1° convegno nazionale sulla storia del pensiero linguistico e semiotico (CISPELS 18)

Dal 17 al 19 settembre si è svolto a Villa Mirafiori (dove adesso è rimasto solamente il Dipartimento di Filosofia della “Sapienza”, Università di Roma) quanto indicato nel titolo.

Il programma si può scaricare da questo link.

Il convegno aveva due obiettivi, largamente raggiunti:

  1. costruire un’occasione di confronto intorno agli oggetti possibili e ai metodi dell’analisi storica e storico-teorica in ambito linguistico e semiotico, riprendendo e sviluppando all’altezza dell’oggi le questioni sollevate agli albori della disciplina (anni Sessanta-Settanta), anche in relazione all’assetto complessivo delle ricerche linguistiche

  2. offrire una mappa delle ricerche in corso nel campo della storia delle idee e delle dottrine linguistiche, mediante la partecipazione sia di colleghe e colleghi delle società scientifiche coinvolte, sia, auspicabilmente, dei giovani ricercatori che si stanno formando nei diversi settori (AIS, AISS, ASLI, SFL, SIFR, SIG, SLI), in Italia e all’estero

Inoltre nell’assemblea che si è tenuta alla fine della seconda giornata si è deciso di procedere in maniera consortile rispetto alle sette società da cui provenivano i partecipanti, cioè SENZA fondare una ottava organizzazione, né riscoprire l’acqua calda. Entro l’anno solare dovrà essere stilato un regolamento interno. Un grosso obiettivo a media distanza sarà l’organizzazione del quindicesimo ICHoLS (International Conference on the History of Language Sciences, «the most important platform for researchers working on the history of the language sciences» avviata a Ottawa nel 1978), che si terrà per la prima volta in Italia, a Milano.

La mia relazione, progettata insieme alla collega romena Iulia Cosma (Universităţii de Vest, Timişoara), è stata assegnata alla sezione “Poster” (novità per me!) e qui sotto trovate una foto del pannello che abbiamo realizzato alla bell’e meglio: tutto iconico!

CISPELS-poster

Ecco qui inoltre: l’abstract (inviato a metà maggio, sperando nell’approvazione); il breve testo che abbiamo dato a chi si è avvicinato per chiedere delucidazioni (pochi); il testo del riquadro sulla «breve stagione della linguistica romena nell’editoria italiana» che abbiamo affisso il secondo giorno, per completare un po’ la presentazione (a metà pannello, sulla destra, nella foto).

ABSTRACT

Iulia Cosma (Universităţii de Vest, Timişoara), Alessandro de Lachenal (Roma)
L’Italia, la Romania e Tullio De Mauro
Ciò che ha a che fare con la Romania non gode di molto favore in Italia: non ci riferiamo soltanto alla cattiva stampa, che spinge l’opinione pubblica a cercare quasi ‘spontaneamente’ un capro espiatorio di nazionalità romena quando avvengono furti, stupri o altri reati odiosi, ma anche al campo ben più rispettabile della linguistica: studiosi d’eccezione come Tagliavini o Coseriu non possono cancellare quello che invece appare come un disinteresse abulico. Nella nostra relazione intendiamo prendere in esame questo problema su entrambi i versanti nazionali, ma senza pretese di esaustività: da un lato passeremo in rassegna la ricezione nell’Italia postbellica di alcuni linguisti romeni e, nella direzione inversa, ci concentreremo sulle riverberazioni di alcune opere di Tullio De Mauro nella letteratura scientifica in Romania. In termini di ‘scuole linguistiche’, se a quella romana va il merito di aver introdotto in Italia alcuni saggi di Coseriu, ancor oggi imprescindibili, quella padovana-bolognese patrocinò varie opere di Marcus, Stati, Florescu e altri soprattutto nel «decennio delle traduzioni». Oltre a questo, consideriamo necessario orientare la nostra ricerca verso la ricezione del pensiero demauriano in Romania, superando le apparenze di una relativa insensibilità dell’ambiente scientifico romeno nei confronti di esso. Se la traduzione dell’edizione del Cours di Saussure con i suoi apparati fondamentali verrà messa a disposizione del pubblico romeno nel 2000, non ci sembra lecito trascurare la traduzione dell’Introduzione alla semantica nel 1978, Introducere în semantică a cura di Anca Giurescu, docente di lingua italiana presso l’Università di Bucarest, che dieci anni dopo emigrerà in America insieme al marito, professore di storia. La traduzione di Anca Giurescu non può non aver suscitato interesse da parte degli studiosi romeni e il nostro contributo intende delinearne le tracce. Ma per non trascurare la possibilità che qualche altro saggio di De Mauro in lingua originale o in traduzione potesse essere stato letto da italianisti o studiosi di filologia romanza ancora prima del 1978, verrà eseguita una ricerca anche su libri e riviste pubblicati in Romania dagli anni Sessanta fino al 2017, con l’intento di tracciare una mappa il più accurata possibile sull’accoglimento del pensiero di Tullio De Mauro in Romania.

SINTESI (brevi manu)

La ragione che ci ha spinto a partecipare al primo convegno CISPELS poggia sull’impressione che oggi il romeno sia una lingua scarsamente presa in considerazione nelle riflessioni degli studiosi italiani. Questo è un peccato non perché, banalmente, faccia parte anch’essa delle lingue romanze, né perché questa situazione ignori la simpatia con cui i due popoli si guardarono fin dall’epoca risorgimentale, accomunati da aspirazioni analoghe, mentre oggi le posizioni si sono capovolte radicalmente. E neanche l’aura di Eugenio Coseriu (rectius: Eugeniu Coşeriu) pare sufficiente a far invertire la rotta…
Tale situazione dispiace, piuttosto, perché sembra dimenticare che in un passato neanche remoto le cose sono andate diversamente, come testimoniano diversi aspetti sui quali vogliamo richiamare l’attenzione.

  • Anzitutto sembra essere caduta nell’oblio l’eccezionale competenza specifica di Carlo Tagliavini (docente a Padova dal 1936 al 1973, dove lavorò assieme a Gianfranco Folena e Giovanni Battista Pellegrini, nonché mentore di Manlio Cortelazzo, Giuseppe Francescato, Alberto M. Mioni, Lorenzo Renzi, fra gli altri), il cui operato proviamo a rivalutare, guardando anche al di là di facili contrapposizioni.

  • Nel “periodo delle traduzioni” (anni Sessanta-Settanta) si può individuare una breve “stagione della linguistica romena”, che non è mai stata messa in luce adeguatamente nonostante il grande valore intrinseco delle proposte.

  • Abbiamo effettuato una ricognizione degli studi su riviste e libri specificamente romeni, nei quali le idee di Tullio De Mauro sono state presentate, esposte, esaminate e discusse; quindi, sulla base di risultati non del tutto scontati, abbiamo cercato di delineare alcuni tratti essenziali della sua ricezione.

“LA BREVE STAGIONE DELLA LINGUISTICA ROMENA”

Volumi pubblicati nella collana «Linguistica» (dir. C. Tagliavini):

• Nicolae Drăganu, Storia della sintassi generale, Pàtron, Bologna 1970 [1944]
n° 1 – trad. di Paola Bardelli Plomteux
• Salomon Marcus, Edmond Nicolau, Sorin Stati, Introduzione alla linguistica matematica, Pàtron, Bologna 1971 [1964]
n° 5 – trad. di Filippo Franciosi
• Tatiana Slama Cazacu, Introduzione alla psicolinguistica, Pàtron, Bologna 1973 [1968]
n° 9 – trad. di Paola Bardelli-Plomteux, Mihaela Cârstea, Dina Fabiani

ALTRI VOLUMI:

• Ioan Guţia, Grammatica romena moderna, Bulzoni, Roma 1967 (rist. 1981]
• Lorenzo Renzi, Canti narrativi tradizionali romeni. Studio e testi, Olschki, Firenze 1969
• Alexandru Niculescu, Florica Dimitrescu (a cura di), Testi romeni antichi (secoli XVI-XVIII). Con introduzione, studio linguistico e glossario, Antenore, Padova 1970
• Vasile Florescu, La retorica nel suo sviluppo storico, a cura di Renato Barilli, trad. di Alessandro Serra, il Mulino, Bologna 1971 [1960]
• Eugenio Coseriu, Teoria del linguaggio e linguistica generale. Sette studi, a cura di Raffaele Simone, trad. di Raffaele Simone e Luigi Ferrara degli Uberti, Laterza, Bari 1971 [collana «Biblioteca di cultura moderna», n° 715]
• Sorin Stati, Teoria e metodo nella sintassi, il Mulino, Bologna 1972 [1967]
• Iorgu Iordan, Maria Manoliu Manea, Linguistica romanza, a cura di Alberto Limentani, trad. di Marinella Lőrinczi Angioni, Liviana, Padova 1974 [1965]
• Alexandru Niculescu, Strutture allocutive pronominali reverenziali in italiano, Olschki, Firenze 1974
• Sorin Stati, Il significato delle parole, D’Anna, Messina-Firenze 1975
• Sorin Stati, Strumenti logici per la linguistica, Pàtron, Bologna 1976 [1971]
[collana «Linguistica generale e storica», diretta da C. Tagliavini, n° 2]
• Sorin Stati, Le teorie sintattiche del Novecento, il Mulino, Bologna 1977
• Marin Mincu, Marco Cugno, I canti narrativi romeni. Analisi semiologica, Giappichelli, Torino 1977
• Marin Mincu, I mondi sovrapposti. La modellizzazione spaziale nella fiaba romena, Giappichelli, Torino 1978
• Sorin Stati, Manuale di semantica descrittiva, Liguori, Napoli 1978
[collana «Strumenti linguistici» diretta da Gianfranco Folena, n° 4]
• Sorin Stati, Il dialogo. Considerazioni di linguistica pragmatica, Liguori, Napoli 1982
• Marin Mincu (a cura di), La semiotica letteraria italiana. Interviste con D’Arco Silvio Avalle, Maria Corti, Cesare Segre, Umberto Eco, Emilio Garroni, Stefano Agosti, Marcello Pagnini, Alessandro Serpieri, Gian Luigi Beccaria, Aldo Rossi, Antonino Buttitta, Gian Paolo Caprettini, Feltrinelli, Milano 1982

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Translatio linguarum

Un'immagine scherzosa di Tullio Gregory.

Un’immagine scherzosa di Tullio Gregory.

0.1. Premessa

Un libro dal sottotitolo “Traduzioni e storia della cultura” non poteva non suscitare l’attenzione di chi scrive. L’autore Tullio Gregory è un filosofo italiano, ormai emerito, ma forse proprio per questo in grado di cogliere certi tratti di fondo dello sviluppo del pensiero occidentale che altri, più legati a interessi contingenti, accademici o meno, non possono permettersi di rintracciare o avere il lusso di seguire.
Ma prima di entrare nello specifico, segnalo qualche recensione di altri studiosi, poco più giovani di Gregory, a cui cedo subito il passo per autorevolezza:

0.2. Indicazioni per consultare proficuamente questo post
Chi già conosca Tullio Gregory, o non sia interessato ai suoi dettagli bio-bibliografici, può saltare direttamente al paragrafo 2. La lettura del 3 non è indispensabile, ma è consigliata se siete dei traduttori.

Tullio Gregory intento nella lettura silenziosa.

Tullio Gregory intento nella lettura silenziosa.

