La “biblioteca” non è più così piccola…

Avevo salutato al suo apparire la collana “Biblioteca della lingua italiana”, curata da Giuseppe Antonelli per il nobile CorSera.
Oggi giubilo con questo nuovo post, perché c’è anche un séguito, sempre tutti i mercoledì e già dalla settimana scorsa, che in un paio di mesi porterà il numero complessivo dei volumi «che sta[nno] cambiando la tua concezione dell’italiano» (come ne recita la pubblicità) alla rispettabile cifra di 35 unità: segno probabile che un qualche riscontro positivo ci sarà stato nelle edicole e in effetti le giacenze erano esigui, per non dire inesistenti (ma questo dipende anche dal funzionamento della distribuzione presso gli edicolanti). Ecco dunque la nuova… playlist (ho aggiunto editore e anno della prima edizione, più le date di uscita):

  • 14 marzo: Giuseppe Patota, Prontuario di grammatica (Laterza 2013)
  • 21 marzo: Luca Cignetti, Silvia Demartini, L’ortografia (Carocci 2016)
  • 28 marzo: Simone Fornara, La punteggiatura (Carocci 2010)
  • 4 aprile: Giorgio Graffi, La frase: l’analisi logica (Carocci 2012)
  • 11 aprile: Marcello Aprile, Dalle parole ai dizionari (il Mulino 2005 [qui c’è da chiedersi, malignamente, se la coincidenza cognome-mese sia stata voluta…])
  • 18 aprile: Massimo Palermo, Linguistica testuale dell’italiano (il Mulino 2013)
  • 25 aprile: Edoardo Lombardi Vallauri, Parlare l’italiano. Come usare bene la nostra lingua (il Mulino 1999)
  • 2 maggio: Carla Marcato, Dialetto, dialetti e italiano (il Mulino 2002)
  • 9 maggio: Roberta Cella, Storia dell’italiano (il Mulino 2015)
  • 16 maggio: Paolo D’Achille, L’italiano contemporaneo (il Mulino 2003)

A differenza di quella iniziale (che pure aveva delle punte di eccellenza assoluta: per i miei interessi, si trattava del titolo di esordio, giustamente demauriano, poi della Storia disunita di Trifone, dell’Italiano nascosto di Testa, forse un po’ penalizzati dall’uscita sotto le festività natalizie, e degli Otto capolavori di Motolese — qualcosa mi sono perso, ma pazienza!) questa mi sembra più strutturata su alcuni capisaldi tradizionali, che la scelta precedente, forse più briosa, aveva lasciato in ombra: ortografia, punteggiatura, analisi logica. Restando su Carocci, però, avrei visto bene pure i volumetti sul “nome” e sul “verbo”, rispettivamente di Paolo Acquaviva (2013) e Mario Squartini (2015).

Purtroppo (per le ragioni economiche già esposte nel mio intervento del 20 settembre scorso) vedo di aver “fatto male” ad acquistare, a una cifra ben più alta, uno di questi titoli nuovi. E dire che avevo soppesato attentamente in libreria pro e contro rispetto all’antagonista, cioè la Linguistica del testo. Principi, fenomeni, strutture della basileana Angela Ferrari (Carocci 2014, seconda ed. 2017 — un necessario aggiornamento della Linguistica testuale. Un’introduzione di Cecilia Andorno, anch’esso Carocci 2003, con sette ristampe sino al 2015).
Colgo l’occasione per sottolineare che questi tre volumi hanno meno a che fare di quanto possa far credere il titolo con il notevole libro di Eugenio Coseriu, Linguistica del testo. Introduzione a una ermeneutica del senso (Carocci 1997, sesta ristampa 2014, come sempre ottimamente curata da Donatella Di Cesare, già sua allieva a Tubinga in anni giovanili).

Anche in questo nuovo elenco è prevalente l’intento anzitutto introduttivo, didascalico, ma non mi sono ben chiari i criteri di scelta, poniamo, rispetto alla gamma di “storie dell’italiano” attualmente sul mercato, anche di formato piuttosto ridotto (a confronto di quella di Migliorini, per capirci tramite un esempio arcinoto). Forse bisognerebbe chiederlo ad Antonelli…
Ma non saranno certamente l’esito di ‘veti’ da parte degli editori, ai quali invece così viene data l’opportunità, rara, di far rivivere testi che (tranne casi particolari come le adozioni universitarie, comunque in difficoltà a causa del problema delle fotocopie e ancor più dalle facili riproduzioni tramite cellulare… altro che aura benjaminiana!) difficilmente potrebbero vivacizzare il catalogo, sfuggendo alla loro inesorabile desolation row, cioè la via del macero — per quanto possa esser stata nobilitata dalla Solitudine troppo rumorosa di uno scrittore così atipico come Bohumil Hrabal, che una sera dell’ormai lontanissima estate 1988 Giuseppe Dierna mi fece conoscere nel posto migliore: verosimilmente U zlatého tygra, sorseggiando immagino quella stessa Plzeňský Prazdroj che dissetò tutta la mia settimana di soggiorno nella “magica Praga d’oro”.

Interno della birreria praghese “Alla tigre d’oro”

Quello che vedrai più facilmente sui tavoli della “Tigre d’oro” (ammesso di riuscire a trovare un posto libero…!)

 

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Redattori in auge!!!

Mimosa

Ma quanti begli anniversari si stanno festeggiando questi giorni: il 7 marzo il cinquantenario della Bloody Sunday, in cui si svolse la prima delle marce in Alabama contro la segregazione nei confronti dei ne(g)ri. L’8 marzo, accompagnato dalle solite mimose (spesso purtroppo strappate brutalmente da alberelli coraggiosi), si celebra la giornata della donna, pur non sapendo bene quale…

Il ponte Edmund Pettus, in Alabama, finalmente attraversato.

Il ponte Edmund Pettus, in Alabama, finalmente varcato dai manifestanti.

 

Ma no, aspettate un attimo, distratto da questo clamore di fondo mi sto perdendo qualcosa, che per i nostri interessi, qui e ora, è di importanza perlomeno analoga a quelle di cotali eventi: un’altra vittoria r-e-d-a-z-i-o-n-a-l-e (sensazionale).
La Camera del lavoro metropolitana di Bologna ha riportato l’esito della trattativa per 14 dipendenti della casa editrice il Mulino, che andranno a costituire la start-up/spin-off Edimill (contrari però i Cobas, il cui comunicato, duro e articolato, condanna l’accordo come «illegittimo per violazione delle disposizioni previste dalla legge 223/91»).
E il caso ha voluto che la data coincidesse con quella della sentenza storica con cui l’Ispettorato del lavoro di Milano ha ingiunto a una delle maggiori aziende editoriali italiane di assumere a tempo indeterminato 21 redattori, che in precedenza erano stati costretti a lavorare con modalità inadeguate.

Uno dei manifesti realizzati da ReRePre

Uno dei manifesti realizzati da ReRePre (2013)

Di quest’ultima notizia hanno parlato già Bibliocartina (con utile riepilogo, nei link e in calce, degli interventi precedenti in merito) , Roberto Ciccarelli sul Manifesto, Federica Zicchiero sul suo blog e uno dei focus sull’editoria che abbastanza regolarmente Andrea Coccia pubblica su Linkiesta; di quest’ultimo invito a leggere soprattutto il capoverso finale, che va oltre l’intento celebrativo e segnala le difficoltà «oltre la punta dell’iceberg».
La «manifestazione di interesse non vincolante relativa a una eventuale operazione di acquisizione dell’intera partecipazione detenuta da RCS MediaGroup S.p.A. in Rcs Libri S.p.A., pari al 99,99% del capitale sociale, nonché dell’ulteriore complesso di beni e attività che costituiscono l’ambito librario di RCS MediaGroup» (ricopio dal comunicato ufficiale Mondadori dello scorso 18 febbraio, giusto per non sbagliare, anche se a scapito dell’intelligibilità…) è stata l’argomento più discusso in rete negli ultimi mesi, sin dalla prima indiscrezione trapelata su Dagospia; per farla breve, invito a leggere ancora su Bibliocartina il comunicato ‘recalcitrante’ del Comitato di redazione e Rappresentanze sindacali unitarie di RCS.
Vorrei solo sperare che l’esito di questa proposta non porti di fatto a vanificare quelle assunzioni (come insinua, oltre al già citato articolo del Manifesto, anche Il Libraio), dato che Mondadori è ricorso contro la decisione dell’Ispettorato. Un’azione che se da un lato rientra in un modo di fare tipico di Segrate e del suo (ex) presidente, dall’altra ha il valore, più pratico, di prendere tempo, anche riguardo a questa maxi-operazione che porterebbe alla formazione di un supergruppo che varrebbe il 40% del mercato librario nostrano (25% scolastico, quasi 70% tascabili – proprio oggi Alessandro Gazoia ne ragiona in maniera tanto approfondita quanto intelligente su Internazionale).
Qui Il Libraio fa riflettere su alcune conseguenze possibili del matrimonio che per molti (compreso il ministro della cultura Franceschini, a differenza del presidente del Consiglio) “non s’ha da fare” e qui presenta il parere di Alberto Galla, presidente dell’ALI, l’Associazione librai italiani.
RCS-palazzo
La risposta di RCS, che si dovrà attendere al massimo fino al 29 maggio, quando ci saranno nuovi dirigenti, va nella medesima direzione.
Non so se questa campagna-acquisti sia soltanto da imputare al tentativo, in prospettiva, di porre un argine a «colossi del web», tipo Amazon, nello spirito che in anni recenti ha creato altre mostruosità: da «l’affare Vivendi» al più recente Penguin Random House. Su tutto questo non posso che citare ancora una volta la conclusione, amara ma realistica, di André Schriffin: «Il processo di concentrazione […porta] in un vicolo cieco: quanto più stretto è il controllo sui media, tanto più difficile diventa aprire un dibattito pubblico complessivo sulla loro situazione. E quanto più potenti sono i media, tanto più difficilmente i governi cercheranno di impedirne ulteriori fusioni» (Il controllo della parola, Bollati Boringhieri, 2006, p. 81). Correttamente in un’ottica sistemica Schiffrin esaminava l’insieme complessivo dei media (ossia, non unicamente l’editoria libraria, ma anche quotidiani, radio e televisione – e magari bisognerebbe aggiungere anche internet e telefonia – in ciò l’attuale petizione #menogiornalimenoliberi sembra imperfetta, anche se va firmata comunque); dunque per capire cosa sia in ballo anche qui occorre allargare la prospettiva (e fare ipotesi popperianamente ardite, salvo confutarle/rigettarle quando non siano corroborate): così potrebbe assumere un senso più chiaro la proposta di acquisto delle torri di trasmissione RaiWay, cioè servirebbe a mostrare che l’attacco mondadoriano è a tutto campo.

