La “biblioteca” non è più così piccola…

Avevo salutato al suo apparire la collana “Biblioteca della lingua italiana”, curata da Giuseppe Antonelli per il nobile CorSera.
Oggi giubilo con questo nuovo post, perché c’è anche un séguito, sempre tutti i mercoledì e già dalla settimana scorsa, che in un paio di mesi porterà il numero complessivo dei volumi «che sta[nno] cambiando la tua concezione dell’italiano» (come ne recita la pubblicità) alla rispettabile cifra di 35 unità: segno probabile che un qualche riscontro positivo ci sarà stato nelle edicole e in effetti le giacenze erano esigui, per non dire inesistenti (ma questo dipende anche dal funzionamento della distribuzione presso gli edicolanti). Ecco dunque la nuova… playlist (ho aggiunto editore e anno della prima edizione, più le date di uscita):

  • 14 marzo: Giuseppe Patota, Prontuario di grammatica (Laterza 2013)
  • 21 marzo: Luca Cignetti, Silvia Demartini, L’ortografia (Carocci 2016)
  • 28 marzo: Simone Fornara, La punteggiatura (Carocci 2010)
  • 4 aprile: Giorgio Graffi, La frase: l’analisi logica (Carocci 2012)
  • 11 aprile: Marcello Aprile, Dalle parole ai dizionari (il Mulino 2005 [qui c’è da chiedersi, malignamente, se la coincidenza cognome-mese sia stata voluta…])
  • 18 aprile: Massimo Palermo, Linguistica testuale dell’italiano (il Mulino 2013)
  • 25 aprile: Edoardo Lombardi Vallauri, Parlare l’italiano. Come usare bene la nostra lingua (il Mulino 1999)
  • 2 maggio: Carla Marcato, Dialetto, dialetti e italiano (il Mulino 2002)
  • 9 maggio: Roberta Cella, Storia dell’italiano (il Mulino 2015)
  • 16 maggio: Paolo D’Achille, L’italiano contemporaneo (il Mulino 2003)

A differenza di quella iniziale (che pure aveva delle punte di eccellenza assoluta: per i miei interessi, si trattava del titolo di esordio, giustamente demauriano, poi della Storia disunita di Trifone, dell’Italiano nascosto di Testa, forse un po’ penalizzati dall’uscita sotto le festività natalizie, e degli Otto capolavori di Motolese — qualcosa mi sono perso, ma pazienza!) questa mi sembra più strutturata su alcuni capisaldi tradizionali, che la scelta precedente, forse più briosa, aveva lasciato in ombra: ortografia, punteggiatura, analisi logica. Restando su Carocci, però, avrei visto bene pure i volumetti sul “nome” e sul “verbo”, rispettivamente di Paolo Acquaviva (2013) e Mario Squartini (2015).

Purtroppo (per le ragioni economiche già esposte nel mio intervento del 20 settembre scorso) vedo di aver “fatto male” ad acquistare, a una cifra ben più alta, uno di questi titoli nuovi. E dire che avevo soppesato attentamente in libreria pro e contro rispetto all’antagonista, cioè la Linguistica del testo. Principi, fenomeni, strutture della basileana Angela Ferrari (Carocci 2014, seconda ed. 2017 — un necessario aggiornamento della Linguistica testuale. Un’introduzione di Cecilia Andorno, anch’esso Carocci 2003, con sette ristampe sino al 2015).
Colgo l’occasione per sottolineare che questi tre volumi hanno meno a che fare di quanto possa far credere il titolo con il notevole libro di Eugenio Coseriu, Linguistica del testo. Introduzione a una ermeneutica del senso (Carocci 1997, sesta ristampa 2014, come sempre ottimamente curata da Donatella Di Cesare, già sua allieva a Tubinga in anni giovanili).

