Un “tesoro nascosto” sotto la polvere da 250 anni

Procura una certa soddisfazione vedere che un documento, trovato un po’ casualmente in rete e in apparenza dedicato a un argomento peregrino e trascurabile, è riuscito a farsi strada sino a diventare (suppongo con qualche aggiornamento e modifica) un titolo pubblicato da una collana assai rispettabile e giustamente lodata da tanti anni.

La copertina del libro di Linn Holmberg, nuovo di zecca (2017).

Mi riferisco a Linn Holmberg, The Maurists’ unfinished encyclopedia (ISBN 9780729411912), uscito a febbraio di quest’anno nella “OSE”, cioè la collana “Oxford University Studies in the Enlightenment”, che dal 2013 ha soppiantato la gloriosa “SVEC”, ossia gli “Studies on Voltaire and the Eighteenth Century” nei quali dal varo nel lontano 1955 a opera di Theodore Besterman hanno visto la luce oltre 400 titoli NOTA_1.

Tra essi, rammento che alla Voltaire Foundation si devono parecchie edizioni critiche: le Œuvres complètes volterriane, quelle di Montesquieu (previste in 28 tomi, undici dei quali in collaborazione con l’Istituto italiano di studi filosofici di Napoli), la Correspondance complète di Rousseau (a cura di R.A. Leigh, 49 voll. + 3 di apparati vari, 1965-1998), le lettere di Pierre Bayle, Claude-Adrien Helvétius e molto altro ancora. Inoltre da lì si raggiunge comodamente una pagina con 39 collegamenti relativi al Settecento e all’Illuminismo, fra i quali spiccano (a mio gusto) la pagina dalla quale è possibile cercare fra le opere di Voltaire (ospitata dal sito ARTFL, noto tra l’altro per la versione on-line dell’Encyclopédie) oppure frugare negli scambi epistolari dell’epoca, grazie all’originale sito Electronic Enlightenment — letters & lives online.
Concessa questa breve divagazione, torno all’argomento principale, per sottolineare che in un certo senso il bello, dopo aver scorto l’uscita del volume, è la permanenza on-line della versione PDF primigenia, intitolata The Forgotten Encyclopedia. The Maurists’ Dictionary of Arts, Crafts, and Sciences, the Unrealized Rival of the Encyclopédie of Diderot and d’Alembert e nata come tesi di PhD in storia delle scienze e delle idee all’università di Umeå nel 2014 NOTA_2

La copertina della tesi di dottorato di Linn Holmberg (2008).

Vediamo di cosa si tratta; mi baso sulla versione on-line, non avendo intenzione di spenderci 70 sterline (82€, 88$), soprattutto dopo essermi già sfogliato praticamente tutto il PDF (in gran parte sul tablet, gran comodità).

Anzitutto dirò che si tratta di un (raro?) caso di scoperta vera e propria, cioè in cui la ricercatrice ha quasi letteralmente riesumato quello che possiamo chiamare il “torso”, l’abbozzo di un grandioso lavoro originale che avrebbe voluto rivaleggiare con l’opera realizzata da d’Alembert e Diderot, ma attorno a metà Settecento venne accantonato definitivamente, per ragioni non ancora accertate, ed è rimasto del tutto ignorato fino a quando il suo intuito non le ha fatto avvertire che si poteva trattare di qualcosa di interessante, su cui valeva la pena “perdere tempo” a indagare.
Già nel 2008, mentre scriveva la sua tesi di master, Linn aveva letto di una sorta di enciclopedia redatta dai padri benedettini NOTA_3, ma non trovando altri riscontri aveva dedotto che non era stata pubblicata (Holmberg p. 15). In sé il ragionamento era corretto, ma le era rimasta quella “pulce nell’orecchio”: per cui nel 2009 scrisse direttamente al fondo manoscritti della Bibliothèque nationale française chiedendo “lumi” su quella segnalazione, a sua conoscenza fatta solamente da Micheline Meillassoux-Le Cerf, Dom Pernety et son milieu (1716–1796) – Contribution à l’histoire de la sensibilité et des idées à la seconde moitié du XVIIIème siècle (tesi all’Université de Paris-IV Sorbonne, 1988, pp. 45-46) che curiosamente la riprendeva dalle stesse pagine della monografia del decano Jacques Proust, L’Encyclopédie (Colin, Paris 1965): entrambi qualificavano strange/étrange il materiale incontrato (Holmberg p. 54). Ma come loro, nessun altro si era dato la pena di approfondire: dunque nella ricerca ci possono essere strade accennate che rimangono a lungo deserte e, quindi, praticamente invisibili.
Comunque sia, in un paio di settimane le giunse la risposta della massima biblioteca di Francia: effettivamente c’erano sei volumi di “Matériaux pour un Dictionnaire des arts et sciences, par dom Antoine-Joseph Pernety”. Tempo un mese, Linn era a Parigi e dopo averli consultati, decise di dedicarvi la sua tesi di PhD (Holmberg pp. 15-17)!

Per sapere chi è questa studiosa così acuta e intraprendente, rimando all’autopresentazione sul blog della Voltaire Foundation.

