all’estrema sinistra) ovviamente anche la finestra a destra trascorrerà in modo automatico alla pagina ‘giusta’.
Inoltre, tramite vari comandi dei quali è facile impratichirsi giocandoci pochi minuti (tanto non si guasta nulla, a differenza dei libri ‘veri’), si può sfogliare l’edizione come si farebbe a mano (e voglio precisare: in maniera abbastanza realistica, ossia ad esempio pagina per pagina, o saltandone qualcuna, in avanti o all’indietro), stamparla se serve, oppure effettuare ricerche dei tipi più svariati (c’è anche la modalità ‘avanzata’ in cui sbizzarrirsi, andando a frugare persino nelle «voci omesse»).
Riguardo a ricerche e scandagli: nella fascia superiore restano sempre disponibili 4 caselle (tutte cliccabili – ma certo c’eravate già arrivati da soli…): Volumi – Nomenclatura – Contributori – Domìni. Esse permettono di spaziare (mi verrebbe da dire: sguazzare) in lungo e in largo nell’opera e ricavarne dati che sarebbe più complicato (se non impossibili) da ottenere tramite una normale ricerca ‘a mano’ sui volumi ‘fisici’. Inoltre queste stesse diciture si ritrovano verso metà della pagina generale di accesso.

Locandina dell’incontro-studio del 23 novembre 2018.

Torno alla pagina di ‘ingresso’: sul lato sinistro c’è la zona “Documentazione generale sull’Encyclopédie“, che si rivela articolata in 10 sezioni e varie sottosezioni (alcune di esse ulteriormente suddivise). Simmetricamente, a destra, vi corrisponde la zona relativa alla “Descrizione materiale dell’esemplare” (quella che i britannici chiamano ‘bibliografia analitica’ o testuale e fra i suoi maestri annovera Bowers, Fahy, McKenzie, Tanselle), di per sé una miniera di informazioni interessanti.
Va detto che in entrambi i casi non si tratta di annotazioni brevi o risapute e quindi trascurabili. Leggerete sullo schermo, invece, rielaborazioni originali a firma di specialisti illustri, che possono servire da prima introduzione o ‘ripasso’, ma anche come trampolino verso approfondimenti successivi, grazie alla presenza di bibliografie specifiche.
Nella parte bassa, infine, ci sono due riquadri. In quello di sinistra scorrono a ciclo continuo 12 notizie di aggiornamenti su lavori, convegni ecc. (per esempio, la lettura annotata della voce ‘Giochi di carte’ da parte di Thierry Depaulis – collaboratore sin dal primo numero del 1995 della pregevole Ludica. Annali di storia e civiltà del gioco, rivista della Fondazione Benetton Studi Ricerche). A destra sono disponibili le liste degli articoli e dei dossier annotati dagli studiosi di livello internazionale (vedi sopra) ai quali sono stati affidati.

Insomma, con queste poche righe spero di aver convinto pure voi che l’ENCCrE sia un prodotto editoriale assolutamente innovativo, che può aspirare a diventare uno dei modelli possibili anche per l’avvenire per imprese di questo genere (del resto Darnton, che sin dalla fine del secolo scorso si poneva questioni del genere, fa parte del comitato scientifico).
Questo post è stato suscitato dall’impressione che non si sia parlato abbastanza di questo progetto rivoluzionario, o che se ne sia sentito parlare relativamente poco, rispetto alla sua importanza. Voi che leggete, perciò, diffondete ovunque possiate questa splendida novella, per il plauso universale e l’attenzione alta e costante che merita. Grazie (e buona visita al sito francese).

Il frontespizio di un testo realizzato nel 2017 da alcuni componenti dell’équipe dell’ENCCrE, scaricabile gratuitamente dal web come PDF.

 

 

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Treccani: piccole gratificazioni e piccole critiche

Botta e risposta fra il sottoscritto e la redazione Treccani (on-line)

Ecco, ho ceduto alla tentazione di gloriarmi per il riconoscimento di una semplice segnalazione al Vocabolario Treccani di italiano on-line.
Vabbè, nella mia domanda c’è una ripetizione fastidiosa (chi la scopre per primo può denunciarla nei commenti alla fine del post, ma tanto si gareggia per la pura gloria…!) e il dizionario di Caffarello è IMHO ancora un buon strumento di lavoro sull’archeologia antica, ma la soddisfazione del sottoscritto è stata così grande da voler essere condivisa. Qui e ora.
L’avverbio temporale non è un vezzo casuale, ma serve finalmente a esplicitare che attestazioni analoghe mi erano già state fatte in precedenza: posso provarle almeno in due occasioni, cioè precisamente

  • il 1° ottobre 2014, quando avevo segnalato l’assenza di una variante letteraria (vedi seconda immagine)

dolio (1) VAR. LETT. doglio

  • e alla fine di ottobre 2015, perché mancava un rimando incrociato (vedi terza immagine).

