“Libri e lettori nell’Italia repubblicana”

Convenzionali

41p-XoKUDnL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Effetti di promozione alla lettura “disinteressata” ha avuto la realizzazione della scuola media unica nel 1962.

Libri e lettori nell’Italia repubblicana, Gabriele Turi, Carocci. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, dice la costituzione. Che dice anche che la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Che l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali. È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai…

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I paratesti della traduzione

Nella Biblioteca Nazionale di Castro Pretorio mi sono imbattuto quasi per caso nella locandina di un convegno internazionale, “Oltre il titolo: la traduzione e i suoi paratesti” – si terrà a Tor Vergata il pomeriggio di giovedì 19 aprile e proseguirà la mattina del giorno successivo alla Nazionale.

Locandina del convegno “Oltre il titolo: la traduzione e i suoi paratesti”
Nonostante la minacciosità del suo… titolo (scusate il bisticcio – qui, dalla tesi di Mariapia Tarricone del 2000, una spiegazione distesa, che segue molto da vicino il testo di Gérard Genette del 1987, 1989 in traduzione italiana Einaudi, a cui risale; da integrare con le dimensioni semiotiche, come indica il dizionario della comunicazione on-line dell’Ateneo Salesiano, ossia Franco LEVER – Pier Cesare RIVOLTELLA – Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche), potrebbe essere interessante proprio per l’aspetto specifico che mette a fuoco, grazie alla presenza di relatori di varia estrazione e impegnati su lingue e ambiti culturali anche molto diversi.
L’annuncio era già stato dato da Giulia Grimoldi su bloc notes, il blog della rivista Tradurre.it, ma ai primi di novembre dello scorso anno. Sarà quindi utile rinfrescare la memoria, riportandone qui il programma dettagliato, seguito da qualche breve cenno almeno sui 4 moderatori (sui contributori so ben poco, ma mi interessa soprattutto Sabine Schwarze, di cui ho apprezzato il contributo Übersetzungstheorie und Übersetzungskritik in Italien im 19. und 20. Jahrhundert (pp. 1951-1962), stilato con Andreas Bschleipfer e che porta il numero 196 nella XXVII sezione, dedicata a «Die Übersetzungskultur in Italien / Translation and cultural history in Italy / Histoire culturelle de la traduction en Italie» (pp. 1907-1981) e compresa nel terzo tomo del volume 26 di Übersetzung-Translation-Traduction, curato da Harald Kittel, Juliane House e Brigitte Schultze nel 2011, e parte del mastodontico progetto internazionale diretto per l’editore Gruyter da Herbert Ernst Wiegand, Handbuch zur Sprach- und Kommunikationswissenschaft (più brevemente HSK).
Di Schwarze invece non ho ancora consultato la promettente monografia Sprachreflexion zwischen nationaler Identifikation und Entgrenzung. Der italienische Übersetzungsdiskurs im 18. und 19. Jahrhundert (Nodus, Münster, 2004).
Programma del convegno “Oltre il titolo: la traduzione e i suoi paratesti”

Gabriella Catalano, docente di Lingua tedesca a Tor Vergata.

Gabriella Catalano, germanista, è stata la curatrice (con Fabio Scotto) dell’importante volume con gli atti di un altro convegno internazionale, molto denso, svoltosi a Milano dal 18 al 20 novembre 1999: La nascita del moderno concetto di traduzione. Le nazioni europee fra enciclopedismo e epoca romantica (Armando, Roma, 2001); tra i relatori più noti segnalo Emilio Mattioli, Bruno Osimo e Stefano Garzonio. Oggi è Ordinario di Lingua tedesca a Tor Vergata e notizie pertinenti alla sua attività sono sul sito dell’università.

Matteo Lefèvre, docente di Lingua spagnola a Tor Vergata.

Matteo Lefèvre è Professore associato (II fascia) di Lingua e traduzione – Lingua spagnola (L-LIN/07) presso il Dipartimento di Storia, Patrimonio culturale, Formazione e Società dell’Università di Roma “Tor Vergata”. Un curricolo completo (dalla formazione alle pubblicazioni e gli insegnamenti impartiti, aggiornato al 7 aprile u.s.) si trova a questo link di Didatticaweb dell’università di Roma 2.

Simona Munari (di cui non ho trovato immagini su internet: compenso con le notizie su di lei) condivide con Lefèvre sia l’insegnamento (gli esperti direbbero “incardinamento”…!) all’ateneo romano di Tor Vergata, sia le competenze di ispanista, a cui però aggiunge anche quelle di francesista, impegnata in «ricerche sulla pratica traduttiva e sulla riscrittura come forme della mediazione fra culture europee in età moderna, con particolare riferimento alle questioni teoriche che a partire dal Seicento hanno animato il dibattito letterario francese sulla funzione della lingua quale modello e tramite di scambio culturale nell’Europa romanza. Ha indagato la traduzione come pratica censoria e l’evoluzione della lingua francese in rapporto alla definizione del canone e allo sviluppo dei generi letterari. Ha pubblicato vari studi sull’ispanismo e italianismo francese, l’edizione critica di due tragicommedie e uno studio monografico sulla circolazione dei romanzi spagnoli in Francia e Italia nel Seicento. In parallelo, si è dedicata allo studio e valorizzazione di alcuni Fondi d’archivio relativi all’ispanismo francese novecentesco presso il Collège de France parigino, con particolare attenzione agli epistolari inediti». Queste informazioni e un elenco integrale delle sue pubblicazioni (tre saggi in spagnolo anche scaricabili) sono reperibili sul sito ufficiale dell’università.

Nicoletta Marcialis, docente di Filologia slava a Tor Vergata.

Nicoletta Marcialis, infine, iniziò la sua attività traduttiva cimentandosi con un Michail M. Bachtin ancora praticamente sconosciuto, in Italia e in buona parte del mondo occidentale, nel volume curato da Augusto Ponzio, Michail Bachtin. Semiotica, teoria della letteratura e marxismo (Dedalo, Bari, 1977). Oggi, ereditando il magistero di Cesare G. De Michelis (se non proprio quello materiale, certo quello ‘ideale’, come testimonia la sua curatela, insieme a Marina Ciccarini e alla summenzionata Gabriella Catalano, della Festschrift recente, intitolata La verità del falso, Viella, Roma, 2015), è professore ordinario di Filologia Slava presso l’Università di Roma Tor Vergata. Anche per lei gran parte delle informazioni utili si possono ricavare dal suo curricolo, pubblicato su Didatticaweb, più i materiali reperibili sul sito dell’Associazione Premio Gorky.

Ci vediamo al convegno!

Un convegno su donne/lingua/traduzione con Peter Burke

Sono capitato davvero casualmente sul Call for Papers, ma la data in cui si terrà il convegno mi ha colpito: è quella del mio compleanno!
C’è tempo sino al 23 febbraio per inviare il proprio contributo su “Women, Language(s) and Translation in the Italian Tradition”, scrivendo a Helena Sanson (hls37@cam.ac.uk).
A me è venuta in mente subito la figura di Adele Masi, seconda moglie di Michele Lessona, rivalutata anche come traduttrice dalla storica Paola Govoni nel quarto capitolo del suo libro fondamentale (per le mie ricerche) Un pubblico per la scienza. La divulgazione scientifica nell’Italia in formazione (Carocci 2002) e poi approfondita ulteriormente nel suo contributo Adele Masi Lessona in E. Luciano, C.S. Roero (a cura di), Numeri, atomi e alambicchi. Donne e scienza in Piemonte dal 1840 al 1960 – Parte prima (Centro studi e documentazione pensiero femminile, Torino 2008, pp. 8-14, che non ho però consultato).
Per chi non ne sapesse nulla, può ancora trovare su internet tracce dell’incontro su “Michele Lessona, naturalista divulgatore, svoltosi presso il Museo di Scienze Naturali di Torino sempre il 7 novembre, ma del 2011 (in realtà un altro sito scrive che fu rinviata al 28 novembre causa maltempo): la relazione di Govoni metteva a fuoco «i principali scopi e le funzioni della multiforme attività editoriale di Michele Lessona e Adele Masi negli anni del successo della cosiddetta “scienza per tutti”: un genere editoriale di cui i due furono protagonisti nei primi decenni dopo l’unità».
Ancora meglio, si vedano i cenni redatti da Ariane Dröscher nel sito/dizionario biografico di scienziate italiane, coordinato da un’altra brava studiosa italiana di storia della scienza, Raffaella Simili: Scienza a due voci. Le donne nella scienza italiana dal Settecento al Novecento.

govoni

Paola Govoni in un convegno a Cagliari (“Eva Mameli Calvino, itinerario al microscopio”, 6-7 novembre 2014)

Chiusa la divagazione, passo a ricopiare qui sotto la presentazione e i dati essenziali per chi fosse interessato a partecipare al convegno che si terrà presso il Clare College di Cambridge (UK) il 7 e 8 novembre 2018.