Tornando alla sua “enciclopedia perduta”, un aspetto buffo o paradossale è che, almeno nelle primissime fasi, l’opera benedettina e quella degli illuministi vennero portate avanti a poche centinaia di metri l’una dall’altra, probabilmente senza esserne rispettivamente a conoscenza: c’era in effetti tanta attenzione a quel nuovo tipo di genere editoriale.
La prima fu redatta nell’abbazia di Saint-Germaine-de-Prés, la seconda, almeno secondo alcune leggende, in parte al Café ProcopeNOTA_4.
Chi si interessa delle enciclopedie moderne troverà molto ricco il lavoro svolto da Linn Holmberg. Non potendo dare conto di tutto, mi limiterò qui a selezionare alcuni aspetti per me più significativi.
Già dai ringraziamenti, ma ancor più dallo sviluppo e dall’argomentazione dei capitoli emerge chiaramente il suo debito nei confronti delle migliori ricercatrici sul campo: Marie Leca-Tsiomis e Martine Groult, ma non mancano riferimenti anche a Darnton, Eisenstein, Chartier, Martin, Tanselle, Yeo, Gay, Kafker, Goodman, Outram, Edelstein, insomma tutti i maggiori specialisti. A questo si aggiunge la rilevantissima quantità di studi eruditi ed estremamente specifici di cui grondano le note (v. soprattutto nel cap. 7), che mettono al sicuro le sue affermazioni da qualunque accusa di superficialità e approssimazione.
La «terra incognita» che calcava per la prima volta (Holmberg p. 30) poneva problemi non semplici: scegliendo l’approccio microstorico indiziario promosso da Carlo Ginzburg, si è dovuta occupare di storia e produzione libraria (soprattutto nel versante materiale!), di scrittura manoscritta, paleografia (compresa l’analisi degli inchiostri adoperati), analisi forense, appoggiandosi anche al supporto di archivisti esperti della Bibliothèque.

Un esempio (quasi una pagina “pronta”) dei materiali preparatori giacenti alla BNF (metà XVIII secolo).

Che cosa si è trovata in mano Linn, dopo aver tolto strati di polvere pluricentenari? Quasi 7000 blocchi di testo (non esattamente corrispondenti a ‘lemmi’), riportati su oltre 1400 fogli e corredati da ca. duecento figure, ordinati sia alfabeticamente sia per temi, ossia un po’ come la successiva e mastodontica Encyclopédie méthodique di Charles-Joseph Panckoucke (Holmberg pp. 41 e 172). Dopo aver ricostruito il loro iter in 170 pacchi dall’abbazia (l’ordine dei padri maurini fu sciolto dai rivoluzionari e un incendio nell’agosto 1794 distrusse quasi completamente le opere a stampa raccolte nella loro biblioteca, una delle più grandi di Francia, con quasi 50mila volumi – invece fortunatamente si salvarono 7000 manoscritti, archiviati altrove) alla Bibliothèque nationale, in cui furono ricatalogati fra il 1830 e il 1852 (Holmberg, pp. 46-47). Alla nostra eroina ci vollero quasi sei mesi, prima di riuscire a discernere calligrafie differenti, ma alla fine non ebbe dubbi: si trattò di un «progetto collaborativo» che coinvolse sette o otto persone diverse, anche se la loro identità rimane tuttora inattingibile, tranne due, ai quali in passato era stato attribuito erroneamente l’intero progetto (Holmberg p. 72).
Come l’Encyclopédie sorse dal progetto di tradurre la Cyclopaedia di Chambers (ispirato dal Lexicon Technicum di John Harris), adattandola e infine ampliandola sino a farne un prodotto originale, così questa enciclopedia benedettina prese le mosse dalla traduzione di un manuale di matematica in 3 volumi dell’illuminista tedesco Christian Wolff, svolta probabilmente fra il 1743 e il 1747, e integrata con brani opportunamente scelti dal Dictionnaire de Trévoux NOTA_5 (che sappiamo essere a sua volta un rifacimento del dizionario di Basnage de BeauvalNOTA_6, il quale rifiugiatosi in Olanda dal suo amico Pierre Bayle aveva riscritto [1701] a sua volta in chiave protestante il Dictionnaire universel di Furetière,

Ritratto e dizionario di Antoine Furetière (seconda edizione, 1701, riveduta da Basnage de Beauval).

e fu poi rimaneggiato con ampliamenti da Jean-Baptiste Brutel de la Rivière nel 1727, sempre in Olanda) per gli àmbiti assenti da quello, più una nutrita serie di dizionari e testi specialistici (Holmberg capp. 8 e 12), con particolare attenzione ai 2 volumi del Dictionnaire universel de mathématique et de physique, où l’on traite de l’origine, du progrès de ces deux sciences et des arts qui en dépendent et des diverses révolutions qui leur sont arrivées jusqu’à notre temps, avec l’explication de leurs principes et l’analyse des sentiments des plus célèbres auteurs sur chaque matière di Alexandre Saverien, pubblicato a Parigi nel 1753.

L’anno successivo, o al massimo nel 1755 il lavoro fu interrotto bruscamente. Se ne possono congetturare varie cause, non ultima proprio la presenza sul mercato editoriale dell’Encyclopédie (il cui primo volume era uscito nel 1751).

