Encyclopaedic Visions

locandina dell'evento

La locandina dell’evento

Consummatum est! Il pomeriggio di mercoledì 23 novembre 2016 ho tenuto un intervenuto al seminario per dottorandi (ciclo “Translationes”) dell’università di Tor Vergata, alla facoltà di Lettere e filosofia. Questo è stato il motivo principale della lunga latitanza (o latenza?): mi sono voluto preparare a fondo per sviscerare un tema attorno al quale giravo, lasciandolo e riprendendolo (come il gatto col topo) da almeno 4 anni, a giudicare dalle date nei files di lavoro sottoerraneo. L’impressione (mi si dice) è stata quella di una relazione dotta, brillante, istruttiva, approfondita, piacevole (sia nella modalità espositiva, infatti le cose a braccio vengono sempre meglio, sia per i contenuti, otiosi: vale a dire, in sé poco utili ai dottorandi, i quali d’altro canto hanno avuto la fortuna di vedersi sciorinati davanti argomenti nei quali neanche in tutto il loro percorso di specializzazione potrebbero pensare o sperare di imbattersi…).

Qui cercherò di ripercorrere i tratti salienti della mia performance (perché sì, c’è stato anche un aspetto teatrale, anche se certamente visibile a me solo), ripercorrendo la traccia principale e lasciando un po’ di spunti/link riorganizzati nella maniera migliore (forse).

La copertina di Yeo 2001

La copertina di Yeo 2001

Tanto vale cominciare allora dal titolo di questo post. Perché non replicare quello riportato sulla locandina (che vedete qui in alto e che, una volta tanto, è buona farina del mio sacco)? Ebbene, non è per rinnegare la mia contrarietà alla esterofilia, a favore della possibilità di esprimere in italiano quello che c’è da dire (ho da un sacco di tempo un post a riguardo, che però è tuttora nella pancia del computer sostanzialmente a causa di scrupoli ‘accademici’…): Encyclopaedic Visions è un libro dell’australiano Richard Yeo che per il taglio e l’argomentazione mi è parso abbastanza interessante, anche se ne ho scorso solo qualche pagina e recensione su internet (mai come adesso, e dunque sempre di più in futuro, ho sfruttato Google Books). Mi conforta però sapere che è alla Nazionale di via Castro Pretorio, e prima o poi me lo guarderò con cura. Intanto mi sembrava che avesse un binomio (titolo+sottotitolo) adatto all’andamento della mia esposizione e una bella copertina, che mi affretto a riprodurre (se l’autore, la casa editrice o altri dovessero protestare, la toglierò).

All’inizio è stato distribuito l’unico “handout sintetico” (fronte-retro) che ero riuscito ad approntare: una serie numerata à-la-Wittgenstein ‘prima maniera’ di 22 link, con brevissimi commenti esplicativi, sul “lavoro della traduzione e le attività dei traduttori” {NOTA_1}. Andava dall’elenco di 65 associazioni e centri specializzati a livello internazionale (qui eccone un secondo), alla Rete europea, alle due associazioni italiane (STradE e A.I.T.I.), al “rapporto Assouline” (per combattere la retorica e i luoghi comuni che diffondono tanti giornalisti che in realtà non sanno di cosa parlano, ma mirano soltanto a fare un pezzo impressionistico-riempitivo) e le varie inchieste promosse da ReRePre e STradE col supporto di Slc-Cgil (su queste non fornisco link, ma esorto gli interessati a scorrere pazientemente all’indietro il mio blog per riperscarle). Questo tanto per far capire che i traduttori sono, sì, svantaggiati e negletti, ma non sono delle monadi, si cercano, sanno auto-organizzarsi per difendere i propri interessi e puntano a rendere i colleghi più consapevoli dei propri diritti.

La copertina del primo tomo del II volume della Encyclopédie philosophique universelle

La copertina del primo tomo del II volume della Encyclopédie philosophique universelle, diretto da Sylvain Auroux

Il passo successivo è stato rendere omaggio alla sede in cui venivo ospitato, Lettere e filosofia (NOTA_2}. Allora, mi sono posto un po’ sfacciatamente (immeritatamente?) sotto i doppi auspici degli «intraducibili» di Barbara Cassin e dei 4 volumi in 6 tomi della Encyclopédie philosophique universelle, secondo me abilmente orchestrata soprattutto dal linguista Sylvain Auroux per far capire anche ai filosofi come e quanto la loro disciplina, forse anche più di altre, sia tributaria non solo alle tradIzioni, ma anche alle tradUzioni e al mistilinguismo.

Questi erano però ancora dei passi/gesti introduttivi (leggi: ad captationem benevolentiae), prima di far esplodere la rivelazione: nella primissima Treccani (meglio: la Enciclopedia italiana di scienze, lettere e arti, 35 volumi dal 1929 al 1938, gioiello e summa dell’erudizione italica, lodata anche dal massimo esperto Collison per il suo alto profilo a dispetto del fascismo imperante) NON compaiono i lemmi ‘tradurre’, ‘traduttore’, ‘traduzione’ (né eventuali derivati). Qualcosa sembra potersi ricuperare consultandone l’Indice analitico, ma basta andare poi a leggere effettivamente le pagine indicate per capire che è un’illusione di breve durata. Per tutte queste e altre informazioni, nella perdurante assenza di una ufficiale, cioè seria, anche azzimata, “storia della Treccani” {NOTA_3}, mi è stata oltremodo utile la Guida all’archivio storico (un corposo PDF, scaricabile dal sito Treccani stesso), oltre a varie pagine, a cominciare da quelle delle molteplici edizioni dell’Enciclopedia stessa, sagacemente archiviate sempre sul sito ufficiale. Sta di fatto che questa misteriosissima lacuna, questo “silenzio” (oblio? deserto? damnatio memoriae? sicuramente si potrà designare come “effetto Treccani”) segna in maniera indelebile almeno trent’anni della cultura italiana, dato che nessun’altra grande opera di consultazione scritta nel nostro paese fino agli anni Sessanta osò sfidarlo.

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Il frontespizio del “Supplemento” (1940) del GDE

Nemmeno le prime due edizioni del Grande dizionario enciclopedico «a cura del prof. Giovanni Trucco […] sotto la direzione di Pietro Fedele» {NOTA_4}, l’allora concorrente principale della Treccani, tenta una scansione diversa del lemmario; rimedierà poi la terza, grazie a una giovane Bice Mortara, all’epoca non ancora Garavelli (pure presente già nella seconda insieme ad altri che stavano diventando o sarebbero diventati MOLTO famosi: Nicola Abbagnano, Norberto Bobbio, Luigi De Nardis, Umberto Eco [responsabile del settore ‘stilistica’], Vittorio Mathieu, Massimo Mila, Ervino Pocar, Dario Puccini, Luigi Salvatorelli, Vittorio Strada, Cesare Vasoli ecc.): ma siamo arrivati al 1972! E tale constatazione è ancora più strana, se si pensa che nelle varie opere enciclopediche pubblicate nell’Ottocento pre e post-unitario dalla Pomba, progenitrice diretta della Utet a cui si deve il GDE, voce e trattazioni a riguardo non mancano affatto. Tra la marea di spigolature raccolte nella mia ricerca tra secoli di polverulente ricerche lessico-enciclopediche, più o meno gustose, ne riporto qui appresso solamente un paio.

  • Il lemma Traduzione manca anche nelle prime due edizioni del Vocabolario della Crusca (1612 e 1623 – però c’è Tradurre, ovviamente, e si veda contra il TLIO, dove compaiono entrambe, anche se l’accezione linguistica è l’ultima, più tarda, posso supporre perché più lontana dal significato latino), entra poi nel 1691 e guardando ben in profondità il quadro si amplia nella quarta (1729-38), temperata dalla guida di Anton Maria Salvini: sarà un caso che fosse lui stesso traduttore?
La pagina 1713 della terza edizione (1723) del "dizionario cruscante"

La pagina 1713 della terza edizione (1691) del “dizionario cruscante”

  • Nel XXIII volume (TG-U) del Lessico universale italiano di lingua, lettere, arti, scienze e tecnica (per gli amici: LUI, un importante dizionario edito dalla Treccani come ampliamento e consolidamento del Dizionario enciclopedico italiano, che «integrava la parte enciclopedica con tutto il lessico della lingua italiana» {NOTA_5}, compare addirittura una sezioncina (28 righi e mezzo) sulla Traduzione automatica; tentativo apprezzabile di ricuperare il tempo perduto, peccato però che quando esce, nel 1980, quella direzione di ricerca si è ormai largamente ridimensionata e non avrebbe più meritato tanto spazio.
  • Aggiunta (in via di risoluzione): riconosco che queste attestazioni sono contestabili, in quanto provengono tutte da dizionari. Cioè si solleva così il grave problema della distinzione dizionario/enciclopedia, sulla quale Eco è tornato più volte lungo almeno vent’anni, dall’Enciclopedia Einaudi fino all’ambizioso e a sua volta ‘enciclopedico’ saggio che apre la sua raccolta di «studi storici sul segno e l’interpetazione» Dall’albero al labirinto (Bompiani 2007: pp. 13-96). In mezzo andrebbero inserite anche utili distinzioni fra i termini ‘dizionario/vocabolario/lessico’, come quella esposta dallo storico della lingua Luca Serianni nell’ottobre 2004 sul sito della Crusca {NOTA_6}. Non è possibile riassumere qui il dibattito, ma voglio accennare al fatto che, per elaborare la mia posizione, mi sono di aiuto gli scritti di Bourdieu, Lotman, Torop (grazie a Bruno Osimo!) e Lefevere (quest’ultimo su un altro piano, certo), almeno. Una conferma indiretta di essere sulla buona strada la ricavo inoltre dal progetto D11 (concluso) dell’università di Heidelberg: “Hidden Grammars of Transculturality – Migrations of Encyclopaedic Knowledge and Power”.

Ho ancora tante altre schede per una ricognizione adeguata del quadro lessicografico dell’Ottocento italiano, che qui sarebbe dispersivo riportare. Tuttavia ho intuito presto che l’indagine sarebbe stata corroborata notevolmente spingendone l’orizzonte oltre la nostra penisola. Così sono andato a cercare come si comportassero altre enciclopedie sullo… scacchiere europeo. Beh, tanto per cominciare dall’inizio, nella Encyclopédie degli illuministi francesi non c’è una voce sola, ma due addirittura: la prima di Jean Beauzée del 1765), l’altra (in un’Appendice del 1776) di Jean-François Marmontel, e il bello è che sono impostate in maniere molto differenti (come fa rilevare Armin Paul Frank nella lunga disamina storica Main concepts of translating: Transformations during the Enlightenment and Romantic period in France, Great Britain, and the German countries {NOTA_7}.

Antiporta della Cyclopaedia di Chambers

La bellissima antiporta nella Cyclopaedia di Chambers

Ma chiunque abbia letto un buon manuale di storia della filosofia sul Settecento, saprà non solamente che Denis Diderot, in pratica capo-redattore dell’audace impresa editoriale, proveniva da una gavetta di traduttore (un  mestiere che neanche allora garantiva una solida sussistenza… anche se nel suo curricolo poteva annoverare persino Leibniz!), ma che la stessa Encyclopédie nacque come traduzione e adattamento di un’altra opera di consultazione dell’epoca, la fortunatissima Cyclopaedia (1728, 2 voll., 10 edizioni fino al 1752, più 2 volumi di Supplemento nel 1753) che valse l’ammissione nella Royal Society al suo (si pensa quasi) unico compilatore, Ephraïm Chambers. Vi stupirete o sarete vieppiù infastiditi se aggiungo che anche Chambers vantava una carriera di traduttore?

Va bene, non posso rifare qui tutta la storia, per quanto in sé piuttosto interessante, del «grande affare dei Lumi» (ah, l’originale inglese [1979] di questo testo fondamentale dello storico americano Robert Darnton, tradotto in italiano da Antonio Serra per i tipi raffinati della Sylvestre Bonnard [Milano 1998], è stato ‘liberato’ su internet dall’autore stesso: cercatelo, ma sappiate che è un PDF di quasi 55 mega!); molto però si può ricavare per esempio dalla rivista on-line Recherches sur Diderot et sur l’Encyclopédie, senza dimenticare però il libretto IMHO ancora valido Le origini dell’Enciclopedia {NOTA_8} del grande storico Franco Venturi. Aggiungo un’altra spigolatura: in un articolo del 1991 Gianfranco Dioguardi {NOTA_9} ha ipotizzato che l’idea di proporre Chambers in francese sia scattata, nella “testa ben fatta” di Diderot, quando si accorse che in Italia si erano già messi all’opera per tradurla. Eh sì, perché forse non tutti sanno che di quel lavoro se ne fecero da noi ben quattro edizioni (a ulteriore attestazione della grande circolazione e fortuna di quell’opera): Napoli, 1747-54 (8 voll.); Venezia, 1748-49 (9 voll.), di nuovo Venezia, 1762-65 (6 voll.) e Genova, 1770-75, mentre dell’Encyclopédie ne uscirono un paio (certo, in folio e con molti più volumi): a Lucca (1759-76) e a Livorno (1770-9), quest’ultima sotto la protezione del granduca di Toscana, Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena.
Fortunatamente la Cyclopaedia si può scaricare/consultare integralmente in vari siti; grazie a una semplice ricerca in questo di storia della scienza e della tecnologia presso l’università del Wisconsin, ben allestito, ho scoperto che il termine Translation (nel senso che ci interessa) compare anche in altre 4 voci: Gloss, Metaphrast(es), il francesismo Traduction e il termine Version, che comparirà anche in tutte le opere enciclopediche successive (ah, c’era in latino anche nella Crusca… e qui non si può non menzionare l’ottimo testo di Maurizio Bettini, Vertere. Un’antropologia della traduzione nella cultura antica, Einaudi 2012, da cui ricuperare quasi tutta la letteratura anteriore in merito).

Insomma, è difficile porre un punto di partenza univoco e questo lo si intuisce leggendo i lavori di Walter Tega, che già negli anni Ottanta metteva a frutto le  riflessioni profondamente originali della filiazione “garininana”, con Paolo Rossi e Cesare Vasoli in testa. Una buona sintesi è nel volumetto, divulgativo ma di impostazione originale, approfondito e documentato, di Paolo Quintili, Enciclopedia e illuminismo (Carocci 2003, rist. 2005). Inoltre ho trovato una chiave di lettura molto originale anche nel saggio dello storico della scienza Giorgio StabilePuzzle e Lego: l’enciclopedia e le sue forme (pubblicato originariamente nel quadrimestrale dell’editore romano Viella Critica del testo, III [2000] 1: 253-275, un numero dedicato al “Canone alla fine del millennio”).

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Alcuni volumi del Konversations-Lexikon (Brockhaus)

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Il titolo (in gotico) della mastodontica impresa che si deve a J.G. Krünitz

Ecco, a questo punto penso avrete capito che, come al seminario, potrei continuare a incantarvi o annoiarvi per ore con spezzoni folgoranti e inattesi di conoscenze perdute, dimenticate, trascurate, disattese, scartate, disperse nel decorso della moderna storia intellettuale europea … Più utile a chi fosse interessato ad approfondire, invece, potrebbe essere raccogliere qui in fondo un po’ di link che mi sono serviti a reperire informazioni e spunti, che mi riprometto di raggruppare in maniera più ordinata per presentare un progetto di ricerca veramente transnazionale.