Key-note speaker: Professor Peter Burke, Emmanuel College, University of Cambridge
Guest of honour: Dacia Maraini, internationally acclaimed novelist, essayist, playwright, and translator
This conference intends to explore women’s roles in the circulation of ideas and the dissemination of knowledge in the Italian tradition, across the centuries, by means of translations. It focuses on the role of women as translators, as well as, more broadly, agents of all kinds (e.g. translations for women, commissioning of translations by women) in the production and circulation of translations.

In the last few decades an expanding corpus of scholarly works and research activities have greatly contributed to extending our knowledge of women’s roles in the history and cultures of translation, especially with reference to England, France, and Germany, whereas in the Italian tradition, the topic has so far not received the scholarly attention it deserves.

This conference aims to offer a contribution to the cultural history of translation in Italy, also taking into consideration the complex and varied linguistic situation of the peninsula. Translation has at times been deemed a compromise between women’s artistic aspirations and the perils of authorship of imaginative literature, a way for women to leave their mark in an otherwise hostile literary environment. In fact, research on the topic has shown that this understanding of the role of translation for women is limiting. Translating has encompassed both a private and public element: some women took up translation as a literary pastime, whereas others have depended on the income they received from it to make a living. Other women have engaged in translation alongside their own creative writing, interacting and collaborating in cultivated circles with eminent figures from the republic of letters, and others still have seen translation as a means of expressing their scholarship and erudition, or expressing their political engagement and ideological convictions. Some women translators, whether in domestic contexts or in convents, in salons or at court, made texts available for the benefit of readers less familiar with other languages. Historically, women have translated from (and into) classical languages, as well as from one modern language into another, or from one dialect into another.

Crossing linguistic and cultural boundaries, women have translated a variety of genres, from poetry, novels, and plays, to history, biography, conduct literature, economic and legal texts, religious and devotional writings, scientific and philosophical works.

Questions to be considered when submitting proposals, include, but are not limited to:
– women’s access to the study of classical and foreign languages; the metalinguistic tools and resources available to assist translators in their task, as well as practices of language learning; women translators and their access to and use of the Italian language, and their contribution to its development by means of translations; the multilingual and multicultural contexts of the Italian peninsula, and therefore the linguistic and cultural contexts in which translations took place and were received; women as patrons, printers, and readers of translations, and their role in the circulation of translations among countries; individual and collaborative translations; the ‘authorship’ of translations (e.g. published anonymously/under initials/full name); women translators’ reflections on translation; translation practices and attitudes; tactics of intercultural negotiations of ideas and meanings, and of adaptation of the original texts; modes of production and distribution of translations; influence and reception of translations for and/or by women; intended audiences and readerships; material aspects of works translated; manuscript and print translations. Contributions that discuss translations of Italian women writers’ works into other languages are also welcome.

‘Women, Language(s) and Translation in the Italian Tradition’ is generously supported by the Isaac Newton Trust and by the Italian Section, Faculty of Modern and Medieval Languages, University of Cambridge.

PROPOSALS:
Presentations in English are strongly encouraged. Papers should be 20 minutes in length (+10 minutes of discussion). Proposals should be submitted in a single Word/Pdf document to the organiser Dr Helena Sanson (hls37@cam.ac.uk), and should contain the following information:
Name, Institutional affiliation (if any), Email, Title of the proposal and abstract (250-300 words), a short CV, with a list of your main publications (no more than 2 pages).
Proposals by postgraduate students and early career researchers are encouraged and particularly welcome.

 

Chi ben comincia il 2018…

Sono molto contento che il primo volume cartaceo a varcare la soglia di casa mia nel 2018 sia questo di Jürgen Trabant, sebbene quindici anni dopo la sua pubblicazione. Se non fosse chiaro, l’immagine che occhieggia dal ‘buco’ in copertina è quella di una torre di Babele (NOTA 1 ), metafora iniziale e archetipica nell’argomentazione dell’opera.

La copertina di Trabant 2003

Un aspetto assai apprezzabile è che in pratica l’ho pagato (su Amazon) la metà del prezzo riportato sul risvolto di copertina (edizione rilegata!), come a ben guardare si può ricavare anche da un’informazione sul sito dell’editore tedesco, anche se lo sconto dovrebbe applicarsi alla ristampa (?) del 2013.

A noi italiani dovrebbe interessare già solamente perché snocciola nei titoli dei 7 capitoli alcuni dei nostri luoghi più significativi per le humanities: Firenze, Bologna, Napoli… alle quali seguono anche Londra, Parigi, Riga, Tegel, Cambridge (sia quella nel Massachusetts, sia quella britannica), sino alla Foresta nera…
Aggiungo che, per un’altra di quelle ragioni insondabili e inspiegate, nessuno dei libri di Trabant qui menzionati figura nelle biblioteche pubbliche italiane, accessibili a partire dall’Opac SBN, ossia il Catalogo del servizio bibliotecario nazionale: quest’ultimo è attivo dal 1997 e permette di interrogare una vasta rete di «biblioteche statali, di enti locali, universitarie, scolastiche, di accademie ed istituzioni pubbliche e private operanti in diversi settori disciplinari». Del resto al centro della home page del portale ICCU (acronimo di Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche), dal quale dipende il suddetto Opac (On-line Public Access Catalog), fa bella mostra di sé l’affermazione seguente:

L’ICCU gestisce il catalogo online delle biblioteche italiane e il servizio di prestito interbibliotecario e fornitura documenti; cura i censimenti dei manoscritti e delle edizioni italiane del XVI secolo e delle biblioteche su scala nazionale; elabora standard e linee guida per la catalogazione e la digitalizzazione. Opera in stretta collaborazione con le Regioni e le Università al servizio delle biblioteche, dei bibliotecari e dei cittadini.

Avrei qualcosa da eccepire sul fatto che sia effettivamente «al servizio dei cittadini»; meglio passare al tema specifico di questo post.

Jürgen Trabant (dal sito juergen-trabant.de/)

Con Trabant ebbi a che fare indirettamente, quando Laterza affidò a Donatella Di Cesare la traduzione del suo libro su Vico, La scienza nuova dei segni antichi. La sematologia di Vico (fu pubblicato nel 1996, come n° 1092 della collana «Biblioteca di cultura moderna», in altri tempi gloriosa, corredato da una presentazione di Tullio De Mauro). In questa edizione italiana fu aggiunto un capitolo dal suo importante Traditionen Humboldts (Suhrkamp 1990 – stw, 877), l’ottavo: “Fantasia e favella. Osservazioni su Vico e Humboldt” (era alle pp. 140-168 dell’originale tedesco). Il libro vichiano uscì poi anche negli Stati Uniti nel 2004, non so in quale assetto, cioè se conforme nel sommario all’originale, all’edizione italiana, o in un’altra versione ancora – magari in ossequio al principio humboldtiano della virtuosa Verschiedenheit, su cui Trabant è tornato con molta chiarezza in uno dei suoi ultimi testi, Globalesisch, oder was? Ein Plädoyer für Europas Sprachen (Beck 2014). Una dozzina di pagine del libro si possono scaricare gratuitamente, per farsi un’idea di cosa parli, dal sito dell’editore.
Per chi non voglia farlo o non legga il tedesco, riporto l’opinione di fondo espressa da Trabant pochi anni prima:

[…] c’è voluto un bel po’ per far capire alla gente che imparare le lingue è una maniera meravigliosa di esperire cosa sia l’alterità culturale, un’avventura dello spirito, e che non può certo far male alla testa sapere un’altra lingua, o (meglio) anche più d’una. Di questo però ne è convinta solamente la parte dell’umanità che non parla inglese, mentre dal canto loro gli anglofoni rinunziano a questo allenamento mentale [traduzione all’impronta e abbastanza libera del sottoscritto, da Was ist Sprache?, Beck 2008, p. 153].

