mestieri del libro

Per una di quelle coincidenze singolari che si verificano all’inizio di ogni anno (no, lo so che non è vero: succedono sempre, ma siamo noi che con l’andare del tempo, distratti da tante altre cose contemporaneamente, perdiamo il filo e non le notiamo più…), in questo esordio dell’anno nuovo 2017 AD, è ancora risuonato un sintagma il cui senso viene fieramente messo in dubbio dall’aria che spira malsana soprattutto qui da noi.
Sto parlando dell’espressione ‘mestieri del libro’, che ho letto in due contesti senza alcun collegamento esplicito – cioè, sono io a istituirlo qui hic et nunc:

Fahrenheit

Fahrenheit (tutti i pomeriggi feriali, su Rai 3, ore 15-18)

(A) la nota trasmissione radiofonica “Fahrenheit”, che da tanti anni allieta il primo pomeriggio sulle frequenze del terzo canale Rai fregiandosi del ‘sottotitolo’ “I libri e le idee”, ha inaugurato un nuovo spazio che occuperà tutti i lunedì nella fascia tra le 16 e le 16,30 (minuto più, minuto meno) e l’ha chiamato, appunto, I mestieri del libro. Per esordire, Loredana Lipperini ha chiamato Marco Cassini (già direttore di minimum fax e Sur, autore dell’autobiografico Refusi [Laterza 2008] e vulcanico ideatore di iniziative non banali) e chi ha perso la puntata, la può ricuperare dal fidato podcast.

L'indice dei libri del mese (versione on line) - gennaio 2017

L’indice dei libri del mese (versione on line) – gennaio 2017

(B) Sull’Indice dei libri, altra rivista benemerita e ‘storica’ (ero abbonato alle prime annate, che dovrei avere ancora stivate da qualche parte: potranno interessare qualcuno che si occupa di modernariato?), nella rubrica “Mestieri del libro” è uscito un articolo eccellente, che riassume le questioni alla base della situazione insoddifacente in cui versano i traduttori. Lo firmano Marina Pugliano e Anna Rusconi, due fra le migliori traduttrici che possiamo vantare per il tedesco e l’inglese, rispettivamente. È un intervento molto lucido e porta un titolo redazionale: “Traduzione – Proviamo a leggere la realtà in modo nuovo”, seguito da un altro che parrebbe essere quello assegnato dalle autrici: “Anche i traduttori nel loro piccolo riflettono”. Non capisco perché i traduttori debbano relegarsi ‘nel loro piccolo’, ma proseguo lo stesso.
Dopo aver ricordato rapidamente il boom dei Translation Studies negli anni Settanta e nel decennio successivo quello di una formazione più qualificata, che ha portato a creare delle figure specializzate (direi meglio: più culturalmente consapevoli di quelle che c’erano in precedenza, e che hanno continuato a operare, ovviamente), il duo punta subito al cuore del problema: «la cosa sicura è che il concetto di obsolescenza programmata si è ormai esteso anche al settore della cultura, quindi al libro. A chi lo fa e a chi lo consuma» [evidenziato mio].
Per chi non avesse ancora capito dove vogliano andare a parare queste novelle Thelma e Louise, chiarisco subito che il discorso verte essenzialmente sulla qualità (e l’etica, in fondo) del lavoro, del mercato, della cultura: dati diffusi dall’Osservatorio degli editori indipendenti ODEI) dimostrano che un libro può stare sugli scaffali di una libreria, in attesa di essere comprato, una media di 30-40 giorni, poi viene restituito senza tanti complimenti. Ci sarebbero da fare alcune puntualizzazioni, ma anche qui meglio tirare dritto. Sottoscrivo dunque in toto la dichiarazione seguente:

privato per logiche mercantili di un contesto che riconosca il giusto valore della sua professionalità, del suo ruolo e dei suoi diritti, il traduttore davvero funzionale a questo mercato di beni fortemente deperibili è diventato il traduttore smart: disponibile in modo incondizionato, privo di cognizione o di memoria storica della cultura e della dignità del lavoro, convinto di valere poco e dunque altrettanto poco remunerabile, pronto a consegnare secondo i ritmi impazziti del mondo globale testi che un redattore di analoga tempra, e sempre più spesso digiuno della lingua di partenza, provvederà a rendere sostanzialmente scorrevoli e in piacevole italiano standard. In barba a San Girolamo, ai translation studies e, in generale, alla civiltà – di cui la traduzione, secondo Josif Brodskij, sarebbe letteralmente “madre”.

Secondo l’ultimo Rapporto AIE (a questa pagina vari link specifici), che riporta un totale di «oltre 65.000 nuovi titoli pubblicati (circa 180 al giorno!)», le traduzioni si riducono perché commercialmente più costose: si devono acquistare i diritti dall’editore straniero, si deve pagare la traduzione (possibilmente poco, eh), e solo a quel punto si aggiungono le solite spese editoriali (sommariamente: redazione, stampa, distribuzione, che incidono però in percentuali molto diverse sul prezzo finale), quindi soldi da anticipare senza avere la certezza di un rientro. Ergo: si potenziano gli autori nostrani e si depauperano quelli stranieri, che infatti calano dal 25% degli anni Novanta all’odierno «17,6 per cento di tutto il pubblicato». Per inciso: questa era la giustificazione con cui sono stato scaricato da un noto editore quattro anni fa; solo che adesso c’è una sua cara nipotina a svolgere il lavoro che facevo io… Quindi niente paura: le traduzioni si continueranno a fare lo stesso, basta cambiare i redattori (e i traduttori), facendo però attenzione a sostituirli con quelli che costano (e pretendono) di meno! Tanto di fuori non si verrà a sapere mai nulla e si perpetuerà l’illusione che il mondo editoriale sia un’oasi dorata…

Intermezzo/curiosità (ovvero: nihil sub sole novi). Sul numero 4 del 1994 leggo: «molte delle versioni di classici russi, ancora oggi sul mercato, non sono altro che le traduzioni degli anni venti e trenta, di cui la Slavia cedette i diritti» (p. 212, nota 71). È Giuseppe Mazzitelli, in un saggio in cui indaga da appassionato bibliografo sul Fondo I.p.E.O., a notarlo: Slavia era una casa editrice che aveva tradotto molti autori ancora ignoti in Italia, soprattutto dalla lingua russa. Dunque il malcostume è radicato.

Vediamo allora cosa propongono le nostre paladine.