Una parte rilevante della mia indagine è occupata da opere dell’area culturale tedesca (con particolare riguardo al concetto di Konversationslexikon). Lì ho scoperto magnifici lavori di digitalizzazione su opere antiche, a cominciare dal sito dedicato all’Universal-Lexikon di Johann Heinrich Zedler (1731-1754, 64 voll. + 4 di supplementi: ca. 284.000 lemmi, di cui 120.000 dedicati a nomi persona e 73.000 a nomi di luogo, con 276.000 rimandi su 63mila pagine in-folio a due colonne), che per approfondimenti specifici si abbina al sito-satellite Zedleriana.
E non era neanche l’opera più estesa: abbiamo difatti la Allgemeine Encyclopädie der Wissenschaften und Künste di Johann Samuel Ersch e Johann Gottfried Gruber (1818-1889, interrottasi alla fine della lettera P, dopo 167 volumi e uno di tavole, ca. 70mila pp.), la cui storia si intreccia con le quattro enciclopedie tedesche più note nell’Ottocento: Brockhaus (che già dalla seconda edizione in 8 volumi, usciti fra il 1812 e il 1819, sfoggia una sua voce, puntuale e dignitosa: Übersetzungskunst, ovvero ‘l’arte della traduzione’ [ma si tenga presente che sullo sfondo vige ancora la connessione kunst – ars – techne]), Meyer, Pierer e Herder.
Batte però tutti l’ancora più ingombrante Oekonomische Encyklopädie, oder allgemeines System der Staats- Stadt- Haus- und Landwirthschaft di Johann Georg Krünitz (1773-1858, 242 voll., 144mila pp.). Beh, che ci crediate o no, quest’ultima, sebbene con tutta evidenza molto specialistica, contiene i lemmi übersetzen (ossia: tradurre, e con varie accezioni, di cui soltanto quella linguistica occupa quasi 4 colonne!), Übersetzer/-rin, Übersetzung (traduttore/-trice, traduzione) e la solita ‘sorella minore’ Version (senza contare altre voci secondarie, come ). Idem per Zedler (con l’eccezione di Übersetzerin), incredibilmente!

A beneficio dei lettori interessati, riporto qui appresso altre fonti consultate:

  • per chi fosse interessato anche all’età di mezzo può cominciare spulciando Lexilogos, poi passare al più specifico Mediaevum – e faccio presente che nel 2013 il coraggioso editore trentino La Finestra [il nome deriva da un passo di Florenskij] ha pubblicato la «seconda edizione, riveduta e ampliata» di Marco Albertazzi, Enciclopedie medievali. Storia e stili di un genere);
  • il Thesaurus Eruditionis dell’università di Mannheim ospita i progetti CAMENA e TERMINI per decine di opere neolatine del Cinque-Seicento (che so, Calepino, Comenio, Du Cange, Estienne, Vossius, ma anche il Lexicon Universale di Johann Jacob Hofmann nella «editio absolutissima» del 1698);

    hofmann1698

    La splendida antiporta di Hofmann 1698

  • non può mancare il grande Münchener Digitalisierungszentrum della Biblioteca di Stato bavarese (consultabile anche in italiano);
  • il sito dell’università di Halle (Salle, Sachsen-Anhalt) ha scansionato {NOTA_10} tantissimi volumi pubblicati dal XVI al XVIII secolo;
  • N-Zyklop, una banca dati internazionale con possibilità di ricerca in moltissime enciclopedie di ogni epoca e regione (allestita dal 2005 dalla biblioteca dell’università tedesca di Treviri);
  • Wörterbuchnetz, 26 dizionari a tutto testo (storici, dialettali, ma anche il Meyers Großes Konversationslexikon – anche qui grazie agli sforzi dell’ateneo di Treviri);
  • il Zentrales Verzeichnis Digitalisierter Drucke di un consorzio fra biblioteche e enti di ricerca (quasi un milione e mezzo di titoli dal XV secolo a oggi);
  • Retrobibliothek si impegna a digitalizzare varie opere, composte in gotico fra Otto e Novecento;
  • Zeno offre altre migliaia di testi in tedesco, suddivisi per materie (non a caso si presenta al pubblico come “La mia biblioteca”);
  • last not least, Enzyklothek, un sito proprio dedicato a quello che andavo cercando (riporta le indicazioni di quasi 10.000 opere di consultazione, non solo tedesche, anche se non tutte sono effettivamente digitalizzate: ma da lì sono potuto risalire anche a testi italiani);
  • al precedente confesso di esserci arrivato dal progetto zurighese Allgemeinwissen und Gesellschaft (2002-2006, poi in parte trasmigrato ad Heidelberg [v. sopra]), dalla struttura molto originale e interessante sin dal ‘sottotitolo’: «Le enciclopedie come indicatori di mutamenti nel valore sociale del sapere, della formazione e delle informazioni»

Devo però ancora rassicurare gli amici che amano e/o praticano lo spazio culturale ibero-lusitano, quello ebraico (che riserva una sorpresa) o quello statunitense: non ho dimenticato di sondare anche quelli attraverso le loro enciclopedie più significative. Ma c’è ancora tanto da dissodare e sistematizzare (ah, l’esprit de système scorre ancora tra noi mortali)!

Ma adesso devo purtroppo fermarmi qui, altrimenti questo post non verrà mai fuori, rischiando di duplicare il vero ‘lavoro’ di scrittura estesa. Spero che tutto ciò perlomeno incuriosisca qualcuno: perciò esorto chi avesse suggerimenti, critiche, proposte, collaborazioni, qualunque cosa di costruttivo, a lasciare un commento qui sotto. Grazie!

NOTE

1) Lo invio gratis per e-mail a chi ne faccia richiesta nei commenti qui sotto.

2) Il seminario è comune alle università di Roma 2 e Roma 3, «da quando il MIUR ha pensato bene di avviare la sua politica di strozzamento delle università», come mi è stato riferito con amarezza da un autorevole esponente universitario.

3) C’è un saggio di Elmar Schafroth nell’ottima panoramica curata da Ulrike Hass nel 2012 per Gruyter (Grosse Lexika und Wörterbücher Europas. Europäische Enzyklopädien und Wörterbücher in historischen Porträts), per quanto tale miscellanea a me pare una sorta di aggiornamento dei lavori, pur benemeriti, diretti dallo storico americano Frank A. Kafker (cioè i numeri monografici 194 e 315, datati 1981 e 1994, della rivista Studies on Voltaire and the eighteenth century). Lo stesso vale, anche se in ambito più ristretto, per il bel volume curato da John Considine nel 2014 per la Cambridge UP, Academy Dictionaries, 1600-1800.

4) Sic nel frontespizio della prima, che uscì negli anni dal 1933 al 1939 in 10 voll. + 1 supplemento; seconda ed. «interamente riveduta e accresciuta»: 1954-65, 12 voll. + 1 supplemento e aggiornamenti come “Appendici” dal 1973 in avanti; terza ed., anch’essa «interamente riveduta e accresciuta»: 1966-75, 19 voll. e vari supplementi; quarta ed.: 1984-1991: 20 voll. e vari suppl.

5) Cito dal sito Treccani, sezione “Dal dopoguerra a oggi: anni Cinquanta e Sessanta”. . Il DEI uscì dal 1955 al 1961 in 13 voll. + vari supplementi sino al 2006 (per adesso); il LUI raddoppiò: 24 volumi + 4 suppl. e 3 atlanti, 1968-81.

6) Vorrei consigliare a questo proposito la lettura di due testi, molto diversi tra loro (anche come dimensioni: tanto smilzo il primo, quanto gonfio il secondo), ma proprio per ciò complementari, a mio avviso: Valeria Della Valle, Dizionari italiani: storia, tipi, struttura (Carocci, 2005) e Claudio Marazzini, L’ordine delle parole. Storia di vocabolari italiani (il Mulino, 2009).

7) È il saggio n° 163, alle pp. 1531-1609, del secondo dei tre volumi dedicati alla traduzione, nella ponderosa serie HKS (ossia: Handbücher zur Sprach- und Kommunikationswissenschaft, 26 – letteralmente: Manuali di linguistica e scienza della comunicazione; il primo è del 2001, il secondo del 2008 [qui il sommario del secondo tomo, appunto], il terzo del 2011, tutti pubblicati dal noto binomio De Gruyter-Mouton di Berlino-L’Aia.

8) Einaudi 1963; in realtà, questa è una seconda edizione rispetto alla prima, pubblicata dalle sconosciute Edizioni U di Roma-Firenze-Milano nel 1946, a sua volta tradotta da una tal Juliette Bertrand dall’originale francese pubblicato a Parigi da Skira nel 1939!

9) Questi non è stato propriamente uno storico, ma un imprenditore con una passione bibliofila, che quello stesso anno diede vita alla fondazione eponima.

10) Scandito? Scannerizzato? Non risolverò mai questo dubbio…

Translatio linguarum

Un'immagine scherzosa di Tullio Gregory.

Un’immagine scherzosa di Tullio Gregory.

0.1. Premessa

Un libro dal sottotitolo “Traduzioni e storia della cultura” non poteva non suscitare l’attenzione di chi scrive. L’autore Tullio Gregory è un filosofo italiano, ormai emerito, ma forse proprio per questo in grado di cogliere certi tratti di fondo dello sviluppo del pensiero occidentale che altri, più legati a interessi contingenti, accademici o meno, non possono permettersi di rintracciare o avere il lusso di seguire.
Ma prima di entrare nello specifico, segnalo qualche recensione di altri studiosi, poco più giovani di Gregory, a cui cedo subito il passo per autorevolezza:

0.2. Indicazioni per consultare proficuamente questo post
Chi già conosca Tullio Gregory, o non sia interessato ai suoi dettagli bio-bibliografici, può saltare direttamente al paragrafo 2. La lettura del 3 non è indispensabile, ma è consigliata se siete dei traduttori.

Tullio Gregory intento nella lettura silenziosa.

Tullio Gregory intento nella lettura silenziosa.

1. L’autore
Tullio Gregory si laureò nel 1950, a soli 21 anni, e dapprima si occupò soprattutto di platonismo medievale. Successivamente i suoi interessi si ampliarono al Sei-Settecento soprattutto francese e alla storia della filosofia in generale. Infatti alcuni lo ricorderanno come uno dei co-autori (insieme a Francesco Adorno e Valerio Verra) di uno dei manuali più longevi e fortunati di storia della filosofia per licei, credo tra i primi ad accludere anche testi antologizzati degli autori e della letteratura secondaria (prima ed. Laterza 1973 – Gregory firmava specificamente il secondo volume).
Altri si saranno imbattuti all’università in monografie arancioni di formato tascabile, tutte rigorosamente con identica articolazione interna: è la collana laterziana “I filosofi”, di cui si favoleggia che sia stata ideata da Gregory per includervi autori tutti rigorosamente già trapassati (80 titoli dal 1970 al 2000, quasi tutti pluristampati, a cui se ne aggiunge un’altra ventina usciti nel nuovo millennio, anche in versioni elettroniche – ePub con l’odioso DRM). Che infatti proprio dal 2000 fu affiancata dalla collana verde “Maestri del Novecento Laterza” (21 titoli fino al 2014, se non ho sbagliato a contarli sul sito, quindi una media annuale leggermente inferiore).
Oltre a numerose e importanti attività per l’istituto Treccani e più recentemente gli spazi della “Cucina filosofica” nel festival filosofia che si tiene dal 2001 a Modena e dintorni, Gregory può vantare la fondazione del Lessico intellettuale europeo: nei miei anni di università ricordo chiaramente la scritta su una porta in un corridoio al terzo piano nella ‘vecchia’ sede della facoltà di Lettere e i primi volumi pubblicati da Bulzoni (oggi da Olschki), dai quali trapelava pian piano cosa si nascondesse sotto quella formulazione perlomeno sibillina. La fusione con il Centro di studi sul pensiero antico (fondato e diretto da Gabriele Giannantoni) ha dato origine all’ILIESI: Istituto per il lessico intellettuale europeo e la storia delle idee; la storia è presentata da Gregory stesso in questo articolo. [NOTA ZERO] Per maggiori dettagli su di lui cfr. la “Quinta appendice” on-line della Enciclopedia Treccani.
Un lato del suo carattere che può apparire meno simpatico è la veemenza con la quale si è espresso contro iniziative come Wikipedia, del resto comprensibili rileggendo la sua storia personale, e a cui collego l’intervento del 2014 sulla «politica per la lingua» leggibile a questa pagina.
Il ‘succo’ del libro di cui parlo in questo post era stato già presentato, con abile mossa strategica dal punto di vista temporale, al festival filosofia il 19 settembre 2015, col titolo (su cui ci sarebbe molto da meditare, in sé) “Ereditare è tradurre” – a riguardo si veda questa video-intervista, apparsa sulla Gazzetta di Modena. Ma quasi tutto il testo risale a un articolo già apparso sui Quaderni di storia della casa editrice barese Dedalo nel 2009 (debitamente referenziato nella nota finale, peraltro priva di indicazioni, a p. 75), tranne qualche rifinitura, come il capoverso finale aggiunto all’ultima nota (119!) di p. 66, dato che all’epoca il c.d. HKS [NOTA 1] non era ancora completo.

Prospetto illustrativo del volume pubblicato da Olschki.

Prospetto illustrativo del volume pubblicato da Olschki.

2. Il libro
2.0. Il mio punto di vista
Vengo finalmente a spiegare perché questo libro mi interessa ed è molto importante.
Lo farò da un’angolatura particolare, che riesco a definire soltanto tramite la dicitura ‘in controcampo’: cioè riporterò dei passi, per così dire, di ‘sutura’ fra i temi portanti dell’argomentazione solida dell’autore. Questi li trasceglie dai suoi campi di interessi, che sono stati tanti, diversi e anche inusuali, ma da un certo punto di vista sarebbero delle ‘variabili’ sul Leitmotiv sottostante: intendo dire che avrebbe potuto pescarne e introdurne altri, ad libitum, dalle sue vaste conoscenze, giacché in sostanza quelli servono a sorreggere l’ipotesi forte di questo volumetto. La quale, se deve avere valore non episodico, ma costante, ricorrente, sempiterno oserei dire, può ricevere supporto da qualsivoglia contenuto preso in esame e portato all’attenzione del lettore. Questo lungo giro di parole mi serve in fondo a dire che a me il filo rosso interessa di più dei singoli argomenti che esso serve a ‘cucire’. Insomma, estremizzando: quanto state per leggere va in senso contrario a una recensione tradizionale, che di solito espone (ed eventualmente critica o corrobora) gli argomenti addotti dall’autore, ai quali dunque non porrò grande attenzione.
2.1. Alcuni temi
Ovviamente il primo nucleo concettuale è affidato alla cultura greca: punto di partenza comprensibile e giustificato inoltre dal greco quale «lingua di tutto il mondo mediterraneo» (p. 7), senza però dimenticare apporti dall’astrologia orientale. Il primo paragrafo è intitolato “Le sacre scritture” perché si chiude sottolineando la «traduzione come grazia di Dio, della provvidenza nella storia. [… Anche la traduzione] ha un’origine divina perché compie una missione salvifica superando ogni differenza linguistica e rendendo intelligibile a tutti la parola di Dio» (p. 8).
Segue un originale parallelo con la translatio cosmologica, di pianeti e astri che ha grande sviluppo agli inizi dell’età moderna (in nota compaiono Keplero e Campanella).
Il terzo paragrafo è animato principalmente dalle figure di Cicerone, Boezio e Cassiodoro, [NOTA 2] per spingersi fino ad Alcuino e Giovanni Scoto Eriugena.
Gregory è perfettamente consapevole dell’importanza delle opere arabe, ma sostiene che sono a loro volta eredità e trascrizione «di più antiche culture orientali – indiane, persiane, caldaiche» (p. 26). Quindi il senso più originale delle traduzioni in latino dal greco e dall’arabo sta nell’aver creato «un lessico filosofico, scientifico, teologico in gran parte nuovo, [… che] sarà la matrice di gran parte del lessico filosofico e scientifico delle lingue moderne» (pp. 28-29). Così trascorrono sotto i nostri occhi Petrarca, Ficino, Erasmo, Bruni e Bruno, poi i grandi filosofi del Sei-Settecento, per finire con Croce e Gentile, impegnati a redigere la presentazione della (all’epoca) nuova collana laterziana “Classici della filosofia moderna”: qualcuno la ricorderà per il colore arancio vivo della copertina (e sovracoperta, per i titoli più antichi), se non gli sovviene nessun autore specifico (dal 1907 al 1984 vennero pubblicati in tutto 62 titoli, più un terzo volume delle Opere italiane di Giordano Bruno con Il candelaio).
2.2. Le ‘suture’, ovvero il Leitmotiv
Il primo caso lo trovo a cavallo tra secondo e terzo paragrafo (p. 11):

Se la storia della cultura comporta sempre un ereditare e trasmettere, un trasferire da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti secondo le complesse linee di una «metamorfosi ordinata» [qui la nota 21 rinvia ai testi canonici di George Steiner, Gianfranco Folena e un articolo poco noto di Eugenio Garin, “Problemi di traduzione”, non a caso letto originariamente a un incontro del Lessico intellettuale europeo], cercheremo di seguire qui un aspetto particolare di questo processo, la translatio di testi scritti in alcuni momenti significativi nell’orizzonte e nei limiti della cultura europea, segnandone spesso crisi e rinascite. Ove tradurre – ereditare e trasmettere – è sempre un interpretare, come ricorda anche la connessione di termini con valore sinonimico interpretari, vertere, transferre. […] È la traduzione che prolunga nel tempo e nello spazio la vitalità di un testo, assicura e rinnova la tradizione.

