Un “tesoro nascosto” sotto la polvere da 250 anni

Procura una certa soddisfazione vedere che un documento, trovato un po’ casualmente in rete e in apparenza dedicato a un argomento peregrino e trascurabile, è riuscito a farsi strada sino a diventare (suppongo con qualche aggiornamento e modifica) un titolo pubblicato da una collana assai rispettabile e giustamente lodata da tanti anni.

La copertina del libro di Linn Holmberg, nuovo di zecca (2017).

Mi riferisco a Linn Holmberg, The Maurists’ unfinished encyclopedia (ISBN 9780729411912), uscito a febbraio di quest’anno nella “OSE”, cioè la collana “Oxford University Studies in the Enlightenment”, che dal 2013 ha soppiantato la gloriosa “SVEC”, ossia gli “Studies on Voltaire and the Eighteenth Century” nei quali dal varo nel lontano 1955 a opera di Theodore Besterman hanno visto la luce oltre 400 titoli NOTA_1.

Tra essi, rammento che alla Voltaire Foundation si devono parecchie edizioni critiche: le Œuvres complètes volterriane, quelle di Montesquieu (previste in 28 tomi, undici dei quali in collaborazione con l’Istituto italiano di studi filosofici di Napoli), la Correspondance complète di Rousseau (a cura di R.A. Leigh, 49 voll. + 3 di apparati vari, 1965-1998), le lettere di Pierre Bayle, Claude-Adrien Helvétius e molto altro ancora. Inoltre da lì si raggiunge comodamente una pagina con 39 collegamenti relativi al Settecento e all’Illuminismo, fra i quali spiccano (a mio gusto) la pagina dalla quale è possibile cercare fra le opere di Voltaire (ospitata dal sito ARTFL, noto tra l’altro per la versione on-line dell’Encyclopédie) oppure frugare negli scambi epistolari dell’epoca, grazie all’originale sito Electronic Enlightenment — letters & lives online.
Concessa questa breve divagazione, torno all’argomento principale, per sottolineare che in un certo senso il bello, dopo aver scorto l’uscita del volume, è la permanenza on-line della versione PDF primigenia, intitolata The Forgotten Encyclopedia. The Maurists’ Dictionary of Arts, Crafts, and Sciences, the Unrealized Rival of the Encyclopédie of Diderot and d’Alembert e nata come tesi di PhD in storia delle scienze e delle idee all’università di Umeå nel 2014 NOTA_2

La copertina della tesi di dottorato di Linn Holmberg (2008).

Vediamo di cosa si tratta; mi baso sulla versione on-line, non avendo intenzione di spenderci 70 sterline (82€, 88$), soprattutto dopo essermi già sfogliato praticamente tutto il PDF (in gran parte sul tablet, gran comodità).

Anzitutto dirò che si tratta di un (raro?) caso di scoperta vera e propria, cioè in cui la ricercatrice ha quasi letteralmente riesumato quello che possiamo chiamare il “torso”, l’abbozzo di un grandioso lavoro originale che avrebbe voluto rivaleggiare con l’opera realizzata da d’Alembert e Diderot, ma attorno a metà Settecento venne accantonato definitivamente, per ragioni non ancora accertate, ed è rimasto del tutto ignorato fino a quando il suo intuito non le ha fatto avvertire che si poteva trattare di qualcosa di interessante, su cui valeva la pena “perdere tempo” a indagare.
Già nel 2008, mentre scriveva la sua tesi di master, Linn aveva letto di una sorta di enciclopedia redatta dai padri benedettini NOTA_3, ma non trovando altri riscontri aveva dedotto che non era stata pubblicata (Holmberg p. 15). In sé il ragionamento era corretto, ma le era rimasta quella “pulce nell’orecchio”: per cui nel 2009 scrisse direttamente al fondo manoscritti della Bibliothèque nationale française chiedendo “lumi” su quella segnalazione, a sua conoscenza fatta solamente da Micheline Meillassoux-Le Cerf, Dom Pernety et son milieu (1716–1796) – Contribution à l’histoire de la sensibilité et des idées à la seconde moitié du XVIIIème siècle (tesi all’Université de Paris-IV Sorbonne, 1988, pp. 45-46) che curiosamente la riprendeva dalle stesse pagine della monografia del decano Jacques Proust, L’Encyclopédie (Colin, Paris 1965): entrambi qualificavano strange/étrange il materiale incontrato (Holmberg p. 54). Ma come loro, nessun altro si era dato la pena di approfondire: dunque nella ricerca ci possono essere strade accennate che rimangono a lungo deserte e, quindi, praticamente invisibili.
Comunque sia, in un paio di settimane le giunse la risposta della massima biblioteca di Francia: effettivamente c’erano sei volumi di “Matériaux pour un Dictionnaire des arts et sciences, par dom Antoine-Joseph Pernety”. Tempo un mese, Linn era a Parigi e dopo averli consultati, decise di dedicarvi la sua tesi di PhD (Holmberg pp. 15-17)!

Per sapere chi è questa studiosa così acuta e intraprendente, rimando all’autopresentazione sul blog della Voltaire Foundation.

Tornando alla sua “enciclopedia perduta”, un aspetto buffo o paradossale è che, almeno nelle primissime fasi, l’opera benedettina e quella degli illuministi vennero portate avanti a poche centinaia di metri l’una dall’altra, probabilmente senza esserne rispettivamente a conoscenza: c’era in effetti tanta attenzione a quel nuovo tipo di genere editoriale.
La prima fu redatta nell’abbazia di Saint-Germaine-de-Prés, la seconda, almeno secondo alcune leggende, in parte al Café ProcopeNOTA_4.
Chi si interessa delle enciclopedie moderne troverà molto ricco il lavoro svolto da Linn Holmberg. Non potendo dare conto di tutto, mi limiterò qui a selezionare alcuni aspetti per me più significativi.
Già dai ringraziamenti, ma ancor più dallo sviluppo e dall’argomentazione dei capitoli emerge chiaramente il suo debito nei confronti delle migliori ricercatrici sul campo: Marie Leca-Tsiomis e Martine Groult, ma non mancano riferimenti anche a Darnton, Eisenstein, Chartier, Martin, Tanselle, Yeo, Gay, Kafker, Goodman, Outram, Edelstein, insomma tutti i maggiori specialisti. A questo si aggiunge la rilevantissima quantità di studi eruditi ed estremamente specifici di cui grondano le note (v. soprattutto nel cap. 7), che mettono al sicuro le sue affermazioni da qualunque accusa di superficialità e approssimazione.
La «terra incognita» che calcava per la prima volta (Holmberg p. 30) poneva problemi non semplici: scegliendo l’approccio microstorico indiziario promosso da Carlo Ginzburg, si è dovuta occupare di storia e produzione libraria (soprattutto nel versante materiale!), di scrittura manoscritta, paleografia (compresa l’analisi degli inchiostri adoperati), analisi forense, appoggiandosi anche al supporto di archivisti esperti della Bibliothèque.

Un esempio (quasi una pagina “pronta”) dei materiali preparatori giacenti alla BNF (metà XVIII secolo).

Che cosa si è trovata in mano Linn, dopo aver tolto strati di polvere pluricentenari? Quasi 7000 blocchi di testo (non esattamente corrispondenti a ‘lemmi’), riportati su oltre 1400 fogli e corredati da ca. duecento figure, ordinati sia alfabeticamente sia per temi, ossia un po’ come la successiva e mastodontica Encyclopédie méthodique di Charles-Joseph Panckoucke (Holmberg pp. 41 e 172). Dopo aver ricostruito il loro iter in 170 pacchi dall’abbazia (l’ordine dei padri maurini fu sciolto dai rivoluzionari e un incendio nell’agosto 1794 distrusse quasi completamente le opere a stampa raccolte nella loro biblioteca, una delle più grandi di Francia, con quasi 50mila volumi – invece fortunatamente si salvarono 7000 manoscritti, archiviati altrove) alla Bibliothèque nationale, in cui furono ricatalogati fra il 1830 e il 1852 (Holmberg, pp. 46-47). Alla nostra eroina ci vollero quasi sei mesi, prima di riuscire a discernere calligrafie differenti, ma alla fine non ebbe dubbi: si trattò di un «progetto collaborativo» che coinvolse sette o otto persone diverse, anche se la loro identità rimane tuttora inattingibile, tranne due, ai quali in passato era stato attribuito erroneamente l’intero progetto (Holmberg p. 72).
Come l’Encyclopédie sorse dal progetto di tradurre la Cyclopaedia di Chambers (ispirato dal Lexicon Technicum di John Harris), adattandola e infine ampliandola sino a farne un prodotto originale, così questa enciclopedia benedettina prese le mosse dalla traduzione di un manuale di matematica in 3 volumi dell’illuminista tedesco Christian Wolff, svolta probabilmente fra il 1743 e il 1747, e integrata con brani opportunamente scelti dal Dictionnaire de Trévoux NOTA_5 (che sappiamo essere a sua volta un rifacimento del dizionario di Basnage de BeauvalNOTA_6, il quale rifiugiatosi in Olanda dal suo amico Pierre Bayle aveva riscritto [1701] a sua volta in chiave protestante il Dictionnaire universel di Furetière,

Ritratto e dizionario di Antoine Furetière (seconda edizione, 1701, riveduta da Basnage de Beauval).

e fu poi rimaneggiato con ampliamenti da Jean-Baptiste Brutel de la Rivière nel 1727, sempre in Olanda) per gli àmbiti assenti da quello, più una nutrita serie di dizionari e testi specialistici (Holmberg capp. 8 e 12), con particolare attenzione ai 2 volumi del Dictionnaire universel de mathématique et de physique, où l’on traite de l’origine, du progrès de ces deux sciences et des arts qui en dépendent et des diverses révolutions qui leur sont arrivées jusqu’à notre temps, avec l’explication de leurs principes et l’analyse des sentiments des plus célèbres auteurs sur chaque matière di Alexandre Saverien, pubblicato a Parigi nel 1753.

L’anno successivo, o al massimo nel 1755 il lavoro fu interrotto bruscamente. Se ne possono congetturare varie cause, non ultima proprio la presenza sul mercato editoriale dell’Encyclopédie (il cui primo volume era uscito nel 1751).

Peccato, potremmo dire col senno di poi, perché «The Benedictines were making a new kind of dictionary: a hybrid. They were not compiling yet another specialized subject dictionary, but nor a universal dictionary in the tradition of Furetière. It was a dictionary of arts, crafts, and the related sciences, from where religion, metaphysics, ethics, politics, and jurisprudence were omitted. […] In contrast to the encyclopédistes, the monks did not explain or justify their exclusions with epistemological arguments. By simply focusing on the concrete, they took an alternative, non-confrontational road and arrived to a ‘similar’ result – in the meaning of emphasizing the utile and productive of universal interest to all, irrespectively of beliefs» (Holmberg pp. 171-172). Considerando avveduta questa scelta di non includere i  temi più ideologizzati all’epoca («While the Jesuits and the philosophes were waging a war, the Benedictines simply cut everything sensitive out, and focused on the useful and productive»: Holmberg p. 259), forse il lavoro si sarebbe potuto collocare a metà strada (una “terza via”) fra l’antecedente gesuita, cioè il succitato, fortunatissimo Trévoux (ben sette edizioni dal 1704 al 1771, lievitate progressivamente da 3 a 8 volumiNOTA_7 ), e la “fiaccola dell’illuminismo”, una vera e propria “macchina da guerra”, per riprendere le note metafore che hanno descritto l’opera più caratteristica e nota dei philosophes francesi (Holmberg p. 176; v. anche pp. 251 ss.).

Frontespizio del primo volume del c.d. Dictionnaire de Trévoux (prima edizione, 1704).

Di più: «The Maurists’ unfinished manuscripts cannot compete with the dimensions of the Encyclopédie, but they show that the monks were thinking along the same lines. They were each acknowledging and appreciating the useful arts and technology transforming the eighteenth-century society. While the Dictionnaire de Trévoux fundamentally was focusing on language, the Benedictines and the encyclopédistes were describing and illustrating men at work, their tools and products» (Holmberg p. 206; v. anche p. 220 e la conclusione del cap. 13 a p. 234). Di fatto, però, uno dei due monaci sicuramente coinvolti a pieno titolo in questo lavoro ne derivò un suo Dictionnaire portatif de peinture, sculpture et gravure, pubblicato nel 1757 da un libraio-editore che aveva la sua bottega vicino al negozio di Charles-Antoine Jombert, quello cioè che risulta aver pubblicizzato il lavoro dei mauristi quando era ancora in corso, e aveva anche sposato la figlia di un socio di costui (Homberg pp. 147, 190; su di lui v. soprattutto il cap. 7).
Allora, nel riperticare questo lavoro incompiuto (sprecato?) Linn è stata anche molto fortunata: avrebbe potuto anche ritrovarsi fra le mani un’emerita schifezza. Ad ogni modo, la sua bravura e sicurezza di giudizio si dispiegano completamente nella quinta parte, che mutua parte del titolo da quello che aveva la sua prima tesi: “A monastic reflection of the French Enlightenment” e nel cui penultimo capitolo 14 (The Maurist Enterprise and Enlightenment Thought) svolge le considerazioni più generali.

A chi sia riuscito ad arrivare sin qui, regalo una considerazione strettamente personale (astenersi perditempo e frettolosi): non vi siete chiesti come mai “tesoro nascosto” sia tra virgolette nel titolo? È una criptocitazione da quel libro tuttora e anch’esso ‘strano’ di Francesco Orlando, Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, anche se il titolo esatto sarebbe Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura (Einaudi 1993, nuova ed. ampliata a cura di Luciano Pellegrini, Einaudi 2015)NOTA_8.

Lo so che non dovrei, ma ammetto di provare un certo piacere nell’immedesimarmi vagamente in tali immagini ‘decadenti’.
E comunque aggiungo che il mio lavoro sulla Treccani, poi ampliato alle enciclopedie di età moderna (un primo bilancio è in questo post), è stato portato avanti anche per resistere alla depressione causata dalla mancanza di lavoro o comunque dalla difficoltà di trovarne di adeguati alle mie qualifiche, competenze, capacità e interessi. In tal modo, da un altro punto di vista, è stato un modo per riguadagnare terreno su alcuni campi che mi interessano e che il lavoro “vero” aveva relegato ai margini, anche se la ricerca non è stata condotta in un àmbito asetticamente universitario — e dunque sarà passibile di errori, fattuali e di metodo, superficialità e imprecisioni, difetti che invece non si possono imputare a questa preziosa perla riportata alla luce da Linn Holmberg.
Bisogna ringraziarla per essere riuscita a introdurci in uno scrittoio dove il tempo si è fermato improvvisamente 250 anni fa, facendoci assaporare emozioni simili a quelle provate da chi scavò per la prima volta una Pompei che nessuno aveva più visto per millenni, dopo la distruzione causata dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo.


NOTE AL POST

NOTA_1 A questo indirizzo una pagina di ricerca per temi, o eventi, o nomi od opere o luoghi.

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NOTA_2 Una presentazione succinta era uscita nei “Projektberichte” di «Frühneuzeit-Info», 24 (2013), pp. 81-89.

