Facciamo i conti con Carocci

Il logo della casa editrice romana, modificato per le circostanze...

Il logo della casa editrice romana, modificato per le circostanze…

La vertenza editoriale che da metà dicembre aveva infiammato animi e cuori si è ormai conclusa. Grazie anche all’apporto di alcuni (ex) colleghi che mi hanno cortesemente fornito tante informazioni utili, in varie forme, scrivo questo quarto post (vabbè, quello su Wagenbach è piuttosto tangenziale al ‘caso Carocci’, ma ai miei occhi fa parte ugualmente di questa miniserie perché la sua «ricetta» ha una validità molto estesa; in tutti i casi quello scritto si apriva e chiudeva ricordando che la battaglia era ancora in corso – e col sottinteso che valeva la pena combatterla!) per riordinare le idee, rimettere a posto i c<ar>occi e in questo modo evidenziare meglio, a chi vorrà vederli, problemi e nodi ancora tutti da chiarire. I quali, ci tengo a sottolinearlo, non sono frutto di impressioni personali e soggettive.

Tanto per cominciare, le ferie di dicembre sono state insolitamente lunghe, due settimane piene: forse servivano per far smaltire tutti i giorni di ferie residui ai lavoratori che il piano datoriale di ristrutturazione condanna, relega, confina (esclude?) nella «Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria [d’ora in avanti C.I.G.S. o CIGS] per crisi aziendale nei settori della redazioni (università e varia, collaborazioni editoriali, riviste) e dei servizi para-amministrativi»; così sancisce l’accordo siglato mercoledì 21 gennaio 2015 presso l’Assessorato al lavoro della regione Lazio.
Ma siccome i giorni di feste comandate sono ormai alle spalle, trascorsi indolenti, anzi accidiosi, [NOTA 1] e non soltanto per proteggersi dalla tramontana gelida che spirava fuori, andiamo al sodo.
Delineo subito lo scenario in cui si collocherà meglio tutto il resto che segue partendo da un acuto pezzo apparso il 16 dicembre sulla pagina Facebook degli ‘scioperanti’.

La prima considerazione da fare è che i redattori del Mulino, a causa di queste misure, di fatto passano da un contratto a tempo indeterminato ad uno a tempo determinato. È una forzatura che non è detto sia perfettamente legale e sindacalmente non impugnabile. Inoltre, visto il sistema di vasi comunicanti naturalmente esistente tra il Mulino e Carocci editore, la possibilità apertamente evocata dalla Direzione aziendale di sottrarre il lavoro ai redattori Carocci – peraltro colpiti con la CIGS dalla stessa Direzione! – sembra configurare l’istigazione dall’alto di una miserabile guerra tra poveri. La recente predisposizione di un sistema informatico comune alle due redazioni costituisce l’infrastruttura tecnica perfetta per controllare il flusso lavorativo ed, eventualmente, orientarlo in un senso o nell’altro. È giusto praticare le sinergie, ma concepirle nello spirito di far contendere una risorsa sempre più scarsa in tempi di crisi, cioè il lavoro, tra gruppi di lavoratori contrapposti intenzionalmente tra loro in un contesto di tutele sempre più ridotte ne rappresenta una modalità ben misera regressiva e socialmente disintegrante.
L’idea-forza che ha guidato coloro che hanno predisposto le suddette scelte è quella della variabilizzazione dei costi fissi, in particolare di considerare sin da subito il costo del lavoro redazionale del Mulino (ma anche dei lavoratori Carocci) un costo variabile e flessibile. In questo sembra che ci si accodi con venticinque anni di ritardo ad un dogma neoliberista, al pensiero unico dominante della flessibilità come soluzione di tutti i problemi in tutti i settori industriali e in tutte le imprese ma anche come linea di politica del lavoro da parte del governo Renzi (vedi il decreto Poletti e il Jobs Act).
È importante sapere che il 9 giugno 2014 sul sito internet del Mulino, nella sezione dedicata alla prestigiosa e omonima rivista «il Mulino», è apparso l’articolo L’Italia cambia verso? scritto dal professor Paolo Pini, ordinario di Economia politica alla facoltà di Economia dell’Università di Ferrara, nonché vicepresidente della Società italiana degli economisti. L’autorevole economista smonta pezzo per pezzo la politica sociale del governo Renzi, critica l’intelaiatura teorica della flessibilità come panacea per tutti i mali e, in chiusura, esprime una conclusione interessantissima per il caso Mulino-Carocci: «[…] la maggiore flessibilità del rapporto di lavoro, in uscita oltre che in entrata garantita dai contratti a termine e dalle semplificazioni apportate ai contratti di apprendistato, non appare positivamente correlata alla produttività del lavoro ed alla sua crescita. Anzi, se una relazione sussiste, è opposta a quella presunta, ovvero la riduzione delle protezioni all’impiego (minori tutele per il lavoratore) appare associata a riduzioni della produttività piuttosto che a un suo aumento. La ragione è rintracciabile nel fatto che forme contrattuali flessibili se da un lato possono favorire la mobilità del lavoro da imprese e industrie poco dinamiche verso quelle più dinamiche, dall’altro abbassano la propensione a innovare e investire sulla qualità del lavoro da parte delle imprese, le quali cercano piuttosto di trarre vantaggio dai minor costi del lavoro invece di accrescere la produttività. Per cui che la maggiore flessibilità del lavoro porti a più produttività è [una] falsa credenza».[NOTA 2]
Fermo restando il pluralismo delle idee, le tesi del professor Pini sembrano più coerenti con la storia del Mulino – di cui quest’anno si è celebrato il sessantennale – di quanto non lo siano le traumatiche scelte di politica aziendale presentate il 4 e il 10 dicembre. Fra i miei punti di riferimento nel ricchissimo ambiente culturale e accademico rappresentato dal Mulino vi sono anche teorici dell’economia vista come “economia civile”, vi sono pensatori cattolici (come ad esempio il professor Pedrazzi, tra i 9 professori fondatori storici del Mulino) assertori della dottrina sociale della Chiesa con la sua visione di integrazione della società e di difesa modernamente intesa del welfare state, vi sono sociologi che rifiutano il predominio dell’economia come fatto quantitativo che umilia e subordina a sé tutte le altre sfere della vita».