Già qui colgo un aspetto non banale: spesso (già in antico) le traduzioni sono state viste con sospetto, accusate di sovvertire valori tradizionali e quindi da starne alla larga, se non da rigettare completamente.
Gregory ribalta questo luogo comune, introducendo invece tutto il valore innovativo dell’interscambio fra punti di vista differenti, che non vengono mortificati dal confronto, ma vivificati. Insomma, occorre riconoscere la forza positiva (e inarrestabile, corollario conseguente) del contagio, un concetto adoperato anche dall’antropologo ‘naturalista’ Dan Sperber, [NOTA 3] la cui deriva sociobiologica (innatismo mono-determinista) è però aliena dal quadro di riferimento che prediligo. [NOTA 4]

Nel terzo paragrafo Gregory sottolinea poi l’alterità della prospettiva adottata nel volumetto rispetto a qualunque teoria della traduzione, più o meno orientata alla letteratura (su tale inclinazione perniciosa, un’altra stoccata tra le pp. 29-30): qui si vede ‘semplicemente’ il tradurre «come trasferimento di un testo in una lingua diversa dall’originale, strettamente connesso a ogni translatio studiorum, a ogni passaggio di civiltà e cultura da uno ad altro contesto geografico, politico e linguistico, per salvare eredità che si sarebbero altrimenti perdute» (pp. 16-17).

Molto più avanti, quasi a fine libro (p. 60) Gregory propone un’estensione ulteriore:

anche la circolazione dei libri – in tutti i suoi aspetti materiali, dalla stampa alla loro diffusione per strade ufficiali e sotterranee – è un aspetto non marginale della translatio studiorum, con propri presidi e vie di comunicazione,

e lo ribadisce a fine testo, con affermazioni apparentemente controcorrente:

la storia delle traduzioni nell’età contemporanea – e in questa prospettiva la storia delle case editrici e di traduttori – è ancora da scrivere, forse anche perché dobbiamo liberarci del pregiudizio che antepone l’autore al traduttore, riconoscendo al primo un’originalità che il secondo non avrebbe; si rischia in tal modo di dimenticare che se ogni cultura è sempre un processo di appropriazione di interpretazione di esperienze diverse, con il loro trasferimento in contesti e linguaggi nuovi, la traduzione intra e interlinguistica svolge un fondamentale ruolo di mediazione nel quale il traduttore è attore e protagonista.

Qui Gregory sposa la causa difesa già da tempo dai ‘traduttori militanti’, cioè quelli che si battono per non volersi vedere annullati sin dalla posizione sul frontespizio. [NOTA 5]

Il classicista Luciano Canfora.

Il classicista Luciano Canfora.

Ma aggiungo che torna in mente anche un testo di Luciano Canfora, che forse per il carattere altrettanto ‘eretico’ non ha avuto la fortuna che meritava: Il copista come autore (Sellerio 2002). Qui di traduzione si parla espressamente solamente nel terzo capitolo, ma le dichiarazioni di Canfora alle pp. 43-44 sono inequivocabili e consonanti a quelle di Gregory:

Tradizione «indiretta» è anche l’instancabile lavoro di traduzione condotto senza interruzione, e a partire sin dai tempi più remoti […] il passaggio da una lingua all’altra – sotto forma di traduzione, di parafrasi o di riscrittura creativa – è un fenomeno ininterrotto, che si svolge parallelamente all’altro grande fenomeno consistente nel lavoro di copia. La tradizione è essenzialmente o traduzione o copia. L’una e l’altra, in maniera complementare, intervengono nella constitutio textus, ma il loro significato supera di gran lunga il fine dell’edizione: esse sono la storia, sono le azioni costitutive della storia della civiltà scritta.

La dimostrazione-limite, per così dire, è che

anche traducendo parola per parola, il traduttore – soprattutto quando non ha capito – interpreta, e di conseguenza modifica, il suo modello (Copista, p. 46).

Due richiami balzano in mente:

  1. L’accostamento tradizione/traduzione pare un mero calembour da retore consumato, ma in realtà è un corto circuito già nella svista confessata da Giorgio Pasquali, nell’Appendice seconda, “Congettura e probabilità diplomatica”, del suo noto volume Storia della tradizione e critica del testo (ed. Mondadori 1974, p. 485).

  2. André Lefevere, noto in italiano soprattutto per il geniale volume tradotto da Silvia Campanini e curato da Margherita Ulrych, Traduzione e riscrittura. La manipolazione della fama letteraria (Utet 1998, ed. or. inglese 1992).

3. Considerazioni ulteriori
3.1. Testi paralleli

Jean Delisle, professore emerito all'università di Ottawa.

Jean Delisle, professore emerito all’università di Ottawa.

Probabilmente Gregory non conosce il testo diretto da Jean Delisle e Judith Woodsworth (presidente e fondatrice della Canadian Association for Translation Studies), promosso dalla Federazione internazionale dei traduttori (definita scherzosamente «la lobby meno potente del pianeta») e dall’Unesco, che affronta un compito analogo da una prospettiva meno ‘elevata’, cioè prendendo in considerazione altre fonti disparate, ma per questo a mio avviso contribuisce a integrare utilmente il panorama conoscitivo.

Miss Woodsworth

Miss Woodsworth

Mi riferisco a Les traducteurs dans l’histoire, la cui terza edizione per la cura di Benoit Léger è stata pubblicata nel 2014 dalle Presses de l’Université de Laval [NOTA 6] – nata nel 1950, sede a Québec, sul sito si vanta di essere la maggiore casa editrice di lingua francese in America, con una media di 120 novità all’anno. Di Delisle è stato tradotto in italiano Terminologia della traduzione, che curò con Hannelore Lee-Jahnke e Monique C. Cormier (Hoepli 2002, ed. or. 1999; traduzione di Caterina Falbo e Maria Teresa Musacchio, curatela di Margherita Ulrych).

Un altro testo canadese che gli si potrebbe accostare è quello curato nel 2006 da Georges L. Bastin e Paul F. Bandia, Charting the Future of Translation History (University of Ottawa Press, Ottawa): a singoli autori sono affidati dei ‘carotaggi’ su sette aspetti particolari (nella sezione “Methodology”: il postmoderno, storia e microstoria, la traduzione legale ecc.) e dieci realtà diverse (nella sezione “Current Discourses”: l’America latina, Israele, Cina ecc.), esposti nell’introduzione dei curatori (pp. 1-9), che però non menzionano Delisle. Tuttavia Bastin sarà uno dei collaboratori al testo curato da Delisle e Marco A. Fiola, La traduction raisonnée (Université d’Ottawa Press, 3^ ed. nel 2013), rivolto specificamente ai traduttori della combinazione FR > EN.

Il Prof. Dr. Lieven D’hulst.

Sempre su tali argomenti, non sono ancora riuscito a consultare Lieven D’hulst, Essais d’histoire de la traduction (Garnier 2014), di cui però intanto trovo straordinariamente azzeccato ed efficace il sottotitolo: Avatars de Janus. Dovrebbe avere almeno una parte teorica assai avvertita (oltre a studi specifici), a differenza di Michel Ballard, Histoire de la traduction. Repères historiques et culturels (De Boeck 2013) che stando alle recensioni disponibili su internet difetterebbe proprio di una solida struttura metateorica, pur avendo il merito di raccogliere e presentare una messe di riferimenti e una massa di fenomeni notevole. Ma che rimangono, appunto, messe e massa, alla fine informi ed eterogenei se non sorretti da un’idea chiara, una prospettiva acuta, un quadro concettuale in grado di unificarli.
In tal senso appare migliore Francesco Laurenti, Tradurre. Storie, teorie, pratiche dall’antichità al XIX secolo (Armando 2015), che cita subito (p. 4) il lavoro di Delisle e Woodsworth (ma nella prima edizione inglese del 1995) e dichiara come sua linea-guida «l’esistenza di una storia delle teorie della traduzione che precede di molti secoli la nascita dei Translation Studies e che s’è sviluppata per lungo tempo senza essere mai dissociata dalla pratica della traduzione. […] La storia della traduzione che ne è emersa è coincisa di volta in volta con la storia della lingua, delle religioni, del pensiero filosofico e dei legami tra lingue e culture diverse» (pp. 6-7). Dunque, non è molto lontano dagli intenti di Gregory… però le considerazioni espresse da Franco Nasi nella sua recensione (che integro qui pur essendo stata pubblicata qualche mese dopo il mio post) mi trovano assolutamente d’accordo:

Apprezzabile lo sforzo di Laurenti, utilissime certe sue indicazioni e scoperte di autori poco noti, ma l’impianto generale del lavoro, nonostante le dichiarazioni introduttive, si mantiene all’interno di una storiografia (o di un modo di intendere gli studi sulla traduzione) che ci pare abbia fatto il suo tempo.

Conserva una sua utilità, nonostante gli anni, anche Bruno Osimo, Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei (Hoepli 2002).

Fra tutti i libri francesi menzionati, sono convinto che in italiano troverebbe accoglienza migliore il primo (e ho già iniziato a spendermi per questo), nonostante la recensione, non scevra da qualche critica, di René Lemieux sul numero di giugno 2015 della rivista specializzata Trahir. Se qualche nostro editore fosse interessato, mi contatti immediatamente, non se ne pentirà: grazie!

3.2. In fine
Riflettendoci su, quanto scrivevo nel paragrafo 2.0. “Il mio punto di vista” non mi sembra affatto una forzatura immotivata. A ben vedere Gregory spiega molto poco e piuttosto vagamente come avvengano quei processi di trasmissione di saperi, che trasferiscono «da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti» (p. 11, già citato), sui quali ha scelto di posare il suo sguardo esperto e, in tal modo, nobilitare. Non poteva farlo in uno spazio così ristretto, e del resto a questo sono lasciati gli atti dei “colloqui” sul lessico intellettuale europeo (si veda sul sito ILIESI) e altri affini, come per esempio i testi curati da Jacqueline Hamesse soprattutto per l’ambito medievale latissimo sensu.

 

N O T E

[Nota 0]
Vedo solamente dopo aver pubblicato il post che Annarita Liburdi ha dedicato due bei lavori alla storia dell’istituto: Per una storia del Lessico Intellettuale Europeo (2000) e Il Lessico Intellettuale Europeo dal 2001 al 2006. Da Centro di Studio a Istituto (2007), entrambi pubblicati dallo stesso LIE.

[Nota 1]
Si tratta del monumentale Harald Kittel, Armin Paul Frank, Norbert Greiner, Theo Hermans, Werner Koller, José Lambert, Fritz Paul (Hrsg./eds./éd. par; in Verbindung mit /in association with Juliane House, Brigitte Schulze), Übersetzung – Translation – Traduction. Ein internationales Handbuch zur Übersetzungsforschung / An international Encyclopedia of Translation Studies / Encyclopédie internationale de la recherche sur la traduction, 3 voll., Gruyter 2004-2011.

[Nota 2]
Per quest’ultimo, si potrebbe suggerire a Gregory di consultare la traduzione, diretta da Andrea Giardina, delle Variae per l’editore romano L’Erma di Breischneider (12 volumi apparsi fra il 2014 e il 2016, assai costosi e disponibili anche in versione digitale), anziché continuare a citarle dai venerabili MGH.

[Nota 3]
Un breve accenno in questa segnalazione di un suo testo, tradotto da Feltrinelli nel 1999.

[Nota 4]
Cfr. ad esempio, in riferimento al linguaggio umano, la recensione di Elisabetta Gola al libro di Grazia Basile, La conquista delle parole. Per  una storia naturale della denominazione (Carocci 2012), in AphEx, 8 (2013).

[Nota 5]
Penso ovviamente al Sindacato dei traduttori editoriali, e più in particolare al suo ultimo ‘successo’, vale a dire l’accordo siglato con ODEI (Osservatorio degli editori indipendenti) il 3 aprile scorso, in occasione della seconda edizione del Bookpride milanese, la Fiera dell’editoria indipendente. Per saperne di più, si può leggere l’annuncio sul sito ufficiale.

[Nota 6]
Le prime 35 pagine si possono scaricare da questo indirizzo.

In memoria di Umberto Eco: ‘ex coeli oblato’ oblatum – ovvero, due o tre cose che so del Nostro

Umberto Eco

Umberto Eco

«Il libro è un’assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità. All’indietro (ahimè) anziché in avanti. Ma non si può avere tutto» (Perché i libri allungano la vita, 1991, da La bustina di Minerva).

Questo avrei dovuto, voluto e potuto metterlo alla fine. Siccome arrivo in ritardo, more solito, lo piazzo subito qui per togliermelo di mezzo e in modo da sopravanzare, nel merito e nel contenuto, gli articoli variamente commemorativi che ho gradito di più, linkati appresso, per poi passare a ciò su cui invece mi piace dilungarmi qui – e di cui evidentemente, pour cause, mancano gli altri. Ma di cui quella citazione lassù, in esergo, è anche un po’ la cifra…

Allora, per la carta basterà l’inserto domenicale dedicato alla cultura dal quotidiano Sole 24 ore, che (nonostante sia di Confindustria) gli ha dedicato le prime quattro pagine del numero 51 dello scorso 21 febbraio. Lì apprendiamo, tra l’altro, che una dozzina di anni fa Eco ricevette il premio “La vespa d’oro” dal medesimo giornale, dopo aver denunziato la mancanza in Italia di un supplemento culturale analogo alla Book Review del New York Times. Dimenticando, appunto, detto settimanale. Insomma, una gaffe finì a tarallucci e vino (vedi foto a p. 24, taglio basso).
Per gli interventi on-line, prediligo anzitutto la coppia apparsa sul sito di Internazionale.it: quello di Philippe-Jean Catinchi (ben tradotto da Federico Ferrone dall’originale, apparso tempestivamente su Le monde) sull’«intelletuale poliedrico» e quello di Giuseppe Rizzo (beh, sì: non era giusto che sul «Nome della nostra cultura» [NB: Nome, proprio con l’iniziale maiuscola!], ossia ‘italiana’, scrivesse soltanto un francese) che spigolando in 14mila caratteri tra «quarant’anni di interviste», cioè 23 pubblicate tra il 1970 e il 2015 su 13 giornali (in ordine alfabetico: L’appuntamento/TMC, Corriere della Sera, Doppiozero.com, l’Espresso, Famiglia cristiana, Grenzgänge, il manifesto, The New York Times, The Paris Review, la Repubblica, La Stampa, l’Unità, Wired) riesce a estrarre una serie di passaggi, affermazioni, battute che hanno il merito di farci assaporare ancora, almeno in parte, la sua intelligenza acuta, originale, molto spesso ironica.
Su Sussidiario.net segnalo altri frammenti, utili forse più a chi lo conosceva superficialmente, ma che restituiscono anch’essi barbagli della sua umanità, nel senso dei rapporti che seppe intrattenere con la (mi verrebbe da scrivere con il…) Mitwelt, cioè i suoi simili, il mondo circostante.
Più contenuto il cordoglio sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung del 22 febbraio, firmato dallo scrittore Orhan Pamuk, che si dichiara «figlio e amico intellettuale» del Nostro. Eppure mi sembra doveroso dare spazio anche al giornalismo tedesco, per chi aveva sposato nel 1962 Renate Ramge, esperta di mostre, arte e musei.
Ancora: linko qui l’intervista rilasciata il 24 novembre 2015 a Francesco Merlo di Repubblica sulla «Mondazzoli», riportandone soltanto questo breve passo: «L’importante è la nave, non Teseo» – a futura memoria e in attesa di trovare l’accento giusto per scrivere finalmente anche sul ‘bastimento sgarbato’.
E siccome il prossimo libro di Umberto Eco (e l’ultimo genuinamente suo, ahimè, dato che gli aveva apposto il fatidico “visto si stampi”) esce sabato 27 febbraio proprio per quello che sarebbe stato il suo novello editore, ricopio qui anche parte di quanto se ne dice in rete, tralasciando una parte iniziale attribuita ad Amazon.it, ma in realtà identica a quella già presente nella «Introduzione» a La bustina di Minerva che ho già citato sopra:
«L’ultimo suo libro […] raccoglie le bustine di Minerva “che potevano riferirsi al fenomeno della ‘società liquida’ e dei suoi sintomi: crollo delle ideologie, delle memorie, delle comunità in cui identificarsi, enfasi dell’apparire etc. “Cronache di una società liquida” è il sottotitolo ma, data la varietà dei temi non unificabili sotto una sola espressione ‘slogan’, il titolo sarà Pape Satán Aleppe, citazione evidentemente dantesca che non vuole dire niente e dunque abbastanza ‘liquida’ per caratterizzare la confusione dei nostri tempi».

