“Libri e lettori nell’Italia repubblicana”

Convenzionali

41p-XoKUDnL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Effetti di promozione alla lettura “disinteressata” ha avuto la realizzazione della scuola media unica nel 1962.

Libri e lettori nell’Italia repubblicana, Gabriele Turi, Carocci. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, dice la costituzione. Che dice anche che la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Che l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali. È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai…

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La “biblioteca” non è più così piccola…

Avevo salutato al suo apparire la collana “Biblioteca della lingua italiana”, curata da Giuseppe Antonelli per il nobile CorSera.
Oggi giubilo con questo nuovo post, perché c’è anche un séguito, sempre tutti i mercoledì e già dalla settimana scorsa, che in un paio di mesi porterà il numero complessivo dei volumi «che sta[nno] cambiando la tua concezione dell’italiano» (come ne recita la pubblicità) alla rispettabile cifra di 35 unità: segno probabile che un qualche riscontro positivo ci sarà stato nelle edicole e in effetti le giacenze erano esigui, per non dire inesistenti (ma questo dipende anche dal funzionamento della distribuzione presso gli edicolanti). Ecco dunque la nuova… playlist (ho aggiunto editore e anno della prima edizione, più le date di uscita):

  • 14 marzo: Giuseppe Patota, Prontuario di grammatica (Laterza 2013)
  • 21 marzo: Luca Cignetti, Silvia Demartini, L’ortografia (Carocci 2016)
  • 28 marzo: Simone Fornara, La punteggiatura (Carocci 2010)
  • 4 aprile: Giorgio Graffi, La frase: l’analisi logica (Carocci 2012)
  • 11 aprile: Marcello Aprile, Dalle parole ai dizionari (il Mulino 2005 [qui c’è da chiedersi, malignamente, se la coincidenza cognome-mese sia stata voluta…])
  • 18 aprile: Massimo Palermo, Linguistica testuale dell’italiano (il Mulino 2013)
  • 25 aprile: Edoardo Lombardi Vallauri, Parlare l’italiano. Come usare bene la nostra lingua (il Mulino 1999)
  • 2 maggio: Carla Marcato, Dialetto, dialetti e italiano (il Mulino 2002)
  • 9 maggio: Roberta Cella, Storia dell’italiano (il Mulino 2015)
  • 16 maggio: Paolo D’Achille, L’italiano contemporaneo (il Mulino 2003)

A differenza di quella iniziale (che pure aveva delle punte di eccellenza assoluta: per i miei interessi, si trattava del titolo di esordio, giustamente demauriano, poi della Storia disunita di Trifone, dell’Italiano nascosto di Testa, forse un po’ penalizzati dall’uscita sotto le festività natalizie, e degli Otto capolavori di Motolese — qualcosa mi sono perso, ma pazienza!) questa mi sembra più strutturata su alcuni capisaldi tradizionali, che la scelta precedente, forse più briosa, aveva lasciato in ombra: ortografia, punteggiatura, analisi logica. Restando su Carocci, però, avrei visto bene pure i volumetti sul “nome” e sul “verbo”, rispettivamente di Paolo Acquaviva (2013) e Mario Squartini (2015).

Purtroppo (per le ragioni economiche già esposte nel mio intervento del 20 settembre scorso) vedo di aver “fatto male” ad acquistare, a una cifra ben più alta, uno di questi titoli nuovi. E dire che avevo soppesato attentamente in libreria pro e contro rispetto all’antagonista, cioè la Linguistica del testo. Principi, fenomeni, strutture della basileana Angela Ferrari (Carocci 2014, seconda ed. 2017 — un necessario aggiornamento della Linguistica testuale. Un’introduzione di Cecilia Andorno, anch’esso Carocci 2003, con sette ristampe sino al 2015).
Colgo l’occasione per sottolineare che questi tre volumi hanno meno a che fare di quanto possa far credere il titolo con il notevole libro di Eugenio Coseriu, Linguistica del testo. Introduzione a una ermeneutica del senso (Carocci 1997, sesta ristampa 2014, come sempre ottimamente curata da Donatella Di Cesare, già sua allieva a Tubinga in anni giovanili).

Anche in questo nuovo elenco è prevalente l’intento anzitutto introduttivo, didascalico, ma non mi sono ben chiari i criteri di scelta, poniamo, rispetto alla gamma di “storie dell’italiano” attualmente sul mercato, anche di formato piuttosto ridotto (a confronto di quella di Migliorini, per capirci tramite un esempio arcinoto). Forse bisognerebbe chiederlo ad Antonelli…
Ma non saranno certamente l’esito di ‘veti’ da parte degli editori, ai quali invece così viene data l’opportunità, rara, di far rivivere testi che (tranne casi particolari come le adozioni universitarie, comunque in difficoltà a causa del problema delle fotocopie e ancor più dalle facili riproduzioni tramite cellulare… altro che aura benjaminiana!) difficilmente potrebbero vivacizzare il catalogo, sfuggendo alla loro inesorabile desolation row, cioè la via del macero — per quanto possa esser stata nobilitata dalla Solitudine troppo rumorosa di uno scrittore così atipico come Bohumil Hrabal, che una sera dell’ormai lontanissima estate 1988 Giuseppe Dierna mi fece conoscere nel posto migliore: verosimilmente U zlatého tygra, sorseggiando immagino quella stessa Plzeňský Prazdroj che dissetò tutta la mia settimana di soggiorno nella “magica Praga d’oro”.

Interno della birreria praghese “Alla tigre d’oro”

Quello che vedrai più facilmente sui tavoli della “Tigre d’oro” (ammesso di riuscire a trovare un posto libero…!)

 

Treccani: piccole gratificazioni e piccole critiche

Botta e risposta fra il sottoscritto e la redazione Treccani (on-line)

Ecco, ho ceduto alla tentazione di gloriarmi per il riconoscimento di una semplice segnalazione al Vocabolario Treccani di italiano on-line.
Vabbè, nella mia domanda c’è una ripetizione fastidiosa (chi la scopre per primo può denunciarla nei commenti alla fine del post, ma tanto si gareggia per la pura gloria…!) e il dizionario di Caffarello è IMHO ancora un buon strumento di lavoro sull’archeologia antica, ma la soddisfazione del sottoscritto è stata così grande da voler essere condivisa. Qui e ora.
L’avverbio temporale non è un vezzo casuale, ma serve finalmente a esplicitare che attestazioni analoghe mi erano già state fatte in precedenza: posso provarle almeno in due occasioni, cioè precisamente

  • il 1° ottobre 2014, quando avevo segnalato l’assenza di una variante letteraria (vedi seconda immagine)

dolio (1) VAR. LETT. doglio

  • e alla fine di ottobre 2015, perché mancava un rimando incrociato (vedi terza immagine).

Aggiunta del lemma ‘taglieggiamento’

Noto però qualche differenza rispetto a quei casi, e riflettendoci su il compiacimento trascolora in toni meno gai (altro che sfumature di grigio…).
Gli anni scorsi, come si vede dai due screenshots fatti al mio archivio di posta (Thunderbird), la Segreteria Redazione Treccani Online mi aveva scritto tramite posta elettronica (nel secondo caso, c’era stata anche la richiesta di un chiarimento tecnico, che qui è inutile riportare), dato che per comunicare occorre iscriversi al sito. In ogni caso la correzione è stata tempestiva, nell’arco di un giorno o due.
Adesso sono venuto a conoscenza di questa risposta proprio perché, non ricevendo alcuna risposta per via telematica, sono andato a controllare se avessero aggiornato comunque tacitamente il sito inserendo il lemma di cui avevo notato la mancanza e che suggerivo di integrare.

Se inserite la parola ‘cnemide’ nel Vocabolario on-line, in una colonna a destra compare l’inizio di questa risposta, cliccando sulla quale appare dunque la pagina riportata nell’immagine che apre questo post, probabilmente piazzata lì in attesa di aggiornare il sito.
Sarà dunque troppo pessimista pensare che siano stati mandati a casa i redattori-segretari e/o che siano stati perlomeno ridotti gli operatori adibiti a modificare il lemmario? Infatti la mia e-mail (il cui contenuto è proprio quello rubricato sotto DOMANDA) a redazione@treccani.it porta la data del 17 febbraio scorso: ormai tre settimane sono passate senza colpo ferire.
So bene che la redazione della enciclopedia è stata smantellata da molti anni (qualcuno ha detto Franco Tatò? d’accordo, ma non può essere il capro espiatorio, idem per l’avvento delle nuove tecnologie… si tratta di un enorme processo trasversale e irresistibile, ormai pressoché compiuto nel bene e nel male), e non pretendo nemmeno che debbano rispondere a tutte le segnalazioni. In questo caso, però, è stato fatto, riconoscendo la pertinenza di altre mie comunicazioni (cosa di cui ringrazio pubblicamente chi l’ha voluto comunicare, anche se non era tenuto/a), ma come mai non è stato ancora inserito il lemma?

Forse perché hanno letto le osservazioni critiche che muovo all’operato dell’augusto Istituto nel mio saggio-monstre sulla assenza del lemma ‘traduzione’ nella storica «Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti»: La traduzione e la Treccani: un rapporto difficile?, pubblicata nella rivista «Fogli di filosofia» della Scuola superiore di studi in filosofia dell’università di Roma “Tor Vergata”…?

Chi ben comincia il 2018…

Sono molto contento che il primo volume cartaceo a varcare la soglia di casa mia nel 2018 sia questo di Jürgen Trabant, sebbene quindici anni dopo la sua pubblicazione. Se non fosse chiaro, l’immagine che occhieggia dal ‘buco’ in copertina è quella di una torre di Babele (NOTA 1 ), metafora iniziale e archetipica nell’argomentazione dell’opera.

La copertina di Trabant 2003

Un aspetto assai apprezzabile è che in pratica l’ho pagato (su Amazon) la metà del prezzo riportato sul risvolto di copertina (edizione rilegata!), come a ben guardare si può ricavare anche da un’informazione sul sito dell’editore tedesco, anche se lo sconto dovrebbe applicarsi alla ristampa (?) del 2013.