Aggiunta del lemma ‘taglieggiamento’

Noto però qualche differenza rispetto a quei casi, e riflettendoci su il compiacimento trascolora in toni meno gai (altro che sfumature di grigio…).
Gli anni scorsi, come si vede dai due screenshots fatti al mio archivio di posta (Thunderbird), la Segreteria Redazione Treccani Online mi aveva scritto tramite posta elettronica (nel secondo caso, c’era stata anche la richiesta di un chiarimento tecnico, che qui è inutile riportare), dato che per comunicare occorre iscriversi al sito. In ogni caso la correzione è stata tempestiva, nell’arco di un giorno o due.
Adesso sono venuto a conoscenza di questa risposta proprio perché, non ricevendo alcuna risposta per via telematica, sono andato a controllare se avessero aggiornato comunque tacitamente il sito inserendo il lemma di cui avevo notato la mancanza e che suggerivo di integrare.

Se inserite la parola ‘cnemide’ nel Vocabolario on-line, in una colonna a destra compare l’inizio di questa risposta, cliccando sulla quale appare dunque la pagina riportata nell’immagine che apre questo post, probabilmente piazzata lì in attesa di aggiornare il sito.
Sarà dunque troppo pessimista pensare che siano stati mandati a casa i redattori-segretari e/o che siano stati perlomeno ridotti gli operatori adibiti a modificare il lemmario? Infatti la mia e-mail (il cui contenuto è proprio quello rubricato sotto DOMANDA) a redazione@treccani.it porta la data del 17 febbraio scorso: ormai tre settimane sono passate senza colpo ferire.
So bene che la redazione della enciclopedia è stata smantellata da molti anni (qualcuno ha detto Franco Tatò? d’accordo, ma non può essere il capro espiatorio, idem per l’avvento delle nuove tecnologie… si tratta di un enorme processo trasversale e irresistibile, ormai pressoché compiuto nel bene e nel male), e non pretendo nemmeno che debbano rispondere a tutte le segnalazioni. In questo caso, però, è stato fatto, riconoscendo la pertinenza di altre mie comunicazioni (cosa di cui ringrazio pubblicamente chi l’ha voluto comunicare, anche se non era tenuto/a), ma come mai non è stato ancora inserito il lemma?

Forse perché hanno letto le osservazioni critiche che muovo all’operato dell’augusto Istituto nel mio saggio-monstre sulla assenza del lemma ‘traduzione’ nella storica «Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti»: La traduzione e la Treccani: un rapporto difficile?, pubblicata nella rivista «Fogli di filosofia» della Scuola superiore di studi in filosofia dell’università di Roma “Tor Vergata”…?

Come sprecare una (buonissima) occasione

Per riprendere la scrittura un po’ più lievemente, passate le festività (e gabbati li santi…), ‘sprecherò’ questo post con un argomento frivolo, che rinfrancherà lo spirito.

Su un pannello della piccola mostra «“I libri degli altri”. Il lavoro editoriale di Italo Calvino» (aperta sino al 31 gennaio presso la Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II qui a Roma) si legge: «dal momento in cui si è immersi nella vita editoriale, […] si è passati dall’altra parte: non si guardano più i testi nello stesso modo».

Pannelli alla mostra sul lavoro editoriale di I. Calvino

Pannelli luminosi alla mostra sul lavoro editoriale di I. Calvino

È stata scritta proprio da Calvino, e mi ci ritrovo da sempre. Sebbene altre volte sono stato propenso a considerarmi affine anche all’arciere dall’occhio-e-mezzo (polutoraglazyj strelec) tratteggiato da Benedikt Livšic, l’autore della splendida «autobiografia del futurismo russo» (Laterza 1968, a cura di Giorgio Kraiski, nuova [?] trad. di R. Franceschi, Hopefulmonster 1989; ed. or. sovietica, 1933).