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NOTA_3 Si trattava dei “maurini” o “mauristi”. Per capire quale importanza abbia avuto all’epoca, ricordo che ne fece parte Jean Mabillon e da noi essi influirono sulla formazione di Antonio Ludovico Muratori.
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NOTA_4 A questo indirizzo se ne può consultare integralmente l’edizione lorenese “di lusso” (1738-42). Il lessico settecentesco ricavato dal dizionario è raggruppato in una dozzina di argomenti sul sito Kapelos.
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NOTA_5 È divertente la storia multiculturale di quest’ultimo, oggi al civico 13 della Rue de l’Ancienne Comédie: il più antico caffè parigino e ancor oggi luogo mondanissimo di ritrovo fu aperto da un armeno vicino al teatro della Comédie française più o meno quando il sultano Maometto IV introdusse in Francia la bevanda corroborante (il cui nome, tra l’altro, fu poi dato al noto periodico lombardo uscito nel biennio 1764-1766), poi si trasferì e fu rilevato da un siciliano al quale è attribuita l’invenzione del sorbetto e che battezzò il locale col suo cognome, appunto Procopio.
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NOTA_6 Lo si veda p.es. nell’interessante “Museo virtuale dei dizionari” (diretto da Jean Pruvost e Christine Jacquet-Pfau dell’università di Cergy-Pontoise).
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NOTA_7 Sia la prima sia l’ultima edizione si possono consultare su Wikisource; l’ultima è disponibile anche su Gallica. Un buon saggio complessivo sull’opera è quello di Wionet del 2006.
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NOTA_8 Cfr. p.es. la recensione di Niccolò Scaffai.
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Il primo congresso internazionale di studi sulla traduzione

Si svolge per tutta questa settimana all’università Nanterre di Parigi (già Paris X, oggi nota anche come “Université de Paris Ouest-Nanterre-La Défense”, di cui era presidente onorario Umberto Eco) il primo congresso mondiale di Studi sulla traduzione, più noti come Translation Studies (d’ora in avanti TS).
Il fatto che l’evento occupi tutti e cinque i giorni feriali è la dimostrazione più evidente, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto sia cresciuto questo approccio, dalla formulazione seminale di James S. Holmes nel 1972. {NOTA: La storia è stata raccontata molte volte: v. p.es. nell’esordio (p. 11) della prima edizione di Paola Faini, Tradurre. Dalla teoria alla pratica, Carocci 2004; l’Introduzione di Mirella Agorni al volume da lei stessa curato, La traduzione. Teorie e metodologie a confronto, LED Edizioni universitarie di Lettere Economia Diritto 2005, pp. 9-65; Jeremy Munday, Manuale di studi sulla traduzione, Bononia UP 2012 [2008], 2ª ed., trad. di Chiara Bucaria: § 1.4, pp. 34-38. “Contro” una caratterizzazione ‘teorica’ dei TS, Neergard sceglie opportunamente di qualificarli come «campo di studi» (si veda nell’Introduzione al suo diffusissimo reader Teorie contemporanee della traduzione, Bompiani 2002,2ªa ed., p. 14. E può essere utile ricordare che tradizionalmente l’attenzione per le traduzioni era riservato agli studi di letteratura comparata: cfr. la Prefazione all’edizione riveduta in Susan Bassnett-McGuire, La traduzione. Teorie e pratica, Bompiani 1993, pp. 1-10.}
Una riprova ulteriore è nell’osar chiamare questo primo consesso: «TS: una disciplina autonoma».
Ma non basta: riservato l’intero lunedì ai convenevoli ed esaurite le sessioni introduttive e plenarie, si può ammirare quanto lavoro complesso sia stato svolto dagli organizzatori nell’impostare il programma di lavori. Ecco infatti dispiegarsi sei differenti àmbiti di indagine (domains), ognuno dei quali suddiviso minuziosamente nelle varie giornate, aperte da una conferenza plenaria e poi dipanate in vari laboratori (da un minimo di due a un massimo di cinque) più specifici, descritti chiaramente nel sito che ha una struttura a scatole cinesi, ovvero a matrioska (fra parentesi l’eventuale seduta introduttiva, con relatore):

  1. DOMAIN 1: The State of Play for Translation Studies in the World
    • martedì 11: Europe (Michael Cronin, La traductologie face à Gaïa: enjeux langagiers pour un monde en mutation)
    • mercoledì 12: North America, Latin America, Oceania
    • giovedì 13: The Near and Middle East and Sub-Saharan Africa (Henri Awaiss, Guerre et traduction: 1975-2016)
    • venerdì 14: Asia (Marie-Josée de Saint Robert, La traduction en Chine)
  2. DOMAIN 2: Translation Studies and the History of Translation
    • martedì 11: History of Translation Studies: Concepts, Discourse and Transdisciplinarity (Yen-Mai Tran-Gervat, Un parcours historique des métaphores traductologiques)
    • mercoledì 12: History of Literary and Scientific Translations (Jean-Yves Masson, Comment rendre compte d’un texte d’autrefois?)
    • giovedì 13: A History of the Translations of Sacred, Mystical and Holy Texts (Marc-Alain Ouaknin)
    • venerdì 14: History of the Translation of Philosophical and Religious Texts from the Far-East (Rémi Mathieu, Peut-on traduire Lao zi?)
  3. DOMAIN 3: Theoretical Approaches to Translation
    • martedì 11: Translating Culture (Sherry Simon, L’hôtel, le pont et autres espaces de la traduction; Marianne Lederer, La culture, pierre angulaire du traduire)
    • mercoledì 12: Semiotic, Semantic and Linguistic Approaches to Translation (Magdalena Nowotna, La perception et la forme: comment les traduit-on?)
    • giovedì 13: Cognitivist Theories in Translation (Christine Durieux, Un paradigme cognitif pour la traductologie)
    • venerdì 14: The Dialogue between Psychoanalysis and Translation (Camille Fort, Janine Altounian)
  4. DOMAIN 4: New Methodologies and the Problematics of Literary Translation
    • martedì 11: Textual Genetics, Philology and Translation (Viviana Agostini-Ouafi; Maria Teresa Giaveri, La patte du lion, la main de Saint Jérôme: approches génétiques de la traduction / approches traductologiques de la genèse textuelle)
    • mercoledì 12: Translation Studies and Methods for the Translator of Literary Texts (Françoise Wuilmart, Méthodologies conscientes et inconscientes du traducteur littéraire)
    • giovedì 13: Translation Studies and the Untranslatables (Cornelius Crowley, The Poetics of the Untranslatable”: Time Out from the Politics of Tweeted Carelessness)
    • venerdì 14: Translating Oral Discourse or Direct Speech (Gabriel Bergounioux, Traduire ce qui n’a pas été dit : comment se représente l’endophasie ?”)
  5. DOMAIN 5: Translation Studies, Terminology and Transdisciplinary Discourses
    • martedì 11: Translation Studies and Translation in the Humanities (Tatiana Milliaressi, Traduire un texte épistémique)
    • mercoledì 12: Terminology and Translation Studies (Jean Pruvost, De l’usage des dictionnaires monolingues d’hier et d’aujourd’hui pour la traduction; Rosa María Agost Canós, Quelle terminologie pour qui? Les liaisons avantageuses entre traducteurs et terminologues)
    • giovedì 13: Translation Studies: Economic and Legal Activities (Michel Rochard, Le Traductologue et le pull-over économique; Franck Barbin, Spécificités de la traduction économique, financière et commerciale)
    • venerdì 14: Translation Studies and Political Discourse (Carmen Pineira-Tresmontant, Le dialogisme dans la traduction du discours politique)
  6. DOMAIN 6: The Digital Revolution, the Audiovisual Sector and Translation Studies
    • martedì 11: Corpus and Software/Applications for Translation (Natalie Kübler; Rudy Loock, The Use of Electronic Corpora in Translation and Translation Studies: “You like potato and I like potahto”?)
    • mercoledì 12: Automated Language-Processing and Translation Studies (Nadine Lucas, Qu’apportera(it) la traductologie au monde du traitement automatique des langues?)
    • giovedì 13: The Evolution of Tools, Professions and the Practice of Translation (Elisabeth Lavault-Olléon, L’approche ergonomique en traductologie appliquée: petit état des lieux)
    • venerdì 14: Translation Studies Serving the Audiovisual Sector (Laura Cruz García; Gius Gargiulo, Cinéma, séries télé et jeux vidéo : Les aventures de la traduction)

Che varietà sorprendente: ce n’è veramente per tutti i gusti!
A rendere ancora più bello il panorama ci sono ben quattro italiani a coordinare alcuni workshops: infatti oltre alla torinese Maria Teresa Giaveri intravista sopra (dominio 4, prima sessione), incontriamo:

  • Licia Reggiani, Bologna (dominio 1, sessione 1, laboratorio 2: Southern Europe: Croatia, Spain, Greece, Italy, Portugal, Slovenia)
  • Fabio Regattin, Bologna (2, 2, 4: History of the Reception of Scientific Texts in Translation)
  • Antonio Lavieri, Palermo (2, 2, 5: Narratives of Translation and Translation Imaginary)
  • Antonio Lavieri, Palermo (4, 1, 1, con Stefano Bory e Michèle Leclerc-Olive: Translating the Social Sciences: Elements for a Genetic Criticism)
  • Chiara Montini, Pisa (4, 2, 4: Narratives of Translation and Translation Imaginary).

Ma altri ancora ce ne sono, a scavare bene negli Abstracts (tutti rigorosamente in inglese e francese)… e questo è ancora più interessante se lo si confronta con quanto scrive Roberto Menin nella sintesi del suo intervento (sub 1-1-2), significativamente intitolato “Una traduttologia alla ricerca di se stessa: il caso italiano”:

Translation theory in Italy does not actually exist as a single and common trend, and this is confirmed by the small – indeed extremely rare – number of quotes and bibliographical references taken from the Italian field of translation studies. […] In fact, there are many items and lines of research in all the subdomains of translation studies, but scholars and researchers are not able to identify a single contextual reference outside their own discipline. It is as if pedriatrics could exist without general medicine. One of the reasons for this situation could be the integration of each field of research into different schools and faculties. The theory of literary translation, for example, is contained within each individual language area that has little knowledge of and rarely interacts with the others – as is the case for Italian, English, German, Hispanic Studies and so on. […] The Italian world of translation meets during festivals, city fairs, important literary events (Bookcity, Fiera del libro/Book Fair, Fiera del libro per ragazzi/Children’s Book Fair, etc), but all the discussions and considerations are dominated by the source language. One interesting new aspect is the growth of an online content, such as journals (for example, literary or theatre translation journals) and centres for permanent education that are now creating networks with academic and institutional education centres (mainly universities). Within this general framework, there are apparently all the ingredients needed to develop a strong tradition of Italian translation theory/studies, but we must simply find some elements to bring them together.

Un po’ troppo ottimista, forse, ma comunque un punto di vita originale.

Il logo dell’università parigina che organizza il convegno internazionale

Si tratta di un’iniziativa congiunta della SoFT, Société Française de Traductologie (Paris-Nanterre University), insieme a sue filiazioni: il SEPTET, Société d’Études des Pratiques et Théories en Traduction, la Society for Tertiary Education Specialists in English (SAES), il laboratorio MoDyCo, Modèles-Dynamiques-Corpus e il CREA, Centre de Recherches anglophones, col patrocinio della commissione francese dell’UNESCO.

Le 3 branche della traduttologia: storia, prassi e teoria

Gli appuntamenti si ripeteranno ogni 3 anni e si dovranno occupare sempre delle tre branche principali dei TS: storia, prassi e teoria della traduzione. Gli atti sono previsti su carta (per la nota casa editrice Classiques Garnier) e, in forma leggermente differente, anche on-line.

Avrei voluto tradurre la descrizione riportata nella pagina principale del sito, ma è in inglese e pertanto mi limito a ricopiarla qui sotto (corsivi e neretti sono presenti nell’originale). Buona delibazione!

Several factors determine the autonomy of a discipline: its place as an object of reflection in the history of the intellect, the quality of its engagement in other disciplines, and its impact on society.
Translation is one of the very first responses in actu to the temptation of explaining the meaning of human language. And beyond linguistic considerations and crossings between languages-cultures, translation relates to a crucial reflection on its very nature, its ontological foundations and the nature of reality perceived and represented through consciousness. Well before the translator Cicero made a few remarks on the dependance of language on the philosophical environment in which it unfolds, readers and translators of Heraclitus « the obscure » were confronted with the central difficulty of translating the form of discourse of the presocratic philosopher that was susceptible to imitate the structure of reality, this possible isomorphism, intended or not, but which changes the framework in which the translator operates. From this period in time, right up to Octavio Paz and Yves Bonnefoy, there remains the question of the translation of the pre-rhetorical and pre-conceptual nature of the form, as well as the translation of “culturemes”, “philosophemes” or “cognemes”.
During the XXth and XXIst centuries, not only a growing number of disciplines have contributed to the enrichment of translation studies but they have even been enriched by the theories and concepts developed within the field of translation studies. This transversal work has today gone beyond the first stage of pluridisciplinarity – that wary relationship of proximity –, followed by interdisciplinarity, the entente cordiale, to reach finally that of transdisciplinarity, an assumed puerperium which alone leads to a new painless delivery. Language sciences, on the one hand, comparative literature, on the other hand, the philosophy of language and even theology can no longer oversee by themselves (whether they be separated or in groups) a discipline that has its own concepts, its own specialist community, and above all, one that is based on its own practice.
The constant recourse to translation in all the spheres of contemporary society – and as a result, the use of an increasing number of professional translators –, the multiplication of training courses and research further increases the tightening of the links between practitioners as key players and theorists in this discipline. Even if the university authorities in numerous countries do not yet officially recognise translation studies, either through a lack of awareness or for any other reason that escapes the world of specialists, the fact remains that such a discipline, defined as the reflection on all the dimensions of the act of translating, cannot be lumped together with others. And indeed the principal objective of this congress is to establish translation studies as an autonomous discipline.
With this principle in mind, the congress will therefore be organised around six key domains with as many disciplined-based subsets that could combine all languages. Each domain is divided into four sessions and each session into four or five related workshops. A workshop will have between seven and eight papers spread over a single day and followed by a debate where other presenters can participate.
The first domain, which is more generalist and factual, will chart the state of play for translation studies in the world today. An attempt will be made to give an update on the teaching of translation studies in a large number of countries and across the different continents, whether it be within schools or faculties of translation or university courses from year one to doctorate studies. Moreover, we will be able to focus on the progress in translation studies research, the development of centres for research or specialist publications, and the evolution of editorial policies for translation studies or translations.
The second domain will try to provide an overview of the history of translations through its most varied aspects, both from the point of view of discourse and concepts encountered through the history of translation studies to the specific genres it deals with, including, for example, literary or scientific texts. This second domain aims at positioning itself as a continuation of a dominant French model which, in recent years, has concentrated on in-depth encyclopaedic research by teams of specialists studying the History of Translations into French (the HTLF, directed by Yves Chevrel and Jean-Yves Masson, Sorbonne University). This research has led not only to exploring the history of the reception of translations, but also to the history of translation practices, their theories or the theoretical assumptions that their works reveal. Further still, this congress in 2017 will provide an opportunity for an important number of workshops to focus on the history of the translations of philosophical or religious texts and, by doing so, explore domains that are still rarely consulted, as shown in the results provided by the HTLF.
The third domain will concentrate on all the most salient and innovative aspects of the theoretical approaches to translation in the XXIst century. Umberto Eco in particular will be honoured this year. The transdisciplinary approach will therefore be emphasised often in order to highlight the theoretical links, at the heart of translation studies between, for example, semantics and cognitivism, symbolism and semiotics, or between feminism and gender studies, and even between certain psychoanalytical concepts and some of the “theorems for translation”.
The papers in the fourth domain, will concentrate essentially on the methodologies for literary translation, whether they be developed by professional translators or translators from the world of academia. The presentations will thereby emphasise the four most innovative or recurrent aspects of recent research into the methods or the problematics of translation: textual genetics which has developed since the 1970s and has recently led specialists in translation studies to be interested in the contribution of this discipline and to reconstitute, in a dynamic way, the very act of translating in order to highlight the doubts, the flaws and the achievements of the translator during the birth of the target text; the growing challenges of untranslatability: the untranslatability of certain texts belonging to recent disciplines such as law and the humanities; aporiae in the translation of poetic, religious or philosophical texts, that have been revisited; or further still, the aporiae that arise from translating different types of oral discourse including its most contemporary, literary or dialectical forms.
The fifth domain will show the new calmer orientations taken by terminology-translation studies, in the well-established translation fields of economics and commerce as well as political discourse, and also try to pave the way for the new field of legal translation studies and revamped sociolingusitics. Electronic dictionaries, the fruit of recent research in general linguistics and knowledge engineering, will be dealt with not only as electronic tools for lexicological research, but also the latest advances in ergonomics and meta-cognitition. Translation studies in the humanities develop in terms of transposable and not superposable terminology. They do not lend themselves to unity and normalisation. The workshops will shed new light on the status of translation in relation to literary and specialised translation that will bring together philosophers, philologists and linguists.
Finally, the sixth domain will explore, in the context of the digital revolution and the upheavals in the audiovisual sector, the linguistics of the corpus which, for several years now, has opened up new fields for exploration and application for researchers in translation studies by proposing corpus processing tools – aligned or simultaneous –, automatic translation or translation tools, the creation and management of data bases for terminology. This domain will also explore the new translation tools using mobile phones and voice recognition techniques, as well as the new professions that are entirely linked to the evolution of digitalisation for post-editing, quality assurance and project management. The physical, cognitive or organisational ergonomics of professional translation activities will be studied along with the development of collaborative tools. Finally, this domain will show the need for even more cutting-edge reflection for translation studies in relation to the cinema, subtitling, dubbing, video games, and will also include the latest advances in the field of sign languages.

Encyclopaedic Visions

locandina dell'evento

La locandina dell’evento

Consummatum est! Il pomeriggio di mercoledì 23 novembre 2016 ho tenuto una relazione al seminario per dottorandi (ciclo “Translationes”) dell’università di Tor Vergata, alla facoltà di Lettere e filosofia. Questo è stato il motivo principale della lunga latitanza (o latenza?): mi sono voluto preparare a fondo per sviscerare un tema attorno al quale giravo, lasciandolo e riprendendolo (come il gatto col topo) da almeno 4 anni, a giudicare dalle date nei files di lavoro sotterraneo. L’impressione (mi si dice) è stata quella di una relazione dotta, brillante, istruttiva, approfondita, piacevole (sia nella modalità espositiva, infatti le cose a braccio vengono sempre meglio, sia per i contenuti, otiosi: vale a dire, in sé poco utili ai dottorandi, i quali d’altro canto hanno avuto la fortuna di vedersi sciorinati davanti argomenti nei quali neanche in tutto il loro percorso di specializzazione potrebbero pensare o sperare di imbattersi…).

Qui cercherò di ripercorrere i tratti salienti della mia performance (perché sì, c’è stato anche un aspetto teatrale, anche se certamente visibile a me solo), ripercorrendo la traccia principale e lasciando un po’ di spunti/link riorganizzati nella maniera migliore (forse).