Da un lato, un fondo per i traduttori (come ne esistono in Francia, Svizzera, Germania, Norvegia e in molti altri paesi) costituirebbe uno strumento efficace per incoraggiare gli editori a non rinunciare ai titoli stranieri più impegnativi, o anche solo meno di grido e meno commerciali, e per incentivarli a riconoscere fattivamente la qualità e il ruolo decisivo dei traduttori.
Dall’altro, occorrerebbero misure di promozione della lettura parimenti efficaci e capillari, non demandate all’iniziativa dei singoli e dei volontari (scuole, biblioteche, associazioni culturali) e con un Centro per il Libro e la Lettura che non si limitasse a svolgere una funzione prevalente di coordinamento e raccolta dati.

Chiudo rapidamente accennando a un paio di iniziative nelle quali si sono spese le nostre ‘eroine’: nel 2014 Anna Rusconi è stata protagonista di “Words Travel Words” (video pro-traduzioni del CEATL), mentre Marina Pugliano organizza a Loreen giornate di formazione a tema completamente gratuite.

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Translatio linguarum

Un'immagine scherzosa di Tullio Gregory.

Un’immagine scherzosa di Tullio Gregory.

0.1. Premessa

Un libro dal sottotitolo “Traduzioni e storia della cultura” non poteva non suscitare l’attenzione di chi scrive. L’autore Tullio Gregory è un filosofo italiano, ormai emerito, ma forse proprio per questo in grado di cogliere certi tratti di fondo dello sviluppo del pensiero occidentale che altri, più legati a interessi contingenti, accademici o meno, non possono permettersi di rintracciare o avere il lusso di seguire.
Ma prima di entrare nello specifico, segnalo qualche recensione di altri studiosi, poco più giovani di Gregory, a cui cedo subito il passo per autorevolezza:

0.2. Indicazioni per consultare proficuamente questo post
Chi già conosca Tullio Gregory, o non sia interessato ai suoi dettagli bio-bibliografici, può saltare direttamente al paragrafo 2. La lettura del 3 non è indispensabile, ma è consigliata se siete dei traduttori.

Tullio Gregory intento nella lettura silenziosa.

Tullio Gregory intento nella lettura silenziosa.

1. L’autore
Tullio Gregory si laureò nel 1950, a soli 21 anni, e dapprima si occupò soprattutto di platonismo medievale. Successivamente i suoi interessi si ampliarono al Sei-Settecento soprattutto francese e alla storia della filosofia in generale. Infatti alcuni lo ricorderanno come uno dei co-autori (insieme a Francesco Adorno e Valerio Verra) di uno dei manuali più longevi e fortunati di storia della filosofia per licei, credo tra i primi ad accludere anche testi antologizzati degli autori e della letteratura secondaria (prima ed. Laterza 1973 – Gregory firmava specificamente il secondo volume).
Altri si saranno imbattuti all’università in monografie arancioni di formato tascabile, tutte rigorosamente con identica articolazione interna: è la collana laterziana “I filosofi”, di cui si favoleggia che sia stata ideata da Gregory per includervi autori tutti rigorosamente già trapassati (80 titoli dal 1970 al 2000, quasi tutti pluristampati, a cui se ne aggiunge un’altra ventina usciti nel nuovo millennio, anche in versioni elettroniche – ePub con l’odioso DRM). Che infatti proprio dal 2000 fu affiancata dalla collana verde “Maestri del Novecento Laterza” (21 titoli fino al 2014, se non ho sbagliato a contarli sul sito, quindi una media annuale leggermente inferiore).
Oltre a numerose e importanti attività per l’istituto Treccani e più recentemente gli spazi della “Cucina filosofica” nel festival filosofia che si tiene dal 2001 a Modena e dintorni, Gregory può vantare la fondazione del Lessico intellettuale europeo: nei miei anni di università ricordo chiaramente la scritta su una porta in un corridoio al terzo piano nella ‘vecchia’ sede della facoltà di Lettere e i primi volumi pubblicati da Bulzoni (oggi da Olschki), dai quali trapelava pian piano cosa si nascondesse sotto quella formulazione perlomeno sibillina. La fusione con il Centro di studi sul pensiero antico (fondato e diretto da Gabriele Giannantoni) ha dato origine all’ILIESI: Istituto per il lessico intellettuale europeo e la storia delle idee; la storia è presentata da Gregory stesso in questo articolo. [NOTA ZERO] Per maggiori dettagli su di lui cfr. la “Quinta appendice” on-line della Enciclopedia Treccani.
Un lato del suo carattere che può apparire meno simpatico è la veemenza con la quale si è espresso contro iniziative come Wikipedia, del resto comprensibili rileggendo la sua storia personale, e a cui collego l’intervento del 2014 sulla «politica per la lingua» leggibile a questa pagina.
Il ‘succo’ del libro di cui parlo in questo post era stato già presentato, con abile mossa strategica dal punto di vista temporale, al festival filosofia il 19 settembre 2015, col titolo (su cui ci sarebbe molto da meditare, in sé) “Ereditare è tradurre” – a riguardo si veda questa video-intervista, apparsa sulla Gazzetta di Modena. Ma quasi tutto il testo risale a un articolo già apparso sui Quaderni di storia della casa editrice barese Dedalo nel 2009 (debitamente referenziato nella nota finale, peraltro priva di indicazioni, a p. 75), tranne qualche rifinitura, come il capoverso finale aggiunto all’ultima nota (119!) di p. 66, dato che all’epoca il c.d. HKS [NOTA 1] non era ancora completo.

Prospetto illustrativo del volume pubblicato da Olschki.

Prospetto illustrativo del volume pubblicato da Olschki.

