La nuova Hebrew Bible di Robert Alter – ovvero, un ‘post’ natalizio

La notizia a cui allude il titolo, pubblicata sul Post.it del 25 dicembre 2018, aveva già avuto l’onore dell’intera prima pagina sul penultimo domenicale (16 dicembre 2018) del Sole 24 Ore, con un articolo firmato dall’anglista (ma che definirei meglio studioso di letterature comparate, per ciò che ha scritto più di recente) Piero Boitani, al quale rinvio pur non trovandolo in rete (chi lo volesse consultare me lo può chiedere in privato). Infatti lì, oltre a qualche esempio di traduzione, si trova qualche notizia in più sui libri pubblicati da Alter (e relative traduzioni in italiano, ove disponibili), che ha cominciato nel 1996 col Genesi e poi ci ha preso gusto, completando in ventidue anni un lavoro immane, certo per l’estensione, ma ben di più per il confronto inevitabile con interpretazioni che si snocciolano da duemila anni, anzi ben di più.

Strano che non siano stati fatti riferimenti al lavoro, in parte analogo, svolto da Henri Meschonnic [∗ 1932 — † 2009], di cui consiglio Un colpo di Bibbia nella filosofia (trad. di Riccardo Campi, Medusa 2005 – ma il francese si muoveva già da decenni sui testi biblici, come dimostra il suo Le Signe et le Poème. Essai, Gallimard 1975). Probabilmente ciò si spiega con una conoscenza scarsa, almeno in Italia, dello studioso e poeta francese, già sottolineata nell’introduzione di Emilio Mattioli al testo appena menzionato. Sulla sua rilevanza per gli studi che interessano qui cfr. comunque Céleste Boccuzzi e Marcella Leopizzi, Henri Meschonnic. Théoricien de la traduction (Hermann, Paris 2014). Da internet si può scaricare liberamente in PDF anche la tesi magistrale di Daniele Frescaroli, Poetica, ritmo e traduzione: l’avventura di Henri Meschonnic, discussa nell’anno accademico 2013-2014 presso il Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali dell’università di Modena e Reggio Emilia (relatore: Franco Nasi).

Le indicazioni fornite sul Post.it però a mio modesto avviso andrebbero corrette, o almeno attenuate, in un paio di punti.

  1. Alter sarebbe  «la prima persona ad aver tradotto interamente da solo in inglese la Bibbia ebraica dall’originale in ebraico e aramaico». Il riferimento (fornito al capoverso successivo) è alla cosiddetta KJV, ovvero Authorized Version, cioè la traduzione promossa da re Giacomo I Stuart e pubblicata nel 1611, NOTA 1 ma andrebbe detto chiaramente che Lutero si era cimentato nel lavoro quasi un secolo prima, forgiando sostanzialmente quello che poi sarà la base del tedesco letterario. Che si fosse servito dell’ausilio di altri studiosi è innegabile (Melantone è il primo che viene in mente, anche se in seguito si avvicinò a posizioni erasmiane e calviniste), ma il merito resta comunque saldamente nelle sue mani. E negli stessi anni il protestante italiano Giovanni Diodati (amico di Paolo Sarpi, di cui tradurrà in francese nel 1621 la nota Istoria del Concilio tridentino, uscita in italiano appena due anni prima e subito messa al bando) si accingerà a un’impresa analoga, producendo in italiano (dapprima nel 1607 e poi, in un’edizione ampiamente rivista e perfezionata, nel 1641, da cui poi trasse la versione francese nel 1644) un’opera che andrebbe inserita o perlomeno menzionata anche nelle antologie scolastiche.NOTA 2 Soprattutto per contrasto alla tenace opposizione della Chiesa cattolica a qualsiasi versione in lingua volgare del testo sacro rispetto alla Vulgata geronimiana fino al 1757, allorché Benedetto XIV diede l’assenso per quella che poi uscì, tratta dalla Vulgata a opera del vescovo fiorentino Antonio Martini, in 28 volumi  a Torino tra il 1769-71 (Nuovo Testamento) e il 1776-91 (Antico Testamento), conoscendo ben 48 edizioni successive. NOTA 3
  2. Alter (nomen omen verrebbe proprio da dire…) era già abbastanza noto, almeno a chi si interessa di questi argomenti, per la sua teoria «che una mente creativa avesse messo insieme e unificato accozzaglie di testi e storie precedenti, dandogli una coerenza artistica e narrativa. Alter definì questa figura “l’Arrangiatore”, immaginandolo come l’operatore del montaggio di un film» (così commenta Boitani). Molto ‘ammerikano’, direi, e in un’ottica di avvicinamento e svecchiamento potrebbe essere pure una posizione simpatica. Non ho letto nessuno studio di Alter, ma a qualunque studente (bravino, non dico tanto) di liceo classico non può non venire in  mente che questa è la trasposizione, a un testo forse più importante, del lunghissimo dibattito sulla questione omerica. Cioè, «se in ultima analisi i poemi, così come sono, siano il risultato di un lavoro successivo di più mani o della definitiva composizione a opera di uno solo, sulla base di materiale precedente, e i problemi riguardanti la persona di questo compositore e i limiti del suo apporto», come si legge nella sezione specifica della voce Omero della Treccani on-line, dove poco sotto si riporta l’epiteto di Bearbeiter proposto da Kirchhoff e ripreso da Wilamowitz per riferirsi all’autore dei due grandi poemi greci. Che è, mi pare, all’origine dell'”Arrangiatore” di Alter.

La copertina della ricca edizione italiana di Ta meth’Homeron, che racconta com’è andata veramente a finire la guerra di Troia… certo non ne fu autore Omero.

Come ‘smascherare’ un classico alla base della cultura occidentale… neanche questo può essere omerico!

Invece per quanto riguarda il Sole 24 Ore, un colonnino nella medesima prima pagina rammenta l’edizione della Bibbia commentata dai padri, tradotta da Città Nuova. Si tratta di un progetto nato negli Stati Uniti a cura di «un’équipe internazionale ed ecumenica di specialisti in patrologia» in 25 volumi e 29 tomi (quasi equamente ripartiti fra Antico e Nuovo testamento) che in italiano si concluderà nel 2019 e «raccoglie e traduce dalle lingue greca, latina, copta, siriaca, armena, testi spesso non facilmente accessibili». L’unico ‘neo’ è però il costo medio, superiore ai 50 euro, ma in qualche caso si avvicina persino alle 90 sterline dei tre tomi che compongono la traduzione integrale di Alter. Per dire: se dovessi spenderci un po’ di soldi, allora preferirei comprare questa nuova traduzione.

Di livello specialistico comparabile, ma con costi dimezzati, è la doppia collana, oggi pubblicata congiuntamente dagli editori Claudiana di Torino e Paideia di Brescia (che da sola avviò l’impresa nel 1994): “Introduzione allo studio della Bibbia” (11 tomi) e i “Supplementi alla Introduzione allo studio della Bibbia” (75 tomi).

Ovviamente col tempo alcuni testi sono stati superati: è il caso, per esempio, della Settanta (LXX), cioè la traduzione in greco dei primi cinque libri (il c.d. Pentateuco) dell’Antico Testamento da parte di settantadue saggi, sei per ognuna delle tribù di Israele, che in appena settantadue giorni (un ‘vero’ miracolo…!) produssero tutti la medesima versione. Così, lo stesso autore che aveva redatto il volume a riguardo per i succitati “Supplementi”, Natalio Fernández Marcos, ne ha pubblicato poi una versione aggiornata in spagnolo nel 2008, tradotta da Giulio Colombi per Morcelliana (altro editore specializzato in testi religiosi, con sede a Brescia) nel 2010: Septuaginta. La Bibbia di ebrei e cristiani, a cura di Flavio Della Vecchia.NOTA 4

Per chi avesse interessi più spiccatamente linguistico-traduttivi, suggerisco la collana “Doppio verso” delle Edizioni Dehoniane di Bologna, curata da Roberto Reggi. Ogni tomo ospita uno dei libri biblici, nella versione originaria ebraica e greca, con traduzione interlineare in italiano e accompagnato dal testo della CEI (nell’edizione del 2008, quella canonica in Italia) più le singole introduzioni e note presenti nella diffusa Bibbia di Gerusalemme.

Immagino però che non tutti possano avere il tempo o la voglia di scendere così in profondità. Ecco quindi un ventaglio di testi più accessibili, non solamente nel prezzo (in ordine alfabetico per autore – ringrazio per i suggerimenti Luigi Walt, alla cui produzione è riservata la parte conclusiva di questo post, perché gli ultimi saranno i primi…):

  • Antonio Autiero, Marinella Perroni (a cura di), La Bibbia nella storia d’Europa. Dalle divisioni all’incontro (Dehoniane, Bologna 2012 – il cui primo saggio è una bella chiacchierata-intervista della curatrice col mio maestro, Tullio De Mauro, dal titolo impegnativo “Bibbia e Occidente” (alle pp. 13-23), ma ospita anche un saggio su “Gutenberg, Erasmo e Lutero” (di Lothar Vogel) e un intervento di Gigliola Fragnito (vedi approfondimento alla nota 2), in cui soppesa le questioni relative a “diffusione e interdizione” del testo sacro.
  • Emanuela Buccioni, La traduzione e le traduzioni. Incontrare e trasmettere la parola di Dio nelle diverse parole dell’uomo (Editrice Domenicana Italiana, Napoli 2018)

Il retro di copertina del volume scritto da Emanuela Buccioni

  • Carlo Buzzetti, Traduzione e tradizione. La via dell’uso-confronto: oltre il biblico traduttore-traditore (Messaggero, Padova 2001)
  • Bruno Corsani, in collaborazione con Carlo Buzzetti, Girolamo De Luca, Giorgio Massi, Guida allo studio del greco del Nuovo Testamento (Società biblica britannica e forestiera, Roma 2000 e numerose ristampe con ampliamenti e correzioni)
  • Adriana Destro, Mauro Pesce, Antropologia delle origini cristiane (Laterza 1995, riedizione 2008)
  • Bart D. Ehrman, La Bibbia. L’Antico e il Nuovo Testamento (trad. e cura di di Matteo Grosso; Carocci 2018),
    anche in due tomi distinti:
    L’Antico Testamento. Un’introduzione (Carocci 2018)
    e Il Nuovo Testamento. Un’introduzione (Carocci 2015, ristampa 2018)