Anche in questo nuovo elenco è prevalente l’intento anzitutto introduttivo, didascalico, ma non mi sono ben chiari i criteri di scelta, poniamo, rispetto alla gamma di “storie dell’italiano” attualmente sul mercato, anche di formato piuttosto ridotto (a confronto di quella di Migliorini, per capirci tramite un esempio arcinoto). Forse bisognerebbe chiederlo ad Antonelli…
Ma non saranno certamente l’esito di ‘veti’ da parte degli editori, ai quali invece così viene data l’opportunità, rara, di far rivivere testi che (tranne casi particolari come le adozioni universitarie, comunque in difficoltà a causa del problema delle fotocopie e ancor più dalle facili riproduzioni tramite cellulare… altro che aura benjaminiana!) difficilmente potrebbero vivacizzare il catalogo, sfuggendo alla loro inesorabile desolation row, cioè la via del macero — per quanto possa esser stata nobilitata dalla Solitudine troppo rumorosa di uno scrittore così atipico come Bohumil Hrabal, che una sera dell’ormai lontanissima estate 1988 Giuseppe Dierna mi fece conoscere nel posto migliore: verosimilmente U zlatého tygra, sorseggiando immagino quella stessa Plzeňský Prazdroj che dissetò tutta la mia settimana di soggiorno nella “magica Praga d’oro”.

Interno della birreria praghese “Alla tigre d’oro”

Quello che vedrai più facilmente sui tavoli della “Tigre d’oro” (ammesso di riuscire a trovare un posto libero…!)

 

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(Piccola) biblioteca della lingua italiana

Piano dell’opera “Biblioteca della lingua italiana” – I classici del CdS

Oggi è uscito il primo volume(tto) di una serie allegata al maggiore (?) quotidiano nazionale, il Corriere della sera di via Solferino (questo è un vecchio topos, credo incomprensibile agli stranieri). L’immagine qui sopra riproduce il piano dell’opera e si trova alle pagine 8-9 del libro.
È una delle tante iniziative del genere, inaugurate ai primi anni del nuovo millennio e inizialmente salutate con grande entusiasmo dagli editori, che notandone il successo pensavano di risolvere così, cioè senza grandi sforzi ideativi, di risolvere i propri, cronici problemi di liquidità. È stato in molti casi un buon sistema per movimentare la cosiddetta backlist, cioè il ‘fondo’ di buoni titoli di svariate case editrici (parlo soprattutto per la saggistica, ovvio), che altrimenti con difficoltà sarebbero stati ‘smerciati’, o con tempi molto più lunghi che rischiavano di diventare anti-redditizi.
Questa in particolare è diretta da Giuseppe Antonelli (n. Arezzo, 1970), docente di Linguistica italiana a Cassino e noto a un pubblico probabilmente più ampio di quello degli studiosi in quanto conduttore (credevo fosse l’ideatore, però mi sbagliavo) della trasmissione radiofonica “La lingua batte”, che va in onda su Rai3 tutte le domeniche alle 10,45 (clicca qui se vuoi risentirne qualcuna, purché non sia prima del 22 febbraio 2014).
La collana, tutta di testi pubblicati da autori italiani (potrebbe sembrare un truismo, ma non lo è) negli ultimi vent’anni, conta 25 titoli, quindi andrà avanti per tutti i mercoledì fino al 7 marzo 2018.

Ho aggiunto “piccola” alla denominazione scelta dal Corriere per la serie in quanto si tratta di volumi «concepiti fin dall’inizio per un largo pubblico […] e dal tono divulgativo» (così Antonelli nella sua Presentazione generale, a p. 6).
Non so se il prezzo rimarrà costante per tutta la serie (tantomeno se ci saranno cambiamenti rispetto all’ordine di uscita, caso non infrequente), comunque questo (7,90€ + il costo del giornale) è conveniente rispetto all’edizione cartacea tuttora offerta sul sito dell’editore Laterza (12€ – la prima edizione era del 2002, nel 2017 è arrivata alla quinta), leggermente meno rispetto alla «versione digitale in formato ePub con DRM» (7,49€), che però è ‘immateriale’, appunto, mentre questa riprende quella originaria, anche nel formato pressoché tascabile (in realtà questa ‘marchiata’ CdS presenta dei risguardi, che non ci sono mai stati in tutta la storia della collana UL – li ho sempre pensati come una sorta di scorciatoia per fungere da segnalibro). È evidente che comunque all’editore conviene questa formula (e in questo non c’è nulla di male), sui cui dettagli commerciali però non so nulla di specifico. Né so come sia messa la carta stampata, di cui a inizio anno venivano dichiarati grossi affanni. Qualche edicolante vende anche il libretto senza giornale, ma non sempre senza una corrispondente riduzione di prezzo per l’acquirente 😦

Buone letture in tutti i casi!

