Filosofi italiani alla Crusca

Chissà se le restrizioni alla ordinaria vita pubblica e civile indotte dalla diffusione del coronavirus saranno state superate a metà aprile?
Già, perché il 20 e 21 aprile a Firenze si dovrebbe tenere un convegno assai interessante, organizzato congiuntamente dall’Accademia della Crusca e dalla Società filosofica italiana, come seconda edizione della serie “Fare filosofia in italiano”, di cui riporto le locandine qui sotto.

Locandina del secondo convegno “Fare filosofia in italiano” (20-21 aprile 2020)

Degna di attenzione è anche la formula di svolgimento, con quello che sembra un dialogo fra due specialisti: indiscussa la competenza di Tavoni su Dante o Ciliberto su Bruno, mentre gli altri sarà un piacere scoprirli.
Un esempio per la cronaca: Marco Biffi, direttore tecnico della rivista on-line «Italiano digitale» della medesima Accademia sin dalla sua nascita (2013), esordì col volume La traduzione del “De architectura” di Vitruvio (2002), sull’«ingiegniere et architetto» umanista Francesco di Giorgio Martini; poi è stato responsabile con Massimo Fanfani per la trasposizione elettronica delle cinque edizioni (1612, 1623, 1691, 1729-1738 e 1863-1923) del Vocabolario della Crusca.

Locandina del primo convegno “Fare filosofia in italiano” (11-12 giugno 2018)

 

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Breve storia di un neologismo burocratico in quattro mosse

L’aggettivo ‘unionale’ ha suscitato reazioni contrastate sin dall’inizio.

Uno dei primi a segnalarle fu, nel 2010, il professore padovano Michele A. Cortelazzo, allievo di Pier Vincenzo Mengaldo e sodale di Ivano Paccagnella, con questo intervento “Unione europea: una questione di aggettivi”, sostanzialmente favorevole all’accettazione.

Sul versante opposto trovo questa replica di Natalia Latronico del primo giugno 2015 nella rivista trimestrale Eurojus, che si qualifica come «strumento di conoscenza e di informazione, come di dibattito e di approfondimento, che nasce dalle attività di ricerca condotte nell’ambito del Centro di Eccellenza Jean Monnet presso l’Università degli Studi di Milano, diretto dal Professor Bruno Nascimbene».

Lo ‘sdoganamento’ definitivo arriva il 28 marzo 2017, con questa precisazione del linguista romano Paolo D’Achille, che fornendo la batteria di argomentazioni sin qui a mio giudizio più variegata e dunque migliore, esprime un parere positivo per conto dell’Accademia della Crusca.

Quarto e ultimo passo, compiuto testè dal sottoscritto: scrivere alla redazione della Treccani, segnalando debitamente e compuntamente questi tre articoli (che paiono ignorarsi a vicenda, ma è stato un caso fortunato pescarli così nel maremagno di internet…), affinché provvedano a inserire il lemma nella versione on-line del loro Vocabolario, sulla scorta dello Zingarelli 2016, citato da D’Achille.