A noi italiani dovrebbe interessare già solamente perché snocciola nei titoli dei 7 capitoli alcuni dei nostri luoghi più significativi per le humanities: Firenze, Bologna, Napoli… alle quali seguono anche Londra, Parigi, Riga, Tegel, Cambridge (sia quella nel Massachusetts, sia quella britannica), sino alla Foresta nera…
Aggiungo che, per un’altra di quelle ragioni insondabili e inspiegate, nessuno dei libri di Trabant qui menzionati figura nelle biblioteche pubbliche italiane, accessibili a partire dall’Opac SBN, ossia il Catalogo del servizio bibliotecario nazionale: quest’ultimo è attivo dal 1997 e permette di interrogare una vasta rete di «biblioteche statali, di enti locali, universitarie, scolastiche, di accademie ed istituzioni pubbliche e private operanti in diversi settori disciplinari». Del resto al centro della home page del portale ICCU (acronimo di Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche), dal quale dipende il suddetto Opac (On-line Public Access Catalog), fa bella mostra di sé l’affermazione seguente:

L’ICCU gestisce il catalogo online delle biblioteche italiane e il servizio di prestito interbibliotecario e fornitura documenti; cura i censimenti dei manoscritti e delle edizioni italiane del XVI secolo e delle biblioteche su scala nazionale; elabora standard e linee guida per la catalogazione e la digitalizzazione. Opera in stretta collaborazione con le Regioni e le Università al servizio delle biblioteche, dei bibliotecari e dei cittadini.

Avrei qualcosa da eccepire sul fatto che sia effettivamente «al servizio dei cittadini»; meglio passare al tema specifico di questo post.

Jürgen Trabant (dal sito juergen-trabant.de/)

Con Trabant ebbi a che fare indirettamente, quando Laterza affidò a Donatella Di Cesare la traduzione del suo libro su Vico, La scienza nuova dei segni antichi. La sematologia di Vico (fu pubblicato nel 1996, come n° 1092 della collana «Biblioteca di cultura moderna», in altri tempi gloriosa, corredato da una presentazione di Tullio De Mauro). In questa edizione italiana fu aggiunto un capitolo dal suo importante Traditionen Humboldts (Suhrkamp 1990 – stw, 877), l’ottavo: “Fantasia e favella. Osservazioni su Vico e Humboldt” (era alle pp. 140-168 dell’originale tedesco). Il libro vichiano uscì poi anche negli Stati Uniti nel 2004, non so in quale assetto, cioè se conforme nel sommario all’originale, all’edizione italiana, o in un’altra versione ancora – magari in ossequio al principio humboldtiano della virtuosa Verschiedenheit, su cui Trabant è tornato con molta chiarezza in uno dei suoi ultimi testi, Globalesisch, oder was? Ein Plädoyer für Europas Sprachen (Beck 2014). Una dozzina di pagine del libro si possono scaricare gratuitamente, per farsi un’idea di cosa parli, dal sito dell’editore.
Per chi non voglia farlo o non legga il tedesco, riporto l’opinione di fondo espressa da Trabant pochi anni prima:

[…] c’è voluto un bel po’ per far capire alla gente che imparare le lingue è una maniera meravigliosa di esperire cosa sia l’alterità culturale, un’avventura dello spirito, e che non può certo far male alla testa sapere un’altra lingua, o (meglio) anche più d’una. Di questo però ne è convinta solamente la parte dell’umanità che non parla inglese, mentre dal canto loro gli anglofoni rinunziano a questo allenamento mentale [traduzione all’impronta e abbastanza libera del sottoscritto, da Was ist Sprache?, Beck 2008, p. 153].

Sul Globalesisch di Trabant è intervenuto anche Tullio De Mauro nella premessa al suo coevo libretto In Europa son già 103. Troppe lingue per una democrazia? (Laterza 2014). Aggiungo che Mehrsprachiges Europa / Europa plurilingue / L’Europe plurilingue è il titolo di un dibattito al riguardo tra loro e con Barbara Cassin, Sara Fortuna, Manuele Gragnolati, Luigi Reitani e Rossella Saetta-Cottone, che si è svolto la sera del 23 febbraio 2016 all’ICI di Berlino e ancora fruibile in rete.
Ricordo pure che Trabant ha curato un’antologia di Wilhelm von Humboldt: Das große Lesebuch (Fischer 2010), per poi sintetizzare le proprie idee su di lui nel denso volume Weltansichten. Wilhelm von Humboldts Sprachprojekt (Beck 2012). Qualche altro riferimento l’ho inserito nella NOTA 2.

Il libro curato da Trabant nel 1995, con un saggio di Donatella Di Cesare

Quasi certamente per ringraziarmi del supporto nella redazione di quel testo Donatella mi regalò, con breve dedica, un libro solamente curato da Trabant, al quale lei aveva contribuito con un lavoro teorico, interno al dibattito filosofico ed ermeneutico tipicamente germanico. Il volume si intitola Sprache denken. Positionen aktueller Sprachphilosophie (Fischer 1995, nella serie “Philosophie der Gegenwart” curata da Patrizia Nanz, che conobbi a Francoforte e il rapporto con la quale si esaurì dopo poco, data la scarsa ricettività laterziana alle proposte tedesche). Il saggio Di Cesare, in seconda posizione, è Über Sprachphilosophie und die Grenzen der Sprache e sta in buona compagnia, letteralmente ‘in mezzo’ ad autori noti anche da noi: infatti segue Sylvain Auroux, lì autore con Djamel Kouloughli (NOTA 3 ) di Für eine “richtige” Philosophie der Linguistik, ma precede Henri Meschonnic, che scrive Humboldt denken heute.

Con Donatella persi poi del tutto i contatti, salvo poi ritrovarla mediatamente nelle righe, ferme e autorevoli, che aprono l’edizione italiana di Eugenio Coseriu, Storia della filosofia del linguaggio (Carocci 2010), da lei stessa tradotto e soprattutto curato, essendone stata allieva a Tubinga una ventina d’anni prima. E non sarà un caso, allora, che il secondo libro entrato a casa quest’anno nuovo, acquistato on-line presso la Fondazione Campostrini di Verona, sia Eugenio Coseriu, Il linguaggio e l’uomo attuale. Saggi di filosofia del linguaggio (2007, a cura di Cristian Bota e Massimo Schiavi, con la collaborazione di Giuseppe Di Salvatore e Lidia Gasperoni, prefazione di Tullio De Mauro — il quale nella seconda delle poche pagine concessegli, scriveva: «Ora che anche Giancarlo Bolognesi se ne è andato, credo di essere il più vecchio testimone dei primi anni e dei ritorni di Coseriu in Italia, nei tardi anni Cinquanta» [p. 10]).

La Storia della filosofia del linguaggio è un’opera estremamente interessante di Coseriu (ma anche più in generale) e permette di intrecciare variamente gli studiosi qui menzionati. L’edizione originale tedesca, da cui proviene anche quella Carocci, aveva una premessa di Trabant, qui conservata (pp. 25-32) e istruttiva, ma anche lui è criticato dalla curatrice (v. p. 14). A quest’ultima bisogna comunque riconoscere il merito di avere messo in luce l’angolatura migliore per apprezzare quel testo, «che, a ben guardare, non è davvero una “storia”, ma è piuttosto una “filosofia del linguaggio”. […] E come tale va letta. […] è un grande dialogo con i filosofi […], per cercare una risposta alle sue {sc., di Coseriu} domande sul linguaggio. Ma anche per riconoscere ogni volta il suo debito. E che cosa si presta di più al fraintendimento in tempi come questi di appropriazione egocentrica, di boria e presunzione scientifica? L’habitus di Coseriu era esattamente l’opposto» (p. 15).
E ancora: «la filosofia del linguaggio è tutta la filosofia dal punto di vista del linguaggio […]. Il grande merito di Coseriu è stato quello di aver giustificato la domanda filosofica sul linguaggio» come distinta da quella storica e da quella scientifica (p. 17 – corsivi nell’originale). Ne consegue che, allo stesso modo, bisogna distinguere la filosofia del linguaggio dalla linguistica generale e dalla teoria del linguaggio, mentre ad esempio in Italia «un disprezzo per la dimensione filosofica, detestata o ignorata, può condurre e ha condotto [..] ad una confusione tra filosofia del linguaggio e linguistica». «La domanda filosofica mira ad andare sempre oltre, mette in dubbio ciò che linguistica generale e teoria del linguaggio accettano tacitamente, comincia là dove queste finiscono. Ma a ben guardare le precede, dato che solleva a problema filosofico il “fondamento” del linguaggio che linguistica generale e teoria del linguaggio si limitano ad assumere. Queste ultime si basano dunque sulla filosofia del linguaggio, la presuppongono. La domanda filosofica sul linguaggio è così la domanda sul “senso dell’essere del linguaggio”» (p. 18).
Ho l’impressione che questa vena polemica sia stata generata probabilmente dall’intreccio fra dolorosi vissuti personali e duri sfondi storici sovraindividuali, più o meno aggiornati.
Ma al di là di tali considerazioni, queste stesse righe mi hanno fatto intuire che l’obiettivo da perseguire in una riflessione ‘alta’ sulla traduzione sia far capire (anche se non mi è ancora ben chiaro come) l’importanza, anzi di più: l’imprescindibilità, direi quasi la consustanzialità di quella attività, sfuggente, eppure analoga a «quell’estraniamento talmente quotidiano, da apparirci quasi ovvio, senza il quale non potremmo esistere» che è il linguaggio (cito sempre dall’introduzione di Di Cesare, pp. 16-17).
L’attività traduttiva, riprendendone la foggia, ossia quasi (ma non del tutto) modellata dalla lingua, duplica quella (e la nostra competenza linguistica, in senso lato), appoggiandovisi e sopravanzandola, e perciò appare ancora più difficile separarnela, scinderla dagli usi che abbiamo e facciamo della lingua.
Dovrò tornarci, forse Trabant e Coseriu sapranno fornirmi spunti illuminanti.