Da sinistra: O. Mandel'štam, K. Čukovskij, B. Livšic e Jurij Annenkov, a Pietroburgo nel 1914.

Da sinistra: O. Mandel’štam, K. Čukovskij, B. Livšic e J. Annenkov, a Pietroburgo nel 1914.

Analogamente (ma su un registro ben più basso), non ho potuto fare a meno di notare la traduzione (?) in inglese di informazioni su un cioccolato nostrano, che si fa vanto di una produzione assolutamente originale e fedele alla tradizione. Per fortuna che il testo inglese compare solamente sul lato di costa dell’involucro interno della confezione, mentre il testo italiano (che immagino debba essere quello da cui è stato tratto quello inglese), il quale figura in posizione ben più visibile, denota la padronanza di una terminologia tecnica specifica (concaggio, temperaggio… tra l’altro quest’ultimo addirittura manca dalla Treccani on-line), anche se compare scritto per ben tre volte con l’accento grave, anziché acuto.

Basta ciance, ecco il testo inglese (al quale aggiungo esclusivamente le virgolette):
«The eventual irregular opacity in surface is due to the traditional method of handicraft cold working (non happens of putting boiling). In order to exalt the quality of our product, do not come any added like as fat vegetables or cocoa’s butter and other substances stranger (like as lecitina ecc.)»

Peccato per la figuraccia con eventuali acquirenti stranieri, che non dubito ci siano – altrimenti, forse, non sarebbe neanche venuto in mente ai produttori di fornire qualcosa in più (la resa in altra lingua) in grado di contribuire (nelle loro intenzioni, anche se molto meno nei fatti) alla diffusione e, con essa, alla buona nomea del prodotto. Come dire: un’occasione perduta. Si è fatto 30, però è mancato l’ingegno, lo scatto per arrivare a 31, che avrebbe segnato la differenza a favore della ditta. Cioè, chiedere a un/a traduttore/traduttrice competente di trasporre quel breve (ma significativo!) pezzo in una lingua più diffusa della nostra.
Almeno, però, quel cioccolato particolare era davvero molto buonissimo…!
Alla prossima, da Willy Wonka

Traduzione ‘automagica’: alcune novità e una discussione seria

Mi imbatto oggi per caso in questo articolo recentissimo sul sito Treccani, dove Giulia Bonelli spiega rapidamente i risultati raggiunti da tre nuovi traduttori automatici. Non pensate però a un saggio/documento/contenuto originale: la fonte (non dichiarata come tale, a meno che ciò non rientri fra le convenzioni sottaciute del genere testuale) è questo articolo pubblicato il 5 gennaio 2013 sull’autorevole quotidiano inglese Economist. Meglio però non divagare…
Ognuno dei tre traduttori ‘automagici’ segue un approccio diverso e in sé originale, che dà l’impressione (come sempre, in questi exploits della stampa ‘tecnologica’) di essere vicini alla meta, al sogno di costruire/adoperare un congegno per facilitare la comprensione tra parlanti di lingue differenti.
Il taglio è futuribile (il titolo è, provocatoriamente e anche un po’ ironicamente, Verso il sogno di Star Trek?), lo stile leggero, adatto al formato, alla sede in cui compare, così come al pubblico previsto (purtuttavia la fonte britannica sembra andare un po’ più in profondità…).

L’articolo merita anzitutto un paio di critiche, se non altro per dire che avrebbe potuto esser realizzato meglio. Entrambe si appuntano su imprecisioni che ho trovato nella esposizione del terzo apparato, quello in corso di sviluppo da parte della Micro$oft, presentato a ottobre 2012 in una conferenza a Tianjin.
(1) Si accenna al ‘neural networking’: ma preciso che in Italia di ‘reti neurali'[1] cominciò a parlare Domenico Parisi del CNR in un testo divulgativo come Intervista sulle reti neurali (il Mulino 1989), il quadro complessivo fu poi al centro di uno ‘storico’ workshop a San Marino,[2] cui seguì la traduzione in italiano di testi specifici (che non so quanto abbiano venduto, ma questo è un altro discorso) come quelli sul PDP di Rumelhart e McClelland (parziale). Per uno sguardo su tutto ciò, rimando alla biblio/sitografia sul Diogene, a firma di Daniele Calisi, e all’articolo di Frixione sul connessionismo, entrambi reperibili in rete.
(2) Bonelli scrive a un certo punto: «La cosa incredibile è che la versione cinese del discorso di Rashid [il direttore della ricerca in corso – N.d.R.] imitava il tono e l’inflessione della sua voce.» Ora, immagino che per effettuare l’esperimento di traduzione la lingua di partenza fosse l’americano (altre non sono specificate negli articoli citati all’inizio): però non mi risulta che i toni dell’americano standard coincidano con quelli del mandarino, anzi, quest’ultimo è più ricco: alla voce Lingua cinese della versione italiana di Wikipedia leggo: «Nel mandarino standard i toni sono quattro: uno piano, uno ascendente, uno discendente-ascendente e uno discendente. Vengono chiamati comunemente: primo, secondo, terzo e quarto tono. Esiste anche un tono neutro, classificato spesso come quinto tono.» Perché/Come si fa a ignorare così sciattamente decenni di studi di paralinguistica/tonem(at)ica/studio dei tratti soprasegmentali (o come altro vogliamo chiamarla)?