Sul Globalesisch di Trabant è intervenuto anche Tullio De Mauro nella premessa al suo coevo libretto In Europa son già 103. Troppe lingue per una democrazia? (Laterza 2014). Aggiungo che Mehrsprachiges Europa / Europa plurilingue / L’Europe plurilingue è il titolo di un dibattito al riguardo tra loro e con Barbara Cassin, Sara Fortuna, Manuele Gragnolati, Luigi Reitani e Rossella Saetta-Cottone, che si è svolto la sera del 23 febbraio 2016 all’ICI di Berlino e ancora fruibile in rete.
Ricordo pure che Trabant ha curato un’antologia di Wilhelm von Humboldt: Das große Lesebuch (Fischer 2010), per poi sintetizzare le proprie idee su di lui nel denso volume Weltansichten. Wilhelm von Humboldts Sprachprojekt (Beck 2012). Qualche altro riferimento l’ho inserito nella NOTA 2.

Il libro curato da Trabant nel 1995, con un saggio di Donatella Di Cesare

Quasi certamente per ringraziarmi del supporto nella redazione di quel testo Donatella mi regalò, con breve dedica, un libro solamente curato da Trabant, al quale lei aveva contribuito con un lavoro teorico, interno al dibattito filosofico ed ermeneutico tipicamente germanico. Il volume si intitola Sprache denken. Positionen aktueller Sprachphilosophie (Fischer 1995, nella serie “Philosophie der Gegenwart” curata da Patrizia Nanz, che conobbi a Francoforte e il rapporto con la quale si esaurì dopo poco, data la scarsa ricettività laterziana alle proposte tedesche). Il saggio Di Cesare, in seconda posizione, è Über Sprachphilosophie und die Grenzen der Sprache e sta in buona compagnia, letteralmente ‘in mezzo’ ad autori noti anche da noi: infatti segue Sylvain Auroux, lì autore con Djamel Kouloughli (NOTA 3 ) di Für eine “richtige” Philosophie der Linguistik, ma precede Henri Meschonnic, che scrive Humboldt denken heute.

Con Donatella persi poi del tutto i contatti, salvo poi ritrovarla mediatamente nelle righe, ferme e autorevoli, che aprono l’edizione italiana di Eugenio Coseriu, Storia della filosofia del linguaggio (Carocci 2010), da lei stessa tradotto e soprattutto curato, essendone stata allieva a Tubinga una ventina d’anni prima. E non sarà un caso, allora, che il secondo libro entrato a casa quest’anno nuovo, acquistato on-line presso la Fondazione Campostrini di Verona, sia Eugenio Coseriu, Il linguaggio e l’uomo attuale. Saggi di filosofia del linguaggio (2007, a cura di Cristian Bota e Massimo Schiavi, con la collaborazione di Giuseppe Di Salvatore e Lidia Gasperoni, prefazione di Tullio De Mauro — il quale nella seconda delle poche pagine concessegli, scriveva: «Ora che anche Giancarlo Bolognesi se ne è andato, credo di essere il più vecchio testimone dei primi anni e dei ritorni di Coseriu in Italia, nei tardi anni Cinquanta» [p. 10]).

La Storia della filosofia del linguaggio è un’opera estremamente interessante di Coseriu (ma anche più in generale) e permette di intrecciare variamente gli studiosi qui menzionati. L’edizione originale tedesca, da cui proviene anche quella Carocci, aveva una premessa di Trabant, qui conservata (pp. 25-32) e istruttiva, ma anche lui è criticato dalla curatrice (v. p. 14). A quest’ultima bisogna comunque riconoscere il merito di avere messo in luce l’angolatura migliore per apprezzare quel testo, «che, a ben guardare, non è davvero una “storia”, ma è piuttosto una “filosofia del linguaggio”. […] E come tale va letta. […] è un grande dialogo con i filosofi […], per cercare una risposta alle sue {sc., di Coseriu} domande sul linguaggio. Ma anche per riconoscere ogni volta il suo debito. E che cosa si presta di più al fraintendimento in tempi come questi di appropriazione egocentrica, di boria e presunzione scientifica? L’habitus di Coseriu era esattamente l’opposto» (p. 15).
E ancora: «la filosofia del linguaggio è tutta la filosofia dal punto di vista del linguaggio […]. Il grande merito di Coseriu è stato quello di aver giustificato la domanda filosofica sul linguaggio» come distinta da quella storica e da quella scientifica (p. 17 – corsivi nell’originale). Ne consegue che, allo stesso modo, bisogna distinguere la filosofia del linguaggio dalla linguistica generale e dalla teoria del linguaggio, mentre ad esempio in Italia «un disprezzo per la dimensione filosofica, detestata o ignorata, può condurre e ha condotto [..] ad una confusione tra filosofia del linguaggio e linguistica». «La domanda filosofica mira ad andare sempre oltre, mette in dubbio ciò che linguistica generale e teoria del linguaggio accettano tacitamente, comincia là dove queste finiscono. Ma a ben guardare le precede, dato che solleva a problema filosofico il “fondamento” del linguaggio che linguistica generale e teoria del linguaggio si limitano ad assumere. Queste ultime si basano dunque sulla filosofia del linguaggio, la presuppongono. La domanda filosofica sul linguaggio è così la domanda sul “senso dell’essere del linguaggio”» (p. 18).
Ho l’impressione che questa vena polemica sia stata generata probabilmente dall’intreccio fra dolorosi vissuti personali e duri sfondi storici sovraindividuali, più o meno aggiornati.
Ma al di là di tali considerazioni, queste stesse righe mi hanno fatto intuire che l’obiettivo da perseguire in una riflessione ‘alta’ sulla traduzione sia far capire (anche se non mi è ancora ben chiaro come) l’importanza, anzi di più: l’imprescindibilità, direi quasi la consustanzialità di quella attività, sfuggente, eppure analoga a «quell’estraniamento talmente quotidiano, da apparirci quasi ovvio, senza il quale non potremmo esistere» che è il linguaggio (cito sempre dall’introduzione di Di Cesare, pp. 16-17).
L’attività traduttiva, riprendendone la foggia, ossia quasi (ma non del tutto) modellata dalla lingua, duplica quella (e la nostra competenza linguistica, in senso lato), appoggiandovisi e sopravanzandola, e perciò appare ancora più difficile separarnela, scinderla dagli usi che abbiamo e facciamo della lingua.
Dovrò tornarci, forse Trabant e Coseriu sapranno fornirmi spunti illuminanti.

Concludo segnalando il sito dedicato a Eugenio Coseriu, dal quale si possono ricavare informazioni su di lui e scaricare praticamente quasi tutti i suoi saggi: http://www.romling.uni-tuebingen.de/coseriu/

Eugenio Coseriu (dal sito http://www.coseriu.de/)

N O T E

NOTA 1 – Nella fattispecie si tratta di un quadro dipinto nel 1602 da Roelant Savery e attualmente al Museo nazionale tedesco di Norimberga. Clicca qui per tornare al testo
NOTA 2 – L’argomento era affrontato in un’interessante ottica comparativa da un altro linguista (francese) in un bel volume, uscito nel 1995 come numero 19 della collana che accompagnava la rivista diretta da Raffaele Simone dal 1986 al 2003, «Italiano e oltre» {notizia dell’ultim’ora: dovrebbe essere disponibile tutta on-line a breve}: Claude Hagège, Storie e destini delle lingue d’Europa. Mi piace immaginare che, come De Mauro aveva affidato la prima traduzione di “sette studi” di Coseriu al suo giovane neolaureato Raffaele Simone (Teora del linguaggio e linguistica generale, Laterza 1971), così la storia si sia ripetuta nella generazione successiva: difatti fu un allievo di Simone, Edoardo Lombardi Vallauri, oggi ordinario di Linguistica generale a Roma 3, a tradurre la seconda edizione del 1994 del testo di Hagège (l’originale è del 1992 – con un titolo francese più evocativo del nostro: Le souffle de la langue). L’edizione italiana era corredata da una Presentazione (pp. IX-XV) di Alberto A. Sobrero, che poco prima aveva raccordato in maniera eccellente da curatore 17 fra i migliori linguisti (quasi tutti italiani) nei due importanti volumi della Introduzione all’italiano contemporaneo, intitolati rispettivamente Le strutture e La variazione e gli usi (Laterza 1993). Clicca qui per tornare al testo
NOTA 3 – Auroux scrisse con Kouloughli e Jacques Deschamps La filosofia del linguaggio (trad. it. di Ilaria Tani, Editori Riuniti, Roma 1998). Clicca qui per tornare al testo

Post aggiornato tra domenica 21 e martedì 23 gennaio 2018.