Riprendo con la cronistoria.
All’incontro del 7 gennaio 2015 a Roma presso l’hotel Minerva tra azienda e sindacato Slc-Cgil l’amministratore delegato di Carocci editore e del Mulino, Giuliano Bassani, non si presenta. Anche se poi si chiarì che il titolare della trattativa era il presidente del CDA, Giovanni Belluzzi, i dipendenti in sciopero denunciavano nel loro blog questa assenza come deplorevole: «un fatto sconcertante, considerato che sul tavolo [sc., della delicata trattativa] pesa il licenziamento della metà della forza lavoro», stando all’annuncio inaspettato di quasi un mese prima (mercoledì 10 dicembre). Nell’incontro disertato dall’amministratore delegato la proprietà ha anche rifiutato l’offerta di un contratto di solidarietà (una forma di sostegno varata nel 1984 per le aziende in difficoltà che attivano la C.I.G.S. e parzialmente alternativa a quest’ultima) per confermare il «piano di smantellamento di fatto del corpo redazionale e amministrativo», che colpisce al cuore la casa editrice, ma rinviando la trattativa a un incontro successivo.
Il quale è convocato il 13 gennaio, per una discussione prevedibilmente lunga e sfibrante… che infatti dura l’intera notte a colpi di proposte e controproposte, di numeri e nomi. I lavoratori a rischio licenziamento vegliano a sostegno delle rappresentanze sindacali. Finalmente alle 4,30 di mattina del 14 gennaio si raggiunge un accordo sindacalmente “dignitoso”: [NOTA 3] la firma del 21 gennaio ammette la Carocci a godere del beneficio «del trattamento di CIGS per crisi aziendale [dell’unità produttiva di Roma] per un numero massimo di 10 lavoratori attualmente in carico presso l’unità stessa, che saranno sospesi dal lavoro, a zero ore, per un periodo di mesi 12, con decorrenza 26/1/2015» anziché i 14 inizialmente richiesti. Inutile fare buon viso a cattivo gioco: di fatto quella “sporca decina” è stata eliminata, rimossa, cancellata, cassata, “silurata”, “segata”. E anche: sminuita (nella dignità di lavoratori che non hanno mai chiesto più del dovuto e ai quali non si è mai dovuto far notare qualche carenza o delle imprecisioni); esautorata (se, come parrebbe, il lavoro di tutte queste persone verrà affidato e svolto da ex colleghi).
Indefettibilmente. Senza alcuna considerazione per il lavoro svolto con pazienza, passione, intelligenza e dedizione (abnegazione, in realtà) in tutti questi anni – e profuso su volumi e riviste: migliaia e migliaia di pagine di carta stampata ogni anno!
Senza alcun interesse a raccogliere, conservare, sviluppare, trasmettere, trasferire, diffondere le competenze acquisite, consolidate, incrementate proprio nel lavoro svolto, umilmente e con efficacia, rigo dopo rigo, titolo dopo titolo, giorno dopo giorno.
Ultimo interrogativo (per ora), ma non meno importante: come potrà proseguire l’attività dopo una tale decimazione (in senso quasi letterale)? E a che livello qualitativo?
Non c’è neanche il minimo accenno a (tentare di) battere strade differenti da quelle già intraprese in passato, al fine di cercare e proporre soluzioni alternative, integrate, collaborative – in grado di dimostrare che la controparte datoriale voglia porsi davvero all’altezza di un dialogo degno di questo nome, invece di acco(mo)darsi a inseguire con una miopia molto “italiana” cifre scabre e scostanti, numeretti privi di senso nel vuoto pneumatico di un «piano degli investimenti» troppo scarno (una paginetta) per essere preso sul serio. Esso rientra in un «Piano di Risanamento, volto al riequilibrio dei fattori produttivi ed a un riposizionamento strategico sul mercato, secondo le linee guida del Piano Industriale per gli anni 2014-2018» del quale sinora sono visibili unicamente le conseguenze: esiziali. Con l’acquiescenza, aggravante, dell’attuale dirigenza. Che con un silenzio più che eloquente conferma un’indifferenza sovrana verso le tecnologie digitali, oggi come nel passato.
Ma cosa ne pensano i lavoratori? E soprattutto quali riflessioni (inquietanti) suscita questo accordo, ad analizzarlo per bene, a scandagliarlo in profondità?