La copertina di Yeo 2001

La copertina di Yeo 2001

Tanto vale cominciare allora dal titolo di questo post. Perché non replicare quello riportato sulla locandina (che vedete qui in alto e che, una volta tanto, è buona farina del mio sacco)? Ebbene, non è per rinnegare la mia contrarietà alla esterofilia, a favore della possibilità di esprimere in italiano quello che c’è da dire (ho da un sacco di tempo un post a riguardo, che però è tuttora nella pancia del computer sostanzialmente a causa di scrupoli ‘accademici’…): Encyclopaedic Visions. Scientific Dictionaries and Enlightenment Culture è un libro dell’australiano Richard Yeo che per il taglio e l’argomentazione è tremendamente interessante, anche se ne ho scorso solo qualche pagina e recensione su internet (mai come adesso, e dunque sempre di più in futuro, ho sfruttato Google Books). Mi conforta però sapere che è alla Nazionale di via Castro Pretorio, e prima o poi me lo guarderò con cura. Intanto mi sembrava che avesse un binomio (titolo+sottotitolo) adatto all’andamento della mia esposizione e una bella copertina, che mi affretto a riprodurre (se l’autore, la casa editrice o altri dovessero protestare, la toglierò).

All’inizio è stato distribuito l’unico “handout sintetico” (fronte-retro) che ero riuscito ad approntare: una serie numerata à-la-Wittgenstein ‘prima maniera’ di 22 link, con brevissimi commenti esplicativi, sul “lavoro della traduzione e le attività dei traduttori” {NOTA_1}. Andava dall’elenco di 65 associazioni e centri specializzati a livello internazionale (qui eccone un secondo), alla Rete europea, alle due associazioni italiane (STradE e A.I.T.I.), al “rapporto Assouline” (per combattere la retorica e i luoghi comuni che diffondono tanti giornalisti che in realtà non sanno di cosa parlano, ma mirano soltanto a fare un pezzo impressionistico-riempitivo) e le varie inchieste promosse da ReRePre e STradE col supporto di Slc-Cgil (su queste non fornisco link, ma esorto gli interessati a scorrere pazientemente all’indietro il mio blog per riperscarle). Questo tanto per far capire che i traduttori sono, sì, svantaggiati e negletti, ma non sono delle monadi, si cercano, sanno auto-organizzarsi per difendere i propri interessi e puntano a rendere i colleghi più consapevoli dei propri diritti.

La copertina del primo tomo del II volume della Encyclopédie philosophique universelle

La copertina del primo tomo del II volume della Encyclopédie philosophique universelle, diretto da Sylvain Auroux

Il passo successivo è stato rendere omaggio alla sede in cui venivo ospitato, Lettere e filosofia (NOTA_2}. Allora, mi sono posto un po’ sfacciatamente (immeritatamente?) sotto i doppi auspici degli «intraducibili» di Barbara Cassin e dei 4 volumi in 6 tomi della Encyclopédie philosophique universelle, secondo me abilmente orchestrata soprattutto dal linguista Sylvain Auroux per far capire anche ai filosofi come e quanto la loro disciplina, forse anche più di altre, sia tributaria non solo alle tradIzioni, ma anche alle tradUzioni e al mistilinguismo.

Questi erano però ancora dei passi/gesti introduttivi (leggi: ad captationem benevolentiae), prima di far esplodere la rivelazione: nella primissima Treccani (meglio: la Enciclopedia italiana di scienze, lettere e arti, 35 volumi dal 1929 al 1938, gioiello e summa dell’erudizione italica, lodata anche dal massimo esperto Collison per il suo alto profilo a dispetto del fascismo imperante) NON compaiono i lemmi ‘tradurre’, ‘traduttore’, ‘traduzione’ (né eventuali derivati). Qualcosa sembra potersi ricuperare consultandone l’Indice analitico, ma basta andare poi a leggere effettivamente le pagine indicate per capire che è un’illusione di breve durata. Per tutte queste e altre informazioni, nella perdurante assenza di una ufficiale, cioè seria, anche azzimata, “storia della Treccani” {NOTA_3}, mi è stata oltremodo utile la Guida all’archivio storico (un corposo PDF, scaricabile dal sito Treccani stesso), oltre a varie pagine, a cominciare da quelle delle molteplici edizioni dell’Enciclopedia stessa, sagacemente archiviate sempre sul sito ufficiale. Sta di fatto che questa misteriosissima lacuna, questo “silenzio” (oblio? deserto? damnatio memoriae? sicuramente si potrà designare come “effetto Treccani”) segna in maniera indelebile almeno trent’anni della cultura italiana, dato che nessun’altra grande opera di consultazione scritta nel nostro paese fino agli anni Sessanta osò sfidarlo.

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Il frontespizio del “Supplemento” (1940) del GDE

Nemmeno le prime due edizioni del Grande dizionario enciclopedico «a cura del prof. Giovanni Trucco […] sotto la direzione di Pietro Fedele» {NOTA_4}, l’allora concorrente principale della Treccani, tenta una scansione diversa del lemmario; rimedierà poi la terza, grazie a una giovane Bice Mortara, all’epoca non ancora Garavelli (pure presente già nella seconda insieme ad altri che stavano diventando o sarebbero diventati MOLTO famosi: Nicola Abbagnano, Norberto Bobbio, Luigi De Nardis, Umberto Eco [responsabile del settore ‘stilistica’], Vittorio Mathieu, Massimo Mila, Ervino Pocar, Dario Puccini, Luigi Salvatorelli, Vittorio Strada, Cesare Vasoli ecc.): ma con la terza edizione siamo arrivati al 1972! E tale constatazione è ancora più strana, se si pensa che nelle varie opere enciclopediche pubblicate nell’Ottocento pre e post-unitario dalla Pomba, progenitrice diretta della Utet a cui si deve il GDE, voce e trattazioni a riguardo non mancano affatto. Tra la marea di spigolature raccolte nella mia ricerca tra secoli di polverulente ricerche lessico-enciclopediche, più o meno gustose, ne riporto qui appresso solamente un paio.

  • Il lemma Traduzione manca anche nelle prime due edizioni del Vocabolario della Crusca (1612 e 1623 – però c’è Tradurre, ovviamente, e si veda contra il TLIO, dove compaiono entrambe, anche se l’accezione linguistica è l’ultima, più tarda, posso supporre perché più lontana dal significato latino), entra poi nel 1691 e guardando ben in profondità il quadro si amplia nella quarta (1729-38), temperata dalla guida di Anton Maria Salvini: sarà un caso che fosse lui stesso traduttore?
La pagina 1713 della terza edizione (1723) del "dizionario cruscante"

La pagina 1713 della terza edizione (1691) del “dizionario cruscante”

  • Nel XXIII volume (TG-U) del Lessico universale italiano di lingua, lettere, arti, scienze e tecnica (per gli amici: LUI, un importante dizionario edito dalla Treccani come ampliamento e consolidamento del Dizionario enciclopedico italiano, che «integrava la parte enciclopedica con tutto il lessico della lingua italiana» {NOTA_5}, compare addirittura una sezioncina (28 righi e mezzo) sulla Traduzione automatica; tentativo apprezzabile di ricuperare il tempo perduto, peccato però che quando esce, nel 1980, quella direzione di ricerca si è ormai largamente ridimensionata e non avrebbe più meritato tanto spazio.
  • Aggiunta (in via di risoluzione): riconosco che queste attestazioni sono contestabili, in quanto provengono tutte da dizionari. Cioè si solleva così il grave problema della distinzione dizionario/enciclopedia, sulla quale Eco è tornato più volte lungo almeno vent’anni, dall’Enciclopedia Einaudi fino all’ambizioso e a sua volta ‘enciclopedico’ saggio che apre la sua raccolta di «studi storici sul segno e l’interpetazione» Dall’albero al labirinto (Bompiani 2007: pp. 13-96). In mezzo andrebbero inserite anche utili distinzioni fra i termini ‘dizionario/vocabolario/lessico’, come quella esposta dallo storico della lingua Luca Serianni nell’ottobre 2004 sul sito della Crusca {NOTA_6}. Non è possibile riassumere qui il dibattito, ma voglio accennare al fatto che, per elaborare la mia posizione, mi sono di aiuto gli scritti di Bourdieu, Lotman, Torop (grazie a Bruno Osimo!) e Lefevere (quest’ultimo su un altro piano, certo), almeno. Una conferma indiretta di essere sulla buona strada la ricavo inoltre dal (concluso) progetto D11 dell’università di Heidelberg: “Hidden Grammars of Transculturality – Migrations of Encyclopaedic Knowledge and Power”.

Ho ancora tante altre schede per una ricognizione adeguata del quadro lessicografico dell’Ottocento italiano, che qui sarebbe dispersivo riportare. Tuttavia ho intuito presto che l’indagine sarebbe stata corroborata notevolmente spingendone l’orizzonte oltre la nostra penisola. Così sono andato a cercare come si comportassero altre enciclopedie sullo… scacchiere europeo. Beh, tanto per cominciare dall’inizio, nella Encyclopédie degli illuministi francesi non c’è una voce sola per ‘traduzione’, ma due addirittura: la prima di Jean Beauzée (del 1765), l’altra (in un’Appendice del 1776) di Jean-François Marmontel, e il bello è che sono impostate in maniere molto differenti (come fa rilevare Armin Paul Frank nella lunga disamina storica Main concepts of translating: Transformations during the Enlightenment and Romantic period in France, Great Britain, and the German countries {NOTA_7}.

Antiporta della Cyclopaedia di Chambers

La bellissima antiporta nella Cyclopaedia di Chambers

Ma chiunque abbia letto un buon manuale di storia della filosofia sul Settecento, saprà non solamente che Denis Diderot, in pratica capo-redattore dell’audace impresa editoriale, proveniva da una gavetta di traduttore (un  mestiere che neanche allora garantiva una solida sussistenza… anche se nel suo curricolo poteva annoverare persino Leibniz!), ma che la stessa Encyclopédie nacque come traduzione e adattamento di un’altra opera di consultazione dell’epoca, la fortunatissima Cyclopaedia (1728, 2 voll., 10 edizioni fino al 1752, più 2 volumi di Supplemento nel 1753) che valse l’ammissione nella Royal Society al suo (si pensa quasi) unico compilatore, Ephraïm Chambers. Vi stupirete o sarete vieppiù infastiditi se aggiungo che anche Chambers vantava una carriera di traduttore?

Va bene, non posso rifare qui tutta la storia, per quanto in sé piuttosto interessante, del «grande affare dei Lumi» (a proposito, l’originale inglese [1979] di questo testo fondamentale dello storico americano Robert Darnton, tradotto in italiano da Antonio Serra per i tipi raffinati della Sylvestre Bonnard [Milano 1998], è stato ‘liberato’ su internet dall’autore stesso: cercatelo, ma sappiate che è un PDF di quasi 55 mega!); molti aggiornamenti però si possono ricavare per esempio dalla rivista on-line Recherches sur Diderot et sur l’Encyclopédie, senza dimenticare però il libretto IMHO ancora valido Le origini dell’Enciclopedia {NOTA_8} del grande storico Franco Venturi.
Aggiungo un’altra spigolatura: in un articolo del 1991 Gianfranco Dioguardi {NOTA_9} ha ipotizzato che l’idea di proporre Chambers in francese sia scattata, nella “testa ben fatta” di Diderot, quando si accorse che in Italia si erano già messi all’opera per tradurla. Eh sì, perché forse non tutti sanno che di quel lavoro se ne fecero da noi ben quattro edizioni (a ulteriore attestazione della grande circolazione e fortuna di quell’opera): Napoli, 1747-54 (8 voll.); Venezia, 1748-49 (9 voll.), di nuovo Venezia, 1762-65 (6 voll.) e Genova, 1770-75, mentre dell’Encyclopédie ne uscirono un paio (certo, in folio e con molti più volumi e tavole splendide): a Lucca (1759-76) e a Livorno (1770-9), quest’ultima sotto la protezione del granduca di Toscana, Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena.
Fortunatamente la Cyclopaedia si può scaricare/consultare integralmente in vari siti; grazie a una semplice ricerca in questo di storia della scienza e della tecnologia presso l’università del Wisconsin, ben allestito, ho scoperto che il termine Translation (nel senso che ci interessa) compare anche in altre 4 voci: Gloss, Metaphrast(es), il francesismo Traduction e il termine Version, che comparirà anche in tutte le opere enciclopediche successive (ah, c’era in latino anche nella Crusca… e qui non si può non menzionare l’ottimo testo di Maurizio Bettini, Vertere. Un’antropologia della traduzione nella cultura antica, Einaudi 2012, da cui ricuperare quasi tutta la letteratura anteriore in merito).

Insomma, è difficile porre un punto di partenza univoco e questo lo si intuisce leggendo i lavori di Walter Tega, che già negli anni Ottanta metteva a frutto le  riflessioni profondamente originali della filiazione “garininana”, con Paolo Rossi e Cesare Vasoli in testa. Una buona sintesi è nel volumetto, divulgativo ma di impostazione originale, approfondito e documentato, di Paolo Quintili, Enciclopedia e illuminismo (Carocci 2003, rist. 2005). Inoltre ho trovato una chiave di lettura molto originale anche nel saggio dello storico della scienza Giorgio StabilePuzzle e Lego: l’enciclopedia e le sue forme (pubblicato originariamente nel quadrimestrale dell’editore romano Viella Critica del testo, III [2000] 1: 253-275, un numero dedicato al “Canone alla fine del millennio”).

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Alcuni volumi del Konversations-Lexikon (Brockhaus)

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Il titolo (in gotico) della mastodontica impresa che si deve a J.G. Krünitz

Ecco, a questo punto penso avrete capito che, come al seminario, potrei continuare a incantarvi o annoiarvi per ore con spezzoni folgoranti e inattesi di conoscenze perdute, dimenticate, trascurate, disattese, scartate, disperse nel decorso della moderna storia intellettuale europea … Più utile a chi fosse interessato ad approfondire, invece, potrebbe essere raccogliere qui in fondo un po’ di link che mi sono serviti a reperire informazioni e spunti, che mi riprometto di raggruppare in maniera più ordinata per presentare un progetto di ricerca veramente transnazionale.

Una parte rilevante della mia indagine è occupata da opere dell’area culturale tedesca (con particolare riguardo al concetto di Konversationslexikon). Lì ho scoperto magnifici lavori di digitalizzazione su opere antiche, a cominciare dal sito dedicato all’Universal-Lexikon di Johann Heinrich Zedler (1731-1754, 64 voll. + 4 di supplementi: ca. 284.000 lemmi, di cui 120.000 dedicati a nomi di persona e 73.000 a nomi di luogo, con 276.000 rimandi su 63mila pagine in-folio a due colonne), che per approfondimenti specifici si abbina al sito-satellite Zedleriana.
E non era neanche l’opera più estesa: abbiamo difatti la Allgemeine Encyclopädie der Wissenschaften und Künste di Johann Samuel Ersch e Johann Gottfried Gruber (1818-1889, interrottasi alla fine della lettera P, dopo 167 volumi e uno di tavole, ca. 70mila pp.), la cui storia si intreccia con le quattro enciclopedie tedesche più note nell’Ottocento: Brockhaus (che già dalla seconda edizione in 8 volumi, usciti fra il 1812 e il 1819, sfoggia una sua voce, puntuale e dignitosa: Übersetzungskunst, ovvero ‘l’arte della traduzione’ [ma si tenga presente che sullo sfondo vige ancora la connessione kunst – ars – techne]), Meyer, Pierer e Herder.
Batte però tutti l’ancora più ingombrante Oekonomische Encyklopädie, oder allgemeines System der Staats- Stadt- Haus- und Landwirthschaft di Johann Georg Krünitz (1773-1858, 242 voll., 144mila pp.). Beh, che ci crediate o no, quest’ultima, sebbene con tutta evidenza molto specialistica, contiene i lemmi übersetzen (ossia: tradurre, e con varie accezioni, di cui soltanto quella linguistica occupa quasi 4 colonne!), Übersetzer/-rin, Übersetzung (traduttore/-trice, traduzione) e la solita ‘sorella minore’ Version (senza contare altre voci secondarie, come Translation e Translator). La stessa situazione si ritrova in Zedler (con l’eccezione di Übersetzerin), incredibilmente!