A questo punto chi mi conosce dirà: ecco, ora finirà sentenziando che sono tutte balle, che non vale proprio la pena di perder tempo su queste faccende, già ridicolizzate a sufficienza dal primo capitolo nel libro di Eco sugli errori di questi ritrovati tecnologici («I sinonimi di Altavista», pp. 25-35, quasi goliardico se non fosse tragicomico), che è una nuova versione del venerando miraggio della “lingua perfetta”, eccetera…
Sì, lo confesso: il primo moto, più istintivo che razionale, è stato quello, ma alla fine della lettura mi sono sforzato di fare un passo avanti, verso le seguenti considerazioni: c’è indubbiamente un grande sforzo da parte degli informatici (uso questo come termine-ombrello, ma il panorama è più variegato) per fornire strumenti ‘semplici’, direi quasi immediati, in grado di superare le barriere linguistiche, favorire il dialogo. Questo in sé è lodevole, dato che è uno dei grandi problemi dell’umanità, alla cura del quale sono votate discipline stimate come l’ermeneutica, la mediazione linguistica e molto altro ancora. In fondo non è grande la distanza dagli scatolotti tecnologici che ci si porta dietro per raccapezzarcisi qualcosa in un paese in cui bisogna andare ma di cui non si mastica affatto la lingua.[3]

tech gadget

Un traduttore elettronico tascabile

Ma cosa comporterà tutto ciò, una volta che sia stato raggiunto, anche soltanto parzialmente, l’obiettivo agognato? Già l’industria del settore è in crisi, e non parlo unicamente per l’Italia. I prezzi crolleranno oltre il trend in atto, la professione scadrà a livelli abissali, anche se ci vorrà del tempo, che nessuno (tranne gli uomini del marketing di queste aziende impegnate nella ricerca di nuovi dispositivi) è in grado di fissare con attenzione. Insomma, penso che sia un destino inevitabile, anche se non sarà domani.
E qui mi sarei consolato scrivendo che il mio specifico non sarebbe stato toccato (noli me tangere!) da questa deriva… Invece ecco arrivare serendipicamente a salvarmi dai luoghi comuni un lungo ragionamento di Luigi Muzii, come sempre limpido e provocatorio, serrato e caustico, ma anche infarcito di link estremamente stimolanti e quanto meno inusuali nei dibattiti traduttivi, intitolato De labore interpretandi (c’è anche la versione inglese a questo indirizzo). A circa metà si legge tranquillamente che «la traduzione automatica è una soluzione praticabile, che può rivelarsi efficace e conveniente in determinati domini e per determinati clienti»: probabilmente non sarà sviluppata/raffinata al punto da riuscire a tradurre in maniera soddisfacente un testo letterario o uno saggistico abbastanza specifico, ma potrà andare bene per gran parte dei testi in circolazione e per molti degli usi possibili.[4]
Del resto, pensiamoci: se incontrate una pagina scritta in coreano, supponendo che siate in grado di riconoscere che è in coreano anziché di un’altra lingua estremo-orientale, e che la ritenete abbastanza importante per quello su cui state lavorando, non la dareste in pasto a Google Translator, o all’infame Altavista (per dire), pur di spremerne un barlume di sensatezza? Oppure, per sconfinare nel genere catastrofico, ricordo che nelle operazioni di soccorso dopo il disastro causato da un uragano nel sud degli Stati Uniti il supporto fornito da memorie di traduzione dalla lingua locale in americano risultò decisivo, ancorché lungi dall’essere perfetto.