Peccato, potremmo dire col senno di poi, perché «The Benedictines were making a new kind of dictionary: a hybrid. They were not compiling yet another specialized subject dictionary, but nor a universal dictionary in the tradition of Furetière. It was a dictionary of arts, crafts, and the related sciences, from where religion, metaphysics, ethics, politics, and jurisprudence were omitted. […] In contrast to the encyclopédistes, the monks did not explain or justify their exclusions with epistemological arguments. By simply focusing on the concrete, they took an alternative, non-confrontational road and arrived to a ‘similar’ result – in the meaning of emphasizing the utile and productive of universal interest to all, irrespectively of beliefs» (Holmberg pp. 171-172). Considerando avveduta questa scelta di non includere i  temi più ideologizzati all’epoca («While the Jesuits and the philosophes were waging a war, the Benedictines simply cut everything sensitive out, and focused on the useful and productive»: Holmberg p. 259), forse il lavoro si sarebbe potuto collocare a metà strada (una “terza via”) fra l’antecedente gesuita, cioè il succitato, fortunatissimo Trévoux (ben sette edizioni dal 1704 al 1771, lievitate progressivamente da 3 a 8 volumiNOTA_7 ), e la “fiaccola dell’illuminismo”, una vera e propria “macchina da guerra”, per riprendere le note metafore che hanno descritto l’opera più caratteristica e nota dei philosophes francesi (Holmberg p. 176; v. anche pp. 251 ss.).

Frontespizio del primo volume del c.d. Dictionnaire de Trévoux (prima edizione, 1704).

Di più: «The Maurists’ unfinished manuscripts cannot compete with the dimensions of the Encyclopédie, but they show that the monks were thinking along the same lines. They were each acknowledging and appreciating the useful arts and technology transforming the eighteenth-century society. While the Dictionnaire de Trévoux fundamentally was focusing on language, the Benedictines and the encyclopédistes were describing and illustrating men at work, their tools and products» (Holmberg p. 206; v. anche p. 220 e la conclusione del cap. 13 a p. 234). Di fatto, però, uno dei due monaci sicuramente coinvolti a pieno titolo in questo lavoro ne derivò un suo Dictionnaire portatif de peinture, sculpture et gravure, pubblicato nel 1757 da un libraio-editore che aveva la sua bottega vicino al negozio di Charles-Antoine Jombert, quello cioè che risulta aver pubblicizzato il lavoro dei mauristi quando era ancora in corso, e aveva anche sposato la figlia di un socio di costui (Homberg pp. 147, 190; su di lui v. soprattutto il cap. 7).
Allora, nel riperticare questo lavoro incompiuto (sprecato?) Linn è stata anche molto fortunata: avrebbe potuto anche ritrovarsi fra le mani un’emerita schifezza. Ad ogni modo, la sua bravura e sicurezza di giudizio si dispiegano completamente nella quinta parte, che mutua parte del titolo da quello che aveva la sua prima tesi: “A monastic reflection of the French Enlightenment” e nel cui penultimo capitolo 14 (The Maurist Enterprise and Enlightenment Thought) svolge le considerazioni più generali.

A chi sia riuscito ad arrivare sin qui, regalo una considerazione strettamente personale (astenersi perditempo e frettolosi): non vi siete chiesti come mai “tesoro nascosto” sia tra virgolette nel titolo? È una criptocitazione da quel libro tuttora e anch’esso ‘strano’ di Francesco Orlando, Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, anche se il titolo esatto sarebbe Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura (Einaudi 1993, nuova ed. ampliata a cura di Luciano Pellegrini, Einaudi 2015)NOTA_8.

Lo so che non dovrei, ma ammetto di provare un certo piacere nell’immedesimarmi vagamente in tali immagini ‘decadenti’.
E comunque aggiungo che il mio lavoro sulla Treccani, poi ampliato alle enciclopedie di età moderna (un primo bilancio è in questo post), è stato portato avanti anche per resistere alla depressione causata dalla mancanza di lavoro o comunque dalla difficoltà di trovarne di adeguati alle mie qualifiche, competenze, capacità e interessi. In tal modo, da un altro punto di vista, è stato un modo per riguadagnare terreno su alcuni campi che mi interessano e che il lavoro “vero” aveva relegato ai margini, anche se la ricerca non è stata condotta in un àmbito asetticamente universitario — e dunque sarà passibile di errori, fattuali e di metodo, superficialità e imprecisioni, difetti che invece non si possono imputare a questa preziosa perla riportata alla luce da Linn Holmberg.
Bisogna ringraziarla per essere riuscita a introdurci in uno scrittoio dove il tempo si è fermato improvvisamente 250 anni fa, facendoci assaporare emozioni simili a quelle provate da chi scavò per la prima volta una Pompei che nessuno aveva più visto per millenni, dopo la distruzione causata dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo.


NOTE AL POST

NOTA_1 A questo indirizzo una pagina di ricerca per temi, o eventi, o nomi od opere o luoghi.

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NOTA_2 Una presentazione succinta era uscita nei “Projektberichte” di «Frühneuzeit-Info», 24 (2013), pp. 81-89.