Su internet si trovano vari filmati in cui Ehrman espone le sue posizioni sulla Bibbia

  • Bart D. Ehrman, Prima dei vangeli. Come i primi cristiani hanno ricordato, manipolato e inventato le storie su Gesù (trad. di Matteo Grosso; Carocci 2017)
  • Bart D. Ehrman, Sotto falso nome. Verità e menzogna nella letteratura cristiana antica (trad. di Gian Carlo Brioschi, Carocci 2012, ristampa 2018)
  • Israel Finkelstein, Neil Asher Silberman, Le tracce di Mosè. La Bibbia tra storia e mito (trad. di Dora Bertucci; Carocci 2002, 2ª ristampa 2018)
  • Northrop Frye, Il grande Codice. La Bibbia e la letteratura (trad. di Giovanni Rizzoni, Einaudi, nuova ed. a cura di Piero Boitani, 2018 – ed. or. 1982)
  • Northrop Frye, Il potere delle parole. Nuovi studi su Bibbia e letteratura (trad. di Eleonora Zoratti, La Nuova Italia 1994 – ed. or. 1990)
  • Sonia Gentili, Novecento scritturale. La letteratura italiana e la Bibbia (Carocci 2016)
  • Norman Gobetti, Un cammello per la cruna di un ago. La lunga e avventurosa storia delle traduzioni bibliche italiane, nel n° 11 (2016) della rivista tradurre.it – lo segnalo, pur non essendo un volume, perché mi è parso molto chiaro, senza rinunziare a fornire una serie di supporti bibliografici e cronologici dopo il testo
  • Riccardo Maisano, Filologia del Nuovo Testamento. La tradizione e la trasmissione dei testi (Carocci 2014, ristampa 2017)
  • Paolo Merlo (a cura di), L’Antico Testamento. Introduzione storico-letteraria (Carocci 2018)
  • André Paul, La Bibbia e l’Occidente. Dalla biblioteca di Alessandria alla cultura europea (trad. di Paolo Caena, Paideia/Claudiana 2009, ed. or. francese 2007) – si tratta di uno studioso importante, autore ad esempio di uno dei volumi meno esosi (non che sia un criterio pertinente, beninteso, ma vale anche per il titolo succitato) sui manoscritti rinvenuti nel 1947 in alcune caverne nel deserto vicino al Mar Morto. La scoperta casuale ha scardinato idee secolari sui testi sacri e per la grande risonanza si è creata un suo spazio editoriale anche da noi, ma non potendo dedicarle qui uno spazio a sé, dirò sbrigativamente di cercare titoli che contengano i toponimi Nag Hammadi e/o Qumran.
  • S. Pisano, Introduzione alla critica testuale dell’Antico e del Nuovo Testamento (4ª ed; Pontificio Istituto Biblico, Roma 2005)
  • Gian Luigi Prato, Gli inizi e la storia. Le origini della civiltà nei testi biblici (Carocci 2013)
  • Giovanni Rizzi, Le antiche versioni della Bibbia. Traduzioni, tradizioni e interpretazioni (San Paolo 2009)
  • Beryl Smalley, Lo studio della Bibbia nel Medioevo (trad. di Vincenzo Benassi, terza ed. a cura di Gian Luca Podestà; EDB/Dehoniane, Bologna 2008 – ed. or. 1952 e 1983)
  • Gerd Theissen, Il Nuovo Testamento (trad. di Aldo Paolo Bottino, a cura di Giovanni Maria Vian; Carocci 2003, 3ª ristampa 2010)
  • P. Wegner, Guida alla critica testuale della Bibbia. Storia, metodi e risultati (San Paolo 2009)
  • Mi piace chiudere questa lista non con un ennesimo autore, ma citando l’iniziativa editoriale Qiqajon (sede a Magnano, in provincia di Biella, sin dalla sua origine nel 1983) e promossa dalla comunità di monaci residente a Bose, fondata da Enzo Bianchi. Ecco la maniera irresistibile con cui il priore ne spiegava il significato cinque anni fa: «Abbiamo cominciato non sapendo se la casa editrice sarebbe durata o no; ed è per questo che io volli come nome questo termine ebraico […] qiqajon designa quell’alberello che Dio ha fatto crescere sulla testa di Giona e che poi ha fatto seccare a metà del giorno. Un albero che è cresciuto, è durato alcune ore, è seccato […]. Facciamo una cosa che dura poco, può anche morire presto ma teniamola lo stesso».

Ho lasciato davvero per ultimo Luigi Walt (anche se non lo sarebbe in ordine di importanza, dato che insegna a Ratisbona), che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente (sia pure solamente per e-mail) e si è rivelato una persona squisita. Abbiamo scoperto di avere anche qualcosa indirettamente in comune, nelle nostre trascorse attività, e sicuramente è un ricercatore di prim’ordine, specialista delle lettere di san Paolo, ritenute dalla maggioranza degli studiosi i documenti cristiani più antichi (forzando un po’ i termini della questione per far capire quale sia il rilievo della posta in gioco in questo tipo di discussioni, si potrebbe dire: più prossimi al messaggio ‘originale’ di Cristo): lo ha argomentato nelle oltre cinquecento pagine della sua monografia su Paolo e le parole di Gesù (Morcelliana 2013).
Tra 2019 e 2020 dovrebbero apparire tre suoi nuovi lavori: su “san Paolo traduttore”, sul sesto libro di Ezra, nonché la curatela di alcuni saggi di Jonathan Z. Smith.

La sede da cui ho tratto i tre link nel capoverso precedente è il suo blog, intitolato scherzosamente “Paulus 2.0”, che Luigi ha curato fin verso la metà del 2018, tanto è vero che da allora porta come sottotitolo (un po’ malinconico) “Bollettino (a riposo) di studi e ricerche sul cristianesimo delle origini”, mentre in precedenza era noto come “Lettere paoline” (punto net). Tuttavia la struttura molto articolata (cioè, pensata molto bene) lo rende a mio modesto avviso un luogo ancora fruibile con giovamento, soprattutto per chi non è così addentro alle questioni ivi dibattute (e probabilmente era questo uno dei sensi a cui rispondeva l’esigenza di mantenere in vita quel blog). Ad esempio, nella sezione Ex libris sono indicati volumi pubblicati da colleghi (fino al 2013).
Tutte le sezioni si cliccano dalla barra superiore, appena sotto l’intestazione di “Paulus 2.0”.
I “Percorsi di lettura” aprono link, tra gli altri, alla documentazione sul tema Cristianesimo e dintorni; o a un’ampia serie di testi recensiti o segnalati nello Scaffale aperto sul medesimo sito; o una messe di «articoli di approfondimento, estratti e opere di consultazione […] in pdf», cliccando su Area Download.
Ma fondamentale vi si staglia tuttora la pagina Per conoscere Paolo (di Tarso), dove trovate tanti collegamenti (i quali contengono quasi sempre altri link, a matrioska o scatole cinesi), strutturati in senso verticale per “Materiali introduttivi”, “Approfondimenti e letture”, “Conversazioni” (appena tre: con Romano Penna, Alessandro Barban e Anselm Grün) e “A immagine di Paolo”, per l’ambito iconologico e genericamente storico-artistico.
Altre sezioni che invito a ‘sprizzare’ sono:

  • il “Progetto EC“, che «raccoglie alcune voci dell’Enciclopedia Cattolica (1948-1954) di argomento storico-religioso», prive solamente della parte bibliografica (in quanto largamente obsoleta);
  • le Risorse online, ripartite in otto categorie ben distinte che celano tesori quasi insospettabili;
  • il Sillabario, con «materiali di carattere didattico, schede informative, brani antologici e brevi interventi polemici» ordinati alfabeticamente;
  • e infine le «pagine extravaganti” del Verbarium, che non è stato sviluppato a sufficienza.
  • Sulla destra di tutte le pagine sfilano, in verticale, tre sezioni, anch’esse di golosa consultazione: Collegamenti, Letture, Altri siti e blog (dove Luigi ha avuto la cortesia di inserire in extremis anche questo del sottoscritto).

NOTE

NOTA 1 – Si tratta della Bibbia probabilmente più nota e adoperata nel mondo anglosassone, ma la cui storicità è oggi acclarata: «[…] la “Bibbia di re Giacomo” è piena di passi ricavati da un testo greco derivato in ultima analisi dall’edizione di Erasmo da Rotterdam, edizione basata su un unico manoscritto del XII secolo che è uno dei peggiori fra quelli oggi disponibili. […] un testo greco lacunoso». Bart D. Ehrman, Gesù non l’ha mai detto, trad. di Francesca Gimelli, Mondadori 2007, p. 241 (ed. or. Misquoting Jesus, Harper Collins 2005). Per un esteso aggiornamento cfr. David Parker, Il testo del Nuovo Testamento: i manoscritti, le varianti e le moderne edizioni critiche, in «Ecdotica», 4 (2007): 7-23. Clicca qui per tornare su, da dove sei partito

NOTA 2 – Sulle implicazioni profonde di tutto ciò sono sempre estremamente raccomandabili i due lavori di Gigliola Fragnito: La Bibbia al rogo. La censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura (1471-1605), il Mulino 1997 e Proibito capire. La Chiesa e il volgare nella prima età moderna, il Mulino 2005, a cui ora si può accostare Franco Pierno, La Parola in fuga. Lingua italiana ed esilio religioso nel Cinquecento, Edizioni di Storia e Letteratura 2018. Per una sintesi densa, ma rispettosa dell’ortodossia, cfr. Giovanni Rizzi, Le versioni italiane della Bibbia. Dalla Bibbia del Malermi (1471) alla recente versione CEI (2008), San Paolo, Cinisello Balsamo 2010 e il più dettagliato Mario Cimosa con la collaborazione di Carlo Buzzetti, Guida allo studio della Bibbia latina. Dalla vetus latina, alla vulgata, alla nova vulgata, Istituto patristico Augustinianum, Roma 2008. Molto interessante soprattutto perché copre anche tutte le aree geografiche, Philip A. Noss (a cura di), A History of Bible Translations, Edizioni di Storia e Letteratura 2007 (che recensî estesamente nel numero dell’inverno 2009 su «La figura nel tappeto», la rivista curata da Alessandro Gebbia e Fiorella Gabizon, alle pp. 241-252). Clicca qui per tornare su, da dove sei partito