2. Il libro
2.0. Il mio punto di vista
Vengo finalmente a spiegare perché questo libro mi interessa ed è molto importante.
Lo farò da un’angolatura particolare, che riesco a definire soltanto tramite la dicitura ‘in controcampo’: cioè riporterò dei passi, per così dire, di ‘sutura’ fra i temi portanti dell’argomentazione solida dell’autore. Questi li trasceglie dai suoi campi di interessi, che sono stati tanti, diversi e anche inusuali, ma da un certo punto di vista sarebbero delle ‘variabili’ sul Leitmotiv sottostante: intendo dire che avrebbe potuto pescarne e introdurne altri, ad libitum, dalle sue vaste conoscenze, giacché in sostanza quelli servono a sorreggere l’ipotesi forte di questo volumetto. La quale, se deve avere valore non episodico, ma costante, ricorrente, sempiterno oserei dire, può ricevere supporto da qualsivoglia contenuto preso in esame e portato all’attenzione del lettore. Questo lungo giro di parole mi serve in fondo a dire che a me il filo rosso interessa di più dei singoli argomenti che esso serve a ‘cucire’. Insomma, estremizzando: quanto state per leggere va in senso contrario a una recensione tradizionale, che di solito espone (ed eventualmente critica o corrobora) gli argomenti addotti dall’autore, ai quali dunque non porrò grande attenzione.
2.1. Alcuni temi
Ovviamente il primo nucleo concettuale è affidato alla cultura greca: punto di partenza comprensibile e giustificato inoltre dal greco quale «lingua di tutto il mondo mediterraneo» (p. 7), senza però dimenticare apporti dall’astrologia orientale. Il primo paragrafo è intitolato “Le sacre scritture” perché si chiude sottolineando la «traduzione come grazia di Dio, della provvidenza nella storia. [… Anche la traduzione] ha un’origine divina perché compie una missione salvifica superando ogni differenza linguistica e rendendo intelligibile a tutti la parola di Dio» (p. 8).
Segue un originale parallelo con la translatio cosmologica, di pianeti e astri che ha grande sviluppo agli inizi dell’età moderna (in nota compaiono Keplero e Campanella).
Il terzo paragrafo è animato principalmente dalle figure di Cicerone, Boezio e Cassiodoro, [NOTA 2] per spingersi fino ad Alcuino e Giovanni Scoto Eriugena.
Gregory è perfettamente consapevole dell’importanza delle opere arabe, ma sostiene che sono a loro volta eredità e trascrizione «di più antiche culture orientali – indiane, persiane, caldaiche» (p. 26). Quindi il senso più originale delle traduzioni in latino dal greco e dall’arabo sta nell’aver creato «un lessico filosofico, scientifico, teologico in gran parte nuovo, [… che] sarà la matrice di gran parte del lessico filosofico e scientifico delle lingue moderne» (pp. 28-29). Così trascorrono sotto i nostri occhi Petrarca, Ficino, Erasmo, Bruni e Bruno, poi i grandi filosofi del Sei-Settecento, per finire con Croce e Gentile, impegnati a redigere la presentazione della (all’epoca) nuova collana laterziana “Classici della filosofia moderna”: qualcuno la ricorderà per il colore arancio vivo della copertina (e sovracoperta, per i titoli più antichi), se non gli sovviene nessun autore specifico (dal 1907 al 1984 vennero pubblicati in tutto 62 titoli, più un terzo volume delle Opere italiane di Giordano Bruno con Il candelaio).
2.2. Le ‘suture’, ovvero il Leitmotiv
Il primo caso lo trovo a cavallo tra secondo e terzo paragrafo (p. 11):

Se la storia della cultura comporta sempre un ereditare e trasmettere, un trasferire da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti secondo le complesse linee di una «metamorfosi ordinata» [qui la nota 21 rinvia ai testi canonici di George Steiner, Gianfranco Folena e un articolo poco noto di Eugenio Garin, “Problemi di traduzione”, non a caso letto originariamente a un incontro del Lessico intellettuale europeo], cercheremo di seguire qui un aspetto particolare di questo processo, la translatio di testi scritti in alcuni momenti significativi nell’orizzonte e nei limiti della cultura europea, segnandone spesso crisi e rinascite. Ove tradurre – ereditare e trasmettere – è sempre un interpretare, come ricorda anche la connessione di termini con valore sinonimico interpretari, vertere, transferre. […] È la traduzione che prolunga nel tempo e nello spazio la vitalità di un testo, assicura e rinnova la tradizione.

Già qui colgo un aspetto non banale: spesso (già in antico) le traduzioni sono state viste con sospetto, accusate di sovvertire valori tradizionali e quindi da starne alla larga, se non da rigettare completamente.
Gregory ribalta questo luogo comune, introducendo invece tutto il valore innovativo dell’interscambio fra punti di vista differenti, che non vengono mortificati dal confronto, ma vivificati. Insomma, occorre riconoscere la forza positiva (e inarrestabile, corollario conseguente) del contagio, un concetto adoperato anche dall’antropologo ‘naturalista’ Dan Sperber, [NOTA 3] la cui deriva sociobiologica (innatismo mono-determinista) è però aliena dal quadro di riferimento che prediligo. [NOTA 4]

Nel terzo paragrafo Gregory sottolinea poi l’alterità della prospettiva adottata nel volumetto rispetto a qualunque teoria della traduzione, più o meno orientata alla letteratura (su tale inclinazione perniciosa, un’altra stoccata tra le pp. 29-30): qui si vede ‘semplicemente’ il tradurre «come trasferimento di un testo in una lingua diversa dall’originale, strettamente connesso a ogni translatio studiorum, a ogni passaggio di civiltà e cultura da uno ad altro contesto geografico, politico e linguistico, per salvare eredità che si sarebbero altrimenti perdute» (pp. 16-17).

Molto più avanti, quasi a fine libro (p. 60) Gregory propone un’estensione ulteriore:

anche la circolazione dei libri – in tutti i suoi aspetti materiali, dalla stampa alla loro diffusione per strade ufficiali e sotterranee – è un aspetto non marginale della translatio studiorum, con propri presidi e vie di comunicazione,

e lo ribadisce a fine testo, con affermazioni apparentemente controcorrente:

la storia delle traduzioni nell’età contemporanea – e in questa prospettiva la storia delle case editrici e di traduttori – è ancora da scrivere, forse anche perché dobbiamo liberarci del pregiudizio che antepone l’autore al traduttore, riconoscendo al primo un’originalità che il secondo non avrebbe; si rischia in tal modo di dimenticare che se ogni cultura è sempre un processo di appropriazione di interpretazione di esperienze diverse, con il loro trasferimento in contesti e linguaggi nuovi, la traduzione intra e interlinguistica svolge un fondamentale ruolo di mediazione nel quale il traduttore è attore e protagonista.

Qui Gregory sposa la causa difesa già da tempo dai ‘traduttori militanti’, cioè quelli che si battono per non volersi vedere annullati sin dalla posizione sul frontespizio. [NOTA 5]

Il classicista Luciano Canfora.

Il classicista Luciano Canfora.

Ma aggiungo che torna in mente anche un testo di Luciano Canfora, che forse per il carattere altrettanto ‘eretico’ non ha avuto la fortuna che meritava: Il copista come autore (Sellerio 2002). Qui di traduzione si parla espressamente solamente nel terzo capitolo, ma le dichiarazioni di Canfora alle pp. 43-44 sono inequivocabili e consonanti a quelle di Gregory:

Tradizione «indiretta» è anche l’instancabile lavoro di traduzione condotto senza interruzione, e a partire sin dai tempi più remoti […] il passaggio da una lingua all’altra – sotto forma di traduzione, di parafrasi o di riscrittura creativa – è un fenomeno ininterrotto, che si svolge parallelamente all’altro grande fenomeno consistente nel lavoro di copia. La tradizione è essenzialmente o traduzione o copia. L’una e l’altra, in maniera complementare, intervengono nella constitutio textus, ma il loro significato supera di gran lunga il fine dell’edizione: esse sono la storia, sono le azioni costitutive della storia della civiltà scritta.