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NOTA_3 Si trattava dei “maurini” o “mauristi”. Per capire quale importanza abbia avuto all’epoca, ricordo che ne fece parte Jean Mabillon e da noi essi influirono sulla formazione di Antonio Ludovico Muratori.
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NOTA_4 A questo indirizzo se ne può consultare integralmente l’edizione lorenese “di lusso” (1738-42). Il lessico settecentesco ricavato dal dizionario è raggruppato in una dozzina di argomenti sul sito Kapelos.
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NOTA_5 È divertente la storia multiculturale di quest’ultimo, oggi al civico 13 della Rue de l’Ancienne Comédie: il più antico caffè parigino e ancor oggi luogo mondanissimo di ritrovo fu aperto da un armeno vicino al teatro della Comédie française più o meno quando il sultano Maometto IV introdusse in Francia la bevanda corroborante (il cui nome, tra l’altro, fu poi dato al noto periodico lombardo uscito nel biennio 1764-1766), poi si trasferì e fu rilevato da un siciliano al quale è attribuita l’invenzione del sorbetto e che battezzò il locale col suo cognome, appunto Procopio.
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NOTA_6 Lo si veda p.es. nell’interessante “Museo virtuale dei dizionari” (diretto da Jean Pruvost e Christine Jacquet-Pfau dell’università di Cergy-Pontoise).
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NOTA_7 Sia la prima sia l’ultima edizione si possono consultare su Wikisource; l’ultima è disponibile anche su Gallica. Un buon saggio complessivo sull’opera è quello di Wionet del 2006.
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NOTA_8 Cfr. p.es. la recensione di Niccolò Scaffai.
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Encyclopaedic Visions

locandina dell'evento

La locandina dell’evento

Consummatum est! Il pomeriggio di mercoledì 23 novembre 2016 ho tenuto una relazione al seminario per dottorandi (ciclo “Translationes”) dell’università di Tor Vergata, alla facoltà di Lettere e filosofia. Questo è stato il motivo principale della lunga latitanza (o latenza?): mi sono voluto preparare a fondo per sviscerare un tema attorno al quale giravo, lasciandolo e riprendendolo (come il gatto col topo) da almeno 4 anni, a giudicare dalle date nei files di lavoro sotterraneo. L’impressione (mi si dice) è stata quella di una relazione dotta, brillante, istruttiva, approfondita, piacevole (sia nella modalità espositiva, infatti le cose a braccio vengono sempre meglio, sia per i contenuti, otiosi: vale a dire, in sé poco utili ai dottorandi, i quali d’altro canto hanno avuto la fortuna di vedersi sciorinati davanti argomenti nei quali neanche in tutto il loro percorso di specializzazione potrebbero pensare o sperare di imbattersi…).

Qui cercherò di ripercorrere i tratti salienti della mia performance (perché sì, c’è stato anche un aspetto teatrale, anche se certamente visibile a me solo), ripercorrendo la traccia principale e lasciando un po’ di spunti/link riorganizzati nella maniera migliore (forse).

La copertina di Yeo 2001

La copertina di Yeo 2001

Tanto vale cominciare allora dal titolo di questo post. Perché non replicare quello riportato sulla locandina (che vedete qui in alto e che, una volta tanto, è buona farina del mio sacco)? Ebbene, non è per rinnegare la mia contrarietà alla esterofilia, a favore della possibilità di esprimere in italiano quello che c’è da dire (ho da un sacco di tempo un post a riguardo, che però è tuttora nella pancia del computer sostanzialmente a causa di scrupoli ‘accademici’…): Encyclopaedic Visions. Scientific Dictionaries and Enlightenment Culture è un libro dell’australiano Richard Yeo che per il taglio e l’argomentazione è tremendamente interessante, anche se ne ho scorso solo qualche pagina e recensione su internet (mai come adesso, e dunque sempre di più in futuro, ho sfruttato Google Books). Mi conforta però sapere che è alla Nazionale di via Castro Pretorio, e prima o poi me lo guarderò con cura. Intanto mi sembrava che avesse un binomio (titolo+sottotitolo) adatto all’andamento della mia esposizione e una bella copertina, che mi affretto a riprodurre (se l’autore, la casa editrice o altri dovessero protestare, la toglierò).

All’inizio è stato distribuito l’unico “handout sintetico” (fronte-retro) che ero riuscito ad approntare: una serie numerata à-la-Wittgenstein ‘prima maniera’ di 22 link, con brevissimi commenti esplicativi, sul “lavoro della traduzione e le attività dei traduttori” {NOTA_1}. Andava dall’elenco di 65 associazioni e centri specializzati a livello internazionale (qui eccone un secondo), alla Rete europea, alle due associazioni italiane (STradE e A.I.T.I.), al “rapporto Assouline” (per combattere la retorica e i luoghi comuni che diffondono tanti giornalisti che in realtà non sanno di cosa parlano, ma mirano soltanto a fare un pezzo impressionistico-riempitivo) e le varie inchieste promosse da ReRePre e STradE col supporto di Slc-Cgil (su queste non fornisco link, ma esorto gli interessati a scorrere pazientemente all’indietro il mio blog per riperscarle). Questo tanto per far capire che i traduttori sono, sì, svantaggiati e negletti, ma non sono delle monadi, si cercano, sanno auto-organizzarsi per difendere i propri interessi e puntano a rendere i colleghi più consapevoli dei propri diritti.