Insomma, qui bisogna riflettere a fondo. Probabilmente la situazione di grave crisi ha portato a sviluppare queste considerazioni, che esigono di cambiare ‘modello di business’ per ottenere il successo. O almeno per volgere in positivo questa tendenza negativa che è strutturale. Che è un modo di evolvere, verosimilmente, per adattarsi alle mutate circostanze. E (cercare di) sopravvivere. Così, verrebbe da chiudere pensando a una ‘evolutionary linguistics’, una linguistica evoluzionistica, che va da Darwin a Maturana e Varela, in cerca di un approccio più naturalistico. Potrebbe essere rigenerante, cacciando tante idee (sbagliate) accumulate nel corso del tempo, ma delle quali si teme di disfarsi…

AGGIORNAMENTO (il giorno dopo)
Ho scandagliato la rete alla ricerca di qualche riscontro su questa problematica, non facile, e riporto qui tre siti (+ 1 con video), che ritengo sufficientemente rappresentativi delle tre posizioni che si trovano su internet (anche se la ricerca sarebbe tendenzialmente infinita).

  • Posizione contraria.

Il traduttore RU>EN Kevin Hendzel, di lunga esperienza e fama, ha criticato l’11 gennaio 2013 come troppo ottimistiche le previsioni sui progressi della tecnologia applicata ai problemi del linguaggio. E l’8 novembre 2012 più specificamente le pretese della traduzione automatica, relative al dibattito in corso (cui partecipa anche il nostro Muzii) sul post-editing.

  • Posizione intermedia.

Il sito francese Anyword (Guillaume de Brébisson) ha pubblicato il 2 novembre 2012 un’analisi che mette a confronto i traduttori automatici di Google, Bing, Systran, Reverso, Power Translator e Babylon. Qui mi pare importante il tentativo di quantificare la riuscita, assegnando a ciascuno di essi una percentuale di riuscita. Anche se i migliori (Google e Bing, a pari merito) restano ben al di sotto della soglia qualitativa richiesta ai traduttori di professione, che quindi richiede assolutamente il post-editing, afferma però anche che «il s’agit d’un excellent outil de traduction… pour traducteurs ! Car il va beaucoup plus vite de relire (on dit « post-éditer » dans le jargon de la TA) que de traduire, et un traducteur professionnel peut multiplier par cinq à dix sa productivité quotidienne».

  • Posizione favorevole.

Il 22 marzo 2012 Kirti Vashee, sul suo blog eMpTy Pages, ha sviscerato approfonditamente gli aspetti legati al «Post-Editing MT Compensation». Tale questione è stata ripresa il 24 ottobre 2012.

Il sito aggiuntivo è invece un canale Youtube, Qabiria TV, che a questo indirizzo offre diversi video (perlopiù in inglese; durata media sui 10 minuti) per apprendere i primi rudimenti della terminologia. Altra roba potenzialmente interessante è presente nel sito, ad esempio nella colonna laterale video analoghi introduttivi a strumenti per traduttori (SDL, Wordfast, OmegaT, Excel ecc.).

NOTE
[1] Viste le date, il termine italiano esiste ed è ben consolidato, da tempo: perché utilizzare quello inglese? Per darsi maggior lustro? Non siamo mica nella situazione del fiscal cliff / falaise fiscaledescritto nel post precedente…

[2] Non riesco a trovarne traccia su internet, magari perché ho cercato di corsa, ma non è un abbaglio perché vi partecipai personalmente (grazie alla cortesia di un amico, che mi offrì di coprire le spese; poi litigammo ma adesso siamo tornati in ottimi rapporti); forse si intitolava «Connectionism and Language», in tal caso sembra che si tenne nel 1990 (!).

[3] Nell’immagine qui sopra ho cancellato il marchio, per non essere tacciato di fare pubblicità occulta, ma mi pare che le aziende in concorrenza sul mercato si contino sulle dita di una mano sola, quella che basta a sorreggere l’oggettino raffigurato, ormai destinato a sostituire i minidizionari che mio nonno riportava dai paesi dove andava a lavorare (qui sotto, in un’immagine presa a caso da internet).