La dimostrazione-limite, per così dire, è che

anche traducendo parola per parola, il traduttore – soprattutto quando non ha capito – interpreta, e di conseguenza modifica, il suo modello (Copista, p. 46).

Due richiami balzano in mente:

  1. L’accostamento tradizione/traduzione pare un mero calembour da retore consumato, ma in realtà è un corto circuito già nella svista confessata da Giorgio Pasquali, nell’Appendice seconda, “Congettura e probabilità diplomatica”, del suo noto volume Storia della tradizione e critica del testo (ed. Mondadori 1974, p. 485).

  2. André Lefevere, noto in italiano soprattutto per il geniale volume tradotto da Silvia Campanini e curato da Margherita Ulrych, Traduzione e riscrittura. La manipolazione della fama letteraria (Utet 1998, ed. or. inglese 1992).

3. Considerazioni ulteriori
3.1. Testi paralleli

Jean Delisle, professore emerito all'università di Ottawa.

Jean Delisle, professore emerito all’università di Ottawa.

Probabilmente Gregory non conosce il testo diretto da Jean Delisle e Judith Woodsworth (presidente e fondatrice della Canadian Association for Translation Studies), promosso dalla Federazione internazionale dei traduttori (definita scherzosamente «la lobby meno potente del pianeta») e dall’Unesco, che affronta un compito analogo da una prospettiva meno ‘elevata’, cioè prendendo in considerazione altre fonti disparate, ma per questo a mio avviso contribuisce a integrare utilmente il panorama conoscitivo.

Miss Woodsworth

Miss Woodsworth

Mi riferisco a Les traducteurs dans l’histoire, la cui terza edizione per la cura di Benoit Léger è stata pubblicata nel 2014 dalle Presses de l’Université de Laval [NOTA 6] – nata nel 1950, sede a Québec, sul sito si vanta di essere la maggiore casa editrice di lingua francese in America, con una media di 120 novità all’anno. Di Delisle è stato tradotto in italiano Terminologia della traduzione, che curò con Hannelore Lee-Jahnke e Monique C. Cormier (Hoepli 2002, ed. or. 1999; traduzione di Caterina Falbo e Maria Teresa Musacchio, curatela di Margherita Ulrych).

Un altro testo canadese che gli si potrebbe accostare è quello curato nel 2006 da Georges L. Bastin e Paul F. Bandia, Charting the Future of Translation History (University of Ottawa Press, Ottawa): a singoli autori sono affidati dei ‘carotaggi’ su sette aspetti particolari (nella sezione “Methodology”: il postmoderno, storia e microstoria, la traduzione legale ecc.) e dieci realtà diverse (nella sezione “Current Discourses”: l’America latina, Israele, Cina ecc.), esposti nell’introduzione dei curatori (pp. 1-9), che però non menzionano Delisle. Tuttavia Bastin sarà uno dei collaboratori al testo curato da Delisle e Marco A. Fiola, La traduction raisonnée (Université d’Ottawa Press, 3^ ed. nel 2013), rivolto specificamente ai traduttori della combinazione FR > EN.

Il Prof. Dr. Lieven D’hulst.

Sempre su tali argomenti, non sono ancora riuscito a consultare Lieven D’hulst, Essais d’histoire de la traduction (Garnier 2014), di cui però intanto trovo straordinariamente azzeccato ed efficace il sottotitolo: Avatars de Janus. Dovrebbe avere almeno una parte teorica assai avvertita (oltre a studi specifici: si veda l’indice a questo link), a differenza di Michel Ballard, Histoire de la traduction. Repères historiques et culturels (De Boeck 2013) che stando alle recensioni disponibili su internet difetterebbe proprio di una solida struttura metateorica, pur avendo il merito di raccogliere e presentare una messe di riferimenti e una massa di fenomeni notevole. Ma che rimangono, appunto, messe e massa, alla fine informi ed eterogenei se non sorretti da un’idea chiara, una prospettiva acuta, un quadro concettuale in grado di unificarli.
In tal senso appare migliore Francesco Laurenti, Tradurre. Storie, teorie, pratiche dall’antichità al XIX secolo (Armando 2015), che cita subito (p. 4) il lavoro di Delisle e Woodsworth (ma nella prima edizione inglese del 1995) e dichiara come sua linea-guida «l’esistenza di una storia delle teorie della traduzione che precede di molti secoli la nascita dei Translation Studies e che s’è sviluppata per lungo tempo senza essere mai dissociata dalla pratica della traduzione. […] La storia della traduzione che ne è emersa è coincisa di volta in volta con la storia della lingua, delle religioni, del pensiero filosofico e dei legami tra lingue e culture diverse» (pp. 6-7). Dunque, non è molto lontano dagli intenti di Gregory… però le considerazioni espresse da Franco Nasi nella sua recensione (che integro qui pur essendo stata pubblicata qualche mese dopo il mio post) mi trovano assolutamente d’accordo:

Apprezzabile lo sforzo di Laurenti, utilissime certe sue indicazioni e scoperte di autori poco noti, ma l’impianto generale del lavoro, nonostante le dichiarazioni introduttive, si mantiene all’interno di una storiografia (o di un modo di intendere gli studi sulla traduzione) che ci pare abbia fatto il suo tempo.

Conserva una sua utilità, nonostante gli anni, anche Bruno Osimo, Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei (Hoepli 2002).

Fra tutti i libri francesi menzionati, sono convinto che in italiano troverebbe accoglienza migliore il primo (e ho già iniziato a spendermi per questo), nonostante la recensione, non scevra da qualche critica, di René Lemieux sul numero di giugno 2015 della rivista specializzata Trahir. Se qualche nostro editore fosse interessato, mi contatti immediatamente, non se ne pentirà: grazie!

3.2. In fine
Riflettendoci su, quanto scrivevo nel paragrafo 2.0. “Il mio punto di vista” non mi sembra affatto una forzatura immotivata. A ben vedere Gregory spiega molto poco e piuttosto vagamente come avvengano quei processi di trasmissione di saperi, che trasferiscono «da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti» (p. 11, già citato), sui quali ha scelto di posare il suo sguardo esperto e, in tal modo, nobilitare. Non poteva farlo in uno spazio così ristretto, e del resto a questo sono lasciati gli atti dei “colloqui” sul lessico intellettuale europeo (si veda sul sito ILIESI) e altri affini, come per esempio i testi curati da Jacqueline Hamesse soprattutto per l’ambito medievale latissimo sensu.