Concludo segnalando il sito dedicato a Eugenio Coseriu, dal quale si possono ricavare informazioni su di lui e scaricare praticamente quasi tutti i suoi saggi: http://www.romling.uni-tuebingen.de/coseriu/

Eugenio Coseriu (dal sito http://www.coseriu.de/)

N O T E

NOTA 1 – Nella fattispecie si tratta di un quadro dipinto nel 1602 da Roelant Savery e attualmente al Museo nazionale tedesco di Norimberga. Clicca qui per tornare al testo
NOTA 2 – L’argomento era affrontato in un’interessante ottica comparativa da un altro linguista (francese) in un bel volume, uscito nel 1995 come numero 19 della collana che accompagnava la rivista diretta da Raffaele Simone dal 1986 al 2003, «Italiano e oltre» {notizia dell’ultim’ora: dovrebbe essere disponibile tutta on-line a breve}: Claude Hagège, Storie e destini delle lingue d’Europa. Mi piace immaginare che, come De Mauro aveva affidato la prima traduzione di “sette studi” di Coseriu al suo giovane neolaureato Raffaele Simone (Teora del linguaggio e linguistica generale, Laterza 1971), così la storia si sia ripetuta nella generazione successiva: difatti fu un allievo di Simone, Edoardo Lombardi Vallauri, oggi ordinario di Linguistica generale a Roma 3, a tradurre la seconda edizione del 1994 del testo di Hagège (l’originale è del 1992 – con un titolo francese più evocativo del nostro: Le souffle de la langue). L’edizione italiana era corredata da una Presentazione (pp. IX-XV) di Alberto A. Sobrero, che poco prima aveva raccordato in maniera eccellente da curatore 17 fra i migliori linguisti (quasi tutti italiani) nei due importanti volumi della Introduzione all’italiano contemporaneo, intitolati rispettivamente Le strutture e La variazione e gli usi (Laterza 1993). Clicca qui per tornare al testo
NOTA 3 – Auroux scrisse con Kouloughli e Jacques Deschamps La filosofia del linguaggio (trad. it. di Ilaria Tani, Editori Riuniti, Roma 1998). Clicca qui per tornare al testo

Post aggiornato tra domenica 21 e martedì 23 gennaio 2018.

È nato!

Finalmente, proprio a ridosso dell’ultimo giorno dell’anno, e come tale di buon augurio, è uscito il mio saggio sulla traduzione e la Treccani: cliccando sul link o sull’immagine (che è il logo della Scuola), poi sul numero 9 del 2017, poi sul titolo La traduzione e la Treccani: un rapporto difficile?, lo potrete leggere on-line (altamente sconsigliabile: sono 58 pagine, anche se di formato ‘piccolo’), o scaricare gratuitamente. Un grazie dal profondo del cuore e un plauso alla rivista «Fogli di filosofia» della Scuola superiore di studi in filosofia dell’ateneo di Tor Vergata (Roma 2) e al suo coordinatore, Francesco Aronadio, per aver materializzato questa utopia.

Scuola superiore di studi in filosofia, Università di Tor Vergata (Roma 2)

Lottando contro il tempo (e il sonno – anche per questo mi pare particolarmente adatta l’immagine appena inserita), vi ho riordinato (molto) meglio una parte dei materiali di cui parlavo in questo post. Anzi, per riuscire a pubblicare almeno questa parte del lavoro, al quale ho dedicato almeno gli ultimi cinque-sei anni, sia pure a tempo perso, a un certo punto ho dovuto impormi di darle un taglio abbastanza drastico, in maniera sia da non sacrificare i materiali rimanenti, magari per scarso approfondimento, sia anche per valorizzare al meglio quelli raccolti sin qui.
La speranza (come capirà subito chi si metterà a leggerlo) è di poter trovare una sede che accolga anche il seguito del lavoro, che rimonta progressivamente sino alle origini del pensiero enciclopedico moderno, vale a dire alla prima metà del Settecento, intersecando tanti saperi e tanti fatti, date, personaggi.

Secondo il parere di almeno un paio di persone, in realtà dovrei scrivere un libro, e questo appena uscito potrebbe esserne già un capitolo. Ma di editori così folli non ce ne sono. Una possibilità a portata di mano potrebbe essere offerta invece dall’autopubblicazione presso i Dragomanni. È vero che sinora non ha ancora ospitato testi di saggistica, ma parlandone molto in generale col fondatore Daniele A. Gewurz non si tratta di una preclusione di principio. Certo è però che sul prosieguo del discorso e relative argomentazioni c’è ancora un bel po’ di lavoro da fare…

Il logo del sito ufficiale dei “Dragomanni”

Lascio qui appresso il sommario dettagliato del mio contributo, sperando che invogli qualcuno a dargli almeno una lettura veloce: per critiche, suggerimenti, proposte ecc., trovate sotto uno spazio dove scriverle o semplicemente per contattarmi.

Premessa (pp. 89-91); 0.1. Inquadramento (pp. 91-92): 0.1.1. Il riconoscimento di una “scoperta multipla”; 0.2. Studi di riferimento (pp. 92-103): 0.2.1. HSK; 0.2.2. Translation Studies; 0.2.3. Francia; 0.2.4. Italia; 1. Il caso Treccani (pp. 103-113): 1.1. Il problema iniziale; 1.2. Dopo la guerra; 1.3. Dizionario vs. enciclopedia; 2. L’«effetto Treccani» in Italia (pp. 113-124): 2.1. Il contributo di Georges Mounin; 2.2.1. Il nulla nullifica; 2.2.2. Esempi virtuosi; 3. Valutazione del problema (pp. 124-146): 3.1. Dubbi, refutazioni, proposte interpretative; 3.2. Le valutazioni degli storici; 3.3. Le traduzioni vere e proprie; 3.4 La Treccani come patronato?

 

(Piccola) biblioteca della lingua italiana

Piano dell’opera “Biblioteca della lingua italiana” – I classici del CdS

Oggi è uscito il primo volume(tto) di una serie allegata al maggiore (?) quotidiano nazionale, il Corriere della sera di via Solferino (questo è un vecchio topos, credo incomprensibile agli stranieri). L’immagine qui sopra riproduce il piano dell’opera e si trova alle pagine 8-9 del libro.
È una delle tante iniziative del genere, inaugurate ai primi anni del nuovo millennio e inizialmente salutate con grande entusiasmo dagli editori, che notandone il successo pensavano di risolvere così, cioè senza grandi sforzi ideativi, di risolvere i propri, cronici problemi di liquidità. È stato in molti casi un buon sistema per movimentare la cosiddetta backlist, cioè il ‘fondo’ di buoni titoli di svariate case editrici (parlo soprattutto per la saggistica, ovvio), che altrimenti con difficoltà sarebbero stati ‘smerciati’, o con tempi molto più lunghi che rischiavano di diventare anti-redditizi.
Questa in particolare è diretta da Giuseppe Antonelli (n. Arezzo, 1970), docente di Linguistica italiana a Cassino e noto a un pubblico probabilmente più ampio di quello degli studiosi in quanto conduttore (credevo fosse l’ideatore, però mi sbagliavo) della trasmissione radiofonica “La lingua batte”, che va in onda su Rai3 tutte le domeniche alle 10,45 (clicca qui se vuoi risentirne qualcuna, purché non sia prima del 22 febbraio 2014).
La collana, tutta di testi pubblicati da autori italiani (potrebbe sembrare un truismo, ma non lo è) negli ultimi vent’anni, conta 25 titoli, quindi andrà avanti per tutti i mercoledì fino al 7 marzo 2018.

Ho aggiunto “piccola” alla denominazione scelta dal Corriere per la serie in quanto si tratta di volumi «concepiti fin dall’inizio per un largo pubblico […] e dal tono divulgativo» (così Antonelli nella sua Presentazione generale, a p. 6).
Non so se il prezzo rimarrà costante per tutta la serie (tantomeno se ci saranno cambiamenti rispetto all’ordine di uscita, caso non infrequente), comunque questo (7,90€ + il costo del giornale) è conveniente rispetto all’edizione cartacea tuttora offerta sul sito dell’editore Laterza (12€ – la prima edizione era del 2002, nel 2017 è arrivata alla quinta), leggermente meno rispetto alla «versione digitale in formato ePub con DRM» (7,49€), che però è ‘immateriale’, appunto, mentre questa riprende quella originaria, anche nel formato pressoché tascabile (in realtà questa ‘marchiata’ CdS presenta dei risguardi, che non ci sono mai stati in tutta la storia della collana UL – li ho sempre pensati come una sorta di scorciatoia per fungere da segnalibro). È evidente che comunque all’editore conviene questa formula (e in questo non c’è nulla di male), sui cui dettagli commerciali però non so nulla di specifico. Né so come sia messa la carta stampata, di cui a inizio anno venivano dichiarati grossi affanni. Qualche edicolante vende anche il libretto senza giornale, ma non sempre senza una corrispondente riduzione di prezzo per l’acquirente 😦

Buone letture in tutti i casi!