Redattori in auge!!!

Mimosa

Ma quanti begli anniversari si stanno festeggiando questi giorni: il 7 marzo il cinquantenario della Bloody Sunday, in cui si svolse la prima delle marce in Alabama contro la segregazione nei confronti dei ne(g)ri. L’8 marzo, accompagnato dalle solite mimose (spesso purtroppo strappate brutalmente da alberelli coraggiosi), si celebra la giornata della donna, pur non sapendo bene quale…

Il ponte Edmund Pettus, in Alabama, finalmente attraversato.

Il ponte Edmund Pettus, in Alabama, finalmente varcato dai manifestanti.

 

Ma no, aspettate un attimo, distratto da questo clamore di fondo mi sto perdendo qualcosa, che per i nostri interessi, qui e ora, è di importanza perlomeno analoga a quelle di cotali eventi: un’altra vittoria r-e-d-a-z-i-o-n-a-l-e (sensazionale).
La Camera del lavoro metropolitana di Bologna ha riportato l’esito della trattativa per 14 dipendenti della casa editrice il Mulino, che andranno a costituire la start-up/spin-off Edimill (contrari però i Cobas, il cui comunicato, duro e articolato, condanna l’accordo come «illegittimo per violazione delle disposizioni previste dalla legge 223/91»).
E il caso ha voluto che la data coincidesse con quella della sentenza storica con cui l’Ispettorato del lavoro di Milano ha ingiunto a una delle maggiori aziende editoriali italiane di assumere a tempo indeterminato 21 redattori, che in precedenza erano stati costretti a lavorare con modalità inadeguate.

Uno dei manifesti realizzati da ReRePre

Uno dei manifesti realizzati da ReRePre (2013)