A beneficio dei lettori più volenterosi, riporto qui appresso altre fonti consultate:

  • per chi fosse interessato anche all’età di mezzo può cominciare spulciando Lexilogos, poi passare al più specifico Mediaevum – e faccio presente che nel 2013 il coraggioso editore trentino La Finestra [il nome deriva da un passo di Florenskij] ha pubblicato la «seconda edizione, riveduta e ampliata» di Marco Albertazzi, Enciclopedie medievali. Storia e stili di un genere);
  • il Thesaurus Eruditionis dell’università di Mannheim ospita i progetti CAMENA e TERMINI per decine di opere neolatine del Cinque-Seicento (che so, Calepino, Comenio, Du Cange, Estienne, Vossius, ma anche il Lexicon Universale di Johann Jacob Hofmann nella «editio absolutissima» del 1698);

    hofmann1698

    La splendida antiporta di Hofmann 1698

  • non può mancare il grande Münchener Digitalisierungszentrum della Biblioteca di Stato bavarese (consultabile anche in italiano);
  • il sito dell’università di Halle (Salle, Sachsen-Anhalt) ha scansionato {NOTA_10} tantissimi volumi pubblicati dal XVI al XVIII secolo;
  • N-Zyklop, una banca dati internazionale con possibilità di ricerca in moltissime enciclopedie di ogni epoca e regione (allestita dal 2005 dalla biblioteca dell’università tedesca di Treviri);
  • Wörterbuchnetz, 26 dizionari a tutto testo (storici, dialettali, ma anche il Meyers Großes Konversationslexikon – anche qui grazie agli sforzi dell’ateneo di Treviri);
  • il Zentrales Verzeichnis Digitalisierter Drucke di un consorzio fra biblioteche e enti di ricerca (quasi un milione e mezzo di titoli dal XV secolo a oggi);
  • Retrobibliothek si impegna a digitalizzare varie opere, composte in gotico fra Otto e Novecento;
  • Zeno offre altre migliaia di testi in tedesco, suddivisi per materie (non a caso si presenta al pubblico come “La mia biblioteca”);
  • last not least, Enzyklothek, un sito proprio dedicato a quello che andavo cercando (riporta le indicazioni di quasi 10.000 opere di consultazione, non solo tedesche, anche se non tutte sono effettivamente digitalizzate: ma da lì sono potuto risalire anche a testi italiani);
  • al precedente confesso di esserci arrivato dal progetto zurighese Allgemeinwissen und Gesellschaft (2002-2006, poi in parte trasmigrato ad Heidelberg [v. sopra]), dalla struttura molto originale e interessante sin dal ‘sottotitolo’: «Le enciclopedie come indicatori di mutamenti nel valore sociale del sapere, della formazione e delle informazioni»

Devo però ancora rassicurare gli amici che amano e/o praticano lo spazio culturale ibero-lusitano, quello ebraico (che riserva una sorpresa) o quello statunitense: non ho dimenticato di sondare anche quelli attraverso le loro enciclopedie più significative. Ma c’è ancora tanto da dissodare e sistematizzare (ebbene sì: l’esprit de système scorre ancora tra noi mortali)!

Purtroppo adesso devo fermarmi qui, altrimenti questo post non verrà mai fuori, rischiando di duplicare il vero ‘lavoro’ di scrittura estesa. Spero che tutto ciò perlomeno incuriosisca qualcuno: perciò esorto chi avesse suggerimenti, critiche, proposte, collaborazioni, qualunque cosa di costruttivo, a lasciare un commento qui sotto. Grazie!

NOTE

1) Lo invio gratis per e-mail a chi ne faccia richiesta nei commenti qui sotto.

2) Il seminario è comune alle università di Roma 2 e Roma 3, «da quando il MIUR ha pensato bene di avviare la sua politica di strozzamento delle università», come mi è stato riferito con amarezza da un autorevole esponente universitario.

3) C’è un saggio di Elmar Schafroth nell’ottima panoramica curata da Ulrike Hass nel 2012 per Gruyter (Grosse Lexika und Wörterbücher Europas. Europäische Enzyklopädien und Wörterbücher in historischen Porträts), per quanto tale miscellanea a me pare una sorta di aggiornamento dei lavori, pur benemeriti, diretti dallo storico americano Frank A. Kafker (cioè i numeri monografici 194 e 315, datati 1981 e 1994, della rivista Studies on Voltaire and the eighteenth century). Lo stesso vale, anche se in ambito più ristretto, per il bel volume curato da John Considine nel 2014 per la Cambridge UP, Academy Dictionaries, 1600-1800.

4) Sic nel frontespizio della prima, che uscì negli anni dal 1933 al 1939 in 10 voll. + 1 supplemento; seconda ed. «interamente riveduta e accresciuta»: 1954-65, 12 voll. + 1 supplemento e aggiornamenti come “Appendici” dal 1973 in avanti; terza ed., anch’essa «interamente riveduta e accresciuta»: 1966-75, 19 voll. e vari supplementi; quarta ed.: 1984-1991: 20 voll. e vari suppl.

5) Cito dal sito Treccani, sezione “Dal dopoguerra a oggi: anni Cinquanta e Sessanta”. Il DEI uscì dal 1955 al 1961 in 13 voll. + vari supplementi sino al 2006 (per adesso); il LUI raddoppiò: 24 volumi + 4 suppl. e 3 atlanti, 1968-81.

6) Vorrei consigliare a questo proposito la lettura di due testi, molto diversi tra loro (anche come dimensioni: tanto smilzo il primo, quanto gonfio il secondo), ma proprio per ciò complementari, a mio avviso: Valeria Della Valle, Dizionari italiani: storia, tipi, struttura (Carocci, 2005) e Claudio Marazzini, L’ordine delle parole. Storia di vocabolari italiani (il Mulino, 2009).

7) È il saggio n° 163, alle pp. 1531-1609, del secondo dei tre volumi dedicati alla traduzione, nella ponderosa serie HKS (ossia: Handbücher zur Sprach- und Kommunikationswissenschaft, 26 – letteralmente: Manuali di linguistica e scienza della comunicazione; il primo è del 2001, il secondo del 2008 [qui il sommario del secondo tomo, appunto], il terzo del 2011, tutti pubblicati dal noto binomio De Gruyter-Mouton di Berlino-L’Aia.

8) Einaudi 1963; in realtà, questa è una seconda edizione rispetto alla prima, pubblicata dalle sconosciute Edizioni U di Roma-Firenze-Milano nel 1946, a sua volta tradotta da una tal Juliette Bertrand dall’originale francese pubblicato a Parigi da Skira nel 1939!

9) Questi non è stato propriamente uno storico, ma un imprenditore con una passione bibliofila, che quello stesso anno diede vita alla fondazione eponima.

10) Scandito? Scannerizzato? Non risolverò mai questo dubbio…

Translatio linguarum

Un'immagine scherzosa di Tullio Gregory.

Un’immagine scherzosa di Tullio Gregory.

0.1. Premessa

Un libro dal sottotitolo “Traduzioni e storia della cultura” non poteva non suscitare l’attenzione di chi scrive. L’autore Tullio Gregory è un filosofo italiano, ormai emerito, ma forse proprio per questo in grado di cogliere certi tratti di fondo dello sviluppo del pensiero occidentale che altri, più legati a interessi contingenti, accademici o meno, non possono permettersi di rintracciare o avere il lusso di seguire.
Ma prima di entrare nello specifico, segnalo qualche recensione di altri studiosi, poco più giovani di Gregory, a cui cedo subito il passo per autorevolezza:

0.2. Indicazioni per consultare proficuamente questo post
Chi già conosca Tullio Gregory, o non sia interessato ai suoi dettagli bio-bibliografici, può saltare direttamente al paragrafo 2. La lettura del 3 non è indispensabile, ma è consigliata se siete dei traduttori.

Tullio Gregory intento nella lettura silenziosa.

Tullio Gregory intento nella lettura silenziosa.

1. L’autore
Tullio Gregory si laureò nel 1950, a soli 21 anni, e dapprima si occupò soprattutto di platonismo medievale. Successivamente i suoi interessi si ampliarono al Sei-Settecento soprattutto francese e alla storia della filosofia in generale. Infatti alcuni lo ricorderanno come uno dei co-autori (insieme a Francesco Adorno e Valerio Verra) di uno dei manuali più longevi e fortunati di storia della filosofia per licei, credo tra i primi ad accludere anche testi antologizzati degli autori e della letteratura secondaria (prima ed. Laterza 1973 – Gregory firmava specificamente il secondo volume).
Altri si saranno imbattuti all’università in monografie arancioni di formato tascabile, tutte rigorosamente con identica articolazione interna: è la collana laterziana “I filosofi”, di cui si favoleggia che sia stata ideata da Gregory per includervi autori tutti rigorosamente già trapassati (80 titoli dal 1970 al 2000, quasi tutti pluristampati, a cui se ne aggiunge un’altra ventina usciti nel nuovo millennio, anche in versioni elettroniche – ePub con l’odioso DRM). Che infatti proprio dal 2000 fu affiancata dalla collana verde “Maestri del Novecento Laterza” (21 titoli fino al 2014, se non ho sbagliato a contarli sul sito, quindi una media annuale leggermente inferiore).
Oltre a numerose e importanti attività per l’istituto Treccani e più recentemente gli spazi della “Cucina filosofica” nel festival filosofia che si tiene dal 2001 a Modena e dintorni, Gregory può vantare la fondazione del Lessico intellettuale europeo: nei miei anni di università ricordo chiaramente la scritta su una porta in un corridoio al terzo piano nella ‘vecchia’ sede della facoltà di Lettere e i primi volumi pubblicati da Bulzoni (oggi da Olschki), dai quali trapelava pian piano cosa si nascondesse sotto quella formulazione perlomeno sibillina. La fusione con il Centro di studi sul pensiero antico (fondato e diretto da Gabriele Giannantoni) ha dato origine all’ILIESI: Istituto per il lessico intellettuale europeo e la storia delle idee; la storia è presentata da Gregory stesso in questo articolo. [NOTA ZERO] Per maggiori dettagli su di lui cfr. la “Quinta appendice” on-line della Enciclopedia Treccani.
Un lato del suo carattere che può apparire meno simpatico è la veemenza con la quale si è espresso contro iniziative come Wikipedia, del resto comprensibili rileggendo la sua storia personale, e a cui collego l’intervento del 2014 sulla «politica per la lingua» leggibile a questa pagina.
Il ‘succo’ del libro di cui parlo in questo post era stato già presentato, con abile mossa strategica dal punto di vista temporale, al festival filosofia il 19 settembre 2015, col titolo (su cui ci sarebbe molto da meditare, in sé) “Ereditare è tradurre” – a riguardo si veda questa video-intervista, apparsa sulla Gazzetta di Modena. Ma quasi tutto il testo risale a un articolo già apparso sui Quaderni di storia della casa editrice barese Dedalo nel 2009 (debitamente referenziato nella nota finale, peraltro priva di indicazioni, a p. 75), tranne qualche rifinitura, come il capoverso finale aggiunto all’ultima nota (119!) di p. 66, dato che all’epoca il c.d. HKS [NOTA 1] non era ancora completo.

Prospetto illustrativo del volume pubblicato da Olschki.

Prospetto illustrativo del volume pubblicato da Olschki.

2. Il libro
2.0. Il mio punto di vista
Vengo finalmente a spiegare perché questo libro mi interessa ed è molto importante.
Lo farò da un’angolatura particolare, che riesco a definire soltanto tramite la dicitura ‘in controcampo’: cioè riporterò dei passi, per così dire, di ‘sutura’ fra i temi portanti dell’argomentazione solida dell’autore. Questi li trasceglie dai suoi campi di interessi, che sono stati tanti, diversi e anche inusuali, ma da un certo punto di vista sarebbero delle ‘variabili’ sul Leitmotiv sottostante: intendo dire che avrebbe potuto pescarne e introdurne altri, ad libitum, dalle sue vaste conoscenze, giacché in sostanza quelli servono a sorreggere l’ipotesi forte di questo volumetto. La quale, se deve avere valore non episodico, ma costante, ricorrente, sempiterno oserei dire, può ricevere supporto da qualsivoglia contenuto preso in esame e portato all’attenzione del lettore. Questo lungo giro di parole mi serve in fondo a dire che a me il filo rosso interessa di più dei singoli argomenti che esso serve a ‘cucire’. Insomma, estremizzando: quanto state per leggere va in senso contrario a una recensione tradizionale, che di solito espone (ed eventualmente critica o corrobora) gli argomenti addotti dall’autore, ai quali dunque non porrò grande attenzione.
2.1. Alcuni temi
Ovviamente il primo nucleo concettuale è affidato alla cultura greca: punto di partenza comprensibile e giustificato inoltre dal greco quale «lingua di tutto il mondo mediterraneo» (p. 7), senza però dimenticare apporti dall’astrologia orientale. Il primo paragrafo è intitolato “Le sacre scritture” perché si chiude sottolineando la «traduzione come grazia di Dio, della provvidenza nella storia. [… Anche la traduzione] ha un’origine divina perché compie una missione salvifica superando ogni differenza linguistica e rendendo intelligibile a tutti la parola di Dio» (p. 8).
Segue un originale parallelo con la translatio cosmologica, di pianeti e astri che ha grande sviluppo agli inizi dell’età moderna (in nota compaiono Keplero e Campanella).
Il terzo paragrafo è animato principalmente dalle figure di Cicerone, Boezio e Cassiodoro, [NOTA 2] per spingersi fino ad Alcuino e Giovanni Scoto Eriugena.
Gregory è perfettamente consapevole dell’importanza delle opere arabe, ma sostiene che sono a loro volta eredità e trascrizione «di più antiche culture orientali – indiane, persiane, caldaiche» (p. 26). Quindi il senso più originale delle traduzioni in latino dal greco e dall’arabo sta nell’aver creato «un lessico filosofico, scientifico, teologico in gran parte nuovo, [… che] sarà la matrice di gran parte del lessico filosofico e scientifico delle lingue moderne» (pp. 28-29). Così trascorrono sotto i nostri occhi Petrarca, Ficino, Erasmo, Bruni e Bruno, poi i grandi filosofi del Sei-Settecento, per finire con Croce e Gentile, impegnati a redigere la presentazione della (all’epoca) nuova collana laterziana “Classici della filosofia moderna”: qualcuno la ricorderà per il colore arancio vivo della copertina (e sovracoperta, per i titoli più antichi), se non gli sovviene nessun autore specifico (dal 1907 al 1984 vennero pubblicati in tutto 62 titoli, più un terzo volume delle Opere italiane di Giordano Bruno con Il candelaio).
2.2. Le ‘suture’, ovvero il Leitmotiv
Il primo caso lo trovo a cavallo tra secondo e terzo paragrafo (p. 11):

Se la storia della cultura comporta sempre un ereditare e trasmettere, un trasferire da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti secondo le complesse linee di una «metamorfosi ordinata» [qui la nota 21 rinvia ai testi canonici di George Steiner, Gianfranco Folena e un articolo poco noto di Eugenio Garin, “Problemi di traduzione”, non a caso letto originariamente a un incontro del Lessico intellettuale europeo], cercheremo di seguire qui un aspetto particolare di questo processo, la translatio di testi scritti in alcuni momenti significativi nell’orizzonte e nei limiti della cultura europea, segnandone spesso crisi e rinascite. Ove tradurre – ereditare e trasmettere – è sempre un interpretare, come ricorda anche la connessione di termini con valore sinonimico interpretari, vertere, transferre. […] È la traduzione che prolunga nel tempo e nello spazio la vitalità di un testo, assicura e rinnova la tradizione.

Già qui colgo un aspetto non banale: spesso (già in antico) le traduzioni sono state viste con sospetto, accusate di sovvertire valori tradizionali e quindi da starne alla larga, se non da rigettare completamente.
Gregory ribalta questo luogo comune, introducendo invece tutto il valore innovativo dell’interscambio fra punti di vista differenti, che non vengono mortificati dal confronto, ma vivificati. Insomma, occorre riconoscere la forza positiva (e inarrestabile, corollario conseguente) del contagio, un concetto adoperato anche dall’antropologo ‘naturalista’ Dan Sperber, [NOTA 3] la cui deriva sociobiologica (innatismo mono-determinista) è però aliena dal quadro di riferimento che prediligo. [NOTA 4]

Nel terzo paragrafo Gregory sottolinea poi l’alterità della prospettiva adottata nel volumetto rispetto a qualunque teoria della traduzione, più o meno orientata alla letteratura (su tale inclinazione perniciosa, un’altra stoccata tra le pp. 29-30): qui si vede ‘semplicemente’ il tradurre «come trasferimento di un testo in una lingua diversa dall’originale, strettamente connesso a ogni translatio studiorum, a ogni passaggio di civiltà e cultura da uno ad altro contesto geografico, politico e linguistico, per salvare eredità che si sarebbero altrimenti perdute» (pp. 16-17).

Molto più avanti, quasi a fine libro (p. 60) Gregory propone un’estensione ulteriore:

anche la circolazione dei libri – in tutti i suoi aspetti materiali, dalla stampa alla loro diffusione per strade ufficiali e sotterranee – è un aspetto non marginale della translatio studiorum, con propri presidi e vie di comunicazione,

e lo ribadisce a fine testo, con affermazioni apparentemente controcorrente:

la storia delle traduzioni nell’età contemporanea – e in questa prospettiva la storia delle case editrici e di traduttori – è ancora da scrivere, forse anche perché dobbiamo liberarci del pregiudizio che antepone l’autore al traduttore, riconoscendo al primo un’originalità che il secondo non avrebbe; si rischia in tal modo di dimenticare che se ogni cultura è sempre un processo di appropriazione di interpretazione di esperienze diverse, con il loro trasferimento in contesti e linguaggi nuovi, la traduzione intra e interlinguistica svolge un fondamentale ruolo di mediazione nel quale il traduttore è attore e protagonista.

Qui Gregory sposa la causa difesa già da tempo dai ‘traduttori militanti’, cioè quelli che si battono per non volersi vedere annullati sin dalla posizione sul frontespizio. [NOTA 5]

Il classicista Luciano Canfora.

Il classicista Luciano Canfora.