Sbrigàti questi dovuti omaggi, vengo ora al lato personale, che ho già dichiarato interessarmi di più.
Distratti e svogliati sono pregati di accomodarsi in qualche altro luogo della rete, ce ne sono molti e più soffici di questo…

Parto dai suoi testi: a essi devo (come, suppongo, altri della mia generazione) il consolidamento della passione per la semiotica, affacciatasi in maniera confusa da letture fugaci l’ultimo anno di liceo e prontamente soddisfatta con lo studio duro dei ‘classici’ all’università, quando vi si potevano trovare entusiasti e/o caotici “seminari autogestiti” tenuti da giovani di belle speranze (nel mio caso fu Massimo Buscema con l’avallo di Mario Costanzo Beccaria, docente della seconda cattedra di Storia della critica letteraria e poeta, ma anche autore anche di interessanti studi sul barocco[1]), un paio d’anni dopo la pubblicazione del Trattato di semiotica generale (prima ed. 1975). Sulla scia di quegli studi, alla confluenza con la Textlinguistik, apprezzai anche Lector in fabula (1979), anche se non lo comprai subito perché all’epoca riuscivo ancora a procurarmi in librerie del centro la sua rivista Versus. Quaderni di studi semiotici [2] e il ‘succo’ del libro era già contenuto nel suo lungo saggio, in inglese su Eugène Sue, che apriva il numero doppio 19-20 (gennaio-agosto 1978), su Semiotica testuale: mondi possibili e narratività (e allora quasi mi piacque di più il saggio di Searle sullo statuto narrativo della finzione).
Acquistai invece febbrilmente Kant e l’ornitorinco (1997), forse con l’illusione di ricuperare il tempo perduto (a lavorare anziché studiare Peirce), e probabilmente spinto anche da un vago ricordo della polemica che aveva intrattenuto con Emilio Garroni fin quando quest’ultimo volle tentare una “ricognizione” della semiotica.[3] Invece io, anche se la stragrande maggioranza dei recensori ed estimatori del Nostro dimostrano invece che non avevo capito nulla, non gradî quel testo, perché ritrattava (un ‘riflusso’, si sarebbe detto nel decennio precedente) le posizioni più estreme e irruente (in particolare sul ‘referente’ e sul ‘realismo’ [4]) delle Forme del contenuto (1971), poi confluite in maniera più organica nel voluminoso Trattato, [5] e che ho sempre immaginato simboleggiate dalla sua barba: nera, ispida e folta in gioventù, via via più incanutita e azzimata, passando per uno stile-Guccini (si conobbero nel 1978), sormontata da un morbido panama (o borsalino?) che contagiò anche Giuseppe Laterza (Beppe, lo chiamava lui familiarmente).
Un altro suo particolare ‘fisico’ mi aveva colpito fin dall’inizio, pur stonando alla mia idea (post)platonica di docente universitario, guardandogli le dita corte e un po’ tozze: l’impressione che si mangiasse ancora le unghie, ròso da chissà quale tarlo (e poi sarà stato il tumore al pancreas che ce lo ha portato via)…
Anche di Dire quasi la stessa cosa ho copia della prima edizione (2003, coi risguardi), e l’ho persino consigliato nei corsi e nei master che ho tenuto, in quanto libro su «esperienze di traduzione» (questo il sottotitolo, qui direi indispensabile per indirizzare l’ignaro acquirente). Più difficile, però, perché all’apparenza frammentario, utilizzarlo direttamente a lezione (se non per qualche spunto, come quello sulle traduzioni automatiche, che aprono con leggerezza il testo, facendone quasi un divertissement, o quello sui colori in latino, che lo chiudono più meditatamente). Inoltre ormai ero propenso a dissentire dalle sue posizioni ‘apollinee’ [6] per prestare ascolto agli oppositori interni, come la breve tesi in semiotica discussa al DAMS nel 2005 da Giovanni Guagnelini (relatore Fabrizio Marsciani, correlatrice Lucia Corrain – attualmente non è più disponibile su internet, dove la pescai anni fa in pdf) su Traduzione e interpretazione, che critica soprattutto l’impianto e l’argomentazione sottesi al cap. 10, «Interpretare non è tradurre».
Ma, anche senza nessuna riprova, sono certissimo che ci sia stato il suo zampino nei due volumetti sulla teoria (1993) e la storia (1995) della traduzione curati da Siri Neergard (rinvio ad altra occasione, meno personale, l’esposizione di eventuali pecche): non foss’altro perché è stata una sua allieva e sono usciti da Bompiani quando Eco vi svolgeva ancora funzioni di condirettore editoriale. E dobbiamo essergliene grati, forse anche più che del suo libro di tredici anni fa.

Direttamente, l’ho incontrato varie volte, in parte grazie a Pino Donghi.

Umberto Eco incontra Paolo Fabbri

Umberto Eco scherza con Paolo Fabbri prima della sua “Lezione italiana” (fotografia di Serafino Amato)

Tra le prime e più coinvolgenti, lo «Spoletoscienza 1990» per il quale sfornò il saggio originale Sull’origine, in linea col tema centrale degli incontri, che era La narrazione delle origini. [7]
Mi pare invece che per suoi impegni non ci fosse alle “Lezioni italiane” di Francisco J. Varela, Un know-how per l’etica, comunque ospitate (17-19 dicembre 1991) presso la cattedra bolognese di Teoria delle forme del sodale Paolo Fabbri: quale rapporto dialettico ci fosse tra Eco e Fabbri lo illustra splendidamente qui sopra lo scatto regalatomi dall’amico di lunga data Serafino Amato (un grazie particolare, Serafo! :-)), in occasione della “Lezione italiana” tenuta dal secondo cinque anni dopo a Palermo (25-27 novembre 1996), La svolta semiotica. Il testo fu confezionato redazionalmente non dal sottoscritto (come i primi di quella collana) ma da un Gianfranco Marrone in rapida ascesa cattedratica, che in quell’occasione ebbi modo di conoscere e apprezzare.

In mezzo ci sono state alcune altre occasioni: andai a molti dei primi incontri al Centro internazionale di studi semiotici e cognitivi, istituito a San Marino nel 1988 (ho sempre sospettato, malignamente quanto i personaggi del Pendolo, che avesse scelto la sede sia per la vicinanza all’ex convento gesuita di Monte Cerignone che dal 1976 era diventato la sua casa-di-campagna – leggasi: nel Montefeltro, anche se va detto che Urbino già dagli anni settanta vantava un Centro internazionale di semiotica e linguistica con tanto di “Summer Schools” che richiamavano pubblico e relatori da tutto il mondo, potendo anche contare sul piccolo editore locale Quattroventi per le modeste tirature dei «Documents/Quaderni/Working Papers» – sia più astutamente per poterci organizzare eventi che forse gli accademici italiani non gli avrebbero consentito sul suolo patrio, o gli avrebbero reso difficili, magari soltanto per invidia della notorietà che a quel punto aveva già raggiunto). [8]
Lì andai a vedere e sentire nel 1990 W.V.O.Quine live, ma dopo averne letto il gustoso ricordo sul Sole 24 ore da parte di Roberto Casati, mi sono reso conto di aver perso il meglio di quell’occasione: difatti mi sembra di ricordare che ripartî prima della fine del convegno, forse per incastri di orari ferroviari.
Rammento invece ben distintamente un pranzo di lavoro a Bologna, presenti Marco Mondadori, Patrizia Violi, ancora Fabbri e altri docenti e assistenti, nel quale feci una pessima figura, che forse racconterò solamente in punto di morte…
Mi riscattai con la redazione della Ricerca della lingua perfetta nella cultura europea (1993), [9] sulla quale non ebbi grossi problemi, né lui fu così puntiglioso come racconta nella fondamentale “bustina” dedicata a Giovanni il Battezzatore? del 1997, [10] profusa a piene mani nei miei corsi universitari e di master, in buona compagnia di altre, come l’altrettanto importante Ma che cosa è questo editing? Osservazioni su un termine ambiguo (1996) [11] o i quaranta precetti per “scrivere bene”, che ovviamente va in coppia con la scrittura politically correct (entrambe del 1997). [12]
Proprio perché adoperate a fini didattici specificamente editoriali, è davvero fastidioso (o clamoroso?) trovare nell’edizione elettronica della Bustina di Minerva (2011, dalla terza edizione nei Tascabili Bompiani del 2006, prima ed. 1999) un bel refuso: ‘stlita’ (e a ben vedere [in senso letterale] non è l’unico…).

Claudius Seidl (FAZ)

Claudius Seidl (FAZ)

Consola, peraltro, il fatto di trovarvi al primo posto Migrazioni, che andrebbe benissimo come articolo di fondo su uno dei temi più presenti nei quotidiani di questi ultimissimi anni: eppure è datato 1990! Conferma così il titolo posto a caldo sul necrologio di Claudius Seidl (da oltre quindici anni a capo della sezione “Feuilleton” della FAZ, quindi probabilmente lo avrà scelto proprio lui): «ha letto (ha saputo leggere, va’, per non essere troppo letterali…) i segni del tempo» (cfr. infra le mie note 4 e 13).

Per i corsi mi sono servito anche di materiali, trovati in rete, prodotti o legati al Master in editoria cartacea e multimediale della Scuola superiore di studi umanistici dell’Alma Mater bolognese, di cui è stato presidente dal 2000 e che ha sfornato tanti giovani preparati, molti dei quali adesso almeno hanno un posto di lavoro (se sia decente, dovreste chiederlo a loro…). Peccato però che anche quell’esperienza abbia dovuto cessare nel 2009, pur non avendo chiuso del tutto.
In tutti questi casi ho constatato il valore del suo insegnamento, seppure mediato, mentre a livello di ‘opinione pubblica’ avvertivo sin dai primi anni Duemila che si era un distacco fra Eco e i giovani (e non volevo addossarne a questi ultimi tutta la colpa).

Vorrei chiudere in bellezza. Potrei dunque ricollegarmi alle pagine del Sole con cui ho esordito. Due fili rossi mi sembrano percorrerle: l’ironia, di cui sapeva sempre tingere la sua scrittura al momento giusto (sì, anche quella accademica: memorabile il capitolo «Generazione di messaggi estetici in una lingua edenica» nelle citate Forme del contenuto, talché rifluì poi in appendice dell’edizione – ormai sicuramente – definitiva di Opera aperta [13]), e il lavoro editoriale.
Per la prima, occorrerebbe un’intelligenza brillante (e dunque superiore – pensateci bene…) che non mi appartiene e che il Nostro ha invece mostrato e dimostrato di padroneggiare senza sforzo.
Mi rifugio allora nel secondo aspetto.
Elisabetta Sgarbi vorrebbe risentire «i suoi feroci, ironici rimproveri per i nostri errori di superficialità e distrazione» (p. 22). Mario Andreose ricorda che il Nostro fu l’estensore delle norme redazionali (coeve al fortunatissimo libretto del 1977, Come si fa una tesi di laurea) ed «era il terrore dei redattori, perché implacabilmente scovava refusi, errori di traduzione, e altro non appena sfogliava un libro fresco di stampa».
Ma lascio per ultimo (e forse meno importante?) l’episodio più divertente che mi è rimasto impresso e spero di non travisare dopo tanti anni – comunque se mi farete notare qualcosa, sono pronto a correggere/integrare le vostre osservazioni.
Fu di quando raccontò (rigorosamente in compagnia, ché altrimenti non ci sarebbe da riderne) come, giovane editor Bompiani in trasferta alla massacrante (lo scrivo per esperienza diretta!) Fiera del libro di Francoforte, si volle fare beffe di tanti parrucconi dell’editoria là convenuti.
Dunque, l’usanza era di trascorrere non soltanto ore e ore piroettando negli stand della fiera a incontrare editori stranieri e spulciare cataloghi (negli anni sessanta e settanta internet non era stata ancora concepita), ma di trasferirsi a bivaccare la sera sui divani, poltrone, sedie, panche e tappeti del Frankfurter Hof. Come in ogni albergo di lusso che si rispettasse, c’erano camerieri che distribuivano bevande di ogni genere e forse persino un pianista che contribuiva ad alleviare l’atmosfera. Ma c’era anche un servizio particolare, in ossequio alle fervide attività della Buchmesse: si poteva chiedere a un certo addetto di annunziare tramite un altoparlante la presenza di qualcuno, autore o personalità nota, disponibile a incontrare gli editori che fossero interessati. E così il Nostro, verosimilmente spalleggiato da altri enfants terribles della sua risma, andava a proporre nominativi del tutto improbabili, fidando da un lato sull’ignoranza/innocenza dei malcapitati inservienti, dall’altro sull’anonimato della ‘delazione’, e godendosi quindi di soppiatto il duplice effetto, sconcertante (per gli astanti) e (almeno per lui e i suoi accoliti) comico, che potevano produrre convocazioni di ‘Benedetto Croce und Giovanni Gentile’, ‘Gustave Flaubert’, ‘Tristan Tzara’ o ‘Bertrand Russell’ (che poi morì soltanto nel 1970…).

N O T E

[1]
Parte delle relazioni presentate al convegno dedicato alla sua figura nel dicembre 1998 presso la medesima università dove insegnò sono stati pubblicati oltre dieci anni dopo, nella sezione iniziale, appositamente titolata “Costanziana”, della rivista l’Abaco (Annuario di critica letteraria, teatrale e cinematografica – diretto da Rocco Paternostro, già suo allievo e poi assistente, poi docente di Critica letteraria e Letteratura italiana, anch’egli alla “Sapienza”). Curiosità bibliografica: non tanto il fatto che quel numero 4/7 (2005-2008) della rivista sia uscito a giugno 2010 (si sa, le riviste sono in perenne ritardo…), ma la dicitura sulla casa editrice nel colophon del frontespizio (p. 3), che recita: «Aracne editrice – Ugo Magnanti editori», sebbene poi nel retrofrontespizio immediatamente successivo il copyright è ascritto alla più usuale.«ARACNE edtrice S.r.l.».

[2]
Ricordo che in una, molto grande e ovviamente chiusa da anni a favore di ben più lucrose attività commerciali legate a moda, marchi e lusso, disseppellî addirittura una sorta di ‘fondo di magazzino’ con alcuni dei primissimi numeri: che gioia scovare un simile tesoretto!

[3]
Segnalo qui il buon lavoro di Cosimo Caputo, Emilio Garroni e i fondamenti della semiotica (Mimesis 2013) che rilegge dalla sua ottica (direi post-hjelmsleviana, comunque sicuramente originale) le posizioni del mio professore di Estetica a Roma.

[4]
È un buon indizio della sensibilità echiana al mutare di tempi e mode culturali italiche trovarlo schierato, a inizio anni Ottanta, tra i corifei del “pensiero debole” (il suo saggio L’antiporfirio occupa le pp. 52-80 del Pensiero debole curato da Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti per Feltrinelli nel 1983 e fu accolto due anni dopo nel suo stesso Sugli specchi e altri saggi, per poi innervare parte delle riflessioni consegnate ai saggi nella Enciclopedia Einaudi, che poi saranno rifuse in Semiotica e filosofia del linguaggio [Einaudi 1984]; ma quel saggio mantiene ancora una sua vitalità se l’autore ha pensato di riproporlo, sebbene rimaneggiato, in apertura del suo Dall’albero al labirinto. Studi storici sul segno e l’interpretazione [Bompiani 2007] col titolo eponimo, per poi venire ripreso ancora in qualche modo nell’ultimo capitolo, il diciottesimo, di quello stesso volume: Il pensiero debole vs i limiti dell’interpretazione, pp. 517-536) e, un ventennio dopo, ad anticipare quello che passerà sotto il nome di “nuovo realismo” (c’è una progressione nei lavori di Maurizio Ferraris, dall’Estetica razionale, Cortina 1997, poi 2011, al Manifesto del nuovo realismo, Laterza 2012). Vedi anche la nota 13.