Il logo della casa editrice bolognese.

Il logo della casa editrice bolognese.

Concentriamoci adesso ad analizzare meglio l’altra notizia, così eclatante visti i “chiari di luna” attuali.
L’elemento più stimolante è dato forse dalla possibilità di saltare a pie’ pari la nuova normativa: ricordo infatti che il famigerato Jobs Act è entrato in vigore proprio in questi giorni, ma i lavoratori bolognesi hanno ottenuto l’applicazione dell’articolo 18 com’era in precedenza, nel punto della «clausola di responsabilità solidale» che anche il sindacato reputa tanto significante da scriverlo in nero.
Poiché la neonata Edimill sarà formata da 14 redattori, licenziati dal Mulino appositamente per venire riassunti lì, è stato specificato che non si applica la soglia minima dei 15 dipendenti per la reintegra in caso di licenziamento illegittimo, né per la facoltà di eleggere propri rappresentanti sindacali. Completa l’elenco di fattori positivi l’impegno a «un dettagliato piano formativo».
Ma c’è anche un elemento di segno opposto, e assai netto: la chiusura a ogni possibilità di applicare clausole analoghe anche ai lavoratori della casa editrice romana Carocci, la cui aspra battaglia tra dicembre e gennaio è stata ampiamente seguita qui (si vedano almeno questo post e quest’altro, a consuntivo).
Un ex-collega e amico che fa parte dei 10 redattori “parcheggiati” per un anno in CIGS ha commentato così:

Colpisce la smaccata disparità di trattamento rispetto a quello che ci è stato riservato. Noi siamo stati semplicemente buttati di sotto con un piccolo paracadute. E il fatto che nemmeno in linea teorica Carocci-Mulino abbia preso in considerazione l’ipotesi di coinvolgere in qualche modo i cassintegrati Carocci nella nuova struttura che nasce, evidenzia la volontà di silurarci a prescindere.

Chissà come sarebbe andata se i colleghi del Mulino avessero avuto l’aiuto di San Precario, cioè un sostegno fattivo anche da parte della Rete dei redattori precari?
Eppure è arduo resistere in questo “deserto del reale” dell’editoria, così mutevole e sdrucciolevole (forse è regredita a un “perverso polimorfo”?); le file si assottigliano, si cercano altri spazi e lavori diversi, che consentano di respirare normalmente anziché di boccheggiare a stento.

Simona, una delle attiviste di ReRePre della prima ora (si parla del 2008…), intervistata da Ciccarelli, è schietta, diretta, non si vanta del successo per nascondere le difficoltà che il movimento sta attraversando:

«Ci stiamo con­tando — molti di noi […] hanno cam­biato mestiere o paese. C’è molto da fare: biso­gna pen­sare al lavoro auto­nomo, all’estensione delle tutele, creare un tarif­fa­rio per non soc­com­bere tra studi edi­to­riali e edi­tori che non pagano. Biso­gna capire se ci sono le energie». Perché il limite a tutte le azioni da intraprendere, come sempre e specialmente in Italia (basti vedere l’affluenza alle urne), «sta nell’abitudine a dele­gare e a non agire in prima persona».

Ma pure in un momento di riflessione non si possono, non si devono dimenticare i due obiettivi che sono stati fissati l’autunno scorso, in occasione del rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro per il comparto grafico-editoriale:

  1. preparare un lavoro negoziale che faccia da fondamenta per costruire un contratto unico che rappresenti tutti i lavoratori della cosiddetta filiera della carta e della comunicazione;
  2. organizzare un Forum o “Stati Generali dell’Editoria” per sensibilizzare l’opinione pubblica e le Istituzioni sull’importanza anche democratica, del Settore, e per tentare di dare un futuro a decine di migliaia di lavoratori.

I colleghi traduttori di StradE sono già un pezzo avanti per il primo punto e la collaborazione con ReRePre è già stata avviata (pur tenendo conto delle inevitabili e divergenti specificità); per il secondo, il Book Pride organizzato da ODEI ai Frigoriferi milanesi per fine marzo potrebbe fare da battistrada, un’utile occasione per scambiare idee fra addetti ai lavori, ma non solo (e reclutare nuove leve).

Il logo del Sindacato traduttori editoriali.

Il logo del Sindacato traduttori editoriali.

Tutti a Book Pride (Milano, 27-29 marzo 2015)!

Tutti a Book Pride (Milano, 27-29 marzo 2015)!

 

 

 

 

 

 

Il Sindacato dei lavoratori della comunicazione sta, finalmente anche se faticosamente, abbracciando un’ottica e acquisendo una consapevolezza diverse, più aperte al frammentato, sfuggente scenario contemporaneo (con l’occasione segnalo la ricerca Ires-Federazione dei lavoratori della conoscenza, ben più stimolante del titolo Lavoro – conoscenza – sindacato: una ricerca tra i lavoratori cognitivi, datata 2 ottobre 2014).

Logo e motto CGIL.

Logo e motto CGIL.

Così l’accostamento, dapprima casuale, degli ultimi argomenti porta da sé, quasi naturalmente, o misticamente, la soluzione: per non rimanere schiacciati e asserviti bisogna, ora più che mai, collegarsi ad altre realtà precarie, cercare modalità di intervento comuni, elaborare piani e strategie almeno affini per far sentire la propria voce, sempre più forte e dritta, pertinente e penetrante. Indomita. In segno di rispetto per (il) sé e in nome della dignità del lavoro.

Facciamo i conti con Carocci

Il logo della casa editrice romana, modificato per le circostanze...

Il logo della casa editrice romana, modificato per le circostanze…

La vertenza editoriale che da metà dicembre aveva infiammato animi e cuori si è ormai conclusa. Grazie anche all’apporto di alcuni (ex) colleghi che mi hanno cortesemente fornito tante informazioni utili, in varie forme, scrivo questo quarto post (vabbè, quello su Wagenbach è piuttosto tangenziale al ‘caso Carocci’, ma ai miei occhi fa parte ugualmente di questa miniserie perché la sua «ricetta» ha una validità molto estesa; in tutti i casi quello scritto si apriva e chiudeva ricordando che la battaglia era ancora in corso – e col sottinteso che valeva la pena combatterla!) per riordinare le idee, rimettere a posto i c<ar>occi e in questo modo evidenziare meglio, a chi vorrà vederli, problemi e nodi ancora tutti da chiarire. I quali, ci tengo a sottolinearlo, non sono frutto di impressioni personali e soggettive.

Tanto per cominciare, le ferie di dicembre sono state insolitamente lunghe, due settimane piene: forse servivano per far smaltire tutti i giorni di ferie residui ai lavoratori che il piano datoriale di ristrutturazione condanna, relega, confina (esclude?) nella «Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria [d’ora in avanti C.I.G.S. o CIGS] per crisi aziendale nei settori della redazioni (università e varia, collaborazioni editoriali, riviste) e dei servizi para-amministrativi»; così sancisce l’accordo siglato mercoledì 21 gennaio 2015 presso l’Assessorato al lavoro della regione Lazio.
Ma siccome i giorni di feste comandate sono ormai alle spalle, trascorsi indolenti, anzi accidiosi, [NOTA 1] e non soltanto per proteggersi dalla tramontana gelida che spirava fuori, andiamo al sodo.
Delineo subito lo scenario in cui si collocherà meglio tutto il resto che segue partendo da un acuto pezzo apparso il 16 dicembre sulla pagina Facebook degli ‘scioperanti’.