È nato!

Finalmente, proprio a ridosso dell’ultimo giorno dell’anno, e come tale di buon augurio, è uscito il mio saggio sulla traduzione e la Treccani: cliccando sul link o sull’immagine (che è il logo della Scuola), poi sul numero 9 del 2017, poi sul titolo La traduzione e la Treccani: un rapporto difficile?, lo potrete leggere on-line (altamente sconsigliabile: sono 58 pagine, anche se di formato ‘piccolo’), o scaricare gratuitamente. Un grazie dal profondo del cuore e un plauso alla rivista «Fogli di filosofia» della Scuola superiore di studi in filosofia dell’ateneo di Tor Vergata (Roma 2) e al suo coordinatore, Francesco Aronadio, per aver materializzato questa utopia.

Scuola superiore di studi in filosofia, Università di Tor Vergata (Roma 2)

Lottando contro il tempo (e il sonno – anche per questo mi pare particolarmente adatta l’immagine appena inserita), vi ho riordinato (molto) meglio una parte dei materiali di cui parlavo in questo post. Anzi, per riuscire a pubblicare almeno questa parte del lavoro, al quale ho dedicato almeno gli ultimi cinque-sei anni, sia pure a tempo perso, a un certo punto ho dovuto impormi di darle un taglio abbastanza drastico, in maniera sia da non sacrificare i materiali rimanenti, magari per scarso approfondimento, sia anche per valorizzare al meglio quelli raccolti sin qui.
La speranza (come capirà subito chi si metterà a leggerlo) è di poter trovare una sede che accolga anche il seguito del lavoro, che rimonta progressivamente sino alle origini del pensiero enciclopedico moderno, vale a dire alla prima metà del Settecento, intersecando tanti saperi e tanti fatti, date, personaggi.

Secondo il parere di almeno un paio di persone, in realtà dovrei scrivere un libro, e questo appena uscito potrebbe esserne già un capitolo. Ma di editori così folli non ce ne sono. Una possibilità a portata di mano potrebbe essere offerta invece dall’autopubblicazione presso i Dragomanni. È vero che sinora non ha ancora ospitato testi di saggistica, ma parlandone molto in generale col fondatore Daniele A. Gewurz non si tratta di una preclusione di principio. Certo è però che sul prosieguo del discorso e relative argomentazioni c’è ancora un bel po’ di lavoro da fare…

Il logo del sito ufficiale dei “Dragomanni”

Lascio qui appresso il sommario dettagliato del mio contributo, sperando che invogli qualcuno a dargli almeno una lettura veloce: per critiche, suggerimenti, proposte ecc., trovate sotto uno spazio dove scriverle o semplicemente per contattarmi.

Premessa (pp. 89-91); 0.1. Inquadramento (pp. 91-92): 0.1.1. Il riconoscimento di una “scoperta multipla”; 0.2. Studi di riferimento (pp. 92-103): 0.2.1. HSK; 0.2.2. Translation Studies; 0.2.3. Francia; 0.2.4. Italia; 1. Il caso Treccani (pp. 103-113): 1.1. Il problema iniziale; 1.2. Dopo la guerra; 1.3. Dizionario vs. enciclopedia; 2. L’«effetto Treccani» in Italia (pp. 113-124): 2.1. Il contributo di Georges Mounin; 2.2.1. Il nulla nullifica; 2.2.2. Esempi virtuosi; 3. Valutazione del problema (pp. 124-146): 3.1. Dubbi, refutazioni, proposte interpretative; 3.2. Le valutazioni degli storici; 3.3. Le traduzioni vere e proprie; 3.4 La Treccani come patronato?

 

Per Luca Serianni

Non sapevo che il noto storico della lingua italiana avesse concluso la sua lunga carriera universitaria – questo la dice lunga su quanto io stia perdendo, e non da ora e non da questo solo fatto incidentale, il contatto col mondo universitario, ma tant’è.
Mi consola aver scoperto che su Youtube sia disponibile il video della sua “lezione di congedo dall’attività didattica”, tenuta alla Sapienza il 14 giugno scorso. Era un mercoledì, ma comunque sarebbe stato difficile per me andarci, e in questo caso benedette le nuove tecnologie! A questo link, un breve articolo ‘commemorativo’ sul suo magistero, pubblicato sul Messaggero (la rima interna è voluta!) e da cui ho tratto la foto che correda questo mio post.

Il titolo della conferenza di Serianni è Insegnare l’italiano nell’università e nella scuola, il video dura circa un’ora e dieci minuti e, per chi non sappia bene chi sia stato costui, ricopio qui le bioinfo presenti sul sito indicato, segnalando altresì che ivi, a sinistra del video in questione, ce ne sono elencati diversi con interventi dell’emerito, tutti da esplorare (e condividere).

Socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, della Crusca e dell’Arcadia, direttore delle riviste “Studi linguistici italiani” e “Studi di lessicografia italiana”, Serianni è tra i maggiori studiosi di storia linguistica italiana antica e moderna. È autore di una Grammatica italiana (Utet), più volte ristampata, e ha curato con Pietro Trifone una Storia della lingua italiana in tre volumi (Einaudi 1993-94). In quattro decenni di insegnamento universitario Luca Serianni ha trasmesso ai suoi allievi l’italiano, le sue leggi, la sua evoluzione nei secoli, introducendoli attraverso la dottrina a strumenti di crescita culturale e personale.

Luca Serianni il 22 maggio 2017, alla fine della sua ultima lezione all’ateneo romano, forse in atto di ricevere un applauso fragoroso: la soddisfazione che trapela dal suo volto dev’essere riferita alla sua estesa e preclara attività di insegnante e saggista.

A Youtube sono arrivato grazie a questo articolo sul portale Treccani.it di Daniele Scarampi, che si definisce “insegnante di lettere, esperto di didattica e di didattica dell’italiano”. Il saggio mi sembra utile, soprattutto per chi insegni a scuola, in quanto propone un decalogo che va dalla meditazione sulla lettura, a una sana e moderata dissacrazione della precettistica grammaticale, fino all’importanza della linguistica testuale (che alla fine mi ha reso anche più simpatico l’autore).

Di Scarampi sul medesimo sito ho trovato anche quest’altro intervento, che parla di errori prendendo spunto dalla scenetta del film Brian di Nazareth nel quale il protagonista viene costretto a scrivere mille volte una frase corretta, esercizio nel quale sia lui sia il centurione che lo controlla perdono completamente di vista il contenuto e il fine eversivo della stessa (Romani, ite domum, che è l’equivalente dell’odierno Yankees go home) – il che la dice lunga sui rischi di accanimenti e ossessioni di vario genere…
Ironicamente o paradossalmente, però, nella seconda metà del testo di Scarampi c’è un refuso (cioè un tipo di errore, anche se rubricabile più come svista: ma produce comunque una stortura, una dissonanza): ERRATUM «Ritengo che ci abituassimo a cogliere il più bel fior delle produzioni scritte dei nostri alunni […]» CORRIGE «Ritengo che SE ci abituassimo a cogliere il più bel fior delle produzioni scritte dei nostri alunni […]» Evidentemente, nessuno è perfetto 😉

Ricordo che quando iniziai l’università Serianni faceva lezione di Storia della lingua italiana (seconda cattedra) a piano terra, dove c’erano aule più capienti di quelle ai piani superiori, e rispetto a docenti più affermati (Roncaglia, De Mauro, per non parlare della pletora di docenti di storia della letteratura che affollavano il secondo piano) era un po’ snobbato, in quanto era ancora vivo Ignazio Baldelli, che aveva appunto la prima cattedra.