Di quest’ultima notizia hanno parlato già Bibliocartina (con utile riepilogo, nei link e in calce, degli interventi precedenti in merito) , Roberto Ciccarelli sul Manifesto, Federica Zicchiero sul suo blog e uno dei focus sull’editoria che abbastanza regolarmente Andrea Coccia pubblica su Linkiesta; di quest’ultimo invito a leggere soprattutto il capoverso finale, che va oltre l’intento celebrativo e segnala le difficoltà «oltre la punta dell’iceberg».
La «manifestazione di interesse non vincolante relativa a una eventuale operazione di acquisizione dell’intera partecipazione detenuta da RCS MediaGroup S.p.A. in Rcs Libri S.p.A., pari al 99,99% del capitale sociale, nonché dell’ulteriore complesso di beni e attività che costituiscono l’ambito librario di RCS MediaGroup» (ricopio dal comunicato ufficiale Mondadori dello scorso 18 febbraio, giusto per non sbagliare, anche se a scapito dell’intelligibilità…) è stata l’argomento più discusso in rete negli ultimi mesi, sin dalla prima indiscrezione trapelata su Dagospia; per farla breve, invito a leggere ancora su Bibliocartina il comunicato ‘recalcitrante’ del Comitato di redazione e Rappresentanze sindacali unitarie di RCS.
Vorrei solo sperare che l’esito di questa proposta non porti di fatto a vanificare quelle assunzioni (come insinua, oltre al già citato articolo del Manifesto, anche Il Libraio), dato che Mondadori è ricorso contro la decisione dell’Ispettorato. Un’azione che se da un lato rientra in un modo di fare tipico di Segrate e del suo (ex) presidente, dall’altra ha il valore, più pratico, di prendere tempo, anche riguardo a questa maxi-operazione che porterebbe alla formazione di un supergruppo che varrebbe il 40% del mercato librario nostrano (25% scolastico, quasi 70% tascabili – proprio oggi Alessandro Gazoia ne ragiona in maniera tanto approfondita quanto intelligente su Internazionale).
Qui Il Libraio fa riflettere su alcune conseguenze possibili del matrimonio che per molti (compreso il ministro della cultura Franceschini, a differenza del presidente del Consiglio) “non s’ha da fare” e qui presenta il parere di Alberto Galla, presidente dell’ALI, l’Associazione librai italiani.
RCS-palazzo
La risposta di RCS, che si dovrà attendere al massimo fino al 29 maggio, quando ci saranno nuovi dirigenti, va nella medesima direzione.
Non so se questa campagna-acquisti sia soltanto da imputare al tentativo, in prospettiva, di porre un argine a «colossi del web», tipo Amazon, nello spirito che in anni recenti ha creato altre mostruosità: da «l’affare Vivendi» al più recente Penguin Random House. Su tutto questo non posso che citare ancora una volta la conclusione, amara ma realistica, di André Schriffin: «Il processo di concentrazione […porta] in un vicolo cieco: quanto più stretto è il controllo sui media, tanto più difficile diventa aprire un dibattito pubblico complessivo sulla loro situazione. E quanto più potenti sono i media, tanto più difficilmente i governi cercheranno di impedirne ulteriori fusioni» (Il controllo della parola, Bollati Boringhieri, 2006, p. 81). Correttamente in un’ottica sistemica Schiffrin esaminava l’insieme complessivo dei media (ossia, non unicamente l’editoria libraria, ma anche quotidiani, radio e televisione – e magari bisognerebbe aggiungere anche internet e telefonia – in ciò l’attuale petizione #menogiornalimenoliberi sembra imperfetta, anche se va firmata comunque); dunque per capire cosa sia in ballo anche qui occorre allargare la prospettiva (e fare ipotesi popperianamente ardite, salvo confutarle/rigettarle quando non siano corroborate): così potrebbe assumere un senso più chiaro la proposta di acquisto delle torri di trasmissione RaiWay, cioè servirebbe a mostrare che l’attacco mondadoriano è a tutto campo.

Il logo della casa editrice bolognese.

Il logo della casa editrice bolognese.

Concentriamoci adesso ad analizzare meglio l’altra notizia, così eclatante visti i “chiari di luna” attuali.
L’elemento più stimolante è dato forse dalla possibilità di saltare a pie’ pari la nuova normativa: ricordo infatti che il famigerato Jobs Act è entrato in vigore proprio in questi giorni, ma i lavoratori bolognesi hanno ottenuto l’applicazione dell’articolo 18 com’era in precedenza, nel punto della «clausola di responsabilità solidale» che anche il sindacato reputa tanto significante da scriverlo in nero.
Poiché la neonata Edimill sarà formata da 14 redattori, licenziati dal Mulino appositamente per venire riassunti lì, è stato specificato che non si applica la soglia minima dei 15 dipendenti per la reintegra in caso di licenziamento illegittimo, né per la facoltà di eleggere propri rappresentanti sindacali. Completa l’elenco di fattori positivi l’impegno a «un dettagliato piano formativo».
Ma c’è anche un elemento di segno opposto, e assai netto: la chiusura a ogni possibilità di applicare clausole analoghe anche ai lavoratori della casa editrice romana Carocci, la cui aspra battaglia tra dicembre e gennaio è stata ampiamente seguita qui (si vedano almeno questo post e quest’altro, a consuntivo).
Un ex-collega e amico che fa parte dei 10 redattori “parcheggiati” per un anno in CIGS ha commentato così:

Colpisce la smaccata disparità di trattamento rispetto a quello che ci è stato riservato. Noi siamo stati semplicemente buttati di sotto con un piccolo paracadute. E il fatto che nemmeno in linea teorica Carocci-Mulino abbia preso in considerazione l’ipotesi di coinvolgere in qualche modo i cassintegrati Carocci nella nuova struttura che nasce, evidenzia la volontà di silurarci a prescindere.