La copertina del primo tomo del II volume della Encyclopédie philosophique universelle

La copertina del primo tomo del II volume della Encyclopédie philosophique universelle, diretto da Sylvain Auroux

Il passo successivo è stato rendere omaggio alla sede in cui venivo ospitato, Lettere e filosofia (NOTA_2}. Allora, mi sono posto un po’ sfacciatamente (immeritatamente?) sotto i doppi auspici degli «intraducibili» di Barbara Cassin e dei 4 volumi in 6 tomi della Encyclopédie philosophique universelle, secondo me abilmente orchestrata soprattutto dal linguista Sylvain Auroux per far capire anche ai filosofi come e quanto la loro disciplina, forse anche più di altre, sia tributaria non solo alle tradIzioni, ma anche alle tradUzioni e al mistilinguismo.

Questi erano però ancora dei passi/gesti introduttivi (leggi: ad captationem benevolentiae), prima di far esplodere la rivelazione: nella primissima Treccani (meglio: la Enciclopedia italiana di scienze, lettere e arti, 35 volumi dal 1929 al 1938, gioiello e summa dell’erudizione italica, lodata anche dal massimo esperto Collison per il suo alto profilo a dispetto del fascismo imperante) NON compaiono i lemmi ‘tradurre’, ‘traduttore’, ‘traduzione’ (né eventuali derivati). Qualcosa sembra potersi ricuperare consultandone l’Indice analitico, ma basta andare poi a leggere effettivamente le pagine indicate per capire che è un’illusione di breve durata. Per tutte queste e altre informazioni, nella perdurante assenza di una ufficiale, cioè seria, anche azzimata, “storia della Treccani” {NOTA_3}, mi è stata oltremodo utile la Guida all’archivio storico (un corposo PDF, scaricabile dal sito Treccani stesso), oltre a varie pagine, a cominciare da quelle delle molteplici edizioni dell’Enciclopedia stessa, sagacemente archiviate sempre sul sito ufficiale. Sta di fatto che questa misteriosissima lacuna, questo “silenzio” (oblio? deserto? damnatio memoriae? sicuramente si potrà designare come “effetto Treccani”) segna in maniera indelebile almeno trent’anni della cultura italiana, dato che nessun’altra grande opera di consultazione scritta nel nostro paese fino agli anni Sessanta osò sfidarlo.

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Il frontespizio del “Supplemento” (1940) del GDE

Nemmeno le prime due edizioni del Grande dizionario enciclopedico «a cura del prof. Giovanni Trucco […] sotto la direzione di Pietro Fedele» {NOTA_4}, l’allora concorrente principale della Treccani, tenta una scansione diversa del lemmario; rimedierà poi la terza, grazie a una giovane Bice Mortara, all’epoca non ancora Garavelli (pure presente già nella seconda insieme ad altri che stavano diventando o sarebbero diventati MOLTO famosi: Nicola Abbagnano, Norberto Bobbio, Luigi De Nardis, Umberto Eco [responsabile del settore ‘stilistica’], Vittorio Mathieu, Massimo Mila, Ervino Pocar, Dario Puccini, Luigi Salvatorelli, Vittorio Strada, Cesare Vasoli ecc.): ma con la terza edizione siamo arrivati al 1972! E tale constatazione è ancora più strana, se si pensa che nelle varie opere enciclopediche pubblicate nell’Ottocento pre e post-unitario dalla Pomba, progenitrice diretta della Utet a cui si deve il GDE, voce e trattazioni a riguardo non mancano affatto. Tra la marea di spigolature raccolte nella mia ricerca tra secoli di polverulente ricerche lessico-enciclopediche, più o meno gustose, ne riporto qui appresso solamente un paio.

  • Il lemma Traduzione manca anche nelle prime due edizioni del Vocabolario della Crusca (1612 e 1623 – però c’è Tradurre, ovviamente, e si veda contra il TLIO, dove compaiono entrambe, anche se l’accezione linguistica è l’ultima, più tarda, posso supporre perché più lontana dal significato latino), entra poi nel 1691 e guardando ben in profondità il quadro si amplia nella quarta (1729-38), temperata dalla guida di Anton Maria Salvini: sarà un caso che fosse lui stesso traduttore?
La pagina 1713 della terza edizione (1723) del "dizionario cruscante"

La pagina 1713 della terza edizione (1691) del “dizionario cruscante”

  • Nel XXIII volume (TG-U) del Lessico universale italiano di lingua, lettere, arti, scienze e tecnica (per gli amici: LUI, un importante dizionario edito dalla Treccani come ampliamento e consolidamento del Dizionario enciclopedico italiano, che «integrava la parte enciclopedica con tutto il lessico della lingua italiana» {NOTA_5}, compare addirittura una sezioncina (28 righi e mezzo) sulla Traduzione automatica; tentativo apprezzabile di ricuperare il tempo perduto, peccato però che quando esce, nel 1980, quella direzione di ricerca si è ormai largamente ridimensionata e non avrebbe più meritato tanto spazio.
  • Aggiunta (in via di risoluzione): riconosco che queste attestazioni sono contestabili, in quanto provengono tutte da dizionari. Cioè si solleva così il grave problema della distinzione dizionario/enciclopedia, sulla quale Eco è tornato più volte lungo almeno vent’anni, dall’Enciclopedia Einaudi fino all’ambizioso e a sua volta ‘enciclopedico’ saggio che apre la sua raccolta di «studi storici sul segno e l’interpetazione» Dall’albero al labirinto (Bompiani 2007: pp. 13-96). In mezzo andrebbero inserite anche utili distinzioni fra i termini ‘dizionario/vocabolario/lessico’, come quella esposta dallo storico della lingua Luca Serianni nell’ottobre 2004 sul sito della Crusca {NOTA_6}. Non è possibile riassumere qui il dibattito, ma voglio accennare al fatto che, per elaborare la mia posizione, mi sono di aiuto gli scritti di Bourdieu, Lotman, Torop (grazie a Bruno Osimo!) e Lefevere (quest’ultimo su un altro piano, certo), almeno. Una conferma indiretta di essere sulla buona strada la ricavo inoltre dal (concluso) progetto D11 dell’università di Heidelberg: “Hidden Grammars of Transculturality – Migrations of Encyclopaedic Knowledge and Power”.