Partiamo dalla buona notizia: non è stato toccato nessuno degli editor, neanche nel settore dei “finanziati”. Ma i tre componenti di quest’ultimo sono stati ‘decapitati’ del loro caporedattore, una personalità con una lunghissima militanza nel settore e un’esperienza difficilmente riscontrabile in altre realtà odierne. Così, al giorno d’oggi sembra proprio che i valori (fedeltà, capacità, competenze ecc.) sui quali un tempo si costruiva una professionalità (il ‘mestiere’ lato sensu) abbiano assunto segno opposto e siano sviliti: chi (i pochi) li possieda, sarà fatto oggetto di ostracismo accanito, anziché esser preso a modello. E poi, con uno sguardo a chi resta: basterà un blando collegamento a un generico Ufficio produzione e il mero passaggio di «n. 1 part time 50% convertito in full time» (cito dal primo foglio del “Verbale di accordo” del 21 gennaio) per continuare a far funzionare quel microsubsistema nella stessa maniera impeccabilmente efficiente di prima?
Invece per quanto concerne la redazione universitaria sono scampate solo due persone (e un’altra vi è stata aggiunta, spostandola dalla redazione dei finanziati): contro ogni buona pratica e sana consuetudine, interessate a difendere le professionalità più esperte (vedi sopra) per salvaguardare la produttività aziendale, si tratta di personale giovane dal punto di vista anagrafico, con la retribuzione più bassa, mentre anche in questo caso chi svolgeva funzioni di coordinamento e organizzazione è stato eliminato, lasciato fuori, a casa, in CIGS.
Insomma, anziché stratificare, consolidare, amalgamare, affinare (come distillare un buon vino o foggiare una spada eccellente) le abilità professionali migliori sino a renderle uniche e insostituibili,[NOTA 4] è stata varata una manovra strategica anzitutto per «ridurre al minimo i costi» (così nel punto h del verbale di accordo) delle maestranze in questa delicatissima fase di transizione verso qualcosa d’altro, che non è ancora chiaramente delineato all’orizzonte, ma di certo modificherà in maniera irreversibile la fisionomia di Carocci editore. La cui dirigenza dunque non pare affatto possedere «la capacità di mettere al centro la professionalità, intesa come una composizione delle diverse professionalità che, combinate, fanno la buona editoria», per riprendere le parole di Antonio Monaco, direttore delle Edizioni Sonda di Casale Monferrato, intervistato in qualità di presidente del gruppo Piccoli editori dell’AIE da Bibliocartina il 21 novembre e il 3 dicembre 2014, proprio a ridosso della 13a edizione della Fiera della piccola e media editoria.

Più libri, più liberi

Il logo della manifestazione editoriale romana.