Il cavallo di battaglia di Serianni era lo smontaggio del primo canto dell’Inferno dantesco, un vero pezzo di bravura, che adesso chiunque può godersi comodamente nell’edizione Bulzoni 1998, intitolata (immodestamente) Lezioni di grammatica storica italiana. Di fatto, una volta che forse per curiosità o forse per l’assenza di qualche altro docente, mi imbucai in una di queste lezioni, rimasi ammirato dalla sua ‘scienza’ e capî che era quasi adorato dai suoi studenti. Invece io avevo biennalizzato l’esame con Baldelli, al quale devo anche la firma su una delle lettere di presentazione con cui tramite il DAAD ottenni una borsa di studio per Friburgo (quello tedesco, in Bresgovia, sì, vicino a dove stava Heidegger) dove frequentai un corso di lingua tedesca, conseguendo un livello intermedio che nell’offerta del Goethe Institut italiano non era presente (ma dopo proseguî fino al Kleines Deutsches Sprachdiplom, corrispondente grosso modo all’attuale C1).

Antonelli, Motolese, Tomasin (a cura di), 2014c

Concludo ricordando che Serianni fu tra i primi firmatari dell’appello contro il licenziamento della redazione Carocci, editore per il quale ha pubblicato vari volumi (l’ultimo in ordine di tempo è una Storia illustrata della lingua italiana, con Lucilla Pizzoli), ma è stato, credo, soprattutto l’ispiratore della grandiosa Storia dell’italiano scritto, 3 tomi usciti nel 2014 e già ristampati due volte (a fianco la copertina del terzo, forse il più innovativo).

Siete pronti a “Osare l’Enciclopedia”?

Forse è uno dei post più brevi in assoluto (magari sto imparando…): subito qui il link pertinente (ehi, mancano appena due giorni: affilate i vostri browser!) e poi spazio all’immagine:

Edition Numérique collaborative et CRitique de l’Encyclopédie

Intanto per ingannare l’attesa ho acquistato, nella versione PDF, il libro che occhieggia dal fondo dell’angolo inferiore destro…


AGGIUNTA DEL 25 OTTOBRE 2017

La messa on-line della prima edizione digitale, critica e collaborativa dell’Encyclopédie ha modificato radicalmente l’home page, per cui inserisco qui sotto un paio di link per chi fosse interessato a procurarsi per pochi euro (8,99 in PDF, 14 su carta) il distillato delle ricerche svolte dall’equipe di ricercatori per approntare il progetto in questione:

sito dell’Académie des sciences

sito dell’editore

Lo consiglio a chiunque voglia farsi un’idea chiara e sintetica dell’essenziale che c’è da sapere sulla grande opera illuminista (su cui tornerò presto).

Qualche libro dalla Francia

Mi sono concesso una breve vacanza in una città dove non sono mai stato, anche se forse avrei dovuto da tempo: Parigi!
La mattina dell’ultimo giorno di permanenza (e del mese di luglio) ho fatto un salto in una libreria (Gibert Joseph sul boulevard Saint Michel: occupa quattro piani + un seminterrato), abbastanza simile a una Feltrinelli, ma con la particolarità di mettere nello stesso scaffale, una accanto all’altra, una copia nuova e una usata della medesima opera, se disponibile.
In più, dopo l’ampio settore di linguistica, ecco spuntare un’esile ma interessante sezione “traductologie”, che ho scoperto solo dopo un po’ perché evidentemente il commesso al quale mi ero rivolto non era molto pratico di queste branche del sapere. Vi risparmio in tutti i casi il racconto di cos’altro ho sbirciato.
In una prossima visita mi riprometto di perlustrare meglio libreriole accanto alle Sorbone più “umanistiche”, anche perché questo periodo non era favorevole, tra chiusure per ferie e assenza di corsi.
Ecco comunque cosa ho incamerato, dopo aver deciso di calmierare gli acquisti puntando unicamente su autori che conoscevo già:

  • Henri Meschonnic (1932 – 2009) è una sorta di ‘mostro sacro’ della traduttologia (e non solo: più spesso passa da poeta) francese (e non solo); l’originale di questa edizione tascabile uscì nel 1999 e credo che l’attacco sia già stato tradotto da Nazzareno Mataldi nel n° 23 di «Testo a fronte» del 2000 (pp. 5-36), come Poetica del tradurre – Cominciando dai principi.
    Ho cominciato a leggerlo subito, attratto dal titolo di uno dei capitoli: «L’Europe des traductions est d’abord l’Europe de l’effacement des traductions» (p. 38), che in una trentina di pagine condensa una storia della traduzione a modo suo.
    Nello scaffale c’era anche il suo ultimo sforzo, dal titolo affascinante: Langage, histoire, une même théorie (sempre per Verdier, 2012). Purtroppo dimensioni e costo non erano così ‘affabili’ come questo delizioso libretto, che comunque sfiora le 600 paginette.

  • Questo reader accademico di oltre trecento pagine torna utile per quanto sto scrivendo, almeno per la sintesi di D’Hulst sugli anni 1722-1789 (pp. 83-100), seguita da un saggio di José Lambert relativo al discourse implicite sur la traduction dans l’Encyclopédie (pp. 101-119 ricordo qui che nel 2006 D’Hulst curò, insieme a Dirk Delabastita e Reine Meylaerts, Functional approaches to culture and translation, saggi di Lambert scelti e raccolti nel volume 69 della nota «Benjamins translation library»).
    Quello che adesso è il “mio” volume è presente in tre sole biblioteche dell’Opac-Sbn (nessuna di queste a Roma).
  • Van Hoof era un altro ‘Carneade’ delle mie peregrinazioni bibliografiche, ma poco ‘permeabile’ su internet, donde lo stupore nel trovarmelo di fronte senza preavviso. Questo volume impegnativo (chiude a pagina 368), ampliamento del 1991 di un altro suo lavoro apparso cinque anni prima, dopo una ventina di pagine introduttive espone la materia in 5 capitoli piuttosto densi, suddivisi per paese: Francia, Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi e Fiandre, paese degli zar e dei soviet (sic, anche se il sottotitolo riporta più pudicamente ‘Russie’). La ripartizione può essere opinabile in linea teorica, ma prima di scagliare anatemi aprioristici occorre vedere praticamente come viene affrontata. Nonostante anche questo testo fosse scontato, è risultato piuttosto caro; peraltro già sapevo che fra tutte le biblioteche italiane consultabili dall’Opac-Sbn risulta disponibile solamente in undici, e a Roma esclusivamente alla Casanatense.

  • Mollier è un testo che conoscevo da qualche recensione su internet e mi incuriosiva anzichennò. Negli scaffali occhieggiavano ancora copie della epocale e ponderosa Histoire de l’édition française curata da Chartier e Martin nella prima metà degli anni Ottanta e poi ripubblicata nel 1990-91, ma il costo era eccessivo (e tutto sommato anche il peso nella valigia non sarebbe stato trascurabile… soprattutto viaggiando con una compagnia aerea low-cost). Quindi non ho avuto dubbi ad afferrare questo libretto, che comunque supera le 400 pagine, sia pure di piccolo formato, e ha l’indubbio vantaggio di essere ‘vecchio’ solamente di un paio d’anni.

  • Infine una ‘chicca’ che inseguivo da tempo, seppure non ossessivamente: il ‘piccolo classico’ del 1991 di un grande medievista, reperticato (insieme alla ristampa Seuil 1995 di un Pierre Riché a me ancora ignoto, nonostante l’originale risalga al 1962 e si poneva come sviluppo della storia di Marrou, che fu tempestivamente tradotta e variamente ristampata in italiano, ma che per ora ho preferito lasciare ancora nello scaffale: Éducation et culture dans l’Occident barbare. VIe- VIIIe siècles) nella libreria piccola ma tutto sommato ben fornita del museo medievale di Cluny, attualmente in ristrutturazione, ma che rimane pur sempre uno dei migliori da visitare in centro, e non soltanto per la raffinatissima dame à la licorne.

Come si vede, tutto sommato nessuna novità strabiliante, ma testi che in genere hanno ‘resistito bene’ nonostante la ventina d’anni trascorsi. Pregasi inoltre notare la fascetta giallo-blu “Occasion” per 3 titoli su 5 – e gli altri due sono edizioni economiche.

Chi volesse consultarli, può contattarmi tramite un commento qui sotto.

Buon ferragosto a tutti gli altri!

 

Le fromages de/et la France

Il ruolo storico dei traduttori (secolo XVIII)

Il titolo di questo post è una traduzione molto libera e “interpretante” di un convegno, tenutosi meno di un mese fa a Firenze (chi non ha tempo o voglia di proseguire la lettura, trova tutte le informazioni a questo link).
Si tratta di un workshop organizzato dal Dipartimento SAGAS dell’Università di Firenze e dal Department of History and Civilization dello European University Institute.
Si è svolto a Firenze, nella Sala del Camino di Villa Salviati (Via Bolognese 156), il 23 giugno 2017; il titolo era Translators as historical actors.