Ho ancora tante altre schede per una ricognizione adeguata del quadro lessicografico dell’Ottocento italiano, che qui sarebbe dispersivo riportare. Tuttavia ho intuito presto che l’indagine sarebbe stata corroborata notevolmente spingendone l’orizzonte oltre la nostra penisola. Così sono andato a cercare come si comportassero altre enciclopedie sullo… scacchiere europeo. Beh, tanto per cominciare dall’inizio, nella Encyclopédie degli illuministi francesi non c’è una voce sola per ‘traduzione’, ma due addirittura: la prima di Jean Beauzée (del 1765), l’altra (in un’Appendice del 1776) di Jean-François Marmontel, e il bello è che sono impostate in maniere molto differenti (come fa rilevare Armin Paul Frank nella lunga disamina storica Main concepts of translating: Transformations during the Enlightenment and Romantic period in France, Great Britain, and the German countries {NOTA_7}.

Antiporta della Cyclopaedia di Chambers

La bellissima antiporta nella Cyclopaedia di Chambers

Ma chiunque abbia letto un buon manuale di storia della filosofia sul Settecento, saprà non solamente che Denis Diderot, in pratica capo-redattore dell’audace impresa editoriale, proveniva da una gavetta di traduttore (un  mestiere che neanche allora garantiva una solida sussistenza… anche se nel suo curricolo poteva annoverare persino Leibniz!), ma che la stessa Encyclopédie nacque come traduzione e adattamento di un’altra opera di consultazione dell’epoca, la fortunatissima Cyclopaedia (1728, 2 voll., 10 edizioni fino al 1752, più 2 volumi di Supplemento nel 1753) che valse l’ammissione nella Royal Society al suo (si pensa quasi) unico compilatore, Ephraïm Chambers. Vi stupirete o sarete vieppiù infastiditi se aggiungo che anche Chambers vantava una carriera di traduttore?

Va bene, non posso rifare qui tutta la storia, per quanto in sé piuttosto interessante, del «grande affare dei Lumi» (a proposito, l’originale inglese [1979] di questo testo fondamentale dello storico americano Robert Darnton, tradotto in italiano da Antonio Serra per i tipi raffinati della Sylvestre Bonnard [Milano 1998], è stato ‘liberato’ su internet dall’autore stesso: cercatelo, ma sappiate che è un PDF di quasi 55 mega!); molti aggiornamenti però si possono ricavare per esempio dalla rivista on-line Recherches sur Diderot et sur l’Encyclopédie, senza dimenticare però il libretto IMHO ancora valido Le origini dell’Enciclopedia {NOTA_8} del grande storico Franco Venturi.
Aggiungo un’altra spigolatura: in un articolo del 1991 Gianfranco Dioguardi {NOTA_9} ha ipotizzato che l’idea di proporre Chambers in francese sia scattata, nella “testa ben fatta” di Diderot, quando si accorse che in Italia si erano già messi all’opera per tradurla. Eh sì, perché forse non tutti sanno che di quel lavoro se ne fecero da noi ben quattro edizioni (a ulteriore attestazione della grande circolazione e fortuna di quell’opera): Napoli, 1747-54 (8 voll.); Venezia, 1748-49 (9 voll.), di nuovo Venezia, 1762-65 (6 voll.) e Genova, 1770-75, mentre dell’Encyclopédie ne uscirono un paio (certo, in folio e con molti più volumi e tavole splendide): a Lucca (1759-76) e a Livorno (1770-9), quest’ultima sotto la protezione del granduca di Toscana, Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena.
Fortunatamente la Cyclopaedia si può scaricare/consultare integralmente in vari siti; grazie a una semplice ricerca in questo di storia della scienza e della tecnologia presso l’università del Wisconsin, ben allestito, ho scoperto che il termine Translation (nel senso che ci interessa) compare anche in altre 4 voci: Gloss, Metaphrast(es), il francesismo Traduction e il termine Version, che comparirà anche in tutte le opere enciclopediche successive (ah, c’era in latino anche nella Crusca… e qui non si può non menzionare l’ottimo testo di Maurizio Bettini, Vertere. Un’antropologia della traduzione nella cultura antica, Einaudi 2012, da cui ricuperare quasi tutta la letteratura anteriore in merito).