Non basta: in questa maniera ci si potrà disfare anche dei salvati senza grandi preoccupazioni o rimorsi quando non serv(ir)an(n)o più; forse andranno a far parte dei sommersi quando sarà stato smaltito l’arretrato accumulato con le lavorazioni che non è stato possibile portare a termine nell’ultimo mese dell’anno per l’agitazione attuata (voci non ufficiali stimano la perdita per i testi che non è stato possibile pubblicare entro il 2014 attorno ai 150.000 €), e quando magari le lavorazioni potranno atterrare senza grossi patemi d’animo nella costituenda Edimill. Quest’ultima è la newco formata con quattordici redattori del Mulino, incoraggiati a dimettersi dalla stessa azienda, la quale provvederebbe a riassumerli lì coprendone gli oneri maggiori: una soluzione di ripiego in stile scatole cinesi (con i redattori trattati alla stregua di fantocci, buoni appunto soltanto a fare da meri “riempitivi” dei giochini in stile Lego del CDA) escogitata forse per “fare bella figura”, ma facendo sicuramente un’altrettanto “brutta figura” quando si sappia che lo stesso Mulino non si è premurato minimamente di assicurare un trattamento analogo ai redattori della Carocci, considerata (nei fatti anche se non esplicitamente) sin dai tempi dell’acquisizione (2009) una sorta di “sorella minore”.
Peraltro è doveroso precisare che, al momento in cui scrivo, i lavoratori bolognesi non sono particolarmente favorevoli a questa ipotesi: e utilizzo tale termine perché tuttora latita qualsivoglia dettaglio operativo sull’operazione. In una fase iniziale la dirigenza Carocci aveva avanzato una proposta vagamente assimilabile, nella forma di incentivi a chi si fosse licenziato “spontaneamente” (l’espressione, se non ci fosse da piangere, farebbe sorridere, sia pure a denti stretti) per costituire un’agenzia editoriale, alla quale eventualmente fornire lavoro in maniera regolare (come è avvenuto in altre aziende editoriali, per esempio Laterza con i redattori baresi, esternalizzati tutti – tranne la scolastica – nella seconda metà degli anni Novanta e delle cui aziende come Omnibook, Progedit o Pagina finì per servirsi Carocci medesima, pur in maniera non esclusiva).
Ma Laterza impiegò, appunto, una quindicina d’anni per disfarsi della struttura redazionale [NOTA 5] e chiedendo la collaborazione dei suoi stessi dipendenti, mentre adesso si vorrebbe percorrere la medesima strada in una manciata di settimane: fretta di riguadagnare rapidamente il (troppo) tempo perduto? Ma sappiamo bene tutti che le nozze non riescono col buco a volerle fare coi fichi secchi…
Ad ogni buon conto, i lavoratori Carocci hanno scartato subito quella proposta: ma perché? Ho già accennato alla disparità di trattamento rispetto ai colleghi bolognesi e ci saranno stati anche altri motivi: divergenze di opinioni al loro interno; poca o nulla chiarezza da parte datoriale sulle modalità di attuazione di tale ‘passaggio’; assenza di competenze specificamente dedite al ‘marketing’ fra i redattori e tali da poterli far competere allo stesso livello di realtà analoghe quando in seguito questa piccola società si fosse confrontata col mercato ‘aperto’; e soprattutto, visto che è stato appena evocato tale maledetto concetto, la vigile consapevolezza delle condizioni reali (leggasi: il far west) nelle quali esso si dibatte, soprattutto in Italia, che già bastano a rendere difficile la vita a gruppi strutturati da molto (troppo?) tempo, figuriamoci a un’impresuccia che intendesse affacciarsi adesso, praticamente senza alcun esperienza pregressa e senza idee innovative (del resto, chi ne ha, al momento?).

Ma qui è in gioco qualcos’altro, di ben più rilevante, e che in un certo senso riassume e distilla in sé la ‘cifra’ del contendere, qui e in tutte le altre situazioni analoghe sparse per l’Italia, passate e future: come ha scritto splendidamente Isabella Zani, una traduttrice fra i 5000 firmatari

Caroccinsciopero ringrazia i 5000 firmatari.

della petizione (attualmente chiusa), «non si manda a casa la competenza»! Ciò che il corpo redazionale Carocci ha rifiutato è stato il tentativo di svilire il valore culturale del proprio lavoro, assimilato a quello di agenzie esterne: sia ben chiaro, non ci si lamenta che queste lavorino male o in maniera insufficiente. Anzitutto sono in gran parte ex colleghi (vedi sopra), già outsourced, poi bisogna assolutamente tener conto dei compensi risicati che riescono a strappare, sottodimensionati (e questo è il terzo punto) anche rispetto al fatto che a esse è demandato un altro tipo di lavoro. Ma è un altro se e proprio perché intervengono a supporto di quello, centrale, primario, che svolge (dovrebbe svolgere) la redazione.
Cerco di spiegare meglio, data la crucialità della questione, che poggia su tutt’altro piano.
Quello in atto da tempo è, come denunciato dai lavoratori, uno smantellamento bello e buono della funzione primaria della redazione interna in una casa editrice: filtro, certo, non mero ‘passacarte’, ma anche vaglio critico, approfondimento ‘empatico’ (oltre che tecnico), rapporto diretto con gli autori, guida, consapevolezza dei fini e delle pratiche per raggiungerli. È qualcosa che dipende dalla formazione dei singoli componenti, da essi assimilata, alimentata, tesaurizzata, rielaborata e che solamente a quel punto viene (dovrebbe essere) restituita alla società, sotto forma di volumi (non importa se in formato cartaceo, digitale o altro) ben fatti,[NOTA 6] in grado di alimentare la conoscenza (lato sensu) altrui, cioè di chiunque abbia voglia e sia in grado di apprezzarla. Proporre una struttura degradata, come è stato fatto, è stato percepito chiaramente come denegare le capacità del loro operato, passare un tratto di spugna, con assoluta nonchalance, sul loro impegno, sul contributo che ciascuno di loro ha dato per anni allo scopo di affermare e consolidare sul mercato l’azienda per la quale erano orgogliosi di lavorare.
E affondando ancora di più: non è paradossale che in nome del profitto venga immolata (nei casi migliori: esternalizzata, che significa anche espropriata della sua specificità e delle proprie operatività) proprio la redazione, cioè il comparto che in pochi secoli si è venuto configurando come snodo pivotale, fulcro imprescindibile perché costitutivo di tutta l’attività editoriale?
Di quella larvata proposta di esternalizzazione rimangono ancora delle tracce nell’accordo scritto, sotto forma di a) «incentivazione all’esodo» per chi si volesse dimettere prima dello scadere della CIGS; b) «incentivazione economica» di sostegno al «promuovere la ricollocazione del personale eccedente presso aziende terze presenti sul territorio nazionale»; c) «programmi di riqualificazione e/o riconversione professionale con corsi di formazione», altra caratteristica però in cui l’azienda si è dimostrata estremamente discontinua, quasi disinteressata, per non dire addirittura latitante.
E siamo a un passo (forse anche meno?) del pericolo additato da Gian Arturo Ferrari nella chiusura della seconda e più corposa parte del suo recente volume, intitolato con poca fantasia Libro:

La realtà è che i proprietari di un numero crescente di case editrici librarie non hanno un interesse primario e vitale per i libri, che considerano in parte un mobile antico e un po’ ingombrante da tenere lustro, in parte un attrezzo d’altri tempi che sarà presto superato, in parte ancora un modo antiquato di far soldi, a patto però che se ne facciano. Pochi, forse pochissimi, pensano ai libri come a una porta sul futuro, […]. Senz’anima non c’è futuro» (Bollati Boringhieri, Torino, 2014, pp. 177-8).

Ergo, giocando un po’ con la logica: un’anima[NOTA 7] è necessaria per (immaginare, progettare, ecc. – fate un po’ voi…) il futuro; e se al futuro si può (attenzione: non si dice che sia l’unica via, ma una possibile sì) accedere tramite i libri, allora per (fare, pensare ecc. – fate un po’ voi…) i libri è necessario avere un’anima. Proprio quello che sembra difettare a chi ha architettato quest’operazione, che scrivo? questa macellazione.

Dissezioniamo ulteriormente il cadavere: ne emergeranno aspetti degni di interesse. Prendiamo in esame, ad esempio, il settore periodici.
Esso era costituito da due persone con ruoli diversi: una responsabile redazionale e produttiva e un’impiegata con compiti amministrativi e di gestione abbonamenti. Nel 2009, anno come sappiamo di acquisizione della Carocci da parte di Edifin, le riviste erano in una dinamica fase di regolarizzazione e incremento dei contratti di pubblicazione, sia di periodici di Dipartimenti universitari sia di periodici di enti/associazioni culturali; ad ogni buon conto, tale era la situazione già dell’anno precedente. Le testate entrate in casa editrice in quel periodo sono rimaste attive e regolari fino al 2014; anzi, l’incremento delle riviste Carocci è stato confermato nel biennio 2011-12, quando se ne sono aggiunte altre cinque, elevando così il fatturato del settore e aumentando il flusso lavorativo:
InVerbis. Lingue Letterature Culture, dell’Università di Palermo;
Textus. English Studies in Italy, dell’Associazione Italiana di Anglistica (che garantisce un minimo di 500 abbonati paganti, numero oltrepassato di più del 10% sia nel 2012 sia nel 2013);
L’Uomo. Società Tradizione Sviluppo, della Sapienza di Roma;
CRIOS. Critica degli ordinamenti spaziali, di un gruppo indipendente dell’Università di Napoli;
Politica antica, di un gruppo indipendente interuniversitario.
Oltre a queste e alle altre dodici riviste nel catalogo Carocci,[NOTA 8] si sarebbe aggiunta nel 2015 (contratto firmato nel 2014) Gli Argonauti. Psicoanalisi e società unitamente ai suoi “Quaderni”,[NOTA 9] che avrebbero accresciuto di circa altri 400 gli abbonamenti (indirizzari acquisiti a novembre 2014). I contratti di queste riviste sono dati di fatto. La prima motivazione – la «rilevante contrazione [e poco più avanti: caduta tout court] della domanda, derivante dall’evoluzione tecnologica […] indotta dalla rivoluzione digitale» – della «crisi economica» addotta dall’azienda Carocci editore nella richiesta di CIGS per il settore riviste è dunque una falsità.

A ben pensare, c’è stata negli ultimi due anni anche un altro tipo di domanda pressante da parte delle proprietà delle riviste: il cambiamento da rivista cartacea in rivista digitale o la produzione ex novo di una testata on-line. A questa domanda la dirigenza Carocci è stata incapace di rispondere con una progettualità editoriale di rinnovamento e ha coperto la sua insufficienza gettando fumo sulle possibilità di successo dell’impresa.
Riguardo allo stato e all’equilibrio economico-finanziario del settore, si deve sapere che le riviste Carocci sono state e sono sostenute da finanziamenti adeguati, considerato che è noto quanto inconsistente sia da decenni il mercato librario per i periodici.[NOTA 10] In particolare, i “conti” per le riviste sono stati tenuti sotto stretto controllo in questi anni perché fossero a posto. Sono stati presentati periodicamente alla Direzione di produzione Carocci – da parte del responsabile di settore, dell’editor delle riviste e del personale amministrativo – dati dettagliati estratti dal sistema gestionale AS400 e revisionati alla luce delle documentazioni d’ufficio (numero di abbonamenti, fatturazioni alle proprietà, vendite copie e pdf), prospetti economici per ciascun periodico, campagne abbonamenti e azioni promozionali e-mailing.
Nonostante l’oggettiva riduzione delle risorse pubbliche destinate alla cultura, le riviste scientifiche rispetto agli studi e lavori di ricerca monografici sono state ‘privilegiate’ dal sistema di valutazione dell’ANVUR, che pubblica classifiche per ambito scientifico in base alle quali vengono destinati i fondi. Anche se con qualche ritardo, i fondi per le riviste universitarie pubblicate da Carocci sono arrivati. Nel contempo, revisioni tecniche tipografiche delle riviste cartacee e accorgimenti redazionali e organizzativi in accordo con le proprietà per il contenimento preventivo dei costi hanno consentito che nessuna delle riviste avesse pendenze economiche con Carocci editore a fine 2014.