Bene, compiuto il mio dovere di bravo ex-lessicografo, non resta che aspettare…

A proposito di Romania…

Mi imbatto girovagando in una precisazione di Giulia Zoli, attenta copy editor di Internazionale (sic nel colophon dell’edizione cartacea), in grado di risolvere un dubbio che avevo da tempo.
Il 10 dicembre 2014 sosteneva la scelta di scrivere ‘rOmeno’ (anziché ‘rUmeno’) con due argomentazioni:
(1) «La forma con la o mette l’accento sul legame della Romania con Roma: il fatto di essere un’isola di latinità in un mondo di slavi è un elemento fondante dell’identità del paese. La forma con la u, invece, dal cinquecento fu usata dai dominatori slavi e ungheresi per indicare i servi della gleba e le persone più umili e senza diritti.» Sul mondo slavo mi permetto di rinviare alla prima, lunghissima nota del mio post precedente, sulla “scuola di Nitra”.
(2) «Secondo il dizionario della lingua romena Dex, ancora oggi la “forma arcaica e popolare” rumân indica “i contadini dipendenti dai signori feudali”. Una ragione in più a sostegno della forma con la o, che dopo la formazione dello stato della Romania è stata infatti incoraggiata ed è quella oggi in uso: è più vicina al latino e rivendica l’emancipazione da un dominio straniero.»
Chiaro e distinto.
Ma evidentemente Giulia non aveva letto la precisazione fornita il 14 ottobre 2013 da Matilde Paoli in una delle “Risposte ai quesiti” che sul sito dell’Accademia della Crusca si trovano nella rubrica “Consulenza linguistica”, e il cui succo è desunto da un saggio di Luisa Valmarin, certo non facilmente accessibile: Luisa Valmarin, La guerra del ru- e del ro-, in Miscellanea di studi in onore di Aurelio Roncaglia a cinquant’anni dalla sua laurea, Modena, Mucchi, 1989: pp. 1385-1409 (è citato in calce, non è che lo sapevo io…).

Insomma, bisogna parlare della Romania e dei rOmeni non per dire che sono tutti ladri e stupratori, come risulterebbe leggendo i quotidiani di destra, del centro e sentendo le chiacchiere al baretto sotto casa o sull’autobus…

E allora passo a segnalare anche qualcosa di più attinente, che possiamo leggerci sui nostri schermi, e di cui occorre apprezzare lo sforzo per uscire dall’àmbito nazionalistico, scrivendo in altre lingue, che a livello generalissimo (posso risparmiarmi e risparmiarvi le solite, ormai retoriche citazioni dai vari Schleiermacher, Benjamin, Derrida, Berman ed epigoni di estrazione e valore diversi, giusto?) significa aprirsi e confrontarsi con l’Altro.
(A) Translationes: rivista annuale (ISSN: 2067-2705) dell’università dell’Occidente di Timişoara, facoltà di lettere, storia e teologia, a cura dell’associazione ISTTRAROM.
Nel comitato d’onore i non-romeni sono soprattutto francofoni (Michel Ballard di Arras, Jean Delisle di Ottawa, Jean-René Ladmiral, docente a Paris Nanterre IX), ma c’è anche uno spagnolo (Antonio Bueno Garcia di Valladolid). Gli indici di tutte le sei annate pubblicate fino a oggi sono consultabili alla rubrica “Archives”, ciascuno su pagina a sé; i contributi non sono scaricabili gratuitamente, ma ciascuno è corredato da una sintesi e da un elenco di parole chiave. Una segnalazione per inviare i contributi al prossimo numero (7/2015, dedicato a “Fasi di storia della traduzione” – la scadenza era lo scorso primo ottobre, anche se la medesima notizia sul sito francese Fabula la posticipava a metà ottobre, oltre a fornire qualche elemento di riflessione in più, copiato da questa pagina) era apparsa anche sul blog della bella rivista on-line Tradurre di Gianfranco Petrillo. Peccato che nella pagina dei partner non sia presente neanche un sito universitario, un centro di ricerca, un’associazione, insomma, nulla di italico…
(B) Diacronia: un semestrale (ISSN: 2393-1140) dedicato a pubblicare «applied research in the form of research and letter articles resulting from observations, experiments, and analyses concerning the synchronic and/or diachronic linguistic reality». Troppo generico? Sì, meglio restringere i campi: «diachronic linguistics (historical phonetics and dialectology, historical grammar, etymology, onomasiology, semasiology), philology, sociolinguistics, translation studies, corpus linguistics and anthropology». Queste precisazioni si trovano nella pagina di presentazione, dove insieme ad altre informazioni più circostanziate campeggia in una sorta di esergo anche una citazione darwiniana: «We are not here concerned with hopes or fears, only with truth as far as our reason permits us to discover it» (senza citarne la fonte: sta nell’ultima pagina dell’ultimo capitolo, il tredicesimo, dell’Origine dell’uomo, 1871) ! Non male in questi tempi di iperspecializzazione, per una rivista nata da poco. Infatti sinora sono usciti due numeri; a chi interessasse, le scadenze per il 3 e il 4 sono, rispettivamente, il 12 febbraio e il primo agosto 2016. Una particolarità interessante è che i contributi devono essere bilingui (cioè, chi scrive in romeno deve allegare anche una versione in inglese o francese) e inoltre che vengono pubblicati appena risultano approvati, senza aspettare che si formi la rivista completa, per offrirli subito in lettura, con accesso completamente libero (meraviglie della tecnica!).