1. L’autore
Tullio Gregory si laureò nel 1950, a soli 21 anni, e dapprima si occupò soprattutto di platonismo medievale. Successivamente i suoi interessi si ampliarono al Sei-Settecento soprattutto francese e alla storia della filosofia in generale. Infatti alcuni lo ricorderanno come uno dei co-autori (insieme a Francesco Adorno e Valerio Verra) di uno dei manuali più longevi e fortunati di storia della filosofia per licei, credo tra i primi ad accludere anche testi antologizzati degli autori e della letteratura secondaria (prima ed. Laterza 1973 – Gregory firmava specificamente il secondo volume).
Altri si saranno imbattuti all’università in monografie arancioni di formato tascabile, tutte rigorosamente con identica articolazione interna: è la collana laterziana “I filosofi”, di cui si favoleggia che sia stata ideata da Gregory per includervi autori tutti rigorosamente già trapassati (80 titoli dal 1970 al 2000, quasi tutti pluristampati, a cui se ne aggiunge un’altra ventina usciti nel nuovo millennio, anche in versioni elettroniche – ePub con l’odioso DRM). Che infatti proprio dal 2000 fu affiancata dalla collana verde “Maestri del Novecento Laterza” (21 titoli fino al 2014, se non ho sbagliato a contarli sul sito, quindi una media annuale leggermente inferiore).
Oltre a numerose e importanti attività per l’istituto Treccani e più recentemente gli spazi della “Cucina filosofica” nel festival filosofia che si tiene dal 2001 a Modena e dintorni, Gregory può vantare la fondazione del Lessico intellettuale europeo: nei miei anni di università ricordo chiaramente la scritta su una porta in un corridoio al terzo piano nella ‘vecchia’ sede della facoltà di Lettere e i primi volumi pubblicati da Bulzoni (oggi da Olschki), dai quali trapelava pian piano cosa si nascondesse sotto quella formulazione perlomeno sibillina. La fusione con il Centro di studi sul pensiero antico (fondato e diretto da Gabriele Giannantoni) ha dato origine all’ILIESI: Istituto per il lessico intellettuale europeo e la storia delle idee; la storia è presentata da Gregory stesso in questo articolo. [NOTA ZERO] Per maggiori dettagli su di lui cfr. la “Quinta appendice” on-line della Enciclopedia Treccani.
Un lato del suo carattere che può apparire meno simpatico è la veemenza con la quale si è espresso contro iniziative come Wikipedia, del resto comprensibili rileggendo la sua storia personale, e a cui collego l’intervento del 2014 sulla «politica per la lingua» leggibile a questa pagina.
Il ‘succo’ del libro di cui parlo in questo post era stato già presentato, con abile mossa strategica dal punto di vista temporale, al festival filosofia il 19 settembre 2015, col titolo (su cui ci sarebbe molto da meditare, in sé) “Ereditare è tradurre” – a riguardo si veda questa video-intervista, apparsa sulla Gazzetta di Modena. Ma quasi tutto il testo risale a un articolo già apparso sui Quaderni di storia della casa editrice barese Dedalo nel 2009 (debitamente referenziato nella nota finale, peraltro priva di indicazioni, a p. 75), tranne qualche rifinitura, come il capoverso finale aggiunto all’ultima nota (119!) di p. 66, dato che all’epoca il c.d. HKS [NOTA 1] non era ancora completo.

Prospetto illustrativo del volume pubblicato da Olschki.

Prospetto illustrativo del volume pubblicato da Olschki.

2. Il libro
2.0. Il mio punto di vista
Vengo finalmente a spiegare perché questo libro mi interessa ed è molto importante.
Lo farò da un’angolatura particolare, che riesco a definire soltanto tramite la dicitura ‘in controcampo’: cioè riporterò dei passi, per così dire, di ‘sutura’ fra i temi portanti dell’argomentazione solida dell’autore. Questi li trasceglie dai suoi campi di interessi, che sono stati tanti, diversi e anche inusuali, ma da un certo punto di vista sarebbero delle ‘variabili’ sul Leitmotiv sottostante: intendo dire che avrebbe potuto pescarne e introdurne altri, ad libitum, dalle sue vaste conoscenze, giacché in sostanza quelli servono a sorreggere l’ipotesi forte di questo volumetto. La quale, se deve avere valore non episodico, ma costante, ricorrente, sempiterno oserei dire, può ricevere supporto da qualsivoglia contenuto preso in esame e portato all’attenzione del lettore. Questo lungo giro di parole mi serve in fondo a dire che a me il filo rosso interessa di più dei singoli argomenti che esso serve a ‘cucire’. Insomma, estremizzando: quanto state per leggere va in senso contrario a una recensione tradizionale, che di solito espone (ed eventualmente critica o corrobora) gli argomenti addotti dall’autore, ai quali dunque non porrò grande attenzione.
2.1. Alcuni temi
Ovviamente il primo nucleo concettuale è affidato alla cultura greca: punto di partenza comprensibile e giustificato inoltre dal greco quale «lingua di tutto il mondo mediterraneo» (p. 7), senza però dimenticare apporti dall’astrologia orientale. Il primo paragrafo è intitolato “Le sacre scritture” perché si chiude sottolineando la «traduzione come grazia di Dio, della provvidenza nella storia. [… Anche la traduzione] ha un’origine divina perché compie una missione salvifica superando ogni differenza linguistica e rendendo intelligibile a tutti la parola di Dio» (p. 8).
Segue un originale parallelo con la translatio cosmologica, di pianeti e astri che ha grande sviluppo agli inizi dell’età moderna (in nota compaiono Keplero e Campanella).
Il terzo paragrafo è animato principalmente dalle figure di Cicerone, Boezio e Cassiodoro, [NOTA 2] per spingersi fino ad Alcuino e Giovanni Scoto Eriugena.
Gregory è perfettamente consapevole dell’importanza delle opere arabe, ma sostiene che sono a loro volta eredità e trascrizione «di più antiche culture orientali – indiane, persiane, caldaiche» (p. 26). Quindi il senso più originale delle traduzioni in latino dal greco e dall’arabo sta nell’aver creato «un lessico filosofico, scientifico, teologico in gran parte nuovo, [… che] sarà la matrice di gran parte del lessico filosofico e scientifico delle lingue moderne» (pp. 28-29). Così trascorrono sotto i nostri occhi Petrarca, Ficino, Erasmo, Bruni e Bruno, poi i grandi filosofi del Sei-Settecento, per finire con Croce e Gentile, impegnati a redigere la presentazione della (all’epoca) nuova collana laterziana “Classici della filosofia moderna”: qualcuno la ricorderà per il colore arancio vivo della copertina (e sovracoperta, per i titoli più antichi), se non gli sovviene nessun autore specifico (dal 1907 al 1984 vennero pubblicati in tutto 62 titoli, più un terzo volume delle Opere italiane di Giordano Bruno con Il candelaio).
2.2. Le ‘suture’, ovvero il Leitmotiv
Il primo caso lo trovo a cavallo tra secondo e terzo paragrafo (p. 11):

Se la storia della cultura comporta sempre un ereditare e trasmettere, un trasferire da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti secondo le complesse linee di una «metamorfosi ordinata» [qui la nota 21 rinvia ai testi canonici di George Steiner, Gianfranco Folena e un articolo poco noto di Eugenio Garin, “Problemi di traduzione”, non a caso letto originariamente a un incontro del Lessico intellettuale europeo], cercheremo di seguire qui un aspetto particolare di questo processo, la translatio di testi scritti in alcuni momenti significativi nell’orizzonte e nei limiti della cultura europea, segnandone spesso crisi e rinascite. Ove tradurre – ereditare e trasmettere – è sempre un interpretare, come ricorda anche la connessione di termini con valore sinonimico interpretari, vertere, transferre. […] È la traduzione che prolunga nel tempo e nello spazio la vitalità di un testo, assicura e rinnova la tradizione.

Già qui colgo un aspetto non banale: spesso (già in antico) le traduzioni sono state viste con sospetto, accusate di sovvertire valori tradizionali e quindi da starne alla larga, se non da rigettare completamente.
Gregory ribalta questo luogo comune, introducendo invece tutto il valore innovativo dell’interscambio fra punti di vista differenti, che non vengono mortificati dal confronto, ma vivificati. Insomma, occorre riconoscere la forza positiva (e inarrestabile, corollario conseguente) del contagio, un concetto adoperato anche dall’antropologo ‘naturalista’ Dan Sperber, [NOTA 3] la cui deriva sociobiologica (innatismo mono-determinista) è però aliena dal quadro di riferimento che prediligo. [NOTA 4]

Nel terzo paragrafo Gregory sottolinea poi l’alterità della prospettiva adottata nel volumetto rispetto a qualunque teoria della traduzione, più o meno orientata alla letteratura (su tale inclinazione perniciosa, un’altra stoccata tra le pp. 29-30): qui si vede ‘semplicemente’ il tradurre «come trasferimento di un testo in una lingua diversa dall’originale, strettamente connesso a ogni translatio studiorum, a ogni passaggio di civiltà e cultura da uno ad altro contesto geografico, politico e linguistico, per salvare eredità che si sarebbero altrimenti perdute» (pp. 16-17).

Molto più avanti, quasi a fine libro (p. 60) Gregory propone un’estensione ulteriore:

anche la circolazione dei libri – in tutti i suoi aspetti materiali, dalla stampa alla loro diffusione per strade ufficiali e sotterranee – è un aspetto non marginale della translatio studiorum, con propri presidi e vie di comunicazione,

e lo ribadisce a fine testo, con affermazioni apparentemente controcorrente:

la storia delle traduzioni nell’età contemporanea – e in questa prospettiva la storia delle case editrici e di traduttori – è ancora da scrivere, forse anche perché dobbiamo liberarci del pregiudizio che antepone l’autore al traduttore, riconoscendo al primo un’originalità che il secondo non avrebbe; si rischia in tal modo di dimenticare che se ogni cultura è sempre un processo di appropriazione di interpretazione di esperienze diverse, con il loro trasferimento in contesti e linguaggi nuovi, la traduzione intra e interlinguistica svolge un fondamentale ruolo di mediazione nel quale il traduttore è attore e protagonista.

Qui Gregory sposa la causa difesa già da tempo dai ‘traduttori militanti’, cioè quelli che si battono per non volersi vedere annullati sin dalla posizione sul frontespizio. [NOTA 5]

Il classicista Luciano Canfora.

Il classicista Luciano Canfora.

Ma aggiungo che torna in mente anche un testo di Luciano Canfora, che forse per il carattere altrettanto ‘eretico’ non ha avuto la fortuna che meritava: Il copista come autore (Sellerio 2002). Qui di traduzione si parla espressamente solamente nel terzo capitolo, ma le dichiarazioni di Canfora alle pp. 43-44 sono inequivocabili e consonanti a quelle di Gregory:

Tradizione «indiretta» è anche l’instancabile lavoro di traduzione condotto senza interruzione, e a partire sin dai tempi più remoti […] il passaggio da una lingua all’altra – sotto forma di traduzione, di parafrasi o di riscrittura creativa – è un fenomeno ininterrotto, che si svolge parallelamente all’altro grande fenomeno consistente nel lavoro di copia. La tradizione è essenzialmente o traduzione o copia. L’una e l’altra, in maniera complementare, intervengono nella constitutio textus, ma il loro significato supera di gran lunga il fine dell’edizione: esse sono la storia, sono le azioni costitutive della storia della civiltà scritta.

La dimostrazione-limite, per così dire, è che

anche traducendo parola per parola, il traduttore – soprattutto quando non ha capito – interpreta, e di conseguenza modifica, il suo modello (Copista, p. 46).

Due richiami balzano in mente:

  1. L’accostamento tradizione/traduzione pare un mero calembour da retore consumato, ma in realtà è un corto circuito già nella svista confessata da Giorgio Pasquali, nell’Appendice seconda, “Congettura e probabilità diplomatica”, del suo noto volume Storia della tradizione e critica del testo (ed. Mondadori 1974, p. 485).

  2. André Lefevere, noto in italiano soprattutto per il geniale volume tradotto da Silvia Campanini e curato da Margherita Ulrych, Traduzione e riscrittura. La manipolazione della fama letteraria (Utet 1998, ed. or. inglese 1992).

3. Considerazioni ulteriori
3.1. Testi paralleli

Jean Delisle, professore emerito all'università di Ottawa.

Jean Delisle, professore emerito all’università di Ottawa.

Probabilmente Gregory non conosce il testo diretto da Jean Delisle e Judith Woodsworth (presidente e fondatrice della Canadian Association for Translation Studies), promosso dalla Federazione internazionale dei traduttori (definita scherzosamente «la lobby meno potente del pianeta») e dall’Unesco, che affronta un compito analogo da una prospettiva meno ‘elevata’, cioè prendendo in considerazione altre fonti disparate, ma per questo a mio avviso contribuisce a integrare utilmente il panorama conoscitivo.

Miss Woodsworth

Miss Woodsworth

Mi riferisco a Les traducteurs dans l’histoire, la cui terza edizione per la cura di Benoit Léger è stata pubblicata nel 2014 dalle Presses de l’Université de Laval [NOTA 6] – nata nel 1950, sede a Québec, sul sito si vanta di essere la maggiore casa editrice di lingua francese in America, con una media di 120 novità all’anno. Di Delisle è stato tradotto in italiano Terminologia della traduzione, che curò con Hannelore Lee-Jahnke e Monique C. Cormier (Hoepli 2002, ed. or. 1999; traduzione di Caterina Falbo e Maria Teresa Musacchio, curatela di Margherita Ulrych).

