La ricetta di Klaus Wagenbach

Volevo trovare qualcosa che si collegasse, o almeno idealmente proseguisse il mio ultimo post, quello del 7 gennaio (Virtù e manie di un redattore – segnalo che nel frattempo i redattori Carocci lo hanno corredato di una quinta fase, tutta dedicata alle copertine).
E pensa che ti ripensa, l’ho trovato senza neanche troppa fatica. Segno, a mio avviso, che la connessione “funziona” davvero!

Uno dei personaggi più simpatici che ho avuto modo di conoscere alla Fiera del libro di Francoforte, è stato Klaus Wagenbach, ein unverfälschter Berliner di classe 1930, che il 25 agosto 1964 ha fondato (e diretto senza soste né ripensamenti fino al 2002, lasciando poi campo libero alla seconda moglie Susanne Schlüsser) l’omonima casa editrice, dopo aver lavorato presso la S. [Samuel] Fischer «prima in qualità di apprendista e poi come assistente alla produzione» (p. 107), «consulente editoriale per la letteratura tedesca» (p. 44), grazie alla laurea in Germanistica (i suoi originali lavori su Kafka sono tradotti anche in italiano).

Klaus Wagenbach sostiene che questo è «ancora oggi il più bel logo editoriale tedesco» (p. 46).

«ancora oggi il più bel logo editoriale tedesco» secondo Klaus Wagenbach (p. 46)


NB: tutte le citazioni sono tratte dall’edizione italiana del suo La libertà dell’editore (trad. italiana di Natascia Barrale, Sellerio, Palermo, 2013; ediz. originale: Die Freiheit des Verlegers. Erinnerungen, Festreden, Seitenhiebe, Wagenbach, Berlino, 2010 – nel retrofrontespizio si precisa che il volume italiano «comprende una scelta dei testi, concordata con l’Autore, dell’edizione tedesca», che infatti è lunga il doppio).

Evidentemente in Germania non esisteva qualcosa di simile all’articolo 18, perché Klaus fu licenziato nel 1963 per «“travalicazione delle proprie competenze”» (p. 47): una scusa per allontanare una persona che non ha mai avuto paura di manifestare le sue idee, anche quando ciò significava mettersi contro l’opinione pubblica e l’ordine costituito. In realtà i conti non quadravano più bene, nonostante la pubblicazione delle opere di Freud (1953), del diario di Anna Frank (1955) e del Dottor Živago di Pasternak (1958), e nel 1963 gli eredi di Samuel Fischer dovettero vendere l’azienda «come un sacco di patate» a Georg von Holtzbrinck, un «ultraconservatore» secondo Klaus (p. 46).

Comunque fu quell’esperienza a suggerirgli la dimensione in cui muoversi in seguito, quella che secondo la filosofia del costruttivismo radicale si potrebbe denominare Viabilität des Verlegers. Ossia, la necessità (per così dire, attiva, o meglio proattiva) di operare consapevolmente con modestia, moderazione e parsimonia: tutti concetti che segnano discretamente ma al medesimo tempo con grande dignità le sue «memorie, discorsi, stoccate» – così il sottotitolo – se già a pagina 46 leggiamo: «imparai che un editore deve essere parsimonioso» (vedi anche p. 103).

A p. 80 troviamo altre considerazioni interessanti: una casa editrice che miri a illuminare le menti e a diffondere idee dovrebbe curare «un’alta specializzazione di tutti i collaboratori e una regolare formazione degli apprendisti». Attenzione: Klaus ammette tranquillamente che «sia insensato dal punto di vista “economico-aziendale” discutere di libri, riscontrarsi in merito alle recensioni, finanziare corsi di aggiornamento e soprattutto insegnare pazientemente il nostro mestiere ai giovani», però subito dopo aggiunge pacatamente: è innegabile che «chi non forma apprendisti risparmi dei quattrini, ma è pur vero che nel frattempo si rincretinisce». Del resto, «Tutti vogliono diventare leader di mercato, ma il sale dei rivali che hanno divorato durante il percorso accresce solamente la loro sete, non la loro saggezza» (p. 94).
E anzi, rincara la dose: «Se nell’interesse della società è auspicabile che non ci si rincretinisca […], allora è necessario che resti uno spazio per ciò che è nuovo, sperimentale, per ciò che in un primo momento non ottiene il consenso della maggioranza». «Perché da sempre le novità, non importa se in letteratura, nella scienza o in politica, arrivano in punta di piedi. […] E, se si tratta di libri, ciò avviene quasi sempre per conto di case editrici piccole e indipendenti» (p. 94).
Teniamolo bene a mente e andiamo avanti.