NOTA 3 – Su questo si vedano gli atti di un convegno tenuto all’Università di Roma “La Sapienza” nel novembre 2010 con T. De Mauro, T. Gregory, S. Quinzio, M. Luzi, F. Gabrieli e molti specialisti: Gian Gabriele Vertova (a cura di), Bibbia, cultura, scuola. Alla scoperta di percorsi didattici interdisciplinari (Carocci 2011). Clicca qui per tornare su, da dove sei partito

NOTA 4 – Luciano Canfora ha scritto pagine molto intense sulla Septuaginta, la cui vicenda è tramandata anzitutto dalla cosiddetta Lettera di Aristea a Filocrate, un testo anonimo del II secolo a.C. redatto da un autore ebreo che vuole apparire greco, probabilmente appartenente alla diaspora alessandrina, la seconda dopo quella assiro-babilonese, che portò i giudei a trasferirsi in età ellenistica in varie città del Mediterraneo, ma soprattutto ad Alessandria d’Egitto, all’epoca un ‘crogiuolo di razze e culture’ sotto il regno dei Tolemei (al riguardo cfr. il buon manuale di Clara Kraus Reggiani, Storia della letteratura giudaico-ellenistica, Mimesis, Milano-Udine 2008). Esaminando con grande acume le diverse e complesse rielaborazioni (per le quali Canfora adopera schiettamente termini come ‘riscritture’ e ‘manipolazioni’) della Lettera di Aristea nei secoli successivi, il grande filologo classico barese ha fornito soprattutto ne Il viaggio di Aristea (Laterza 1996) un’esemplificazione magistrale di ‘storia della ricezione’. Difatti egli non ha solamente chiarito la separazione fra l’ortodossia ebraica (che rifiutò la miracolosa/miracolistica trasposizione dei settantadue saggi a favore di altre traduzioni in greco) e le comunità greche, che invece l’accettarono, ponendola sotto l’egida dell’élite dirigenziale locale (il reggitore della Biblioteca di Alessandria, Demetrio Falereo, che operava in accordo con il secondo sovrano della dinastia, Tolomeo Filadelfo [285-246 a.C.]) e, con questo atto ideologico-culturale, l’inserirono di forza nel novero delle opere con cui poi si sarebbero confrontati in epoca tardo-antica e con orientamento cristiano sia Agostino sia Gerolamo, operando assimilazioni e distinzioni. Il merito di Canfora è anche quello di aver dimostrato che «la Lettera di Aristea assurge al ruolo di libro-simbolo della dottrina vertente su biblioteche e raccolte di libri, su biblioteche perdute o auspicate» (p. IX) in una storia avvincente che passando attraverso la cultura bizantina, araba e Petrarca, arriva fino alle posizioni protestanti di Spinoza (tornato in auge grazie agli studi accurati di Steven Nadler, quasi tutti tradotti anche in italiano), Richard Simon, Fabricius, Reimarus, Lessing. Clicca qui per tornare su, da dove sei partito

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Il ritorno dei volgarizzamenti

Sbaglio, o c’è un rinnovato interesse per il volgarizzare, un’attività affine alle traduzioni ma che spesso gode di fama infima (se mai possibile…)?

La copertina di Cesare Segre, Volgarizzamenti del Due e Trecento (Utet 1953), appena comperato

In realtà già Segre, all’inizio degli anni Cinquanta, apriva un suo saggio capitale affermando che il volgarizzamento è una «situazione mentale prima ancora che attività specifica» e che occorre pertanto considerare tale attività «invece che una precedenza, un ideale parallelismo con le altre espressioni del pensiero letterario».NOTA 1
Folena, riprendendo queste argomentazioni, appaia il volgarizzare al traslatare (in opposizione alla interpretatio orale, solitamente riservata a una «comunicazione a tre», dotata cioè di un intermediario/ἑρμηνεύϛ < Hermes/Ermete, o comunque di «un commutatore dei due codici rispettivi» – dove già si coglie la simbiosi originaria fra latino e greco, di contro a «lingue appartenenti a civiltà lontane» e perciò ‘barbare’, «inferiori e inintelligibili»), che è un fenomeno da (ri)collocare «all’inizio di nuove tradizioni di lingua scritta e letteraria»: e dunque «quasi tutto quello che ci è giunto di documenti e monumenti delle origini è in sostanza traduzione, sia che l’originale esista e ci sia noto, […] sia che si tratti soltanto di un modello mentale facilmente ricostruibile».NOTA 2
In questa chiave va letta una ricca messe di altri studi, di cui riporto qui solamente una minima parte, ma auspico che continui al ritmo elevato che ha assunto in questi ultimi anni:

  • Alison Cornish, “A New Life for Translation: Volgarizzamento after Humanism”, sesto e ultimo capitolo del suo volume Vernacular Translation in Dante’s Italy. Illiterate Literature (Cambridge UP 2010);

    La copertina di Cornish 2010

  • il corposo saggio di Giovanna Frosini sui “Volgarizzamenti” che apre il secondo volume della Storia dell’italiano scritto

    La copertina di Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese, Lorenzo Tomasin (a cura di) 2014

  • Lino Leonardi e Speranza Cerullo (a cura di), Tradurre dal latino nel Medioevo italiano. «Translatio studii» e procedure linguistiche (SISMEL-Edizioni del Galluzzo 2017, atti del convegno organizzato a Firenze dalla Fondazione Ezio Franceschini il 16 e 17 dicembre 2014);

    La copertina di Leonardi, Cerullo (a cura di) 2017

  • sempre Leonardi è il coordinatore di BIBITA, “I volgarizzamenti italiani della Bibbia”, pure ospitato sul sito della Fondazione Franceschini e che ha prodotto 6 lavori tra il 1993 e il 2013 (fino al 1998 con il concorso dell’École Française de Rome);
  • Roman Sosnowski e Giulio Vaccaro (a cura di), Volgarizzamenti: il futuro del passato (Cesati 2018);

    La copertina di Sosnowski e Vaccaro (a cura di) 2018

  • il convegno “Volgarizzare e tradurre in Italia nei secoli XIII-XV. Problemi e metodi editoriali”, coordinato da Corrado Bologna e Claudio Ciociola i giorni 22-23 maggio 2017 a Pisa;
  • il convegno internazionale “Storia sacra e profana nei volgarizzamenti medievali. Rilievi di lingua e di cultura”, promosso a Milano nei giorni 25 e 26 ottobre 2017 dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e dall’ateneo di Verona;
  • il convegno “Toscana bilingue (1260-1430). Per una storia sociale del tradurre medievale” (organizzato dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’università veneziana di Ca’ Foscari e tenutosi a Dorsoduro dall’8 al 10 novembre appena conclusi).
  • Assolutamente fondamentale in (e per) questo nuovo, poderoso impulso il sito DiVo – Dizionario dei volgarizzamenti (ovviamente medievali), curato da Elisa Guadagnini e Giulio Vaccaro (dei quali si trovano sul web alcuni articoli molto promettenti) e tuttora in piena espansione, che si definisce «Pubblicazione periodica online [… ad] aggiornamento continuo».
  • Non trovo invece ancora nessuna conferma di un altro libro di Giulio Vaccaro, che sarebbe dovuto uscire entro il 2018 per l’editore ETS di Pisa, col titolo allettante Tradizione e fortuna dei volgarizzamenti italiani

AGGIORNAMENTO (lunedì 19 novembre 2018)

Trovo stamani sul sito di Spolia la segnalazione di un convegno internazionale, franco-italiano (cioè, in pratica organizzato dalle università di Pisa e Lione) che non avrebbe molto a che fare con i volgarizzamenti, a parte la prossimità cronologica.

Ritratto di Franco Sacchetti, autore della raccolta Trecentonovelle (fine sec. XIV), in apertura del programma del convegno internazionale

Mi riferisco a “En traduisant les Trecento novelle de Franco Sacchetti: De la langue à l’histoire” (questo link aprirà un PDF con il programma dettagliato dei lavori), tenutosi a Lione gli scorsi 8 e 9 novembre, con il curatore della recente edizione critica, Michelangelo Zaccarello (SISMEL-Edizioni del Galluzzo, Firenze, 2014).

 

NOTE

NOTA 1 – Le citazioni sono da C. Segre, Lingua, stile e società. Studi sulla storia della prosa italiana (Feltrinelli 1963, pp. 49 e 54, ma rinunzio ad esporre l’ampia trattazione, elaborata da un Segre appena ventisettenne!). Clicca qui per tornare su, da dove sei partito

NOTA 2 – Tutte le frasi virgolettate sono, ovviamente, dalle prime pagine di G. Folena, Volgarizzare e tradurre (Einaudi 1994, ma ed. or. 1973). Clicca qui per tornare su, da dove sei partito

Primo anniversario dell’Encyclopédie in tutto il suo splendore

Tavola dall’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert.

Mi accorgo adesso, sollecitato dalla notizia della prossima giornata di studi sulla “Storia della filosofia nell’Encyclopédie” (23 novembre alla Sorbona, campus de Jussieu – vedi infra per i dettagli) che sono passati già 367 giorni dalla messa in linea del meraviglioso progetto ENCCrE, acronimo che sta per Édition Numérique Collaborative et Critique de l’Encyclopédie, ossia Edizione critica digitale e collaborativa del Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri. Quest’ultimo è il ‘sottotitolo’, riportato nel frontespizio, dell’opera che costituì il «grande affare dei Lumi» e che cambiò radicalmente in Occidente la maniera di considerare il sapere, ma soprattutto il nostro rapporto con quest’ultimo. Il lavoro fu condotto tra innumerevoli traversie da Denis Diderot, dopo l’abbandono di d’Alembert e sorretto soprattutto da Louis de Jaucourt, un medico che si sobbarcò da solo la stesura di quasi un quarto di tutte le voci, i cui firmatari furono più di 130. L’opera iniziò a uscire nel 1751 e al suo completamento nel 1772 consegnò al mondo intero 71.818 voci, organizzate in 17 volumi (in folio, cioè di grande formato) di testo, accompagnati da altri 11 contenenti 2.579 tavole (275 delle quali doppie, 15 triple e 6 addirittura quadruple), tutte originali e alcune veramente straordinarie.

Il frontespizio del primo tomo della prima edizione dell’Encyclopédie.