Un altro testo canadese che gli si potrebbe accostare è quello curato nel 2006 da Georges L. Bastin e Paul F. Bandia, Charting the Future of Translation History (University of Ottawa Press, Ottawa): a singoli autori sono affidati dei ‘carotaggi’ su sette aspetti particolari (nella sezione “Methodology”: il postmoderno, storia e microstoria, la traduzione legale ecc.) e dieci realtà diverse (nella sezione “Current Discourses”: l’America latina, Israele, Cina ecc.), esposti nell’introduzione dei curatori (pp. 1-9), che però non menzionano Delisle. Tuttavia Bastin sarà uno dei collaboratori al testo curato da Delisle e Marco A. Fiola, La traduction raisonnée (Université d’Ottawa Press, 3^ ed. nel 2013), rivolto specificamente ai traduttori della combinazione FR > EN.

Il Prof. Dr. Lieven D’hulst.

Sempre su tali argomenti, non sono ancora riuscito a consultare Lieven D’hulst, Essais d’histoire de la traduction (Garnier 2014), di cui però intanto trovo straordinariamente azzeccato ed efficace il sottotitolo: Avatars de Janus. Dovrebbe avere almeno una parte teorica assai avvertita (oltre a studi specifici: si veda l’indice a questo link), a differenza di Michel Ballard, Histoire de la traduction. Repères historiques et culturels (De Boeck 2013) che stando alle recensioni disponibili su internet difetterebbe proprio di una solida struttura metateorica, pur avendo il merito di raccogliere e presentare una messe di riferimenti e una massa di fenomeni notevole. Ma che rimangono, appunto, messe e massa, alla fine informi ed eterogenei se non sorretti da un’idea chiara, una prospettiva acuta, un quadro concettuale in grado di unificarli.
In tal senso appare migliore Francesco Laurenti, Tradurre. Storie, teorie, pratiche dall’antichità al XIX secolo (Armando 2015), che cita subito (p. 4) il lavoro di Delisle e Woodsworth (ma nella prima edizione inglese del 1995) e dichiara come sua linea-guida «l’esistenza di una storia delle teorie della traduzione che precede di molti secoli la nascita dei Translation Studies e che s’è sviluppata per lungo tempo senza essere mai dissociata dalla pratica della traduzione. […] La storia della traduzione che ne è emersa è coincisa di volta in volta con la storia della lingua, delle religioni, del pensiero filosofico e dei legami tra lingue e culture diverse» (pp. 6-7). Dunque, non è molto lontano dagli intenti di Gregory… però le considerazioni espresse da Franco Nasi nella sua recensione (che integro qui pur essendo stata pubblicata qualche mese dopo il mio post) mi trovano assolutamente d’accordo:

Apprezzabile lo sforzo di Laurenti, utilissime certe sue indicazioni e scoperte di autori poco noti, ma l’impianto generale del lavoro, nonostante le dichiarazioni introduttive, si mantiene all’interno di una storiografia (o di un modo di intendere gli studi sulla traduzione) che ci pare abbia fatto il suo tempo.

Conserva una sua utilità, nonostante gli anni, anche Bruno Osimo, Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei (Hoepli 2002).

Fra tutti i libri francesi menzionati, sono convinto che in italiano troverebbe accoglienza migliore il primo (e ho già iniziato a spendermi per questo), nonostante la recensione, non scevra da qualche critica, di René Lemieux sul numero di giugno 2015 della rivista specializzata Trahir. Se qualche nostro editore fosse interessato, mi contatti immediatamente, non se ne pentirà: grazie!

3.2. In fine
Riflettendoci su, quanto scrivevo nel paragrafo 2.0. “Il mio punto di vista” non mi sembra affatto una forzatura immotivata. A ben vedere Gregory spiega molto poco e piuttosto vagamente come avvengano quei processi di trasmissione di saperi, che trasferiscono «da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti» (p. 11, già citato), sui quali ha scelto di posare il suo sguardo esperto e, in tal modo, nobilitare. Non poteva farlo in uno spazio così ristretto, e del resto a questo sono lasciati gli atti dei “colloqui” sul lessico intellettuale europeo (si veda sul sito ILIESI) e altri affini, come per esempio i testi curati da Jacqueline Hamesse soprattutto per l’ambito medievale latissimo sensu.

 

N O T E

[Nota 0]
Vedo solamente dopo aver pubblicato il post che Annarita Liburdi ha dedicato due bei lavori alla storia dell’istituto: Per una storia del Lessico Intellettuale Europeo (2000) e Il Lessico Intellettuale Europeo dal 2001 al 2006. Da Centro di Studio a Istituto (2007), entrambi pubblicati dallo stesso LIE.

[Nota 1]
Si tratta del monumentale Harald Kittel, Armin Paul Frank, Norbert Greiner, Theo Hermans, Werner Koller, José Lambert, Fritz Paul (Hrsg./eds./éd. par; in Verbindung mit /in association with Juliane House, Brigitte Schulze), Übersetzung – Translation – Traduction. Ein internationales Handbuch zur Übersetzungsforschung / An international Encyclopedia of Translation Studies / Encyclopédie internationale de la recherche sur la traduction, 3 voll., Gruyter 2004-2011.

[Nota 2]
Per quest’ultimo, si potrebbe suggerire a Gregory di consultare la traduzione, diretta da Andrea Giardina, delle Variae per l’editore romano L’Erma di Breischneider (12 volumi apparsi fra il 2014 e il 2016, assai costosi e disponibili anche in versione digitale), anziché continuare a citarle dai venerabili MGH.

[Nota 3]
Un breve accenno in questa segnalazione di un suo testo, tradotto da Feltrinelli nel 1999.

[Nota 4]
Cfr. ad esempio, in riferimento al linguaggio umano, la recensione di Elisabetta Gola al libro di Grazia Basile, La conquista delle parole. Per  una storia naturale della denominazione (Carocci 2012), in AphEx, 8 (2013).

[Nota 5]
Penso ovviamente al Sindacato dei traduttori editoriali, e più in particolare al suo ultimo ‘successo’, vale a dire l’accordo siglato con ODEI (Osservatorio degli editori indipendenti) il 3 aprile scorso, in occasione della seconda edizione del Bookpride milanese, la Fiera dell’editoria indipendente. Per saperne di più, si può leggere l’annuncio sul sito ufficiale.

[Nota 6]
Le prime 35 pagine si possono scaricare da questo indirizzo.

In memoria di Umberto Eco: ‘ex coeli oblato’ oblatum – ovvero, due o tre cose che so del Nostro

Umberto Eco

Umberto Eco

«Il libro è un’assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità. All’indietro (ahimè) anziché in avanti. Ma non si può avere tutto» (Perché i libri allungano la vita, 1991, da La bustina di Minerva).

Questo avrei dovuto, voluto e potuto metterlo alla fine. Siccome arrivo in ritardo, more solito, lo piazzo subito qui per togliermelo di mezzo e in modo da sopravanzare, nel merito e nel contenuto, gli articoli variamente commemorativi che ho gradito di più, linkati appresso, per poi passare a ciò su cui invece mi piace dilungarmi qui – e di cui evidentemente, pour cause, mancano gli altri. Ma di cui quella citazione lassù, in esergo, è anche un po’ la cifra…

Allora, per la carta basterà l’inserto domenicale dedicato alla cultura dal quotidiano Sole 24 ore, che (nonostante sia di Confindustria) gli ha dedicato le prime quattro pagine del numero 51 dello scorso 21 febbraio. Lì apprendiamo, tra l’altro, che una dozzina di anni fa Eco ricevette il premio “La vespa d’oro” dal medesimo giornale, dopo aver denunziato la mancanza in Italia di un supplemento culturale analogo alla Book Review del New York Times. Dimenticando, appunto, detto settimanale. Insomma, una gaffe finì a tarallucci e vino (vedi foto a p. 24, taglio basso).
Per gli interventi on-line, prediligo anzitutto la coppia apparsa sul sito di Internazionale.it: quello di Philippe-Jean Catinchi (ben tradotto da Federico Ferrone dall’originale, apparso tempestivamente su Le monde) sull’«intelletuale poliedrico» e quello di Giuseppe Rizzo (beh, sì: non era giusto che sul «Nome della nostra cultura» [NB: Nome, proprio con l’iniziale maiuscola!], ossia ‘italiana’, scrivesse soltanto un francese) che spigolando in 14mila caratteri tra «quarant’anni di interviste», cioè 23 pubblicate tra il 1970 e il 2015 su 13 giornali (in ordine alfabetico: L’appuntamento/TMC, Corriere della Sera, Doppiozero.com, l’Espresso, Famiglia cristiana, Grenzgänge, il manifesto, The New York Times, The Paris Review, la Repubblica, La Stampa, l’Unità, Wired) riesce a estrarre una serie di passaggi, affermazioni, battute che hanno il merito di farci assaporare ancora, almeno in parte, la sua intelligenza acuta, originale, molto spesso ironica.
Su Sussidiario.net segnalo altri frammenti, utili forse più a chi lo conosceva superficialmente, ma che restituiscono anch’essi barbagli della sua umanità, nel senso dei rapporti che seppe intrattenere con la (mi verrebbe da scrivere con il…) Mitwelt, cioè i suoi simili, il mondo circostante.
Più contenuto il cordoglio sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung del 22 febbraio, firmato dallo scrittore Orhan Pamuk, che si dichiara «figlio e amico intellettuale» del Nostro. Eppure mi sembra doveroso dare spazio anche al giornalismo tedesco, per chi aveva sposato nel 1962 Renate Ramge, esperta di mostre, arte e musei.
Ancora: linko qui l’intervista rilasciata il 24 novembre 2015 a Francesco Merlo di Repubblica sulla «Mondazzoli», riportandone soltanto questo breve passo: «L’importante è la nave, non Teseo» – a futura memoria e in attesa di trovare l’accento giusto per scrivere finalmente anche sul ‘bastimento sgarbato’.
E siccome il prossimo libro di Umberto Eco (e l’ultimo genuinamente suo, ahimè, dato che gli aveva apposto il fatidico “visto si stampi”) esce sabato 27 febbraio proprio per quello che sarebbe stato il suo novello editore, ricopio qui anche parte di quanto se ne dice in rete, tralasciando una parte iniziale attribuita ad Amazon.it, ma in realtà identica a quella già presente nella «Introduzione» a La bustina di Minerva che ho già citato sopra:
«L’ultimo suo libro […] raccoglie le bustine di Minerva “che potevano riferirsi al fenomeno della ‘società liquida’ e dei suoi sintomi: crollo delle ideologie, delle memorie, delle comunità in cui identificarsi, enfasi dell’apparire etc. “Cronache di una società liquida” è il sottotitolo ma, data la varietà dei temi non unificabili sotto una sola espressione ‘slogan’, il titolo sarà Pape Satán Aleppe, citazione evidentemente dantesca che non vuole dire niente e dunque abbastanza ‘liquida’ per caratterizzare la confusione dei nostri tempi».