Vale la pena leggere il testo di presentazione, soprattutto nelle righe iniziali, che riporto qui sotto (miei i neretti, aggiunti per evidenziarne gli aspetti a mio avviso più significativi – vi ho anche introdotto tacitamente alcune lievi modifiche/correzioni):

The importance of the study of translation is increasingly realised by historians, and is no longer left to theoreticians of translation or literary specialists. This workshop, like the two previous ones in the series, will look at the question through a study of translators, in order to acquire a better understanding of translation as a historical phenomenon and its importance.
In the introduction to Cultural Translation in Early Modern Europe, Peter Burke asked: who translates? With what intentions? For whom? With what consequences?
This workshop will, through case studies of individual translators or particular groups over a long historical period, both try to answer these questions and look at the context in which they worked and the factors influencing their decisions and the publication of their translations.
This third workshop will concentrate on the Eighteenth Century. Like the two previous ones workshop is co-organised in collaboration with the History Department of Università di Firenze (SAGAS), as part of a programme of wider cooperation, and also with the Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno, ISPF-CNR, Milano-Napoli. It will also be an opportunity to present the project of a database of eighteenth-century translators.

Ecco anche il programma (ometto le varie pause, evidenti dall’orario):

9.30 Introduction: Rolando Minuti, Luisa Simonutti, Ann Thomson

10.00-10.45 Giancarlo Casale: Revisiting Translation in the Ottoman Empire: A Long View

11.00-11.45 Yasmin Haskell: Jesuit Poetic Translation in the Shadow of the Suppression: Commerce, Consolidation, Consolation?

11.45-12.30 Stefano Pellò: Translation and the Hindu Scribe: Reconstructions from the 18th c. Indo-Persian space

14.00-14.45 Antonella Alimento: Une opération de publication: l’édition livournaise du Del commercio de Belloni (1751)

14.45-15.30 Gertjan Schutte: Debates on decline and economic reform in the Dutch Republic, 1771-1796

16.00 Presentation of the Database on eighteenth-century translators, followed by a Roundtable, chaired by Luisa Simonutti, with: Emmanuelle de Champs, Lázló Kontler, Giovanni Tarantino, Luisa Simonutti, Alessia Castagnino, Rolando Minuti

Marco Guidi & Monica Lupetti: presentation of EE-T Project

Non è chiaro se ne verrà fuori una pubblicazione. Personalmente lo ritengo improbabile, più facile che questo sia un momento intermedio che porti, con altri progetti e ricerche, a una delle pubblicazioni della Società italiana di studi sul secolo XVIII (donde l’acronimo SISSD), di cui si trova l’elenco completo qui.
Ricordo che il primo volume fu quello curato da Lia Formigari nel 1984, fortemente innovativo nell’impianto e negli ambiti indagati, con diversi saggi ancora oggi citati (e citabili): Teorie e pratiche linguistiche nell’Italia del Settecento (il Mulino).

Per finire, occorre ricordare per contiguità temporale le ricerche svolte già da anni anche da Giulia Cantarutti e Stefano Ferrari, polarizzate soprattutto (ma non esclusivamente) sulla Germania e pubblicate da FrancoAngeli (cliccando sull’immagine si arriva a una pagina con una silloge per ciascun volume):

La copertina di Cantarutti, Ferrari, Filippi (a cura di) 2010

Traduzioni e traduttori del Neoclassicismo (2010), che si apre con un importante saggio metodologico di Michel Espagne;

La copertina di Cantarutti, Ferrari, Filippi (a cura di) 2013

Traduzione e Transfert nel XVIII Secolo (2013), acquistabile anche on-line;
il “progenitore” uscì invece per il Mulino nel 2001:
Il Settecento tedesco in Italia. Gli italiani e l’immagine della cultura tedesca nel XVIII secolo.

La copertina di Cantarutti, Ferrari, Filippi (a cura di) 2001

Sono tutte pubblicazioni dell’Accademia roveretana degli Agiati, fondata (sarà un caso?) nel 1750 e approvata con diploma imperiale da Maria Teresa d’Austria tre anni dopo. Per chi ne volesse sapere di più, da questo link può scaricare gratuitamente la monografia di Marcello Bonazza, L’Accademia Roveretana degli Agiati (Osiride, Rovereto 1998 – PDF di 89 pagine, 17 megabyte).

Aggiungo ancora qualche integrazione:

  • di Giulia Cantarutti segnalo altresì un altro saggio: Ars translationis nell’Italia arcadica con un inedito Discorso intorno al tradurre (1770), in Graziano Benelli e Manuela Raccanello (a cura di), Tradurre la letteratura. Studi in onore di Ruggero Campagnoli, Le Lettere, Firenze 2012, pp. 37-48.
  • Dopo il pionieristico (e infatti menzionato di rado) studio di Claudia Fanti, Teorie della traduzione nel Settecento italiano (Tipografia Compositori, Bologna 1980), accosto qui altri volumi afferenti, derivanti da convegni:
  • diversi dei saggi contenuti in Gabriella Catalano e Fabio Scotto (a cura di), La nascita del concetto moderno di traduzione. Le nazioni europee fra enciclopedismo e cultura romantica (Armando, Roma 2001 – in questo caso si tratta degli atti di un convegno internazionale, tenutosi all’Università IULM di Milano dal 18 al 20 novembre 1999), fra i quali spicca per nettezza Emilio Mattioli, La teoria della traduzione in Italia fra Settecento e Ottocento: le linee guida (pp. 88-101);
  • Il genio delle lingue. Le traduzioni del Settecento in area franco-italiana (Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1989 – atti del Primo colloquio italo-francese “Le traduzioni nel Settecento”, Torino, 28-30 ottobre 1985, con un saggio rilevante di Stefano Gensini in “pole position”);
  • Arnaldo Bruni, Roberta Turchi (a cura di), A gara con l’autore. Aspetti della traduzione nel Settecento (Bulzoni, Roma 2004), che contiene anche una piccola antologia di testi di Madame Dacier, Desfontaines, D’Alembert, Batteux, Delille;
  • quello curato da Giuseppe Coluccia e Beatrice Stasi, Traduzioni letterarie e rinnovamento del gusto: dal neoclassicismo al primo Romanticismo, che riporta gli atti del convegno internazionale tenutosi a Lecce-Castro dal 15 al 18 giugno 2005 (Congedo, Galatina 2006);
  • almeno la prima metà dei contributi raccolti in Antonio Daniele (a cura di), Teoria e prassi della traduzione (Esedra, Padova 2009 – Atti del convegno di Udine del 29-30 maggio 2007, collana «Filologia veneta», IX).
  • Last not least, un convegno su un traduttore poco noto di questo periodo: Paolo Rambelli (a cura di), Dionigi Strocchi e la traduzione neoclassica [Atti del convegno di studi Faenza–Forlì, 15-16 febbraio 2013], Aracne, Ariccia 2015 [ISBN 978-88-548-8474-8]. A una premessa di Andrea Cristiani seguono saggi di Arnaldo Bruni (La traduzione come paradigma della cultura neoclassica), Francesca Martina Falchi (Il Callimaco di Strocchi: la cultura della traduzione), Luca Frassineti Dodici lettere inedite di Giovanni Antonio Roverella conte di Sorrivoli, traduttore e patriota dimenticato), Federica Marinoni (Dionigi Strocchi nella scuola carducciana: la tesi di laurea di Oda Montanari), Elena Parrini Cantini (Leopardi e la traduzione neoclassica), Bruna Pieri (Io non sono poeta ma filologo: Dionigi Strocchi traduttore delle Georgiche), Paolo Rambelli (Gli editori forlivesi della Scuola Classica Romagnola e la missione del tradurre) e Jean Robaey (Foscolo traduttore di Omero: una discussa armonia).

Chi volesse aggiungere qualche titolo, me lo segnali e provvederò ad allungare l’elenco.

Un “tesoro nascosto” sotto la polvere da 250 anni

Procura una certa soddisfazione vedere che un documento, trovato un po’ casualmente in rete e in apparenza dedicato a un argomento peregrino e trascurabile, è riuscito a farsi strada sino a diventare (suppongo con qualche aggiornamento e modifica) un titolo pubblicato da una collana assai rispettabile e giustamente lodata da tanti anni.