L’edizione alla quale mi riferisco offre in consultazione del tutto gratuita una mole fantastica di materiali, che rendono pallidi simulacri i materiali di cui ci si poteva servire in precedenza (a cominciare dal pionieristico sottosito sull’ARTLF, che comunque ha ancora molte altre frecce al suo arco, vale a dire testi in francese e inglese, consultabili liberamente dai server dell’università di Chicago).

L’intento generale è quello di rendere disponibile erga omnes sia i testi originali, controllati dall’équipe di oltre cento studiosi francesi, inglesi, giapponesi, italiani che se ne stanno occupando da anni (qualche nome? Georges Benrekassa, Alain Cernuschi, Daniel Droixhe, Kathleen Hardesty Doig, Franck A. Kafker, Marie Leca-Tsiomis, Jeff Loveland, Irène Passeron, Daniel Roche, Yann Sordet), sia gli approfondimenti di lavoro dei medesimi.
Seguendo le indicazioni fornite da Diderot stesso nella voce ‘enciclopedia’, la finalità è duplice: democratizzare l’accesso e mantenere lo spirito critico che costituiva una delle caratteristiche salienti dell’opera, così da facilitare lo scambio fra gli specialisti, ma a beneficio di tutti i lettori interessati. Per questo nella “Presentazione” si dichiara questo progetto «collaborativo, dinamico e a lungo termine», ovvero di lungo corso.
Il modo più semplice e rapido per familiarizzarsi con questo scrigno informatico di meraviglie è quello di seguire la visita guidata che viene proposta entrando nel sito. In alternativa potete cliccare, nell’ordine che vi si addice meglio, sulle sei diciture poste subito sotto il titolo: Presentazione – Équipe – Politica editoriale – Comitato di lettura – Comitato scientifico – Chi ha fatto cosa?.

Ecco qui di seguito una rapida panoramica di quello che c’è sul sito dell’ENCCrE, o almeno delle cose più importanti (magari altre non le avrò ancora scoperte, talmente tante ce ne sono…), lasciandovi così il piacere (non è un modo di dire stereotipato: per capire cosa intendo, provate ad aggirarvi con libertà nel sito, pensando a Roland Barthes) di esplorarle tutte ad libitum.

Tutti e 28 i tomi della prima edizione (detta ‘di Parigi’) alla base del progetto ENCCrE.

Sotto il titolo si ergono di taglio i tomi della prima edizione che è stata rinvenuta in perfetto stato presso la biblioteca Mazarine di Parigi. Ogni tomo, debitamente numerato, mostra il proprio contenuto semplicemente cliccandoci sulla costa: i vari argomenti sono link a loro volta e se si vuole andare alle voci, sono quelle più ‘spesse’ alla vista. Un clic su di esse apre due (mezze) finestre indipendenti sullo schermo: a sinistra c’è l’elenco di tutti i lemmi (o i titoli, nel caso delle Tavole – tutto sempre cliccabile), ciascuno col suo riferimento di pagina; a destra compare invece una pagina dell’originale (Vue numerisée), ben  scannerizzata e dunque ‘maneggiabile’ a piacimento (un po’ come già in Gallica, ma in maniera più flessibile, che vuol dire anche ‘naturale’): la si può ingrandire o rimpicciolire agendo sulla rotella del mouse o cliccando su qualsiasi punto. Se invece si preferisce leggere il testo corrispondente, trascritto sulla metà sinistra, scorrendo quest’ultima, al cambio pagina (indicato dal numero corrispondente nel margine all’estrema sinistra) ovviamente anche la finestra a destra trascorrerà in modo automatico alla pagina ‘giusta’.
Inoltre, tramite vari comandi dei quali è facile impratichirsi giocandoci pochi minuti (tanto non si guasta nulla, a differenza dei libri ‘veri’), si può sfogliare l’edizione come si farebbe a mano (e voglio precisare: in maniera abbastanza realistica, ossia ad esempio pagina per pagina, o saltandone qualcuna, in avanti o all’indietro), stamparla se serve, oppure effettuare ricerche dei tipi più svariati (c’è anche la modalità ‘avanzata’ in cui sbizzarrirsi, andando a frugare persino nelle «voci omesse»).
Riguardo a ricerche e scandagli: nella fascia superiore restano sempre disponibili 4 caselle (tutte cliccabili – ma certo c’eravate già arrivati da soli…): Volumi – Nomenclatura – Contributori – Domìni. Esse permettono di spaziare (mi verrebbe da dire: sguazzare) in lungo e in largo nell’opera e ricavarne dati che sarebbe più complicato (se non impossibili) da ottenere tramite una normale ricerca ‘a mano’ sui volumi ‘fisici’. Inoltre queste stesse diciture si ritrovano verso metà della pagina generale di accesso.

Locandina dell’incontro-studio del 23 novembre 2018.

Torno alla pagina di ‘ingresso’: sul lato sinistro c’è la zona “Documentazione generale sull’Encyclopédie“, che si rivela articolata in 10 sezioni e varie sottosezioni (alcune di esse ulteriormente suddivise). Simmetricamente, a destra, vi corrisponde la zona relativa alla “Descrizione materiale dell’esemplare” (quella che i britannici chiamano ‘bibliografia analitica’ o testuale e fra i suoi maestri annovera Bowers, Fahy, McKenzie, Tanselle), di per sé una miniera di informazioni interessanti.
Va detto che in entrambi i casi non si tratta di annotazioni brevi o risapute e quindi trascurabili. Leggerete sullo schermo, invece, rielaborazioni originali a firma di specialisti illustri, che possono servire da prima introduzione o ‘ripasso’, ma anche come trampolino verso approfondimenti successivi, grazie alla presenza di bibliografie specifiche.
Nella parte bassa, infine, ci sono due riquadri. In quello di sinistra scorrono a ciclo continuo 12 notizie di aggiornamenti su lavori, convegni ecc. (per esempio, la lettura annotata della voce ‘Giochi di carte’ da parte di Thierry Depaulis – collaboratore sin dal primo numero del 1995 della pregevole Ludica. Annali di storia e civiltà del gioco, rivista della Fondazione Benetton Studi Ricerche). A destra sono disponibili le liste degli articoli e dei dossier annotati dagli studiosi di livello internazionale (vedi sopra) ai quali sono stati affidati.

Insomma, con queste poche righe spero di aver convinto pure voi che l’ENCCrE sia un prodotto editoriale assolutamente innovativo, che può aspirare a diventare uno dei modelli possibili anche per l’avvenire per imprese di questo genere (del resto Darnton, che sin dalla fine del secolo scorso si poneva questioni del genere, fa parte del comitato scientifico).
Questo post è stato suscitato dall’impressione che non si sia parlato abbastanza di questo progetto rivoluzionario, o che se ne sia sentito parlare relativamente poco, rispetto alla sua importanza. Voi che leggete, perciò, diffondete ovunque possiate questa splendida novella, per il plauso universale e l’attenzione alta e costante che merita. Grazie (e buona visita al sito francese).

Il frontespizio di un testo realizzato nel 2017 da alcuni componenti dell’équipe dell’ENCCrE, scaricabile gratuitamente dal web come PDF.

 

 

1° convegno nazionale sulla storia del pensiero linguistico e semiotico (CISPELS 18)

Dal 17 al 19 settembre si è svolto a Villa Mirafiori (dove adesso è rimasto solamente il Dipartimento di Filosofia della “Sapienza”, Università di Roma) quanto indicato nel titolo.

Il programma si può scaricare da questo link.

Il convegno aveva due obiettivi, largamente raggiunti:

  1. costruire un’occasione di confronto intorno agli oggetti possibili e ai metodi dell’analisi storica e storico-teorica in ambito linguistico e semiotico, riprendendo e sviluppando all’altezza dell’oggi le questioni sollevate agli albori della disciplina (anni Sessanta-Settanta), anche in relazione all’assetto complessivo delle ricerche linguistiche

  2. offrire una mappa delle ricerche in corso nel campo della storia delle idee e delle dottrine linguistiche, mediante la partecipazione sia di colleghe e colleghi delle società scientifiche coinvolte, sia, auspicabilmente, dei giovani ricercatori che si stanno formando nei diversi settori (AIS, AISS, ASLI, SFL, SIFR, SIG, SLI), in Italia e all’estero

Inoltre nell’assemblea che si è tenuta alla fine della seconda giornata si è deciso di procedere in maniera consortile rispetto alle sette società da cui provenivano i partecipanti, cioè SENZA fondare una ottava organizzazione, né riscoprire l’acqua calda. Entro l’anno solare dovrà essere stilato un regolamento interno. Un grosso obiettivo a media distanza sarà l’organizzazione del quindicesimo ICHoLS (International Conference on the History of Language Sciences, «the most important platform for researchers working on the history of the language sciences» avviata a Ottawa nel 1978), che si terrà per la prima volta in Italia, a Milano.

La mia relazione, progettata insieme alla collega romena Iulia Cosma (Universităţii de Vest, Timişoara), è stata assegnata alla sezione “Poster” (novità per me!) e qui sotto trovate una foto del pannello che abbiamo realizzato alla bell’e meglio: tutto iconico!

CISPELS-poster

Ecco qui inoltre: l’abstract (inviato a metà maggio, sperando nell’approvazione); il breve testo che abbiamo dato a chi si è avvicinato per chiedere delucidazioni (pochi); il testo del riquadro sulla «breve stagione della linguistica romena nell’editoria italiana» che abbiamo affisso il secondo giorno, per completare un po’ la presentazione (a metà pannello, sulla destra, nella foto).