 

N O T E

[Nota 0]
Vedo solamente dopo aver pubblicato il post che Annarita Liburdi ha dedicato due bei lavori alla storia dell’istituto: Per una storia del Lessico Intellettuale Europeo (2000) e Il Lessico Intellettuale Europeo dal 2001 al 2006. Da Centro di Studio a Istituto (2007), entrambi pubblicati dallo stesso LIE.

[Nota 1]
Si tratta del monumentale Harald Kittel, Armin Paul Frank, Norbert Greiner, Theo Hermans, Werner Koller, José Lambert, Fritz Paul (Hrsg./eds./éd. par; in Verbindung mit /in association with Juliane House, Brigitte Schulze), Übersetzung – Translation – Traduction. Ein internationales Handbuch zur Übersetzungsforschung / An international Encyclopedia of Translation Studies / Encyclopédie internationale de la recherche sur la traduction, 3 voll., Gruyter 2004-2011.

[Nota 2]
Per quest’ultimo, si potrebbe suggerire a Gregory di consultare la traduzione, diretta da Andrea Giardina, delle Variae per l’editore romano L’Erma di Breischneider (12 volumi apparsi fra il 2014 e il 2016, assai costosi e disponibili anche in versione digitale), anziché continuare a citarle dai venerabili MGH.

[Nota 3]
Un breve accenno in questa segnalazione di un suo testo, tradotto da Feltrinelli nel 1999.

[Nota 4]
Cfr. ad esempio, in riferimento al linguaggio umano, la recensione di Elisabetta Gola al libro di Grazia Basile, La conquista delle parole. Per  una storia naturale della denominazione (Carocci 2012), in AphEx, 8 (2013).

[Nota 5]
Penso ovviamente al Sindacato dei traduttori editoriali, e più in particolare al suo ultimo ‘successo’, vale a dire l’accordo siglato con ODEI (Osservatorio degli editori indipendenti) il 3 aprile scorso, in occasione della seconda edizione del Bookpride milanese, la Fiera dell’editoria indipendente. Per saperne di più, si può leggere l’annuncio sul sito ufficiale.

[Nota 6]
Le prime 35 pagine si possono scaricare da questo indirizzo.

Redattori in auge!!!

Mimosa

Ma quanti begli anniversari si stanno festeggiando questi giorni: il 7 marzo il cinquantenario della Bloody Sunday, in cui si svolse la prima delle marce in Alabama contro la segregazione nei confronti dei ne(g)ri. L’8 marzo, accompagnato dalle solite mimose (spesso purtroppo strappate brutalmente da alberelli coraggiosi), si celebra la giornata della donna, pur non sapendo bene quale…

Il ponte Edmund Pettus, in Alabama, finalmente attraversato.

Il ponte Edmund Pettus, in Alabama, finalmente varcato dai manifestanti.

 

Ma no, aspettate un attimo, distratto da questo clamore di fondo mi sto perdendo qualcosa, che per i nostri interessi, qui e ora, è di importanza perlomeno analoga a quelle di cotali eventi: un’altra vittoria r-e-d-a-z-i-o-n-a-l-e (sensazionale).
La Camera del lavoro metropolitana di Bologna ha riportato l’esito della trattativa per 14 dipendenti della casa editrice il Mulino, che andranno a costituire la start-up/spin-off Edimill (contrari però i Cobas, il cui comunicato, duro e articolato, condanna l’accordo come «illegittimo per violazione delle disposizioni previste dalla legge 223/91»).
E il caso ha voluto che la data coincidesse con quella della sentenza storica con cui l’Ispettorato del lavoro di Milano ha ingiunto a una delle maggiori aziende editoriali italiane di assumere a tempo indeterminato 21 redattori, che in precedenza erano stati costretti a lavorare con modalità inadeguate.

Uno dei manifesti realizzati da ReRePre

Uno dei manifesti realizzati da ReRePre (2013)

Di quest’ultima notizia hanno parlato già Bibliocartina (con utile riepilogo, nei link e in calce, degli interventi precedenti in merito) , Roberto Ciccarelli sul Manifesto, Federica Zicchiero sul suo blog e uno dei focus sull’editoria che abbastanza regolarmente Andrea Coccia pubblica su Linkiesta; di quest’ultimo invito a leggere soprattutto il capoverso finale, che va oltre l’intento celebrativo e segnala le difficoltà «oltre la punta dell’iceberg».
La «manifestazione di interesse non vincolante relativa a una eventuale operazione di acquisizione dell’intera partecipazione detenuta da RCS MediaGroup S.p.A. in Rcs Libri S.p.A., pari al 99,99% del capitale sociale, nonché dell’ulteriore complesso di beni e attività che costituiscono l’ambito librario di RCS MediaGroup» (ricopio dal comunicato ufficiale Mondadori dello scorso 18 febbraio, giusto per non sbagliare, anche se a scapito dell’intelligibilità…) è stata l’argomento più discusso in rete negli ultimi mesi, sin dalla prima indiscrezione trapelata su Dagospia; per farla breve, invito a leggere ancora su Bibliocartina il comunicato ‘recalcitrante’ del Comitato di redazione e Rappresentanze sindacali unitarie di RCS.
Vorrei solo sperare che l’esito di questa proposta non porti di fatto a vanificare quelle assunzioni (come insinua, oltre al già citato articolo del Manifesto, anche Il Libraio), dato che Mondadori è ricorso contro la decisione dell’Ispettorato. Un’azione che se da un lato rientra in un modo di fare tipico di Segrate e del suo (ex) presidente, dall’altra ha il valore, più pratico, di prendere tempo, anche riguardo a questa maxi-operazione che porterebbe alla formazione di un supergruppo che varrebbe il 40% del mercato librario nostrano (25% scolastico, quasi 70% tascabili – proprio oggi Alessandro Gazoia ne ragiona in maniera tanto approfondita quanto intelligente su Internazionale).
Qui Il Libraio fa riflettere su alcune conseguenze possibili del matrimonio che per molti (compreso il ministro della cultura Franceschini, a differenza del presidente del Consiglio) “non s’ha da fare” e qui presenta il parere di Alberto Galla, presidente dell’ALI, l’Associazione librai italiani.
RCS-palazzo
La risposta di RCS, che si dovrà attendere al massimo fino al 29 maggio, quando ci saranno nuovi dirigenti, va nella medesima direzione.
Non so se questa campagna-acquisti sia soltanto da imputare al tentativo, in prospettiva, di porre un argine a «colossi del web», tipo Amazon, nello spirito che in anni recenti ha creato altre mostruosità: da «l’affare Vivendi» al più recente Penguin Random House. Su tutto questo non posso che citare ancora una volta la conclusione, amara ma realistica, di André Schriffin: «Il processo di concentrazione […porta] in un vicolo cieco: quanto più stretto è il controllo sui media, tanto più difficile diventa aprire un dibattito pubblico complessivo sulla loro situazione. E quanto più potenti sono i media, tanto più difficilmente i governi cercheranno di impedirne ulteriori fusioni» (Il controllo della parola, Bollati Boringhieri, 2006, p. 81). Correttamente in un’ottica sistemica Schiffrin esaminava l’insieme complessivo dei media (ossia, non unicamente l’editoria libraria, ma anche quotidiani, radio e televisione – e magari bisognerebbe aggiungere anche internet e telefonia – in ciò l’attuale petizione #menogiornalimenoliberi sembra imperfetta, anche se va firmata comunque); dunque per capire cosa sia in ballo anche qui occorre allargare la prospettiva (e fare ipotesi popperianamente ardite, salvo confutarle/rigettarle quando non siano corroborate): così potrebbe assumere un senso più chiaro la proposta di acquisto delle torri di trasmissione RaiWay, cioè servirebbe a mostrare che l’attacco mondadoriano è a tutto campo.