Qualche libro dalla Francia

Mi sono concesso una breve vacanza in una città dove non sono mai stato, anche se forse avrei dovuto da tempo: Parigi!
La mattina dell’ultimo giorno di permanenza (e del mese di luglio) ho fatto un salto in una libreria (Gibert Joseph sul boulevard Saint Michel: occupa quattro piani + un seminterrato), abbastanza simile a una Feltrinelli, ma con la particolarità di mettere nello stesso scaffale, una accanto all’altra, una copia nuova e una usata della medesima opera, se disponibile.
In più, dopo l’ampio settore di linguistica, ecco spuntare un’esile ma interessante sezione “traductologie”, che ho scoperto solo dopo un po’ perché evidentemente il commesso al quale mi ero rivolto non era molto pratico di queste branche del sapere. Vi risparmio in tutti i casi il racconto di cos’altro ho sbirciato.
In una prossima visita mi riprometto di perlustrare meglio libreriole accanto alle Sorbone più “umanistiche”, anche perché questo periodo non era favorevole, tra chiusure per ferie e assenza di corsi.
Ecco comunque cosa ho incamerato, dopo aver deciso di calmierare gli acquisti puntando unicamente su autori che conoscevo già:

  • Henri Meschonnic (1932 – 2009) è una sorta di ‘mostro sacro’ della traduttologia (e non solo: più spesso passa da poeta) francese (e non solo); l’originale di questa edizione tascabile uscì nel 1999 e credo che l’attacco sia già stato tradotto da Nazzareno Mataldi nel n° 23 di «Testo a fronte» del 2000 (pp. 5-36), come Poetica del tradurre – Cominciando dai principi.
    Ho cominciato a leggerlo subito, attratto dal titolo di uno dei capitoli: «L’Europe des traductions est d’abord l’Europe de l’effacement des traductions» (p. 38), che in una trentina di pagine condensa una storia della traduzione a modo suo.
    Nello scaffale c’era anche il suo ultimo sforzo, dal titolo affascinante: Langage, histoire, une même théorie (sempre per Verdier, 2012). Purtroppo dimensioni e costo non erano così ‘affabili’ come questo delizioso libretto, che comunque sfiora le 600 paginette.

  • Questo reader accademico di oltre trecento pagine torna utile per quanto sto scrivendo, almeno per la sintesi di D’Hulst sugli anni 1722-1789 (pp. 83-100), seguita da un saggio di José Lambert relativo al discourse implicite sur la traduction dans l’Encyclopédie (pp. 101-119 ricordo qui che nel 2006 D’Hulst curò, insieme a Dirk Delabastita e Reine Meylaerts, Functional approaches to culture and translation, saggi di Lambert scelti e raccolti nel volume 69 della nota «Benjamins translation library»).
    Quello che adesso è il “mio” volume è presente in tre sole biblioteche dell’Opac-Sbn (nessuna di queste a Roma).
  • Van Hoof era un altro ‘Carneade’ delle mie peregrinazioni bibliografiche, ma poco ‘permeabile’ su internet, donde lo stupore nel trovarmelo di fronte senza preavviso. Questo volume impegnativo (chiude a pagina 368), ampliamento del 1991 di un altro suo lavoro apparso cinque anni prima, dopo una ventina di pagine introduttive espone la materia in 5 capitoli piuttosto densi, suddivisi per paese: Francia, Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi e Fiandre, paese degli zar e dei soviet (sic, anche se il sottotitolo riporta più pudicamente ‘Russie’). La ripartizione può essere opinabile in linea teorica, ma prima di scagliare anatemi aprioristici occorre vedere praticamente come viene affrontata. Nonostante anche questo testo fosse scontato, è risultato piuttosto caro; peraltro già sapevo che fra tutte le biblioteche italiane consultabili dall’Opac-Sbn risulta disponibile solamente in undici, e a Roma esclusivamente alla Casanatense.

  • Mollier è un testo che conoscevo da qualche recensione su internet e mi incuriosiva anzichennò. Negli scaffali occhieggiavano ancora copie della epocale e ponderosa Histoire de l’édition française curata da Chartier e Martin nella prima metà degli anni Ottanta e poi ripubblicata nel 1990-91, ma il costo era eccessivo (e tutto sommato anche il peso nella valigia non sarebbe stato trascurabile… soprattutto viaggiando con una compagnia aerea low-cost). Quindi non ho avuto dubbi ad afferrare questo libretto, che comunque supera le 400 pagine, sia pure di piccolo formato, e ha l’indubbio vantaggio di essere ‘vecchio’ solamente di un paio d’anni.

  • Infine una ‘chicca’ che inseguivo da tempo, seppure non ossessivamente: il ‘piccolo classico’ del 1991 di un grande medievista, reperticato (insieme alla ristampa Seuil 1995 di un Pierre Riché a me ancora ignoto, nonostante l’originale risalga al 1962 e si poneva come sviluppo della storia di Marrou, che fu tempestivamente tradotta e variamente ristampata in italiano, ma che per ora ho preferito lasciare ancora nello scaffale: Éducation et culture dans l’Occident barbare. VIe- VIIIe siècles) nella libreria piccola ma tutto sommato ben fornita del museo medievale di Cluny, attualmente in ristrutturazione, ma che rimane pur sempre uno dei migliori da visitare in centro, e non soltanto per la raffinatissima dame à la licorne.

Come si vede, tutto sommato nessuna novità strabiliante, ma testi che in genere hanno ‘resistito bene’ nonostante la ventina d’anni trascorsi. Pregasi inoltre notare la fascetta giallo-blu “Occasion” per 3 titoli su 5 – e gli altri due sono edizioni economiche.

Chi volesse consultarli, può contattarmi tramite un commento qui sotto.

Buon ferragosto a tutti gli altri!

 

Le fromages de/et la France

Un “tesoro nascosto” sotto la polvere da 250 anni

Procura una certa soddisfazione vedere che un documento, trovato un po’ casualmente in rete e in apparenza dedicato a un argomento peregrino e trascurabile, è riuscito a farsi strada sino a diventare (suppongo con qualche aggiornamento e modifica) un titolo pubblicato da una collana assai rispettabile e giustamente lodata da tanti anni.

La copertina del libro di Linn Holmberg, nuovo di zecca (2017).

Mi riferisco a Linn Holmberg, The Maurists’ unfinished encyclopedia (ISBN 9780729411912), uscito a febbraio di quest’anno nella “OSE”, cioè la collana “Oxford University Studies in the Enlightenment”, che dal 2013 ha soppiantato la gloriosa “SVEC”, ossia gli “Studies on Voltaire and the Eighteenth Century” nei quali dal varo nel lontano 1955 a opera di Theodore Besterman hanno visto la luce oltre 400 titoli NOTA_1.

Tra essi, rammento che alla Voltaire Foundation si devono parecchie edizioni critiche: le Œuvres complètes volterriane, quelle di Montesquieu (previste in 28 tomi, undici dei quali in collaborazione con l’Istituto italiano di studi filosofici di Napoli), la Correspondance complète di Rousseau (a cura di R.A. Leigh, 49 voll. + 3 di apparati vari, 1965-1998), le lettere di Pierre Bayle, Claude-Adrien Helvétius e molto altro ancora. Inoltre da lì si raggiunge comodamente una pagina con 39 collegamenti relativi al Settecento e all’Illuminismo, fra i quali spiccano (a mio gusto) la pagina dalla quale è possibile cercare fra le opere di Voltaire (ospitata dal sito ARTFL, noto tra l’altro per la versione on-line dell’Encyclopédie) oppure frugare negli scambi epistolari dell’epoca, grazie all’originale sito Electronic Enlightenment — letters & lives online.
Concessa questa breve divagazione, torno all’argomento principale, per sottolineare che in un certo senso il bello, dopo aver scorto l’uscita del volume, è la permanenza on-line della versione PDF primigenia, intitolata The Forgotten Encyclopedia. The Maurists’ Dictionary of Arts, Crafts, and Sciences, the Unrealized Rival of the Encyclopédie of Diderot and d’Alembert e nata come tesi di PhD in storia delle scienze e delle idee all’università di Umeå nel 2014 NOTA_2

La copertina della tesi di dottorato di Linn Holmberg (2008).

Vediamo di cosa si tratta; mi baso sulla versione on-line, non avendo intenzione di spenderci 70 sterline (82€, 88$), soprattutto dopo essermi già sfogliato praticamente tutto il PDF (in gran parte sul tablet, gran comodità).

Anzitutto dirò che si tratta di un (raro?) caso di scoperta vera e propria, cioè in cui la ricercatrice ha quasi letteralmente riesumato quello che possiamo chiamare il “torso”, l’abbozzo di un grandioso lavoro originale che avrebbe voluto rivaleggiare con l’opera realizzata da d’Alembert e Diderot, ma attorno a metà Settecento venne accantonato definitivamente, per ragioni non ancora accertate, ed è rimasto del tutto ignorato fino a quando il suo intuito non le ha fatto avvertire che si poteva trattare di qualcosa di interessante, su cui valeva la pena “perdere tempo” a indagare.
Già nel 2008, mentre scriveva la sua tesi di master, Linn aveva letto di una sorta di enciclopedia redatta dai padri benedettini NOTA_3, ma non trovando altri riscontri aveva dedotto che non era stata pubblicata (Holmberg p. 15). In sé il ragionamento era corretto, ma le era rimasta quella “pulce nell’orecchio”: per cui nel 2009 scrisse direttamente al fondo manoscritti della Bibliothèque nationale française chiedendo “lumi” su quella segnalazione, a sua conoscenza fatta solamente da Micheline Meillassoux-Le Cerf, Dom Pernety et son milieu (1716–1796) – Contribution à l’histoire de la sensibilité et des idées à la seconde moitié du XVIIIème siècle (tesi all’Université de Paris-IV Sorbonne, 1988, pp. 45-46) che curiosamente la riprendeva dalle stesse pagine della monografia del decano Jacques Proust, L’Encyclopédie (Colin, Paris 1965): entrambi qualificavano strange/étrange il materiale incontrato (Holmberg p. 54). Ma come loro, nessun altro si era dato la pena di approfondire: dunque nella ricerca ci possono essere strade accennate che rimangono a lungo deserte e, quindi, praticamente invisibili.
Comunque sia, in un paio di settimane le giunse la risposta della massima biblioteca di Francia: effettivamente c’erano sei volumi di “Matériaux pour un Dictionnaire des arts et sciences, par dom Antoine-Joseph Pernety”. Tempo un mese, Linn era a Parigi e dopo averli consultati, decise di dedicarvi la sua tesi di PhD (Holmberg pp. 15-17)!

Per sapere chi è questa studiosa così acuta e intraprendente, rimando all’autopresentazione sul blog della Voltaire Foundation.