Insomma, è difficile porre un punto di partenza univoco e questo lo si intuisce leggendo i lavori di Walter Tega, che già negli anni Ottanta metteva a frutto le  riflessioni profondamente originali della filiazione “garininana”, con Paolo Rossi e Cesare Vasoli in testa. Una buona sintesi è nel volumetto, divulgativo ma di impostazione originale, approfondito e documentato, di Paolo Quintili, Enciclopedia e illuminismo (Carocci 2003, rist. 2005). Inoltre ho trovato una chiave di lettura molto originale anche nel saggio dello storico della scienza Giorgio StabilePuzzle e Lego: l’enciclopedia e le sue forme (pubblicato originariamente nel quadrimestrale dell’editore romano Viella Critica del testo, III [2000] 1: 253-275, un numero dedicato al “Canone alla fine del millennio”).

brockhaus_lexikon

Alcuni volumi del Konversations-Lexikon (Brockhaus)

kruenitz

Il titolo (in gotico) della mastodontica impresa che si deve a J.G. Krünitz

Ecco, a questo punto penso avrete capito che, come al seminario, potrei continuare a incantarvi o annoiarvi per ore con spezzoni folgoranti e inattesi di conoscenze perdute, dimenticate, trascurate, disattese, scartate, disperse nel decorso della moderna storia intellettuale europea … Più utile a chi fosse interessato ad approfondire, invece, potrebbe essere raccogliere qui in fondo un po’ di link che mi sono serviti a reperire informazioni e spunti, che mi riprometto di raggruppare in maniera più ordinata per presentare un progetto di ricerca veramente transnazionale.

Una parte rilevante della mia indagine è occupata da opere dell’area culturale tedesca (con particolare riguardo al concetto di Konversationslexikon). Lì ho scoperto magnifici lavori di digitalizzazione su opere antiche, a cominciare dal sito dedicato all’Universal-Lexikon di Johann Heinrich Zedler (1731-1754, 64 voll. + 4 di supplementi: ca. 284.000 lemmi, di cui 120.000 dedicati a nomi di persona e 73.000 a nomi di luogo, con 276.000 rimandi su 63mila pagine in-folio a due colonne), che per approfondimenti specifici si abbina al sito-satellite Zedleriana.
E non era neanche l’opera più estesa: abbiamo difatti la Allgemeine Encyclopädie der Wissenschaften und Künste di Johann Samuel Ersch e Johann Gottfried Gruber (1818-1889, interrottasi alla fine della lettera P, dopo 167 volumi e uno di tavole, ca. 70mila pp.), la cui storia si intreccia con le quattro enciclopedie tedesche più note nell’Ottocento: Brockhaus (che già dalla seconda edizione in 8 volumi, usciti fra il 1812 e il 1819, sfoggia una sua voce, puntuale e dignitosa: Übersetzungskunst, ovvero ‘l’arte della traduzione’ [ma si tenga presente che sullo sfondo vige ancora la connessione kunst – ars – techne]), Meyer, Pierer e Herder.
Batte però tutti l’ancora più ingombrante Oekonomische Encyklopädie, oder allgemeines System der Staats- Stadt- Haus- und Landwirthschaft di Johann Georg Krünitz (1773-1858, 242 voll., 144mila pp.). Beh, che ci crediate o no, quest’ultima, sebbene con tutta evidenza molto specialistica, contiene i lemmi übersetzen (ossia: tradurre, e con varie accezioni, di cui soltanto quella linguistica occupa quasi 4 colonne!), Übersetzer/-rin, Übersetzung (traduttore/-trice, traduzione) e la solita ‘sorella minore’ Version (senza contare altre voci secondarie, come Translation e Translator). La stessa situazione si ritrova in Zedler (con l’eccezione di Übersetzerin), incredibilmente!

A beneficio dei lettori più volenterosi, riporto qui appresso altre fonti consultate:

  • per chi fosse interessato anche all’età di mezzo può cominciare spulciando Lexilogos, poi passare al più specifico Mediaevum – e faccio presente che nel 2013 il coraggioso editore trentino La Finestra [il nome deriva da un passo di Florenskij] ha pubblicato la «seconda edizione, riveduta e ampliata» di Marco Albertazzi, Enciclopedie medievali. Storia e stili di un genere);
  • il Thesaurus Eruditionis dell’università di Mannheim ospita i progetti CAMENA e TERMINI per decine di opere neolatine del Cinque-Seicento (che so, Calepino, Comenio, Du Cange, Estienne, Vossius, ma anche il Lexicon Universale di Johann Jacob Hofmann nella «editio absolutissima» del 1698);

