Dalla parte dei traduttori, ovvero: Ad altra (piena?) voce

Evidentemente quest’ultimo mese dell’anno è dedicato a consuntivi, bilanci e pubblicazione di inchieste:

  1. 4 dicembre 2013: sul sito della Rete dei centri traduttori europei è stata annunciata la comparsa di “Mercurio”, uno studio di fattibilità sulla mobilità dei traduttori nello spazio culturale europeo, articolato su 3 azioni principali (mobilità vera e propria, partenariati e diffusione). E’ stato realizzato dall’ente italiano Consulmarc Sviluppo di Oderzo (TV) su richiesta del Direttorato generale della commissione istruzione e cultura della Commissione europea ed è possibile scaricarlo da questo link.(attenzione, che sono ben 13 files PDF, uno dei quali mell’odioso/pretenzioso Power Point!).
  2. 5 dicembre 2013: in concomitanza con l’apertura di “Più libri più liberi”, titolo stabile per la Fiera della piccola e media editoria, ecco arrivare l’indagine Nielsen sul mercato del libro.
  3. 6 dicembre 2013: presentazione del 47° rapporto sulla situazione sociale del paese, curato come sempre dal Censis: il testo è a pagamento, ma nella pagina linkata si possono leggere vari comunicati stampa, i quali danno in sintesi le notizie salienti.
    E così  c’è stata anche quest’anno l’annuale kermesse, alla quale però non ho partecipato (sbaglio, lo so: due anni fa ci ho passato ben 3 pomeriggi e l’anno scorso ho anche fatto un paio di incontri interessanti; in realtà mi sembra utile per chi è GIÀ/ANCORA nel circuito produttivo, o per gustare le ultimissime novità editoriali: e ormai io compro quegli strani oggetti cartacei di forma rettangolare quasi esclusivamente nelle librerie dell’usato e/o sulle bancarelle, a prezzi impensabili anche soltanto pochi anni fa…) e quindi non intendo parlarvene.
    Rammento comunque che Loredana Lipperini, a(ma)bile conduttrice di Fahrenheit sul terzo canale Rai, ha reso l’esperienza della Fiera fruibile, in parte, anche a chi non poteva parteciparvi di persona.
  4. Più importante, però, è stata la presentazione dell’inchiesta che STradE ha incaricato l’Istituto di ricerche economiche e sociali dell’Emilia-Romagna di effettuare a partire da quella dell’aprile 2013 sull’Editoria invisibile (dal sito di STradE se ne può scaricare una sintesi o la versione completa), alla quale partecipò anche la Rete dei redattori precari. Sul mio blog si può vedere il post del 26 maggio 2013, intitolato (con prosopopea) “Trasparenze inquiete e affrante”.

voves-golosSi tratta di un approfondimento su un settore particolare della produzione editoriale, da sempre tipicamente e gravemente precario, ma che testimonia della consapevolezza di cui stanno prendendo coscienza gli attori coinvolti in prima persona. Infatti il comunicato stampa, scaricabile da questo indirizzo, portava come titolo «Ad altra voce» (che a me richiamava alla memoria il majakovskiano «Vo ves’ golos!», associato alla classica immagine propagandistica dei libri nell’Unione sovietica). Con sottotitolo, più chiaro: «I traduttori editoriali in Italia: chi sono, come lavorano, di che cosa hanno bisogno».

Libriiii...!!!

Libriiii…!!!

E’ diventato abbastanza chiaro che il progressivo smantellamento delle redazioni fa ricadere almeno parte del loro lavoro sul traduttore. Ma già un traduttore non sempre svolge al meglio il proprio lavoro specifico, quindi non si potrebbe pretendere di scaricargli anche qualcosa di cui non ha proprio le competenze. Tale ‘mossa’ è comprensibile unicamente dal punto di vista padronale (occhei, ‘datoriale’ sarebbe il termine politicamente corretto) per l’economizzazione delle risorse, e sempre più viene giustificato dagli editori per la crisi profondissima che segna il paese e non può non riflettersi anche su un mercato vecchio e di per sé statico come quello che ci interessa qui.