E qui posso iniziare a ricordare qualche testo del passato di autori romeni che è riuscito a superare la chiusura del mercato librario nostrano a prodotti di autori e paesi meno noti, e che per vari motivi occhieggia dai miei scaffali (più o meno virtuali):

Iorgu Iordan e John Orr, Introduzione alla linguistica romanza (ed. or. 1937; trad. di Luciana Borghi Cedrini, Einaudi 1973, con una nota di D’A. S. Avalle).

Solomon Marcus, Edmond Nicolau, Sorin Stati, Introduzione alla linguistica matematica (ed. or. 1966; trad. di Filippo Franciosi, Pàtron 1971).

Sorin Stati, Teoria e metodo nella sintassi (1967, trad. il Mulino 1972) – come si vede, questo autore (una succinta biobibliografia in romeno si trova a questa pagina) ha pubblicato vari titoli in italiano (grazie alla sua lunga permanenza e proficua attività didattica in vari atenei locali) come si può vedere anche dalla pagina che gli dedica Wikipedia inglese, alla cui biblio aggiungo che in suo onore è uscito anche il primo fascicolo dell’annata XVI (2008) della rivista L’analisi linguistica e letteraria, della facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università cattolica del Sacro cuore, a Milano, che raccoglieva gli atti dello IADA Workshop su “Word Meaning in Argumentative Dialogue”, tenutosi a Milano dal 15 al 17 maggio 2008 (curatori: G. Gobber, S. Cantarini, S. Cigada, M.C. Gatti e S. Gilardoni).

Lucia Vaina Puscą: di questa studiosa ricordo alcuni saggi pubblicati negli anni settanta in riviste italiane legate alla vague semiotica: p. es. il numero 28 (1975) di «Strumenti critici» ne ospitava La dialettica del «grande paesaggio» nella «țigănci» di Mircea Eliade; e credo dopo la (o quasi contestualmente alla) discussione nel 1977 della sua tesi di terzo ciclo in filosofia col lituano Algirdas Julien Greimas (uno dei mostri sacri della semiotica francese) all’università di Parigi IV, incentrata sulla Lecture logico-mathématique de la narration, modèle sémiotique, le fu affidata la curatela di tutto il numero 17 (maggio-agosto 1977) di «Versus. Quaderni di studi semiotici», la rivista di Eco, che così sdoganava l’impiego dell’arsenale logico-modale dei mondi possibili per l’analisi testuale (qui se ne legge il sommario). Un altro suo articolo, Semiotics of With, uscì poi nel numero 19-20 (gennaio-agosto 1978) della medesima testata, che ne rappresentava uno sviluppo in quanto affrontava il tema più ampio Semiotica testuale: mondi possibili e narratività (eccone qui l’indice integrale; rammento che il saggio introduttivo, di Umberto Eco, sarebbe poi rifluito, in gran parte come capitolo 11, nel suo libro in uscita pochi mesi dopo col felicissimo titolo di Lector in fabula, sottotitolo: La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Bompiani 1979).

Marin Mincu (a cura di), La semiotica letteraria italiana (Feltrinelli 1982), una serie di interviste ‘a caldo’ condotte dal curatore a questi esponenti nostrani: Stefano Agosti, D’Arco Silvio Avalle, Gian Luigi Beccaria, Antonino Buttitta, Gian Paolo Caprettini, Maria Corti, Umberto Eco, Emilio Garroni, Marcello Pagnini, Aldo Rossi, Cesare Segre e Alessandro Serpieri.

 

La lista dei volumi di autori romeni è potenzialmente aperta: segnalatemi altri titoli e li inserirò volentieri.