Il logo dell'ANVUR.

Il logo dell’ANVUR.

Che conclusioni trarne?
1) Le riviste non sono contemplate nel sistema informatico di gestione/controllo della produzione, scelto da il Mulino, predisposto e realizzato nel corso del 2014 per la produzione libraria Carocci. Come dunque saranno gestite d’ora in poi da Carocci editore?
2) Nel 2012 la società editrice bolognese realizzò Rivisteweb (sottotitolo: la piattaforma italiana per le scienze umane e sociali), e propose una “sinergia” editoriale con un contratto di licenza dei contenuti delle riviste Carocci, sia per la produzione in corso sia per l’archivio storico degli articoli in formato digitale. E difatti a partire dal 31 luglio 2014, come riporta il blog sulle risorse elettroniche del Sistema Bibliotecario di Ateneo dell’Università di Firenze, questi periodici sono raggiungibili anche da tale piattaforma.[NOTA 11]

Parte del logo di Rivisteweb.

Parte del logo di Rivisteweb.

Viene da chiedersi se si è trattato del primo passo per la cessione del ramo e il trasferimento del pacchetto economico “riviste” da Carocci al Mulino.
È dunque questo il vero motivo per esautorare la redazione delle riviste e licenziare l’ufficio abbonamenti, per cancellare un settore in pari e in cui la ricerca universitaria confida nel prossimo futuro?
Tutto fa pensare che l’intero settore sarà ceduto in blocco all’editore bolognese, già forte sin dal momento della fusione del suo parco di 55 periodici, ma questa mossa contraddice completamente le dichiarazioni rilasciate da Ugo Berti a Dino Messina sul Corriere della sera il 3 luglio 2009, ossia all’annuncio dell’accordo di acquisizione del 60% delle quote da parte del Mulino, ratificato a Roma una settimana dopo, il 9 luglio:

“le due case editrici manterranno la loro autonoma identità che costituisce un punto di forza non soltanto per quanto riguarda la presenza di certi autori, ma nella peculiare attitudine a confrontarsi con il mercato. La Carocci per esempio ha una considerevole duttilità ed è capace di essere presente con efficacia in piccole realtà”.
Berti si riferisce in questo caso alla capacità di stampare molti titoli a bassa tiratura per rispondere alle esigenze di un mercato che cambia da un’università all’altra.

Si tratta allora del primo passo verso la fusione, che solo cinque anni fa tutti escludevano categoricamente, affermando che i conti delle due società editrici ‘cugine’ erano positivi? Del resto un editore avveduto, compassato e con una storia come quella che può vantare il Mulino difficilmente avrebbe varato quell’acquisizione se i 6 milioni di euro di fatturato provenienti dai 300 titoli pubblicati mediamente all’anno dall’editore romano non fossero stati ‘genuini’.
Infatti, anche se ci limitiamo ai dati sommari forniti in quell’articolo, portati per comodità a 100 quelli del Mulino, si vede bene che Carocci valeva tutto quel 60% investito dal “dottor Balanzone”: il rapporto fra i due editori nel numero di dipendenti andava per il romano al 42,85%, nel fatturato al 46,15%, nella quantità di titoli schizzava addirittura all’89,55%, per ridursi leggermente nelle riviste al 32,72%.
Allora siamo sicuri che oggi l’affossamento di una realtà editoriale «autonoma» non serva, almeno in prima istanza, a coprire ammanchi e insufficienze dell’altra, gettando fumo negli occhi per ingannare il quadro complessivo della manovra?