La copertina del libro di Linn Holmberg, nuovo di zecca (2017).

Mi riferisco a Linn Holmberg, The Maurists’ unfinished encyclopedia (ISBN 9780729411912), uscito a febbraio di quest’anno nella “OSE”, cioè la collana “Oxford University Studies in the Enlightenment”, che dal 2013 ha soppiantato la gloriosa “SVEC”, ossia gli “Studies on Voltaire and the Eighteenth Century” nei quali dal varo nel lontano 1955 a opera di Theodore Besterman hanno visto la luce oltre 400 titoli NOTA_1.

Tra essi, rammento che alla Voltaire Foundation si devono parecchie edizioni critiche: le Œuvres complètes volterriane, quelle di Montesquieu (previste in 28 tomi, undici dei quali in collaborazione con l’Istituto italiano di studi filosofici di Napoli), la Correspondance complète di Rousseau (a cura di R.A. Leigh, 49 voll. + 3 di apparati vari, 1965-1998), le lettere di Pierre Bayle, Claude-Adrien Helvétius e molto altro ancora. Inoltre da lì si raggiunge comodamente una pagina con 39 collegamenti relativi al Settecento e all’Illuminismo, fra i quali spiccano (a mio gusto) la pagina dalla quale è possibile cercare fra le opere di Voltaire (ospitata dal sito ARTFL, noto tra l’altro per la versione on-line dell’Encyclopédie) oppure frugare negli scambi epistolari dell’epoca, grazie all’originale sito Electronic Enlightenment — letters & lives online.
Concessa questa breve divagazione, torno all’argomento principale, per sottolineare che in un certo senso il bello, dopo aver scorto l’uscita del volume, è la permanenza on-line della versione PDF primigenia, intitolata The Forgotten Encyclopedia. The Maurists’ Dictionary of Arts, Crafts, and Sciences, the Unrealized Rival of the Encyclopédie of Diderot and d’Alembert e nata come tesi di PhD in storia delle scienze e delle idee all’università di Umeå nel 2014 NOTA_2

La copertina della tesi di dottorato di Linn Holmberg (2008).

Vediamo di cosa si tratta; mi baso sulla versione on-line, non avendo intenzione di spenderci 70 sterline (82€, 88$), soprattutto dopo essermi già sfogliato praticamente tutto il PDF (in gran parte sul tablet, gran comodità).

Anzitutto dirò che si tratta di un (raro?) caso di scoperta vera e propria, cioè in cui la ricercatrice ha quasi letteralmente riesumato quello che possiamo chiamare il “torso”, l’abbozzo di un grandioso lavoro originale che avrebbe voluto rivaleggiare con l’opera realizzata da d’Alembert e Diderot, ma attorno a metà Settecento venne accantonato definitivamente, per ragioni non ancora accertate, ed è rimasto del tutto ignorato fino a quando il suo intuito non le ha fatto avvertire che si poteva trattare di qualcosa di interessante, su cui valeva la pena “perdere tempo” a indagare.
Già nel 2008, mentre scriveva la sua tesi di master, Linn aveva letto di una sorta di enciclopedia redatta dai padri benedettini NOTA_3, ma non trovando altri riscontri aveva dedotto che non era stata pubblicata (Holmberg p. 15). In sé il ragionamento era corretto, ma le era rimasta quella “pulce nell’orecchio”: per cui nel 2009 scrisse direttamente al fondo manoscritti della Bibliothèque nationale française chiedendo “lumi” su quella segnalazione, a sua conoscenza fatta solamente da Micheline Meillassoux-Le Cerf, Dom Pernety et son milieu (1716–1796) – Contribution à l’histoire de la sensibilité et des idées à la seconde moitié du XVIIIème siècle (tesi all’Université de Paris-IV Sorbonne, 1988, pp. 45-46) che curiosamente la riprendeva dalle stesse pagine della monografia del decano Jacques Proust, L’Encyclopédie (Colin, Paris 1965): entrambi qualificavano strange/étrange il materiale incontrato (Holmberg p. 54). Ma come loro, nessun altro si era dato la pena di approfondire: dunque nella ricerca ci possono essere strade accennate che rimangono a lungo deserte e, quindi, praticamente invisibili.
Comunque sia, in un paio di settimane le giunse la risposta della massima biblioteca di Francia: effettivamente c’erano sei volumi di “Matériaux pour un Dictionnaire des arts et sciences, par dom Antoine-Joseph Pernety”. Tempo un mese, Linn era a Parigi e dopo averli consultati, decise di dedicarvi la sua tesi di PhD (Holmberg pp. 15-17)!

Per sapere chi è questa studiosa così acuta e intraprendente, rimando all’autopresentazione sul blog della Voltaire Foundation.

Tornando alla sua “enciclopedia perduta”, un aspetto buffo o paradossale è che, almeno nelle primissime fasi, l’opera benedettina e quella degli illuministi vennero portate avanti a poche centinaia di metri l’una dall’altra, probabilmente senza esserne rispettivamente a conoscenza: c’era in effetti tanta attenzione a quel nuovo tipo di genere editoriale.
La prima fu redatta nell’abbazia di Saint-Germaine-de-Prés, la seconda, almeno secondo alcune leggende, in parte al Café ProcopeNOTA_4.
Chi si interessa delle enciclopedie moderne troverà molto ricco il lavoro svolto da Linn Holmberg. Non potendo dare conto di tutto, mi limiterò qui a selezionare alcuni aspetti per me più significativi.
Già dai ringraziamenti, ma ancor più dallo sviluppo e dall’argomentazione dei capitoli emerge chiaramente il suo debito nei confronti delle migliori ricercatrici sul campo: Marie Leca-Tsiomis e Martine Groult, ma non mancano riferimenti anche a Darnton, Eisenstein, Chartier, Martin, Tanselle, Yeo, Gay, Kafker, Goodman, Outram, Edelstein, insomma tutti i maggiori specialisti. A questo si aggiunge la rilevantissima quantità di studi eruditi ed estremamente specifici di cui grondano le note (v. soprattutto nel cap. 7), che mettono al sicuro le sue affermazioni da qualunque accusa di superficialità e approssimazione.
La «terra incognita» che calcava per la prima volta (Holmberg p. 30) poneva problemi non semplici: scegliendo l’approccio microstorico indiziario promosso da Carlo Ginzburg, si è dovuta occupare di storia e produzione libraria (soprattutto nel versante materiale!), di scrittura manoscritta, paleografia (compresa l’analisi degli inchiostri adoperati), analisi forense, appoggiandosi anche al supporto di archivisti esperti della Bibliothèque.

Un esempio (quasi una pagina “pronta”) dei materiali preparatori giacenti alla BNF (metà XVIII secolo).

Che cosa si è trovata in mano Linn, dopo aver tolto strati di polvere pluricentenari? Quasi 7000 blocchi di testo (non esattamente corrispondenti a ‘lemmi’), riportati su oltre 1400 fogli e corredati da ca. duecento figure, ordinati sia alfabeticamente sia per temi, ossia un po’ come la successiva e mastodontica Encyclopédie méthodique di Charles-Joseph Panckoucke (Holmberg pp. 41 e 172). Dopo aver ricostruito il loro iter in 170 pacchi dall’abbazia (l’ordine dei padri maurini fu sciolto dai rivoluzionari e un incendio nell’agosto 1794 distrusse quasi completamente le opere a stampa raccolte nella loro biblioteca, una delle più grandi di Francia, con quasi 50mila volumi – invece fortunatamente si salvarono 7000 manoscritti, archiviati altrove) alla Bibliothèque nationale, in cui furono ricatalogati fra il 1830 e il 1852 (Holmberg, pp. 46-47). Alla nostra eroina ci vollero quasi sei mesi, prima di riuscire a discernere calligrafie differenti, ma alla fine non ebbe dubbi: si trattò di un «progetto collaborativo» che coinvolse sette o otto persone diverse, anche se la loro identità rimane tuttora inattingibile, tranne due, ai quali in passato era stato attribuito erroneamente l’intero progetto (Holmberg p. 72).
Come l’Encyclopédie sorse dal progetto di tradurre la Cyclopaedia di Chambers (ispirato dal Lexicon Technicum di John Harris), adattandola e infine ampliandola sino a farne un prodotto originale, così questa enciclopedia benedettina prese le mosse dalla traduzione di un manuale di matematica in 3 volumi dell’illuminista tedesco Christian Wolff, svolta probabilmente fra il 1743 e il 1747, e integrata con brani opportunamente scelti dal Dictionnaire de Trévoux NOTA_5 (che sappiamo essere a sua volta un rifacimento del dizionario di Basnage de BeauvalNOTA_6, il quale rifiugiatosi in Olanda dal suo amico Pierre Bayle aveva riscritto [1701] a sua volta in chiave protestante il Dictionnaire universel di Furetière,