ABSTRACT

Iulia Cosma (Universităţii de Vest, Timişoara), Alessandro de Lachenal (Roma)
L’Italia, la Romania e Tullio De Mauro
Ciò che ha a che fare con la Romania non gode di molto favore in Italia: non ci riferiamo soltanto alla cattiva stampa, che spinge l’opinione pubblica a cercare quasi ‘spontaneamente’ un capro espiatorio di nazionalità romena quando avvengono furti, stupri o altri reati odiosi, ma anche al campo ben più rispettabile della linguistica: studiosi d’eccezione come Tagliavini o Coseriu non possono cancellare quello che invece appare come un disinteresse abulico. Nella nostra relazione intendiamo prendere in esame questo problema su entrambi i versanti nazionali, ma senza pretese di esaustività: da un lato passeremo in rassegna la ricezione nell’Italia postbellica di alcuni linguisti romeni e, nella direzione inversa, ci concentreremo sulle riverberazioni di alcune opere di Tullio De Mauro nella letteratura scientifica in Romania. In termini di ‘scuole linguistiche’, se a quella romana va il merito di aver introdotto in Italia alcuni saggi di Coseriu, ancor oggi imprescindibili, quella padovana-bolognese patrocinò varie opere di Marcus, Stati, Florescu e altri soprattutto nel «decennio delle traduzioni». Oltre a questo, consideriamo necessario orientare la nostra ricerca verso la ricezione del pensiero demauriano in Romania, superando le apparenze di una relativa insensibilità dell’ambiente scientifico romeno nei confronti di esso. Se la traduzione dell’edizione del Cours di Saussure con i suoi apparati fondamentali verrà messa a disposizione del pubblico romeno nel 2000, non ci sembra lecito trascurare la traduzione dell’Introduzione alla semantica nel 1978, Introducere în semantică a cura di Anca Giurescu, docente di lingua italiana presso l’Università di Bucarest, che dieci anni dopo emigrerà in America insieme al marito, professore di storia. La traduzione di Anca Giurescu non può non aver suscitato interesse da parte degli studiosi romeni e il nostro contributo intende delinearne le tracce. Ma per non trascurare la possibilità che qualche altro saggio di De Mauro in lingua originale o in traduzione potesse essere stato letto da italianisti o studiosi di filologia romanza ancora prima del 1978, verrà eseguita una ricerca anche su libri e riviste pubblicati in Romania dagli anni Sessanta fino al 2017, con l’intento di tracciare una mappa il più accurata possibile sull’accoglimento del pensiero di Tullio De Mauro in Romania.

SINTESI (brevi manu)

La ragione che ci ha spinto a partecipare al primo convegno CISPELS poggia sull’impressione che oggi il romeno sia una lingua scarsamente presa in considerazione nelle riflessioni degli studiosi italiani. Questo è un peccato non perché, banalmente, faccia parte anch’essa delle lingue romanze, né perché questa situazione ignori la simpatia con cui i due popoli si guardarono fin dall’epoca risorgimentale, accomunati da aspirazioni analoghe, mentre oggi le posizioni si sono capovolte radicalmente. E neanche l’aura di Eugenio Coseriu (rectius: Eugeniu Coşeriu) pare sufficiente a far invertire la rotta…
Tale situazione dispiace, piuttosto, perché sembra dimenticare che in un passato neanche remoto le cose sono andate diversamente, come testimoniano diversi aspetti sui quali vogliamo richiamare l’attenzione.

  • Anzitutto sembra essere caduta nell’oblio l’eccezionale competenza specifica di Carlo Tagliavini (docente a Padova dal 1936 al 1973, dove lavorò assieme a Gianfranco Folena e Giovanni Battista Pellegrini, nonché mentore di Manlio Cortelazzo, Giuseppe Francescato, Alberto M. Mioni, Lorenzo Renzi, fra gli altri), il cui operato proviamo a rivalutare, guardando anche al di là di facili contrapposizioni.

  • Nel “periodo delle traduzioni” (anni Sessanta-Settanta) si può individuare una breve “stagione della linguistica romena”, che non è mai stata messa in luce adeguatamente nonostante il grande valore intrinseco delle proposte.

  • Abbiamo effettuato una ricognizione degli studi su riviste e libri specificamente romeni, nei quali le idee di Tullio De Mauro sono state presentate, esposte, esaminate e discusse; quindi, sulla base di risultati non del tutto scontati, abbiamo cercato di delineare alcuni tratti essenziali della sua ricezione.

“LA BREVE STAGIONE DELLA LINGUISTICA ROMENA”

Volumi pubblicati nella collana «Linguistica» (dir. C. Tagliavini):

• Nicolae Drăganu, Storia della sintassi generale, Pàtron, Bologna 1970 [1944]
n° 1 – trad. di Paola Bardelli Plomteux
• Salomon Marcus, Edmond Nicolau, Sorin Stati, Introduzione alla linguistica matematica, Pàtron, Bologna 1971 [1964]
n° 5 – trad. di Filippo Franciosi
• Tatiana Slama Cazacu, Introduzione alla psicolinguistica, Pàtron, Bologna 1973 [1968]
n° 9 – trad. di Paola Bardelli-Plomteux, Mihaela Cârstea, Dina Fabiani

ALTRI VOLUMI:

• Ioan Guţia, Grammatica romena moderna, Bulzoni, Roma 1967 (rist. 1981]
• Lorenzo Renzi, Canti narrativi tradizionali romeni. Studio e testi, Olschki, Firenze 1969
• Alexandru Niculescu, Florica Dimitrescu (a cura di), Testi romeni antichi (secoli XVI-XVIII). Con introduzione, studio linguistico e glossario, Antenore, Padova 1970
• Vasile Florescu, La retorica nel suo sviluppo storico, a cura di Renato Barilli, trad. di Alessandro Serra, il Mulino, Bologna 1971 [1960]
• Eugenio Coseriu, Teoria del linguaggio e linguistica generale. Sette studi, a cura di Raffaele Simone, trad. di Raffaele Simone e Luigi Ferrara degli Uberti, Laterza, Bari 1971 [collana «Biblioteca di cultura moderna», n° 715]
• Sorin Stati, Teoria e metodo nella sintassi, il Mulino, Bologna 1972 [1967]
• Iorgu Iordan, Maria Manoliu Manea, Linguistica romanza, a cura di Alberto Limentani, trad. di Marinella Lőrinczi Angioni, Liviana, Padova 1974 [1965]
• Alexandru Niculescu, Strutture allocutive pronominali reverenziali in italiano, Olschki, Firenze 1974
• Sorin Stati, Il significato delle parole, D’Anna, Messina-Firenze 1975
• Sorin Stati, Strumenti logici per la linguistica, Pàtron, Bologna 1976 [1971]
[collana «Linguistica generale e storica», diretta da C. Tagliavini, n° 2]
• Sorin Stati, Le teorie sintattiche del Novecento, il Mulino, Bologna 1977
• Marin Mincu, Marco Cugno, I canti narrativi romeni. Analisi semiologica, Giappichelli, Torino 1977
• Marin Mincu, I mondi sovrapposti. La modellizzazione spaziale nella fiaba romena, Giappichelli, Torino 1978
• Sorin Stati, Manuale di semantica descrittiva, Liguori, Napoli 1978
[collana «Strumenti linguistici» diretta da Gianfranco Folena, n° 4]
• Sorin Stati, Il dialogo. Considerazioni di linguistica pragmatica, Liguori, Napoli 1982
• Marin Mincu (a cura di), La semiotica letteraria italiana. Interviste con D’Arco Silvio Avalle, Maria Corti, Cesare Segre, Umberto Eco, Emilio Garroni, Stefano Agosti, Marcello Pagnini, Alessandro Serpieri, Gian Luigi Beccaria, Aldo Rossi, Antonino Buttitta, Gian Paolo Caprettini, Feltrinelli, Milano 1982

“Libri e lettori nell’Italia repubblicana”

Convenzionali

41p-XoKUDnL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Effetti di promozione alla lettura “disinteressata” ha avuto la realizzazione della scuola media unica nel 1962.

Libri e lettori nell’Italia repubblicana, Gabriele Turi, Carocci. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, dice la costituzione. Che dice anche che la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Che l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali. È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai…

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I paratesti della traduzione

Nella Biblioteca Nazionale di Castro Pretorio mi sono imbattuto quasi per caso nella locandina di un convegno internazionale, “Oltre il titolo: la traduzione e i suoi paratesti” – si terrà a Tor Vergata il pomeriggio di giovedì 19 aprile e proseguirà la mattina del giorno successivo alla Nazionale.

Locandina del convegno “Oltre il titolo: la traduzione e i suoi paratesti”
Nonostante la minacciosità del suo… titolo (scusate il bisticcio – qui, dalla tesi di Mariapia Tarricone del 2000, una spiegazione distesa, che segue molto da vicino il testo di Gérard Genette del 1987, 1989 in traduzione italiana Einaudi, a cui risale; da integrare con le dimensioni semiotiche, come indica il dizionario della comunicazione on-line dell’Ateneo Salesiano, ossia Franco LEVER – Pier Cesare RIVOLTELLA – Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche), potrebbe essere interessante proprio per l’aspetto specifico che mette a fuoco, grazie alla presenza di relatori di varia estrazione e impegnati su lingue e ambiti culturali anche molto diversi.
L’annuncio era già stato dato da Giulia Grimoldi su bloc notes, il blog della rivista Tradurre.it, ma ai primi di novembre dello scorso anno. Sarà quindi utile rinfrescare la memoria, riportandone qui il programma dettagliato, seguito da qualche breve cenno almeno sui 4 moderatori (sui contributori so ben poco, ma mi interessa soprattutto Sabine Schwarze, di cui ho apprezzato il contributo Übersetzungstheorie und Übersetzungskritik in Italien im 19. und 20. Jahrhundert (pp. 1951-1962), stilato con Andreas Bschleipfer e che porta il numero 196 nella XXVII sezione, dedicata a «Die Übersetzungskultur in Italien / Translation and cultural history in Italy / Histoire culturelle de la traduction en Italie» (pp. 1907-1981) e compresa nel terzo tomo del volume 26 di Übersetzung-Translation-Traduction, curato da Harald Kittel, Juliane House e Brigitte Schultze nel 2011, e parte del mastodontico progetto internazionale diretto per l’editore Gruyter da Herbert Ernst Wiegand, Handbuch zur Sprach- und Kommunikationswissenschaft (più brevemente HSK).
Di Schwarze invece non ho ancora consultato la promettente monografia Sprachreflexion zwischen nationaler Identifikation und Entgrenzung. Der italienische Übersetzungsdiskurs im 18. und 19. Jahrhundert (Nodus, Münster, 2004).
Programma del convegno “Oltre il titolo: la traduzione e i suoi paratesti”

Gabriella Catalano, docente di Lingua tedesca a Tor Vergata.

Gabriella Catalano, germanista, è stata la curatrice (con Fabio Scotto) dell’importante volume con gli atti di un altro convegno internazionale, molto denso, svoltosi a Milano dal 18 al 20 novembre 1999: La nascita del moderno concetto di traduzione. Le nazioni europee fra enciclopedismo e epoca romantica (Armando, Roma, 2001); tra i relatori più noti segnalo Emilio Mattioli, Bruno Osimo e Stefano Garzonio. Oggi è Ordinario di Lingua tedesca a Tor Vergata e notizie pertinenti alla sua attività sono sul sito dell’università.