La prima considerazione da fare è che i redattori del Mulino, a causa di queste misure, di fatto passano da un contratto a tempo indeterminato ad uno a tempo determinato. È una forzatura che non è detto sia perfettamente legale e sindacalmente non impugnabile. Inoltre, visto il sistema di vasi comunicanti naturalmente esistente tra il Mulino e Carocci editore, la possibilità apertamente evocata dalla Direzione aziendale di sottrarre il lavoro ai redattori Carocci – peraltro colpiti con la CIGS dalla stessa Direzione! – sembra configurare l’istigazione dall’alto di una miserabile guerra tra poveri. La recente predisposizione di un sistema informatico comune alle due redazioni costituisce l’infrastruttura tecnica perfetta per controllare il flusso lavorativo ed, eventualmente, orientarlo in un senso o nell’altro. È giusto praticare le sinergie, ma concepirle nello spirito di far contendere una risorsa sempre più scarsa in tempi di crisi, cioè il lavoro, tra gruppi di lavoratori contrapposti intenzionalmente tra loro in un contesto di tutele sempre più ridotte ne rappresenta una modalità ben misera regressiva e socialmente disintegrante.
L’idea-forza che ha guidato coloro che hanno predisposto le suddette scelte è quella della variabilizzazione dei costi fissi, in particolare di considerare sin da subito il costo del lavoro redazionale del Mulino (ma anche dei lavoratori Carocci) un costo variabile e flessibile. In questo sembra che ci si accodi con venticinque anni di ritardo ad un dogma neoliberista, al pensiero unico dominante della flessibilità come soluzione di tutti i problemi in tutti i settori industriali e in tutte le imprese ma anche come linea di politica del lavoro da parte del governo Renzi (vedi il decreto Poletti e il Jobs Act).
È importante sapere che il 9 giugno 2014 sul sito internet del Mulino, nella sezione dedicata alla prestigiosa e omonima rivista «il Mulino», è apparso l’articolo L’Italia cambia verso? scritto dal professor Paolo Pini, ordinario di Economia politica alla facoltà di Economia dell’Università di Ferrara, nonché vicepresidente della Società italiana degli economisti. L’autorevole economista smonta pezzo per pezzo la politica sociale del governo Renzi, critica l’intelaiatura teorica della flessibilità come panacea per tutti i mali e, in chiusura, esprime una conclusione interessantissima per il caso Mulino-Carocci: «[…] la maggiore flessibilità del rapporto di lavoro, in uscita oltre che in entrata garantita dai contratti a termine e dalle semplificazioni apportate ai contratti di apprendistato, non appare positivamente correlata alla produttività del lavoro ed alla sua crescita. Anzi, se una relazione sussiste, è opposta a quella presunta, ovvero la riduzione delle protezioni all’impiego (minori tutele per il lavoratore) appare associata a riduzioni della produttività piuttosto che a un suo aumento. La ragione è rintracciabile nel fatto che forme contrattuali flessibili se da un lato possono favorire la mobilità del lavoro da imprese e industrie poco dinamiche verso quelle più dinamiche, dall’altro abbassano la propensione a innovare e investire sulla qualità del lavoro da parte delle imprese, le quali cercano piuttosto di trarre vantaggio dai minor costi del lavoro invece di accrescere la produttività. Per cui che la maggiore flessibilità del lavoro porti a più produttività è [una] falsa credenza».[NOTA 2]
Fermo restando il pluralismo delle idee, le tesi del professor Pini sembrano più coerenti con la storia del Mulino – di cui quest’anno si è celebrato il sessantennale – di quanto non lo siano le traumatiche scelte di politica aziendale presentate il 4 e il 10 dicembre. Fra i miei punti di riferimento nel ricchissimo ambiente culturale e accademico rappresentato dal Mulino vi sono anche teorici dell’economia vista come “economia civile”, vi sono pensatori cattolici (come ad esempio il professor Pedrazzi, tra i 9 professori fondatori storici del Mulino) assertori della dottrina sociale della Chiesa con la sua visione di integrazione della società e di difesa modernamente intesa del welfare state, vi sono sociologi che rifiutano il predominio dell’economia come fatto quantitativo che umilia e subordina a sé tutte le altre sfere della vita».

Riprendo con la cronistoria.
All’incontro del 7 gennaio 2015 a Roma presso l’hotel Minerva tra azienda e sindacato Slc-Cgil l’amministratore delegato di Carocci editore e del Mulino, Giuliano Bassani, non si presenta. Anche se poi si chiarì che il titolare della trattativa era il presidente del CDA, Giovanni Belluzzi, i dipendenti in sciopero denunciavano nel loro blog questa assenza come deplorevole: «un fatto sconcertante, considerato che sul tavolo [sc., della delicata trattativa] pesa il licenziamento della metà della forza lavoro», stando all’annuncio inaspettato di quasi un mese prima (mercoledì 10 dicembre). Nell’incontro disertato dall’amministratore delegato la proprietà ha anche rifiutato l’offerta di un contratto di solidarietà (una forma di sostegno varata nel 1984 per le aziende in difficoltà che attivano la C.I.G.S. e parzialmente alternativa a quest’ultima) per confermare il «piano di smantellamento di fatto del corpo redazionale e amministrativo», che colpisce al cuore la casa editrice, ma rinviando la trattativa a un incontro successivo.
Il quale è convocato il 13 gennaio, per una discussione prevedibilmente lunga e sfibrante… che infatti dura l’intera notte a colpi di proposte e controproposte, di numeri e nomi. I lavoratori a rischio licenziamento vegliano a sostegno delle rappresentanze sindacali. Finalmente alle 4,30 di mattina del 14 gennaio si raggiunge un accordo sindacalmente “dignitoso”: [NOTA 3] la firma del 21 gennaio ammette la Carocci a godere del beneficio «del trattamento di CIGS per crisi aziendale [dell’unità produttiva di Roma] per un numero massimo di 10 lavoratori attualmente in carico presso l’unità stessa, che saranno sospesi dal lavoro, a zero ore, per un periodo di mesi 12, con decorrenza 26/1/2015» anziché i 14 inizialmente richiesti. Inutile fare buon viso a cattivo gioco: di fatto quella “sporca decina” è stata eliminata, rimossa, cancellata, cassata, “silurata”, “segata”. E anche: sminuita (nella dignità di lavoratori che non hanno mai chiesto più del dovuto e ai quali non si è mai dovuto far notare qualche carenza o delle imprecisioni); esautorata (se, come parrebbe, il lavoro di tutte queste persone verrà affidato e svolto da ex colleghi).
Indefettibilmente. Senza alcuna considerazione per il lavoro svolto con pazienza, passione, intelligenza e dedizione (abnegazione, in realtà) in tutti questi anni – e profuso su volumi e riviste: migliaia e migliaia di pagine di carta stampata ogni anno!
Senza alcun interesse a raccogliere, conservare, sviluppare, trasmettere, trasferire, diffondere le competenze acquisite, consolidate, incrementate proprio nel lavoro svolto, umilmente e con efficacia, rigo dopo rigo, titolo dopo titolo, giorno dopo giorno.
Ultimo interrogativo (per ora), ma non meno importante: come potrà proseguire l’attività dopo una tale decimazione (in senso quasi letterale)? E a che livello qualitativo?
Non c’è neanche il minimo accenno a (tentare di) battere strade differenti da quelle già intraprese in passato, al fine di cercare e proporre soluzioni alternative, integrate, collaborative – in grado di dimostrare che la controparte datoriale voglia porsi davvero all’altezza di un dialogo degno di questo nome, invece di acco(mo)darsi a inseguire con una miopia molto “italiana” cifre scabre e scostanti, numeretti privi di senso nel vuoto pneumatico di un «piano degli investimenti» troppo scarno (una paginetta) per essere preso sul serio. Esso rientra in un «Piano di Risanamento, volto al riequilibrio dei fattori produttivi ed a un riposizionamento strategico sul mercato, secondo le linee guida del Piano Industriale per gli anni 2014-2018» del quale sinora sono visibili unicamente le conseguenze: esiziali. Con l’acquiescenza, aggravante, dell’attuale dirigenza. Che con un silenzio più che eloquente conferma un’indifferenza sovrana verso le tecnologie digitali, oggi come nel passato.
Ma cosa ne pensano i lavoratori? E soprattutto quali riflessioni (inquietanti) suscita questo accordo, ad analizzarlo per bene, a scandagliarlo in profondità?

Partiamo dalla buona notizia: non è stato toccato nessuno degli editor, neanche nel settore dei “finanziati”. Ma i tre componenti di quest’ultimo sono stati ‘decapitati’ del loro caporedattore, una personalità con una lunghissima militanza nel settore e un’esperienza difficilmente riscontrabile in altre realtà odierne. Così, al giorno d’oggi sembra proprio che i valori (fedeltà, capacità, competenze ecc.) sui quali un tempo si costruiva una professionalità (il ‘mestiere’ lato sensu) abbiano assunto segno opposto e siano sviliti: chi (i pochi) li possieda, sarà fatto oggetto di ostracismo accanito, anziché esser preso a modello. E poi, con uno sguardo a chi resta: basterà un blando collegamento a un generico Ufficio produzione e il mero passaggio di «n. 1 part time 50% convertito in full time» (cito dal primo foglio del “Verbale di accordo” del 21 gennaio) per continuare a far funzionare quel microsubsistema nella stessa maniera impeccabilmente efficiente di prima?
Invece per quanto concerne la redazione universitaria sono scampate solo due persone (e un’altra vi è stata aggiunta, spostandola dalla redazione dei finanziati): contro ogni buona pratica e sana consuetudine, interessate a difendere le professionalità più esperte (vedi sopra) per salvaguardare la produttività aziendale, si tratta di personale giovane dal punto di vista anagrafico, con la retribuzione più bassa, mentre anche in questo caso chi svolgeva funzioni di coordinamento e organizzazione è stato eliminato, lasciato fuori, a casa, in CIGS.
Insomma, anziché stratificare, consolidare, amalgamare, affinare (come distillare un buon vino o foggiare una spada eccellente) le abilità professionali migliori sino a renderle uniche e insostituibili,[NOTA 4] è stata varata una manovra strategica anzitutto per «ridurre al minimo i costi» (così nel punto h del verbale di accordo) delle maestranze in questa delicatissima fase di transizione verso qualcosa d’altro, che non è ancora chiaramente delineato all’orizzonte, ma di certo modificherà in maniera irreversibile la fisionomia di Carocci editore. La cui dirigenza dunque non pare affatto possedere «la capacità di mettere al centro la professionalità, intesa come una composizione delle diverse professionalità che, combinate, fanno la buona editoria», per riprendere le parole di Antonio Monaco, direttore delle Edizioni Sonda di Casale Monferrato, intervistato in qualità di presidente del gruppo Piccoli editori dell’AIE da Bibliocartina il 21 novembre e il 3 dicembre 2014, proprio a ridosso della 13a edizione della Fiera della piccola e media editoria.

Più libri, più liberi

Il logo della manifestazione editoriale romana.