[4] Segnalo, per chi volesse approfondire l’approccio-Muzii, soprattutto gli articoli raccolti nella prima raccolta, intitolata Translation Standards e datata aprile 2012, del sito Surfing the Big Wave of Language Technology.

lilliput dictionaries

minidizionari di una volta

La terminologia sul ‘baratro’

In questi ultimi giorni uno degli argomenti di politica estera (statunitense, per la precisione) più seguiti è stato la corsa per evitare il cosiddetto “fiscal cliff”. Qui non mi soffermo sull’aspetto fiscale o politico della questione (anche se immagino che avrebbe potuto avere ripercussioni anche sulla nostra economia, proprio perché tuttora a rischio e quindi più esposta), ma sul modo di tradurre il termine nei mezzi di informazione.
Pago subito il mio debito a un sito che si è già soffermato su quella identica espressione polirematica: già il 12 novembre 2012 Licia Corbolante postò sul suo Terminologia etc. un post molto ben articolato, poi ancor più arricchito dai commenti di utenti più accorti/esperti.(1)
“Fiscal cliff” è in sé un’espressione tecnica, che però viene veicolata, rivestita da un’immagine che evoca in maniera più vivida la conseguenza pericolosa (forse per scongiurarla?). Questa particolarità non è strana o insolita: nello stesso linguaggio della fisica teorica si ritrovano tante metafore, e ci sono molti studi che mettono in luce questa peculiarità.
Venendo specificamente alla resa in italiano, una banalissima ricerca su Goggle restituisce per il sostantivo oscillazioni fra “abisso”, “baratro”, “precipizio” e “rupe” (Licia aggiungeva persino “scogliera”). “Baratro” è il più frequente e verosimilmente si imporrà; nel contesto specifico “rupe” sembra assolutamente incongruo, purtroppo si tratta del primo significato(2) presente su uno strumento di facile utilizzo come Wordreference.com, dal quale redattori poco esperti con l’inglese potrebbero averlo ricavato, senza capire che in originale l’immagine si rivolge verso il basso, connota insomma una caduta, mentre la “rupe” (altri traducenti sulla medesima fonte: “scogliera”, “falesia”) fa venire in mente un’ascesa, un percorso verso l’alto.
Purtroppo neanche fonti cartacee sembrano di grande aiuto: il Ragazzini della Zanichelli, il Passerini Tosi della Paravia o il Picchi della Hoepli (ma non ho le ultimissime versioni) offrono una serie di traducenti addirittura più ristretta, ma comunque ‘sbilanciati’ tutti ed esclusivamente verso l’alto, nel senso appena detto.(3)
Si potrebbe anche consultare qualche dizionario dei sinonimi (quelli che ho in casa sono un obsoleto Tommaseo, l’improbabile Gabrielli,(4) un piccolo Folena, il (anzi LA, dato che è una donna, ma il cui nome è stato sempre abilmente occultato, come per tema che dichiarare una ‘maternità’ andasse a scapito della qualità e affidabilità dell’opera…!) Quartu, il Pittano maior e infine il Garzanti curato da Stoppelli (al quale cominciai a lavorare, prima di cambiare editore e impresa). Quest’ultimo è l’unico che si avvicini (nelle schede lì denominate “Inserti di sinonimia ragionata”) a un modello già da tempo consolidato nel mondo anglosassone, ma da noi purtroppo non praticato, chissà per quale recondito motivo (occorrerebbe però rifletterci con attenzione, possibilmente anche per porvi rimedio): la messa a confronto di vari termini, per spiegarne le sfumature di senso, i contesti d’uso, eventuali diversità di registro ecc., che a mio avviso consentono di comprendere assai più della fila anodina di altre parole che siamo soliti trovare. Qualche esempio, sempre dai miei scaffali? La Penguin Modern Guide to Synonyms and Related Words (a cura di Samuel I. Hayakawa, prima ed. Funk e Wagnalls 1968; riveduta da Paul J. Fletcher per l’edizione Cassell 1971, tarata sul “British Eglish”) e il Webster’s New Dictionary of Synonyms (1984 – ma chi è abituato a consultare la terza edizione del Webster sa già cosa può trovarci). Del resto, con i ritmi frenetici di lavoro odierni, chi si può permettere il lusso di ‘perdere tempo’ a consultare tanti dizionari differenti, per di più su carta, al fine di risolvere una questioncella così minuta…?