Matteo Lefèvre, docente di Lingua spagnola a Tor Vergata.

Matteo Lefèvre è Professore associato (II fascia) di Lingua e traduzione – Lingua spagnola (L-LIN/07) presso il Dipartimento di Storia, Patrimonio culturale, Formazione e Società dell’Università di Roma “Tor Vergata”. Un curricolo completo (dalla formazione alle pubblicazioni e gli insegnamenti impartiti, aggiornato al 7 aprile u.s.) si trova a questo link di Didatticaweb dell’università di Roma 2.

Simona Munari (di cui non ho trovato immagini su internet: compenso con le notizie su di lei) condivide con Lefèvre sia l’insegnamento (gli esperti direbbero “incardinamento”…!) all’ateneo romano di Tor Vergata, sia le competenze di ispanista, a cui però aggiunge anche quelle di francesista, impegnata in «ricerche sulla pratica traduttiva e sulla riscrittura come forme della mediazione fra culture europee in età moderna, con particolare riferimento alle questioni teoriche che a partire dal Seicento hanno animato il dibattito letterario francese sulla funzione della lingua quale modello e tramite di scambio culturale nell’Europa romanza. Ha indagato la traduzione come pratica censoria e l’evoluzione della lingua francese in rapporto alla definizione del canone e allo sviluppo dei generi letterari. Ha pubblicato vari studi sull’ispanismo e italianismo francese, l’edizione critica di due tragicommedie e uno studio monografico sulla circolazione dei romanzi spagnoli in Francia e Italia nel Seicento. In parallelo, si è dedicata allo studio e valorizzazione di alcuni Fondi d’archivio relativi all’ispanismo francese novecentesco presso il Collège de France parigino, con particolare attenzione agli epistolari inediti». Queste informazioni e un elenco integrale delle sue pubblicazioni (tre saggi in spagnolo anche scaricabili) sono reperibili sul sito ufficiale dell’università.

Nicoletta Marcialis, docente di Filologia slava a Tor Vergata.

Nicoletta Marcialis, infine, iniziò la sua attività traduttiva cimentandosi con un Michail M. Bachtin ancora praticamente sconosciuto, in Italia e in buona parte del mondo occidentale, nel volume curato da Augusto Ponzio, Michail Bachtin. Semiotica, teoria della letteratura e marxismo (Dedalo, Bari, 1977). Oggi, ereditando il magistero di Cesare G. De Michelis (se non proprio quello materiale, certo quello ‘ideale’, come testimonia la sua curatela, insieme a Marina Ciccarini e alla summenzionata Gabriella Catalano, della Festschrift recente, intitolata La verità del falso, Viella, Roma, 2015), è professore ordinario di Filologia Slava presso l’Università di Roma Tor Vergata. Anche per lei gran parte delle informazioni utili si possono ricavare dal suo curricolo, pubblicato su Didatticaweb, più i materiali reperibili sul sito dell’Associazione Premio Gorky.

Ci vediamo al convegno!

Un convegno su donne/lingua/traduzione con Peter Burke

Sono capitato davvero casualmente sul Call for Papers, ma la data in cui si terrà il convegno mi ha colpito: è quella del mio compleanno!
C’è tempo sino al 23 febbraio per inviare il proprio contributo su “Women, Language(s) and Translation in the Italian Tradition”, scrivendo a Helena Sanson (hls37@cam.ac.uk).
A me è venuta in mente subito la figura di Adele Masi, seconda moglie di Michele Lessona, rivalutata anche come traduttrice dalla storica Paola Govoni nel quarto capitolo del suo libro fondamentale (per le mie ricerche) Un pubblico per la scienza. La divulgazione scientifica nell’Italia in formazione (Carocci 2002) e poi approfondita ulteriormente nel suo contributo Adele Masi Lessona in E. Luciano, C.S. Roero (a cura di), Numeri, atomi e alambicchi. Donne e scienza in Piemonte dal 1840 al 1960 – Parte prima (Centro studi e documentazione pensiero femminile, Torino 2008, pp. 8-14, che non ho però consultato).
Per chi non ne sapesse nulla, può ancora trovare su internet tracce dell’incontro su “Michele Lessona, naturalista divulgatore, svoltosi presso il Museo di Scienze Naturali di Torino sempre il 7 novembre, ma del 2011 (in realtà un altro sito scrive che fu rinviata al 28 novembre causa maltempo): la relazione di Govoni metteva a fuoco «i principali scopi e le funzioni della multiforme attività editoriale di Michele Lessona e Adele Masi negli anni del successo della cosiddetta “scienza per tutti”: un genere editoriale di cui i due furono protagonisti nei primi decenni dopo l’unità».
Ancora meglio, si vedano i cenni redatti da Ariane Dröscher nel sito/dizionario biografico di scienziate italiane, coordinato da un’altra brava studiosa italiana di storia della scienza, Raffaella Simili: Scienza a due voci. Le donne nella scienza italiana dal Settecento al Novecento.

govoni

Paola Govoni in un convegno a Cagliari (“Eva Mameli Calvino, itinerario al microscopio”, 6-7 novembre 2014)

Chiusa la divagazione, passo a ricopiare qui sotto la presentazione e i dati essenziali per chi fosse interessato a partecipare al convegno che si terrà presso il Clare College di Cambridge (UK) il 7 e 8 novembre 2018.

Key-note speaker: Professor Peter Burke, Emmanuel College, University of Cambridge
Guest of honour: Dacia Maraini, internationally acclaimed novelist, essayist, playwright, and translator
This conference intends to explore women’s roles in the circulation of ideas and the dissemination of knowledge in the Italian tradition, across the centuries, by means of translations. It focuses on the role of women as translators, as well as, more broadly, agents of all kinds (e.g. translations for women, commissioning of translations by women) in the production and circulation of translations.

In the last few decades an expanding corpus of scholarly works and research activities have greatly contributed to extending our knowledge of women’s roles in the history and cultures of translation, especially with reference to England, France, and Germany, whereas in the Italian tradition, the topic has so far not received the scholarly attention it deserves.

This conference aims to offer a contribution to the cultural history of translation in Italy, also taking into consideration the complex and varied linguistic situation of the peninsula. Translation has at times been deemed a compromise between women’s artistic aspirations and the perils of authorship of imaginative literature, a way for women to leave their mark in an otherwise hostile literary environment. In fact, research on the topic has shown that this understanding of the role of translation for women is limiting. Translating has encompassed both a private and public element: some women took up translation as a literary pastime, whereas others have depended on the income they received from it to make a living. Other women have engaged in translation alongside their own creative writing, interacting and collaborating in cultivated circles with eminent figures from the republic of letters, and others still have seen translation as a means of expressing their scholarship and erudition, or expressing their political engagement and ideological convictions. Some women translators, whether in domestic contexts or in convents, in salons or at court, made texts available for the benefit of readers less familiar with other languages. Historically, women have translated from (and into) classical languages, as well as from one modern language into another, or from one dialect into another.

Crossing linguistic and cultural boundaries, women have translated a variety of genres, from poetry, novels, and plays, to history, biography, conduct literature, economic and legal texts, religious and devotional writings, scientific and philosophical works.

Questions to be considered when submitting proposals, include, but are not limited to:
– women’s access to the study of classical and foreign languages; the metalinguistic tools and resources available to assist translators in their task, as well as practices of language learning; women translators and their access to and use of the Italian language, and their contribution to its development by means of translations; the multilingual and multicultural contexts of the Italian peninsula, and therefore the linguistic and cultural contexts in which translations took place and were received; women as patrons, printers, and readers of translations, and their role in the circulation of translations among countries; individual and collaborative translations; the ‘authorship’ of translations (e.g. published anonymously/under initials/full name); women translators’ reflections on translation; translation practices and attitudes; tactics of intercultural negotiations of ideas and meanings, and of adaptation of the original texts; modes of production and distribution of translations; influence and reception of translations for and/or by women; intended audiences and readerships; material aspects of works translated; manuscript and print translations. Contributions that discuss translations of Italian women writers’ works into other languages are also welcome.

‘Women, Language(s) and Translation in the Italian Tradition’ is generously supported by the Isaac Newton Trust and by the Italian Section, Faculty of Modern and Medieval Languages, University of Cambridge.

PROPOSALS:
Presentations in English are strongly encouraged. Papers should be 20 minutes in length (+10 minutes of discussion). Proposals should be submitted in a single Word/Pdf document to the organiser Dr Helena Sanson (hls37@cam.ac.uk), and should contain the following information:
Name, Institutional affiliation (if any), Email, Title of the proposal and abstract (250-300 words), a short CV, with a list of your main publications (no more than 2 pages).
Proposals by postgraduate students and early career researchers are encouraged and particularly welcome.

 

Chi ben comincia il 2018…

Sono molto contento che il primo volume cartaceo a varcare la soglia di casa mia nel 2018 sia questo di Jürgen Trabant, sebbene quindici anni dopo la sua pubblicazione. Se non fosse chiaro, l’immagine che occhieggia dal ‘buco’ in copertina è quella di una torre di Babele (NOTA 1 ), metafora iniziale e archetipica nell’argomentazione dell’opera.

La copertina di Trabant 2003

Un aspetto assai apprezzabile è che in pratica l’ho pagato (su Amazon) la metà del prezzo riportato sul risvolto di copertina (edizione rilegata!), come a ben guardare si può ricavare anche da un’informazione sul sito dell’editore tedesco, anche se lo sconto dovrebbe applicarsi alla ristampa (?) del 2013.