Non basta: in questa maniera ci si potrà disfare anche dei salvati senza grandi preoccupazioni o rimorsi quando non serv(ir)an(n)o più; forse andranno a far parte dei sommersi quando sarà stato smaltito l’arretrato accumulato con le lavorazioni che non è stato possibile portare a termine nell’ultimo mese dell’anno per l’agitazione attuata (voci non ufficiali stimano la perdita per i testi che non è stato possibile pubblicare entro il 2014 attorno ai 150.000 €), e quando magari le lavorazioni potranno atterrare senza grossi patemi d’animo nella costituenda Edimill. Quest’ultima è la newco formata con quattordici redattori del Mulino, incoraggiati a dimettersi dalla stessa azienda, la quale provvederebbe a riassumerli lì coprendone gli oneri maggiori: una soluzione di ripiego in stile scatole cinesi (con i redattori trattati alla stregua di fantocci, buoni appunto soltanto a fare da meri “riempitivi” dei giochini in stile Lego del CDA) escogitata forse per “fare bella figura”, ma facendo sicuramente un’altrettanto “brutta figura” quando si sappia che lo stesso Mulino non si è premurato minimamente di assicurare un trattamento analogo ai redattori della Carocci, considerata (nei fatti anche se non esplicitamente) sin dai tempi dell’acquisizione (2009) una sorta di “sorella minore”.
Peraltro è doveroso precisare che, al momento in cui scrivo, i lavoratori bolognesi non sono particolarmente favorevoli a questa ipotesi: e utilizzo tale termine perché tuttora latita qualsivoglia dettaglio operativo sull’operazione. In una fase iniziale la dirigenza Carocci aveva avanzato una proposta vagamente assimilabile, nella forma di incentivi a chi si fosse licenziato “spontaneamente” (l’espressione, se non ci fosse da piangere, farebbe sorridere, sia pure a denti stretti) per costituire un’agenzia editoriale, alla quale eventualmente fornire lavoro in maniera regolare (come è avvenuto in altre aziende editoriali, per esempio Laterza con i redattori baresi, esternalizzati tutti – tranne la scolastica – nella seconda metà degli anni Novanta e delle cui aziende come Omnibook, Progedit o Pagina finì per servirsi Carocci medesima, pur in maniera non esclusiva).
Ma Laterza impiegò, appunto, una quindicina d’anni per disfarsi della struttura redazionale [NOTA 5] e chiedendo la collaborazione dei suoi stessi dipendenti, mentre adesso si vorrebbe percorrere la medesima strada in una manciata di settimane: fretta di riguadagnare rapidamente il (troppo) tempo perduto? Ma sappiamo bene tutti che le nozze non riescono col buco a volerle fare coi fichi secchi…
Ad ogni buon conto, i lavoratori Carocci hanno scartato subito quella proposta: ma perché? Ho già accennato alla disparità di trattamento rispetto ai colleghi bolognesi e ci saranno stati anche altri motivi: divergenze di opinioni al loro interno; poca o nulla chiarezza da parte datoriale sulle modalità di attuazione di tale ‘passaggio’; assenza di competenze specificamente dedite al ‘marketing’ fra i redattori e tali da poterli far competere allo stesso livello di realtà analoghe quando in seguito questa piccola società si fosse confrontata col mercato ‘aperto’; e soprattutto, visto che è stato appena evocato tale maledetto concetto, la vigile consapevolezza delle condizioni reali (leggasi: il far west) nelle quali esso si dibatte, soprattutto in Italia, che già bastano a rendere difficile la vita a gruppi strutturati da molto (troppo?) tempo, figuriamoci a un’impresuccia che intendesse affacciarsi adesso, praticamente senza alcun esperienza pregressa e senza idee innovative (del resto, chi ne ha, al momento?).

Ma qui è in gioco qualcos’altro, di ben più rilevante, e che in un certo senso riassume e distilla in sé la ‘cifra’ del contendere, qui e in tutte le altre situazioni analoghe sparse per l’Italia, passate e future: come ha scritto splendidamente Isabella Zani, una traduttrice fra i 5000 firmatari

Caroccinsciopero ringrazia i 5000 firmatari.

della petizione (attualmente chiusa), «non si manda a casa la competenza»! Ciò che il corpo redazionale Carocci ha rifiutato è stato il tentativo di svilire il valore culturale del proprio lavoro, assimilato a quello di agenzie esterne: sia ben chiaro, non ci si lamenta che queste lavorino male o in maniera insufficiente. Anzitutto sono in gran parte ex colleghi (vedi sopra), già outsourced, poi bisogna assolutamente tener conto dei compensi risicati che riescono a strappare, sottodimensionati (e questo è il terzo punto) anche rispetto al fatto che a esse è demandato un altro tipo di lavoro. Ma è un altro se e proprio perché intervengono a supporto di quello, centrale, primario, che svolge (dovrebbe svolgere) la redazione.
Cerco di spiegare meglio, data la crucialità della questione, che poggia su tutt’altro piano.
Quello in atto da tempo è, come denunciato dai lavoratori, uno smantellamento bello e buono della funzione primaria della redazione interna in una casa editrice: filtro, certo, non mero ‘passacarte’, ma anche vaglio critico, approfondimento ‘empatico’ (oltre che tecnico), rapporto diretto con gli autori, guida, consapevolezza dei fini e delle pratiche per raggiungerli. È qualcosa che dipende dalla formazione dei singoli componenti, da essi assimilata, alimentata, tesaurizzata, rielaborata e che solamente a quel punto viene (dovrebbe essere) restituita alla società, sotto forma di volumi (non importa se in formato cartaceo, digitale o altro) ben fatti,[NOTA 6] in grado di alimentare la conoscenza (lato sensu) altrui, cioè di chiunque abbia voglia e sia in grado di apprezzarla. Proporre una struttura degradata, come è stato fatto, è stato percepito chiaramente come denegare le capacità del loro operato, passare un tratto di spugna, con assoluta nonchalance, sul loro impegno, sul contributo che ciascuno di loro ha dato per anni allo scopo di affermare e consolidare sul mercato l’azienda per la quale erano orgogliosi di lavorare.
E affondando ancora di più: non è paradossale che in nome del profitto venga immolata (nei casi migliori: esternalizzata, che significa anche espropriata della sua specificità e delle proprie operatività) proprio la redazione, cioè il comparto che in pochi secoli si è venuto configurando come snodo pivotale, fulcro imprescindibile perché costitutivo di tutta l’attività editoriale?
Di quella larvata proposta di esternalizzazione rimangono ancora delle tracce nell’accordo scritto, sotto forma di a) «incentivazione all’esodo» per chi si volesse dimettere prima dello scadere della CIGS; b) «incentivazione economica» di sostegno al «promuovere la ricollocazione del personale eccedente presso aziende terze presenti sul territorio nazionale»; c) «programmi di riqualificazione e/o riconversione professionale con corsi di formazione», altra caratteristica però in cui l’azienda si è dimostrata estremamente discontinua, quasi disinteressata, per non dire addirittura latitante.
E siamo a un passo (forse anche meno?) del pericolo additato da Gian Arturo Ferrari nella chiusura della seconda e più corposa parte del suo recente volume, intitolato con poca fantasia Libro:

La realtà è che i proprietari di un numero crescente di case editrici librarie non hanno un interesse primario e vitale per i libri, che considerano in parte un mobile antico e un po’ ingombrante da tenere lustro, in parte un attrezzo d’altri tempi che sarà presto superato, in parte ancora un modo antiquato di far soldi, a patto però che se ne facciano. Pochi, forse pochissimi, pensano ai libri come a una porta sul futuro, […]. Senz’anima non c’è futuro» (Bollati Boringhieri, Torino, 2014, pp. 177-8).

Ergo, giocando un po’ con la logica: un’anima[NOTA 7] è necessaria per (immaginare, progettare, ecc. – fate un po’ voi…) il futuro; e se al futuro si può (attenzione: non si dice che sia l’unica via, ma una possibile sì) accedere tramite i libri, allora per (fare, pensare ecc. – fate un po’ voi…) i libri è necessario avere un’anima. Proprio quello che sembra difettare a chi ha architettato quest’operazione, che scrivo? questa macellazione.

Dissezioniamo ulteriormente il cadavere: ne emergeranno aspetti degni di interesse. Prendiamo in esame, ad esempio, il settore periodici.
Esso era costituito da due persone con ruoli diversi: una responsabile redazionale e produttiva e un’impiegata con compiti amministrativi e di gestione abbonamenti. Nel 2009, anno come sappiamo di acquisizione della Carocci da parte di Edifin, le riviste erano in una dinamica fase di regolarizzazione e incremento dei contratti di pubblicazione, sia di periodici di Dipartimenti universitari sia di periodici di enti/associazioni culturali; ad ogni buon conto, tale era la situazione già dell’anno precedente. Le testate entrate in casa editrice in quel periodo sono rimaste attive e regolari fino al 2014; anzi, l’incremento delle riviste Carocci è stato confermato nel biennio 2011-12, quando se ne sono aggiunte altre cinque, elevando così il fatturato del settore e aumentando il flusso lavorativo:
InVerbis. Lingue Letterature Culture, dell’Università di Palermo;
Textus. English Studies in Italy, dell’Associazione Italiana di Anglistica (che garantisce un minimo di 500 abbonati paganti, numero oltrepassato di più del 10% sia nel 2012 sia nel 2013);
L’Uomo. Società Tradizione Sviluppo, della Sapienza di Roma;
CRIOS. Critica degli ordinamenti spaziali, di un gruppo indipendente dell’Università di Napoli;
Politica antica, di un gruppo indipendente interuniversitario.
Oltre a queste e alle altre dodici riviste nel catalogo Carocci,[NOTA 8] si sarebbe aggiunta nel 2015 (contratto firmato nel 2014) Gli Argonauti. Psicoanalisi e società unitamente ai suoi “Quaderni”,[NOTA 9] che avrebbero accresciuto di circa altri 400 gli abbonamenti (indirizzari acquisiti a novembre 2014). I contratti di queste riviste sono dati di fatto. La prima motivazione – la «rilevante contrazione [e poco più avanti: caduta tout court] della domanda, derivante dall’evoluzione tecnologica […] indotta dalla rivoluzione digitale» – della «crisi economica» addotta dall’azienda Carocci editore nella richiesta di CIGS per il settore riviste è dunque una falsità.