Sbrigàti questi dovuti omaggi, vengo ora al lato personale, che ho già dichiarato interessarmi di più.
Distratti e svogliati sono pregati di accomodarsi in qualche altro luogo della rete, ce ne sono molti e più soffici di questo…

Parto dai suoi testi: a essi devo (come, suppongo, altri della mia generazione) il consolidamento della passione per la semiotica, affacciatasi in maniera confusa da letture fugaci l’ultimo anno di liceo e prontamente soddisfatta con lo studio duro dei ‘classici’ all’università, quando vi si potevano trovare entusiasti e/o caotici “seminari autogestiti” tenuti da giovani di belle speranze (nel mio caso fu Massimo Buscema con l’avallo di Mario Costanzo Beccaria, docente della seconda cattedra di Storia della critica letteraria e poeta, ma anche autore anche di interessanti studi sul barocco[1]), un paio d’anni dopo la pubblicazione del Trattato di semiotica generale (prima ed. 1975). Sulla scia di quegli studi, alla confluenza con la Textlinguistik, apprezzai anche Lector in fabula (1979), anche se non lo comprai subito perché all’epoca riuscivo ancora a procurarmi in librerie del centro la sua rivista Versus. Quaderni di studi semiotici [2] e il ‘succo’ del libro era già contenuto nel suo lungo saggio, in inglese su Eugène Sue, che apriva il numero doppio 19-20 (gennaio-agosto 1978), su Semiotica testuale: mondi possibili e narratività (e allora quasi mi piacque di più il saggio di Searle sullo statuto narrativo della finzione).
Acquistai invece febbrilmente Kant e l’ornitorinco (1997), forse con l’illusione di ricuperare il tempo perduto (a lavorare anziché studiare Peirce), e probabilmente spinto anche da un vago ricordo della polemica che aveva intrattenuto con Emilio Garroni fin quando quest’ultimo volle tentare una “ricognizione” della semiotica.[3] Invece io, anche se la stragrande maggioranza dei recensori ed estimatori del Nostro dimostrano invece che non avevo capito nulla, non gradî quel testo, perché ritrattava (un ‘riflusso’, si sarebbe detto nel decennio precedente) le posizioni più estreme e irruente (in particolare sul ‘referente’ e sul ‘realismo’ [4]) delle Forme del contenuto (1971), poi confluite in maniera più organica nel voluminoso Trattato, [5] e che ho sempre immaginato simboleggiate dalla sua barba: nera, ispida e folta in gioventù, via via più incanutita e azzimata, passando per uno stile-Guccini (si conobbero nel 1978), sormontata da un morbido panama (o borsalino?) che contagiò anche Giuseppe Laterza (Beppe, lo chiamava lui familiarmente).
Un altro suo particolare ‘fisico’ mi aveva colpito fin dall’inizio, pur stonando alla mia idea (post)platonica di docente universitario, guardandogli le dita corte e un po’ tozze: l’impressione che si mangiasse ancora le unghie, ròso da chissà quale tarlo (e poi sarà stato il tumore al pancreas che ce lo ha portato via)…
Anche di Dire quasi la stessa cosa ho copia della prima edizione (2003, coi risguardi), e l’ho persino consigliato nei corsi e nei master che ho tenuto, in quanto libro su «esperienze di traduzione» (questo il sottotitolo, qui direi indispensabile per indirizzare l’ignaro acquirente). Più difficile, però, perché all’apparenza frammentario, utilizzarlo direttamente a lezione (se non per qualche spunto, come quello sulle traduzioni automatiche, che aprono con leggerezza il testo, facendone quasi un divertissement, o quello sui colori in latino, che lo chiudono più meditatamente). Inoltre ormai ero propenso a dissentire dalle sue posizioni ‘apollinee’ [6] per prestare ascolto agli oppositori interni, come la breve tesi in semiotica discussa al DAMS nel 2005 da Giovanni Guagnelini (relatore Fabrizio Marsciani, correlatrice Lucia Corrain – attualmente non è più disponibile su internet, dove la pescai anni fa in pdf) su Traduzione e interpretazione, che critica soprattutto l’impianto e l’argomentazione sottesi al cap. 10, «Interpretare non è tradurre».
Ma, anche senza nessuna riprova, sono certissimo che ci sia stato il suo zampino nei due volumetti sulla teoria (1993) e la storia (1995) della traduzione curati da Siri Neergard (rinvio ad altra occasione, meno personale, l’esposizione di eventuali pecche): non foss’altro perché è stata una sua allieva e sono usciti da Bompiani quando Eco vi svolgeva ancora funzioni di condirettore editoriale. E dobbiamo essergliene grati, forse anche più che del suo libro di tredici anni fa.

Direttamente, l’ho incontrato varie volte, in parte grazie a Pino Donghi.

Umberto Eco incontra Paolo Fabbri

Umberto Eco scherza con Paolo Fabbri prima della sua “Lezione italiana” (fotografia di Serafino Amato)

Tra le prime e più coinvolgenti, lo «Spoletoscienza 1990» per il quale sfornò il saggio originale Sull’origine, in linea col tema centrale degli incontri, che era La narrazione delle origini. [7]
Mi pare invece che per suoi impegni non ci fosse alle “Lezioni italiane” di Francisco J. Varela, Un know-how per l’etica, comunque ospitate (17-19 dicembre 1991) presso la cattedra bolognese di Teoria delle forme del sodale Paolo Fabbri: quale rapporto dialettico ci fosse tra Eco e Fabbri lo illustra splendidamente qui sopra lo scatto regalatomi dall’amico di lunga data Serafino Amato (un grazie particolare, Serafo! :-)), in occasione della “Lezione italiana” tenuta dal secondo cinque anni dopo a Palermo (25-27 novembre 1996), La svolta semiotica. Il testo fu confezionato redazionalmente non dal sottoscritto (come i primi di quella collana) ma da un Gianfranco Marrone in rapida ascesa cattedratica, che in quell’occasione ebbi modo di conoscere e apprezzare.

In mezzo ci sono state alcune altre occasioni: andai a molti dei primi incontri al Centro internazionale di studi semiotici e cognitivi, istituito a San Marino nel 1988 (ho sempre sospettato, malignamente quanto i personaggi del Pendolo, che avesse scelto la sede sia per la vicinanza all’ex convento gesuita di Monte Cerignone che dal 1976 era diventato la sua casa-di-campagna – leggasi: nel Montefeltro, anche se va detto che Urbino già dagli anni settanta vantava un Centro internazionale di semiotica e linguistica con tanto di “Summer Schools” che richiamavano pubblico e relatori da tutto il mondo, potendo anche contare sul piccolo editore locale Quattroventi per le modeste tirature dei «Documents/Quaderni/Working Papers» – sia più astutamente per poterci organizzare eventi che forse gli accademici italiani non gli avrebbero consentito sul suolo patrio, o gli avrebbero reso difficili, magari soltanto per invidia della notorietà che a quel punto aveva già raggiunto). [8]
Lì andai a vedere e sentire nel 1990 W.V.O.Quine live, ma dopo averne letto il gustoso ricordo sul Sole 24 ore da parte di Roberto Casati, mi sono reso conto di aver perso il meglio di quell’occasione: difatti mi sembra di ricordare che ripartî prima della fine del convegno, forse per incastri di orari ferroviari.
Rammento invece ben distintamente un pranzo di lavoro a Bologna, presenti Marco Mondadori, Patrizia Violi, ancora Fabbri e altri docenti e assistenti, nel quale feci una pessima figura, che forse racconterò solamente in punto di morte…
Mi riscattai con la redazione della Ricerca della lingua perfetta nella cultura europea (1993), [9] sulla quale non ebbi grossi problemi, né lui fu così puntiglioso come racconta nella fondamentale “bustina” dedicata a Giovanni il Battezzatore? del 1997, [10] profusa a piene mani nei miei corsi universitari e di master, in buona compagnia di altre, come l’altrettanto importante Ma che cosa è questo editing? Osservazioni su un termine ambiguo (1996) [11] o i quaranta precetti per “scrivere bene”, che ovviamente va in coppia con la scrittura politically correct (entrambe del 1997). [12]
Proprio perché adoperate a fini didattici specificamente editoriali, è davvero fastidioso (o clamoroso?) trovare nell’edizione elettronica della Bustina di Minerva (2011, dalla terza edizione nei Tascabili Bompiani del 2006, prima ed. 1999) un bel refuso: ‘stlita’ (e a ben vedere [in senso letterale] non è l’unico…).

Claudius Seidl (FAZ)

Claudius Seidl (FAZ)

Consola, peraltro, il fatto di trovarvi al primo posto Migrazioni, che andrebbe benissimo come articolo di fondo su uno dei temi più presenti nei quotidiani di questi ultimissimi anni: eppure è datato 1990! Conferma così il titolo posto a caldo sul necrologio di Claudius Seidl (da oltre quindici anni a capo della sezione “Feuilleton” della FAZ, quindi probabilmente lo avrà scelto proprio lui): «ha letto (ha saputo leggere, va’, per non essere troppo letterali…) i segni del tempo» (cfr. infra le mie note 4 e 13).

Per i corsi mi sono servito anche di materiali, trovati in rete, prodotti o legati al Master in editoria cartacea e multimediale della Scuola superiore di studi umanistici dell’Alma Mater bolognese, di cui è stato presidente dal 2000 e che ha sfornato tanti giovani preparati, molti dei quali adesso almeno hanno un posto di lavoro (se sia decente, dovreste chiederlo a loro…). Peccato però che anche quell’esperienza abbia dovuto cessare nel 2009, pur non avendo chiuso del tutto.
In tutti questi casi ho constatato il valore del suo insegnamento, seppure mediato, mentre a livello di ‘opinione pubblica’ avvertivo sin dai primi anni Duemila che si era un distacco fra Eco e i giovani (e non volevo addossarne a questi ultimi tutta la colpa).

Vorrei chiudere in bellezza. Potrei dunque ricollegarmi alle pagine del Sole con cui ho esordito. Due fili rossi mi sembrano percorrerle: l’ironia, di cui sapeva sempre tingere la sua scrittura al momento giusto (sì, anche quella accademica: memorabile il capitolo «Generazione di messaggi estetici in una lingua edenica» nelle citate Forme del contenuto, talché rifluì poi in appendice dell’edizione – ormai sicuramente – definitiva di Opera aperta [13]), e il lavoro editoriale.
Per la prima, occorrerebbe un’intelligenza brillante (e dunque superiore – pensateci bene…) che non mi appartiene e che il Nostro ha invece mostrato e dimostrato di padroneggiare senza sforzo.
Mi rifugio allora nel secondo aspetto.
Elisabetta Sgarbi vorrebbe risentire «i suoi feroci, ironici rimproveri per i nostri errori di superficialità e distrazione» (p. 22). Mario Andreose ricorda che il Nostro fu l’estensore delle norme redazionali (coeve al fortunatissimo libretto del 1977, Come si fa una tesi di laurea) ed «era il terrore dei redattori, perché implacabilmente scovava refusi, errori di traduzione, e altro non appena sfogliava un libro fresco di stampa».
Ma lascio per ultimo (e forse meno importante?) l’episodio più divertente che mi è rimasto impresso e spero di non travisare dopo tanti anni – comunque se mi farete notare qualcosa, sono pronto a correggere/integrare le vostre osservazioni.
Fu di quando raccontò (rigorosamente in compagnia, ché altrimenti non ci sarebbe da riderne) come, giovane editor Bompiani in trasferta alla massacrante (lo scrivo per esperienza diretta!) Fiera del libro di Francoforte, si volle fare beffe di tanti parrucconi dell’editoria là convenuti.
Dunque, l’usanza era di trascorrere non soltanto ore e ore piroettando negli stand della fiera a incontrare editori stranieri e spulciare cataloghi (negli anni sessanta e settanta internet non era stata ancora concepita), ma di trasferirsi a bivaccare la sera sui divani, poltrone, sedie, panche e tappeti del Frankfurter Hof. Come in ogni albergo di lusso che si rispettasse, c’erano camerieri che distribuivano bevande di ogni genere e forse persino un pianista che contribuiva ad alleviare l’atmosfera. Ma c’era anche un servizio particolare, in ossequio alle fervide attività della Buchmesse: si poteva chiedere a un certo addetto di annunziare tramite un altoparlante la presenza di qualcuno, autore o personalità nota, disponibile a incontrare gli editori che fossero interessati. E così il Nostro, verosimilmente spalleggiato da altri enfants terribles della sua risma, andava a proporre nominativi del tutto improbabili, fidando da un lato sull’ignoranza/innocenza dei malcapitati inservienti, dall’altro sull’anonimato della ‘delazione’, e godendosi quindi di soppiatto il duplice effetto, sconcertante (per gli astanti) e (almeno per lui e i suoi accoliti) comico, che potevano produrre convocazioni di ‘Benedetto Croce und Giovanni Gentile’, ‘Gustave Flaubert’, ‘Tristan Tzara’ o ‘Bertrand Russell’ (che poi morì soltanto nel 1970…).