Il «mondo dei libri» in precedenza aveva margini irrisori: «dal due al quattro percento, era questo abitualmente il profitto per editori e librai» – sicuramente modesto, però «lasciava esistere sia modeste tirature di autori sconosciuti che modesti stipendi» (p. 87).

Strani soggetti, questi editori indipendenti, è chiaro che non c’è da fidarsi: «sono dei matti. Mantengono la calma di fronte a qualche debito in banca, si innamorano anche di autori invendibili (e, di tanto in tanto, anche di un libro invendibile), hanno delle convinzioni e ragionano a lungo termine» (p. 97); in tal modo sfruttano al meglio la propria autonomia, che si esprime anche in un «diverso modo di rapportarsi al fattore tempo» (p. 103), più dilatato; anche perché «il lavoro culturale deve essere progettato a lungo termine» (p. 168). Queste circostanze non possono che determinare «una crescita moderata» (pp. 103-4), la quale tuttavia è importante che «avvenga con le proprie forze, risultando quindi quasi sempre di dimensioni moderate» (p. 104).

Qui affiora in maniera esplicita il collegamento al post precedente, che verosimilmente mi era rimasto nel subconscio e quindi ha saputo indirizzare la mia mano a prelevare dallo scaffale proprio il suo libro: è stato Klaus a pubblicare in tedesco André Schiffrin (ma Editoria senza editori, il testo uscito prima del Controllo della parola, che invece citavo io), e lo menziona discretamente, con parsimonia: quegli «ha rinfacciato ai gruppi editoriali il modo in cui, con le loro aspettative industriali di utile sul fatturato dal dieci al quindici percento, hanno inquinato il settore e ingannato se stessi. Da parecchi anni non c’è un solo esempio di bilancio reale che abbia confermato quelle simulazioni» (p. 103). Giacché «i libri sono qualcosa di più che semplici oggetti da cui trarre un profitto» (p. 90).

Uno dei loghi della casa editrice Wagenbach

Chi volesse continuare a gustare l’aria che si respira nella sua casa editrice, può scaricarne gratuitamente dal sito un libro in PDF, intitolato Buchstäblich Wagenbach – 50 Jahre: Der unabhängige Verlag für wilde Leser (ho reso in nero corsivo i corsivi dell’originale): autori, amici, sodali e colleghi a vario titolo ne raccontano l’evoluzione, in pieghe anche meno note.

E conoscendo l’arguzia di Klaus, potrebbe pure essere intenzionale un refuso altrimenti trascurabile nel titolo del volume riportato sulla pagina del download: anziché Buchstäblich (cioè: letteralmente) abbiamo difatti Buchstäglich, un gioco di parole fra Buch, libro, e täglich, quotidianamente: un libro per ogni giorno? Del resto sarebbe una sfida che la casa editrice di Berlino potrebbe benissimo sostenere, vista la longevità e la buona salute di cui gode tuttora.

Vent’anni fa era uscita a stampa quella che oggi ne appare come una sorta di Urfassung: Wieso Bücher? (Come mai dei libri?), con un lungo sottotitolo su copertina rossa istoriata da figurette sgargianti, un volumetto di ‘sole’ 144 pagine (il PDF ne conta ben 225) perché allora si festeggiavano ‘solo’ trent’anni di attività.
Il PDF lo dà come vergriffen, esaurito (all’ottobre 2013), perciò io ne conservo ancora, e gelosamente, la copia che mi donò Klaus stesso il 5 ottobre 1994 al suo stand, nella rituale Verabredung in der Buchmesse. La Fiera del libro di Francoforte diventava molto più sopportabile, forse persino divertente, a sapere di poter incontrare in tutta quella baraonda frenetica anche la sua disponibilità, il suo carattere, persino la sua franchezza talora disarmante e ironica, senza che inacidisse in sarcasmo amaro. Insomma, Klaus (al pari dei colleghi Carocci) mi ha fatto toccare con mano, tra l’altro, con la sua presenza, col suo spirito, che nel lavoro i rapporti personali “contano”. Almeno quanto i soldi. O forse anche di più?
wagenbach2

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2 pensieri su “La ricetta di Klaus Wagenbach

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