A noi italiani dovrebbe interessare già solamente perché snocciola nei titoli dei 7 capitoli alcuni dei nostri luoghi più significativi per le humanities: Firenze, Bologna, Napoli… alle quali seguono anche Londra, Parigi, Riga, Tegel, Cambridge (sia quella nel Massachusetts, sia quella britannica), sino alla Foresta nera…
Aggiungo che, per un’altra di quelle ragioni insondabili e inspiegate, nessuno dei libri di Trabant qui menzionati figura nelle biblioteche pubbliche italiane, accessibili a partire dall’Opac SBN, ossia il Catalogo del servizio bibliotecario nazionale: quest’ultimo è attivo dal 1997 e permette di interrogare una vasta rete di «biblioteche statali, di enti locali, universitarie, scolastiche, di accademie ed istituzioni pubbliche e private operanti in diversi settori disciplinari». Del resto al centro della home page del portale ICCU (acronimo di Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche), dal quale dipende il suddetto Opac (On-line Public Access Catalog), fa bella mostra di sé l’affermazione seguente:

L’ICCU gestisce il catalogo online delle biblioteche italiane e il servizio di prestito interbibliotecario e fornitura documenti; cura i censimenti dei manoscritti e delle edizioni italiane del XVI secolo e delle biblioteche su scala nazionale; elabora standard e linee guida per la catalogazione e la digitalizzazione. Opera in stretta collaborazione con le Regioni e le Università al servizio delle biblioteche, dei bibliotecari e dei cittadini.

Avrei qualcosa da eccepire sul fatto che sia effettivamente «al servizio dei cittadini»; meglio passare al tema specifico di questo post.

Jürgen Trabant (dal sito juergen-trabant.de/)

Con Trabant ebbi a che fare indirettamente, quando Laterza affidò a Donatella Di Cesare la traduzione del suo libro su Vico, La scienza nuova dei segni antichi. La sematologia di Vico (fu pubblicato nel 1996, come n° 1092 della collana «Biblioteca di cultura moderna», in altri tempi gloriosa, corredato da una presentazione di Tullio De Mauro). In questa edizione italiana fu aggiunto un capitolo dal suo importante Traditionen Humboldts (Suhrkamp 1990 – stw, 877), l’ottavo: “Fantasia e favella. Osservazioni su Vico e Humboldt” (era alle pp. 140-168 dell’originale tedesco). Il libro vichiano uscì poi anche negli Stati Uniti nel 2004, non so in quale assetto, cioè se conforme nel sommario all’originale, all’edizione italiana, o in un’altra versione ancora – magari in ossequio al principio humboldtiano della virtuosa Verschiedenheit, su cui Trabant è tornato con molta chiarezza in uno dei suoi ultimi testi, Globalesisch, oder was? Ein Plädoyer für Europas Sprachen (Beck 2014). Una dozzina di pagine del libro si possono scaricare gratuitamente, per farsi un’idea di cosa parli, dal sito dell’editore.
Per chi non voglia farlo o non legga il tedesco, riporto l’opinione di fondo espressa da Trabant pochi anni prima:

[…] c’è voluto un bel po’ per far capire alla gente che imparare le lingue è una maniera meravigliosa di esperire cosa sia l’alterità culturale, un’avventura dello spirito, e che non può certo far male alla testa sapere un’altra lingua, o (meglio) anche più d’una. Di questo però ne è convinta solamente la parte dell’umanità che non parla inglese, mentre dal canto loro gli anglofoni rinunziano a questo allenamento mentale [traduzione all’impronta e abbastanza libera del sottoscritto, da Was ist Sprache?, Beck 2008, p. 153].

Sul Globalesisch di Trabant è intervenuto anche Tullio De Mauro nella premessa al suo coevo libretto In Europa son già 103. Troppe lingue per una democrazia? (Laterza 2014). Aggiungo che Mehrsprachiges Europa / Europa plurilingue / L’Europe plurilingue è il titolo di un dibattito al riguardo tra loro e con Barbara Cassin, Sara Fortuna, Manuele Gragnolati, Luigi Reitani e Rossella Saetta-Cottone, che si è svolto la sera del 23 febbraio 2016 all’ICI di Berlino e ancora fruibile in rete.
Ricordo pure che Trabant ha curato un’antologia di Wilhelm von Humboldt: Das große Lesebuch (Fischer 2010), per poi sintetizzare le proprie idee su di lui nel denso volume Weltansichten. Wilhelm von Humboldts Sprachprojekt (Beck 2012). Qualche altro riferimento l’ho inserito nella NOTA 2.

Il libro curato da Trabant nel 1995, con un saggio di Donatella Di Cesare

Quasi certamente per ringraziarmi del supporto nella redazione di quel testo Donatella mi regalò, con breve dedica, un libro solamente curato da Trabant, al quale lei aveva contribuito con un lavoro teorico, interno al dibattito filosofico ed ermeneutico tipicamente germanico. Il volume si intitola Sprache denken. Positionen aktueller Sprachphilosophie (Fischer 1995, nella serie “Philosophie der Gegenwart” curata da Patrizia Nanz, che conobbi a Francoforte e il rapporto con la quale si esaurì dopo poco, data la scarsa ricettività laterziana alle proposte tedesche). Il saggio Di Cesare, in seconda posizione, è Über Sprachphilosophie und die Grenzen der Sprache e sta in buona compagnia, letteralmente ‘in mezzo’ ad autori noti anche da noi: infatti segue Sylvain Auroux, lì autore con Djamel Kouloughli (NOTA 3 ) di Für eine “richtige” Philosophie der Linguistik, ma precede Henri Meschonnic, che scrive Humboldt denken heute.

Con Donatella persi poi del tutto i contatti, salvo poi ritrovarla mediatamente nelle righe, ferme e autorevoli, che aprono l’edizione italiana di Eugenio Coseriu, Storia della filosofia del linguaggio (Carocci 2010), da lei stessa tradotto e soprattutto curato, essendone stata allieva a Tubinga una ventina d’anni prima. E non sarà un caso, allora, che il secondo libro entrato a casa quest’anno nuovo, acquistato on-line presso la Fondazione Campostrini di Verona, sia Eugenio Coseriu, Il linguaggio e l’uomo attuale. Saggi di filosofia del linguaggio (2007, a cura di Cristian Bota e Massimo Schiavi, con la collaborazione di Giuseppe Di Salvatore e Lidia Gasperoni, prefazione di Tullio De Mauro — il quale nella seconda delle poche pagine concessegli, scriveva: «Ora che anche Giancarlo Bolognesi se ne è andato, credo di essere il più vecchio testimone dei primi anni e dei ritorni di Coseriu in Italia, nei tardi anni Cinquanta» [p. 10]).

La Storia della filosofia del linguaggio è un’opera estremamente interessante di Coseriu (ma anche più in generale) e permette di intrecciare variamente gli studiosi qui menzionati. L’edizione originale tedesca, da cui proviene anche quella Carocci, aveva una premessa di Trabant, qui conservata (pp. 25-32) e istruttiva, ma anche lui è criticato dalla curatrice (v. p. 14). A quest’ultima bisogna comunque riconoscere il merito di avere messo in luce l’angolatura migliore per apprezzare quel testo, «che, a ben guardare, non è davvero una “storia”, ma è piuttosto una “filosofia del linguaggio”. […] E come tale va letta. […] è un grande dialogo con i filosofi […], per cercare una risposta alle sue {sc., di Coseriu} domande sul linguaggio. Ma anche per riconoscere ogni volta il suo debito. E che cosa si presta di più al fraintendimento in tempi come questi di appropriazione egocentrica, di boria e presunzione scientifica? L’habitus di Coseriu era esattamente l’opposto» (p. 15).
E ancora: «la filosofia del linguaggio è tutta la filosofia dal punto di vista del linguaggio […]. Il grande merito di Coseriu è stato quello di aver giustificato la domanda filosofica sul linguaggio» come distinta da quella storica e da quella scientifica (p. 17 – corsivi nell’originale). Ne consegue che, allo stesso modo, bisogna distinguere la filosofia del linguaggio dalla linguistica generale e dalla teoria del linguaggio, mentre ad esempio in Italia «un disprezzo per la dimensione filosofica, detestata o ignorata, può condurre e ha condotto [..] ad una confusione tra filosofia del linguaggio e linguistica». «La domanda filosofica mira ad andare sempre oltre, mette in dubbio ciò che linguistica generale e teoria del linguaggio accettano tacitamente, comincia là dove queste finiscono. Ma a ben guardare le precede, dato che solleva a problema filosofico il “fondamento” del linguaggio che linguistica generale e teoria del linguaggio si limitano ad assumere. Queste ultime si basano dunque sulla filosofia del linguaggio, la presuppongono. La domanda filosofica sul linguaggio è così la domanda sul “senso dell’essere del linguaggio”» (p. 18).
Ho l’impressione che questa vena polemica sia stata generata probabilmente dall’intreccio fra dolorosi vissuti personali e duri sfondi storici sovraindividuali, più o meno aggiornati.
Ma al di là di tali considerazioni, queste stesse righe mi hanno fatto intuire che l’obiettivo da perseguire in una riflessione ‘alta’ sulla traduzione sia far capire (anche se non mi è ancora ben chiaro come) l’importanza, anzi di più: l’imprescindibilità, direi quasi la consustanzialità di quella attività, sfuggente, eppure analoga a «quell’estraniamento talmente quotidiano, da apparirci quasi ovvio, senza il quale non potremmo esistere» che è il linguaggio (cito sempre dall’introduzione di Di Cesare, pp. 16-17).
L’attività traduttiva, riprendendone la foggia, ossia quasi (ma non del tutto) modellata dalla lingua, duplica quella (e la nostra competenza linguistica, in senso lato), appoggiandovisi e sopravanzandola, e perciò appare ancora più difficile separarnela, scinderla dagli usi che abbiamo e facciamo della lingua.
Dovrò tornarci, forse Trabant e Coseriu sapranno fornirmi spunti illuminanti.