Ma aggiungo che torna in mente anche un testo di Luciano Canfora, che forse per il carattere altrettanto ‘eretico’ non ha avuto la fortuna che meritava: Il copista come autore (Sellerio 2002). Qui di traduzione si parla espressamente solamente nel terzo capitolo, ma le dichiarazioni di Canfora alle pp. 43-44 sono inequivocabili e consonanti a quelle di Gregory:

Tradizione «indiretta» è anche l’instancabile lavoro di traduzione condotto senza interruzione, e a partire sin dai tempi più remoti […] il passaggio da una lingua all’altra – sotto forma di traduzione, di parafrasi o di riscrittura creativa – è un fenomeno ininterrotto, che si svolge parallelamente all’altro grande fenomeno consistente nel lavoro di copia. La tradizione è essenzialmente o traduzione o copia. L’una e l’altra, in maniera complementare, intervengono nella constitutio textus, ma il loro significato supera di gran lunga il fine dell’edizione: esse sono la storia, sono le azioni costitutive della storia della civiltà scritta.

La dimostrazione-limite, per così dire, è che

anche traducendo parola per parola, il traduttore – soprattutto quando non ha capito – interpreta, e di conseguenza modifica, il suo modello (Copista, p. 46).

Due richiami balzano in mente:

  1. L’accostamento tradizione/traduzione pare un mero calembour da retore consumato, ma in realtà è un corto circuito già nella svista confessata da Giorgio Pasquali, nell’Appendice seconda, “Congettura e probabilità diplomatica”, del suo noto volume Storia della tradizione e critica del testo (ed. Mondadori 1974, p. 485).

  2. André Lefevere, noto in italiano soprattutto per il geniale volume tradotto da Silvia Campanini e curato da Margherita Ulrych, Traduzione e riscrittura. La manipolazione della fama letteraria (Utet 1998, ed. or. inglese 1992).

3. Considerazioni ulteriori
3.1. Testi paralleli

Jean Delisle, professore emerito all'università di Ottawa.

Jean Delisle, professore emerito all’università di Ottawa.

Probabilmente Gregory non conosce il testo diretto da Jean Delisle e Judith Woodsworth (presidente e fondatrice della Canadian Association for Translation Studies), promosso dalla Federazione internazionale dei traduttori (definita scherzosamente «la lobby meno potente del pianeta») e dall’Unesco, che affronta un compito analogo da una prospettiva meno ‘elevata’, cioè prendendo in considerazione altre fonti disparate, ma per questo a mio avviso contribuisce a integrare utilmente il panorama conoscitivo.

Miss Woodsworth

Miss Woodsworth

Mi riferisco a Les traducteurs dans l’histoire, la cui terza edizione per la cura di Benoit Léger è stata pubblicata nel 2014 dalle Presses de l’Université de Laval [NOTA 6] – nata nel 1950, sede a Québec, sul sito si vanta di essere la maggiore casa editrice di lingua francese in America, con una media di 120 novità all’anno. Di Delisle è stato tradotto in italiano Terminologia della traduzione, che curò con Hannelore Lee-Jahnke e Monique C. Cormier (Hoepli 2002, ed. or. 1999; traduzione di Caterina Falbo e Maria Teresa Musacchio, curatela di Margherita Ulrych).

Un altro testo canadese che gli si potrebbe accostare è quello curato nel 2006 da Georges L. Bastin e Paul F. Bandia, Charting the Future of Translation History (University of Ottawa Press, Ottawa): a singoli autori sono affidati dei ‘carotaggi’ su sette aspetti particolari (nella sezione “Methodology”: il postmoderno, storia e microstoria, la traduzione legale ecc.) e dieci realtà diverse (nella sezione “Current Discourses”: l’America latina, Israele, Cina ecc.), esposti nell’introduzione dei curatori (pp. 1-9), che però non menzionano Delisle. Tuttavia Bastin sarà uno dei collaboratori al testo curato da Delisle e Marco A. Fiola, La traduction raisonnée (Université d’Ottawa Press, 3^ ed. nel 2013), rivolto specificamente ai traduttori della combinazione FR > EN.

Il Prof. Dr. Lieven D’hulst.

Sempre su tali argomenti, non sono ancora riuscito a consultare Lieven D’hulst, Essais d’histoire de la traduction (Garnier 2014), di cui però intanto trovo straordinariamente azzeccato ed efficace il sottotitolo: Avatars de Janus. Dovrebbe avere almeno una parte teorica assai avvertita (oltre a studi specifici), a differenza di Michel Ballard, Histoire de la traduction. Repères historiques et culturels (De Boeck 2013) che stando alle recensioni disponibili su internet difetterebbe proprio di una solida struttura metateorica, pur avendo il merito di raccogliere e presentare una messe di riferimenti e una massa di fenomeni notevole. Ma che rimangono, appunto, messe e massa, alla fine informi ed eterogenei se non sorretti da un’idea chiara, una prospettiva acuta, un quadro concettuale in grado di unificarli.
In tal senso appare migliore Francesco Laurenti, Tradurre. Storie, teorie, pratiche dall’antichità al XIX secolo (Armando 2015), che cita subito (p. 4) il lavoro di Delisle e Woodsworth (ma nella prima edizione inglese del 1995) e dichiara come sua linea-guida «l’esistenza di una storia delle teorie della traduzione che precede di molti secoli la nascita dei Translation Studies e che s’è sviluppata per lungo tempo senza essere mai dissociata dalla pratica della traduzione. […] La storia della traduzione che ne è emersa è coincisa di volta in volta con la storia della lingua, delle religioni, del pensiero filosofico e dei legami tra lingue e culture diverse» (pp. 6-7). Dunque, non è molto lontano dagli intenti di Gregory… però le considerazioni espresse da Franco Nasi nella sua recensione (che integro qui pur essendo stata pubblicata qualche mese dopo il mio post) mi trovano assolutamente d’accordo:

Apprezzabile lo sforzo di Laurenti, utilissime certe sue indicazioni e scoperte di autori poco noti, ma l’impianto generale del lavoro, nonostante le dichiarazioni introduttive, si mantiene all’interno di una storiografia (o di un modo di intendere gli studi sulla traduzione) che ci pare abbia fatto il suo tempo.

Conserva una sua utilità, nonostante gli anni, anche Bruno Osimo, Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei (Hoepli 2002).

Fra tutti i libri francesi menzionati, sono convinto che in italiano troverebbe accoglienza migliore il primo (e ho già iniziato a spendermi per questo), nonostante la recensione, non scevra da qualche critica, di René Lemieux sul numero di giugno 2015 della rivista specializzata Trahir. Se qualche nostro editore fosse interessato, mi contatti immediatamente, non se ne pentirà: grazie!

3.2. In fine
Riflettendoci su, quanto scrivevo nel paragrafo 2.0. “Il mio punto di vista” non mi sembra affatto una forzatura immotivata. A ben vedere Gregory spiega molto poco e piuttosto vagamente come avvengano quei processi di trasmissione di saperi, che trasferiscono «da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti» (p. 11, già citato), sui quali ha scelto di posare il suo sguardo esperto e, in tal modo, nobilitare. Non poteva farlo in uno spazio così ristretto, e del resto a questo sono lasciati gli atti dei “colloqui” sul lessico intellettuale europeo (si veda sul sito ILIESI) e altri affini, come per esempio i testi curati da Jacqueline Hamesse soprattutto per l’ambito medievale latissimo sensu.

 

N O T E

[Nota 0]
Vedo solamente dopo aver pubblicato il post che Annarita Liburdi ha dedicato due bei lavori alla storia dell’istituto: Per una storia del Lessico Intellettuale Europeo (2000) e Il Lessico Intellettuale Europeo dal 2001 al 2006. Da Centro di Studio a Istituto (2007), entrambi pubblicati dallo stesso LIE.

[Nota 1]
Si tratta del monumentale Harald Kittel, Armin Paul Frank, Norbert Greiner, Theo Hermans, Werner Koller, José Lambert, Fritz Paul (Hrsg./eds./éd. par; in Verbindung mit /in association with Juliane House, Brigitte Schulze), Übersetzung – Translation – Traduction. Ein internationales Handbuch zur Übersetzungsforschung / An international Encyclopedia of Translation Studies / Encyclopédie internationale de la recherche sur la traduction, 3 voll., Gruyter 2004-2011.

[Nota 2]
Per quest’ultimo, si potrebbe suggerire a Gregory di consultare la traduzione, diretta da Andrea Giardina, delle Variae per l’editore romano L’Erma di Breischneider (12 volumi apparsi fra il 2014 e il 2016, assai costosi e disponibili anche in versione digitale), anziché continuare a citarle dai venerabili MGH.

[Nota 3]
Un breve accenno in questa segnalazione di un suo testo, tradotto da Feltrinelli nel 1999.

[Nota 4]
Cfr. ad esempio, in riferimento al linguaggio umano, la recensione di Elisabetta Gola al libro di Grazia Basile, La conquista delle parole. Per  una storia naturale della denominazione (Carocci 2012), in AphEx, 8 (2013).

[Nota 5]
Penso ovviamente al Sindacato dei traduttori editoriali, e più in particolare al suo ultimo ‘successo’, vale a dire l’accordo siglato con ODEI (Osservatorio degli editori indipendenti) il 3 aprile scorso, in occasione della seconda edizione del Bookpride milanese, la Fiera dell’editoria indipendente. Per saperne di più, si può leggere l’annuncio sul sito ufficiale.

[Nota 6]
Le prime 35 pagine si possono scaricare da questo indirizzo.

In memoria di Umberto Eco: ‘ex coeli oblato’ oblatum – ovvero, due o tre cose che so del Nostro

Umberto Eco

Umberto Eco

«Il libro è un’assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità. All’indietro (ahimè) anziché in avanti. Ma non si può avere tutto» (Perché i libri allungano la vita, 1991, da La bustina di Minerva).

Questo avrei dovuto, voluto e potuto metterlo alla fine. Siccome arrivo in ritardo, more solito, lo piazzo subito qui per togliermelo di mezzo e in modo da sopravanzare, nel merito e nel contenuto, gli articoli variamente commemorativi che ho gradito di più, linkati appresso, per poi passare a ciò su cui invece mi piace dilungarmi qui – e di cui evidentemente, pour cause, mancano gli altri. Ma di cui quella citazione lassù, in esergo, è anche un po’ la cifra…

Allora, per la carta basterà l’inserto domenicale dedicato alla cultura dal quotidiano Sole 24 ore, che (nonostante sia di Confindustria) gli ha dedicato le prime quattro pagine del numero 51 dello scorso 21 febbraio. Lì apprendiamo, tra l’altro, che una dozzina di anni fa Eco ricevette il premio “La vespa d’oro” dal medesimo giornale, dopo aver denunziato la mancanza in Italia di un supplemento culturale analogo alla Book Review del New York Times. Dimenticando, appunto, detto settimanale. Insomma, una gaffe finì a tarallucci e vino (vedi foto a p. 24, taglio basso).
Per gli interventi on-line, prediligo anzitutto la coppia apparsa sul sito di Internazionale.it: quello di Philippe-Jean Catinchi (ben tradotto da Federico Ferrone dall’originale, apparso tempestivamente su Le monde) sull’«intelletuale poliedrico» e quello di Giuseppe Rizzo (beh, sì: non era giusto che sul «Nome della nostra cultura» [NB: Nome, proprio con l’iniziale maiuscola!], ossia ‘italiana’, scrivesse soltanto un francese) che spigolando in 14mila caratteri tra «quarant’anni di interviste», cioè 23 pubblicate tra il 1970 e il 2015 su 13 giornali (in ordine alfabetico: L’appuntamento/TMC, Corriere della Sera, Doppiozero.com, l’Espresso, Famiglia cristiana, Grenzgänge, il manifesto, The New York Times, The Paris Review, la Repubblica, La Stampa, l’Unità, Wired) riesce a estrarre una serie di passaggi, affermazioni, battute che hanno il merito di farci assaporare ancora, almeno in parte, la sua intelligenza acuta, originale, molto spesso ironica.
Su Sussidiario.net segnalo altri frammenti, utili forse più a chi lo conosceva superficialmente, ma che restituiscono anch’essi barbagli della sua umanità, nel senso dei rapporti che seppe intrattenere con la (mi verrebbe da scrivere con il…) Mitwelt, cioè i suoi simili, il mondo circostante.
Più contenuto il cordoglio sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung del 22 febbraio, firmato dallo scrittore Orhan Pamuk, che si dichiara «figlio e amico intellettuale» del Nostro. Eppure mi sembra doveroso dare spazio anche al giornalismo tedesco, per chi aveva sposato nel 1962 Renate Ramge, esperta di mostre, arte e musei.
Ancora: linko qui l’intervista rilasciata il 24 novembre 2015 a Francesco Merlo di Repubblica sulla «Mondazzoli», riportandone soltanto questo breve passo: «L’importante è la nave, non Teseo» – a futura memoria e in attesa di trovare l’accento giusto per scrivere finalmente anche sul ‘bastimento sgarbato’.
E siccome il prossimo libro di Umberto Eco (e l’ultimo genuinamente suo, ahimè, dato che gli aveva apposto il fatidico “visto si stampi”) esce sabato 27 febbraio proprio per quello che sarebbe stato il suo novello editore, ricopio qui anche parte di quanto se ne dice in rete, tralasciando una parte iniziale attribuita ad Amazon.it, ma in realtà identica a quella già presente nella «Introduzione» a La bustina di Minerva che ho già citato sopra:
«L’ultimo suo libro […] raccoglie le bustine di Minerva “che potevano riferirsi al fenomeno della ‘società liquida’ e dei suoi sintomi: crollo delle ideologie, delle memorie, delle comunità in cui identificarsi, enfasi dell’apparire etc. “Cronache di una società liquida” è il sottotitolo ma, data la varietà dei temi non unificabili sotto una sola espressione ‘slogan’, il titolo sarà Pape Satán Aleppe, citazione evidentemente dantesca che non vuole dire niente e dunque abbastanza ‘liquida’ per caratterizzare la confusione dei nostri tempi».

Sbrigàti questi dovuti omaggi, vengo ora al lato personale, che ho già dichiarato interessarmi di più.
Distratti e svogliati sono pregati di accomodarsi in qualche altro luogo della rete, ce ne sono molti e più soffici di questo…

Parto dai suoi testi: a essi devo (come, suppongo, altri della mia generazione) il consolidamento della passione per la semiotica, affacciatasi in maniera confusa da letture fugaci l’ultimo anno di liceo e prontamente soddisfatta con lo studio duro dei ‘classici’ all’università, quando vi si potevano trovare entusiasti e/o caotici “seminari autogestiti” tenuti da giovani di belle speranze (nel mio caso fu Massimo Buscema con l’avallo di Mario Costanzo Beccaria, docente della seconda cattedra di Storia della critica letteraria e poeta, ma anche autore anche di interessanti studi sul barocco[1]), un paio d’anni dopo la pubblicazione del Trattato di semiotica generale (prima ed. 1975). Sulla scia di quegli studi, alla confluenza con la Textlinguistik, apprezzai anche Lector in fabula (1979), anche se non lo comprai subito perché all’epoca riuscivo ancora a procurarmi in librerie del centro la sua rivista Versus. Quaderni di studi semiotici [2] e il ‘succo’ del libro era già contenuto nel suo lungo saggio, in inglese su Eugène Sue, che apriva il numero doppio 19-20 (gennaio-agosto 1978), su Semiotica testuale: mondi possibili e narratività (e allora quasi mi piacque di più il saggio di Searle sullo statuto narrativo della finzione).
Acquistai invece febbrilmente Kant e l’ornitorinco (1997), forse con l’illusione di ricuperare il tempo perduto (a lavorare anziché studiare Peirce), e probabilmente spinto anche da un vago ricordo della polemica che aveva intrattenuto con Emilio Garroni fin quando quest’ultimo volle tentare una “ricognizione” della semiotica.[3] Invece io, anche se la stragrande maggioranza dei recensori ed estimatori del Nostro dimostrano invece che non avevo capito nulla, non gradî quel testo, perché ritrattava (un ‘riflusso’, si sarebbe detto nel decennio precedente) le posizioni più estreme e irruente (in particolare sul ‘referente’ e sul ‘realismo’ [4]) delle Forme del contenuto (1971), poi confluite in maniera più organica nel voluminoso Trattato, [5] e che ho sempre immaginato simboleggiate dalla sua barba: nera, ispida e folta in gioventù, via via più incanutita e azzimata, passando per uno stile-Guccini (si conobbero nel 1978), sormontata da un morbido panama (o borsalino?) che contagiò anche Giuseppe Laterza (Beppe, lo chiamava lui familiarmente).
Un altro suo particolare ‘fisico’ mi aveva colpito fin dall’inizio, pur stonando alla mia idea (post)platonica di docente universitario, guardandogli le dita corte e un po’ tozze: l’impressione che si mangiasse ancora le unghie, ròso da chissà quale tarlo (e poi sarà stato il tumore al pancreas che ce lo ha portato via)…
Anche di Dire quasi la stessa cosa ho copia della prima edizione (2003, coi risguardi), e l’ho persino consigliato nei corsi e nei master che ho tenuto, in quanto libro su «esperienze di traduzione» (questo il sottotitolo, qui direi indispensabile per indirizzare l’ignaro acquirente). Più difficile, però, perché all’apparenza frammentario, utilizzarlo direttamente a lezione (se non per qualche spunto, come quello sulle traduzioni automatiche, che aprono con leggerezza il testo, facendone quasi un divertissement, o quello sui colori in latino, che lo chiudono più meditatamente). Inoltre ormai ero propenso a dissentire dalle sue posizioni ‘apollinee’ [6] per prestare ascolto agli oppositori interni, come la breve tesi in semiotica discussa al DAMS nel 2005 da Giovanni Guagnelini (relatore Fabrizio Marsciani, correlatrice Lucia Corrain – attualmente non è più disponibile su internet, dove la pescai anni fa in pdf) su Traduzione e interpretazione, che critica soprattutto l’impianto e l’argomentazione sottesi al cap. 10, «Interpretare non è tradurre».
Ma, anche senza nessuna riprova, sono certissimo che ci sia stato il suo zampino nei due volumetti sulla teoria (1993) e la storia (1995) della traduzione curati da Siri Neergard (rinvio ad altra occasione, meno personale, l’esposizione di eventuali pecche): non foss’altro perché è stata una sua allieva e sono usciti da Bompiani quando Eco vi svolgeva ancora funzioni di condirettore editoriale. E dobbiamo essergliene grati, forse anche più che del suo libro di tredici anni fa.