Ultimo il mio caso ‘particulare’, legato a un finanziamento cospicuo che Carocci sembra aver accettato di voler perdere definitivamente rinunciando alla pubblicazione.
Da aprile a dicembre 2014 ho lavorato in base a un contratto a progetto, finalizzato alla realizzazione editoriale degli atti di un convegno, che sarebbero dovuti uscire in tre tomi entro il 31 dicembre 2014 per poter fruire di finanziamenti messi a disposizione dagli organizzatori. Ai primi di dicembre mi venne comunicato che parte di tali fondi non erano più disponibili; mi affrettai subito a chiedere della mia sorte e venni rassicurato che la quota a copertura del mio operato non era in discussione. Però poco prima della chiusura mi è stato chiesto di togliere dalla fattura i giorni in cui gli uffici sarebbero stati chiusi per ferie.
Sul momento avevo fatto alcune considerazioni, che si parva licet vorrei riportare e condividere qui.
1. Ho la partita Iva dal 2009, dunque non sarei tenuto neanche a osservare un orario regolare e una presenza costante nella sede della casa editrice, come invece ho accettato di fare sin dall’inizio, per poter lavorare a stretto contatto della responsabile in un impegno gravoso e sfaccettato come questo; perché adesso dovrei sottostare a quest’altra richiesta?[NOTA 12]
2. I giorni di chiusura effettiva nel corso del 2014, anno entro il quale è valido il mio incarico (come già precisato), sono 6 (lo scrivo anche per esteso, per farlo capire meglio: sei, sex): non mi pare un gran risparmio, vista l’entità dignitosa ma non eccelsa del mio onorario. È, come al solito, mettersi a fare i conti della serva quando i problemi sono altri e di (ben) altro rilievo (si legga: per non vederli o, peggio ancora, non darli a vedere, cioè sostanzialmente in mala fede).
3. Poi sono giunto a una decisione salomonica, secondo me: (a) presento una fattura in tutto e per tutto identica alle precedenti, ossia con un importo pari a quello di ogni mese già fatturato (e fortunatamente sempre pagati entro i canonici 30 giorni – circostanza che oggi non è neanche del tutto scontata, per quanto stupore possa destare il venire a sapere del mancato rispetto di questi accordi – e son tanti i casi di cui si orecchia in giro – in chi non è avvezzo a queste vili transazioni), ma (b) contestualmente do anche la mia disponibilità a tornare a gennaio (o febbraio, insomma, quando la direzione riterrà necessario e/o opportuno) per 6 (lo ribadisco: dicasi sei, sex!) giorni a completare ciò che non si è potuto finire entro l’anno solare 2014. Considerando che le cianografiche del primo e del secondo volume sono praticamente già allestite, mi pare sia un buon compromesso, che evita a me e agli amministrativi dell’editore calcoli ‘bizantini’ e la scomodità di riaprire la contabilità per appena 6 (sei, sex!) giorni nel 2015 (nel qual caso sarebbe stato proprio il caso di dire: è più la spesa dell’impresa…).
Ma a pensarci meglio: come potrò dare corso a questo onorevole gentlemen’s agreement se con la redazione è stata spazzata via la responsabile interna a cui ho fatto capo per tutti gli otto mesi (e ci son voluti tutti!) di durata della collaborazione? È stata lei in via prioritaria e/o esclusiva a tenere i rapporti con curatori, autori, service e tipografia – e a ragione, sia de iure in quanto dipendente regolare, sia de facto per l’esperienza accumulata nella lavorazione degli atti pubblicati in precedenza, almeno dal 2000. Non potrò davvero accollarmi io (un esterno, un meteco, un paria, un fuori-casta, chiamatemi come volete, la realtà non cambia…) tutti questi compiti, né tanto meno la responsabilità dell’intero lavoro: no, dear mister Scrooge, I would prefer not to.

N O T E

[1]
Chissà se potrebbe giovare la lettura dei saggi ‘melanconici’ di Jean Starobinski, tanti a partire dalla tesi del 1959 (lo studioso ginevrino ha novantaquattro anni, dopo tutto) e finalmente raccolti nel suo ultimo L’inchiostro della malinconia (traduzione italiana di Mario Marchetti, prefazione di Fernando Vidal; Einaudi 2014, ed. or. Seuil 2012)? Peraltro appare poco stimolante la Premessa dell’A., 3 paginette in pdf che si possono scaricare da qui.

[2]
Si veda anche la sintesi efficace fornita pochissimi giorni dopo da Marco Cecchini su Pini e sul Jobs Act.

[3]
«(…) parzialmente confortante» scriveva Lettera 43 il 20 gennaio 2015, mentre il 14 gennaio Askanews lamentava nel titolo che i «lavoratori pagano prezzo altissimo» per quell’accordo.

[4]
Non posso non sottoscrivere un passo dell’articolo apparso su Angolo Lettura oltre due anni fa (11 dicembre 2012), che segnalava le difficoltà di «editor, traduttori, redattori, correttori di bozze, illustratori e grafici», insomma tutti i precari «lavoratori dell’editoria», ma purtroppo è rimasto drammaticamente attuale: «Competenze tecniche, professionali, sensibilità, capacità di ascoltare, osservare e comprendere, passione e creatività sono solo alcune delle doti che un buon professionista editoriale deve possedere per dare vita a un prodotto di qualità».

[5]
Per allinearsi alla media nazionale, secondo quanto sostenuto da Monaco: «4 anni fa la media dei lavoratori per casa editrice era di 2 impiegati (compresi i proprietari, […]), oggi è appena 1,2 persone». Il dato si accorda con quanto riportato da altri: già il 2013 faceva registrare il calo di oltre un quinto (21,5%) degli addetti nella piccola e media editoria. Si veda anche l’indagine della Camera di commercio milanese L’editoria in Italia e a Milano: struttura e tendenze, datata novembre 2013, scaricabile a questo indirizzo.