N O T E

[1]
Parte delle relazioni presentate al convegno dedicato alla sua figura nel dicembre 1998 presso la medesima università dove insegnò sono stati pubblicati oltre dieci anni dopo, nella sezione iniziale, appositamente titolata “Costanziana”, della rivista l’Abaco (Annuario di critica letteraria, teatrale e cinematografica – diretto da Rocco Paternostro, già suo allievo e poi assistente, poi docente di Critica letteraria e Letteratura italiana, anch’egli alla “Sapienza”). Curiosità bibliografica: non tanto il fatto che quel numero 4/7 (2005-2008) della rivista sia uscito a giugno 2010 (si sa, le riviste sono in perenne ritardo…), ma la dicitura sulla casa editrice nel colophon del frontespizio (p. 3), che recita: «Aracne editrice – Ugo Magnanti editori», sebbene poi nel retrofrontespizio immediatamente successivo il copyright è ascritto alla più usuale.«ARACNE edtrice S.r.l.».

[2]
Ricordo che in una, molto grande e ovviamente chiusa da anni a favore di ben più lucrose attività commerciali legate a moda, marchi e lusso, disseppellî addirittura una sorta di ‘fondo di magazzino’ con alcuni dei primissimi numeri: che gioia scovare un simile tesoretto!

[3]
Segnalo qui il buon lavoro di Cosimo Caputo, Emilio Garroni e i fondamenti della semiotica (Mimesis 2013) che rilegge dalla sua ottica (direi post-hjelmsleviana, comunque sicuramente originale) le posizioni del mio professore di Estetica a Roma.

[4]
È un buon indizio della sensibilità echiana al mutare di tempi e mode culturali italiche trovarlo schierato, a inizio anni Ottanta, tra i corifei del “pensiero debole” (il suo saggio L’antiporfirio occupa le pp. 52-80 del Pensiero debole curato da Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti per Feltrinelli nel 1983 e fu accolto due anni dopo nel suo stesso Sugli specchi e altri saggi, per poi innervare parte delle riflessioni consegnate ai saggi nella Enciclopedia Einaudi, che poi saranno rifuse in Semiotica e filosofia del linguaggio [Einaudi 1984]; ma quel saggio mantiene ancora una sua vitalità se l’autore ha pensato di riproporlo, sebbene rimaneggiato, in apertura del suo Dall’albero al labirinto. Studi storici sul segno e l’interpretazione [Bompiani 2007] col titolo eponimo, per poi venire ripreso ancora in qualche modo nell’ultimo capitolo, il diciottesimo, di quello stesso volume: Il pensiero debole vs i limiti dell’interpretazione, pp. 517-536) e, un ventennio dopo, ad anticipare quello che passerà sotto il nome di “nuovo realismo” (c’è una progressione nei lavori di Maurizio Ferraris, dall’Estetica razionale, Cortina 1997, poi 2011, al Manifesto del nuovo realismo, Laterza 2012). Vedi anche la nota 13.

[5]
(Anche) per farsi spazio nell’affollato ma ormai accademico arengo dei semiotici italiani, Claudio Paolucci ha però argomentato con acume che del Trattato è stata sviluppata esclusivamente la prima parte (teoria dei codici): vedi l’impostazione della sua Introduzione al volume, da lui stesso curato: Studi di semiotica interpretativa (Bompiani 2007). Esso ospitava, come secondo capitolo, anche il saggio di Eco La soglia e l’infinito (pp. 145-176), che nella versione quasi identica per U. Eco, Dall’albero al labirinto (cit., pp. 463-484) aggiungeva come sottotitolo che circoscriveva l’ambito di indagine (se non lo chiariva per un “lettore ideale” del volume che non fosse propriamente laureato in semiotica) Peirce e l’iconismo primario.

[6]
Mi riferisco al ‘thema’ proposto da Gerald Holton nel saggio Dionisiaci, apollinei e immaginazione scientifica [1979], in Id., L’intelligenza scientifica. Un’indagine sull’immaginazione creatrice dello scienziato (trad. e cuira di Franco Voltaggio, Armando 1984, pp. 184-215).

[7]
Questo il titolo del volume curato da Lorena Preta per Laterza nel 1991, che redazionai e corredai delle consuete informazioni bio-bibliografiche (Note sugli autori, pp. 247-268), ricavate dalle schede già approntate per conto della Fondazione Sigma-Tau in merito agli eventi estivi in occasione del Festival dei Due Mondi. Il saggio di Eco è alle pp. 65-71.

[8]
Sarebbe bello se, dopo aver donato tanti volumi a lui inutili alla biblioteca del paesello, trasferisse nel palazzotto la sua biblioteca milanese, stimata intorno ai 50mila volumi. In effetti, nei primi anni Novanta c’era un vago progetto di fondare una biblioteca specializzata da quelle bande marchigiano-romagnole, e credo fosse stato ventilato anche il mio nome come “novello padre Jorge”. Ritengo però che il progetto si sia rivelato poco fattibile e gli sforzi si siano allora concentrati sul solo centro sammarinese.

[9]
Purtroppo adesso disponibile soltanto nell’Economica Laterza, che se consente di acquistarla a un prezzo contenuto, tradisce le sue origini nella bella collana «Fare l’Europa», un progetto ardito, voluto da 5 editori europei nella prima metà degli anni Novanta con il suo amico medievista Jacques Le Goff (scomparso il 1° aprile 2014) quale direttore scientifico, ma che purtroppo non riscosse il successo auspicato (era forse ‘troppo avanti’?).

[10]
Per acribia filologica, aggiungo che nella versione a stampa del 2001 era alle pp. 273-4, mentre originariamente comparve sull’Espresso del 31 luglio 1997, p. 170, col titolo Conoscete Giovanni il Battezzatore? C’è un editore che non lo conosce.

[11]
Quest’ultima purtroppo non è stata ripresa nel volumetto, ma uscì sull’Espresso del 7 novembre 1996, p. 218: questa congiunzione astrale con la mia data di nascita avrà qualche senso recondito…?

[12]
Entrambe figurano nell’edizione già citata della Bustina di Minerva, all’interno della sezione «Zanzaverata di peducci fritti», che fa ridere soltanto a pronunciarla, come pubblicità che, non ho mai saputo se a torto o a ragione, gli venivano attribuite: «Chi Vespa, mangia le mele» e «[il prodotto X] sfrizzola il velo pendulo».

[13]
Opera aperta testimonia del suo titolo anche nelle rielaborazioni editoriali: quella ne varietur del 1976, rispetto alle due precedenti (1962 e 1967) , ha lasciato per strada il saggio sulle Poetiche di Joyce, ripubblicato però a sé nel 1965 e poi nuovamente nel 1972. Anche nelle numerose traduzioni (10, dal 1965 al 1989, sono rubricate nell’Appendice bibliografica di Semiotica: storia teoria interpretazione, il poderoso testo di Saggi intorno a Umberto Eco curato da P. Magli, G. Manetti, P. Violi; Bompiani 1992: vedi a p. 445) la ‘cucina’ editoriale estera ha prodotto vari rimaneggiamenti, per cui si può quasi dire che non ce ne sia una uguale a un’altra, ma soprattutto che è difficile farle risalire precisamente a un originale ben definito. Insomma, si tratta di un’opera instabile quanto lo Zeitgeist, in un equilibrio difficilissimo da mantenere così a lungo, ma per ciò tanto più stimolante e meritevole di riletture – anche nel senso che se le è meritate tutte!

Redattori in auge!!!

Mimosa

Ma quanti begli anniversari si stanno festeggiando questi giorni: il 7 marzo il cinquantenario della Bloody Sunday, in cui si svolse la prima delle marce in Alabama contro la segregazione nei confronti dei ne(g)ri. L’8 marzo, accompagnato dalle solite mimose (spesso purtroppo strappate brutalmente da alberelli coraggiosi), si celebra la giornata della donna, pur non sapendo bene quale…

Il ponte Edmund Pettus, in Alabama, finalmente attraversato.

Il ponte Edmund Pettus, in Alabama, finalmente varcato dai manifestanti.

 

Ma no, aspettate un attimo, distratto da questo clamore di fondo mi sto perdendo qualcosa, che per i nostri interessi, qui e ora, è di importanza perlomeno analoga a quelle di cotali eventi: un’altra vittoria r-e-d-a-z-i-o-n-a-l-e (sensazionale).
La Camera del lavoro metropolitana di Bologna ha riportato l’esito della trattativa per 14 dipendenti della casa editrice il Mulino, che andranno a costituire la start-up/spin-off Edimill (contrari però i Cobas, il cui comunicato, duro e articolato, condanna l’accordo come «illegittimo per violazione delle disposizioni previste dalla legge 223/91»).
E il caso ha voluto che la data coincidesse con quella della sentenza storica con cui l’Ispettorato del lavoro di Milano ha ingiunto a una delle maggiori aziende editoriali italiane di assumere a tempo indeterminato 21 redattori, che in precedenza erano stati costretti a lavorare con modalità inadeguate.

Uno dei manifesti realizzati da ReRePre

Uno dei manifesti realizzati da ReRePre (2013)

Di quest’ultima notizia hanno parlato già Bibliocartina (con utile riepilogo, nei link e in calce, degli interventi precedenti in merito) , Roberto Ciccarelli sul Manifesto, Federica Zicchiero sul suo blog e uno dei focus sull’editoria che abbastanza regolarmente Andrea Coccia pubblica su Linkiesta; di quest’ultimo invito a leggere soprattutto il capoverso finale, che va oltre l’intento celebrativo e segnala le difficoltà «oltre la punta dell’iceberg».
La «manifestazione di interesse non vincolante relativa a una eventuale operazione di acquisizione dell’intera partecipazione detenuta da RCS MediaGroup S.p.A. in Rcs Libri S.p.A., pari al 99,99% del capitale sociale, nonché dell’ulteriore complesso di beni e attività che costituiscono l’ambito librario di RCS MediaGroup» (ricopio dal comunicato ufficiale Mondadori dello scorso 18 febbraio, giusto per non sbagliare, anche se a scapito dell’intelligibilità…) è stata l’argomento più discusso in rete negli ultimi mesi, sin dalla prima indiscrezione trapelata su Dagospia; per farla breve, invito a leggere ancora su Bibliocartina il comunicato ‘recalcitrante’ del Comitato di redazione e Rappresentanze sindacali unitarie di RCS.
Vorrei solo sperare che l’esito di questa proposta non porti di fatto a vanificare quelle assunzioni (come insinua, oltre al già citato articolo del Manifesto, anche Il Libraio), dato che Mondadori è ricorso contro la decisione dell’Ispettorato. Un’azione che se da un lato rientra in un modo di fare tipico di Segrate e del suo (ex) presidente, dall’altra ha il valore, più pratico, di prendere tempo, anche riguardo a questa maxi-operazione che porterebbe alla formazione di un supergruppo che varrebbe il 40% del mercato librario nostrano (25% scolastico, quasi 70% tascabili – proprio oggi Alessandro Gazoia ne ragiona in maniera tanto approfondita quanto intelligente su Internazionale).
Qui Il Libraio fa riflettere su alcune conseguenze possibili del matrimonio che per molti (compreso il ministro della cultura Franceschini, a differenza del presidente del Consiglio) “non s’ha da fare” e qui presenta il parere di Alberto Galla, presidente dell’ALI, l’Associazione librai italiani.
RCS-palazzo
La risposta di RCS, che si dovrà attendere al massimo fino al 29 maggio, quando ci saranno nuovi dirigenti, va nella medesima direzione.
Non so se questa campagna-acquisti sia soltanto da imputare al tentativo, in prospettiva, di porre un argine a «colossi del web», tipo Amazon, nello spirito che in anni recenti ha creato altre mostruosità: da «l’affare Vivendi» al più recente Penguin Random House. Su tutto questo non posso che citare ancora una volta la conclusione, amara ma realistica, di André Schriffin: «Il processo di concentrazione […porta] in un vicolo cieco: quanto più stretto è il controllo sui media, tanto più difficile diventa aprire un dibattito pubblico complessivo sulla loro situazione. E quanto più potenti sono i media, tanto più difficilmente i governi cercheranno di impedirne ulteriori fusioni» (Il controllo della parola, Bollati Boringhieri, 2006, p. 81). Correttamente in un’ottica sistemica Schiffrin esaminava l’insieme complessivo dei media (ossia, non unicamente l’editoria libraria, ma anche quotidiani, radio e televisione – e magari bisognerebbe aggiungere anche internet e telefonia – in ciò l’attuale petizione #menogiornalimenoliberi sembra imperfetta, anche se va firmata comunque); dunque per capire cosa sia in ballo anche qui occorre allargare la prospettiva (e fare ipotesi popperianamente ardite, salvo confutarle/rigettarle quando non siano corroborate): così potrebbe assumere un senso più chiaro la proposta di acquisto delle torri di trasmissione RaiWay, cioè servirebbe a mostrare che l’attacco mondadoriano è a tutto campo.