Direttamente, l’ho incontrato varie volte, in parte grazie a Pino Donghi.

Umberto Eco incontra Paolo Fabbri

Umberto Eco scherza con Paolo Fabbri prima della sua “Lezione italiana” (fotografia di Serafino Amato)

Tra le prime e più coinvolgenti, lo «Spoletoscienza 1990» per il quale sfornò il saggio originale Sull’origine, in linea col tema centrale degli incontri, che era La narrazione delle origini. [7]
Mi pare invece che per suoi impegni non ci fosse alle “Lezioni italiane” di Francisco J. Varela, Un know-how per l’etica, comunque ospitate (17-19 dicembre 1991) presso la cattedra bolognese di Teoria delle forme del sodale Paolo Fabbri: quale rapporto dialettico ci fosse tra Eco e Fabbri lo illustra splendidamente qui sopra lo scatto regalatomi dall’amico di lunga data Serafino Amato (un grazie particolare, Serafo! :-)), in occasione della “Lezione italiana” tenuta dal secondo cinque anni dopo a Palermo (25-27 novembre 1996), La svolta semiotica. Il testo fu confezionato redazionalmente non dal sottoscritto (come i primi di quella collana) ma da un Gianfranco Marrone in rapida ascesa cattedratica, che in quell’occasione ebbi modo di conoscere e apprezzare.

In mezzo ci sono state alcune altre occasioni: andai a molti dei primi incontri al Centro internazionale di studi semiotici e cognitivi, istituito a San Marino nel 1988 (ho sempre sospettato, malignamente quanto i personaggi del Pendolo, che avesse scelto la sede sia per la vicinanza all’ex convento gesuita di Monte Cerignone che dal 1976 era diventato la sua casa-di-campagna – leggasi: nel Montefeltro, anche se va detto che Urbino già dagli anni settanta vantava un Centro internazionale di semiotica e linguistica con tanto di “Summer Schools” che richiamavano pubblico e relatori da tutto il mondo, potendo anche contare sul piccolo editore locale Quattroventi per le modeste tirature dei «Documents/Quaderni/Working Papers» – sia più astutamente per poterci organizzare eventi che forse gli accademici italiani non gli avrebbero consentito sul suolo patrio, o gli avrebbero reso difficili, magari soltanto per invidia della notorietà che a quel punto aveva già raggiunto). [8]
Lì andai a vedere e sentire nel 1990 W.V.O.Quine live, ma dopo averne letto il gustoso ricordo sul Sole 24 ore da parte di Roberto Casati, mi sono reso conto di aver perso il meglio di quell’occasione: difatti mi sembra di ricordare che ripartî prima della fine del convegno, forse per incastri di orari ferroviari.
Rammento invece ben distintamente un pranzo di lavoro a Bologna, presenti Marco Mondadori, Patrizia Violi, ancora Fabbri e altri docenti e assistenti, nel quale feci una pessima figura, che forse racconterò solamente in punto di morte…
Mi riscattai con la redazione della Ricerca della lingua perfetta nella cultura europea (1993), [9] sulla quale non ebbi grossi problemi, né lui fu così puntiglioso come racconta nella fondamentale “bustina” dedicata a Giovanni il Battezzatore? del 1997, [10] profusa a piene mani nei miei corsi universitari e di master, in buona compagnia di altre, come l’altrettanto importante Ma che cosa è questo editing? Osservazioni su un termine ambiguo (1996) [11] o i quaranta precetti per “scrivere bene”, che ovviamente va in coppia con la scrittura politically correct (entrambe del 1997). [12]
Proprio perché adoperate a fini didattici specificamente editoriali, è davvero fastidioso (o clamoroso?) trovare nell’edizione elettronica della Bustina di Minerva (2011, dalla terza edizione nei Tascabili Bompiani del 2006, prima ed. 1999) un bel refuso: ‘stlita’ (e a ben vedere [in senso letterale] non è l’unico…).

Claudius Seidl (FAZ)

Claudius Seidl (FAZ)

Consola, peraltro, il fatto di trovarvi al primo posto Migrazioni, che andrebbe benissimo come articolo di fondo su uno dei temi più presenti nei quotidiani di questi ultimissimi anni: eppure è datato 1990! Conferma così il titolo posto a caldo sul necrologio di Claudius Seidl (da oltre quindici anni a capo della sezione “Feuilleton” della FAZ, quindi probabilmente lo avrà scelto proprio lui): «ha letto (ha saputo leggere, va’, per non essere troppo letterali…) i segni del tempo» (cfr. infra le mie note 4 e 13).

Per i corsi mi sono servito anche di materiali, trovati in rete, prodotti o legati al Master in editoria cartacea e multimediale della Scuola superiore di studi umanistici dell’Alma Mater bolognese, di cui è stato presidente dal 2000 e che ha sfornato tanti giovani preparati, molti dei quali adesso almeno hanno un posto di lavoro (se sia decente, dovreste chiederlo a loro…). Peccato però che anche quell’esperienza abbia dovuto cessare nel 2009, pur non avendo chiuso del tutto.
In tutti questi casi ho constatato il valore del suo insegnamento, seppure mediato, mentre a livello di ‘opinione pubblica’ avvertivo sin dai primi anni Duemila che si era un distacco fra Eco e i giovani (e non volevo addossarne a questi ultimi tutta la colpa).

Vorrei chiudere in bellezza. Potrei dunque ricollegarmi alle pagine del Sole con cui ho esordito. Due fili rossi mi sembrano percorrerle: l’ironia, di cui sapeva sempre tingere la sua scrittura al momento giusto (sì, anche quella accademica: memorabile il capitolo «Generazione di messaggi estetici in una lingua edenica» nelle citate Forme del contenuto, talché rifluì poi in appendice dell’edizione – ormai sicuramente – definitiva di Opera aperta [13]), e il lavoro editoriale.
Per la prima, occorrerebbe un’intelligenza brillante (e dunque superiore – pensateci bene…) che non mi appartiene e che il Nostro ha invece mostrato e dimostrato di padroneggiare senza sforzo.
Mi rifugio allora nel secondo aspetto.
Elisabetta Sgarbi vorrebbe risentire «i suoi feroci, ironici rimproveri per i nostri errori di superficialità e distrazione» (p. 22). Mario Andreose ricorda che il Nostro fu l’estensore delle norme redazionali (coeve al fortunatissimo libretto del 1977, Come si fa una tesi di laurea) ed «era il terrore dei redattori, perché implacabilmente scovava refusi, errori di traduzione, e altro non appena sfogliava un libro fresco di stampa».
Ma lascio per ultimo (e forse meno importante?) l’episodio più divertente che mi è rimasto impresso e spero di non travisare dopo tanti anni – comunque se mi farete notare qualcosa, sono pronto a correggere/integrare le vostre osservazioni.
Fu di quando raccontò (rigorosamente in compagnia, ché altrimenti non ci sarebbe da riderne) come, giovane editor Bompiani in trasferta alla massacrante (lo scrivo per esperienza diretta!) Fiera del libro di Francoforte, si volle fare beffe di tanti parrucconi dell’editoria là convenuti.
Dunque, l’usanza era di trascorrere non soltanto ore e ore piroettando negli stand della fiera a incontrare editori stranieri e spulciare cataloghi (negli anni sessanta e settanta internet non era stata ancora concepita), ma di trasferirsi a bivaccare la sera sui divani, poltrone, sedie, panche e tappeti del Frankfurter Hof. Come in ogni albergo di lusso che si rispettasse, c’erano camerieri che distribuivano bevande di ogni genere e forse persino un pianista che contribuiva ad alleviare l’atmosfera. Ma c’era anche un servizio particolare, in ossequio alle fervide attività della Buchmesse: si poteva chiedere a un certo addetto di annunziare tramite un altoparlante la presenza di qualcuno, autore o personalità nota, disponibile a incontrare gli editori che fossero interessati. E così il Nostro, verosimilmente spalleggiato da altri enfants terribles della sua risma, andava a proporre nominativi del tutto improbabili, fidando da un lato sull’ignoranza/innocenza dei malcapitati inservienti, dall’altro sull’anonimato della ‘delazione’, e godendosi quindi di soppiatto il duplice effetto, sconcertante (per gli astanti) e (almeno per lui e i suoi accoliti) comico, che potevano produrre convocazioni di ‘Benedetto Croce und Giovanni Gentile’, ‘Gustave Flaubert’, ‘Tristan Tzara’ o ‘Bertrand Russell’ (che poi morì soltanto nel 1970…).

N O T E

[1]
Parte delle relazioni presentate al convegno dedicato alla sua figura nel dicembre 1998 presso la medesima università dove insegnò sono stati pubblicati oltre dieci anni dopo, nella sezione iniziale, appositamente titolata “Costanziana”, della rivista l’Abaco (Annuario di critica letteraria, teatrale e cinematografica – diretto da Rocco Paternostro, già suo allievo e poi assistente, poi docente di Critica letteraria e Letteratura italiana, anch’egli alla “Sapienza”). Curiosità bibliografica: non tanto il fatto che quel numero 4/7 (2005-2008) della rivista sia uscito a giugno 2010 (si sa, le riviste sono in perenne ritardo…), ma la dicitura sulla casa editrice nel colophon del frontespizio (p. 3), che recita: «Aracne editrice – Ugo Magnanti editori», sebbene poi nel retrofrontespizio immediatamente successivo il copyright è ascritto alla più usuale.«ARACNE edtrice S.r.l.».

[2]
Ricordo che in una, molto grande e ovviamente chiusa da anni a favore di ben più lucrose attività commerciali legate a moda, marchi e lusso, disseppellî addirittura una sorta di ‘fondo di magazzino’ con alcuni dei primissimi numeri: che gioia scovare un simile tesoretto!

[3]
Segnalo qui il buon lavoro di Cosimo Caputo, Emilio Garroni e i fondamenti della semiotica (Mimesis 2013) che rilegge dalla sua ottica (direi post-hjelmsleviana, comunque sicuramente originale) le posizioni del mio professore di Estetica a Roma.

[4]
È un buon indizio della sensibilità echiana al mutare di tempi e mode culturali italiche trovarlo schierato, a inizio anni Ottanta, tra i corifei del “pensiero debole” (il suo saggio L’antiporfirio occupa le pp. 52-80 del Pensiero debole curato da Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti per Feltrinelli nel 1983 e fu accolto due anni dopo nel suo stesso Sugli specchi e altri saggi, per poi innervare parte delle riflessioni consegnate ai saggi nella Enciclopedia Einaudi, che poi saranno rifuse in Semiotica e filosofia del linguaggio [Einaudi 1984]; ma quel saggio mantiene ancora una sua vitalità se l’autore ha pensato di riproporlo, sebbene rimaneggiato, in apertura del suo Dall’albero al labirinto. Studi storici sul segno e l’interpretazione [Bompiani 2007] col titolo eponimo, per poi venire ripreso ancora in qualche modo nell’ultimo capitolo, il diciottesimo, di quello stesso volume: Il pensiero debole vs i limiti dell’interpretazione, pp. 517-536) e, un ventennio dopo, ad anticipare quello che passerà sotto il nome di “nuovo realismo” (c’è una progressione nei lavori di Maurizio Ferraris, dall’Estetica razionale, Cortina 1997, poi 2011, al Manifesto del nuovo realismo, Laterza 2012). Vedi anche la nota 13.

[5]
(Anche) per farsi spazio nell’affollato ma ormai accademico arengo dei semiotici italiani, Claudio Paolucci ha però argomentato con acume che del Trattato è stata sviluppata esclusivamente la prima parte (teoria dei codici): vedi l’impostazione della sua Introduzione al volume, da lui stesso curato: Studi di semiotica interpretativa (Bompiani 2007). Esso ospitava, come secondo capitolo, anche il saggio di Eco La soglia e l’infinito (pp. 145-176), che nella versione quasi identica per U. Eco, Dall’albero al labirinto (cit., pp. 463-484) aggiungeva come sottotitolo che circoscriveva l’ambito di indagine (se non lo chiariva per un “lettore ideale” del volume che non fosse propriamente laureato in semiotica) Peirce e l’iconismo primario.

[6]
Mi riferisco al ‘thema’ proposto da Gerald Holton nel saggio Dionisiaci, apollinei e immaginazione scientifica [1979], in Id., L’intelligenza scientifica. Un’indagine sull’immaginazione creatrice dello scienziato (trad. e cuira di Franco Voltaggio, Armando 1984, pp. 184-215).

[7]
Questo il titolo del volume curato da Lorena Preta per Laterza nel 1991, che redazionai e corredai delle consuete informazioni bio-bibliografiche (Note sugli autori, pp. 247-268), ricavate dalle schede già approntate per conto della Fondazione Sigma-Tau in merito agli eventi estivi in occasione del Festival dei Due Mondi. Il saggio di Eco è alle pp. 65-71.

[8]
Sarebbe bello se, dopo aver donato tanti volumi a lui inutili alla biblioteca del paesello, trasferisse nel palazzotto la sua biblioteca milanese, stimata intorno ai 50mila volumi. In effetti, nei primi anni Novanta c’era un vago progetto di fondare una biblioteca specializzata da quelle bande marchigiano-romagnole, e credo fosse stato ventilato anche il mio nome come “novello padre Jorge”. Ritengo però che il progetto si sia rivelato poco fattibile e gli sforzi si siano allora concentrati sul solo centro sammarinese.

[9]
Purtroppo adesso disponibile soltanto nell’Economica Laterza, che se consente di acquistarla a un prezzo contenuto, tradisce le sue origini nella bella collana «Fare l’Europa», un progetto ardito, voluto da 5 editori europei nella prima metà degli anni Novanta con il suo amico medievista Jacques Le Goff (scomparso il 1° aprile 2014) quale direttore scientifico, ma che purtroppo non riscosse il successo auspicato (era forse ‘troppo avanti’?).

[10]
Per acribia filologica, aggiungo che nella versione a stampa del 2001 era alle pp. 273-4, mentre originariamente comparve sull’Espresso del 31 luglio 1997, p. 170, col titolo Conoscete Giovanni il Battezzatore? C’è un editore che non lo conosce.

[11]
Quest’ultima purtroppo non è stata ripresa nel volumetto, ma uscì sull’Espresso del 7 novembre 1996, p. 218: questa congiunzione astrale con la mia data di nascita avrà qualche senso recondito…?

[12]
Entrambe figurano nell’edizione già citata della Bustina di Minerva, all’interno della sezione «Zanzaverata di peducci fritti», che fa ridere soltanto a pronunciarla, come pubblicità che, non ho mai saputo se a torto o a ragione, gli venivano attribuite: «Chi Vespa, mangia le mele» e «[il prodotto X] sfrizzola il velo pendulo».

[13]
Opera aperta testimonia del suo titolo anche nelle rielaborazioni editoriali: quella ne varietur del 1976, rispetto alle due precedenti (1962 e 1967) , ha lasciato per strada il saggio sulle Poetiche di Joyce, ripubblicato però a sé nel 1965 e poi nuovamente nel 1972. Anche nelle numerose traduzioni (10, dal 1965 al 1989, sono rubricate nell’Appendice bibliografica di Semiotica: storia teoria interpretazione, il poderoso testo di Saggi intorno a Umberto Eco curato da P. Magli, G. Manetti, P. Violi; Bompiani 1992: vedi a p. 445) la ‘cucina’ editoriale estera ha prodotto vari rimaneggiamenti, per cui si può quasi dire che non ce ne sia una uguale a un’altra, ma soprattutto che è difficile farle risalire precisamente a un originale ben definito. Insomma, si tratta di un’opera instabile quanto lo Zeitgeist, in un equilibrio difficilissimo da mantenere così a lungo, ma per ciò tanto più stimolante e meritevole di riletture – anche nel senso che se le è meritate tutte!