L’inchiesta è stata realizzata dagli stessi autori della precedente, cioè Daniele Dieci, Carlo Fontani e Florinda Rinaldini, suppongo per garantire la massima congruenza di dati.
Il testo, distribuito nelle due solite forme della sintesi (8 pagine) e di rapporto completo (dove le pagine diventano 61 e c’è anche una ricca bibliografia finale; ne inserirò il link relativo nei prossimi giorni, quando magari sarà disponibile anche su altri siti).
Vabbè, non sarò la Lipperini, ma a beneficio di chi non c’è stato cercherò di dare una pallida idea di quello che è stato detto in quella sede, ringraziando il SLC per l’impegno dimostrato. Intanto potete trovare a questa pagina le percentuali e cifre più significative; la Stampa di Torino è stato probabilmente il primo quotidiano a parlarne in maniera chiara.

Ottimo anzitutto il coordinamento effettuato da Elisabetta Ramat, che rifiutando la classica formula ex cathedra, ha sempre rilanciato aspetti meritevoli di discussione, alternando in maniera ‘equa e solidale’ fra esponenti ufficiali e interventi del pubblico − a differenza di come farò invece qui, per motivi pratici di dispositio.
Va detto che sarebbe stata auspicabile una maggiore partecipazione, ma forse me l’aspettavo solo io, dato che alla fine la saletta è risultata confortevole e adeguata alle presenze effettive.
Ha inaugurato le danze la benemerita traduttrice Alice Gerratana, che nonostante dichiarasse di essere un po’ emozionata di parlare in pubblico, se l’è cavata benissimo presentando il sindacato di cui è stata eletta segretaria a ottobre (qui, perciò, “passo”).

Alice Gerratana

Alice Gerratana durante il suo intervento.

È quindi seguita la presentazione del rapporto da parte di due degli estensori stessi, Daniele Dieci e Florinda Rinaldini: giovani e simpatetici, hanno cercato di privilegiare l’aspetto qualitativo, dato che anche nella sintesi ci sono 10 grafici e 4 tabelle.

Inchiesta IRES.

A sinistra D. Dieci, a destra F. Rinaldini.

È stata poi la volta di Daniele Petruccioli, anch’egli neoletto nella segreteria di STradE (il terzo malcapitato, si fa per dire, è Giordano Vintaloro). Con il suo solito fare ironico ma coinvolgente (o travolgente?), ha toccato svariati punti: dallo studio di cui al punto 1. all’inizio di questo post, all’accordo con SLC, i problemi comportati da pluricommittenza e polifunzionalità (uno dei concetti utilmente articolati nella ricerca IRES), le tariffe e in ultimo l’importanza del lavoro con le istituzioni, anche in prospettiva di formazione professionale. Il ricordo toccante, nella sua imprevedibilità, di Nelson Mandela ha strappato un applauso in più (come quello suscitato dall’annuncio del maestro Daniele Gatti all’inaugurazione della stagione della Scala di Milano).
Davide Imola, responsabile della Consulta professioni della CGIL, ha riconosciuto l’inadeguatezza dei modi tradizionali di affrontare il nodo degli “invisibili”, vale a dire quello che cercava di ricondurli all’interno dei “subordinati”, dato il peso sempre minore rivestito dall’azienda (sia come luogo fisico dove si svolge il lavoro, sia come struttura che irreggimenti i lavoratori in ruoli prefissati) e, inversamente, la ricerca di sindacalizzazione all’esterno di essa (un punto fatto notare anche da Petruccioli). Tra i risultati positivi ottenuti nel breve periodo c’è il blocco del temuto aumento dell’aliquota dovuta per il versamento della gestione separata (un’iniziativa che ha visto in prima fila anche l’associazione ACTA, come ricordava già a fine ottobre il blog pisano di Help Traduzioni). Infine, riguardo al futuro e alla formazione, Imola ha fatto anche un accenno alla legge 236, sulla quale però ammetto la mia ignoranza.
La partecipazione di Francesco Sole, in rappresentanza di SLC/CGIL, è stato un fuori programma, in quanto non previsto. Tre le questioni principali sollevate, incentrate sul senso da dare alla parola ‘lavoro’, anziché farsi distrarre dall’ampia rosa di aggettivi che tentino di definire i lavoratori (non-standard, autonomi, invisibili, precari, parasubordinati, atipici, irregolari ecc.): l’apertura di un “tavolo tecnico”, che incontra problemi ‘politici’; l’introduzione di una forma di assistenza sanitaria integrativa nei contratti (120 €); l’istituzione di un fondo previdenziale. L’obiettivo di lungo periodo è quello di includere tutte le forme oggi non riconosciute nel contratto collettivo nazionale dei Grafici ed Editoriali.