Chissà come sarebbe andata se i colleghi del Mulino avessero avuto l’aiuto di San Precario, cioè un sostegno fattivo anche da parte della Rete dei redattori precari?
Eppure è arduo resistere in questo “deserto del reale” dell’editoria, così mutevole e sdrucciolevole (forse è regredita a un “perverso polimorfo”?); le file si assottigliano, si cercano altri spazi e lavori diversi, che consentano di respirare normalmente anziché di boccheggiare a stento.

Simona, una delle attiviste di ReRePre della prima ora (si parla del 2008…), intervistata da Ciccarelli, è schietta, diretta, non si vanta del successo per nascondere le difficoltà che il movimento sta attraversando:

«Ci stiamo con­tando — molti di noi […] hanno cam­biato mestiere o paese. C’è molto da fare: biso­gna pen­sare al lavoro auto­nomo, all’estensione delle tutele, creare un tarif­fa­rio per non soc­com­bere tra studi edi­to­riali e edi­tori che non pagano. Biso­gna capire se ci sono le energie». Perché il limite a tutte le azioni da intraprendere, come sempre e specialmente in Italia (basti vedere l’affluenza alle urne), «sta nell’abitudine a dele­gare e a non agire in prima persona».

Ma pure in un momento di riflessione non si possono, non si devono dimenticare i due obiettivi che sono stati fissati l’autunno scorso, in occasione del rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro per il comparto grafico-editoriale:

  1. preparare un lavoro negoziale che faccia da fondamenta per costruire un contratto unico che rappresenti tutti i lavoratori della cosiddetta filiera della carta e della comunicazione;
  2. organizzare un Forum o “Stati Generali dell’Editoria” per sensibilizzare l’opinione pubblica e le Istituzioni sull’importanza anche democratica, del Settore, e per tentare di dare un futuro a decine di migliaia di lavoratori.

I colleghi traduttori di StradE sono già un pezzo avanti per il primo punto e la collaborazione con ReRePre è già stata avviata (pur tenendo conto delle inevitabili e divergenti specificità); per il secondo, il Book Pride organizzato da ODEI ai Frigoriferi milanesi per fine marzo potrebbe fare da battistrada, un’utile occasione per scambiare idee fra addetti ai lavori, ma non solo (e reclutare nuove leve).

Il logo del Sindacato traduttori editoriali.

Il logo del Sindacato traduttori editoriali.

Tutti a Book Pride (Milano, 27-29 marzo 2015)!

Tutti a Book Pride (Milano, 27-29 marzo 2015)!

 

 

 

 

 

 

Il Sindacato dei lavoratori della comunicazione sta, finalmente anche se faticosamente, abbracciando un’ottica e acquisendo una consapevolezza diverse, più aperte al frammentato, sfuggente scenario contemporaneo (con l’occasione segnalo la ricerca Ires-Federazione dei lavoratori della conoscenza, ben più stimolante del titolo Lavoro – conoscenza – sindacato: una ricerca tra i lavoratori cognitivi, datata 2 ottobre 2014).

Logo e motto CGIL.

Logo e motto CGIL.

Così l’accostamento, dapprima casuale, degli ultimi argomenti porta da sé, quasi naturalmente, o misticamente, la soluzione: per non rimanere schiacciati e asserviti bisogna, ora più che mai, collegarsi ad altre realtà precarie, cercare modalità di intervento comuni, elaborare piani e strategie almeno affini per far sentire la propria voce, sempre più forte e dritta, pertinente e penetrante. Indomita. In segno di rispetto per (il) sé e in nome della dignità del lavoro.

Fact-checking: una mania?

AGGIORNAMENTO (30 giugno 2013)

Cosi & Repossi

Francesca Cosi e Alessandra Repossi, come appaiono nel loro blog

Riprendo da un post non recentissimo del blog di Francesca Cosi e Alessandra Repossi il rimando a questo bell’articolo di Virginia Heffernan, datato 20 agosto 2010, sul lavoro di fact-checker al New Yorker: per farsi un’idea, pensate che lei cominciò PRIMA che nascesse internet. E anche a costo di rovinarvi il gusto di leggerlo (ma c’è molto altro, al suo interno!), riporto le conclusioni, interpretabili in senso sia sfiduciato sia ironico, senza che nessuna delle due ‘letture’ prevalga sull’altra:

fact-checking has assumed radically new forms in the past 15 years. Only fact-checkers from legacy media probably miss the quaint old procedures. But if the Web has changed what qualifies as fact-checking, has it also changed what qualifies as a fact? I suspect that facts on the Web are now more rhetorical devices than identifiable objects. But I can’t verify that.