[5]
(Anche) per farsi spazio nell’affollato ma ormai accademico arengo dei semiotici italiani, Claudio Paolucci ha però argomentato con acume che del Trattato è stata sviluppata esclusivamente la prima parte (teoria dei codici): vedi l’impostazione della sua Introduzione al volume, da lui stesso curato: Studi di semiotica interpretativa (Bompiani 2007). Esso ospitava, come secondo capitolo, anche il saggio di Eco La soglia e l’infinito (pp. 145-176), che nella versione quasi identica per U. Eco, Dall’albero al labirinto (cit., pp. 463-484) aggiungeva come sottotitolo che circoscriveva l’ambito di indagine (se non lo chiariva per un “lettore ideale” del volume che non fosse propriamente laureato in semiotica) Peirce e l’iconismo primario.

[6]
Mi riferisco al ‘thema’ proposto da Gerald Holton nel saggio Dionisiaci, apollinei e immaginazione scientifica [1979], in Id., L’intelligenza scientifica. Un’indagine sull’immaginazione creatrice dello scienziato (trad. e cuira di Franco Voltaggio, Armando 1984, pp. 184-215).

[7]
Questo il titolo del volume curato da Lorena Preta per Laterza nel 1991, che redazionai e corredai delle consuete informazioni bio-bibliografiche (Note sugli autori, pp. 247-268), ricavate dalle schede già approntate per conto della Fondazione Sigma-Tau in merito agli eventi estivi in occasione del Festival dei Due Mondi. Il saggio di Eco è alle pp. 65-71.

[8]
Sarebbe bello se, dopo aver donato tanti volumi a lui inutili alla biblioteca del paesello, trasferisse nel palazzotto la sua biblioteca milanese, stimata intorno ai 50mila volumi. In effetti, nei primi anni Novanta c’era un vago progetto di fondare una biblioteca specializzata da quelle bande marchigiano-romagnole, e credo fosse stato ventilato anche il mio nome come “novello padre Jorge”. Ritengo però che il progetto si sia rivelato poco fattibile e gli sforzi si siano allora concentrati sul solo centro sammarinese.

[9]
Purtroppo adesso disponibile soltanto nell’Economica Laterza, che se consente di acquistarla a un prezzo contenuto, tradisce le sue origini nella bella collana «Fare l’Europa», un progetto ardito, voluto da 5 editori europei nella prima metà degli anni Novanta con il suo amico medievista Jacques Le Goff (scomparso il 1° aprile 2014) quale direttore scientifico, ma che purtroppo non riscosse il successo auspicato (era forse ‘troppo avanti’?).

[10]
Per acribia filologica, aggiungo che nella versione a stampa del 2001 era alle pp. 273-4, mentre originariamente comparve sull’Espresso del 31 luglio 1997, p. 170, col titolo Conoscete Giovanni il Battezzatore? C’è un editore che non lo conosce.

[11]
Quest’ultima purtroppo non è stata ripresa nel volumetto, ma uscì sull’Espresso del 7 novembre 1996, p. 218: questa congiunzione astrale con la mia data di nascita avrà qualche senso recondito…?

[12]
Entrambe figurano nell’edizione già citata della Bustina di Minerva, all’interno della sezione «Zanzaverata di peducci fritti», che fa ridere soltanto a pronunciarla, come pubblicità che, non ho mai saputo se a torto o a ragione, gli venivano attribuite: «Chi Vespa, mangia le mele» e «[il prodotto X] sfrizzola il velo pendulo».

[13]
Opera aperta testimonia del suo titolo anche nelle rielaborazioni editoriali: quella ne varietur del 1976, rispetto alle due precedenti (1962 e 1967) , ha lasciato per strada il saggio sulle Poetiche di Joyce, ripubblicato però a sé nel 1965 e poi nuovamente nel 1972. Anche nelle numerose traduzioni (10, dal 1965 al 1989, sono rubricate nell’Appendice bibliografica di Semiotica: storia teoria interpretazione, il poderoso testo di Saggi intorno a Umberto Eco curato da P. Magli, G. Manetti, P. Violi; Bompiani 1992: vedi a p. 445) la ‘cucina’ editoriale estera ha prodotto vari rimaneggiamenti, per cui si può quasi dire che non ce ne sia una uguale a un’altra, ma soprattutto che è difficile farle risalire precisamente a un originale ben definito. Insomma, si tratta di un’opera instabile quanto lo Zeitgeist, in un equilibrio difficilissimo da mantenere così a lungo, ma per ciò tanto più stimolante e meritevole di riletture – anche nel senso che se le è meritate tutte!

La scuola di Nitra (e molto altro)

Cominciò con una domanda, apparentemente generica, su una lista di discussione. In realtà risultò ben mirata, perché mi fece rendere conto quasi subito di non saper trovare assolutamente nulla sull’argomento Nitra school – nonostante i libri ben impilati sugli scaffali e qualche altro chiletto di fotocopie impolverate (ricettacolo di temibilissimi pesciolini d’argento).
Ed è finito con un convegno proprio a Nitra, organizzato presso l’università statale di Costantino il Filosofo [1] (così chiamata dal 1996, dopo esser stata fondata quattro anni prima a aprtire da un istituto pedagogico esistente dal 1959) dal locale Dipartimento di studi traduttivi (posso tradurre così ‘Translation Studies’?), dall’Istituto di letterature mondiali dell’Accademia slovacca delle scienze e dal CETRA, il Centro di studi traduttivi di Lovanio.
Una joint venture inedita e (anche per questo) interessante, rispecchiata pure dal titolo assegnato all’intera manifestazione: Some Holmes and Popovič in All of Us?, che Bruno Osimo mima nel suo intervento, fissato per le 14,30 di oggi (giovedì 8 ottobre, nella sessione 1): Any Holmes and Popovič in any of us Italians?

Il logo del convegno slovacco.

Il logo del convegno slovacco.

Tutti gli altri relatori col programma completo li trovate in un PDF di 8 pagine a questo link.
Andate invece sul sito ufficiale per ogni altra informazione, compresa la sponsorizzazione dell’editore Brill, che ha innestato un catalogo tipicamente accademico sulla lunga e nobile tradizione editoriale dei Paesi Bassi (sebbene oggi l’azienda abbia sede non più solo a Leida, ma anche a Boston e Tokyo).

 

Per chi non conosca bene Holmes e Popovič, dirò subito che condividono una morte prematura attorno alla metà degli anni Ottanta, la quale forse ha impedito loro di dispiegare tutte le implicazioni delle loro proposte, che però sono state accolte tempestivamente e in maniera estremamente positiva dalla comunità dei ricercatori interessati.

James Stratton Holmes (1924-1986) figura in quasi tutte le trattazioni di storia più recente della traduzione, nella cui ricostruzione ha assunto, grazie al saggio The Name and Nature of Translation Studies del 1972 (ma pubblicato tre anni più tardi), il ruolo di fondatore della corrente omonima: da un lato voleva opporsi sia all’impressionismo dell’approccio letterario, sia alle pretese di scientificità (ritenute eccessive) dell’approccio linguistico imperante, ma dall’altro ampliava le prospettive di studio e riflessione in una direzione che poi sarebbe stata ‘culturologica’. [2]
Un suo saggio del 1969 sulla traduzione poetica (La versificazione: le forme di traduzione e la traduzione delle forme, tradotto da Margherita Di Michiel) è incluso nell’antologia curata da Siri Neergard, Teorie contemporanee della traduzione (Bompiani 1995, 20022, pp. 239-256); che sia un contributo secondario rispetto al tema qui escusso lo dimostra, credo, il fatto che l’introduzione stessa della curatrice gli dedica una sola paginetta (p. 36), sebbene l’apporto di Holmes alle ‘grandi manovre’ della traduttologia sia comunque riconosciuto nelle note 3 e 17 da Neergard.

Anton Popovič (1933-1984) è invece l’esponente più noto (si fa per dire…) in Occidente della scuola slovacca di Nitra, ed è merito assoluto di Osimo la presenza sul mercato librario italiano del suo testo chiave, «un pilastro della scienza della traduzione»: Teória umeleckého prekladu (Bratislava 1975), che tradotta da Daniela Laudani, rivista da Osimo e collazionata sull’edizione sovietica seriore (Problemy chudožestvennogo perevoda, Moskva 1980) ha dato origine a La scienza della traduzione. Aspetti metodologici. La comunicazione traduttiva (Hoepli 2006), «la prima traduzione in una lingua al di qua della vecchia cortina di ferro». [3]
Opportunamente sia la traduttrice sia Laura Salmon [4] rammentano la collaborazione fra i due studiosi ed, è ancora Osimo che affianca le loro schede nel suo Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei (Hoepli 2002, pp. 212-5).

 

NOTE

[1]
Più noto come Cirillo, nome assunto a Roma con l’ordinamento monacale, poco prima di morire (una cappella dedicatagli a fine Ottocento nella straordinaria chiesa romana di san Clemente ospita le sue spoglie), lasciando al fratello Metodio il compito di proseguire l’evangelizzazione del mondo slavo. Una figura forse trascurata da chi non abbia familiarità con gli studi slavi, ma il cui valore apparento al visigoto Ulfila, o all’umanista Erasmo. Francis Conte lo definisce infatti «il primo grammatico degli Slavi […], linguista notevole per i tempi» (Gli Slavi. Le civiltà dell’Europa centrale e orientale, trad. di Ernesto Garino e Dario Formentin, Einaudi 1991, p. 438), ma soprattutto ricorda che «nell’opera di conversione degli Slavi occidentali all’ortodossia [… difese] la necessità delle lingue e delle liturgie nazionali» ribaltando abilmente l’accusa di eresia che gli muovevano le gerarchie tradizionali: essa non stava «nel tradurre il Verbo, bensì nell’impedire la comprensione della parola del Cristo respingendo le lingue nazionali» (p. 439), sicché ‘barbari’ diventavano coloro che privilegiavano unicamente latino e greco.
Secondo Emanuele Banfi i ‘santi fratelli’ «non solo inventarono, sul modello greco, un alfabeto (l’alfabeto glagolitico, ancora oggi usato in alcune chiese croate dell’Istria, base dell’alfabeto cirillico [che però è successivo – AdeL]) che potesse servire quale mezzo per la formazione di una scripta slava (in una fase linguistica in cui le lingue slave erano, tra l’altro, relativamente poco differenziate al loro interno) ma, soprattutto, forgiarono, a tavolino, una lingua, sostanzialmente artificiale, che potesse valere quale collante, quale elemento di identità, per la grande compagine del mondo slavo. [… cioè] l’invenzione del paleoslavo (o slavo ecclesiastico, o antico bulgaro), un sistema linguistico basato sulla varietà del dialetto slavo-macedone parlato dagli Slavi meridionali tessalonicensi e fortemente modellato, quanto a sintassi e lessico, sul greco bizantino-ecclesiastico» (Le coordinate per una storia linguistica del continente europeo: questioni teoriche e metodologiche, in Le radici prime dell’Europa. Gli intrecci genetici, linguistici, storici, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti – Bruno Mondadori 2001, pp. 364-5).
Tale invenzione attecchì principalmente presso «le genti slavo-orientali (Russi, Ucraini, Bielorussi) e meridionali (Bulgari, Macedoni, Serbi), ovvero le componenti slave orientate verso Bisanzio; mentre le altre componenti, le slavo-occidentali (Polacchi, Cechi, Slovacchi) e due componenti slavo-meridionali (Sloveni, Croati) furono attratte nell’orbita romano-germanica e subirono, attraverso l’orientamento verso il cristianesimo romano/romano-germanico e il conseguente influsso del latino come lingua di cultura, un processo di progressiva occidentalizzazione, vistosamente segnato, tra l’altro, proprio dall’adozione dell’alfabeto latino (anche nella sua forma gotico-germanica)» (Banfi, p. 365).
E Conte rammenta che a forza di tradurre la Bibbia, libri liturgici greci, la patristica, il diritto bizantino e qualche testo ‘scientifico’ «i traduttori divennero i primi creatori delle lingue letterarie slave […] nel solco della tradizione bizantina. Fra i Serbi, i Bulgari e i Russi, le opere originali in lingua slava venute ad affiancarsi a traduzioni sempre più numerose consentirono lo sviluppo delle culture bizantino-slave all’insegna di un vero e proprio processo di filiazione» (Conte, p. 440). Anche per questo papa Woityła li nominò compatroni d’Europa nel 1980, insieme a Benedetto da Norcia, come si apprende su Wikipedia.
Per aggiornamenti e sparigliare un po’ il quadro, non senza una giusta vis polemica, aggiungo infine l’amico Luigi Marinelli, Fra Oriente europeo e Occidente slavo. Russia e Polonia (Lithos 2008).

Insomma, quell’area geolinguistica ci fa pensare a una situazione in un certo senso inversa a quella avvenuta nella Romània (di estensione pressoché equivalente) e che, entro certi limiti (se cioè si prende per buona la qualifica di ‘artificialità’ avanzata da Banfi), sembra mettere in crisi una certa concezione di lingua ‘dal basso’ – quella che, per capirci, vanificò tutti i tentativi descritti nel libro scritto da Eco per la collana ‘comunitaria’: La ricerca delle lingua perfetta nella cultura europea (Laterza 1993 – un testo che ebbi il piacere di redazionare, senza dovervi apportare nessuna correzione sostanziale, per mia fortuna, ma in fondo anche sua…).

[2]
È così per esempio nella prima pagina, la numero 11, della prima edizione di Paola Faini, Tradurre. Dalla teoria alla pratica (Carocci 2004 – ma tutta la Parte prima, che analizza lo sviluppo storico della disciplina, scomparirà nella «nuova edizione» del 2008: Tradurre. Manuale teorico e pratico).
Analogamente, ma in maniera più approfondita, esordisce il capitolo IX, a firma di Margherita Ulrych, La traduzione nella cultura anglosassone contemporanea: tendenze e prospettive, in Ead. (a cura di), Tradurre. Un approccio multidisciplinare (Utet 1997, pp. 213 ss. e cfr. specificamente il paragrafo 9.3.4.).
Si veda anche il capitolo 4 di Edwin Gentzler, Teorie della traduzione. Tendenze contemporanee, a cura di Margherita Ulrych, trad. di Maria Teresa Musacchio, Utet 1998 (ed. or. inglese 1993).
Jeremy Munday riproduce assai utilmente gli schemi in cui Holmes immaginava di articolare la disciplina, filtrati attraverso l’israeliano Toury (Manuale di studi sulla traduzione, trad. di Chiara Bucaria, Bononia UP 2012 – ed. or. inglese 2001, 20082: § 1.4, pp. 34-38).

[3]
Questa citazione, dalla «Nota della traduttrice», è a p. XXVI dell’edizione italiana citata; la precedente, di Osimo, a p. X ivi.

[4]
Nella prima nota all’Introduzione del suo Teoria della traduzione. Storia, scienza, professione (Vallardi 2003, p. 245).

Il Corano: traduzione e mistificazioni (reblog)

Il Corano: traduzione e mistificazioni.

Trovo ieri, 2 aprile 2015, nel sito L’intellettuale dissidente la riedizione di un bell’intervento che Franco Cardini ha pubblicato la scorsa domenica (29 marzo 2015), proprio quella detta «degli ulivi», col titolo generale (generico?) di Minima cardiniana, 69 e che riporta anche due schede con alcuni giudizi, tanto seri quanto argomentati, di Paolo (Luigi) Branca, associato di Storia delle Religioni (Islamismo) presso l’Istituto superiore di scienze religiose di Milano (alla Cattolica, per far prima). Qui una sua intervista, datata 13 febbraio 2015.