Tornando alla sua “enciclopedia perduta”, un aspetto buffo o paradossale è che, almeno nelle primissime fasi, l’opera benedettina e quella degli illuministi vennero portate avanti a poche centinaia di metri l’una dall’altra, probabilmente senza esserne rispettivamente a conoscenza: c’era in effetti tanta attenzione a quel nuovo tipo di genere editoriale.
La prima fu redatta nell’abbazia di Saint-Germaine-de-Prés, la seconda, almeno secondo alcune leggende, in parte al Café ProcopeNOTA_4.
Chi si interessa delle enciclopedie moderne troverà molto ricco il lavoro svolto da Linn Holmberg. Non potendo dare conto di tutto, mi limiterò qui a selezionare alcuni aspetti per me più significativi.
Già dai ringraziamenti, ma ancor più dallo sviluppo e dall’argomentazione dei capitoli emerge chiaramente il suo debito nei confronti delle migliori ricercatrici sul campo: Marie Leca-Tsiomis e Martine Groult, ma non mancano riferimenti anche a Darnton, Eisenstein, Chartier, Martin, Tanselle, Yeo, Gay, Kafker, Goodman, Outram, Edelstein, insomma tutti i maggiori specialisti. A questo si aggiunge la rilevantissima quantità di studi eruditi ed estremamente specifici di cui grondano le note (v. soprattutto nel cap. 7), che mettono al sicuro le sue affermazioni da qualunque accusa di superficialità e approssimazione.
La «terra incognita» che calcava per la prima volta (Holmberg p. 30) poneva problemi non semplici: scegliendo l’approccio microstorico indiziario promosso da Carlo Ginzburg, si è dovuta occupare di storia e produzione libraria (soprattutto nel versante materiale!), di scrittura manoscritta, paleografia (compresa l’analisi degli inchiostri adoperati), analisi forense, appoggiandosi anche al supporto di archivisti esperti della Bibliothèque.

Un esempio (quasi una pagina “pronta”) dei materiali preparatori giacenti alla BNF (metà XVIII secolo).

Che cosa si è trovata in mano Linn, dopo aver tolto strati di polvere pluricentenari? Quasi 7000 blocchi di testo (non esattamente corrispondenti a ‘lemmi’), riportati su oltre 1400 fogli e corredati da ca. duecento figure, ordinati sia alfabeticamente sia per temi, ossia un po’ come la successiva e mastodontica Encyclopédie méthodique di Charles-Joseph Panckoucke (Holmberg pp. 41 e 172). Dopo aver ricostruito il loro iter in 170 pacchi dall’abbazia (l’ordine dei padri maurini fu sciolto dai rivoluzionari e un incendio nell’agosto 1794 distrusse quasi completamente le opere a stampa raccolte nella loro biblioteca, una delle più grandi di Francia, con quasi 50mila volumi – invece fortunatamente si salvarono 7000 manoscritti, archiviati altrove) alla Bibliothèque nationale, in cui furono ricatalogati fra il 1830 e il 1852 (Holmberg, pp. 46-47). Alla nostra eroina ci vollero quasi sei mesi, prima di riuscire a discernere calligrafie differenti, ma alla fine non ebbe dubbi: si trattò di un «progetto collaborativo» che coinvolse sette o otto persone diverse, anche se la loro identità rimane tuttora inattingibile, tranne due, ai quali in passato era stato attribuito erroneamente l’intero progetto (Holmberg p. 72).
Come l’Encyclopédie sorse dal progetto di tradurre la Cyclopaedia di Chambers (ispirato dal Lexicon Technicum di John Harris), adattandola e infine ampliandola sino a farne un prodotto originale, così questa enciclopedia benedettina prese le mosse dalla traduzione di un manuale di matematica in 3 volumi dell’illuminista tedesco Christian Wolff, svolta probabilmente fra il 1743 e il 1747, e integrata con brani opportunamente scelti dal Dictionnaire de Trévoux NOTA_5 (che sappiamo essere a sua volta un rifacimento del dizionario di Basnage de BeauvalNOTA_6, il quale rifiugiatosi in Olanda dal suo amico Pierre Bayle aveva riscritto [1701] a sua volta in chiave protestante il Dictionnaire universel di Furetière,

Ritratto e dizionario di Antoine Furetière (seconda edizione, 1701, riveduta da Basnage de Beauval).

e fu poi rimaneggiato con ampliamenti da Jean-Baptiste Brutel de la Rivière nel 1727, sempre in Olanda) per gli àmbiti assenti da quello, più una nutrita serie di dizionari e testi specialistici (Holmberg capp. 8 e 12), con particolare attenzione ai 2 volumi del Dictionnaire universel de mathématique et de physique, où l’on traite de l’origine, du progrès de ces deux sciences et des arts qui en dépendent et des diverses révolutions qui leur sont arrivées jusqu’à notre temps, avec l’explication de leurs principes et l’analyse des sentiments des plus célèbres auteurs sur chaque matière di Alexandre Saverien, pubblicato a Parigi nel 1753.

L’anno successivo, o al massimo nel 1755 il lavoro fu interrotto bruscamente. Se ne possono congetturare varie cause, non ultima proprio la presenza sul mercato editoriale dell’Encyclopédie (il cui primo volume era uscito nel 1751).

Peccato, potremmo dire col senno di poi, perché «The Benedictines were making a new kind of dictionary: a hybrid. They were not compiling yet another specialized subject dictionary, but nor a universal dictionary in the tradition of Furetière. It was a dictionary of arts, crafts, and the related sciences, from where religion, metaphysics, ethics, politics, and jurisprudence were omitted. […] In contrast to the encyclopédistes, the monks did not explain or justify their exclusions with epistemological arguments. By simply focusing on the concrete, they took an alternative, non-confrontational road and arrived to a ‘similar’ result – in the meaning of emphasizing the utile and productive of universal interest to all, irrespectively of beliefs» (Holmberg pp. 171-172). Considerando avveduta questa scelta di non includere i  temi più ideologizzati all’epoca («While the Jesuits and the philosophes were waging a war, the Benedictines simply cut everything sensitive out, and focused on the useful and productive»: Holmberg p. 259), forse il lavoro si sarebbe potuto collocare a metà strada (una “terza via”) fra l’antecedente gesuita, cioè il succitato, fortunatissimo Trévoux (ben sette edizioni dal 1704 al 1771, lievitate progressivamente da 3 a 8 volumiNOTA_7 ), e la “fiaccola dell’illuminismo”, una vera e propria “macchina da guerra”, per riprendere le note metafore che hanno descritto l’opera più caratteristica e nota dei philosophes francesi (Holmberg p. 176; v. anche pp. 251 ss.).

Frontespizio del primo volume del c.d. Dictionnaire de Trévoux (prima edizione, 1704).

Di più: «The Maurists’ unfinished manuscripts cannot compete with the dimensions of the Encyclopédie, but they show that the monks were thinking along the same lines. They were each acknowledging and appreciating the useful arts and technology transforming the eighteenth-century society. While the Dictionnaire de Trévoux fundamentally was focusing on language, the Benedictines and the encyclopédistes were describing and illustrating men at work, their tools and products» (Holmberg p. 206; v. anche p. 220 e la conclusione del cap. 13 a p. 234). Di fatto, però, uno dei due monaci sicuramente coinvolti a pieno titolo in questo lavoro ne derivò un suo Dictionnaire portatif de peinture, sculpture et gravure, pubblicato nel 1757 da un libraio-editore che aveva la sua bottega vicino al negozio di Charles-Antoine Jombert, quello cioè che risulta aver pubblicizzato il lavoro dei mauristi quando era ancora in corso, e aveva anche sposato la figlia di un socio di costui (Homberg pp. 147, 190; su di lui v. soprattutto il cap. 7).
Allora, nel riperticare questo lavoro incompiuto (sprecato?) Linn è stata anche molto fortunata: avrebbe potuto anche ritrovarsi fra le mani un’emerita schifezza. Ad ogni modo, la sua bravura e sicurezza di giudizio si dispiegano completamente nella quinta parte, che mutua parte del titolo da quello che aveva la sua prima tesi: “A monastic reflection of the French Enlightenment” e nel cui penultimo capitolo 14 (The Maurist Enterprise and Enlightenment Thought) svolge le considerazioni più generali.

A chi sia riuscito ad arrivare sin qui, regalo una considerazione strettamente personale (astenersi perditempo e frettolosi): non vi siete chiesti come mai “tesoro nascosto” sia tra virgolette nel titolo? È una criptocitazione da quel libro tuttora e anch’esso ‘strano’ di Francesco Orlando, Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, anche se il titolo esatto sarebbe Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura (Einaudi 1993, nuova ed. ampliata a cura di Luciano Pellegrini, Einaudi 2015)NOTA_8.

Lo so che non dovrei, ma ammetto di provare un certo piacere nell’immedesimarmi vagamente in tali immagini ‘decadenti’.
E comunque aggiungo che il mio lavoro sulla Treccani, poi ampliato alle enciclopedie di età moderna (un primo bilancio è in questo post), è stato portato avanti anche per resistere alla depressione causata dalla mancanza di lavoro o comunque dalla difficoltà di trovarne di adeguati alle mie qualifiche, competenze, capacità e interessi. In tal modo, da un altro punto di vista, è stato un modo per riguadagnare terreno su alcuni campi che mi interessano e che il lavoro “vero” aveva relegato ai margini, anche se la ricerca non è stata condotta in un àmbito asetticamente universitario — e dunque sarà passibile di errori, fattuali e di metodo, superficialità e imprecisioni, difetti che invece non si possono imputare a questa preziosa perla riportata alla luce da Linn Holmberg.
Bisogna ringraziarla per essere riuscita a introdurci in uno scrittoio dove il tempo si è fermato improvvisamente 250 anni fa, facendoci assaporare emozioni simili a quelle provate da chi scavò per la prima volta una Pompei che nessuno aveva più visto per millenni, dopo la distruzione causata dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo.