Tornando rapidamente al filo del discorso, ciò che voglio dichiarare è che mi sembra sia in atto un movimento di ‘acclimatazione’ di termini, in cui più soluzioni lottano per imporsi. Il bello sta tutto qui: cogliere un processo in corso, in fieri, (poco) prima che si cristallizzi. Il percorso che porta alla vittoria dell’una o dell’altra opzione non è chiaro, e non è nemmeno sempre quello che farebbe risplendere una presunta ‘verità’ o ‘realtà’ interna (qui penso all’Eco dell’ornitorinco e alle varie fasi attraversate da Hilary Putnam), la quale poi scalzerebbe quelle che si allontanano da essa. Tutto ciò mi ha fatto tornare in mente il bel saggio Sistema, norma e «parole» (1952) del linguista rumeno Eugenio Coseriu, che si legge nella raccolta Teoria del linguaggio e linguistica generale. Sette studi (Laterza 1971, pp. 19-103) curata da Raffaele Simone. E’ il concetto di “norma” che finisce per svolgere la funzione di mediare tra varie opposizioni: sociale/individuale, astratto/concreto, reiterazione/innovazione, sistema/realizzazione. Ma occorre lavorare, studiare, riflettere ancora per amalgamare questi concetti dentro la riflessione traduttologica.

Siamo a inizio anno e vorrei portare un po’ d’aria nuova anche fra le cose di cui mi occupo, quindi concludo suggerendo un collegamento con una disciplina che non si è ancora affermata appieno qui da noi, la terminologia, ma dalla quale ci si potrebbe aspettare molto.
In estrema sintesi, come si può ricavare anche dalla definizione in Wikipedia, la terminologia come disciplina autonoma si caratterizza per l’approccio onomasiologico anziché semasiologico, al quale sono legate le discipline linguistiche affini, come lessicologia e semantica. Su di essa indico (a) un testo a stampa, (b) un sito tutto italiano e (c) un’introduzione, realizzata all’estero ma disponibile anche nella nostra lingua, che ritengo rappresentativi dell’approccio.
(a) Il volume è il tuttora insuperato Manuale di terminologia (sottotitolo: Aspetti teorici, metodologici e didattici), è a cura di Marella Magris, Maria Teresa Musacchio, Lorenza Rega e Federica Scarpa; pubblicato da Hoepli nel 2002, raccoglie saggi di Franco Crevatin, Susanna Soglia, Khurshid Ahmad, Stefania Coluccia, Bassey E. Antia, Felix Mayer e Claudia Cortesi (oltre che delle curatrici medesime).
(b) Il sito nostrano è quello di Veronica Carioni, che ha organizzato una Breve introduzione alla terminologia, in grado di offrire un’infarinatura più che decente: cliccare per credere!
(c) Il tutorial è noto in inglese come Pavel Terminology Tutorial e la versione italiana è, come si legge direttamente nella pagina apposita del sito “Termium Plus” del Bureau de la Traduction/Translation Bureau canadese (ecco perché bilingue!), “un’iniziativa del professor Franco Bertaccini, della Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Forlì, Università di Bologna. Il professore ha ritenuto che lo strumento fosse talmente utile da richiedere al Servizio Traduzioni l’autorizzazione a realizzarne la versione italiana, da utilizzare come strumento didattico e di conoscenza terminologica”. Utile complemento è l’Handbook of Terminology, redatto da Silvia Pavel e Diane Nolet (adattato in inglese da Christine Leonhardt): un vero e proprio libro di 172 pagine in formato PDF scaricabile gratuitamente da questo indirizzo.
Infine, per chi volesse approfondire, già nel 2011 la solita Licia forniva un primo ragguaglio bibliografico.

AGGIORNAMENTO 1 (il giorno dopo)
Trovo sul sito Treccani una sezione di ‘Speciali’ con 5 articoli che possono tornare utili a chi voglia farsi un’idea più definita dell’approccio terminologico. Gli estensori sono Maria Teresa Zanola (2), Andrea A. Conti (di formazione medica), Patrizia Collesi e Riccardo Gualdo. Quest’ultimo è utile per precisare quanto scrivevo sulla ricezione in Italia.

AGGIORNAMENTO 2 (dopo qualche giorno: 14/1/1012)
Riguardo a questo stesso argomento, in francese falaise fiscale, ho trovato (come al solito, serendipicamente) sul blog Les piles intermédiaires una serie di riflessioni interessanti, anche nello specifico semantico-terminologico, e corredato di vignette gustose. Meglio di quanto ho saputo fare io qua sopra (ma ad esempio si noti che anche lì si prende in considerazione l’asse spaziale alto/basso). Almeno posso dire, però, di essermi levato (a posteriori) una piccola soddisfazione, battendolo sul tempo: quello è datato 4 gennaio!