Franco Cardini

Franco Cardini

In esso Cardini analizza la traduzione del Corano di Cherubino Mario Guzzetti (un salesiano)  ma soprattutto le storture nella presentazione di Magdi Cristiano Allam.
Si tratta di un’iniziativa varata dal quotidiano Il Giornale, di per sé lodevole se non fosse attuata in senso propagandistico (anti-musulmano), soffiando sulla paura che già i media stanno alimentando a partire dalle azioni del sedicente Stato islamico (la parolina-chiave sui quotidiani è ISIS).
Non a caso la collana in cui compare il testo si denomina «Biblioteca delle libertà»: ma non ricorda qualcosa che già anni addietro Berlusconi ordì insieme al suo degno compare (e, ahimè, bibliofilo) Massimo Dell’Utri?
Fa bene quindi Cardini, grazie alla sua dottrina ed esperienza di storico (oltre che emerito di Storia medievale e direttore del Centro di Studi sulle Arti e le Culture dell’Oriente dell’Università Internazionale dell’Arte di Firenze, nonché, con Luciano Canfora, della Scuola Superiore di Studi Storici dell’Università di San Marino, è Directeur d’Études nell’Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi e Fellow della Harvard University a Boston, nel Massachusetts) a rintuzzare, pacatamente ma con ottime ragioni, le castronerie diffuse da quella pubblicazione.

Cardini era già intervenuto pochi giorni prima (24 marzo 2015) su temi analoghi: ecco il suo articolo STATO ISLAMICO”, BARBARIE E STRATEGIA sul sito Sollevazione (foglio telematico del Movimento popolare di liberazione, alias ‘coordinamento nazionale della sinistra contro l’euro’, come leggo sotto il banner della pagina).
E le sue posizioni sono evidentemente più condivisibili di quelle dei suoi antagonisti, se già il 5 dicembre 2012 il blog Iran Mondo (curato da Ali Reza Jalali, studioso e saggista, che si occupa di Iran, Medio Oriente e cultura islamica sotto molteplici aspetti) ripubblicava a sua volta la recensione che Claudio Mutti scriveva sul suo blog eponimo il 10 ottobre 2005 a un altro suo libro, dedicato sempre a questi problemi: L’invenzione dell’Occidente, pubblicato da Il Cerchio a Rimini nel 2004 — la stessa casa editrice che nel 2012 ha pubblicato Il Franco Tiratore. Bibliografia degli scritti di Franco Cardini 1957-2011, a cura di A. Musarra (come apprendo dall’articolo iniziale).

 Paolo Branca

Paolo Branca

Fra gli argomenti di rilievo segnalo le osservazioni sul classico errore (ma qui si tratta invero di malafede vera e propria!) di estrapolare e intendere alla lettera singole espressioni: insomma la decontestualizzazione intenzionale.

E leggo con piacere anche la menzione della traduzione del Corano pubblicata nel 2003 da Newton Compton a cura di Roberto Hamza Piccardo, che si vanta di essere l’edizione ufficiale dalla Unione delle comunità islamiche d’Italia (UCOII), a proposito della quale riporto letteralmente: «giudicai pertanto uno straordinario segnale di amicizia e di disposizione al dialogo il fatto che proprio essa [sc. l’U.Co.I.I.] sollecitasse la Prefazione di un cattolico osservane (mi chiedo quali e quante edizioni del Vangelo dispongano di un prefatore musulmano)».

Infine, tre considerazioni conclusive.
(A) Non ho mai studiato l’arabo, ma credo che questo non escluda la possibilità di intervenire.

(B) È su testi di grande rilevanza sociale (e la religione lo è sempre stata, nel bene e nel male) che si scatenano dibattiti, prese di posizione e perfino ‘guerre’ ideologiche. Prima ancora del Corano, in Occidente la (lettura della) Bibbia stessa ha creato non poche separazioni, che vivono e dividono ancora oggi paesi e culture (in tutti i sensi del termine).

(C) All’inizio mi sembrava un post sconclusionato e poco legato ad altro. Ora che ho finito, invece, mi pare un bel modo per fare gli auguri di pasqua a tutte/i!
Per il botto e allegerire il tutto, leggetevi questo, corredato da un video da cui ho preso il primo fotogramma.

Raul Lemesoff

Raul Lemesoff

 

NOTE SPARSE

Fino a quando mi ci sono imbattuto, poche ore fa, non conoscevo L’intellettuale dissidente del (presumo milanese) Circolo Proudhon. Lo trovo un titolo di per sé accattivante, ma giudico altresì fastidioso, per non dire controproducente l’uso del carattere bastone: mica li hanno create per nulla le grazie nei fonts… E ricordo ancora la condanna marxiana di Pierre-Joseph Proudhon nella Miseria della filosofia (1847), che lessi addirittura negli anni conclusivi del liceo.

Clicca qui per saperne di più sull’ultimo libro di Cardini, L’ipocrisia dell’Occidente. Il califfo, il terrore e la storia (Laterza 2015).

Per Branca, segnalo una recensione del 2008 Cercando un altro Islam: tre libri sui mussulmani che vivono intorno a noi, a firma di Nicola Fiorita, sul sito di Jura gentium, fra cui il suo Yalla Italia (Edizioni lavoro). Erano anni nei quali anche in Italia si iniziava ad avvertire una certa angoscia su queste tematiche, ma le minacce di oggi erano ancora lontane.

La traduzione più consultata del Corano rimane tuttora quella di Alessandro Bausani, che uscì inizialmente nel 1955 per Sansoni (tuttora in commercio, ma col marchio Rizzoli) e il cui commento occupa, da solo, la metà delle pagine del testo sacro dell’Islam (almeno nell’edizione che possiedo, del 1978). Esso è preceduto da una dotta introduzione (una settantina di pagine) e seguito da un utilissimo Indice analitico (mentre appare invecchiata, ovviamente, la Bibliografia). Per le questioni storiche, dottrinarie ed esegetiche la voce Corano di Wikipedia mi pare sufficientemente articolata e informata.

C’è in rete un’intervista recente (24 febbraio 2015) di Gad Lerner a Riccardo Hamza Piccardo, dove tra molto altro sottolineo, anche rispetto alla ‘decontestualizzazione intenzionale’ di cui sopra, specialmente questa sua affermazione di sapore geronimiano: «Il letteralismo tradisce lo spirito pretendendo di rispettare la lettera». Si riferisce ai neo-convertiti dell’islam, ma credo sia applicabile anche ai fondamentalisti cattolici e cristiani.

Ho sentito pronunziare in radio la sigla ‘ISIS’ (per lo ‘Stato islamico dell’Iraq e della Siria’ di cui si parla tanto in questi giorni) anche con accento inglese (àisis) e ce ne sono anche altre: Isi (Stato islamico dell’Iraq), Isil (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), IS (Stato islamico, tout court), che confondono parecchio le idee, soprattutto perché tutte derivano dalla stampa inglese (altrimenti perché inizierebbero tutte con la ‘I’?).
Due ‘aiutini’: sul Post del 19 giugno 2014 c’è una spiegazione e due cartine, su Internazionale del 17 febbraio 2015 un riepilogo delle imprese più recenti.
Chiarito ciò (a me stesso per primo…), anche se i due gruppi non sono alleati (al momento), mi ricorda il caso del tutto analogo di al-Qaida, che pochi anni fa nell’impreparazione globale si vedeva scritto nelle maniere più disparate: al Kaida, al-Khaeda, al Qaeda, con e senza trattino, insomma una vera… babele!

Su (A), rammento sempre i libri importanti di Gigliola Fragnito, docente di Storia moderna a Parma sino al 2011: La Bibbia al rogo. La censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura (1471-1605) (il Mulino, 1997, ried. in economica, 2015) e Proibito capire. La Chiesa e il volgare nella prima età moderna (il Mulino, 2005). A questo link una bibliografia dell’Autrice.

Le «geschmuggelte Freundschaften» di Lavinia Mazzucchetti

Lavinia Mazzucchetti

Lavinia Mazzucchetti

Giovedì 29 gennaio la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori organizza a Milano un convegno sulla germanista Lavinia Mazzucchetti, dal titolo (a mio avviso un po’ troppo accademico e tutto sommato scarsamente perspicuo) Transfer culturale e impegno civile nell’Europa del Novecento (per gli amici in zona: sala Mario Monicelli, via Riccione 8). Sono passati infatti cinquanta anni dalla sua scomparsa.

Questa segnalazione è dettata da qualcosa che va persino oltre gli interessi personali, pur comprendendoli: un ramo dei miei antenati paterni riconduce infatti alla famiglia piemontese Mazzucchetti (in particolare Antonio e il figlio Alessandro, ingegnere che realizzò le stazioni ferroviarie di Alessandria, Torino Porta Nuova e Genova Porta Principe). Mi affretto ad aggiungere che non sono in grado di precisare il grado di parentela con Lavinia, la quale non era menzionata fra i parenti stretti quando ero piccolo; eppure so che da quando lessi il suo nome su qualche volume scolorito di letteratura tedesca, in biblioteca o sulle bancarelle (o forse era l’Erasmo di Zweig? neanch’io ricordo più quando possa esser avvenuto), rimasi folgorato, scattò una specie di corto circuito tra quel nome e il fatto che io stesso abbia studiato tedesco (non all’università ma presso il Goethe Institut) e sia in grado di tradurlo (spesso malamente…).

Su internet ho trovato senza difficoltà diversi materiali su di lei:
(#) la voce a lei dedicata da Maria Paola Arena sul Dizionario biografico degli italiani (vol. 72, 2008), ospitato su Treccani.it, risulta quella più ricca;
(#) si può integrare con la presentazione sul sito della Fondazione Mondadori, che ospita un fondo con moltissimi documenti scritti e iconografici, inserito nel progetto “Scrittrici e intellettuali del Novecento. Le carte d’archivio”, realizzato in partenariato con la Fondazione Elvira Badaracco e con il contributo della Fondazione Cariplo e inventariato su supporto informatico tramite l’applicativo Sesamo della Regione Lombardia, dichiarato di notevole interesse storico dalla Soprintendenza archivistica per la Lombardia;
(#) è sempre la Fondazione Mondadori che ha mandato in stampa quest’anno «Come il cavaliere sul lago di Costanza». Lavinia Mazzucchetti e la cultura tedesca in Italia, a cura di Anna Antonello (co-autori su aspetti particolari della vita professionale di Lavinia: Mario Rubino, Arturo Larcati, Michele Sisto, Massimo Bonifazio e Anna Lisa Cavazzuti);
(#) informazioni più discorsive si reperiscono ad esempio sul sito Milanofree.it;
(#) invece la pagina italiana di Wikipedia è scarna, ma con un elenco analitico (e tendenzialmente esaustivo) dei testi da lei scritti e di quelli da lei tradotti;
(#) in compenso vedo segnalato addirittura un interessante articolo di Maria Pia Casalena pubblicato nel 2007 sulla rivista Genesis, VI/1, e intitolato Contrabbandiera di cultura. Lavinia Mazzucchetti e la letteratura tedesca tra le due guerre (scaricabile a pagamento).

Al convegno tuttavia non parteciperò. Cliccando qui se ne può consultare liberamente il programma con una dozzina di relatori, fra i quali segnalo la presenza di Natascia Barrale, autrice nel 2012 di una preziosa monografia sulle traduzioni di narrativa tedesca durante il fascismo in cui Lavinia ha una parte di rilievo. Per capire meglio il titolo che ho dato a questo post, infine, si può leggere questo saggio del 2012 di Elisabetta Mazzetti, proveniente anch’esso dalla Fondazione Mondadori.

AGGIORNAMENTO – 7 MAGGIO 2015
Gianfranco Petrillo informa sull’andamento del convegno nel numero 8 della rivista on-line tradurre, all’interno della sezione “Strumenti”.

La ricetta di Klaus Wagenbach

Volevo trovare qualcosa che si collegasse, o almeno idealmente proseguisse il mio ultimo post, quello del 7 gennaio (Virtù e manie di un redattore – segnalo che nel frattempo i redattori Carocci lo hanno corredato di una quinta fase, tutta dedicata alle copertine).
E pensa che ti ripensa, l’ho trovato senza neanche troppa fatica. Segno, a mio avviso, che la connessione “funziona” davvero!

Uno dei personaggi più simpatici che ho avuto modo di conoscere alla Fiera del libro di Francoforte, è stato Klaus Wagenbach, ein unverfälschter Berliner di classe 1930, che il 25 agosto 1964 ha fondato (e diretto senza soste né ripensamenti fino al 2002, lasciando poi campo libero alla seconda moglie Susanne Schlüsser) l’omonima casa editrice, dopo aver lavorato presso la S. [Samuel] Fischer «prima in qualità di apprendista e poi come assistente alla produzione» (p. 107), «consulente editoriale per la letteratura tedesca» (p. 44), grazie alla laurea in Germanistica (i suoi originali lavori su Kafka sono tradotti anche in italiano).

Klaus Wagenbach sostiene che questo è «ancora oggi il più bel logo editoriale tedesco» (p. 46).

«ancora oggi il più bel logo editoriale tedesco» secondo Klaus Wagenbach (p. 46)


NB: tutte le citazioni sono tratte dall’edizione italiana del suo La libertà dell’editore (trad. italiana di Natascia Barrale, Sellerio, Palermo, 2013; ediz. originale: Die Freiheit des Verlegers. Erinnerungen, Festreden, Seitenhiebe, Wagenbach, Berlino, 2010 – nel retrofrontespizio si precisa che il volume italiano «comprende una scelta dei testi, concordata con l’Autore, dell’edizione tedesca», che infatti è lunga il doppio).

Evidentemente in Germania non esisteva qualcosa di simile all’articolo 18, perché Klaus fu licenziato nel 1963 per «“travalicazione delle proprie competenze”» (p. 47): una scusa per allontanare una persona che non ha mai avuto paura di manifestare le sue idee, anche quando ciò significava mettersi contro l’opinione pubblica e l’ordine costituito. In realtà i conti non quadravano più bene, nonostante la pubblicazione delle opere di Freud (1953), del diario di Anna Frank (1955) e del Dottor Živago di Pasternak (1958), e nel 1963 gli eredi di Samuel Fischer dovettero vendere l’azienda «come un sacco di patate» a Georg von Holtzbrinck, un «ultraconservatore» secondo Klaus (p. 46).

Comunque fu quell’esperienza a suggerirgli la dimensione in cui muoversi in seguito, quella che secondo la filosofia del costruttivismo radicale si potrebbe denominare Viabilität des Verlegers. Ossia, la necessità (per così dire, attiva, o meglio proattiva) di operare consapevolmente con modestia, moderazione e parsimonia: tutti concetti che segnano discretamente ma al medesimo tempo con grande dignità le sue «memorie, discorsi, stoccate» – così il sottotitolo – se già a pagina 46 leggiamo: «imparai che un editore deve essere parsimonioso» (vedi anche p. 103).

A p. 80 troviamo altre considerazioni interessanti: una casa editrice che miri a illuminare le menti e a diffondere idee dovrebbe curare «un’alta specializzazione di tutti i collaboratori e una regolare formazione degli apprendisti». Attenzione: Klaus ammette tranquillamente che «sia insensato dal punto di vista “economico-aziendale” discutere di libri, riscontrarsi in merito alle recensioni, finanziare corsi di aggiornamento e soprattutto insegnare pazientemente il nostro mestiere ai giovani», però subito dopo aggiunge pacatamente: è innegabile che «chi non forma apprendisti risparmi dei quattrini, ma è pur vero che nel frattempo si rincretinisce». Del resto, «Tutti vogliono diventare leader di mercato, ma il sale dei rivali che hanno divorato durante il percorso accresce solamente la loro sete, non la loro saggezza» (p. 94).
E anzi, rincara la dose: «Se nell’interesse della società è auspicabile che non ci si rincretinisca […], allora è necessario che resti uno spazio per ciò che è nuovo, sperimentale, per ciò che in un primo momento non ottiene il consenso della maggioranza». «Perché da sempre le novità, non importa se in letteratura, nella scienza o in politica, arrivano in punta di piedi. […] E, se si tratta di libri, ciò avviene quasi sempre per conto di case editrici piccole e indipendenti» (p. 94).
Teniamolo bene a mente e andiamo avanti.