NOTE AL POST

NOTA_1 A questo indirizzo una pagina di ricerca per temi, o eventi, o nomi od opere o luoghi.

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NOTA_2 Una presentazione succinta era uscita nei “Projektberichte” di «Frühneuzeit-Info», 24 (2013), pp. 81-89.

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NOTA_3 Si trattava dei “maurini” o “mauristi”. Per capire quale importanza abbia avuto all’epoca, ricordo che ne fece parte Jean Mabillon e da noi essi influirono sulla formazione di Antonio Ludovico Muratori.
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NOTA_4 A questo indirizzo se ne può consultare integralmente l’edizione lorenese “di lusso” (1738-42). Il lessico settecentesco ricavato dal dizionario è raggruppato in una dozzina di argomenti sul sito Kapelos.
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NOTA_5 È divertente la storia multiculturale di quest’ultimo, oggi al civico 13 della Rue de l’Ancienne Comédie: il più antico caffè parigino e ancor oggi luogo mondanissimo di ritrovo fu aperto da un armeno vicino al teatro della Comédie française più o meno quando il sultano Maometto IV introdusse in Francia la bevanda corroborante (il cui nome, tra l’altro, fu poi dato al noto periodico lombardo uscito nel biennio 1764-1766), poi si trasferì e fu rilevato da un siciliano al quale è attribuita l’invenzione del sorbetto e che battezzò il locale col suo cognome, appunto Procopio.
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NOTA_6 Lo si veda p.es. nell’interessante “Museo virtuale dei dizionari” (diretto da Jean Pruvost e Christine Jacquet-Pfau dell’università di Cergy-Pontoise).
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NOTA_7 Sia la prima sia l’ultima edizione si possono consultare su Wikisource; l’ultima è disponibile anche su Gallica. Un buon saggio complessivo sull’opera è quello di Wionet del 2006.
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NOTA_8 Cfr. p.es. la recensione di Niccolò Scaffai.
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La saggistica in Italia

Questo post (udite, udite!) sarà senza note (quindi verosimilmente anche meno ‘rifinito’), perché mi serve soprattutto per appuntare l’attenzione su un problema, anziché sviscerarlo.

Mi spingono a pubblicarlo due articoli: Non è un paese per saggisti di Gianluca Didino (dal 13 febbraio 2017 su Pixarthinking.it) e Meno accademia più editoria, ecco i nuovi intellettuali di Francesco Guglieri (dall’8 gennaio 2017 su Pagina99.it). Il primo mi è stato suggerito da Pagina 3 (condotta il 14 febbraio da Marco Filoni sul terzo canale della Rai) e il secondo è linkato nel primo.

Perché mi interessano proprio questi due interventi? Perché portano spunti di discussione e sprazzi illuminanti a un argomento su cui rifletto spesso, dopo averci lavorato per almeno vent’anni. E che è anche all’origine della scelta di scrivere i miei post nel modo al quale siete ormai abituati (spero) senza rimedio.
Si tratta della saggistica, un genere dichiarato pressoché moribondo dall’editoria (tradizionale) o tenuto in vita con mezzi artificiali (per esempio, gonfiando corpi e interlinee, e/o riducendo layout di pagina, oltre alle dimensioni fisiche dell’oggetto-libro). Insomma, trascurato anche se ne avremmo tutti gran bisogno, io credo. Dunque in buona compagnia della traduzione (come si vedrà meglio alla fine).
A riguardo avevo da parte un po’ di riferimenti, che per ora spiattello qui senza dilungarmici oltre:

Alfonso Berardinelli

Alfonso Berardinelli (1943-vivente)

  • Alfonso Berardinelli, La “forma del saggio”. Definizione e attualità di un genere letterario (Marsilio, prima ed. 2002, seconda ed. 2008);
  • Giulia Cantarutti, Luisa Avellini, Silvia Albertazzi (a cura di), Il saggio. Forme e funzioni di un genere letterario, Mulino 2007 (da un convegno bolognese del 2004);
  • Remo Ceserani, Convergenze. Gli strumenti letterari e le altre discipline (Bruno Mondadori 2010, cap. 2 – sui rapporti tra filosofia e letteratura);
Remo Ceserani (1933-2016)

Remo Ceserani (1933-2016)

  • Franca D’Agostini, Trattato/Saggio, in Paolo D’Angelo (a cura di), Forme letterarie della filosofia (Carocci 2012, pp. 275 ss.);
  • Silvia Ruzzenenti, «Präzise, doch ungenau» – tradurre il saggio. Un approccio olistico al poetischer Essay di Durs Grünbein (Frank & Timme, Berlin 2013 – spec. i primi due capitoli, che adottano una metodologia linguistica);
  • The Essay: An Attempt, a Preotean Form“, un forum curato da Denise Gigante su Republic of Letters (vol. 4, issue 1, 2014), in cui Mary Kim fornisce anche un’ottima bibliografia iniziale (ovviamente tutta anglofona e perciò da integrare con quella redatta da Massimiliano Pecora, Appunti per una bibliografia critica sul saggio letterario, alle pp. 109-133 del succitato volumetto di Berardinelli).

Il pezzo di Guglieri mette a fuoco una tendenza statunitense (forse sarebbe meglio dire newyorkese?):

le nuove riviste come n+1 o Jacobin, Dissent o New Inquiry sono il prodotto di una generazione di intellettuali statunitensi, tutti sotto i quarant’anni, che, una volta preso il PhD (e dunque dopo un discreto numero di anni di carriera accademica) non considerano più l’università come lo sbocco lavorativo ed esistenziale naturale o anche solo più interessante.

La crisi dell’istituzione-università porta, da un lato, alla necessità di pubblicare essenzialmente per fare carriera (è il ben noto publish or peril, di sapore smaccatamente neocapitalista) che però, visto in un’altra ottica, si riflette in uno scollamento dalla politica ‘reale’, da ciò di cui hanno bisogno le persone. Detto altrimenti, chi punta alla docenza ha in mente un proprio pubblico specializzato e finisce per rivolgersi unicamente a quello, confermando (in parte) ciò che già (lui e il suo pubblico potenziale) sapeva — insomma, non è una situazione molto diversa da Facebook, su cui ripesco dagli abissi del web queste 7 critiche durissime, datate addirittura 2009.

Al riguardo invito a leggere anche il post Tacere. La critica letteraria al tempo di internet, pubblicato da Lorenzo Marchese su Le parole e le cose a fine 2016.

Trovo inoltre un parallelo (se è tale) agghiacciante in queste due formulazioni: «un settore […] non in grado di assorbire tutti i potenziali candidati che produce, né possono farlo completamente gli altri settori tradizionali per gli studiosi di humanities, come l’editoria, il giornalismo, o la pubblicità» e ««tomba, manicomio e pubblicità non sono sempre l’unica possibilità»: cioè, l’editoria sarebbe una tomba e il giornalismo il manicomio?

Più articolato l’intervento di Didino. Questi nota che «l’educazione al saggio è un lascito di quei paesi dove la presenza di una rivoluzione liberale ha contribuito alla nascita di una cultura dell’argomentazione: il saggio moderno nasce tra il XVI e il XVII secolo – cioè nello stesso periodo del romanzo – come strumento di indagine filosofica (Montaigne, Thomas Browne) per diventare un’arma politica durante l’Illuminismo (Samuel Johnson, Voltaire). Per questo la diffusione del saggio come forma letteraria ha presupposto per secoli una fiducia nella ragione e un contesto socio-politico dove chiunque abbia il diritto di proporre la propria visione del mondo».

antonio-gramsci

Carlo Dionisotti (1908-1998)

Carlo Dionisotti (1908-1998)

L’Italia, lo sappiamo, si è costituita come Stato in ritardo di secoli rispetto ad altre democrazie occidentali e tra i problemi causati da questa situazione storica vi sono la mancanza (o la debolezza) di una classe dirigente consapevole e responsabile, e la formazione degli intellettuali rispetto ai centri di potere, indagata a suo tempo da Antonio Gramsci (forse Asor Rosa, nella Letteratura italiana Einaudi, intuiva un possibile, sotterraneo nesso del pensiero gramsciano con l’impostazione di lavoro di Carlo Dionisotti?). Per questo Didino scrive che è «inimmaginabile» ‘tradurre’ l’esperienza dei neosaggisti nord-americani nel contesto nostrano («nelle classifiche dei libri più venduti dell’anno in US e UK ci <sono> sempre diverse raccolte di saggi e in generale molta più nonfiction che in Italia, dove il romanzo continua imperterrito a trionfare»). Il bello è che avanza tre ipotesi molto convincenti sui motivi che rendono difficile acclimatare da noi la propensione alla saggistica (mi pare che Didino si riferisca sia alla produzione sia alla ricezione, ossia contempli tanto gli autori quanto il pubblico):

  1. In Italia la militanza culturale ha spesso significato un rifiuto, più che una critica, dell’esistente: la costruzione di un sistema culturale parallelo che interpreta il proprio rapporto con l’establishment solo in termini di scontro. Questo ha portato ricchezza (la complessa galassia culturale dell’autonomia, della stampa alternativa, dei centri sociali) ma anche impoverimento (ad esempio il rifiuto fino a tempi recentissimi da parte di certi ambienti di confrontarsi con la cultura pop, come ha spiegato Remo Ceserani nel suo Raccontare il postmoderno).

  2. la mancanza dei fondi (e dunque del tempo) necessari per il lungo lavoro di ricerca e scrittura […, lavoro che eviterebbe la] chiusura del sistema accademico italiano nei confronti del più ampio mondo culturale di cui fa parte. In Italia capita ancora raramente che autori accademici scrivano per un pubblico più ampio, e quando questo avviene solitamente assume le forme della divulgazione scientifica: una forma di insegnamento, più che di dialogo. […] da un lato gli accademici sono costretti a pubblicare solo all’interno dell’accademia per preservare la propria posizione lavorativa in un contesto di risorse sempre più limitate. Dall’altro gli scrittori che devono affidarsi alle logiche dell’editoria commerciale non sono incentivati a produrre una saggistica che non troverebbe acquirenti nella pianificazione a brevissimo raggio che contraddistingue il mercato editoriale nell’epoca del declino del neoliberismo.