[6]
Metto in evidenza il termine per far capire il riferimento a E. Morin, La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero (Cortina, Milano, 2000, trad. it. di Susanna Lazzari, ed. or. francese 1999), che in realtà riprende su una considerazione dell’amatissimo (perché umanissimo) M. de Montaigne, Saggi (I, 26, «Sull’educazione dei fanciulli»; l’aforisma è alla pagina 196 della classica traduzione di Fausta Garavini, già Adelphi, poi Mondadori, Milano, 1970, vol. 1), per riflettere sulle modalità e soprattutto sulle finalità dell’insegnamento e dell’educazione.

[7]
A riguardo due riferimenti brucianti, senza tante spiegazioni (oltre all’importanza per la formazione del sottoscritto, non disgiunta da una certa qual pertinenza per le tematiche affrontate in questo post): G. Lukács, L’anima e le forme (Sugar, Milano, 1963, poi SE, Milano, 2002, trad. it. riveduta di Sergio Bologna, con una nota di Franco Fortini, ed. or. ungherese 1910, ed. tedesca 1911); A.M. Ripellino, Il trucco e l’anima. I maestri della regia nel teatro russo del Novecento (Einaudi, Torino, 1965, continuamente ristampato). Segnalo contestualmente un ottimo blog italiano dal quale è possibile scaricare quasi tutte le opere del filosofo ungherese (alcune anche in originale).

[8]
Carocci editore pubblica(va sino al 2014)
– nel settore “Antropologia”: L’uomo Società Tradizione Sviluppo (semestrale);
– nel settore “Arti”: Bianco e nero (quadrimestrale), Cinéma & Cie. International Film Studies Journal (semestrale) e Ricerche di storia dell’arte (quadrimestrale);
– nel settore “Diritto”: Ars interpretandi. Rivista di ermeneutica giuridica (semestrale) e Studi sulla questione criminale (quadrimestrale);
– nel settore “Economia”: Economia & lavoro. Rivista di politica sindacale, sociologia e relazioni industriali (quadrimestrale);
– nel settore “Letterature e linguistica”: Bollettino di italianistica. Rivista di critica, storia letteraria, filologia e linguistica (semestrale), InVerbis. Lingue Letterature Culture (semestrale), Quaderni di didattica della scrittura (semestrale), Textus. English Studies in Italy (quadrimestrale) ed Ecdotica (annuale);
– nel settore “Politica”: Politica antica (annuale);
– nel settore “Psicologia e psicoanalisi”: Rassegna di psicologia (quadrimestrale);
– nel settore “Scienze sociali”: Parolechiave (semestrale) e CRIOS. Critica degli ordinamenti spaziali (semestrale);
– nel settore “Storia”: Studi storici (trimestrale) e Dimensioni e problemi della ricerca storica (semestrale).

Inoltre Carocci ha pubblicato:
Passaggi. Rivista italiana di scienze transculturali (semestrale diretto da Rosalba Terranova-Cecchini); Politica e società (sorta nell’ambito della cattedra di Filosofia politica della Sapienza di Roma. promossa dall’Istituto di ricerca “Format” e dall’“Osservatorio sullo stato della democrazia”); fino al 2008 La valle dell’Eden (semestrale diretto da Paolo Bertinetti) e Pólemos (quadrimestrale co-diretto da Pier Giuseppe Monateri, Alessandro Somma, Daniela Carpi); sino al 2009 Cultura tedesca (semestrale diretto da Marino Freschi) e Italia contemporanea (trimestrale diretto da Mario G. Rossi); e sino alla chiusura nel 2011 Polena, ossia POLitical and Electoral NAvigations/Rivista italiana di analisi elettorale (quadrimestrale diretto da Luca Ricolfi).

[9]
Della novità informa sia il loro sito ufficiale, sia la loro pagina Facebook.

[10]
E c’è che riesce persino ad approfittarne, come testimonia questo articolo sul blog Filelleni che seppure un po’ datato (18 luglio 2012), mantiene ancora una sua attualità e pertinenza.

[11]
Ecco come si autopresenta nel sito: «la più autorevole collezione italiana di riviste di scienze umane e sociali, pensata per università, centri di ricerca, istituzioni pubbliche e private. Presenta gli articoli di oltre 80 testate del gruppo del Mulino (Società editrice il Mulino e Carocci editore), ricercabili nel testo completo e nei dati bibliografici, indicizzate nei principali repertori, motori di ricerca e discovery services. Nel contesto nazionale, la maggior parte delle riviste presenti si colloca ai vertici qualitativi dei settori disciplinari di appartenenza».

[12]
In questo modo il mio rapporto di lavoro è venuto ad assomigliare, pericolosamente, a quello delle ‘false’ partite Iva, in realtà monocommittenti, su cui molte testate giornalistiche sono già intervenute (p. es. Bibliocartina ne parlò in un articolo in due parti, pubblicate entrambe il 27 novembre 2012: leggile qui (I) e poi qui (II)).

Annunci

2 pensieri su “Facciamo i conti con Carocci

  1. Pingback: Redattori in auge!!! | metagrapho

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...