AGGIORNAMENTO 3 (17/2/2013)
Perché ho trovato un riferimento al convegno TRALOGY, tenutosi a Parigi il 3 e 4 marzo 2011,(5) sugli sviluppi e le tecnologie della traduzione, di cui è possibile scaricare gli interventi. In particolare, segnalo nella prima sessione l’intervento di John Humbley (in francese, nonostante il nome inglese) sulla «complementarità dimenticata» fra terminologia e traduzione (quella specializzata, principalmente). Vi si analizzano i rapporti fra le due discipline, dalle origini nel manuale di Dubuc del 1978 all’attuale superamento della vecchia ‘disaffezione’ passando attraverso i programmi europei. Utile la bibliografia finale per approfondire.

convegno parigino del 2011 sul futuro della traduzione

Tralogy

NOTE

(1)
In generale, ritengo che il blog ‘intercetti’ con tempestività parecchie espressioni interessanti dell’inglese contemporaneo, sulle quali vengano fornite precisazioni ponderate e (perciò) stimolanti: a riprova si veda il post del 21 dicembre 2012 sulle ambiguità di fiscal cuts.

(2)
Ma subito sotto, raggruppati verosimilmente in base al mero genere grammaticale, si leggono anche “dirupo” e “precipizio”, che dal punto di vista semantico andrebbero invece meglio accanto alla “scarpata” della prima riga, la quale schiera i sostantivi femminili.

(3)
E qui si potrebbe aprire il discorso, interessantissimo se non ci portasse troppo lontano, di quanto le opere di consultazione si ‘copino’ tra di loro e quanto elaborino invece autonomamente – e non mi riferisco qui esclusivamente ai vocabolari bilingui, ma anche ai dizionari tout court, a cominciare dalla quantità di parole che alla fine degli anni Ottanta trovavamo riprese nello Zanichelli dal venerando Tommaseo-Bellini. Perciò aggiungo che qui ci starebbe bene almeno uno sguardo a Mario Cannella, Idee per diventare lessicografo. Cambiare il vocabolario dell’italiano che cambia (Zanichelli 2010).

(4)
Che però ho scoperto piacere molto a Franca Cavagnoli: La voce del testo. L’arte e il mestiere di tradurre (Feltrinelli, 2012), a p. 162. Ma in fondo lei stessa nota, sia pure in tono più lieve e ironico, un ‘fastidio’ analogo al mio, quando nella pagina successiva scrive del Premoli: «rapiti dalla bellezza del racconto di ciascuna parola e dalle parole stesse […], si rischi[a] di perdersi e di leggere per ore il vocabolario, voce dopo voce, dimenticando la ragione per la quale lo si era aperto». Siccome di quest’opera non ci sono gli estremi bibliografici a fine volume (strano — ma forse il redattore ha deciso di ignorare le opere ‘vecchie’, o magari era un po’ distratto…), provvedo subito: Palmiro Premoli, Il vocabolario nomenclatore, 2 tomi, Zanichelli 1989 (pp. IX-2688; ristampa anastatica identica al testo originale Il tesoro della lingua italiana. Vocabolario nomenclatore, 2 voll., Manuzio, Milano 1909-1912). Si tratta del «primo importante tentativo nella storia della lessicografia italiana di riprodurre il procedimento proprio del pensiero che spazia per associazione d’idee, per analogie o per metafore da un argomento all’altro, da una parola all’altra», come si può leggere nella scheda relativa sul sito dell’editore attuale (presso il quale risulta tuttora disponibile).

(5)
La seconda edizione si è svolta, sempre a Parigi, il 17 e 18 gennaio 2013, col titolo «Trouver le sens: où sont nos manques et nos besoins respectifs?» ed era organizzata dai paesi baltici che fanno già parte dell’Unione europea (Estonia, Lettonia e Lituania). L’incontro prendeva le mosse dagli esiti dell’incontro precedente e invitava a esporre le criticità presenti nei vari approcci allo studio del linguaggio, dato che è evidente la necessità di trovare punti di contatto in grado di sostenere a vicenda le discipline coinvolte. Sul sito si possono leggere i panel con relatori e interventi e poco altro, ma probabilmente fra qualche mese ci saranno i vari contributi, che a giudicare perlomeno dai titoli sembrano di sicuro interesse anche per chi si occupa di traduzione.