  3. [Anche se] la situazione delle riviste italiane è migliorata in maniera incommensurabile rispetto a dieci anni fa […] resta da parte della maggioranza delle riviste una resistenza nei confronti di un approccio più teorico, un’attitudine giornalistica a rendere conto di una notizia anche laddove il termine “notizia” viene inteso in maniera ampia (la pubblicazione di un libro, o un evento politico). Anche qui, per ragioni più che comprensibili: gli articoli più brevi si leggono meglio sul web, il longform [un termine che non conoscevo: questa intervista di Cristiano de Majo a Matteo Codignola di Adelphi, in data 6 giugno 2016, fa capire di che si tratta] in rete non ha ancora trovato una forma veramente efficace di diffusione e il mercato è tale che gli esempi di successo sopravvivono discretamente ma non possono permettersi margini di sperimentazione. [Poco sotto aggiunge il dubbio dell’esistenza di un] pregiudizio: quello per cui gli articoli più lunghi e teorici non hanno lettori, ad esempio, oppure, in maniera più sottile, l’idea che un approccio critico sia poco al passo con i tempi frammentari e iperaccelerati di internet.

Qui si potrebbe innestare una riflessione avanzata il 12 ottobre 2016 da Vincenzo Latronico sulla rivista on-line del Sole 24 ore, dal titolo C’era una volta l’americanata (devo il link sempre a Didino). Ma dato che Latronico chiama in causa anche il ruolo e la legittimità dell’«inglese nonstandard» e dello «stile intellettuale», temo che ci porterebbe un po’ fuori strada, per cui vi consiglio di metterlo tra i preferiti e leggervelo in un momento di calma (comunque anch’esso è un pezzo bello lungo!). Per incuriosirvi, lascio qui unicamente questa chicca: «Fare cultura oggi in Italia significa in larghissima misura fare da mediatori, spiegatori, diffusori, traduttori, di cultura prodotta in inglese. Senza bisogno di chiamare in causa colonialismi e capitalismi, che pure c’entrano, questo ha un’ottima spiegazione economica: tradurre (un libro, un film, un reportage) permette di avere un prodotto migliore a costi più bassi. Non sarà migliore perché americano, o inglese, ma anche solo perché, avendo un pubblico di riferimento maggiore, può essere pagato di più».

Al riguardo invito a leggere anche il bel post Tacere. La critica letteraria al tempo di internet, pubblicato da Lorenzo Marchese su Le parole e le cose a fine 2016, il quale mi pare esprima la voce disperata dei critici (?) trenta-quarantenni che, esaurita la breve esperienza TQ (2011-2013) e delusi dai litblogs, dovrebbero imporsi e accettare la dignità del silenzio: «scegliere di tacere non è un atto di autolegittimazione del critico nuovo entrante, né un modo di differenziarsi, ma una delle poche scelte che gli appartengono del tutto: nessuno, all’infuori di noi stessi, può imporci il silenzio in campo aperto, giacché l’industria culturale mira ad azzittire grazie all’opposto di un eccesso di discorso. Tacere si mostra un ideale a cui tendere, senza scordare che raggiungerlo è un’utopia infeconda e anche abbastanza ridicola, che non porta a nulla».

Tullio De Mauro (1932-2017)

Tullio De Mauro (1932-2017)

Riprendo e collego a tutto ciò un filo di osservazioni fatte da Tullio De Mauro nell’intervista curata da Francesco Erbani, La cultura degli italiani (Laterza, nuova ed. ampliata 20103). Proprio all’inizio di questo grande volumetto, il linguista da poco scomparso stigmatizza l’uso restrittivo (chioso, per estremizzare: elitario) della parola ‘cultura’ da parte della tradizione nostrana, che lo intende sempre come «cultura letteraria», «letterario-filosofica», «letterario-ideologica». A riprova cita il saggio “La cultura”, che Asor Rosa scrisse per la Storia d’Italia, Vol. IV: Dall’ Unità ad oggi, t. 2 (Einaudi 1976):

Lì si parla della cultura al singolare, dal 1870 al 1976, ed è inutile cercare qualsiasi nome che non sia di scrittore, poeta, romanziere, critico letterario, storico della letteratura, saggista di varia umanità. E non c’è traccia del fatto che siano esistiti in questo paese non solo singoli studiosi, ma scuole e tradizioni di discipline naturalistiche, fisiche, matematiche. La cultura è – in questa accezione – conoscenza delle belle lettere. […] chi conosce a memoria una poesia di Montale è colto, chi non la conosce non lo è. Può essere un grande matematico o biologo, ma non conosce Montale: non è colto. Tutto il resto della cultura, anche della cultura intellettuale, è in ombra. […] Io resto affezionato a una definizione larga di quel termine, e più precisamente a quella che forniscono etologi e antropologi. [… Ossia:] quel complesso di elaborazioni, condizionate dal patrimonio genetico di una specie vivente, ma non dettate da questo, nascenti dal rispondere ai bisogni che quella specie trova sul suo cammino. Trasmissione per imitazione, ricombinazione di elementi già dati, invenzione sono le tre radici della cultura intesa a questo modo [pp. 3-7].


Chissà cosa pensava Tullio di un testo come quello di Lucio Russo e Emanuela Santoni, Ingegni minuti. Una storia della scienza in Italia (Feltrinelli 2010 – il titolo deriva da un passo nell’autobiografia (1728) di un autore caro a Tullio, cioè Giovan Battista Vico), un testo sanguigno sul quale consiglio di dare un’occhiata almeno a questa recensione invitante di Claudio Giunta (poi ripresa, con altre e la Premessa iniziale del testo, su Giro di vite)?

Ma non divaghiamo! Cosa sono i tre ingredienti riportati alla fine della citazione demauriana, cioè trasmissione, ricombinazione e invenzione, se non alcuni degli stessi in atto (cioè al lavoro) nel tradurre, oserei quasi dire una sorta di “forma interna” del lavoro della traduzione?

Anche le osservazioni del filosofo Tullio Gregory sembrano potersi accordare con questa lettura:

Se la storia della cultura comporta sempre un ereditare e un trasmettere, un trasferire da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti […]. Ove tradurre – ereditare e trasmettere – è sempre un interpretare, come ricorda anche la connessione di termini con valore sinonimico interpretari, vertere, transferre. In questo ambito l’invenzione neologica assume un valore centrale, e con essa la neosemia, intesa come mutamente di significato di una stessa parola in rapporto non solo con un testo tradotto, ma in relazione all’esigenza di dare espressione a nuove esigenze di pensiero. […] Sempre la translatio si pone in termini di confronto, traduzioni, interpretazioni [Translatio linguarum. Traduzioni e storia della cultura, Olschki 2016, pp. 11 e 51].

Concludo ricordando che è proprio un antropologo, Ugo Fabietti, a dedicare alla “traduzione” il settimo capitolo del suo manuale istituzionale. In esso, dopo aver messo a confronto etnologi come Boas, Malinowski e  Geertz con filosofi del calibro di Max Black o Gadamer, ricupera il concetto feyerabendiano di «incommensurabilità», che non equivale a ‘intraducibilità’:

Feyerabend ritiene infatti che vi sia un «dispositivo di transitività» da una cosmologia scientifica a un’altra, e che questo meccanismo consista nella proprietà autotrasformativa del linguaggio. Un linguaggio non è una struttura chiusa, immutabile. Tale apertura e tale mutevolezza non sono da intendersi in senso puramente diacronico, storico, ma devono invece essere considerate come possibilità di elaborare nuovi concetti atti a tradurre situazioni sempre nuove. Se non fosse così, non vi sarebbe in effetti la possibilità di esprimere nuove idee […] la nostra lingua, per quanto radicata in un sistema di premesse che è incommensurabile con quello su cui poggiano altre lingue, può trovare in se stessa le risorse adeguate per cercare di approssimarsi ai significati espressi dalla cultura che costituisce l’oggetto del nostro studio. Questo potere autocorrettivo del linguaggio risiede nella sua natura metaforica. La natura metaforica del linguaggio scientifico non è, al contrario che per alcuni filosofi della scienza, un difetto, ma una virtù del linguaggio in generale, il suo aspetto veramente creativo. La conoscenza non dovrebbe essere ridotta al problema di elaborare un linguaggio fondato su «definizioni convenzionali», ma consistere nella possibilità di ridescrivere il mondo rimodellando il nostro sguardo grazie alle capacità autotrasformative della nostra lingua. […] Ciò che costituisce l’oggetto dei nostri tentativi di comprendere, di tradurre, le altre esperienze culturali sono le strutture relazionali entro cui, nell’ambito di sistemi culturali incommensurabili come il nostro, le parole e i concetti si situano. Le parole non esistono in un vuoto, ma acquistano significato in relazione ad altre [Antropologia culturale. L’esperienza e l’interpretazione, Laterza 2009 (decima ed.), pp. 256-7].