Il logo della casa editrice bolognese.

Il logo della casa editrice bolognese.

Concentriamoci adesso ad analizzare meglio l’altra notizia, così eclatante visti i “chiari di luna” attuali.
L’elemento più stimolante è dato forse dalla possibilità di saltare a pie’ pari la nuova normativa: ricordo infatti che il famigerato Jobs Act è entrato in vigore proprio in questi giorni, ma i lavoratori bolognesi hanno ottenuto l’applicazione dell’articolo 18 com’era in precedenza, nel punto della «clausola di responsabilità solidale» che anche il sindacato reputa tanto significante da scriverlo in nero.
Poiché la neonata Edimill sarà formata da 14 redattori, licenziati dal Mulino appositamente per venire riassunti lì, è stato specificato che non si applica la soglia minima dei 15 dipendenti per la reintegra in caso di licenziamento illegittimo, né per la facoltà di eleggere propri rappresentanti sindacali. Completa l’elenco di fattori positivi l’impegno a «un dettagliato piano formativo».
Ma c’è anche un elemento di segno opposto, e assai netto: la chiusura a ogni possibilità di applicare clausole analoghe anche ai lavoratori della casa editrice romana Carocci, la cui aspra battaglia tra dicembre e gennaio è stata ampiamente seguita qui (si vedano almeno questo post e quest’altro, a consuntivo).
Un ex-collega e amico che fa parte dei 10 redattori “parcheggiati” per un anno in CIGS ha commentato così:

Colpisce la smaccata disparità di trattamento rispetto a quello che ci è stato riservato. Noi siamo stati semplicemente buttati di sotto con un piccolo paracadute. E il fatto che nemmeno in linea teorica Carocci-Mulino abbia preso in considerazione l’ipotesi di coinvolgere in qualche modo i cassintegrati Carocci nella nuova struttura che nasce, evidenzia la volontà di silurarci a prescindere.

Chissà come sarebbe andata se i colleghi del Mulino avessero avuto l’aiuto di San Precario, cioè un sostegno fattivo anche da parte della Rete dei redattori precari?
Eppure è arduo resistere in questo “deserto del reale” dell’editoria, così mutevole e sdrucciolevole (forse è regredita a un “perverso polimorfo”?); le file si assottigliano, si cercano altri spazi e lavori diversi, che consentano di respirare normalmente anziché di boccheggiare a stento.

Simona, una delle attiviste di ReRePre della prima ora (si parla del 2008…), intervistata da Ciccarelli, è schietta, diretta, non si vanta del successo per nascondere le difficoltà che il movimento sta attraversando:

«Ci stiamo con­tando — molti di noi […] hanno cam­biato mestiere o paese. C’è molto da fare: biso­gna pen­sare al lavoro auto­nomo, all’estensione delle tutele, creare un tarif­fa­rio per non soc­com­bere tra studi edi­to­riali e edi­tori che non pagano. Biso­gna capire se ci sono le energie». Perché il limite a tutte le azioni da intraprendere, come sempre e specialmente in Italia (basti vedere l’affluenza alle urne), «sta nell’abitudine a dele­gare e a non agire in prima persona».

Ma pure in un momento di riflessione non si possono, non si devono dimenticare i due obiettivi che sono stati fissati l’autunno scorso, in occasione del rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro per il comparto grafico-editoriale:

  1. preparare un lavoro negoziale che faccia da fondamenta per costruire un contratto unico che rappresenti tutti i lavoratori della cosiddetta filiera della carta e della comunicazione;
  2. organizzare un Forum o “Stati Generali dell’Editoria” per sensibilizzare l’opinione pubblica e le Istituzioni sull’importanza anche democratica, del Settore, e per tentare di dare un futuro a decine di migliaia di lavoratori.

I colleghi traduttori di StradE sono già un pezzo avanti per il primo punto e la collaborazione con ReRePre è già stata avviata (pur tenendo conto delle inevitabili e divergenti specificità); per il secondo, il Book Pride organizzato da ODEI ai Frigoriferi milanesi per fine marzo potrebbe fare da battistrada, un’utile occasione per scambiare idee fra addetti ai lavori, ma non solo (e reclutare nuove leve).

Il logo del Sindacato traduttori editoriali.

Il logo del Sindacato traduttori editoriali.

Tutti a Book Pride (Milano, 27-29 marzo 2015)!

Tutti a Book Pride (Milano, 27-29 marzo 2015)!

 

 

 

 

 

 

Il Sindacato dei lavoratori della comunicazione sta, finalmente anche se faticosamente, abbracciando un’ottica e acquisendo una consapevolezza diverse, più aperte al frammentato, sfuggente scenario contemporaneo (con l’occasione segnalo la ricerca Ires-Federazione dei lavoratori della conoscenza, ben più stimolante del titolo Lavoro – conoscenza – sindacato: una ricerca tra i lavoratori cognitivi, datata 2 ottobre 2014).

Logo e motto CGIL.

Logo e motto CGIL.

Così l’accostamento, dapprima casuale, degli ultimi argomenti porta da sé, quasi naturalmente, o misticamente, la soluzione: per non rimanere schiacciati e asserviti bisogna, ora più che mai, collegarsi ad altre realtà precarie, cercare modalità di intervento comuni, elaborare piani e strategie almeno affini per far sentire la propria voce, sempre più forte e dritta, pertinente e penetrante. Indomita. In segno di rispetto per (il) sé e in nome della dignità del lavoro.

Semplicità (?) insormontabili (?)

Per questo post ho scelto lo stesso titolo della rubrica che Roberto Casati e Achille Varzi tengono da parecchio tempo sul “domenicale” del Il Sole 24 ore. Non saprei dire da quanto, perché sull’edizione on-line del quotidiano non c’è, né tantomeno si ricavano notizie a tale riguardo. Ma questo è un dettaglio secondario, rispetto alla reazione indispettita che mi ha suscitato e ho cercato di esprimere tramite i punti interrogativi e non si è attenuata neanche lasciando passare una decina di giorni (anzi…).
Per chi non avesse presente il genere, si tratta di dialoghetti (da un calcolo molto sommario si aggirano sui 3500 caratteri, anzi 600 parole, dato che sui giornali si preferisce contare queste ultime, giusta il sistema anglo-americano) fra personaggi fittizi su un microtema, affrontato talora con arguzia, comunque sempre con l’intento di ‘smontare’ qualche ragionamento vizioso: i «crampi mentali» del buon vecchio Ludwig Wittgenstein…
Il titolo di quello di domenica 22 giugno 2014 è: Correggi a caso o a casa? ed esordisce con una ‘Lei’ che inveisce contro la stupidità del correttore ortografico — si lascia all’intelligenza del lettore intendere quello di un programma di scrittura, ovvero elaboratore elettronico di testi (come si chiamavano un tempo). Nulla da eccepire: io lo disattivo sempre (come una volta il famigerato T9 sui cellulari), da quando notai che Word di Micro$oft si ostinava a cambiare ‘Mondadori’ in ‘Mondatori’ e anche ‘on(-)line’ in ‘ondine’. [NOTA 1 ]
Un ‘Lui’ replica pacatamente facendo una distinzione, apparentemente inusitata, fra «errori-nonparola» (quelli ortografici, come ‘enrtò’ al posto di ‘entrò’) ed «errori-parola»: questi ultimi non sono definibili in positivo ma in opposizione ai precedenti, cioè si tratta di parole che si possono giudicare sbagliate soltanto in base a un contesto specifico.

Fin qui tutto bene. Anzi, viene addirittura menzionato il fatto che attualmente le macchine (integro ancora: calcolatori specializzati nell’analisi di testi) vengono “addestrate” ricorrendo a corpora molto ampi, che riducono le possibilità di errori, anche se non possono escluderle del tutto.
A mio avviso ciò dipende dall’essere procedure induttive, cioè bottom-up: niente di male, ma mi viene in mente che già Chomsky a metà degli anni Sessanta mise in luce i limiti di approcci del genere nella creazione di teorie linguistiche, preparando così il campo alla propria, poi assurta alla notorietà internazionale come «generativo-trasformazionale». [NOTA 2]
Proseguo nelle associazioni liberamente creative, al contempo implorando clemenza ai ‘veri’ esperti e studiosi sia di linguistica sia di informatica: la linguistica dei corpora (corpus linguistics) [NOTA 3] è stata un po’ come il (grosso modo coevo) connessionismo negli studi sull’intelligenza artificiale.

Ma sto divagando troppo, per cui torno subito all’articolo di Casati e Varzi (questa frase però si capisce meglio se si riemerge qui subito dopo la lettura della nota 3…).

‘Lui’ dichiara (spavaldamente? per disperazione? chissà…) di poter fare meglio assoldando un correttore di bozze. Al che ‘Lei’ risponde (con un tono fra l’ironico e il supponente):

Non dormirei tranquillo. Le mie statistiche dicono che un correttore umano sbaglia il 70 per cento delle volte con gli errori-parola. Questo significa (fai un paio di conti) che se hai un testo con dieci errori-parola, la probabilità che il tuo correttore non ne trovi precisamente tre è maggiore del sessanta per cento.

Non vale la pena andare oltre, dato che la storiella si conclude con una battuta (a mio avviso poco felice e ben poco risolutiva, rispetto al problema affrontato, o meglio appena accennato). Non è neanche ben chiaro perché l’iniziativa sia passata alla ‘Lei’, ma sorvolo anche su questo.
Mi piacerebbe davvero sapere da dove i due filosofi italiani tirino fuori quelle statistiche: io non le ho mai sentite (ma so di essere ignorante).
Certo non è il domenicale la sede adatta per fornirle. Peccato, passo dunque alle riflessioni che mi ha scatenato questa inedita perla di saggezza del duo.

Accidenti, ma se le cose stanno così, se cioè il lavoro sul testo mantiene ancora margini di errore così alti, allora fanno bene le case editrici a dismettere quel ramo che una volta era di competenza in parte della redazione e in parte (maggiore) del c.d. ufficio tecnico (oggi ormai estinto), ossia quello di pertinenza dei correttori di bozze: tanto secondo Casati e Varzi non servono a granché. Dove i due paiono giustificare in tal modo una prassi che ormai ha preso piede irreversibilmente ovunque a livello industriale, portando di fatto a libri complessivamente più scorretti. Eppure così facendo possibile che non ci si renda conto che si finisce per buttare alle ortiche senza troppi rimorsi anche una storia lunga ormai già qualche centinaio di anni (difatti, per la co-occorrenza con l’invenzione della stampa, i primi correttori pienamente consapevoli del proprio ruolo e della propria importanza furono gli umanisti, ma su questo rimando a un post che prima o poi dovrò decidermi a scrivere!). Che sia diventato troppo pesante l’onere di cotale stirpe? Tanto da sacrificarlo all’imperativo dell’efficienza-a-ogni-costo (in senso letterale, badate bene!). [NOTA 4]

  • Dunque a che servono volumi come quello di M. Cammarata, Il correttore di bozze (Bibliografica 1997), tanto per citare il primo concepito specificamente per il pubblico italiano che mi venga in mente? Altri potranno seguire a richiesta…
  • E quindi non caverebbe un ragno dal buco (in questo caso: un refuso dal testo) nemmeno Analizzare e correggere gli errori, come cercano di insegnare A. Cattana e M.T. Nesci nel volume omonimo, curato dalla linguista C. Marello per l’editore perugino Guerra nel 2004?