A ben pensare, c’è stata negli ultimi due anni anche un altro tipo di domanda pressante da parte delle proprietà delle riviste: il cambiamento da rivista cartacea in rivista digitale o la produzione ex novo di una testata on-line. A questa domanda la dirigenza Carocci è stata incapace di rispondere con una progettualità editoriale di rinnovamento e ha coperto la sua insufficienza gettando fumo sulle possibilità di successo dell’impresa.
Riguardo allo stato e all’equilibrio economico-finanziario del settore, si deve sapere che le riviste Carocci sono state e sono sostenute da finanziamenti adeguati, considerato che è noto quanto inconsistente sia da decenni il mercato librario per i periodici.[NOTA 10] In particolare, i “conti” per le riviste sono stati tenuti sotto stretto controllo in questi anni perché fossero a posto. Sono stati presentati periodicamente alla Direzione di produzione Carocci – da parte del responsabile di settore, dell’editor delle riviste e del personale amministrativo – dati dettagliati estratti dal sistema gestionale AS400 e revisionati alla luce delle documentazioni d’ufficio (numero di abbonamenti, fatturazioni alle proprietà, vendite copie e pdf), prospetti economici per ciascun periodico, campagne abbonamenti e azioni promozionali e-mailing.
Nonostante l’oggettiva riduzione delle risorse pubbliche destinate alla cultura, le riviste scientifiche rispetto agli studi e lavori di ricerca monografici sono state ‘privilegiate’ dal sistema di valutazione dell’ANVUR, che pubblica classifiche per ambito scientifico in base alle quali vengono destinati i fondi. Anche se con qualche ritardo, i fondi per le riviste universitarie pubblicate da Carocci sono arrivati. Nel contempo, revisioni tecniche tipografiche delle riviste cartacee e accorgimenti redazionali e organizzativi in accordo con le proprietà per il contenimento preventivo dei costi hanno consentito che nessuna delle riviste avesse pendenze economiche con Carocci editore a fine 2014.

Il logo dell'ANVUR.

Il logo dell’ANVUR.

Che conclusioni trarne?
1) Le riviste non sono contemplate nel sistema informatico di gestione/controllo della produzione, scelto da il Mulino, predisposto e realizzato nel corso del 2014 per la produzione libraria Carocci. Come dunque saranno gestite d’ora in poi da Carocci editore?
2) Nel 2012 la società editrice bolognese realizzò Rivisteweb (sottotitolo: la piattaforma italiana per le scienze umane e sociali), e propose una “sinergia” editoriale con un contratto di licenza dei contenuti delle riviste Carocci, sia per la produzione in corso sia per l’archivio storico degli articoli in formato digitale. E difatti a partire dal 31 luglio 2014, come riporta il blog sulle risorse elettroniche del Sistema Bibliotecario di Ateneo dell’Università di Firenze, questi periodici sono raggiungibili anche da tale piattaforma.[NOTA 11]

Parte del logo di Rivisteweb.

Parte del logo di Rivisteweb.

Viene da chiedersi se si è trattato del primo passo per la cessione del ramo e il trasferimento del pacchetto economico “riviste” da Carocci al Mulino.
È dunque questo il vero motivo per esautorare la redazione delle riviste e licenziare l’ufficio abbonamenti, per cancellare un settore in pari e in cui la ricerca universitaria confida nel prossimo futuro?
Tutto fa pensare che l’intero settore sarà ceduto in blocco all’editore bolognese, già forte sin dal momento della fusione del suo parco di 55 periodici, ma questa mossa contraddice completamente le dichiarazioni rilasciate da Ugo Berti a Dino Messina sul Corriere della sera il 3 luglio 2009, ossia all’annuncio dell’accordo di acquisizione del 60% delle quote da parte del Mulino, ratificato a Roma una settimana dopo, il 9 luglio:

“le due case editrici manterranno la loro autonoma identità che costituisce un punto di forza non soltanto per quanto riguarda la presenza di certi autori, ma nella peculiare attitudine a confrontarsi con il mercato. La Carocci per esempio ha una considerevole duttilità ed è capace di essere presente con efficacia in piccole realtà”.
Berti si riferisce in questo caso alla capacità di stampare molti titoli a bassa tiratura per rispondere alle esigenze di un mercato che cambia da un’università all’altra.

Si tratta allora del primo passo verso la fusione, che solo cinque anni fa tutti escludevano categoricamente, affermando che i conti delle due società editrici ‘cugine’ erano positivi? Del resto un editore avveduto, compassato e con una storia come quella che può vantare il Mulino difficilmente avrebbe varato quell’acquisizione se i 6 milioni di euro di fatturato provenienti dai 300 titoli pubblicati mediamente all’anno dall’editore romano non fossero stati ‘genuini’.
Infatti, anche se ci limitiamo ai dati sommari forniti in quell’articolo, portati per comodità a 100 quelli del Mulino, si vede bene che Carocci valeva tutto quel 60% investito dal “dottor Balanzone”: il rapporto fra i due editori nel numero di dipendenti andava per il romano al 42,85%, nel fatturato al 46,15%, nella quantità di titoli schizzava addirittura all’89,55%, per ridursi leggermente nelle riviste al 32,72%.
Allora siamo sicuri che oggi l’affossamento di una realtà editoriale «autonoma» non serva, almeno in prima istanza, a coprire ammanchi e insufficienze dell’altra, gettando fumo negli occhi per ingannare il quadro complessivo della manovra?

Ultimo il mio caso ‘particulare’, legato a un finanziamento cospicuo che Carocci sembra aver accettato di voler perdere definitivamente rinunciando alla pubblicazione.
Da aprile a dicembre 2014 ho lavorato in base a un contratto a progetto, finalizzato alla realizzazione editoriale degli atti di un convegno, che sarebbero dovuti uscire in tre tomi entro il 31 dicembre 2014 per poter fruire di finanziamenti messi a disposizione dagli organizzatori. Ai primi di dicembre mi venne comunicato che parte di tali fondi non erano più disponibili; mi affrettai subito a chiedere della mia sorte e venni rassicurato che la quota a copertura del mio operato non era in discussione. Però poco prima della chiusura mi è stato chiesto di togliere dalla fattura i giorni in cui gli uffici sarebbero stati chiusi per ferie.
Sul momento avevo fatto alcune considerazioni, che si parva licet vorrei riportare e condividere qui.
1. Ho la partita Iva dal 2009, dunque non sarei tenuto neanche a osservare un orario regolare e una presenza costante nella sede della casa editrice, come invece ho accettato di fare sin dall’inizio, per poter lavorare a stretto contatto della responsabile in un impegno gravoso e sfaccettato come questo; perché adesso dovrei sottostare a quest’altra richiesta?[NOTA 12]
2. I giorni di chiusura effettiva nel corso del 2014, anno entro il quale è valido il mio incarico (come già precisato), sono 6 (lo scrivo anche per esteso, per farlo capire meglio: sei, sex): non mi pare un gran risparmio, vista l’entità dignitosa ma non eccelsa del mio onorario. È, come al solito, mettersi a fare i conti della serva quando i problemi sono altri e di (ben) altro rilievo (si legga: per non vederli o, peggio ancora, non darli a vedere, cioè sostanzialmente in mala fede).
3. Poi sono giunto a una decisione salomonica, secondo me: (a) presento una fattura in tutto e per tutto identica alle precedenti, ossia con un importo pari a quello di ogni mese già fatturato (e fortunatamente sempre pagati entro i canonici 30 giorni – circostanza che oggi non è neanche del tutto scontata, per quanto stupore possa destare il venire a sapere del mancato rispetto di questi accordi – e son tanti i casi di cui si orecchia in giro – in chi non è avvezzo a queste vili transazioni), ma (b) contestualmente do anche la mia disponibilità a tornare a gennaio (o febbraio, insomma, quando la direzione riterrà necessario e/o opportuno) per 6 (lo ribadisco: dicasi sei, sex!) giorni a completare ciò che non si è potuto finire entro l’anno solare 2014. Considerando che le cianografiche del primo e del secondo volume sono praticamente già allestite, mi pare sia un buon compromesso, che evita a me e agli amministrativi dell’editore calcoli ‘bizantini’ e la scomodità di riaprire la contabilità per appena 6 (sei, sex!) giorni nel 2015 (nel qual caso sarebbe stato proprio il caso di dire: è più la spesa dell’impresa…).
Ma a pensarci meglio: come potrò dare corso a questo onorevole gentlemen’s agreement se con la redazione è stata spazzata via la responsabile interna a cui ho fatto capo per tutti gli otto mesi (e ci son voluti tutti!) di durata della collaborazione? È stata lei in via prioritaria e/o esclusiva a tenere i rapporti con curatori, autori, service e tipografia – e a ragione, sia de iure in quanto dipendente regolare, sia de facto per l’esperienza accumulata nella lavorazione degli atti pubblicati in precedenza, almeno dal 2000. Non potrò davvero accollarmi io (un esterno, un meteco, un paria, un fuori-casta, chiamatemi come volete, la realtà non cambia…) tutti questi compiti, né tanto meno la responsabilità dell’intero lavoro: no, dear mister Scrooge, I would prefer not to.

N O T E

[1]
Chissà se potrebbe giovare la lettura dei saggi ‘melanconici’ di Jean Starobinski, tanti a partire dalla tesi del 1959 (lo studioso ginevrino ha novantaquattro anni, dopo tutto) e finalmente raccolti nel suo ultimo L’inchiostro della malinconia (traduzione italiana di Mario Marchetti, prefazione di Fernando Vidal; Einaudi 2014, ed. or. Seuil 2012)? Peraltro appare poco stimolante la Premessa dell’A., 3 paginette in pdf che si possono scaricare da qui.

[2]
Si veda anche la sintesi efficace fornita pochissimi giorni dopo da Marco Cecchini su Pini e sul Jobs Act.

[3]
«(…) parzialmente confortante» scriveva Lettera 43 il 20 gennaio 2015, mentre il 14 gennaio Askanews lamentava nel titolo che i «lavoratori pagano prezzo altissimo» per quell’accordo.

[4]
Non posso non sottoscrivere un passo dell’articolo apparso su Angolo Lettura oltre due anni fa (11 dicembre 2012), che segnalava le difficoltà di «editor, traduttori, redattori, correttori di bozze, illustratori e grafici», insomma tutti i precari «lavoratori dell’editoria», ma purtroppo è rimasto drammaticamente attuale: «Competenze tecniche, professionali, sensibilità, capacità di ascoltare, osservare e comprendere, passione e creatività sono solo alcune delle doti che un buon professionista editoriale deve possedere per dare vita a un prodotto di qualità».