 

 
Maistrello_2013

Mooolto più tardi (beh, due anni dopo) ho anche trovato quest’altro riferimento, un libro di Sergio Maistrello sull’argomento, che però non ho consultato (quindi non saprei se mi cita, dato che immagino sia uscito DOPO il mio post, anche se avrà comincato a scriverlo prima…). Sembra interessante perché vi si

racconta la parabola del fact checking, dalla nascita negli Stati Uniti degli anni ’20, fino all’espulsione dalle case editrici e all’incontro con la Rete, luogo per eccellenza dell’informazione “incontrollata”. Ma è anche una storia di rinascita: perché è proprio grazie a Internet che il fact checking torna in gioco sotto forma di servizi indipendenti, esterni alle redazioni dei giornali.

 

 

 

In Italia ha cominciato la fondazione Ahref di Trento, che sabato 28 aprile 2012 presentò al Festival del giornalismo di Perugia «Timu», la prima piattaforma di factchecking collaborativo, che «dovrebbe rispondere [… a] esigenze di disintermediazione e di responsabilizzazione civica» (la citazione è dal sito Corporeus corpora, che a fine dell’articolo presenta anche un video esemplificativo dell’attività della fondazione). Qui l’anticipazione del sito Il post, a firma di Adolfo Frediani, e qui la dichiarazione di Luca De Biase, che è il presidente della fondazione.[1]

Poi è stata la volta dell’augusto Corriere della sera: martedì 23 ottobre il direttore Ferruccio De Bortoli con un tweet annunciava la disponibilità on-line di quella stessa piattaforma perché chiunque potesse ‘correggere’ eventuali sviste, imprecisioni, errori negli articoli del quotidiano di via Solferino. Ecco il commento del Giornalaio (blog di Pier Luca Santoro), che acclude anche un’intervista al direttore della Fondazione ahref, dove si ricava molto di più rispetto alle poche righe presentate ‘propagandisticamente’ da un giornalista del Corriere stesso, Alessandro Sala. Invece Paolo Ratto, sul suo blog, ha sollecitato alcuni colleghi a fornire le loro riflessioni su questa innovazione, mettendole in fila con eventuali microdiscussioni. E riporto anche l’opinione positiva di Massimo Mantellini sul suo blog, che invece ne approfitta per punzecchiare il venerando CdS aggiungendo in cauda venenum: «eliminare da corriere.it tonnellate di fuffa, video di incidenti mortali, strano ma vero, foto di uomini dai peli delle orecchie più lungi del mondo, tutte attività nelle quali il sito web eccelle, forse aiuterebbe». Decisamente più critica è stata invece la presentazione della notizia sul blog della giornalista freelance Simona Petricciuolo, che sempre lo stesso giorno si è andata a spulciare le condizioni per collaborare e ha trovato alcuni punti sui quali dissente ferocemente.

fc@cds

Puntualissima (il post è datato 24 ottobre), sempre in tema di attendibilità delle notizie, è poi arrivata la demistificazione su Wittgenstein.it: parecchi quotidiani italiani avevano pubblicato con risalto la notizia di una ragazza nera a cui esponenti del Ku Klux Klan avrebbero dato fuoco in Louisiana, salvo poi rimangiarsi tutto!