Cattana, Nesci (2004)

  • E dove mettiamo le riflessioni, stimolanti e originali, sul rapporto fra linguistica testuale e redazione editoriale, che si possono leggere nel numero 103 degli Antwerp Papers in Linguistics, curato da Kris Van de Poel nel 2003?
  • Quest’ultimo è solamente uno dei possibili modi di ‘tagliare’ la materia, affrontata dal Gatto e la Volpe, probabilmente con superficialità inconsapevole, ma non per questo meno colpevole. Aggiungo che il sottotitolo di quel numero di rivista olandese è «From a talent to a scientific discipline»: a mio avviso esso coglie ed esprime in maniera pienamente significativa il tentativo/l’intento di passare da una considerazione ‘ingenua’ (un’abilità personale, ritenuta magari istintiva) alla costruzione ‘autocosciente’ di una funzione (alla quale provare ad applicare i principi della scientificità contemporanea: fallibilità, ripetibilità, impersonalità ecc., anche se non tutti sono sempre condivisi da tutti — ma non voglio impelagarmi adesso in una disquisizione epistemologica, ché il fine è un altro). Sforzo che trovo lodevolissimo e interamente condivisibile.
  • Posso esagerare? Ecco, allora i due compari andassero a consultare siti come quello dei redattori canadesi (assolutamente, radicalmente, indefettibilmente bilingui, come accade da noi in Alto Adige, ovvero Südtirol: versione francofona oppure versione anglofona); forse avranno difficoltà a sceverare fra structural editing, stylistic editing, copy editing e proofreading, però nei corsi che mi è capitato di tenere ho sempre provato un grande piacere nel portare tutto ciò a esempio del livello di finezza al quale può essere condotto il lavoro che si può compiere (si compiva? non si compirà più?) su un libro (intendo anzitutto di carta, ma credo che il supporto non conti più di tanto, tutto sommato [NOTA 5]). E che qui, nell’incuria e nell’abbandono, generali e specifici, pancronici e congiunturali, che affliggono il settore editoriale, è sicuramente molto difficile comprendere, spiegare e ancor più applicare. E che per questo viene sempre più svilito, degradato, estromesso dalle funzioni-chiave dell’azienda contemporanea (mi verrebbe da dire: non meramente editoriale).
  • E non si dica sia una fisima di noi occidentali: anche down under hanno «levels of editing» del tutto omologhi!
  • Potrei continuare, anche se ribaltando le carte e un po’ alla rinfusa, ma in realtà per salire di livello, ampliare sempre di più l’ambito del discorso e (tentare di) far capire che non è una questioncella secondaria né peregrina: fu Lev N. Tolstoj, scrivendo a un amico nel 1878, a coniare l’espressione «energia dell’errore», ripresa felicemente nel titolo di quel Libro sul soggetto (e nel capitolo eponimo, pp. 37-65) che è dopotutto un guazzabuglio ma anche l’ultimo lavoro a firma di Viktor Šklovskij, tradotto dalla bravissima (e amica) Maria Di Salvo per gli Editori Riuniti nel 1984 (Eнepгия злyждeния. Kнuгa o cюжeтe, 1981).
  • Che migra mutando fino a un misconosciuto La macchina dell’errore. Storia di una lettura, pubblicato da Mario Lavagetto per la PBE nel 1996.
  • E che, rimanendo in una temperie culturale affine, a me ricorda ciò che J.M. Lotman affidò ai suoi ultimi scritti, anche se non sono (ancora?) in grado di motivarlo e sebbene non vi sia citato il corifeo dei formalisti: mi riferisco propriamente a La cultura e l’esplosione. Prevedibilità e imprevedibilità (Feltrinelli 1993 [Kультyp и взрыв,1991]) e al suo ‘testamento’ (altro elemento che li accomuna!) Cercare la strada. Modelli della cultura (Marsilio 1994).
  • Forse che l’errore non è anche alla base dell’asimmetria popperiana tra verificazione e falsificazione? E proprio di asimmetria parla Lotman diffusamente, come chiosato qui in maniera che ci interessa più da vicino: «In ogni caso, le asimmetrie provocano tensioni, ora in un senso ora in un altro, creano un dinamismo che costringe il sistema a evolvere e a elaborare nuova informazione; lo costringono a tradurre e, traducendo, a produrre senso» (A.M. Lorusso, Semiotica della cultura, Laterza 2010, p. 88). Potrebbe essere una rilettura originale della «tensione essenziale» kuhniana, che sebbene ormai inesorabilmente démodée, vorrei ricordare tramite l’acuta ricerca di M. Buzzoni, Semantica, ontologia ed ermeneutica della conoscenza scientifica (Franco Angeli 1986).
  • Chiudo, addirittura e insolitamente, con un romanzo: George Steiner, Il correttore (Garzanti 1999 [Proofs, 1992]). L’autore, si sa, ha al suo attivo anche quel grande, scomodo libro che risponde al titolo di Dopo Babele. Aspetti del linguaggio e della traduzione (Garzanti 1995 [1992], che amplia la prima ed. Sansoni 1984 [1975 – una terza ed. Oxford UP, con poche correzioni aggiuntive, è poi del 1998]).

    Copertina della prima edizione inglese (Steiner 1975)

    All’inizio del Correttore si riferisce di «una storia leggendaria a proposito di correttori in un altro paese, […], che avevano corretto gli argomenti formali in un venerato trattato di logica matematica, semplicemente perché avevano notato delle irregolarità nel sistema prescritto di notazione simbolica e algebrica». E anche di un’altra «strana storia di un errore di stampa che aveva mutato i versi di un poeta elisabettiano dozzinale in oro zecchino. Qualche vagabondo aveva scritto delle banalità su una dama i cui capelli (hair) diventavano grigi e avevano perso la loro pristina luminosità; omettendo la ‘h’ in quel cliché, uno stampatore frettoloso aveva trasformato le parole in ‘a brightness falls from the air’ (‘una luminosità cade dall’aria’, invece che ‘scompare dai capelli’)» (p. 11). Ma verso la fine, in un dialogo fra il giovane collega che ha soppiantato il vecchio “Gufo” cui non sfuggiva neanche un refuso (e che durante un’escursione con l’amica riscopre epigrafi paleocristiane), riaffiora il magistero scholemiano: «Sa cosa insegna la Cabala? Che tutto il male, tutte le sofferenze dell’umanità provengono dallo sbaglio di uno scrivano pigro o incompetente che sentì male, o trascrisse erroneamente, un’unica lettera, un’unica e sola lettera nel Testo Sacro. Ogni errore successivo ci è pervenuto tramite e a causa di quell’unico erratum»(pp. 76 s.). Spero di non fare la fine del “Gufo/Professore” (Anacleto?), anche se ho l’impressione di essere, ancora una volta, vox clamantis in deserto

 

NOTE

[1] Poi mi sono liberato della seccatura passando a Open Office e adesso a Libre Office. Sarebbe però interessante, almeno per me, sapere se sia più comune il primo o il secondo fra i due termini selezionati dal programma (in questo caso significherebbe indicare quale dei due il parlante medio nativo avverta come non/meno-inusuale) e soprattutto in base a QUALI criteri l’azienda Micro$oft gli fa scegliere quello che, almeno per me (ripetizione voluta!), è meno comune…
 
[2] La teoria stessa si è evoluta incessantemente per oltre quarant’anni e ha dato origine a una gamma di esiti così diversi tra loro, che di fatto è impossibile fornirne una bibliografia sintetica E ANCHE comprensiva. Secondo vari studiosi (Searle, Koerner, Newmeyer, Katz ecc.), infatti, Chomsky innescò una ‘rivoluzione’ nel campo. Per ragioni esclusivamente personali, quindi, mi piace rammentare: E. Bach, T.R. Harms (a cura di), Gli universali nella teoria linguistica (Boringhieri 1978 [ed. or. 1968]) e A. Radford, La sintassi trasformazionale. Introduzione alla teoria standard estesa di Chomsky (Mulino 1983 [ed. or. 1981]); a un livello più semplice c’è anche il libretto di G. Graffi, Che cos’è la grammatica generativa (Carocci 2008, 4ª rist. 2013) «E qualcuno dirà che c’è un <libro> migliore…» (adattamento di una citazione da una canzone di De André del 1972).

[3] Probabilmente poiché è una disciplina più recente, su di essa si trovano molti materiali in rete (p.es. il grosso Corpora e linguistica in rete, a cura di M. Barbera, E. Corino e C. Onesti – Guerra 2007 e il librettino di M. Barbera, Linguistica dei corpora e linguistica dei corpora italiana. Un’introduzione – Qu.A.S.A.R. 2013: per entrambi si veda il sito del docente Manuel Barbera). Qui indico ancora, soprattutto perché questo sviluppo è interessante anche per chi si occupa di traduzione: M. Hédiard, Linguistica dei corpora. Strumenti e applicazioni (Università di Cassino 2007); A. Panunzi, E. Cresti, Introduzione ai corpora dell’italiano (Mulino, 2013); M. Freddi, Linguistica dei corpora (Carocci 2014) – per l’anomalia che porta due editori affini e già da tempo operanti in sinergia a pubblicare testi analoghi (e non è l’unico caso: un’amica docente regolarmente incardinata [che tecnicismo raccapricciante…] mi ha confidato di recente l’imbarazzante difficoltà di dover scegliere fra P. D’Achille, L’italiano contemporaneo [Mulino, ultima ed. 2010] e L. Lorenzetti, L’italiano contemporaneo [Carocci, ultima rist. 2013] come volume da consigliare agli studenti).
Fra i siti internet consiglio, cominciando dal versante didattico: M.G. Guidetti, G. Lenzi, S. Storchi, Potenzialità e limiti dell’uso dei corpora linguistici per la didattica dell’italiano LS (Bollettino ITALS aprile 2012, a. X, n. XLIV), con utile sitografia, da integrare però in un inquadramento più ampio con l’articolo di M. Baroni, Corpora di italiano (dall’Enciclopedia dell’italiano sul sito Treccani, datato 2010) e soprattutto con le trattazioni che Isabella Chiari, docente alla Sapienza di Roma, ha raccolto sull’argomento nel sito alphabit.net, ricordando che la stessa ne aveva già iniziato a fare cenno, come sede assolutamente opportuna, in più parti del suo Introduzione alla linguistica computazionale (Laterza 2007).

[4] Questo aspetto è stato considerato da A. Schiffrin sia in Editoria senza editori (Bollati Boringhieri 2000) sia in Il controllo della parola (ivi 2006 [Le contrôle de la parole/Controlling the media, 2005; trad. di N. Negro]). Ci vorrei tornare meglio, intrecciandovi le riflessioni di un altro ‘grande vecchio’ dell’editoria europea, Klaus Wagenbach.

Klaus Wagenbach, classe 1930

André Schiffrin (dal sito Letteratu.it)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[5] A tale riguardo il denso volume di A. Zinna, Le interfacce degli oggetti di scrittura. Teoria del linguaggio e ipertesti (Meltemi 2004) mi sembra ancora utile accanto a G. Roncaglia, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro (Laterza 2010).

Una modesta proposta… ecumenica, in odor di eresia?

La festa mobile del Paràclito
Ieri era il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua, in cui i primi cristiani celebravano la Pentecoste (da cui il nome stesso); la seconda lettura a messa è tratta, come di solito, dall’inizio degli Atti degli apostoli, dove si parla dello Spirito santo che discende sui discepoli di Cristo e li rende capaci di parlare con tutti nelle loro stesse lingue.
Vale a dire, di esprimersi come se fossero traduttori/interpreti provetti, in grado di padroneggiare idiomi altrui anche lontani, astrusi, ignoti ai più.
Rileggiamo con attenzione il passo 2, 2-13 (cito dall’edizione curata dalla Conferenza episcopale italiana nel 2008, disponibile online p.es. a questo indirizzo con agevole maschera di ricerca[nota 1]):

tutti […] cominciarono a parlare in altre lingue [… e] ciascuno li udiva parlare nella propria lingua […] nativa,

indipendentemente dalla loro nazionalità di origine:

Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi.

Ciò avvenne con un fragore improvviso dal cielo, come un vento che si abbatte impetuoso, come lingue di fuoco (riordino liberamente, mantenendo però i termini presenti nella CEI), provocando turbamento, stupore, meraviglia, perplessità, ma anche derisione, se alcuni li schernivano affermando:

Si sono ubriacati di vino dolce.

Che è soltanto una modalità diversa del rendere invisibile, trasparente, il lavoro traduttorio.

Rivendicazione e proposta
Perché, allora, non farsi carico di questo senso di ‘straniamento’ riappropriandosene bellicosamente e mutandone orgogliosamente il segno, passando cioè dall’ostranenije di origine tardo-ottocentesca del formalismo russo alla Verfremdung brechtiana[nota 2], perché non sfruttare questa occasione per celebrare IL GIORNO DELLE TRADUZIONI?
L’umile lavoro svolto quotidianamente dai traduttori/interpreti sparsi in tutto il mondo rinnova senza posa quel momento altissimo e splendido, quello squarcio apparentemente singolare, avvicinandolo (come forse avrebbe voluto Cristo?), ossia rendendolo più affine (e non più evento isolato), alle capacità, abilità e competenze umane.