La scuola di Nitra (e molto altro)

Cominciò con una domanda, apparentemente generica, su una lista di discussione. In realtà risultò ben mirata, perché mi fece rendere conto quasi subito di non saper trovare assolutamente nulla sull’argomento Nitra school – nonostante i libri ben impilati sugli scaffali e qualche altro chiletto di fotocopie impolverate (ricettacolo di temibilissimi pesciolini d’argento).
Ed è finito con un convegno proprio a Nitra, organizzato presso l’università statale di Costantino il Filosofo [1] (così chiamata dal 1996, dopo esser stata fondata quattro anni prima a aprtire da un istituto pedagogico esistente dal 1959) dal locale Dipartimento di studi traduttivi (posso tradurre così ‘Translation Studies’?), dall’Istituto di letterature mondiali dell’Accademia slovacca delle scienze e dal CETRA, il Centro di studi traduttivi di Lovanio.
Una joint venture inedita e (anche per questo) interessante, rispecchiata pure dal titolo assegnato all’intera manifestazione: Some Holmes and Popovič in All of Us?, che Bruno Osimo mima nel suo intervento, fissato per le 14,30 di oggi (giovedì 8 ottobre, nella sessione 1): Any Holmes and Popovič in any of us Italians?

Il logo del convegno slovacco.

Il logo del convegno slovacco.

Tutti gli altri relatori col programma completo li trovate in un PDF di 8 pagine a questo link.
Andate invece sul sito ufficiale per ogni altra informazione, compresa la sponsorizzazione dell’editore Brill, che ha innestato un catalogo tipicamente accademico sulla lunga e nobile tradizione editoriale dei Paesi Bassi (sebbene oggi l’azienda abbia sede non più solo a Leida, ma anche a Boston e Tokyo).

 

Per chi non conosca bene Holmes e Popovič, dirò subito che condividono una morte prematura attorno alla metà degli anni Ottanta, la quale forse ha impedito loro di dispiegare tutte le implicazioni delle loro proposte, che però sono state accolte tempestivamente e in maniera estremamente positiva dalla comunità dei ricercatori interessati.

James Stratton Holmes (1924-1986) figura in quasi tutte le trattazioni di storia più recente della traduzione, nella cui ricostruzione ha assunto, grazie al saggio The Name and Nature of Translation Studies del 1972 (ma pubblicato tre anni più tardi), il ruolo di fondatore della corrente omonima: da un lato voleva opporsi sia all’impressionismo dell’approccio letterario, sia alle pretese di scientificità (ritenute eccessive) dell’approccio linguistico imperante, ma dall’altro ampliava le prospettive di studio e riflessione in una direzione che poi sarebbe stata ‘culturologica’. [2]
Un suo saggio del 1969 sulla traduzione poetica (La versificazione: le forme di traduzione e la traduzione delle forme, tradotto da Margherita Di Michiel) è incluso nell’antologia curata da Siri Neergard, Teorie contemporanee della traduzione (Bompiani 1995, 20022, pp. 239-256); che sia un contributo secondario rispetto al tema qui escusso lo dimostra, credo, il fatto che l’introduzione stessa della curatrice gli dedica una sola paginetta (p. 36), sebbene l’apporto di Holmes alle ‘grandi manovre’ della traduttologia sia comunque riconosciuto nelle note 3 e 17 da Neergard.

Anton Popovič (1933-1984) è invece l’esponente più noto (si fa per dire…) in Occidente della scuola slovacca di Nitra, ed è merito assoluto di Osimo la presenza sul mercato librario italiano del suo testo chiave, «un pilastro della scienza della traduzione»: Teória umeleckého prekladu (Bratislava 1975), che tradotta da Daniela Laudani, rivista da Osimo e collazionata sull’edizione sovietica seriore (Problemy chudožestvennogo perevoda, Moskva 1980) ha dato origine a La scienza della traduzione. Aspetti metodologici. La comunicazione traduttiva (Hoepli 2006), «la prima traduzione in una lingua al di qua della vecchia cortina di ferro». [3]
Opportunamente sia la traduttrice sia Laura Salmon [4] rammentano la collaborazione fra i due studiosi ed, è ancora Osimo che affianca le loro schede nel suo Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei (Hoepli 2002, pp. 212-5).

 

NOTE

[1]
Più noto come Cirillo, nome assunto a Roma con l’ordinamento monacale, poco prima di morire (una cappella dedicatagli a fine Ottocento nella straordinaria chiesa romana di san Clemente ospita le sue spoglie), lasciando al fratello Metodio il compito di proseguire l’evangelizzazione del mondo slavo. Una figura forse trascurata da chi non abbia familiarità con gli studi slavi, ma il cui valore apparento al visigoto Ulfila, o all’umanista Erasmo. Francis Conte lo definisce infatti «il primo grammatico degli Slavi […], linguista notevole per i tempi» (Gli Slavi. Le civiltà dell’Europa centrale e orientale, trad. di Ernesto Garino e Dario Formentin, Einaudi 1991, p. 438), ma soprattutto ricorda che «nell’opera di conversione degli Slavi occidentali all’ortodossia [… difese] la necessità delle lingue e delle liturgie nazionali» ribaltando abilmente l’accusa di eresia che gli muovevano le gerarchie tradizionali: essa non stava «nel tradurre il Verbo, bensì nell’impedire la comprensione della parola del Cristo respingendo le lingue nazionali» (p. 439), sicché ‘barbari’ diventavano coloro che privilegiavano unicamente latino e greco.
Secondo Emanuele Banfi i ‘santi fratelli’ «non solo inventarono, sul modello greco, un alfabeto (l’alfabeto glagolitico, ancora oggi usato in alcune chiese croate dell’Istria, base dell’alfabeto cirillico [che però è successivo – AdeL]) che potesse servire quale mezzo per la formazione di una scripta slava (in una fase linguistica in cui le lingue slave erano, tra l’altro, relativamente poco differenziate al loro interno) ma, soprattutto, forgiarono, a tavolino, una lingua, sostanzialmente artificiale, che potesse valere quale collante, quale elemento di identità, per la grande compagine del mondo slavo. [… cioè] l’invenzione del paleoslavo (o slavo ecclesiastico, o antico bulgaro), un sistema linguistico basato sulla varietà del dialetto slavo-macedone parlato dagli Slavi meridionali tessalonicensi e fortemente modellato, quanto a sintassi e lessico, sul greco bizantino-ecclesiastico» (Le coordinate per una storia linguistica del continente europeo: questioni teoriche e metodologiche, in Le radici prime dell’Europa. Gli intrecci genetici, linguistici, storici, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti – Bruno Mondadori 2001, pp. 364-5).
Tale invenzione attecchì principalmente presso «le genti slavo-orientali (Russi, Ucraini, Bielorussi) e meridionali (Bulgari, Macedoni, Serbi), ovvero le componenti slave orientate verso Bisanzio; mentre le altre componenti, le slavo-occidentali (Polacchi, Cechi, Slovacchi) e due componenti slavo-meridionali (Sloveni, Croati) furono attratte nell’orbita romano-germanica e subirono, attraverso l’orientamento verso il cristianesimo romano/romano-germanico e il conseguente influsso del latino come lingua di cultura, un processo di progressiva occidentalizzazione, vistosamente segnato, tra l’altro, proprio dall’adozione dell’alfabeto latino (anche nella sua forma gotico-germanica)» (Banfi, p. 365).
E Conte rammenta che a forza di tradurre la Bibbia, libri liturgici greci, la patristica, il diritto bizantino e qualche testo ‘scientifico’ «i traduttori divennero i primi creatori delle lingue letterarie slave […] nel solco della tradizione bizantina. Fra i Serbi, i Bulgari e i Russi, le opere originali in lingua slava venute ad affiancarsi a traduzioni sempre più numerose consentirono lo sviluppo delle culture bizantino-slave all’insegna di un vero e proprio processo di filiazione» (Conte, p. 440). Anche per questo papa Woityła li nominò compatroni d’Europa nel 1980, insieme a Benedetto da Norcia, come si apprende su Wikipedia.
Per aggiornamenti e sparigliare un po’ il quadro, non senza una giusta vis polemica, aggiungo infine l’amico Luigi Marinelli, Fra Oriente europeo e Occidente slavo. Russia e Polonia (Lithos 2008).

Insomma, quell’area geolinguistica ci fa pensare a una situazione in un certo senso inversa a quella avvenuta nella Romània (di estensione pressoché equivalente) e che, entro certi limiti (se cioè si prende per buona la qualifica di ‘artificialità’ avanzata da Banfi), sembra mettere in crisi una certa concezione di lingua ‘dal basso’ – quella che, per capirci, vanificò tutti i tentativi descritti nel libro scritto da Eco per la collana ‘comunitaria’: La ricerca delle lingua perfetta nella cultura europea (Laterza 1993 – un testo che ebbi il piacere di redazionare, senza dovervi apportare nessuna correzione sostanziale, per mia fortuna, ma in fondo anche sua…).

[2]
È così per esempio nella prima pagina, la numero 11, della prima edizione di Paola Faini, Tradurre. Dalla teoria alla pratica (Carocci 2004 – ma tutta la Parte prima, che analizza lo sviluppo storico della disciplina, scomparirà nella «nuova edizione» del 2008: Tradurre. Manuale teorico e pratico).
Analogamente, ma in maniera più approfondita, esordisce il capitolo IX, a firma di Margherita Ulrych, La traduzione nella cultura anglosassone contemporanea: tendenze e prospettive, in Ead. (a cura di), Tradurre. Un approccio multidisciplinare (Utet 1997, pp. 213 ss. e cfr. specificamente il paragrafo 9.3.4.).
Si veda anche il capitolo 4 di Edwin Gentzler, Teorie della traduzione. Tendenze contemporanee, a cura di Margherita Ulrych, trad. di Maria Teresa Musacchio, Utet 1998 (ed. or. inglese 1993).
Jeremy Munday riproduce assai utilmente gli schemi in cui Holmes immaginava di articolare la disciplina, filtrati attraverso l’israeliano Toury (Manuale di studi sulla traduzione, trad. di Chiara Bucaria, Bononia UP 2012 – ed. or. inglese 2001, 20082: § 1.4, pp. 34-38).

[3]
Questa citazione, dalla «Nota della traduttrice», è a p. XXVI dell’edizione italiana citata; la precedente, di Osimo, a p. X ivi.

[4]
Nella prima nota all’Introduzione del suo Teoria della traduzione. Storia, scienza, professione (Vallardi 2003, p. 245).

Il Corano: traduzione e mistificazioni (reblog)

Il Corano: traduzione e mistificazioni.

Trovo ieri, 2 aprile 2015, nel sito L’intellettuale dissidente la riedizione di un bell’intervento che Franco Cardini ha pubblicato la scorsa domenica (29 marzo 2015), proprio quella detta «degli ulivi», col titolo generale (generico?) di Minima cardiniana, 69 e che riporta anche due schede con alcuni giudizi, tanto seri quanto argomentati, di Paolo (Luigi) Branca, associato di Storia delle Religioni (Islamismo) presso l’Istituto superiore di scienze religiose di Milano (alla Cattolica, per far prima). Qui una sua intervista, datata 13 febbraio 2015.

Franco Cardini

Franco Cardini

In esso Cardini analizza la traduzione del Corano di Cherubino Mario Guzzetti (un salesiano)  ma soprattutto le storture nella presentazione di Magdi Cristiano Allam.
Si tratta di un’iniziativa varata dal quotidiano Il Giornale, di per sé lodevole se non fosse attuata in senso propagandistico (anti-musulmano), soffiando sulla paura che già i media stanno alimentando a partire dalle azioni del sedicente Stato islamico (la parolina-chiave sui quotidiani è ISIS).
Non a caso la collana in cui compare il testo si denomina «Biblioteca delle libertà»: ma non ricorda qualcosa che già anni addietro Berlusconi ordì insieme al suo degno compare (e, ahimè, bibliofilo) Massimo Dell’Utri?
Fa bene quindi Cardini, grazie alla sua dottrina ed esperienza di storico (oltre che emerito di Storia medievale e direttore del Centro di Studi sulle Arti e le Culture dell’Oriente dell’Università Internazionale dell’Arte di Firenze, nonché, con Luciano Canfora, della Scuola Superiore di Studi Storici dell’Università di San Marino, è Directeur d’Études nell’Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi e Fellow della Harvard University a Boston, nel Massachusetts) a rintuzzare, pacatamente ma con ottime ragioni, le castronerie diffuse da quella pubblicazione.

Cardini era già intervenuto pochi giorni prima (24 marzo 2015) su temi analoghi: ecco il suo articolo STATO ISLAMICO”, BARBARIE E STRATEGIA sul sito Sollevazione (foglio telematico del Movimento popolare di liberazione, alias ‘coordinamento nazionale della sinistra contro l’euro’, come leggo sotto il banner della pagina).
E le sue posizioni sono evidentemente più condivisibili di quelle dei suoi antagonisti, se già il 5 dicembre 2012 il blog Iran Mondo (curato da Ali Reza Jalali, studioso e saggista, che si occupa di Iran, Medio Oriente e cultura islamica sotto molteplici aspetti) ripubblicava a sua volta la recensione che Claudio Mutti scriveva sul suo blog eponimo il 10 ottobre 2005 a un altro suo libro, dedicato sempre a questi problemi: L’invenzione dell’Occidente, pubblicato da Il Cerchio a Rimini nel 2004 — la stessa casa editrice che nel 2012 ha pubblicato Il Franco Tiratore. Bibliografia degli scritti di Franco Cardini 1957-2011, a cura di A. Musarra (come apprendo dall’articolo iniziale).

 Paolo Branca

Paolo Branca

Fra gli argomenti di rilievo segnalo le osservazioni sul classico errore (ma qui si tratta invero di malafede vera e propria!) di estrapolare e intendere alla lettera singole espressioni: insomma la decontestualizzazione intenzionale.

E leggo con piacere anche la menzione della traduzione del Corano pubblicata nel 2003 da Newton Compton a cura di Roberto Hamza Piccardo, che si vanta di essere l’edizione ufficiale dalla Unione delle comunità islamiche d’Italia (UCOII), a proposito della quale riporto letteralmente: «giudicai pertanto uno straordinario segnale di amicizia e di disposizione al dialogo il fatto che proprio essa [sc. l’U.Co.I.I.] sollecitasse la Prefazione di un cattolico osservane (mi chiedo quali e quante edizioni del Vangelo dispongano di un prefatore musulmano)».

Infine, tre considerazioni conclusive.
(A) Non ho mai studiato l’arabo, ma credo che questo non escluda la possibilità di intervenire.

(B) È su testi di grande rilevanza sociale (e la religione lo è sempre stata, nel bene e nel male) che si scatenano dibattiti, prese di posizione e perfino ‘guerre’ ideologiche. Prima ancora del Corano, in Occidente la (lettura della) Bibbia stessa ha creato non poche separazioni, che vivono e dividono ancora oggi paesi e culture (in tutti i sensi del termine).

(C) All’inizio mi sembrava un post sconclusionato e poco legato ad altro. Ora che ho finito, invece, mi pare un bel modo per fare gli auguri di pasqua a tutte/i!
Per il botto e allegerire il tutto, leggetevi questo, corredato da un video da cui ho preso il primo fotogramma.

Raul Lemesoff

Raul Lemesoff

 

NOTE SPARSE

Fino a quando mi ci sono imbattuto, poche ore fa, non conoscevo L’intellettuale dissidente del (presumo milanese) Circolo Proudhon. Lo trovo un titolo di per sé accattivante, ma giudico altresì fastidioso, per non dire controproducente l’uso del carattere bastone: mica li hanno create per nulla le grazie nei fonts… E ricordo ancora la condanna marxiana di Pierre-Joseph Proudhon nella Miseria della filosofia (1847), che lessi addirittura negli anni conclusivi del liceo.

Clicca qui per saperne di più sull’ultimo libro di Cardini, L’ipocrisia dell’Occidente. Il califfo, il terrore e la storia (Laterza 2015).

Per Branca, segnalo una recensione del 2008 Cercando un altro Islam: tre libri sui mussulmani che vivono intorno a noi, a firma di Nicola Fiorita, sul sito di Jura gentium, fra cui il suo Yalla Italia (Edizioni lavoro). Erano anni nei quali anche in Italia si iniziava ad avvertire una certa angoscia su queste tematiche, ma le minacce di oggi erano ancora lontane.

La traduzione più consultata del Corano rimane tuttora quella di Alessandro Bausani, che uscì inizialmente nel 1955 per Sansoni (tuttora in commercio, ma col marchio Rizzoli) e il cui commento occupa, da solo, la metà delle pagine del testo sacro dell’Islam (almeno nell’edizione che possiedo, del 1978). Esso è preceduto da una dotta introduzione (una settantina di pagine) e seguito da un utilissimo Indice analitico (mentre appare invecchiata, ovviamente, la Bibliografia). Per le questioni storiche, dottrinarie ed esegetiche la voce Corano di Wikipedia mi pare sufficientemente articolata e informata.

C’è in rete un’intervista recente (24 febbraio 2015) di Gad Lerner a Riccardo Hamza Piccardo, dove tra molto altro sottolineo, anche rispetto alla ‘decontestualizzazione intenzionale’ di cui sopra, specialmente questa sua affermazione di sapore geronimiano: «Il letteralismo tradisce lo spirito pretendendo di rispettare la lettera». Si riferisce ai neo-convertiti dell’islam, ma credo sia applicabile anche ai fondamentalisti cattolici e cristiani.