Introduco ora qui complessivamente gli interventi da parte del pubblico, perché mi pare che vadano tutti nella direzione di integrare il panorama delle posizioni in gioco, mostrando quante sfaccettature distinte ha questo tipo di ‘lavoro cognitivo’.
Ha “rotto il ghiaccio” la traduttrice economica e finanziaria Adele Oliveri, esponendo la sua difficoltà a scindersi in ‘traduttrice editoriale’ e ‘traduttrice tecnica’, dato che il suo reddito è alimentato da entrambe queste voci, disuguali per portata e variabili da un anno all’altro.
Si è poi presentata al microfono una ragazza di colore (Lala Zineb [nome] Maarouf Dafali [cognome]), redattrice del mensile Al Maghrebiya, che ha portato all’attenzione di tutti la grave situazione in cui versano i traduttori giurati e quelli che lavorano all’interpretariato e alle perizie per immigrati in tribunali e simili contesti “delicati”. Elisa Comito (anch’ella di STradE) si è premurata subito di prendere contatto, e devo a lei la possibilità di integrare questo post con le informazioni esatte a riguardo, tra le quali l’indicazione di un portale specifico e la versione in lingua araba (si tratta di un mensile in lingua araba edito dedicato ai maghrebini e agli arabi che vivono nel nostro paese).
Simone Buttazzi ha ricordato l’importanza della petizione promossa da STradE per la costituzione di un fondo a favore dei traduttori e della traduzione (tra l’altro, è ancora disponibile sul sito e su Avaaz.org: firmate, firmate e diffondetela!).
Ne ribadiva le ragioni la valente germanista Marina Pugliano, la quale nel suo spumeggiante intervento ha preso spunto dai dati Istat riportati sul sito del Centro per il libro e la lettura (e che a prima vista, secondo alcuni, non sembrano corrispondore a quelli divulgati dall’Associazione italiana editori all’ultima Fiera di Francoforte) per rimodulare le accorate doléances già espresse in un’intervista concessa a STradE dopo il conseguimento del V° Premio italo-tedesco per la traduzione. In sostanza, ormai la traduzione non è più un asset per l’editore, ma un costo da tagliare fregandosene delle ricadute sulla qualità del prodotto finale (e aggiungerei io: tanto saranno in pochi ad accorgersene…).

Intervento di Marina Pugliano.

L’intervento di Marina Pugliano (all’estrema sinistra). Al centro M. Cestaro, tra E. Ramat ed E. Lattuada (ultima a destra).

Last not least, Simona Adami, un’adattatrice/dialoghista/doppiatrice/traduttrice di audiovisivi ha perorato il punto di vista di chi opera in quello specifico, sacrosanto come gli altri ma contro il quale sono in atto i medesimi meccanismi di svalutazione/emarginazione già messi a fuoco nell’editoria standard. A suo avviso, però, lì la giungla è anche peggio!

L'intervento di SImona Adami (a sinistra).

L’intervento di Simona Adami (a sinistra). D. Petruccioli chiude il tavolo (a destra).

Il succo dell’intervento di Massimo Cestaro, Segretario generale del SLC/CGIL, lo trovate sul sito del sindacato. Altre sue considerazioni, sempre molto concrete, sono state: la presenza di nuove piattaforme digitali; il riconoscimento della «funzione totale nel ciclo produttivo» del traduttore; la necessità di considerare trasversalmente, cioè in tutti i settori (tele-audiovisivo, cinematografico, teatrale ecc.) questa professionalità, ricordando proficuamente i 55 giorni di sciopero da parte dei doppiatori (febbraio-marzo 2004), che fruttarono una qualificazione migliore.
Elena Lattuada ha infine tirato le somme. Anche lei ha ribadito la necessità di superare la distinzione, evidentemente obsoleta, fra tutelato e non-tutelato, ricercando le condizioni che è utile mettere assieme, personali e come «aggregazioni di filiera». Ha poi raccolto l’accenno al gender gap evidenziato da Ramat sulla scorta dei dati dell’indagine, ma rimasto sempre in ombra. La sua osservazione che mi ha colpito maggiormente è stata quella in cui ha affermato che se 10 anni fa il sindacato non si sarebbe mosso per le questioni dibattute oggi (e io ne so qualcosa…), vale anche la reciproca: 10 anni fa la schiera dei traduttori non si sarebbe schierata così apertamente e con una tale autoconsapevolezza.
Dunque, volendo concludere anch’io, in questi ultimi anni c’è stata l’acquisizione progressiva di una migliore/più corretta/completa percezione-di-sé-rispetto-ad-altri-soggetti (come scrivevo sopra), a cui non sono estranee esperienze pur diversificate come, citando un po’ a casaccio: STradE, forum e liste come Biblit e Qwerty, siti e blog individuali, le Giornate di Urbino (arrivate nel 2013 all’undicesima edizione), corsi e master specifici e così via.