Il logo della casa editrice bolognese.

Il logo della casa editrice bolognese.

Concentriamoci adesso ad analizzare meglio l’altra notizia, così eclatante visti i “chiari di luna” attuali.
L’elemento più stimolante è dato forse dalla possibilità di saltare a pie’ pari la nuova normativa: ricordo infatti che il famigerato Jobs Act è entrato in vigore proprio in questi giorni, ma i lavoratori bolognesi hanno ottenuto l’applicazione dell’articolo 18 com’era in precedenza, nel punto della «clausola di responsabilità solidale» che anche il sindacato reputa tanto significante da scriverlo in nero.
Poiché la neonata Edimill sarà formata da 14 redattori, licenziati dal Mulino appositamente per venire riassunti lì, è stato specificato che non si applica la soglia minima dei 15 dipendenti per la reintegra in caso di licenziamento illegittimo, né per la facoltà di eleggere propri rappresentanti sindacali. Completa l’elenco di fattori positivi l’impegno a «un dettagliato piano formativo».
Ma c’è anche un elemento di segno opposto, e assai netto: la chiusura a ogni possibilità di applicare clausole analoghe anche ai lavoratori della casa editrice romana Carocci, la cui aspra battaglia tra dicembre e gennaio è stata ampiamente seguita qui (si vedano almeno questo post e quest’altro, a consuntivo).
Un ex-collega e amico che fa parte dei 10 redattori “parcheggiati” per un anno in CIGS ha commentato così:

Colpisce la smaccata disparità di trattamento rispetto a quello che ci è stato riservato. Noi siamo stati semplicemente buttati di sotto con un piccolo paracadute. E il fatto che nemmeno in linea teorica Carocci-Mulino abbia preso in considerazione l’ipotesi di coinvolgere in qualche modo i cassintegrati Carocci nella nuova struttura che nasce, evidenzia la volontà di silurarci a prescindere.

Chissà come sarebbe andata se i colleghi del Mulino avessero avuto l’aiuto di San Precario, cioè un sostegno fattivo anche da parte della Rete dei redattori precari?
Eppure è arduo resistere in questo “deserto del reale” dell’editoria, così mutevole e sdrucciolevole (forse è regredita a un “perverso polimorfo”?); le file si assottigliano, si cercano altri spazi e lavori diversi, che consentano di respirare normalmente anziché di boccheggiare a stento.

Simona, una delle attiviste di ReRePre della prima ora (si parla del 2008…), intervistata da Ciccarelli, è schietta, diretta, non si vanta del successo per nascondere le difficoltà che il movimento sta attraversando:

«Ci stiamo con­tando — molti di noi […] hanno cam­biato mestiere o paese. C’è molto da fare: biso­gna pen­sare al lavoro auto­nomo, all’estensione delle tutele, creare un tarif­fa­rio per non soc­com­bere tra studi edi­to­riali e edi­tori che non pagano. Biso­gna capire se ci sono le energie». Perché il limite a tutte le azioni da intraprendere, come sempre e specialmente in Italia (basti vedere l’affluenza alle urne), «sta nell’abitudine a dele­gare e a non agire in prima persona».

Ma pure in un momento di riflessione non si possono, non si devono dimenticare i due obiettivi che sono stati fissati l’autunno scorso, in occasione del rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro per il comparto grafico-editoriale:

  1. preparare un lavoro negoziale che faccia da fondamenta per costruire un contratto unico che rappresenti tutti i lavoratori della cosiddetta filiera della carta e della comunicazione;
  2. organizzare un Forum o “Stati Generali dell’Editoria” per sensibilizzare l’opinione pubblica e le Istituzioni sull’importanza anche democratica, del Settore, e per tentare di dare un futuro a decine di migliaia di lavoratori.

I colleghi traduttori di StradE sono già un pezzo avanti per il primo punto e la collaborazione con ReRePre è già stata avviata (pur tenendo conto delle inevitabili e divergenti specificità); per il secondo, il Book Pride organizzato da ODEI ai Frigoriferi milanesi per fine marzo potrebbe fare da battistrada, un’utile occasione per scambiare idee fra addetti ai lavori, ma non solo (e reclutare nuove leve).

Il logo del Sindacato traduttori editoriali.

Il logo del Sindacato traduttori editoriali.

Tutti a Book Pride (Milano, 27-29 marzo 2015)!

Tutti a Book Pride (Milano, 27-29 marzo 2015)!

 

 

 

 

 

 

Il Sindacato dei lavoratori della comunicazione sta, finalmente anche se faticosamente, abbracciando un’ottica e acquisendo una consapevolezza diverse, più aperte al frammentato, sfuggente scenario contemporaneo (con l’occasione segnalo la ricerca Ires-Federazione dei lavoratori della conoscenza, ben più stimolante del titolo Lavoro – conoscenza – sindacato: una ricerca tra i lavoratori cognitivi, datata 2 ottobre 2014).

Logo e motto CGIL.

Logo e motto CGIL.

Così l’accostamento, dapprima casuale, degli ultimi argomenti porta da sé, quasi naturalmente, o misticamente, la soluzione: per non rimanere schiacciati e asserviti bisogna, ora più che mai, collegarsi ad altre realtà precarie, cercare modalità di intervento comuni, elaborare piani e strategie almeno affini per far sentire la propria voce, sempre più forte e dritta, pertinente e penetrante. Indomita. In segno di rispetto per (il) sé e in nome della dignità del lavoro.