Il «mondo dei libri» in precedenza aveva margini irrisori: «dal due al quattro percento, era questo abitualmente il profitto per editori e librai» – sicuramente modesto, però «lasciava esistere sia modeste tirature di autori sconosciuti che modesti stipendi» (p. 87).

Strani soggetti, questi editori indipendenti, è chiaro che non c’è da fidarsi: «sono dei matti. Mantengono la calma di fronte a qualche debito in banca, si innamorano anche di autori invendibili (e, di tanto in tanto, anche di un libro invendibile), hanno delle convinzioni e ragionano a lungo termine» (p. 97); in tal modo sfruttano al meglio la propria autonomia, che si esprime anche in un «diverso modo di rapportarsi al fattore tempo» (p. 103), più dilatato; anche perché «il lavoro culturale deve essere progettato a lungo termine» (p. 168). Queste circostanze non possono che determinare «una crescita moderata» (pp. 103-4), la quale tuttavia è importante che «avvenga con le proprie forze, risultando quindi quasi sempre di dimensioni moderate» (p. 104).

Qui affiora in maniera esplicita il collegamento al post precedente, che verosimilmente mi era rimasto nel subconscio e quindi ha saputo indirizzare la mia mano a prelevare dallo scaffale proprio il suo libro: è stato Klaus a pubblicare in tedesco André Schiffrin (ma Editoria senza editori, il testo uscito prima del Controllo della parola, che invece citavo io), e lo menziona discretamente, con parsimonia: quegli «ha rinfacciato ai gruppi editoriali il modo in cui, con le loro aspettative industriali di utile sul fatturato dal dieci al quindici percento, hanno inquinato il settore e ingannato se stessi. Da parecchi anni non c’è un solo esempio di bilancio reale che abbia confermato quelle simulazioni» (p. 103). Giacché «i libri sono qualcosa di più che semplici oggetti da cui trarre un profitto» (p. 90).

Uno dei loghi della casa editrice Wagenbach

Chi volesse continuare a gustare l’aria che si respira nella sua casa editrice, può scaricarne gratuitamente dal sito un libro in PDF, intitolato Buchstäblich Wagenbach – 50 Jahre: Der unabhängige Verlag für wilde Leser (ho reso in nero corsivo i corsivi dell’originale): autori, amici, sodali e colleghi a vario titolo ne raccontano l’evoluzione, in pieghe anche meno note.

E conoscendo l’arguzia di Klaus, potrebbe pure essere intenzionale un refuso altrimenti trascurabile nel titolo del volume riportato sulla pagina del download: anziché Buchstäblich (cioè: letteralmente) abbiamo difatti Buchstäglich, un gioco di parole fra Buch, libro, e täglich, quotidianamente: un libro per ogni giorno? Del resto sarebbe una sfida che la casa editrice di Berlino potrebbe benissimo sostenere, vista la longevità e la buona salute di cui gode tuttora.

Vent’anni fa era uscita a stampa quella che oggi ne appare come una sorta di Urfassung: Wieso Bücher? (Come mai dei libri?), con un lungo sottotitolo su copertina rossa istoriata da figurette sgargianti, un volumetto di ‘sole’ 144 pagine (il PDF ne conta ben 225) perché allora si festeggiavano ‘solo’ trent’anni di attività.
Il PDF lo dà come vergriffen, esaurito (all’ottobre 2013), perciò io ne conservo ancora, e gelosamente, la copia che mi donò Klaus stesso il 5 ottobre 1994 al suo stand, nella rituale Verabredung in der Buchmesse. La Fiera del libro di Francoforte diventava molto più sopportabile, forse persino divertente, a sapere di poter incontrare in tutta quella baraonda frenetica anche la sua disponibilità, il suo carattere, persino la sua franchezza talora disarmante e ironica, senza che inacidisse in sarcasmo amaro. Insomma, Klaus (al pari dei colleghi Carocci) mi ha fatto toccare con mano, tra l’altro, con la sua presenza, col suo spirito, che nel lavoro i rapporti personali “contano”. Almeno quanto i soldi. O forse anche di più?
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Virtù e manie di un redattore

Questo che leggete qui sopra (cioè: Virtù e manie di un redattore) è il sottotitolo del mini-corso on-line hands-on (suggerite altre sigle analoghe, per favore? magari in grado di attirare altri internauti curiosi? grazie) che spiega «come nasce un libro Carocci» – ma in realtà esemplifica (in quattro fasi, sino a questo momento) i passaggi ai quali viene sottoposto un qualsiasi dattiloscritto (olim manoscritto) da parte della redazione di una casa editrice dedicata alla saggistica che voglia esser degna di questo nome. Solo alla fine di questa sorta di ‘catena di montaggio’, infatti, il testo otterrà il “visto si stampi”, l’espressione fatidica con la quale si autorizza la tipografia a procedere, appunto, a stamparlo.

Alla pagina indicata compare subito, ossia in alto, la quarta fase, ma gli altri seguono sotto di esso.
Tentativo lodevole: gli esempi concreti di interventi di correzione sulla pagina aiutano a vedere meglio quello che succede nella ‘scatola nera’ che è così difficile da comprendere per i non-addetti ai lavori.
Tanto che Umberto Eco ci ha costruito sopra un’arguta storiella come incipit della ‘bustina di Minerva’ pubblicata col titolo Ma che cos’è questo editing? Osservazioni su un termine ambiguo sull’Espresso del 7 novembre 1996 (esattamente quando compivo 38 anni… un caso?).

Insomma in questi giorni i redattori Carocci non hanno fatto (solamente) festa, ma si sono industriati a mostrare le ‘buone prassi’ che guidano il loro lavoro e lo giustificano.
Tranne che agli occhi dei dirigenti, intenzionati a farli fuori.
Forse non hanno letto o hanno dimenticato quello che scriveva il compianto André Schiffrin, nel libro appassionato che dedica al «controllo della parola» in atto nell’industria culturale francese e anglo-statunitense:

La mia casa editrice, The New Press, opera da quindici anni come società d’interesse pubblico senza fini di lucro (non profit, public interest publisher); il che dimostra, se non altro, che si può mantenere un’elevata qualità editoriale e restare competitivi senza essere motivati dal perseguimento del profitto. [p. 86]

André Schiffrin

André Schiffrin

Lo portava a queste conclusioni la sua abile esperienza editoriale, ovviamente, sorretta ad esempio da quello che sosteneva anche Verlyn Klinkenborg sul New York Times, che cito sempre da Schiffrin:

Al pari di molti cambiamenti che si verificano in questo mondo, anche quelli che hanno rimodellato l’editoria sono considerati pressoché inevitabili, un portato attuale del capitalismo attuale. Eppure non c’è nulla di inevitabile in tali cambiamenti [… poiché] si è dovuto constatare molto spesso che i risultati non sono stati all’altezza delle aspettative. […] Il risultato è che ogni anno vengono pubblicati sempre più libri che durano sempre meno. E la maggior parte di questi libri merita davvero di vivere poco. […] E’ sciocco cinismo quello che i nuovi padroni delle case editrici un tempo indipendenti esprimono: finché il loro scopo principale sarà quello di soddisfare gli azionisti invece degli acquirenti di libri, la loro industria continuerà a scavarsi la fossa, come ha fatto il settore dei media musicali. Le notizie e i segnali che oggi provengono dagli ambienti dell’editoria tradiscono il disprezzo per qualsiasi cosa che non sia il profitto, e questa per il pubblico è la cosa più difficile da accettare: i lettori sanno istintivamente che il mestiere di fare libri è qualcosa di più che far soldi. [p. 52 – grassetti miei]

Questo è ciò che vogliono dimostrare i redattori Carocci, mettendo in campo al meglio e a beneficio di tutti le proprie capacità professionali per argomentare le loro ragioni.
Per non finire in mezzo alla strada.
Non se lo meritano.

Scioperare per lavorare?

Bologna la grassa sembra essere anche la città più virtuosa nei confronti dei redattori editoriali.

corteo
1. Parto dall’attualità: fa notizia (e anche un po’ fine decennio Sessanta?) il primo sciopero dei lavoratori del Mulino, storica casa editrice nata a Bologna nel giugno 1954 sulla scia della rivista omonima (attiva dal 1951):[NOTA 1] un gesto di solidarietà allo sciopero degli impiegati Carocci di Roma, che mercoledì 17 sono andati a manifestare proprio sotto i portici bolognesi, forti dell’appello lanciato da quattro studiosi di chiara fama come Alberto Asor Rosa, Tullio De Mauro, Adriano Prosperi e Luca Serianni, e sottoscritto da 3500 fra studenti, lettori forti e gente comune in soli tre giorni. Cerco di andare più a fondo, come al solito, per (far) capire i motivi di questa “eccezionalità”.

Dopotutto si tratta di due editori “cugini”: nel 2009 il Mulino acquisisce Carocci, lasciandogli però apparentemente piena autonomia di gestione e di marchio, e oggi fanno parte entrambi del gruppo Edifin. La piega che ha preso questa vicenda dimostra però che sbagliava chi voleva leggere nella manovra il tentativo, legittimo, astuto o secondo altri addirittura saggio, di rafforzare il settore della saggistica di alto livello, i cui consulenti e il cui pubblico gravitano soprattutto nell’ambiente universitario, a ridosso di un periodo che avrebbe visto proprio quel settore tra i più segnati dalla crisi editoriale.
In realtà il Mulino si è comportato più da “patrigno” che da “padre adottivo”, tendendo a privilegiare la produzione e la distribuzione propria a scapito di quella romana e guardando sempre un po’ dall’alto in basso la società “terrona”, fino a imporle una piattaforma informatica a senso unico – le cui redini, cioè, sono unicamente in mano ai piani alti degli uffici di Strada Maggiore.[NOTA 2]
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Più in generale, tale asimmetria informativa si rifletteva anche nelle incertezze, freddezze, ritrosie, chiamatele come volete, insomma, scarsa comunicazione fra i due marchi, che andava dalla difficoltà di stabilire rapporti fra le assemblee dei lavoratori per elaborare strategie comuni a livello sindacale, fino alla scelta dei testi da realizzare: non sono pochi, infatti, i casi in cui due titoli si contendono i lettori (e quanti, ci si potrebbe poi interrogare…) su campi specialistici, e posso immaginare autori di grande caratura tirati per la manica ora da Bologna, ora da Roma, anche se hanno pubblicato con il contendente poco tempo prima… il che è comprensibile in un mercato libero, rispettoso del pluralismo informativo, ma suscita più di una perplessità quando a farsi concorrenza sono due società che lavorano, per così dire, nella stessa barca – o si dovrà dire, più opportunamente a posteriori, che in fondo tirano l’acqua allo stesso m/Mulino?

Io stesso ricordo (da ex laterziano) assemblee in cui non si riusciva a elaborare una posizione comune tra la sede romana e quella barese: e se questo avveniva all’interno della medesima società, nella quale evidentemente convivevano e confliggevano opinioni, usanze, aspettative molto diverse, si può intuire quanto fosse arduo in passato, ma continua a esserlo tuttora, stabilire contatti fra editori diversi, “fare rete” come si suol dire, anche solo per evitare di commettere gli stessi, imperdonabili errori!
Ognuno ripiegato sull’ombelico a coltivare il proprio orticello, si finisce a percorrere tutti sempre la stessa via invece di far tesoro delle mancanze altrui per elaborare strategie e ipotesi innovative!
Ecco dunque come si arriva, stancamente e ancora una volta, a registrare le stesse lamentele, a snocciolare i soliti dati negativi all’ennesima fiera di settore.

Considerato tutto ciò, già esser riusciti a superare quell’inerzia, quell’apatia che rasentava il menefreghismo è senz’altro un ottimo risultato.
Sarà avvenuto perché si saranno ribellati all’idea di mandare a casa la redazione romana in blocco gli eredi odierni del nucleo redazionale della rivista Il Mulino, che si costituì «con atto pubblico il 27 febbraio 1965» in «associazione privata, senza fini di lucro (…) per organizzare istituzionalmente il gruppo stesso»?[NOTA 3]
E puntualmente il 18 dicembre Luigi Pedrazzi, l’unico socio fondatore ancora in vita (87 anni, ma mente lucidissima), ha espresso a Marina Amaduzzi del Corriere di Bologna la prima critica alla validità delle dichiarazioni di Edifin (la società che controlla le due case editrici e ha emesso il verdetto di condanna a morte per i 17 carocciani, anche se in teoria la decisione definitiva spetterebbe a quella Associazione di cultura e politica “il Mulino” fondata quasi cinquant’anni fa).
Critica che ha ampliato nell’intervista concessa a Simonetta Fiori sulla Repubblica del 19 dicembre. Due brani basteranno a farne comprendere la linea argomentativa: «Mi sembra che manchi l’etica di cui parlava Weber» e «mi sembra che Bassani [il ‘liquidatore’, in quanto amministratore delegato delle due case editrici] si stia muovendo con insensibilità rispetto alla stessa storia del Mulino. Storia che è anche presente». Già, spesso e volentieri i ‘tagliatori di teste’ non sono proprio in grado di vedere lo spessore culturale, prodotto da una certa ‘genealogia’, di ciò che ‘potano’, finendo così con l’affossarlo irrimediabilmente.

2. Viene da pensare che proprio Bologna abbia una sensibilità più fine, più sviluppata su queste tematiche, a leggere sul sito della Rete dei redattori precari di un altro sciopero, svolto il 26 novembre 2014 dai lavoratori della casa editrice Zanichelli (anch’essa bolognese, sebbene fondata a Modena nel 1859) a favore dei collaboratori esterni!
Va bene, era soltanto di un’ora, ma anche lì si parla di un «presidio»: ciò ha tutta l’aria di essere un altro fatto inaudito e probabilmente è un esito, fra l’altro, di iniziative come l’inchiesta pionieristica sull’Editoria invisibile affidata dalla Cgil all’IRES (Istituto ricerche economiche e sociali) dell’Emilia Romagna
Ne avevo scritto giusto un anno fa (a cui aggiungo adesso questo articolo), mescolandovi altre iniziative consimili.[NOTA 4]

Per tutto questo nella fattura di oggi ho deciso di segnalare e non farmi retribuire i 3 giorni nei quali ho scioperato a favore dei colleghi Carocci, accogliendo un suggerimento lanciato da Claudio Riccio su Internazionale dell’11 dicembre.

3. Ma cosa c’è, dunque? Fischia il vento e soffia… ehm, un’aria di rinnovamento per l’editoria italiana?
Così parrebbe, a traguardare in sequenza l’intervento tanto lucido quanto esasperato di Mario Guaraldi dell’11 dicembre e la ripresa, anzi il rilancio-e-superamento (si potrebbe tradurre così Überwindung?) da parte dello “sfogo” di Antonio Tombolini (alias Simplicissimus), il quale sostiene con veemenza ancora maggiore la proposta di una Costituente del libro che mandi definitivamente a quel paese l’Associazione italiana degli editori (AIE).
Rammento altresì che ha appena compiuto un anno di vita l’Osservatorio degli editori indipendenti (ODEI), un consorzio di un’ottantina di aziende che in nome della bibliodiversità sta già pubblicizzando una propria manifestazione: BookPride, che si terrà a Milano dal 27 al 29 marzo 2015 (ingresso gratuito).bookpride

Sarebbe meraviglioso se questo fermento fosse l’avvisaglia di un cambiamento. Temo però che non ci sia da farsi soverchie illusioni.