Ritratto e dizionario di Antoine Furetière (seconda edizione, 1701, riveduta da Basnage de Beauval).

e fu poi rimaneggiato con ampliamenti da Jean-Baptiste Brutel de la Rivière nel 1727, sempre in Olanda) per gli àmbiti assenti da quello, più una nutrita serie di dizionari e testi specialistici (Holmberg capp. 8 e 12), con particolare attenzione ai 2 volumi del Dictionnaire universel de mathématique et de physique, où l’on traite de l’origine, du progrès de ces deux sciences et des arts qui en dépendent et des diverses révolutions qui leur sont arrivées jusqu’à notre temps, avec l’explication de leurs principes et l’analyse des sentiments des plus célèbres auteurs sur chaque matière di Alexandre Saverien, pubblicato a Parigi nel 1753.

L’anno successivo, o al massimo nel 1755 il lavoro fu interrotto bruscamente. Se ne possono congetturare varie cause, non ultima proprio la presenza sul mercato editoriale dell’Encyclopédie (il cui primo volume era uscito nel 1751).

Peccato, potremmo dire col senno di poi, perché «The Benedictines were making a new kind of dictionary: a hybrid. They were not compiling yet another specialized subject dictionary, but nor a universal dictionary in the tradition of Furetière. It was a dictionary of arts, crafts, and the related sciences, from where religion, metaphysics, ethics, politics, and jurisprudence were omitted. […] In contrast to the encyclopédistes, the monks did not explain or justify their exclusions with epistemological arguments. By simply focusing on the concrete, they took an alternative, non-confrontational road and arrived to a ‘similar’ result – in the meaning of emphasizing the utile and productive of universal interest to all, irrespectively of beliefs» (Holmberg pp. 171-172). Considerando avveduta questa scelta di non includere i  temi più ideologizzati all’epoca («While the Jesuits and the philosophes were waging a war, the Benedictines simply cut everything sensitive out, and focused on the useful and productive»: Holmberg p. 259), forse il lavoro si sarebbe potuto collocare a metà strada (una “terza via”) fra l’antecedente gesuita, cioè il succitato, fortunatissimo Trévoux (ben sette edizioni dal 1704 al 1771, lievitate progressivamente da 3 a 8 volumiNOTA_7 ), e la “fiaccola dell’illuminismo”, una vera e propria “macchina da guerra”, per riprendere le note metafore che hanno descritto l’opera più caratteristica e nota dei philosophes francesi (Holmberg p. 176; v. anche pp. 251 ss.).

Frontespizio del primo volume del c.d. Dictionnaire de Trévoux (prima edizione, 1704).

Di più: «The Maurists’ unfinished manuscripts cannot compete with the dimensions of the Encyclopédie, but they show that the monks were thinking along the same lines. They were each acknowledging and appreciating the useful arts and technology transforming the eighteenth-century society. While the Dictionnaire de Trévoux fundamentally was focusing on language, the Benedictines and the encyclopédistes were describing and illustrating men at work, their tools and products» (Holmberg p. 206; v. anche p. 220 e la conclusione del cap. 13 a p. 234). Di fatto, però, uno dei due monaci sicuramente coinvolti a pieno titolo in questo lavoro ne derivò un suo Dictionnaire portatif de peinture, sculpture et gravure, pubblicato nel 1757 da un libraio-editore che aveva la sua bottega vicino al negozio di Charles-Antoine Jombert, quello cioè che risulta aver pubblicizzato il lavoro dei mauristi quando era ancora in corso, e aveva anche sposato la figlia di un socio di costui (Homberg pp. 147, 190; su di lui v. soprattutto il cap. 7).
Allora, nel riperticare questo lavoro incompiuto (sprecato?) Linn è stata anche molto fortunata: avrebbe potuto anche ritrovarsi fra le mani un’emerita schifezza. Ad ogni modo, la sua bravura e sicurezza di giudizio si dispiegano completamente nella quinta parte, che mutua parte del titolo da quello che aveva la sua prima tesi: “A monastic reflection of the French Enlightenment” e nel cui penultimo capitolo 14 (The Maurist Enterprise and Enlightenment Thought) svolge le considerazioni più generali.

A chi sia riuscito ad arrivare sin qui, regalo una considerazione strettamente personale (astenersi perditempo e frettolosi): non vi siete chiesti come mai “tesoro nascosto” sia tra virgolette nel titolo? È una criptocitazione da quel libro tuttora e anch’esso ‘strano’ di Francesco Orlando, Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, anche se il titolo esatto sarebbe Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura (Einaudi 1993, nuova ed. ampliata a cura di Luciano Pellegrini, Einaudi 2015)NOTA_8.

Lo so che non dovrei, ma ammetto di provare un certo piacere nell’immedesimarmi vagamente in tali immagini ‘decadenti’.
E comunque aggiungo che il mio lavoro sulla Treccani, poi ampliato alle enciclopedie di età moderna (un primo bilancio è in questo post), è stato portato avanti anche per resistere alla depressione causata dalla mancanza di lavoro o comunque dalla difficoltà di trovarne di adeguati alle mie qualifiche, competenze, capacità e interessi. In tal modo, da un altro punto di vista, è stato un modo per riguadagnare terreno su alcuni campi che mi interessano e che il lavoro “vero” aveva relegato ai margini, anche se la ricerca non è stata condotta in un àmbito asetticamente universitario — e dunque sarà passibile di errori, fattuali e di metodo, superficialità e imprecisioni, difetti che invece non si possono imputare a questa preziosa perla riportata alla luce da Linn Holmberg.
Bisogna ringraziarla per essere riuscita a introdurci in uno scrittoio dove il tempo si è fermato improvvisamente 250 anni fa, facendoci assaporare emozioni simili a quelle provate da chi scavò per la prima volta una Pompei che nessuno aveva più visto per millenni, dopo la distruzione causata dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo.


NOTE AL POST

NOTA_1 A questo indirizzo una pagina di ricerca per temi, o eventi, o nomi od opere o luoghi.

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NOTA_2 Una presentazione succinta era uscita nei “Projektberichte” di «Frühneuzeit-Info», 24 (2013), pp. 81-89.

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NOTA_3 Si trattava dei “maurini” o “mauristi”. Per capire quale importanza abbia avuto all’epoca, ricordo che ne fece parte Jean Mabillon e da noi essi influirono sulla formazione di Antonio Ludovico Muratori.
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NOTA_4 A questo indirizzo se ne può consultare integralmente l’edizione lorenese “di lusso” (1738-42). Il lessico settecentesco ricavato dal dizionario è raggruppato in una dozzina di argomenti sul sito Kapelos.
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NOTA_5 È divertente la storia multiculturale di quest’ultimo, oggi al civico 13 della Rue de l’Ancienne Comédie: il più antico caffè parigino e ancor oggi luogo mondanissimo di ritrovo fu aperto da un armeno vicino al teatro della Comédie française più o meno quando il sultano Maometto IV introdusse in Francia la bevanda corroborante (il cui nome, tra l’altro, fu poi dato al noto periodico lombardo uscito nel biennio 1764-1766), poi si trasferì e fu rilevato da un siciliano al quale è attribuita l’invenzione del sorbetto e che battezzò il locale col suo cognome, appunto Procopio.
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NOTA_6 Lo si veda p.es. nell’interessante “Museo virtuale dei dizionari” (diretto da Jean Pruvost e Christine Jacquet-Pfau dell’università di Cergy-Pontoise).
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NOTA_7 Sia la prima sia l’ultima edizione si possono consultare su Wikisource; l’ultima è disponibile anche su Gallica. Un buon saggio complessivo sull’opera è quello di Wionet del 2006.
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NOTA_8 Cfr. p.es. la recensione di Niccolò Scaffai.
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