Scioperare per lavorare?

Bologna la grassa sembra essere anche la città più virtuosa nei confronti dei redattori editoriali.

corteo
1. Parto dall’attualità: fa notizia (e anche un po’ fine decennio Sessanta?) il primo sciopero dei lavoratori del Mulino, storica casa editrice nata a Bologna nel giugno 1954 sulla scia della rivista omonima (attiva dal 1951):[NOTA 1] un gesto di solidarietà allo sciopero degli impiegati Carocci di Roma, che mercoledì 17 sono andati a manifestare proprio sotto i portici bolognesi, forti dell’appello lanciato da quattro studiosi di chiara fama come Alberto Asor Rosa, Tullio De Mauro, Adriano Prosperi e Luca Serianni, e sottoscritto da 3500 fra studenti, lettori forti e gente comune in soli tre giorni. Cerco di andare più a fondo, come al solito, per (far) capire i motivi di questa “eccezionalità”.

Dopotutto si tratta di due editori “cugini”: nel 2009 il Mulino acquisisce Carocci, lasciandogli però apparentemente piena autonomia di gestione e di marchio, e oggi fanno parte entrambi del gruppo Edifin. La piega che ha preso questa vicenda dimostra però che sbagliava chi voleva leggere nella manovra il tentativo, legittimo, astuto o secondo altri addirittura saggio, di rafforzare il settore della saggistica di alto livello, i cui consulenti e il cui pubblico gravitano soprattutto nell’ambiente universitario, a ridosso di un periodo che avrebbe visto proprio quel settore tra i più segnati dalla crisi editoriale.
In realtà il Mulino si è comportato più da “patrigno” che da “padre adottivo”, tendendo a privilegiare la produzione e la distribuzione propria a scapito di quella romana e guardando sempre un po’ dall’alto in basso la società “terrona”, fino a imporle una piattaforma informatica a senso unico – le cui redini, cioè, sono unicamente in mano ai piani alti degli uffici di Strada Maggiore.[NOTA 2]
volantino
Più in generale, tale asimmetria informativa si rifletteva anche nelle incertezze, freddezze, ritrosie, chiamatele come volete, insomma, scarsa comunicazione fra i due marchi, che andava dalla difficoltà di stabilire rapporti fra le assemblee dei lavoratori per elaborare strategie comuni a livello sindacale, fino alla scelta dei testi da realizzare: non sono pochi, infatti, i casi in cui due titoli si contendono i lettori (e quanti, ci si potrebbe poi interrogare…) su campi specialistici, e posso immaginare autori di grande caratura tirati per la manica ora da Bologna, ora da Roma, anche se hanno pubblicato con il contendente poco tempo prima… il che è comprensibile in un mercato libero, rispettoso del pluralismo informativo, ma suscita più di una perplessità quando a farsi concorrenza sono due società che lavorano, per così dire, nella stessa barca – o si dovrà dire, più opportunamente a posteriori, che in fondo tirano l’acqua allo stesso m/Mulino?

Io stesso ricordo (da ex laterziano) assemblee in cui non si riusciva a elaborare una posizione comune tra la sede romana e quella barese: e se questo avveniva all’interno della medesima società, nella quale evidentemente convivevano e confliggevano opinioni, usanze, aspettative molto diverse, si può intuire quanto fosse arduo in passato, ma continua a esserlo tuttora, stabilire contatti fra editori diversi, “fare rete” come si suol dire, anche solo per evitare di commettere gli stessi, imperdonabili errori!
Ognuno ripiegato sull’ombelico a coltivare il proprio orticello, si finisce a percorrere tutti sempre la stessa via invece di far tesoro delle mancanze altrui per elaborare strategie e ipotesi innovative!
Ecco dunque come si arriva, stancamente e ancora una volta, a registrare le stesse lamentele, a snocciolare i soliti dati negativi all’ennesima fiera di settore.

Considerato tutto ciò, già esser riusciti a superare quell’inerzia, quell’apatia che rasentava il menefreghismo è senz’altro un ottimo risultato.
Sarà avvenuto perché si saranno ribellati all’idea di mandare a casa la redazione romana in blocco gli eredi odierni del nucleo redazionale della rivista Il Mulino, che si costituì «con atto pubblico il 27 febbraio 1965» in «associazione privata, senza fini di lucro (…) per organizzare istituzionalmente il gruppo stesso»?[NOTA 3]
E puntualmente il 18 dicembre Luigi Pedrazzi, l’unico socio fondatore ancora in vita (87 anni, ma mente lucidissima), ha espresso a Marina Amaduzzi del Corriere di Bologna la prima critica alla validità delle dichiarazioni di Edifin (la società che controlla le due case editrici e ha emesso il verdetto di condanna a morte per i 17 carocciani, anche se in teoria la decisione definitiva spetterebbe a quella Associazione di cultura e politica “il Mulino” fondata quasi cinquant’anni fa).
Critica che ha ampliato nell’intervista concessa a Simonetta Fiori sulla Repubblica del 19 dicembre. Due brani basteranno a farne comprendere la linea argomentativa: «Mi sembra che manchi l’etica di cui parlava Weber» e «mi sembra che Bassani [il ‘liquidatore’, in quanto amministratore delegato delle due case editrici] si stia muovendo con insensibilità rispetto alla stessa storia del Mulino. Storia che è anche presente». Già, spesso e volentieri i ‘tagliatori di teste’ non sono proprio in grado di vedere lo spessore culturale, prodotto da una certa ‘genealogia’, di ciò che ‘potano’, finendo così con l’affossarlo irrimediabilmente.

2. Viene da pensare che proprio Bologna abbia una sensibilità più fine, più sviluppata su queste tematiche, a leggere sul sito della Rete dei redattori precari di un altro sciopero, svolto il 26 novembre 2014 dai lavoratori della casa editrice Zanichelli (anch’essa bolognese, sebbene fondata a Modena nel 1859) a favore dei collaboratori esterni!
Va bene, era soltanto di un’ora, ma anche lì si parla di un «presidio»: ciò ha tutta l’aria di essere un altro fatto inaudito e probabilmente è un esito, fra l’altro, di iniziative come l’inchiesta pionieristica sull’Editoria invisibile affidata dalla Cgil all’IRES (Istituto ricerche economiche e sociali) dell’Emilia Romagna
Ne avevo scritto giusto un anno fa (a cui aggiungo adesso questo articolo), mescolandovi altre iniziative consimili.[NOTA 4]

Per tutto questo nella fattura di oggi ho deciso di segnalare e non farmi retribuire i 3 giorni nei quali ho scioperato a favore dei colleghi Carocci, accogliendo un suggerimento lanciato da Claudio Riccio su Internazionale dell’11 dicembre.