Se il post ti è piaciuto, fammelo sapere, per cortesia; chiunque è libero di linkarlo/ribloggarlo, esplicitandone la fonte e l’autore. Più sotto ci sono i link per commentarlo e iscriversi, se del caso — ma non aspettatevi post a raffica, sono troppo pigro 😉

18 pensieri su “Dalla parte dei traduttori, ovvero: Ad altra (piena?) voce

  1. Pingback: Vita (agra) da professionisti (in bolletta) | metagrapho

  2. Pingback: 61 domande | metagrapho

  3. Ci informa Claudia Zonghetti che l’immagine non è quella giusta: non hai messo Vo ves’ golos, bensì Vo ves’ LOGOS, uno studio di Weiskopf su Majakovskij…

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    • sì, Daniele, grazie anche alla russista/slavista che purtroppo non conosco (se non, molto indirettamente, su QWERTY, e forse neanche lì): me ne aveva già informato anche Fabio Galimberti. Di fatto, però, avrei una serie di osservazioni, che elenco in ordine di rilevanza crescente, per me: (1) non ero riuscito a trovare la copertina in tempo utile; (2) mi piaceva mettere un elemento grafico per smorzare il muro di parole (scritte), e questo era abbastanza vivace; (3) amo la grafica costruttivista, per cui forse ce l’avrei messa apprescindere…; (4) comparendo nel blog di un redattore-traduttore, mi sembrava che l’acronimo (logos anziché golos) stesse pure meglio, considerando le connotazioni che si porta dietro nella civiltà occidentale. Possono bastare? 🙂

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  4. Mentre la spumeggiante Pugliano, grata per il bel resoconto, approfitta di questo spazio per precisare che le sue rinnovate doléances intendevano rimarcare le ragioni di una iniziativa di Strade precedentemente illustrata dal collega Simone Buttazzi: la petizione per la creazione di un fondo a sostegno della traduzione e della formazione dei traduttori. Anche in questo, l’Italia deve allinearsi all’Europa che nella cultura crede e investe con profitto. La petizione è ancora aperta, il testo e il link per firmarla sono sul sito di Strade: http://www.traduttoristrade.it

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  5. Pingback: Dalla parte dei traduttori, ovvero: Ad altra (p...

    • grazie anche a te, Laura, per aver scritto e suggerito quella correzione. Vedo dal tuo sito che sei una collega, quindi mi vergogno un po’ per l’impressione di scarsa profssionalità: se non redigo bene quando sono io a scrivere, quando e come dovrei farlo? ;-P

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  6. Grazie per il resoconto e per avermi fatto ripensare a Majakovskil. La sua poesia “A piena voce” (nella traduzione di A. M. Ripellino) comincia così:

    “Spettabili / compagni discendenti! / Frugando / nell’odierna / merda impietrita, / studiando le tenebre dei nostri giorni, / voi, / forse, / chiederete anche di me.”

    mi pare adatto…

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    • grazie, Barbara, l’inizio non me lo ricordavo, ma concordo: adattissimo (e straordinario Ripellino, che ho mancato di pochissimo all’università)! Approfitto del tuo commento (immaginando che tu sia, o sia stata, una russista, o quanto meno una slavista) per aggiungere qui un particolare che mi è stato fatto notare: la copertina non è del libro di Majakovskij menzionato, bensì di Vo ves’ LOGOS, uno studio di Weiskopf SU Majakovskij. C’era qualcosa di strano nel titolo, eppure ricordo di aver già visto quella copertina da qualche parte e non sono stato a indagare più di tanto; e poi mi piaceva lo stile costruttivista, senza considerare che andava benissimo anche per spezzare graficamente e coloristicamente la pagina, che temevo fosse un po’ troppo scritta e pedante. Invece mi dicono che questo ‘resoconto’ sia stato apprezzato, e ciò mi lusinga soprattutto perché quella mattina ero proprio uscito di casa già intenzionato a farci alcunché a beneficio di coloro che non ci sarebbero potuti andare. Almeno per compensare il senso di colpa di non andare a “Più libri più liberi”…

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