Ho sentito pronunziare in radio la sigla ‘ISIS’ (per lo ‘Stato islamico dell’Iraq e della Siria’ di cui si parla tanto in questi giorni) anche con accento inglese (àisis) e ce ne sono anche altre: Isi (Stato islamico dell’Iraq), Isil (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), IS (Stato islamico, tout court), che confondono parecchio le idee, soprattutto perché tutte derivano dalla stampa inglese (altrimenti perché inizierebbero tutte con la ‘I’?).
Due ‘aiutini’: sul Post del 19 giugno 2014 c’è una spiegazione e due cartine, su Internazionale del 17 febbraio 2015 un riepilogo delle imprese più recenti.
Chiarito ciò (a me stesso per primo…), anche se i due gruppi non sono alleati (al momento), mi ricorda il caso del tutto analogo di al-Qaida, che pochi anni fa nell’impreparazione globale si vedeva scritto nelle maniere più disparate: al Kaida, al-Khaeda, al Qaeda, con e senza trattino, insomma una vera… babele!

Su (A), rammento sempre i libri importanti di Gigliola Fragnito, docente di Storia moderna a Parma sino al 2011: La Bibbia al rogo. La censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura (1471-1605) (il Mulino, 1997, ried. in economica, 2015) e Proibito capire. La Chiesa e il volgare nella prima età moderna (il Mulino, 2005). A questo link una bibliografia dell’Autrice.

Le «geschmuggelte Freundschaften» di Lavinia Mazzucchetti

Lavinia Mazzucchetti

Lavinia Mazzucchetti

Giovedì 29 gennaio la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori organizza a Milano un convegno sulla germanista Lavinia Mazzucchetti, dal titolo (a mio avviso un po’ troppo accademico e tutto sommato scarsamente perspicuo) Transfer culturale e impegno civile nell’Europa del Novecento (per gli amici in zona: sala Mario Monicelli, via Riccione 8). Sono passati infatti cinquanta anni dalla sua scomparsa.

Questa segnalazione è dettata da qualcosa che va persino oltre gli interessi personali, pur comprendendoli: un ramo dei miei antenati paterni riconduce infatti alla famiglia piemontese Mazzucchetti (in particolare Antonio e il figlio Alessandro, ingegnere che realizzò le stazioni ferroviarie di Alessandria, Torino Porta Nuova e Genova Porta Principe). Mi affretto ad aggiungere che non sono in grado di precisare il grado di parentela con Lavinia, la quale non era menzionata fra i parenti stretti quando ero piccolo; eppure so che da quando lessi il suo nome su qualche volume scolorito di letteratura tedesca, in biblioteca o sulle bancarelle (o forse era l’Erasmo di Zweig? neanch’io ricordo più quando possa esser avvenuto), rimasi folgorato, scattò una specie di corto circuito tra quel nome e il fatto che io stesso abbia studiato tedesco (non all’università ma presso il Goethe Institut) e sia in grado di tradurlo (spesso malamente…).

Su internet ho trovato senza difficoltà diversi materiali su di lei:
(#) la voce a lei dedicata da Maria Paola Arena sul Dizionario biografico degli italiani (vol. 72, 2008), ospitato su Treccani.it, risulta quella più ricca;
(#) si può integrare con la presentazione sul sito della Fondazione Mondadori, che ospita un fondo con moltissimi documenti scritti e iconografici, inserito nel progetto “Scrittrici e intellettuali del Novecento. Le carte d’archivio”, realizzato in partenariato con la Fondazione Elvira Badaracco e con il contributo della Fondazione Cariplo e inventariato su supporto informatico tramite l’applicativo Sesamo della Regione Lombardia, dichiarato di notevole interesse storico dalla Soprintendenza archivistica per la Lombardia;
(#) è sempre la Fondazione Mondadori che ha mandato in stampa quest’anno «Come il cavaliere sul lago di Costanza». Lavinia Mazzucchetti e la cultura tedesca in Italia, a cura di Anna Antonello (co-autori su aspetti particolari della vita professionale di Lavinia: Mario Rubino, Arturo Larcati, Michele Sisto, Massimo Bonifazio e Anna Lisa Cavazzuti);
(#) informazioni più discorsive si reperiscono ad esempio sul sito Milanofree.it;
(#) invece la pagina italiana di Wikipedia è scarna, ma con un elenco analitico (e tendenzialmente esaustivo) dei testi da lei scritti e di quelli da lei tradotti;
(#) in compenso vedo segnalato addirittura un interessante articolo di Maria Pia Casalena pubblicato nel 2007 sulla rivista Genesis, VI/1, e intitolato Contrabbandiera di cultura. Lavinia Mazzucchetti e la letteratura tedesca tra le due guerre (scaricabile a pagamento).

Al convegno tuttavia non parteciperò. Cliccando qui se ne può consultare liberamente il programma con una dozzina di relatori, fra i quali segnalo la presenza di Natascia Barrale, autrice nel 2012 di una preziosa monografia sulle traduzioni di narrativa tedesca durante il fascismo in cui Lavinia ha una parte di rilievo. Per capire meglio il titolo che ho dato a questo post, infine, si può leggere questo saggio del 2012 di Elisabetta Mazzetti, proveniente anch’esso dalla Fondazione Mondadori.

AGGIORNAMENTO – 7 MAGGIO 2015
Gianfranco Petrillo informa sull’andamento del convegno nel numero 8 della rivista on-line tradurre, all’interno della sezione “Strumenti”.

La ricetta di Klaus Wagenbach

Volevo trovare qualcosa che si collegasse, o almeno idealmente proseguisse il mio ultimo post, quello del 7 gennaio (Virtù e manie di un redattore – segnalo che nel frattempo i redattori Carocci lo hanno corredato di una quinta fase, tutta dedicata alle copertine).
E pensa che ti ripensa, l’ho trovato senza neanche troppa fatica. Segno, a mio avviso, che la connessione “funziona” davvero!

Uno dei personaggi più simpatici che ho avuto modo di conoscere alla Fiera del libro di Francoforte, è stato Klaus Wagenbach, ein unverfälschter Berliner di classe 1930, che il 25 agosto 1964 ha fondato (e diretto senza soste né ripensamenti fino al 2002, lasciando poi campo libero alla seconda moglie Susanne Schlüsser) l’omonima casa editrice, dopo aver lavorato presso la S. [Samuel] Fischer «prima in qualità di apprendista e poi come assistente alla produzione» (p. 107), «consulente editoriale per la letteratura tedesca» (p. 44), grazie alla laurea in Germanistica (i suoi originali lavori su Kafka sono tradotti anche in italiano).

Klaus Wagenbach sostiene che questo è «ancora oggi il più bel logo editoriale tedesco» (p. 46).

«ancora oggi il più bel logo editoriale tedesco» secondo Klaus Wagenbach (p. 46)


NB: tutte le citazioni sono tratte dall’edizione italiana del suo La libertà dell’editore (trad. italiana di Natascia Barrale, Sellerio, Palermo, 2013; ediz. originale: Die Freiheit des Verlegers. Erinnerungen, Festreden, Seitenhiebe, Wagenbach, Berlino, 2010 – nel retrofrontespizio si precisa che il volume italiano «comprende una scelta dei testi, concordata con l’Autore, dell’edizione tedesca», che infatti è lunga il doppio).

Evidentemente in Germania non esisteva qualcosa di simile all’articolo 18, perché Klaus fu licenziato nel 1963 per «“travalicazione delle proprie competenze”» (p. 47): una scusa per allontanare una persona che non ha mai avuto paura di manifestare le sue idee, anche quando ciò significava mettersi contro l’opinione pubblica e l’ordine costituito. In realtà i conti non quadravano più bene, nonostante la pubblicazione delle opere di Freud (1953), del diario di Anna Frank (1955) e del Dottor Živago di Pasternak (1958), e nel 1963 gli eredi di Samuel Fischer dovettero vendere l’azienda «come un sacco di patate» a Georg von Holtzbrinck, un «ultraconservatore» secondo Klaus (p. 46).

Comunque fu quell’esperienza a suggerirgli la dimensione in cui muoversi in seguito, quella che secondo la filosofia del costruttivismo radicale si potrebbe denominare Viabilität des Verlegers. Ossia, la necessità (per così dire, attiva, o meglio proattiva) di operare consapevolmente con modestia, moderazione e parsimonia: tutti concetti che segnano discretamente ma al medesimo tempo con grande dignità le sue «memorie, discorsi, stoccate» – così il sottotitolo – se già a pagina 46 leggiamo: «imparai che un editore deve essere parsimonioso» (vedi anche p. 103).

A p. 80 troviamo altre considerazioni interessanti: una casa editrice che miri a illuminare le menti e a diffondere idee dovrebbe curare «un’alta specializzazione di tutti i collaboratori e una regolare formazione degli apprendisti». Attenzione: Klaus ammette tranquillamente che «sia insensato dal punto di vista “economico-aziendale” discutere di libri, riscontrarsi in merito alle recensioni, finanziare corsi di aggiornamento e soprattutto insegnare pazientemente il nostro mestiere ai giovani», però subito dopo aggiunge pacatamente: è innegabile che «chi non forma apprendisti risparmi dei quattrini, ma è pur vero che nel frattempo si rincretinisce». Del resto, «Tutti vogliono diventare leader di mercato, ma il sale dei rivali che hanno divorato durante il percorso accresce solamente la loro sete, non la loro saggezza» (p. 94).
E anzi, rincara la dose: «Se nell’interesse della società è auspicabile che non ci si rincretinisca […], allora è necessario che resti uno spazio per ciò che è nuovo, sperimentale, per ciò che in un primo momento non ottiene il consenso della maggioranza». «Perché da sempre le novità, non importa se in letteratura, nella scienza o in politica, arrivano in punta di piedi. […] E, se si tratta di libri, ciò avviene quasi sempre per conto di case editrici piccole e indipendenti» (p. 94).
Teniamolo bene a mente e andiamo avanti.

Il «mondo dei libri» in precedenza aveva margini irrisori: «dal due al quattro percento, era questo abitualmente il profitto per editori e librai» – sicuramente modesto, però «lasciava esistere sia modeste tirature di autori sconosciuti che modesti stipendi» (p. 87).

Strani soggetti, questi editori indipendenti, è chiaro che non c’è da fidarsi: «sono dei matti. Mantengono la calma di fronte a qualche debito in banca, si innamorano anche di autori invendibili (e, di tanto in tanto, anche di un libro invendibile), hanno delle convinzioni e ragionano a lungo termine» (p. 97); in tal modo sfruttano al meglio la propria autonomia, che si esprime anche in un «diverso modo di rapportarsi al fattore tempo» (p. 103), più dilatato; anche perché «il lavoro culturale deve essere progettato a lungo termine» (p. 168). Queste circostanze non possono che determinare «una crescita moderata» (pp. 103-4), la quale tuttavia è importante che «avvenga con le proprie forze, risultando quindi quasi sempre di dimensioni moderate» (p. 104).

Qui affiora in maniera esplicita il collegamento al post precedente, che verosimilmente mi era rimasto nel subconscio e quindi ha saputo indirizzare la mia mano a prelevare dallo scaffale proprio il suo libro: è stato Klaus a pubblicare in tedesco André Schiffrin (ma Editoria senza editori, il testo uscito prima del Controllo della parola, che invece citavo io), e lo menziona discretamente, con parsimonia: quegli «ha rinfacciato ai gruppi editoriali il modo in cui, con le loro aspettative industriali di utile sul fatturato dal dieci al quindici percento, hanno inquinato il settore e ingannato se stessi. Da parecchi anni non c’è un solo esempio di bilancio reale che abbia confermato quelle simulazioni» (p. 103). Giacché «i libri sono qualcosa di più che semplici oggetti da cui trarre un profitto» (p. 90).

Uno dei loghi della casa editrice Wagenbach

Chi volesse continuare a gustare l’aria che si respira nella sua casa editrice, può scaricarne gratuitamente dal sito un libro in PDF, intitolato Buchstäblich Wagenbach – 50 Jahre: Der unabhängige Verlag für wilde Leser (ho reso in nero corsivo i corsivi dell’originale): autori, amici, sodali e colleghi a vario titolo ne raccontano l’evoluzione, in pieghe anche meno note.

E conoscendo l’arguzia di Klaus, potrebbe pure essere intenzionale un refuso altrimenti trascurabile nel titolo del volume riportato sulla pagina del download: anziché Buchstäblich (cioè: letteralmente) abbiamo difatti Buchstäglich, un gioco di parole fra Buch, libro, e täglich, quotidianamente: un libro per ogni giorno? Del resto sarebbe una sfida che la casa editrice di Berlino potrebbe benissimo sostenere, vista la longevità e la buona salute di cui gode tuttora.

Vent’anni fa era uscita a stampa quella che oggi ne appare come una sorta di Urfassung: Wieso Bücher? (Come mai dei libri?), con un lungo sottotitolo su copertina rossa istoriata da figurette sgargianti, un volumetto di ‘sole’ 144 pagine (il PDF ne conta ben 225) perché allora si festeggiavano ‘solo’ trent’anni di attività.
Il PDF lo dà come vergriffen, esaurito (all’ottobre 2013), perciò io ne conservo ancora, e gelosamente, la copia che mi donò Klaus stesso il 5 ottobre 1994 al suo stand, nella rituale Verabredung in der Buchmesse. La Fiera del libro di Francoforte diventava molto più sopportabile, forse persino divertente, a sapere di poter incontrare in tutta quella baraonda frenetica anche la sua disponibilità, il suo carattere, persino la sua franchezza talora disarmante e ironica, senza che inacidisse in sarcasmo amaro. Insomma, Klaus (al pari dei colleghi Carocci) mi ha fatto toccare con mano, tra l’altro, con la sua presenza, col suo spirito, che nel lavoro i rapporti personali “contano”. Almeno quanto i soldi. O forse anche di più?
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Virtù e manie di un redattore

Questo che leggete qui sopra (cioè: Virtù e manie di un redattore) è il sottotitolo del mini-corso on-line hands-on (suggerite altre sigle analoghe, per favore? magari in grado di attirare altri internauti curiosi? grazie) che spiega «come nasce un libro Carocci» – ma in realtà esemplifica (in quattro fasi, sino a questo momento) i passaggi ai quali viene sottoposto un qualsiasi dattiloscritto (olim manoscritto) da parte della redazione di una casa editrice dedicata alla saggistica che voglia esser degna di questo nome. Solo alla fine di questa sorta di ‘catena di montaggio’, infatti, il testo otterrà il “visto si stampi”, l’espressione fatidica con la quale si autorizza la tipografia a procedere, appunto, a stamparlo.

Alla pagina indicata compare subito, ossia in alto, la quarta fase, ma gli altri seguono sotto di esso.
Tentativo lodevole: gli esempi concreti di interventi di correzione sulla pagina aiutano a vedere meglio quello che succede nella ‘scatola nera’ che è così difficile da comprendere per i non-addetti ai lavori.
Tanto che Umberto Eco ci ha costruito sopra un’arguta storiella come incipit della ‘bustina di Minerva’ pubblicata col titolo Ma che cos’è questo editing? Osservazioni su un termine ambiguo sull’Espresso del 7 novembre 1996 (esattamente quando compivo 38 anni… un caso?).

Insomma in questi giorni i redattori Carocci non hanno fatto (solamente) festa, ma si sono industriati a mostrare le ‘buone prassi’ che guidano il loro lavoro e lo giustificano.
Tranne che agli occhi dei dirigenti, intenzionati a farli fuori.
Forse non hanno letto o hanno dimenticato quello che scriveva il compianto André Schiffrin, nel libro appassionato che dedica al «controllo della parola» in atto nell’industria culturale francese e anglo-statunitense:

La mia casa editrice, The New Press, opera da quindici anni come società d’interesse pubblico senza fini di lucro (non profit, public interest publisher); il che dimostra, se non altro, che si può mantenere un’elevata qualità editoriale e restare competitivi senza essere motivati dal perseguimento del profitto. [p. 86]

André Schiffrin

André Schiffrin

Lo portava a queste conclusioni la sua abile esperienza editoriale, ovviamente, sorretta ad esempio da quello che sosteneva anche Verlyn Klinkenborg sul New York Times, che cito sempre da Schiffrin:

Al pari di molti cambiamenti che si verificano in questo mondo, anche quelli che hanno rimodellato l’editoria sono considerati pressoché inevitabili, un portato attuale del capitalismo attuale. Eppure non c’è nulla di inevitabile in tali cambiamenti [… poiché] si è dovuto constatare molto spesso che i risultati non sono stati all’altezza delle aspettative. […] Il risultato è che ogni anno vengono pubblicati sempre più libri che durano sempre meno. E la maggior parte di questi libri merita davvero di vivere poco. […] E’ sciocco cinismo quello che i nuovi padroni delle case editrici un tempo indipendenti esprimono: finché il loro scopo principale sarà quello di soddisfare gli azionisti invece degli acquirenti di libri, la loro industria continuerà a scavarsi la fossa, come ha fatto il settore dei media musicali. Le notizie e i segnali che oggi provengono dagli ambienti dell’editoria tradiscono il disprezzo per qualsiasi cosa che non sia il profitto, e questa per il pubblico è la cosa più difficile da accettare: i lettori sanno istintivamente che il mestiere di fare libri è qualcosa di più che far soldi. [p. 52 – grassetti miei]

Questo è ciò che vogliono dimostrare i redattori Carocci, mettendo in campo al meglio e a beneficio di tutti le proprie capacità professionali per argomentare le loro ragioni.
Per non finire in mezzo alla strada.
Non se lo meritano.