[5]
Per allinearsi alla media nazionale, secondo quanto sostenuto da Monaco: «4 anni fa la media dei lavoratori per casa editrice era di 2 impiegati (compresi i proprietari, […]), oggi è appena 1,2 persone». Il dato si accorda con quanto riportato da altri: già il 2013 faceva registrare il calo di oltre un quinto (21,5%) degli addetti nella piccola e media editoria. Si veda anche l’indagine della Camera di commercio milanese L’editoria in Italia e a Milano: struttura e tendenze, datata novembre 2013, scaricabile a questo indirizzo.

[6]
Metto in evidenza il termine per far capire il riferimento a E. Morin, La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero (Cortina, Milano, 2000, trad. it. di Susanna Lazzari, ed. or. francese 1999), che in realtà riprende su una considerazione dell’amatissimo (perché umanissimo) M. de Montaigne, Saggi (I, 26, «Sull’educazione dei fanciulli»; l’aforisma è alla pagina 196 della classica traduzione di Fausta Garavini, già Adelphi, poi Mondadori, Milano, 1970, vol. 1), per riflettere sulle modalità e soprattutto sulle finalità dell’insegnamento e dell’educazione.

[7]
A riguardo due riferimenti brucianti, senza tante spiegazioni (oltre all’importanza per la formazione del sottoscritto, non disgiunta da una certa qual pertinenza per le tematiche affrontate in questo post): G. Lukács, L’anima e le forme (Sugar, Milano, 1963, poi SE, Milano, 2002, trad. it. riveduta di Sergio Bologna, con una nota di Franco Fortini, ed. or. ungherese 1910, ed. tedesca 1911); A.M. Ripellino, Il trucco e l’anima. I maestri della regia nel teatro russo del Novecento (Einaudi, Torino, 1965, continuamente ristampato). Segnalo contestualmente un ottimo blog italiano dal quale è possibile scaricare quasi tutte le opere del filosofo ungherese (alcune anche in originale).

[8]
Carocci editore pubblica(va sino al 2014)
– nel settore “Antropologia”: L’uomo Società Tradizione Sviluppo (semestrale);
– nel settore “Arti”: Bianco e nero (quadrimestrale), Cinéma & Cie. International Film Studies Journal (semestrale) e Ricerche di storia dell’arte (quadrimestrale);
– nel settore “Diritto”: Ars interpretandi. Rivista di ermeneutica giuridica (semestrale) e Studi sulla questione criminale (quadrimestrale);
– nel settore “Economia”: Economia & lavoro. Rivista di politica sindacale, sociologia e relazioni industriali (quadrimestrale);
– nel settore “Letterature e linguistica”: Bollettino di italianistica. Rivista di critica, storia letteraria, filologia e linguistica (semestrale), InVerbis. Lingue Letterature Culture (semestrale), Quaderni di didattica della scrittura (semestrale), Textus. English Studies in Italy (quadrimestrale) ed Ecdotica (annuale);
– nel settore “Politica”: Politica antica (annuale);
– nel settore “Psicologia e psicoanalisi”: Rassegna di psicologia (quadrimestrale);
– nel settore “Scienze sociali”: Parolechiave (semestrale) e CRIOS. Critica degli ordinamenti spaziali (semestrale);
– nel settore “Storia”: Studi storici (trimestrale) e Dimensioni e problemi della ricerca storica (semestrale).

Inoltre Carocci ha pubblicato:
Passaggi. Rivista italiana di scienze transculturali (semestrale diretto da Rosalba Terranova-Cecchini); Politica e società (sorta nell’ambito della cattedra di Filosofia politica della Sapienza di Roma. promossa dall’Istituto di ricerca “Format” e dall’“Osservatorio sullo stato della democrazia”); fino al 2008 La valle dell’Eden (semestrale diretto da Paolo Bertinetti) e Pólemos (quadrimestrale co-diretto da Pier Giuseppe Monateri, Alessandro Somma, Daniela Carpi); sino al 2009 Cultura tedesca (semestrale diretto da Marino Freschi) e Italia contemporanea (trimestrale diretto da Mario G. Rossi); e sino alla chiusura nel 2011 Polena, ossia POLitical and Electoral NAvigations/Rivista italiana di analisi elettorale (quadrimestrale diretto da Luca Ricolfi).

[9]
Della novità informa sia il loro sito ufficiale, sia la loro pagina Facebook.

[10]
E c’è che riesce persino ad approfittarne, come testimonia questo articolo sul blog Filelleni che seppure un po’ datato (18 luglio 2012), mantiene ancora una sua attualità e pertinenza.

[11]
Ecco come si autopresenta nel sito: «la più autorevole collezione italiana di riviste di scienze umane e sociali, pensata per università, centri di ricerca, istituzioni pubbliche e private. Presenta gli articoli di oltre 80 testate del gruppo del Mulino (Società editrice il Mulino e Carocci editore), ricercabili nel testo completo e nei dati bibliografici, indicizzate nei principali repertori, motori di ricerca e discovery services. Nel contesto nazionale, la maggior parte delle riviste presenti si colloca ai vertici qualitativi dei settori disciplinari di appartenenza».

[12]
In questo modo il mio rapporto di lavoro è venuto ad assomigliare, pericolosamente, a quello delle ‘false’ partite Iva, in realtà monocommittenti, su cui molte testate giornalistiche sono già intervenute (p. es. Bibliocartina ne parlò in un articolo in due parti, pubblicate entrambe il 27 novembre 2012: leggile qui (I) e poi qui (II)).

Scioperare per lavorare?

Bologna la grassa sembra essere anche la città più virtuosa nei confronti dei redattori editoriali.

corteo
1. Parto dall’attualità: fa notizia (e anche un po’ fine decennio Sessanta?) il primo sciopero dei lavoratori del Mulino, storica casa editrice nata a Bologna nel giugno 1954 sulla scia della rivista omonima (attiva dal 1951):[NOTA 1] un gesto di solidarietà allo sciopero degli impiegati Carocci di Roma, che mercoledì 17 sono andati a manifestare proprio sotto i portici bolognesi, forti dell’appello lanciato da quattro studiosi di chiara fama come Alberto Asor Rosa, Tullio De Mauro, Adriano Prosperi e Luca Serianni, e sottoscritto da 3500 fra studenti, lettori forti e gente comune in soli tre giorni. Cerco di andare più a fondo, come al solito, per (far) capire i motivi di questa “eccezionalità”.

Dopotutto si tratta di due editori “cugini”: nel 2009 il Mulino acquisisce Carocci, lasciandogli però apparentemente piena autonomia di gestione e di marchio, e oggi fanno parte entrambi del gruppo Edifin. La piega che ha preso questa vicenda dimostra però che sbagliava chi voleva leggere nella manovra il tentativo, legittimo, astuto o secondo altri addirittura saggio, di rafforzare il settore della saggistica di alto livello, i cui consulenti e il cui pubblico gravitano soprattutto nell’ambiente universitario, a ridosso di un periodo che avrebbe visto proprio quel settore tra i più segnati dalla crisi editoriale.
In realtà il Mulino si è comportato più da “patrigno” che da “padre adottivo”, tendendo a privilegiare la produzione e la distribuzione propria a scapito di quella romana e guardando sempre un po’ dall’alto in basso la società “terrona”, fino a imporle una piattaforma informatica a senso unico – le cui redini, cioè, sono unicamente in mano ai piani alti degli uffici di Strada Maggiore.[NOTA 2]
volantino
Più in generale, tale asimmetria informativa si rifletteva anche nelle incertezze, freddezze, ritrosie, chiamatele come volete, insomma, scarsa comunicazione fra i due marchi, che andava dalla difficoltà di stabilire rapporti fra le assemblee dei lavoratori per elaborare strategie comuni a livello sindacale, fino alla scelta dei testi da realizzare: non sono pochi, infatti, i casi in cui due titoli si contendono i lettori (e quanti, ci si potrebbe poi interrogare…) su campi specialistici, e posso immaginare autori di grande caratura tirati per la manica ora da Bologna, ora da Roma, anche se hanno pubblicato con il contendente poco tempo prima… il che è comprensibile in un mercato libero, rispettoso del pluralismo informativo, ma suscita più di una perplessità quando a farsi concorrenza sono due società che lavorano, per così dire, nella stessa barca – o si dovrà dire, più opportunamente a posteriori, che in fondo tirano l’acqua allo stesso m/Mulino?

Io stesso ricordo (da ex laterziano) assemblee in cui non si riusciva a elaborare una posizione comune tra la sede romana e quella barese: e se questo avveniva all’interno della medesima società, nella quale evidentemente convivevano e confliggevano opinioni, usanze, aspettative molto diverse, si può intuire quanto fosse arduo in passato, ma continua a esserlo tuttora, stabilire contatti fra editori diversi, “fare rete” come si suol dire, anche solo per evitare di commettere gli stessi, imperdonabili errori!
Ognuno ripiegato sull’ombelico a coltivare il proprio orticello, si finisce a percorrere tutti sempre la stessa via invece di far tesoro delle mancanze altrui per elaborare strategie e ipotesi innovative!
Ecco dunque come si arriva, stancamente e ancora una volta, a registrare le stesse lamentele, a snocciolare i soliti dati negativi all’ennesima fiera di settore.

Considerato tutto ciò, già esser riusciti a superare quell’inerzia, quell’apatia che rasentava il menefreghismo è senz’altro un ottimo risultato.
Sarà avvenuto perché si saranno ribellati all’idea di mandare a casa la redazione romana in blocco gli eredi odierni del nucleo redazionale della rivista Il Mulino, che si costituì «con atto pubblico il 27 febbraio 1965» in «associazione privata, senza fini di lucro (…) per organizzare istituzionalmente il gruppo stesso»?[NOTA 3]
E puntualmente il 18 dicembre Luigi Pedrazzi, l’unico socio fondatore ancora in vita (87 anni, ma mente lucidissima), ha espresso a Marina Amaduzzi del Corriere di Bologna la prima critica alla validità delle dichiarazioni di Edifin (la società che controlla le due case editrici e ha emesso il verdetto di condanna a morte per i 17 carocciani, anche se in teoria la decisione definitiva spetterebbe a quella Associazione di cultura e politica “il Mulino” fondata quasi cinquant’anni fa).
Critica che ha ampliato nell’intervista concessa a Simonetta Fiori sulla Repubblica del 19 dicembre. Due brani basteranno a farne comprendere la linea argomentativa: «Mi sembra che manchi l’etica di cui parlava Weber» e «mi sembra che Bassani [il ‘liquidatore’, in quanto amministratore delegato delle due case editrici] si stia muovendo con insensibilità rispetto alla stessa storia del Mulino. Storia che è anche presente». Già, spesso e volentieri i ‘tagliatori di teste’ non sono proprio in grado di vedere lo spessore culturale, prodotto da una certa ‘genealogia’, di ciò che ‘potano’, finendo così con l’affossarlo irrimediabilmente.