Ugo Fabietti (1950-vivente)

Ugo Fabietti (1950-vivente)

Chiosa (e chiusa) semplice: ciò che Fabietti chiama, in maniera forse un po’ contorta, «proprietà autotrasformativa del linguaggio» e «potere autocorrettivo del linguaggio» è quanto Tullio aveva già da tempo definito come «creatività» (Minisemantica dei linguaggi non verbali e delle lingue, Laterza 1982, pp. 46 ss. – irrinunciabile qui l’approfondimento grazie alla lettura della voce Creatività redatta nel 1977 da Emilio Garroni per l’Enciclopedia Einaudi, e dal 2010 resa nuovamente disponibile da Quodlibet, con prefazione di Paolo Virno) e in seguito più precisamente come «non non-creatività», da cui derivano tra l’altro «la indefinita estensibilità del campo noetico», «l’indeterminatezza semantica ed eventuale plurideterminabilità delle parti e delle articolazioni in parti dei suoi segni, parole, frasi, discorsi, testi […] e quindi la pluriplanarità del piano del contenuto di una lingua» e «la metalinguisticità riflessiva» [Lezioni di linguistica teorica, Laterza 2008, pp. 146-7]. Che poi, se ci pensate bene, è un vedere all’opera questa stessa teoria, vederla cioè confermata in maniera concreta, e quindi ipso facto accreditare il valore dell’attività traduttiva, che sfrutta la medesima plasticità della lingua, negletta in Italia quanto la produzione saggistica…

AGGIUNTE INTEGRATIVE (1-8 marzo 2017)

Da qualche parte, qui sopra, mentre si parla di Facebook (in cui secondo una ricerca scientifica, che però non sono stato ancora in grado di ritrovare, pare che si scriva sostanzialmente e inconsciamente più per ritrovare conferma in se stessi e alle proprie idee, che per comunicare e aprirsi genuinamente, sinceramente agli altri, che è invece lo spirito della comunicazione, della trasmissione, quindi anche della interpretazione e della traduzione), è utile tenere presente qualche altro riferimento che per adesso scarico qui indegnamente, in attesa di dipanarli meglio.

Anzitutto c’è da leggere questo articolo del Guardian che illustra chiaramente (accompagnato da una grafica molto originale e gradevole) la questione, indubbiamente problematica, del rapporto fra lingua e accesso a internet — ovvero come quest’ultimo discrimini le minoranze, che lo voglia o no.
E attorno alla medesima questione ecco qui 4 testi laterziani + 1, a futura memoria ma per adesso senza altre considerazioni:

  • R. Simone, La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo (2000), dal quale è poi maturato lentamente un suo successivo Presi nella rete. La mente ai tempi del web (Garzanti 2012);
  • F. Ferrarotti, La perfezione del nulla. Promesse e problemi della rivoluzione digitale (2002);
  • F. Metitieri, Il grande inganno del Web 2.0 (2009);
  • R. Casati, Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere (2013).

Aggiungo, ma non è meno importante, un promemoria anche per il teorico dei nuovi media, Geert Lovink, di cui l’anno scorso Egea (editore bocconiano) ha pubblicato L’abisso dei nuovi media. Il traduttore Bernardo Parrella lo intervista su Lavoroculturale.org e, per una presentazione più distesa delle sue posizioni, si legga anche l’intervista condotta da Barbara Ciolli su Lettera43.

Geert Lovink (dall’intervista di B. Parrella su Lavoroculturale.org)

mestieri del libro

Per una di quelle coincidenze singolari che si verificano all’inizio di ogni anno (no, lo so che non è vero: succedono sempre, ma siamo noi che con l’andare del tempo, distratti da tante altre cose contemporaneamente, perdiamo il filo e non le notiamo più…), in questo esordio dell’anno nuovo 2017 AD, è ancora risuonato un sintagma il cui senso viene fieramente messo in dubbio dall’aria che spira malsana soprattutto qui da noi.
Sto parlando dell’espressione ‘mestieri del libro’, che ho letto in due contesti senza alcun collegamento esplicito – cioè, sono io a istituirlo qui hic et nunc:

Fahrenheit

Fahrenheit (tutti i pomeriggi feriali, su Rai 3, ore 15-18)

(A) la nota trasmissione radiofonica “Fahrenheit”, che da tanti anni allieta il primo pomeriggio sulle frequenze del terzo canale Rai fregiandosi del ‘sottotitolo’ “I libri e le idee”, ha inaugurato un nuovo spazio che occuperà tutti i lunedì nella fascia tra le 16 e le 16,30 (minuto più, minuto meno) e l’ha chiamato, appunto, I mestieri del libro. Per esordire, Loredana Lipperini ha chiamato Marco Cassini (già direttore di minimum fax e Sur, autore dell’autobiografico Refusi [Laterza 2008] e vulcanico ideatore di iniziative non banali) e chi ha perso la puntata, la può ricuperare dal fidato podcast.

L'indice dei libri del mese (versione on line) - gennaio 2017

L’indice dei libri del mese (versione on line) – gennaio 2017

(B) Sull’Indice dei libri, altra rivista benemerita e ‘storica’ (ero abbonato alle prime annate, che dovrei avere ancora stivate da qualche parte: potranno interessare qualcuno che si occupa di modernariato?), nella rubrica “Mestieri del libro” è uscito un articolo eccellente, che riassume le questioni alla base della situazione insoddifacente in cui versano i traduttori. Lo firmano Marina Pugliano e Anna Rusconi, due fra le migliori traduttrici che possiamo vantare per il tedesco e l’inglese, rispettivamente. È un intervento molto lucido e porta un titolo redazionale: “Traduzione – Proviamo a leggere la realtà in modo nuovo”, seguito da un altro che parrebbe essere quello assegnato dalle autrici: “Anche i traduttori nel loro piccolo riflettono”. Non capisco perché i traduttori debbano relegarsi ‘nel loro piccolo’, ma proseguo lo stesso.
Dopo aver ricordato rapidamente il boom dei Translation Studies negli anni Settanta e nel decennio successivo quello di una formazione più qualificata, che ha portato a creare delle figure specializzate (direi meglio: più culturalmente consapevoli di quelle che c’erano in precedenza, e che hanno continuato a operare, ovviamente), il duo punta subito al cuore del problema: «la cosa sicura è che il concetto di obsolescenza programmata si è ormai esteso anche al settore della cultura, quindi al libro. A chi lo fa e a chi lo consuma» [evidenziato mio].
Per chi non avesse ancora capito dove vogliano andare a parare queste novelle Thelma e Louise, chiarisco subito che il discorso verte essenzialmente sulla qualità (e l’etica, in fondo) del lavoro, del mercato, della cultura: dati diffusi dall’Osservatorio degli editori indipendenti ODEI) dimostrano che un libro può stare sugli scaffali di una libreria, in attesa di essere comprato, una media di 30-40 giorni, poi viene restituito senza tanti complimenti. Ci sarebbero da fare alcune puntualizzazioni, ma anche qui meglio tirare dritto. Sottoscrivo dunque in toto la dichiarazione seguente:

privato per logiche mercantili di un contesto che riconosca il giusto valore della sua professionalità, del suo ruolo e dei suoi diritti, il traduttore davvero funzionale a questo mercato di beni fortemente deperibili è diventato il traduttore smart: disponibile in modo incondizionato, privo di cognizione o di memoria storica della cultura e della dignità del lavoro, convinto di valere poco e dunque altrettanto poco remunerabile, pronto a consegnare secondo i ritmi impazziti del mondo globale testi che un redattore di analoga tempra, e sempre più spesso digiuno della lingua di partenza, provvederà a rendere sostanzialmente scorrevoli e in piacevole italiano standard. In barba a San Girolamo, ai translation studies e, in generale, alla civiltà – di cui la traduzione, secondo Josif Brodskij, sarebbe letteralmente “madre”.

Secondo l’ultimo Rapporto AIE (a questa pagina vari link specifici), che riporta un totale di «oltre 65.000 nuovi titoli pubblicati (circa 180 al giorno!)», le traduzioni si riducono perché commercialmente più costose: si devono acquistare i diritti dall’editore straniero, si deve pagare la traduzione (possibilmente poco, eh), e solo a quel punto si aggiungono le solite spese editoriali (sommariamente: redazione, stampa, distribuzione, che incidono però in percentuali molto diverse sul prezzo finale), quindi soldi da anticipare senza avere la certezza di un rientro. Ergo: si potenziano gli autori nostrani e si depauperano quelli stranieri, che infatti calano dal 25% degli anni Novanta all’odierno «17,6 per cento di tutto il pubblicato». Per inciso: questa era la giustificazione con cui sono stato scaricato da un noto editore quattro anni fa; solo che adesso c’è una sua cara nipotina a svolgere il lavoro che facevo io… Quindi niente paura: le traduzioni si continueranno a fare lo stesso, basta cambiare i redattori (e i traduttori), facendo però attenzione a sostituirli con quelli che costano (e pretendono) di meno! Tanto di fuori non si verrà a sapere mai nulla e si perpetuerà l’illusione che il mondo editoriale sia un’oasi dorata…

Intermezzo/curiosità (ovvero: nihil sub sole novi). Sul numero 4 del 1994 leggo: «molte delle versioni di classici russi, ancora oggi sul mercato, non sono altro che le traduzioni degli anni venti e trenta, di cui la Slavia cedette i diritti» (p. 212, nota 71). È Giuseppe Mazzitelli, in un saggio in cui indaga da appassionato bibliografo sul Fondo I.p.E.O., a notarlo: Slavia era una casa editrice che aveva tradotto molti autori ancora ignoti in Italia, soprattutto dalla lingua russa. Dunque il malcostume è radicato.

Vediamo allora cosa propongono le nostre paladine.

Da un lato, un fondo per i traduttori (come ne esistono in Francia, Svizzera, Germania, Norvegia e in molti altri paesi) costituirebbe uno strumento efficace per incoraggiare gli editori a non rinunciare ai titoli stranieri più impegnativi, o anche solo meno di grido e meno commerciali, e per incentivarli a riconoscere fattivamente la qualità e il ruolo decisivo dei traduttori.
Dall’altro, occorrerebbero misure di promozione della lettura parimenti efficaci e capillari, non demandate all’iniziativa dei singoli e dei volontari (scuole, biblioteche, associazioni culturali) e con un Centro per il Libro e la Lettura che non si limitasse a svolgere una funzione prevalente di coordinamento e raccolta dati.

Chiudo rapidamente accennando a un paio di iniziative nelle quali si sono spese le nostre ‘eroine’: nel 2014 Anna Rusconi è stata protagonista di “Words Travel Words” (video pro-traduzioni del CEATL), mentre Marina Pugliano organizza a Loreen giornate di formazione a tema completamente gratuite.