Zeitgeist
A) L’uso dell’aggettivo ‘trasparente’, assolutamente sostituibile (quindi perfetto sinonimo, in base alla prova di commutazione hjelmsleviana) in quel contesto, non è affatto peregrino, anzi, del tutto intenzionale. Per questo è evidenziato in nero.
Infatti credo sia soltanto un caso apparente che il primo testo pubblicato da Lawrence Venuti (Our Halcyon Days: English Prerevolutionary Texts and Postmodern Culture) sia comparso nel 1989, lo stesso anno in cui uscì La società trasparente di Gianni Vattimo: a mio modesto avviso potrebbe essere oltremodo interessante, fruttuoso, istruttivo (scegliere l’aggettivo più adatto) un confronto tra le tesi di fondo del filosofo torinese (di cui si parlò molto nei primi anni Novanta, all’interno del tentativo di fornire un quadro interpretativo del postmoderno e/o del ‘pensiero debole’, dopo il fondamentale Crisi della ragione) e gli spunti più generali che emergono dalla lettura venutiana ‘eversiva’ della storia delle traduzioni.

B) Per chi sia troppo giovane, rammento che quello fu l’anno in cui crollò il muro di Berlino, preludio al crollo della ‘cortina di ferro’, cioè dei regimi che gravitavano neall’orbita culturale sovietica, e quindi anche al disfacimento dell’Unione delle (15) repubbliche socialiste, che divenne prima una Federazione russa e poi si ridenominò Comunità degli Stati indipendenti [nota 3]. In quegli anni di cambiamenti tanto rapidi quanto immani, uno degli slogan di Michail Gorbačëv era glasnost’, usualmente ma imprecisamente reso in italiano con ‘trasparenza’ [nota 4]!

* * * *

nota 1
Confrontare le versioni in latino e greco, che si possono ricavare (come DOC) da questa pagina sul sito Documenta Catholica Omnia.

nota 2
Trovo il parallelo in J. Striedter nella sua Einleitung al primo volume dei Texte der russischen Formalismus, Fink, München 1969, poi 1971 e 1977 in economica (senza originali russi a fronte); in inglese si legge a p. 6 del suo Literary Structure, Evolution, and Value. Russian Formalism and Czech Structuralism Reconsidered (Harvard UP, Cambridge-London 1989 – «Harvard Studies in Comparative Literature», 38). L’estraneazione di Brecht ha una consapevolezza e, dunque, una capacità di incidere maggiore rispetto all’altro concetto.
Su internet si trova un saggio di Luca Di Tommaso del 2008 che analizza la relazione fra i due termini, citando altri autori di rilievo nella letteratura a riguardo.

nota 3
A me che non sono uno specialista, consultando tutti i link presenti nelle sezioni 9.3 e 10. della voce wikipediana Storia della Russia pare che si ottenga una ricostruzione discreta, almeno per quanto concerne i fatti.
Un testo da tenere presente sicuramente è Timothy Garton Ash, le rovine dell’Impero. Europa centrale 1980-1990 (Mondadori 1992: è la fusione di The Uses of Adversity, Random House, New York 1989 e di We, the People, Granta Books, Cambridge 1990; traduzione di Marco Papi), soprattutto per l’ottica allargata da parte di un testimone oculare e ‘partecipativo’.

nota 4
In realtà il concetto mi sembra più prossimo a quello di Öffentlichkeit, le cui origini settecentesche seppe ricostruire Habermas nell’ormai lontanissimo 1962 (dando filo da torcere, già allora, ai traduttori, pur illustri; il titolo fu reso con Storia e critica dell’opinione pubblica).
Significa libertà di espressione e di informazione (non semplicemente ‘diritto all’informazione’, quale si legge nel Sabatini-Coletti on-line tramite CdS, scopiazzato p.es. sub voce dal Dizionario-italiano.org), come informava in un intervento sul tema (facilmente reperibile googlando) il russista Vittorio Strada nella terza pagina del «Gazzettino» del 21 marzo 1987, ricordando tra l’altro che il medesimo termine fu utilizzato già da Solženitsyn nella lettera aperta al IV Congresso degli scrittori sovietici (1967) quale condizione per la rinascita del proprio paese.
Sagacemente, il “dizionario di scienze e tecniche” nota l’influsso semantico esercitato dall’«assonanza con la parola inglese, tedesca, francese che designa il vetro (rispettivamente glass, Glas, glace)». Lo chiamerei più precisamente ‘connotazione’.

mestieri nell’editoria

Dal 25 settembre 2011 la sezione Faber blog (ovvero: “La cultura raccontata da chi la fa”, una sorta di sottotitolo un po’ più esplicativo — anche se mantiene quell’aura sentenziosa che è tipica di un certo stile giornalistico, magari dipendente più da spazi fisici ‘reali’, cioè ingombri dei titoli sulla pagina e altre considerazioni tutte interne al lavoro specifico, che da vaghe ragioni cultural-sociologiche) del quotidiano Sole 24 ore, ospita ogni settimana un operatore culturale (?) diverso.

«La cultura raccontata da chi la fa»

Testata della sezione del quotidiano economico milanese della Confindustria

Ormai è passato qualche mese e si cominciano a delineare alcune delle figure sulle quali è imperniato il lavoro editoriale. Ha cominciato Giuseppe Laterza (Bari 1957, attuale presidente della nota casa editrice), dopo un mese è toccato a Marco Vigevani (Milano 1960, agente letterario), dal 6 febbraio 2012 si è cimentata Cecilia Nono (vedi il sito Correzionebozze.it e il blog correttore (sed rectius: correttrice) bozze, nel quale ultimo si possono rileggere più comodamente tutti i suoi 7 post), seguita dalla traduttrice Paola Mazzarella dal 27 febbraio. Last (per ora, e soprattutto not least) sono venuti Fabio Rizzoli (Bologna 1974, ghostwriter) e Giulia Ichino (Milano 1978, editor di narrativa per Mondadori), a ruota fra loro dal 26 marzo all’8 aprile. Vi (e mi) risparmio le foto delle loro facce, tanto quelle le trovate sul sito menzionato proprio all’inizio (e cliccando sui nomi sopra citati apparirà un’altra pagina con i loro bravi interventi in fila ordinata).

E’ una iniziativa interessante, sia pure nella sua episodicità, soprattutto per chi non sa bene come funziona una casa editrice, ovvero cosa si nasconda dietro (dentro) un libro stampato — e non solo (ora che l’elettronico avanza a grandi passi). E in realtà anche chi ci lavora può non avere sempre occasione di sentire parlare un ‘collega’ con il quale non ha rapporti diretti.

Nel mio caso si tratta di Marco Vigevani — ed è un’occasione per citare un libro uscito da un po’ di tempo, ma che forse non ha avuto il riconoscimento che meritava: Dario Biagi, Il dio di carta. Vita di Erich Linder (Avagliano, Roma 2007). Nella pagina di Ibs che ho linkato c’è una breve descrizione (la quale non coincide esattamente con la quarta di copertina, che potete leggere invece a questo indirizzo dell’editore) e la recensione dell’«Indice dei libri», firmata da Luciano Curreri (ma non so esattamente quando sia uscita, e colpevolmente il sito non lo riporta).

Vita di Erich Linder

Copertina del testo di cui si parla

Il titolo di questo post, infine: l’ho scelto perché a livello generale dovrebbe suonare come “Isole nella corrente”, con tutte le allusioni che ci vorrete liberamente vedere. Nello specifico, la scelta di utilizzare la parola ‘mestiere’ rimanda a ciò che almeno alcuni di coloro che sono intervenuti hanno notato, con maggiore o minore consapevolezza, e che è espresso nella maniera migliore dal sottotitolo del libro di E. Mistretta, L’editoria. Un’industria dell’artigianato (il Mulino, prima ed. 2002, ristampato con integrazioni ancora nel 2006) e di cui è tributario anche Oliviero Ponte di Pino, I mestieri del libro. Dall’autore al lettore (Tea, Milano 2008). Ossia il fatto che nell’editoria sopravviva qualcosa della maniera ‘antica’ di lavorare, in un certo senso arcaica e paradossale ai tempi del post-postmoderno, del web 2.0 eccetera: quella della bottega artigiana, in cui l’apprendista impara l’arte (nel senso di techne, pre-sistema moderno delle arti, quello disvelatoci da Kristeller nel famoso saggio del 1951-1952*) direttamente dal ma(e)stro, guardandolo e imitandolo, per prove ed errori, secondo la modalità “esperienziale” oggi ripresa dalla espressione learning-by-doing, che è stata coniata pochi anni fa, e forse oggi è già soppiantata nella formazione dal job shadowing.

* Paul O. Kristeller, Il moderno sistema delle arti, in italiano da ultimo nella sua raccolta Il pensiero e le arti nel Rinascimento (Donzelli, Roma 1998 e 2005 [1980, poi 1990], trad. it. di Maria Baiocchi). Appena ho comprato questo volume mi sono un po’ indisposto perché non avevo trovato da nessuna parte che 4 saggi (compreso questo, fondamentale per la storia dell’estetica) sui 10 che lo compongono erano già usciti nella benemerita edizione Concetti rinascimentali dell’uomo e altri saggi (La Nuova Italia, Firenze 1978; trad. it. di Simonetta Salvestroni — non ho pensato a confrontare le due versioni), che comprai una quindicina di anni fa. Forse non mi sarò documentato adeguatamente, poi il fallimento della storica casa editrice fiorentina avrà pure contribuito a ‘liberare’ quegli interventi; però anche in questa edizione Donzelli l’informazione è occultata, per così dire, nell’ultima romana (p. XVI), in corpo minore, dietro/sotto la prefazione del 1980, che (giustamente secondo la tradizione) compare dopo quella del 1990.
Eh sì, anche l’edizione originale ha avuto qualche traversia editoriale…

Ricordo di Carlo Fruttero

Sul sito del Sole 24 ore ho trovato un bel ricordo di Carlo Fruttero, a firma di Goffredo Fofi.foto di Carlo Fruttero

Vabbè, è vero: succedeva a metà gennaio, la neve non era ancora caduta a larghe falde su Roma dopo 27 anni (amarcord: l’ultima volta stavo difendendo la patria in quel della caserma Castro Pretorio — una pacchia per andare in biblioteca a preparare la tesi, sfruttando le due ore di micidale pausa pranzo!), ma dopotutto non credo che ai morti importi granché del tempo che invece continua a scorrere per noi (ancora) pereundi.

Comunque, mi è venuto in mente che potevo contribuire nel mio piccolo menzionando alcune pagine, probabilmente ignote ai più ma che trovo tuttora irresistibili, scritte da Fruttero (e sì, anche Franco Lucentini) sulla traduzione in anni diversi (dal 1963 al 1989) e raccolte comodamente da Domenico Scarpa ne I ferri del mestiere. Manuale involontario di scrittura con esercizi svolti (Einaudi 2003), pp. 31-60.

Purtroppo nessuna delle tre edizioni rubricate in Ibs (2003, 2004 e 2007) è disponibile per l’acquisto. Idem su Bol (ma perché propongono uno sconto del 15 %, se non te lo possono procurare?) e Dea, mentre sembra che Hoepli ne abbia ancora qualche copia dell’ultima tiratura. Dove si vede il risparmio di tempo e la comodità del cercare on-line…

E mi piace collegare qui l’ultimo capitolo di Jason Epstein, Il futuro di un mestiere. Libri reali e libri virtuali (Edizioni Sylvestre Bonnard 2001, praticamente a pochissima distanza di tempo dalla pubblicazione originale presso Norton, grazie anche alla traduzione di Bruno Amato), intitolato forse un po’ maliziosamente “Tempi moderni” (pp. 101-121), dove per parlare di Amazon.com l’autore parte dal Wiener degli anni Cinquanta, su cui vedi Steve J. Heims, I cibernetici. Un gruppo e un’idea (ed. or. Constructing a Social Science for Postwar America: The Cybernetics Group, 1946-1953, MIT 1991; trad. it. di Gian Marco Fidora per Editori Riuniti 1994, poi 1997) soprattutto per le conferenze Macy, e così via, inanellando tangenzialmente un libro dopo l’altro, come fossero ciliegie…

Buona lettura!