2. Viene da pensare che proprio Bologna abbia una sensibilità più fine, più sviluppata su queste tematiche, a leggere sul sito della Rete dei redattori precari di un altro sciopero, svolto il 26 novembre 2014 dai lavoratori della casa editrice Zanichelli (anch’essa bolognese, sebbene fondata a Modena nel 1859) a favore dei collaboratori esterni!
Va bene, era soltanto di un’ora, ma anche lì si parla di un «presidio»: ciò ha tutta l’aria di essere un altro fatto inaudito e probabilmente è un esito, fra l’altro, di iniziative come l’inchiesta pionieristica sull’Editoria invisibile affidata dalla Cgil all’IRES (Istituto ricerche economiche e sociali) dell’Emilia Romagna
Ne avevo scritto giusto un anno fa (a cui aggiungo adesso questo articolo), mescolandovi altre iniziative consimili.[NOTA 4]

Per tutto questo nella fattura di oggi ho deciso di segnalare e non farmi retribuire i 3 giorni nei quali ho scioperato a favore dei colleghi Carocci, accogliendo un suggerimento lanciato da Claudio Riccio su Internazionale dell’11 dicembre.

3. Ma cosa c’è, dunque? Fischia il vento e soffia… ehm, un’aria di rinnovamento per l’editoria italiana?
Così parrebbe, a traguardare in sequenza l’intervento tanto lucido quanto esasperato di Mario Guaraldi dell’11 dicembre e la ripresa, anzi il rilancio-e-superamento (si potrebbe tradurre così Überwindung?) da parte dello “sfogo” di Antonio Tombolini (alias Simplicissimus), il quale sostiene con veemenza ancora maggiore la proposta di una Costituente del libro che mandi definitivamente a quel paese l’Associazione italiana degli editori (AIE).
Rammento altresì che ha appena compiuto un anno di vita l’Osservatorio degli editori indipendenti (ODEI), un consorzio di un’ottantina di aziende che in nome della bibliodiversità sta già pubblicizzando una propria manifestazione: BookPride, che si terrà a Milano dal 27 al 29 marzo 2015 (ingresso gratuito).bookpride

Sarebbe meraviglioso se questo fermento fosse l’avvisaglia di un cambiamento. Temo però che non ci sia da farsi soverchie illusioni.

Ad esempio, Loredana Lipperini sul suo seguitissimo blog Lipperatura prima di esortare a firmare l’appello «Non solo per Carocci» si chiede un po’ retoricamente, a immediato ridosso degli annunci “funebri” diramati alla tredicesima Fiera della piccola e media editoria: «Non basta la sospensione delle pubblicazioni di :duepunti e quella di edizioni di passaggio a far suonare il campanello d’allarme?».
Aggiungo per completezza di informazione che ai primi di dicembre ha chiuso anche l’agenzia letteraria Vicolo Cannery.
Ma quando la simpatica giornalista e conduttrice di Fahrenheit su Radio 3 scrive: «il piano industriale che prevede il licenziamento di circa la metà dei dipendenti [della Carocci] non è che un assaggio di quello che potrà avvenire, e con ogni probabilità avverrà, presso altre case editrici», dimostra di non sapere che il processo di svuotamento e smantellamento delle case editrici, con l’esternalizzazione e il subappalto del lavoro redazionale, è iniziato già da un sacco di tempo e soprattutto non può fermarsi.
Le prime a essere allontanate dal “centro del potere” furono le tipografie, suppongo addirittura verso la fine degli anni Settanta. Poi, nel corso degli anni Ottanta, dapprima in sordina, casualmente, alla spicciolata, sono stati dismessi gli uffici tecnici[NOTA 5] e comparti più o meno ampi delle mitiche “redazioni interne”, complice la rivoluzione informatica – che, come tutte le faccende tecnologiche, ha un lato positivo e risvolto malvagio. Col tempo questa semplice bifaccialità[NOTA 6] si è evoluta trasformandosi nell’incubo di un nastro di Moebius: difatti adesso la sua fisionomia consiste nell’avere “dentro” esclusivamente ruoli direttivi e, in qualche caso, di coordinamento col “fuori”.[NOTA 7] Questo nastrino è stato avvelenato progressivamente da una corsa al ribasso tra i «nuovi poveri»,[NOTA 8] che negli ultimi 2-3 anni ha assunto forme ancora più odiose giacché (come mi ha riferito una collega milanese) ad esempio i gruppi RCS e Mondadori hanno “imposto” di aprire la partita Iva a gran parte dei propri collaboratori, anche di lunga storia precaria, per poter continuare a lavorare con loro: in questo modo buona parte dei costi non sono più a carico delle aziende, ma dei prestatori d’opera. E non si tratta di una specificità milanese: date le difficoltà in cui si è trovata anche una sorta di editore-istituzione come la romana Treccani (sì, proprio quella che adesso sta rendendo disponibile on-line buona parte del suo patrimonio cartaceo tramite il sito omonimo), la dirigenza di quest’ultima ha fatto richiesta analoga (rafforzata magari dall’obbligo di costituirsi in cooperativa­ – immagino come ulteriore salvaguardia contro eventuali rivendicazioni legali) a chi volesse continuare ad avere un rapporto di lavoro, nonostante fosse stato/a anche da molto tempo co.co.co o co.co.pro o qualche altro singulto starnazzante del genere.

Non credo dunque che il destino che attende i dipendenti del Mulino sia poi tanto migliore di quello che incombe sulle 17 teste dei romani. È probabilmente intuendo questo esito che i redattori bolognesi, per la prima volta dopo sessant’anni, hanno deciso di scendere in piazza, a sostegno di coloro che gli erano più vicini.
Ora ditemi voi se questo non è il migliore dei mondi possibili, cioè il deserto del reale…

 

 

BO_dasotto

NOTE

1) Le informazioni storico-culturali sulla società editoriale il Mulino si trovano sulle pagine del sito ufficiale. A parte le foto della manifestazione, non sto a ripetere qui tutte le notizie sull’agitazione, che si possono ricuperare agevolmente dalle pagine della rassegna stampa che qualche angelo “tennico” tiene costantemente aggiornate sul blog dedicato specificamente a Caroccinsciopero dagli stessi dipendenti romani.

2) Analoghe osservazioni ben circostanziate sono riportate dalla viva voce di uno degli impiegati a rischio licenziamento nell’articolo di Bibliocartina datato 15 dicembre.

3) Anche queste informazioni sono assolutamente ufficiali (e cfr. N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani. Dall’Unità alla fine degli anni Sessanta, Laterza, Roma-Bari, 2007, p. 453).

4) Poiché il sito internet dove comparve non è più attivo, invito gli interessati-in-ritardo a leggerne su quello del Sindacato traduttori editoriali una sintesi o a scaricarne una versione più ampia.

5) Erano sostanzialmente quelli nei quali lavoravano i grafici e i correttori di bozze, a interfacciare direttamente la stampa tipografica.

6) L’immagine del foglio di carta era anche una delle metafore con le quali Saussure tentò di raffigurare il rapporto fra significante e significato (CLG 157, 159).

7) In ciò riscontro una totale analogia con i meccanismi illustrati già dieci anni fa da Francesco Antinucci, Tutto il potere ai segni. Marchio, brevetto, copyright: i nuovi monopoli, Editori Riuniti, Roma, 2002.

8) Tale dicitura circola tristemente ormai da tempo, però qui mi riferisco in particolare anche all’articolo di Roberto Ciccarelli sul Manifesto del 29 ottobre 2014 che riportava l’agghiacciante presentazione del terzo rapporto sui dati della gestione separata dell’Inps da parte dell’Osservatorio dei lavori dell’associazione XX maggio.

Genealogie di qualità: il caso Carocci

C’era una volta (dal 1926) La Nuova Italia, una casa editrice, in rotta col fascismo: suo fu il merito di far conoscere ancor prima del secondo conflitto mondiale autori come Cassirer, Dilthey, Gomperz, Jaeger, Meinecke, Rostovcev,[NOTA 1] Troeltsch, Zeller o gli italiani Guido Calogero, Gaetano De Sanctis e Luigi Russo. In seguito l’impegno in direzione della pedagogia (le opere di Dewey in primis), della filosofia e più in generale di una saggistica di caratura elevatissima (Bianchi Bandinelli, Binni, Calamandrei, Ramat, Saitta, Sapegno, Valiani, fra i soli italiani [NOTA2]) accrebbe il catalogo, fino a generare attorno al 1980 quella che oggi si sarebbe chiamata una spin-off: La Nuova Italia Scientifica (o più semplicemente NIS per gli amici), fondata da Giovanni Carocci (nato nel 1932 dal civilista ma anche letterato Alberto Carocci e Eva Vardes, figlia dello scultore ungherese Marc Vardes) e Tristano Codignola (figlio di Ernesto, che diede la sua impronta alla Nuova Italia stricto sensu) e dedicata pressoché interamente alla manualistica universitaria, con grafica austera ma tutto sommato rispondente ai fini intrinseci. [NOTA 3]

Dal 1983 al 1990 la NIS fu ben condotta da Lodovico Steidl prima di migrare in Laterza, nocchiero anche lì dell’Ufficio Università,[NOTA 4] in cui si è formato tra gli altri l’attuale direttore editoriale (?), Anna Gialluca.