3. Ma cosa c’è, dunque? Fischia il vento e soffia… ehm, un’aria di rinnovamento per l’editoria italiana?
Così parrebbe, a traguardare in sequenza l’intervento tanto lucido quanto esasperato di Mario Guaraldi dell’11 dicembre e la ripresa, anzi il rilancio-e-superamento (si potrebbe tradurre così Überwindung?) da parte dello “sfogo” di Antonio Tombolini (alias Simplicissimus), il quale sostiene con veemenza ancora maggiore la proposta di una Costituente del libro che mandi definitivamente a quel paese l’Associazione italiana degli editori (AIE).
Rammento altresì che ha appena compiuto un anno di vita l’Osservatorio degli editori indipendenti (ODEI), un consorzio di un’ottantina di aziende che in nome della bibliodiversità sta già pubblicizzando una propria manifestazione: BookPride, che si terrà a Milano dal 27 al 29 marzo 2015 (ingresso gratuito).bookpride

Sarebbe meraviglioso se questo fermento fosse l’avvisaglia di un cambiamento. Temo però che non ci sia da farsi soverchie illusioni.

Ad esempio, Loredana Lipperini sul suo seguitissimo blog Lipperatura prima di esortare a firmare l’appello «Non solo per Carocci» si chiede un po’ retoricamente, a immediato ridosso degli annunci “funebri” diramati alla tredicesima Fiera della piccola e media editoria: «Non basta la sospensione delle pubblicazioni di :duepunti e quella di edizioni di passaggio a far suonare il campanello d’allarme?».
Aggiungo per completezza di informazione che ai primi di dicembre ha chiuso anche l’agenzia letteraria Vicolo Cannery.
Ma quando la simpatica giornalista e conduttrice di Fahrenheit su Radio 3 scrive: «il piano industriale che prevede il licenziamento di circa la metà dei dipendenti [della Carocci] non è che un assaggio di quello che potrà avvenire, e con ogni probabilità avverrà, presso altre case editrici», dimostra di non sapere che il processo di svuotamento e smantellamento delle case editrici, con l’esternalizzazione e il subappalto del lavoro redazionale, è iniziato già da un sacco di tempo e soprattutto non può fermarsi.
Le prime a essere allontanate dal “centro del potere” furono le tipografie, suppongo addirittura verso la fine degli anni Settanta. Poi, nel corso degli anni Ottanta, dapprima in sordina, casualmente, alla spicciolata, sono stati dismessi gli uffici tecnici[NOTA 5] e comparti più o meno ampi delle mitiche “redazioni interne”, complice la rivoluzione informatica – che, come tutte le faccende tecnologiche, ha un lato positivo e risvolto malvagio. Col tempo questa semplice bifaccialità[NOTA 6] si è evoluta trasformandosi nell’incubo di un nastro di Moebius: difatti adesso la sua fisionomia consiste nell’avere “dentro” esclusivamente ruoli direttivi e, in qualche caso, di coordinamento col “fuori”.[NOTA 7] Questo nastrino è stato avvelenato progressivamente da una corsa al ribasso tra i «nuovi poveri»,[NOTA 8] che negli ultimi 2-3 anni ha assunto forme ancora più odiose giacché (come mi ha riferito una collega milanese) ad esempio i gruppi RCS e Mondadori hanno “imposto” di aprire la partita Iva a gran parte dei propri collaboratori, anche di lunga storia precaria, per poter continuare a lavorare con loro: in questo modo buona parte dei costi non sono più a carico delle aziende, ma dei prestatori d’opera. E non si tratta di una specificità milanese: date le difficoltà in cui si è trovata anche una sorta di editore-istituzione come la romana Treccani (sì, proprio quella che adesso sta rendendo disponibile on-line buona parte del suo patrimonio cartaceo tramite il sito omonimo), la dirigenza di quest’ultima ha fatto richiesta analoga (rafforzata magari dall’obbligo di costituirsi in cooperativa­ – immagino come ulteriore salvaguardia contro eventuali rivendicazioni legali) a chi volesse continuare ad avere un rapporto di lavoro, nonostante fosse stato/a anche da molto tempo co.co.co o co.co.pro o qualche altro singulto starnazzante del genere.

Non credo dunque che il destino che attende i dipendenti del Mulino sia poi tanto migliore di quello che incombe sulle 17 teste dei romani. È probabilmente intuendo questo esito che i redattori bolognesi, per la prima volta dopo sessant’anni, hanno deciso di scendere in piazza, a sostegno di coloro che gli erano più vicini.
Ora ditemi voi se questo non è il migliore dei mondi possibili, cioè il deserto del reale…

 

 

BO_dasotto

NOTE

1) Le informazioni storico-culturali sulla società editoriale il Mulino si trovano sulle pagine del sito ufficiale. A parte le foto della manifestazione, non sto a ripetere qui tutte le notizie sull’agitazione, che si possono ricuperare agevolmente dalle pagine della rassegna stampa che qualche angelo “tennico” tiene costantemente aggiornate sul blog dedicato specificamente a Caroccinsciopero dagli stessi dipendenti romani.

2) Analoghe osservazioni ben circostanziate sono riportate dalla viva voce di uno degli impiegati a rischio licenziamento nell’articolo di Bibliocartina datato 15 dicembre.

3) Anche queste informazioni sono assolutamente ufficiali (e cfr. N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani. Dall’Unità alla fine degli anni Sessanta, Laterza, Roma-Bari, 2007, p. 453).

4) Poiché il sito internet dove comparve non è più attivo, invito gli interessati-in-ritardo a leggerne su quello del Sindacato traduttori editoriali una sintesi o a scaricarne una versione più ampia.

5) Erano sostanzialmente quelli nei quali lavoravano i grafici e i correttori di bozze, a interfacciare direttamente la stampa tipografica.

6) L’immagine del foglio di carta era anche una delle metafore con le quali Saussure tentò di raffigurare il rapporto fra significante e significato (CLG 157, 159).

7) In ciò riscontro una totale analogia con i meccanismi illustrati già dieci anni fa da Francesco Antinucci, Tutto il potere ai segni. Marchio, brevetto, copyright: i nuovi monopoli, Editori Riuniti, Roma, 2002.

8) Tale dicitura circola tristemente ormai da tempo, però qui mi riferisco in particolare anche all’articolo di Roberto Ciccarelli sul Manifesto del 29 ottobre 2014 che riportava l’agghiacciante presentazione del terzo rapporto sui dati della gestione separata dell’Inps da parte dell’Osservatorio dei lavori dell’associazione XX maggio.