Concludo segnalando il sito dedicato a Eugenio Coseriu, dal quale si possono ricavare informazioni su di lui e scaricare praticamente quasi tutti i suoi saggi: http://www.romling.uni-tuebingen.de/coseriu/

Eugenio Coseriu (dal sito http://www.coseriu.de/)

N O T E

NOTA 1 – Nella fattispecie si tratta di un quadro dipinto nel 1602 da Roelant Savery e attualmente al Museo nazionale tedesco di Norimberga. Clicca qui per tornare al testo
NOTA 2 – L’argomento era affrontato in un’interessante ottica comparativa da un altro linguista (francese) in un bel volume, uscito nel 1995 come numero 19 della collana che accompagnava la rivista diretta da Raffaele Simone dal 1986 al 2003, «Italiano e oltre» {notizia dell’ultim’ora: dovrebbe essere disponibile tutta on-line a breve}: Claude Hagège, Storie e destini delle lingue d’Europa. Mi piace immaginare che, come De Mauro aveva affidato la prima traduzione di “sette studi” di Coseriu al suo giovane neolaureato Raffaele Simone (Teora del linguaggio e linguistica generale, Laterza 1971), così la storia si sia ripetuta nella generazione successiva: difatti fu un allievo di Simone, Edoardo Lombardi Vallauri, oggi ordinario di Linguistica generale a Roma 3, a tradurre la seconda edizione del 1994 del testo di Hagège (l’originale è del 1992 – con un titolo francese più evocativo del nostro: Le souffle de la langue). L’edizione italiana era corredata da una Presentazione (pp. IX-XV) di Alberto A. Sobrero, che poco prima aveva raccordato in maniera eccellente da curatore 17 fra i migliori linguisti (quasi tutti italiani) nei due importanti volumi della Introduzione all’italiano contemporaneo, intitolati rispettivamente Le strutture e La variazione e gli usi (Laterza 1993). Clicca qui per tornare al testo
NOTA 3 – Auroux scrisse con Kouloughli e Jacques Deschamps La filosofia del linguaggio (trad. it. di Ilaria Tani, Editori Riuniti, Roma 1998). Clicca qui per tornare al testo

Post aggiornato tra domenica 21 e martedì 23 gennaio 2018.

È nato!

Finalmente, proprio a ridosso dell’ultimo giorno dell’anno, e come tale di buon augurio, è uscito il mio saggio sulla traduzione e la Treccani: cliccando sul link o sull’immagine (che è il logo della Scuola), poi sul numero 9 del 2017, poi sul titolo La traduzione e la Treccani: un rapporto difficile?, lo potrete leggere on-line (altamente sconsigliabile: sono 58 pagine, anche se di formato ‘piccolo’), o scaricare gratuitamente. Un grazie dal profondo del cuore e un plauso alla rivista «Fogli di filosofia» della Scuola superiore di studi in filosofia dell’ateneo di Tor Vergata (Roma 2) e al suo coordinatore, Francesco Aronadio, per aver materializzato questa utopia.

Scuola superiore di studi in filosofia, Università di Tor Vergata (Roma 2)

Lottando contro il tempo (e il sonno – anche per questo mi pare particolarmente adatta l’immagine appena inserita), vi ho riordinato (molto) meglio una parte dei materiali di cui parlavo in questo post. Anzi, per riuscire a pubblicare almeno questa parte del lavoro, al quale ho dedicato almeno gli ultimi cinque-sei anni, sia pure a tempo perso, a un certo punto ho dovuto impormi di darle un taglio abbastanza drastico, in maniera sia da non sacrificare i materiali rimanenti, magari per scarso approfondimento, sia anche per valorizzare al meglio quelli raccolti sin qui.
La speranza (come capirà subito chi si metterà a leggerlo) è di poter trovare una sede che accolga anche il seguito del lavoro, che rimonta progressivamente sino alle origini del pensiero enciclopedico moderno, vale a dire alla prima metà del Settecento, intersecando tanti saperi e tanti fatti, date, personaggi.

Secondo il parere di almeno un paio di persone, in realtà dovrei scrivere un libro, e questo appena uscito potrebbe esserne già un capitolo. Ma di editori così folli non ce ne sono. Una possibilità a portata di mano potrebbe essere offerta invece dall’autopubblicazione presso i Dragomanni. È vero che sinora non ha ancora ospitato testi di saggistica, ma parlandone molto in generale col fondatore Daniele A. Gewurz non si tratta di una preclusione di principio. Certo è però che sul prosieguo del discorso e relative argomentazioni c’è ancora un bel po’ di lavoro da fare…

Il logo del sito ufficiale dei “Dragomanni”

Lascio qui appresso il sommario dettagliato del mio contributo, sperando che invogli qualcuno a dargli almeno una lettura veloce: per critiche, suggerimenti, proposte ecc., trovate sotto uno spazio dove scriverle o semplicemente per contattarmi.

Premessa (pp. 89-91); 0.1. Inquadramento (pp. 91-92): 0.1.1. Il riconoscimento di una “scoperta multipla”; 0.2. Studi di riferimento (pp. 92-103): 0.2.1. HSK; 0.2.2. Translation Studies; 0.2.3. Francia; 0.2.4. Italia; 1. Il caso Treccani (pp. 103-113): 1.1. Il problema iniziale; 1.2. Dopo la guerra; 1.3. Dizionario vs. enciclopedia; 2. L’«effetto Treccani» in Italia (pp. 113-124): 2.1. Il contributo di Georges Mounin; 2.2.1. Il nulla nullifica; 2.2.2. Esempi virtuosi; 3. Valutazione del problema (pp. 124-146): 3.1. Dubbi, refutazioni, proposte interpretative; 3.2. Le valutazioni degli storici; 3.3. Le traduzioni vere e proprie; 3.4 La Treccani come patronato?

 

Per Luca Serianni

Non sapevo che il noto storico della lingua italiana avesse concluso la sua lunga carriera universitaria – questo la dice lunga su quanto io stia perdendo, e non da ora e non da questo solo fatto incidentale, il contatto col mondo universitario, ma tant’è.
Mi consola aver scoperto che su Youtube sia disponibile il video della sua “lezione di congedo dall’attività didattica”, tenuta alla Sapienza il 14 giugno scorso. Era un mercoledì, ma comunque sarebbe stato difficile per me andarci, e in questo caso benedette le nuove tecnologie! A questo link, un breve articolo ‘commemorativo’ sul suo magistero, pubblicato sul Messaggero (la rima interna è voluta!) e da cui ho tratto la foto che correda questo mio post.

Il titolo della conferenza di Serianni è Insegnare l’italiano nell’università e nella scuola, il video dura circa un’ora e dieci minuti e, per chi non sappia bene chi sia stato costui, ricopio qui le bioinfo presenti sul sito indicato, segnalando altresì che ivi, a sinistra del video in questione, ce ne sono elencati diversi con interventi dell’emerito, tutti da esplorare (e condividere).

Socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, della Crusca e dell’Arcadia, direttore delle riviste “Studi linguistici italiani” e “Studi di lessicografia italiana”, Serianni è tra i maggiori studiosi di storia linguistica italiana antica e moderna. È autore di una Grammatica italiana (Utet), più volte ristampata, e ha curato con Pietro Trifone una Storia della lingua italiana in tre volumi (Einaudi 1993-94). In quattro decenni di insegnamento universitario Luca Serianni ha trasmesso ai suoi allievi l’italiano, le sue leggi, la sua evoluzione nei secoli, introducendoli attraverso la dottrina a strumenti di crescita culturale e personale.

Luca Serianni il 22 maggio 2017, alla fine della sua ultima lezione all’ateneo romano, forse in atto di ricevere un applauso fragoroso: la soddisfazione che trapela dal suo volto dev’essere riferita alla sua estesa e preclara attività di insegnante e saggista.

A Youtube sono arrivato grazie a questo articolo sul portale Treccani.it di Daniele Scarampi, che si definisce “insegnante di lettere, esperto di didattica e di didattica dell’italiano”. Il saggio mi sembra utile, soprattutto per chi insegni a scuola, in quanto propone un decalogo che va dalla meditazione sulla lettura, a una sana e moderata dissacrazione della precettistica grammaticale, fino all’importanza della linguistica testuale (che alla fine mi ha reso anche più simpatico l’autore).

Di Scarampi sul medesimo sito ho trovato anche quest’altro intervento, che parla di errori prendendo spunto dalla scenetta del film Brian di Nazareth nel quale il protagonista viene costretto a scrivere mille volte una frase corretta, esercizio nel quale sia lui sia il centurione che lo controlla perdono completamente di vista il contenuto e il fine eversivo della stessa (Romani, ite domum, che è l’equivalente dell’odierno Yankees go home) – il che la dice lunga sui rischi di accanimenti e ossessioni di vario genere…
Ironicamente o paradossalmente, però, nella seconda metà del testo di Scarampi c’è un refuso (cioè un tipo di errore, anche se rubricabile più come svista: ma produce comunque una stortura, una dissonanza): ERRATUM «Ritengo che ci abituassimo a cogliere il più bel fior delle produzioni scritte dei nostri alunni […]» CORRIGE «Ritengo che SE ci abituassimo a cogliere il più bel fior delle produzioni scritte dei nostri alunni […]» Evidentemente, nessuno è perfetto 😉

Ricordo che quando iniziai l’università Serianni faceva lezione di Storia della lingua italiana (seconda cattedra) a piano terra, dove c’erano aule più capienti di quelle ai piani superiori, e rispetto a docenti più affermati (Roncaglia, De Mauro, per non parlare della pletora di docenti di storia della letteratura che affollavano il secondo piano) era un po’ snobbato, in quanto era ancora vivo Ignazio Baldelli, che aveva appunto la prima cattedra.

Il cavallo di battaglia di Serianni era lo smontaggio del primo canto dell’Inferno dantesco, un vero pezzo di bravura, che adesso chiunque può godersi comodamente nell’edizione Bulzoni 1998, intitolata (immodestamente) Lezioni di grammatica storica italiana. Di fatto, una volta che forse per curiosità o forse per l’assenza di qualche altro docente, mi imbucai in una di queste lezioni, rimasi ammirato dalla sua ‘scienza’ e capî che era quasi adorato dai suoi studenti. Invece io avevo biennalizzato l’esame con Baldelli, al quale devo anche la firma su una delle lettere di presentazione con cui tramite il DAAD ottenni una borsa di studio per Friburgo (quello tedesco, in Bresgovia, sì, vicino a dove stava Heidegger) dove frequentai un corso di lingua tedesca, conseguendo un livello intermedio che nell’offerta del Goethe Institut italiano non era presente (ma dopo proseguî fino al Kleines Deutsches Sprachdiplom, corrispondente grosso modo all’attuale C1).

Antonelli, Motolese, Tomasin (a cura di), 2014c

Concludo ricordando che Serianni fu tra i primi firmatari dell’appello contro il licenziamento della redazione Carocci, editore per il quale ha pubblicato vari volumi (l’ultimo in ordine di tempo è una Storia illustrata della lingua italiana, con Lucilla Pizzoli), ma è stato, credo, soprattutto l’ispiratore della grandiosa Storia dell’italiano scritto, 3 tomi usciti nel 2014 e già ristampati due volte (a fianco la copertina del terzo, forse il più innovativo).