    hofmann1698

    La splendida antiporta di Hofmann 1698

  • non può mancare il grande Münchener Digitalisierungszentrum della Biblioteca di Stato bavarese (consultabile anche in italiano);
  • il sito dell’università di Halle (Salle, Sachsen-Anhalt) ha scansionato {NOTA_10} tantissimi volumi pubblicati dal XVI al XVIII secolo;
  • N-Zyklop, una banca dati internazionale con possibilità di ricerca in moltissime enciclopedie di ogni epoca e regione (allestita dal 2005 dalla biblioteca dell’università tedesca di Treviri);
  • Wörterbuchnetz, 26 dizionari a tutto testo (storici, dialettali, ma anche il Meyers Großes Konversationslexikon – anche qui grazie agli sforzi dell’ateneo di Treviri);
  • il Zentrales Verzeichnis Digitalisierter Drucke di un consorzio fra biblioteche e enti di ricerca (quasi un milione e mezzo di titoli dal XV secolo a oggi);
  • Retrobibliothek si impegna a digitalizzare varie opere, composte in gotico fra Otto e Novecento;
  • Zeno offre altre migliaia di testi in tedesco, suddivisi per materie (non a caso si presenta al pubblico come “La mia biblioteca”);
  • last not least, Enzyklothek, un sito proprio dedicato a quello che andavo cercando (riporta le indicazioni di quasi 10.000 opere di consultazione, non solo tedesche, anche se non tutte sono effettivamente digitalizzate: ma da lì sono potuto risalire anche a testi italiani);
  • al precedente confesso di esserci arrivato dal progetto zurighese Allgemeinwissen und Gesellschaft (2002-2006, poi in parte trasmigrato ad Heidelberg [v. sopra]), dalla struttura molto originale e interessante sin dal ‘sottotitolo’: «Le enciclopedie come indicatori di mutamenti nel valore sociale del sapere, della formazione e delle informazioni»

Devo però ancora rassicurare gli amici che amano e/o praticano lo spazio culturale ibero-lusitano, quello ebraico (che riserva una sorpresa) o quello statunitense: non ho dimenticato di sondare anche quelli attraverso le loro enciclopedie più significative. Ma c’è ancora tanto da dissodare e sistematizzare (ebbene sì: l’esprit de système scorre ancora tra noi mortali)!

Purtroppo adesso devo fermarmi qui, altrimenti questo post non verrà mai fuori, rischiando di duplicare il vero ‘lavoro’ di scrittura estesa. Spero che tutto ciò perlomeno incuriosisca qualcuno: perciò esorto chi avesse suggerimenti, critiche, proposte, collaborazioni, qualunque cosa di costruttivo, a lasciare un commento qui sotto. Grazie!

NOTE

1) Lo invio gratis per e-mail a chi ne faccia richiesta nei commenti qui sotto.

2) Il seminario è comune alle università di Roma 2 e Roma 3, «da quando il MIUR ha pensato bene di avviare la sua politica di strozzamento delle università», come mi è stato riferito con amarezza da un autorevole esponente universitario.

3) C’è un saggio di Elmar Schafroth nell’ottima panoramica curata da Ulrike Hass nel 2012 per Gruyter (Grosse Lexika und Wörterbücher Europas. Europäische Enzyklopädien und Wörterbücher in historischen Porträts), per quanto tale miscellanea a me pare una sorta di aggiornamento dei lavori, pur benemeriti, diretti dallo storico americano Frank A. Kafker (cioè i numeri monografici 194 e 315, datati 1981 e 1994, della rivista Studies on Voltaire and the eighteenth century). Lo stesso vale, anche se in ambito più ristretto, per il bel volume curato da John Considine nel 2014 per la Cambridge UP, Academy Dictionaries, 1600-1800.

4) Sic nel frontespizio della prima, che uscì negli anni dal 1933 al 1939 in 10 voll. + 1 supplemento; seconda ed. «interamente riveduta e accresciuta»: 1954-65, 12 voll. + 1 supplemento e aggiornamenti come “Appendici” dal 1973 in avanti; terza ed., anch’essa «interamente riveduta e accresciuta»: 1966-75, 19 voll. e vari supplementi; quarta ed.: 1984-1991: 20 voll. e vari suppl.

5) Cito dal sito Treccani, sezione “Dal dopoguerra a oggi: anni Cinquanta e Sessanta”. Il DEI uscì dal 1955 al 1961 in 13 voll. + vari supplementi sino al 2006 (per adesso); il LUI raddoppiò: 24 volumi + 4 suppl. e 3 atlanti, 1968-81.

6) Vorrei consigliare a questo proposito la lettura di due testi, molto diversi tra loro (anche come dimensioni: tanto smilzo il primo, quanto gonfio il secondo), ma proprio per ciò complementari, a mio avviso: Valeria Della Valle, Dizionari italiani: storia, tipi, struttura (Carocci, 2005) e Claudio Marazzini, L’ordine delle parole. Storia di vocabolari italiani (il Mulino, 2009).

7) È il saggio n° 163, alle pp. 1531-1609, del secondo dei tre volumi dedicati alla traduzione, nella ponderosa serie HKS (ossia: Handbücher zur Sprach- und Kommunikationswissenschaft, 26 – letteralmente: Manuali di linguistica e scienza della comunicazione; il primo è del 2001, il secondo del 2008 [qui il sommario del secondo tomo, appunto], il terzo del 2011, tutti pubblicati dal noto binomio De Gruyter-Mouton di Berlino-L’Aia.

8) Einaudi 1963; in realtà, questa è una seconda edizione rispetto alla prima, pubblicata dalle sconosciute Edizioni U di Roma-Firenze-Milano nel 1946, a sua volta tradotta da una tal Juliette Bertrand dall’originale francese pubblicato a Parigi da Skira nel 1939!

9) Questi non è stato propriamente uno storico, ma un imprenditore con una passione bibliofila, che quello stesso anno diede vita alla fondazione eponima.

10) Scandito? Scannerizzato? Non risolverò mai questo dubbio…