Ad esempio, Loredana Lipperini sul suo seguitissimo blog Lipperatura prima di esortare a firmare l’appello «Non solo per Carocci» si chiede un po’ retoricamente, a immediato ridosso degli annunci “funebri” diramati alla tredicesima Fiera della piccola e media editoria: «Non basta la sospensione delle pubblicazioni di :duepunti e quella di edizioni di passaggio a far suonare il campanello d’allarme?».
Aggiungo per completezza di informazione che ai primi di dicembre ha chiuso anche l’agenzia letteraria Vicolo Cannery.
Ma quando la simpatica giornalista e conduttrice di Fahrenheit su Radio 3 scrive: «il piano industriale che prevede il licenziamento di circa la metà dei dipendenti [della Carocci] non è che un assaggio di quello che potrà avvenire, e con ogni probabilità avverrà, presso altre case editrici», dimostra di non sapere che il processo di svuotamento e smantellamento delle case editrici, con l’esternalizzazione e il subappalto del lavoro redazionale, è iniziato già da un sacco di tempo e soprattutto non può fermarsi.
Le prime a essere allontanate dal “centro del potere” furono le tipografie, suppongo addirittura verso la fine degli anni Settanta. Poi, nel corso degli anni Ottanta, dapprima in sordina, casualmente, alla spicciolata, sono stati dismessi gli uffici tecnici[NOTA 5] e comparti più o meno ampi delle mitiche “redazioni interne”, complice la rivoluzione informatica – che, come tutte le faccende tecnologiche, ha un lato positivo e risvolto malvagio. Col tempo questa semplice bifaccialità[NOTA 6] si è evoluta trasformandosi nell’incubo di un nastro di Moebius: difatti adesso la sua fisionomia consiste nell’avere “dentro” esclusivamente ruoli direttivi e, in qualche caso, di coordinamento col “fuori”.[NOTA 7] Questo nastrino è stato avvelenato progressivamente da una corsa al ribasso tra i «nuovi poveri»,[NOTA 8] che negli ultimi 2-3 anni ha assunto forme ancora più odiose giacché (come mi ha riferito una collega milanese) ad esempio i gruppi RCS e Mondadori hanno “imposto” di aprire la partita Iva a gran parte dei propri collaboratori, anche di lunga storia precaria, per poter continuare a lavorare con loro: in questo modo buona parte dei costi non sono più a carico delle aziende, ma dei prestatori d’opera. E non si tratta di una specificità milanese: date le difficoltà in cui si è trovata anche una sorta di editore-istituzione come la romana Treccani (sì, proprio quella che adesso sta rendendo disponibile on-line buona parte del suo patrimonio cartaceo tramite il sito omonimo), la dirigenza di quest’ultima ha fatto richiesta analoga (rafforzata magari dall’obbligo di costituirsi in cooperativa­ – immagino come ulteriore salvaguardia contro eventuali rivendicazioni legali) a chi volesse continuare ad avere un rapporto di lavoro, nonostante fosse stato/a anche da molto tempo co.co.co o co.co.pro o qualche altro singulto starnazzante del genere.

Non credo dunque che il destino che attende i dipendenti del Mulino sia poi tanto migliore di quello che incombe sulle 17 teste dei romani. È probabilmente intuendo questo esito che i redattori bolognesi, per la prima volta dopo sessant’anni, hanno deciso di scendere in piazza, a sostegno di coloro che gli erano più vicini.
Ora ditemi voi se questo non è il migliore dei mondi possibili, cioè il deserto del reale…

 

 

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NOTE

1) Le informazioni storico-culturali sulla società editoriale il Mulino si trovano sulle pagine del sito ufficiale. A parte le foto della manifestazione, non sto a ripetere qui tutte le notizie sull’agitazione, che si possono ricuperare agevolmente dalle pagine della rassegna stampa che qualche angelo “tennico” tiene costantemente aggiornate sul blog dedicato specificamente a Caroccinsciopero dagli stessi dipendenti romani.

2) Analoghe osservazioni ben circostanziate sono riportate dalla viva voce di uno degli impiegati a rischio licenziamento nell’articolo di Bibliocartina datato 15 dicembre.

3) Anche queste informazioni sono assolutamente ufficiali (e cfr. N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani. Dall’Unità alla fine degli anni Sessanta, Laterza, Roma-Bari, 2007, p. 453).

4) Poiché il sito internet dove comparve non è più attivo, invito gli interessati-in-ritardo a leggerne su quello del Sindacato traduttori editoriali una sintesi o a scaricarne una versione più ampia.

5) Erano sostanzialmente quelli nei quali lavoravano i grafici e i correttori di bozze, a interfacciare direttamente la stampa tipografica.

6) L’immagine del foglio di carta era anche una delle metafore con le quali Saussure tentò di raffigurare il rapporto fra significante e significato (CLG 157, 159).

7) In ciò riscontro una totale analogia con i meccanismi illustrati già dieci anni fa da Francesco Antinucci, Tutto il potere ai segni. Marchio, brevetto, copyright: i nuovi monopoli, Editori Riuniti, Roma, 2002.

8) Tale dicitura circola tristemente ormai da tempo, però qui mi riferisco in particolare anche all’articolo di Roberto Ciccarelli sul Manifesto del 29 ottobre 2014 che riportava l’agghiacciante presentazione del terzo rapporto sui dati della gestione separata dell’Inps da parte dell’Osservatorio dei lavori dell’associazione XX maggio.

Genealogie di qualità: il caso Carocci

C’era una volta (dal 1926) La Nuova Italia, una casa editrice, in rotta col fascismo: suo fu il merito di far conoscere ancor prima del secondo conflitto mondiale autori come Cassirer, Dilthey, Gomperz, Jaeger, Meinecke, Rostovcev,[NOTA 1] Troeltsch, Zeller o gli italiani Guido Calogero, Gaetano De Sanctis e Luigi Russo. In seguito l’impegno in direzione della pedagogia (le opere di Dewey in primis), della filosofia e più in generale di una saggistica di caratura elevatissima (Bianchi Bandinelli, Binni, Calamandrei, Ramat, Saitta, Sapegno, Valiani, fra i soli italiani [NOTA2]) accrebbe il catalogo, fino a generare attorno al 1980 quella che oggi si sarebbe chiamata una spin-off: La Nuova Italia Scientifica (o più semplicemente NIS per gli amici), fondata da Giovanni Carocci (nato nel 1932 dal civilista ma anche letterato Alberto Carocci e Eva Vardes, figlia dello scultore ungherese Marc Vardes) e Tristano Codignola (figlio di Ernesto, che diede la sua impronta alla Nuova Italia stricto sensu) e dedicata pressoché interamente alla manualistica universitaria, con grafica austera ma tutto sommato rispondente ai fini intrinseci. [NOTA 3]

Dal 1983 al 1990 la NIS fu ben condotta da Lodovico Steidl prima di migrare in Laterza, nocchiero anche lì dell’Ufficio Università,[NOTA 4] in cui si è formato tra gli altri l’attuale direttore editoriale (?), Anna Gialluca.

Nel 1998 la NIS mutò nome in Carocci per volontà del residuo ‘eroe eponimo’, ma anche perché dal 1996 la gloriosa casa editrice che aveva avuto sedi a Venezia, Perugia, Firenze e Scandicci (in questo ordine, cronologicamente) era stata venduta un po’ per volta al gruppo Rizzoli Corriere della Sera, della cui divisione Education fa parte ancora adesso.[NOTA 5]

Il cambio non risultò sostanziale, dato che «Iniziò la produzione con collane tascabili rivolte agli operatori sociali e della scuola» per poi pubblicare dal 1985 «prevalentemente manualistica universitaria»[NOTA 6] e adesso vanta un catalogo di oltre 4000 titoli.[NOTA 7]

Una scelta precisa, non facile nel confronto con altri marchi editoriali più blasonati, ma che alla lunga è riuscita a crearsi una rispettabilità e un riconoscimento evidenti, grazie a un lavoro duro, incentrato sulla qualità e sulla promozione di alte professionalità in tutti i settori. L’acquisizione da parte della casa editrice Il Mulino di Bologna nel 2009 avrebbe potuto (dovuto?) portare a un rafforzamento di entrambe le realtà imprenditoriali: mirando a un pubblico analogo e selezionando titoli in parte simili, ci si sarebbe attesi una razionalizzazione oculata, in grado di valorizzare il patrimonio acquisito e portarlo a livelli ancora maggiori, se possibile, cioè anche quantitativi, in termini di fatturato. Il che avrebbe assecondato, tra l’altro, una tendenza attuale (e trasversale, system-wide) di massimizzare obiettivi ed elaborazioni comuni.

Purtroppo ciò non è avvenuto e la decisione improvvisa e inopinata da parte della dirigenza bolognese di licenziare tutta la redazione (11 impiegati), 3 amministrativi e mettere in cassa integrazione straordinaria a 0 ore altri 3 dipendenti (preludio alla mobilitazione e quindi praticamente forma dissimulata o differita di licenziamento) non solo sembra difettare di progettualità costruttive, ma risulta ancora più odiosa quando si pensi che «nel 1964, a seguito di divergenze politiche con la proprietà, i redattori costituiti in Associazione acquistarono la casa editrice, poi divenuta nel 1977 società per azioni».[NOTA 8]

E’ evidente che i redattori Carocci non hanno la forza per emulare un’operazione del genere e che i tempi sono profondamente cambiati da allora, intere ere geologiche hanno attraversato e stravolto (nel bene e nel male) da capo a piedi tutto quanto il mondo editoriale. Ma poiché nonostante tutti i sommovimenti ritengo che alcuni valori debbano rimanere ben presenti in questo lavoro, sottoscrivo toto corde quello che scrive la Segreteria generale – Squadra comunicazione del SIndacato Traduttori editoriali concludendo il pezzo più bello fra tutti quelli usciti sinora a commentare il ‘fattaccio’: «Non si esce dalla crisi senza mettere la qualità al primo posto: ma “la qualità” non è un’astrazione, è il frutto del lavoro fisico ed intellettuale di persone competenti e preparate.»[NOTA 9]

Per questo invito tutti coloro che hanno avuto la cortesia e la pazienza a di leggere sin qui a fare le seguenti cose:

  • andare sulla pagina “Carocci in sciopero” del sito Facebook realizzata autonomamente dai lavoratori come forma di protesta e di aggiornamento in tempo (quasi) reale della situazione;
  • leggere i vari comunicati stampa e commenti;
  • sostenere, ciascuno secondo i propri mezzi e disponibilità[NOTA 10], la lotta di questi colleghi, che ho imparato a stimare in questi mesi durante i quali ho lavorato al loro fianco (ecco perché il mio blog è rimasto un po’ silente: ma il trade-off risultante è senza dubbio vincente!).
I lavoratori Carocci portano il loro striscione alla manifestazione CGIL-UIL di venerdì 12 dicembre 2014.

I lavoratori Carocci portano il loro striscione alla manifestazione CGIL-UIL di venerdì 12 dicembre 2014.

[NOTA 1]

Sui repertori è riportato ‘Rostovtzev’, come peraltro recitano copertina e frontespizio della sua opera più nota, a testimoniare di un annoso problema di trascrizione, confusa con la pronunzia – comunque «una delle più importanti personalità della storiografia del sec. 20º» per l’Enciclopedia Treccani on line.

[NOTA 2]

A me piace ricordare in maniera particolare il numero 72 della collana “Il pensiero storico”: Paul O. Kristeller, Concetti rinascimentali dell’uomo e altri saggi (trad. di Simonetta Salvestroni, che poi curerà le edizioni italiane di due importanti testi di Lotman: Testo e contesto. Semiotica dell’arte e della cultura, Laterza 1980 e La semiosfera. Asimmetria e dialogo nelle strutture pensanti, Marsilio 1985), in realtà fusione di due opere datate rispettivamente 1965 e 1972, prima ed. it. 1978 (lo ordinai undici anni dopo l’uscita al mio libraio di fiducia dell’epoca, che me lo procurò senza problemi, cosa impensabile con i ritmi parossistici del ricambio magazzino/libreria/macero di oggi) e fondamentale soprattutto per l’ottavo e ultimo saggio, Il sistema moderno delle arti (pp. 227-314), uscito originariamente in due parti addirittura negli anni 1951-52, e oggi considerato una pietra miliare negli studi di storia dell’estetica perché chiarisce il “cambiamento di paradigma” (espressione estranea a Kristeller, il va sans dire…) nel Settecento, con Batteux e Baumgartner, e la ‘condensazione’ delle «cinque belle arti» come siamo abituati a conoscerle in opposizione alle scienze. Su tutto questo rimando ancora al volume 1 (Storia) del Trattato di estetica curato da M. Dufrenne e D. Formaggio negli Oscar Studio Mondadori del 1981; alle traduzioni di autori sette-ottocenteschi pubblicate dal Centro Internazionale Studi di Estetica palermitano (inizialmente sotto gli auspici di Luigi Russo); infine agli studi di W. Tatarkiewicz, la cui Storia di sei idee (Aesthetica, Palermo, 1993, ed. or. polacca 1976) uscì proprio in quella collana.
Segnalo incidentalmente che parte dei volumi usciti originariamente nella collana «Il Filarete» per La Nuova Italia (dalla fine degli anni Cinquanta) si possono scaricare gratuitamente in pdf, tramite la licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate, dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, “ritargate” LED (Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto). Questo il link generale, guardate poi le varie sezioni, suddivise nelle principali discipline.

[NOTA 3]

Traggo le informazioni da due pagine internet che non compaiono immediatamente ai primi posti della ricerca, ma sono più informative, IMHO perché redatte da archivisti: questa di Luca Brogioni, alla quale rinvia anche quest’altra, a firma di Lucia Felici e Gianluca Perondi. In entrambi anche riferimenti a testi a stampa per approfondimenti ulteriori. Credo che una delle fonti possibili siano le pp. 388-94 dell’ormai classico N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani. Dall’Unità alla fine degli anni Sessanta (Laterza, Roma-Bari, 2007). Materiali, soprattutto epistolari, di Alberto Carocci sono conservati nel fondo omonimo presso la Fondazione Primo Conti. Sull’attività letteraria di Alberto Carocci (nel contesto della rivista «Solaria» tra le due guerre mondiali) informa Alberto Cadioli nel capitolo intitolato Carocci e Bonsanti, editori per la «civiltà delle lettere», compreso nel suo volume Letterati editori. L’industria culturale come progetto (il Saggiatore, Milano, 1995 – poi Net [Nuove edizioni tascabili, del medesimo gruppo editoriale], Milano, 2003: pp. 89-110).

[NOTA 4]

Ossia «produzione editoriale di testi per il mercato accademico», come si legge nel profilo pubblico di Steidl su LinkedIn, aggiornato al 2013.

[NOTA 5]

Si veda il sito omonimo.

[NOTA 6]

Così informa l’Enciclopedia Treccani on line, alla voce omonima.

[NOTA 7]

Questo dato (che né io né altri è in grado di confermare o smentire) è offerto dal sito francese ActuaLitté. Les univers du livre.

[NOTA 8]

Cito ancora una volta dall’Enciclopedia Treccani on line, s.v. Mulino, Il. Anche in questo caso, dal testo di Tranfaglia e Vittoria citato alla nota 3 si ottengono informazioni più precise: «Nel 1965 il gruppo redazionale della rivista [omonima, cioè intitolata ‘Il Mulino’] si staccò dal proprio finanziatore, che non condivideva l’appoggio dato al centro-sinistra, e, costituendosi in Associazione di cultura e politica ‘Il Mulino’, acquistò dalla Poligrafici ‘Resto del Carlino’ le quote della società editrice, assumendo così, oltre alla responsabilità dell’indirizzo politico e culturale e della conduzione tecnica, le responsabilità dell’amministrazione» (p. 453).

[NOTA 9]

Faccio notare, tra l’altro, che sebbene l’esordio dell’articolo puntualizzi che «Siamo traduttori editoriali, siamo lavoratori autonomi, per noi lo sciopero è una questione privata: se anche ci astenessimo dal lavoro, nessuno se ne accorgerebbe. Ma siamo vicini a tutti i lavoratori e le lavoratrici dell’editoria che lottano ormai da tempo contro la progressiva sottrazione di tutele, contro le esternalizzazioni senza contropartita, contro lo svuotamento di senso della loro opera e competenza». Si parva licet componere magnis, questo rafforza anche l’intuizione alla base di questo mio blog inattuale; cioè, che da un certo punto di vista le figure editoriali di redattore e traduttore sono nella stessa barca, vivono precarietà simili EPPERCIO’ devono combattere assieme. Al limite, ognuno dei due si può considerare “compagno di strada” dell’altro, purché si abbia la consapevolezza che l’obiettivo finale dev’essere comune e condiviso. Altrimenti gli sforzi di una sola parte rischiano di essere vanificati e dispersi.

[NOTA 10]

Cfr. «[…] a ciascuno secondo il suo bisogno» (Atti degli apostoli, 4, 35) e «Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni» (K. Marx, Critica del programma di Gotha, in K. Marx, F. Engels, Opere scelte, Editori Riuniti, Roma, 19692, p. 962).