Drastico è stato Sergio Maistrello (che aveva presentato a Perugia la piattaforma con De Biase): il 15 novembre, placatasi l’eccitazione per la novità, scrive che il fact-checking «poco si adatta diventare prodotto» e definisce i siti attivi in tale direzione «l’esasperazione di un metodo espulso per contenimento dei costi dal processo produttivo della conoscenza»; e già Michele Kettmaier, direttore generale di Ahref, in un commento al post di Ratto, affermava: «Che il fact checking sia pratica ormai in disuso nelle redazioni dei giornali è un dato di fatto. Pochi sono quelli che lo fanno ancora con metodo e pochissime sono le redazioni di fc nel mondo. Non per svogliatezza o disinteresse. Il problema è esclusivamente economico e di opportunità. Mantenere una redazione di fact checking costa e i bilanci degli editori sono sempre più perennemente in rosso. E poi c’è il mercato, noi utenti, chiediamo informazioni sempre fresche, veloci e online in pochi minuti. Siamo noi stessi a produrre contenuti velocemente». Con l’occasione, segnalo che lo stesso Maistrello ha annunciato una settimana fa il primo convegno in Italia sul fact-checking, che si terrà a Trento il 18 gennaio presso la Fondazione ahref.

Coevo, ma sembra ignorare la novità di cui si parlava tanto in quei giorni, il post di Marina Petrillo sul «fact-checking interattivo», pubblicato sul suo blog Alaska. sentieri digitali (a proposito della trasmissione che fa su Radio Popolare), che parla della «operazione» reperibile sul New York Times, dove si riportano le dichiarazioni di Obama e Romney, al tempo stesso verificandole. Uno dei due commenti presenti su Alaska chiede «Cosa succederebbe se dei media indipendenti (o considerati tali, tipo corriere.it) si prendessero la briga di applicare il fact-checking alle conferenze stampa dei nostri politici?!»: ironia della sorte, era appena stato varato il servizio sul Corriere…

Per cambiare aria, ho trovato un piccolo e divertente esperimento-concorso sul blog di Stefano Quintarelli: bisognava scoprire dov’era l’errore in una notizia sul prezzo degli sms… Ah, ma era del 26 settembre 2009 ?!

La settimana scorsa, sul primo numero dell’ Espresso (anno LIX, n° 1, 10 gennaio 2013 – quello con la faccia patibolare di La Russa in copertina), anche il mio amico Alessandro Longo dice la sua nello spazio Tecnologia: «Pinocchio smentito dal web» è il titolo del suo articolo, sottotitolo «Nascono siti per smascherare azioni e affermazioni non veritiere» (nel sommario, p. 21), catenaccio «Verifica in Rete di azioni e affermazioni. E’ il “fact checking”, che ha già smascherato politici di rango. Negli Usa. E da noi» (p. 96). Lo specchietto (a p. 98, questo anche su internet) elenca i siti più importanti: Politifact.com, Morsiemeter.com [sic: ma nell’articolo è, correttamente, Morsimeter.com (N.d.R.)], Ahref, Factspreaders.net, Factcheck.org, Ilpost.it e Wikifactcheck.org; qualcun altro è sparso nelle righe: Truth Goggles, Hypothesis.is, Factcheck.it. A p. 96, prima colonna, Alessandro scrive: «Per fact checking s’intende la pratica di verificare, sul Web, fatti riportati da autorità di vario tipo: politici, giornalisti, media». E prosegue in terza colonna: «Negli Usa il fact checking nasce quindi in chiave politica e con lo scopo di rifondare il giornalismo». Mmh, non credo…

Finché lunedì sera, dopo l’intervista a Berlusconi di Ilaria D’Amico su Sky Tg 24, c’è addirittura un collegamento con l’università Roma 3, dove un gruppo di esperti (?) ha controllato in tempo reale 4 delle affermazioni fatte dal ‘banana’, trovandone 1 vera, 1 solo parzialmente e 2 false. Beh, questo è troppo!