Nel 1998 la NIS mutò nome in Carocci per volontà del residuo ‘eroe eponimo’, ma anche perché dal 1996 la gloriosa casa editrice che aveva avuto sedi a Venezia, Perugia, Firenze e Scandicci (in questo ordine, cronologicamente) era stata venduta un po’ per volta al gruppo Rizzoli Corriere della Sera, della cui divisione Education fa parte ancora adesso.[NOTA 5]

Il cambio non risultò sostanziale, dato che «Iniziò la produzione con collane tascabili rivolte agli operatori sociali e della scuola» per poi pubblicare dal 1985 «prevalentemente manualistica universitaria»[NOTA 6] e adesso vanta un catalogo di oltre 4000 titoli.[NOTA 7]

Una scelta precisa, non facile nel confronto con altri marchi editoriali più blasonati, ma che alla lunga è riuscita a crearsi una rispettabilità e un riconoscimento evidenti, grazie a un lavoro duro, incentrato sulla qualità e sulla promozione di alte professionalità in tutti i settori. L’acquisizione da parte della casa editrice Il Mulino di Bologna nel 2009 avrebbe potuto (dovuto?) portare a un rafforzamento di entrambe le realtà imprenditoriali: mirando a un pubblico analogo e selezionando titoli in parte simili, ci si sarebbe attesi una razionalizzazione oculata, in grado di valorizzare il patrimonio acquisito e portarlo a livelli ancora maggiori, se possibile, cioè anche quantitativi, in termini di fatturato. Il che avrebbe assecondato, tra l’altro, una tendenza attuale (e trasversale, system-wide) di massimizzare obiettivi ed elaborazioni comuni.

Purtroppo ciò non è avvenuto e la decisione improvvisa e inopinata da parte della dirigenza bolognese di licenziare tutta la redazione (11 impiegati), 3 amministrativi e mettere in cassa integrazione straordinaria a 0 ore altri 3 dipendenti (preludio alla mobilitazione e quindi praticamente forma dissimulata o differita di licenziamento) non solo sembra difettare di progettualità costruttive, ma risulta ancora più odiosa quando si pensi che «nel 1964, a seguito di divergenze politiche con la proprietà, i redattori costituiti in Associazione acquistarono la casa editrice, poi divenuta nel 1977 società per azioni».[NOTA 8]

E’ evidente che i redattori Carocci non hanno la forza per emulare un’operazione del genere e che i tempi sono profondamente cambiati da allora, intere ere geologiche hanno attraversato e stravolto (nel bene e nel male) da capo a piedi tutto quanto il mondo editoriale. Ma poiché nonostante tutti i sommovimenti ritengo che alcuni valori debbano rimanere ben presenti in questo lavoro, sottoscrivo toto corde quello che scrive la Segreteria generale – Squadra comunicazione del SIndacato Traduttori editoriali concludendo il pezzo più bello fra tutti quelli usciti sinora a commentare il ‘fattaccio’: «Non si esce dalla crisi senza mettere la qualità al primo posto: ma “la qualità” non è un’astrazione, è il frutto del lavoro fisico ed intellettuale di persone competenti e preparate.»[NOTA 9]

Per questo invito tutti coloro che hanno avuto la cortesia e la pazienza a di leggere sin qui a fare le seguenti cose:

  • andare sulla pagina “Carocci in sciopero” del sito Facebook realizzata autonomamente dai lavoratori come forma di protesta e di aggiornamento in tempo (quasi) reale della situazione;
  • leggere i vari comunicati stampa e commenti;
  • sostenere, ciascuno secondo i propri mezzi e disponibilità[NOTA 10], la lotta di questi colleghi, che ho imparato a stimare in questi mesi durante i quali ho lavorato al loro fianco (ecco perché il mio blog è rimasto un po’ silente: ma il trade-off risultante è senza dubbio vincente!).
I lavoratori Carocci portano il loro striscione alla manifestazione CGIL-UIL di venerdì 12 dicembre 2014.

I lavoratori Carocci portano il loro striscione alla manifestazione CGIL-UIL di venerdì 12 dicembre 2014.

[NOTA 1]

Sui repertori è riportato ‘Rostovtzev’, come peraltro recitano copertina e frontespizio della sua opera più nota, a testimoniare di un annoso problema di trascrizione, confusa con la pronunzia – comunque «una delle più importanti personalità della storiografia del sec. 20º» per l’Enciclopedia Treccani on line.

[NOTA 2]

A me piace ricordare in maniera particolare il numero 72 della collana “Il pensiero storico”: Paul O. Kristeller, Concetti rinascimentali dell’uomo e altri saggi (trad. di Simonetta Salvestroni, che poi curerà le edizioni italiane di due importanti testi di Lotman: Testo e contesto. Semiotica dell’arte e della cultura, Laterza 1980 e La semiosfera. Asimmetria e dialogo nelle strutture pensanti, Marsilio 1985), in realtà fusione di due opere datate rispettivamente 1965 e 1972, prima ed. it. 1978 (lo ordinai undici anni dopo l’uscita al mio libraio di fiducia dell’epoca, che me lo procurò senza problemi, cosa impensabile con i ritmi parossistici del ricambio magazzino/libreria/macero di oggi) e fondamentale soprattutto per l’ottavo e ultimo saggio, Il sistema moderno delle arti (pp. 227-314), uscito originariamente in due parti addirittura negli anni 1951-52, e oggi considerato una pietra miliare negli studi di storia dell’estetica perché chiarisce il “cambiamento di paradigma” (espressione estranea a Kristeller, il va sans dire…) nel Settecento, con Batteux e Baumgartner, e la ‘condensazione’ delle «cinque belle arti» come siamo abituati a conoscerle in opposizione alle scienze. Su tutto questo rimando ancora al volume 1 (Storia) del Trattato di estetica curato da M. Dufrenne e D. Formaggio negli Oscar Studio Mondadori del 1981; alle traduzioni di autori sette-ottocenteschi pubblicate dal Centro Internazionale Studi di Estetica palermitano (inizialmente sotto gli auspici di Luigi Russo); infine agli studi di W. Tatarkiewicz, la cui Storia di sei idee (Aesthetica, Palermo, 1993, ed. or. polacca 1976) uscì proprio in quella collana.
Segnalo incidentalmente che parte dei volumi usciti originariamente nella collana «Il Filarete» per La Nuova Italia (dalla fine degli anni Cinquanta) si possono scaricare gratuitamente in pdf, tramite la licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate, dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, “ritargate” LED (Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto). Questo il link generale, guardate poi le varie sezioni, suddivise nelle principali discipline.

[NOTA 3]

Traggo le informazioni da due pagine internet che non compaiono immediatamente ai primi posti della ricerca, ma sono più informative, IMHO perché redatte da archivisti: questa di Luca Brogioni, alla quale rinvia anche quest’altra, a firma di Lucia Felici e Gianluca Perondi. In entrambi anche riferimenti a testi a stampa per approfondimenti ulteriori. Credo che una delle fonti possibili siano le pp. 388-94 dell’ormai classico N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani. Dall’Unità alla fine degli anni Sessanta (Laterza, Roma-Bari, 2007). Materiali, soprattutto epistolari, di Alberto Carocci sono conservati nel fondo omonimo presso la Fondazione Primo Conti. Sull’attività letteraria di Alberto Carocci (nel contesto della rivista «Solaria» tra le due guerre mondiali) informa Alberto Cadioli nel capitolo intitolato Carocci e Bonsanti, editori per la «civiltà delle lettere», compreso nel suo volume Letterati editori. L’industria culturale come progetto (il Saggiatore, Milano, 1995 – poi Net [Nuove edizioni tascabili, del medesimo gruppo editoriale], Milano, 2003: pp. 89-110).

[NOTA 4]

Ossia «produzione editoriale di testi per il mercato accademico», come si legge nel profilo pubblico di Steidl su LinkedIn, aggiornato al 2013.

[NOTA 5]

Si veda il sito omonimo.

[NOTA 6]

Così informa l’Enciclopedia Treccani on line, alla voce omonima.

[NOTA 7]

Questo dato (che né io né altri è in grado di confermare o smentire) è offerto dal sito francese ActuaLitté. Les univers du livre.

[NOTA 8]

Cito ancora una volta dall’Enciclopedia Treccani on line, s.v. Mulino, Il. Anche in questo caso, dal testo di Tranfaglia e Vittoria citato alla nota 3 si ottengono informazioni più precise: «Nel 1965 il gruppo redazionale della rivista [omonima, cioè intitolata ‘Il Mulino’] si staccò dal proprio finanziatore, che non condivideva l’appoggio dato al centro-sinistra, e, costituendosi in Associazione di cultura e politica ‘Il Mulino’, acquistò dalla Poligrafici ‘Resto del Carlino’ le quote della società editrice, assumendo così, oltre alla responsabilità dell’indirizzo politico e culturale e della conduzione tecnica, le responsabilità dell’amministrazione» (p. 453).

[NOTA 9]

Faccio notare, tra l’altro, che sebbene l’esordio dell’articolo puntualizzi che «Siamo traduttori editoriali, siamo lavoratori autonomi, per noi lo sciopero è una questione privata: se anche ci astenessimo dal lavoro, nessuno se ne accorgerebbe. Ma siamo vicini a tutti i lavoratori e le lavoratrici dell’editoria che lottano ormai da tempo contro la progressiva sottrazione di tutele, contro le esternalizzazioni senza contropartita, contro lo svuotamento di senso della loro opera e competenza». Si parva licet componere magnis, questo rafforza anche l’intuizione alla base di questo mio blog inattuale; cioè, che da un certo punto di vista le figure editoriali di redattore e traduttore sono nella stessa barca, vivono precarietà simili EPPERCIO’ devono combattere assieme. Al limite, ognuno dei due si può considerare “compagno di strada” dell’altro, purché si abbia la consapevolezza che l’obiettivo finale dev’essere comune e condiviso. Altrimenti gli sforzi di una sola parte rischiano di essere vanificati e dispersi.

[NOTA 10]

Cfr. «[…] a ciascuno secondo il suo bisogno» (Atti degli apostoli, 4, 35) e «Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni» (K. Marx, Critica del programma di Gotha, in K. Marx, F. Engels, Opere scelte, Editori Riuniti, Roma, 19692, p. 962).