Non ce la faccio più, per cui adesso sparo la mia (era ora, no?).
Rivendico la paternità (maternità?) della verifica al lavoro editoriale, non giornalistico. Gli editor nascono, direi quasi spontaneamente, con la stampa tipografica (pensiamo ai grandi umanisti, che lavorano presso gli stampatori-tipografi, come Bembo da Manuzio ecc.)[2], i giornali fanno la loro comparsa nel mondo soltanto un paio di secoli dopo, parallelamente alla formazione dell’opinione pubblica.
Cerco di dimostrare questa affermazione, anche se per adesso ricorrendo a testi esclusivamente contemporanei.
Il sito dei redattori californiani risponde alla domanda che cosa facciano, quale sia il loro mestiere, con un’analisi minuziosa delle loro attività/competenze/abilità. Nei servizi che possono offrire, sono elencate 12 distinte particolarità. La quarta (ma non è una presentazione in ordine di importanza, si tratta di un mero elenco nomenclatorio) è denominata Fact checking e definita nel modo seguente: «A fact checker does not make editorial changes, but simply verifies the accuracy of content as specified by the publisher. One client may request that the fact checker verify all statements, while another client may request the verification of addresses and trademarks only. The publisher specifies the degree of accuracy required». Giuro, e posso testimoniare, che questa stessa definizione c’era ancora prima che Obama venisse eletto.
Non è un’eccezione, si badi bene. Saliamo, non in politica, ma qualche migliaio di chilometri verso nord, e anche nel sito dei redattori canadesi (ahò, ma com’è che ‘ste cose ce stanno solo in Ammerika: quando mai si riuscirà a realizzare un’organizzazione del genere in Italia, dove siamo pure di meno?) troviamo che la settima delle 12 abilità professionali è proprio Fact checking/Reference checking: «Checking accuracy of facts and/or quotes by reference to original sources used by author and/or from other sources».[3]
Invece in Gran Bretagna, forse per snobismo, la stessa abilità va sotto il nome di Factual accuracy, così definita sul sito della Society for editors and proofreaders (la più blasonata oltremanica[4]): «Raise questions of factual accuracy and consistency regarding names, dates, events, people, places and references to visual elements as necessary. Refer these to the client or author as appropriate».[5]
Ma che si tratti della stessa faccenda potrebbe confermarlo anche Umberto Eco. Questi un paio di volte si è sentito in dovere di scendere in campo sull’argomento (forte della sua militanza redazionale nella casa editrice Bompiani, che non ha quasi mai abbandonato) nelle ‘bustine di Minerva’ (cioè sulla rubrica che ha tenuto per anni sull’Espresso): quella del 7 novembre 1996 (p. 218) e quella del 31 luglio 1997 (p. 170). Nella prima, intitolata «Ma che cosa è questo editing. Osservazioni su un termine ambiguo» spiega le differenze tra editor, line-editing, copy-editing e proofs-editing, chiarendo che per svolgere queste attività «ci vogliono persone che lavorano con estrema cura e che in Italia, tranne che in pochissime case editrici, mancano del tutto (o sono ormai scomparse)». Eppure occorre insegnare queste ‘materie’, perché è «un mestiere che richiede cultura, attenzione meticolosa, pratica di consultazione, conoscenza di convenzioni grafiche ormai adottate internazionalmente. E’ una forma di professionalità di cui la nostra editoria è carente». Il secondo intervento si intitola «Conoscete Giovanni il Battezzatore? C’è un editore che non lo conosce» e riporta esempi che possono tutti rientrare nella categoria di cui discorriamo qui (anche se non viene chiamata allo stesso modo): le cinque piaghe d’Egitto (corrige: o sono le 5 piaghe sul corpo di Cristo, o sono le 10 piaghe d’Egitto), la collocazione geografica di Modica rispetto alla Tunisia (serve guardare un atlante), Avicenna e Ibn Sina (trattati in un libro di storia come due autori distinti, mentre si tratta di due denominazioni del medesimo individuo) e altre amenità come Symeon Stylites e Giovanni il Battezzatore, appunto. Ma già nell’articolo del 1996 Eco mostrava una qualche insofferenza per l’analiticità delle distinzioni a cui accennavo poco sopra: «In America quest’arte ha raggiunto eccessi insopportabili» e cita una discussione con un editor statunitense a proposito di un Museo delle cere a Los Angeles, che risultava chiuso al momento della traduzione del suo libro, e che ha richiesto di inserire una nota per spiegare «l’apparente contraddizione» di fronte alla quale si sarebbe trovato il lettore che avesse voluto andare ‘davvero’ a visitarlo.
Eppure (anche) dalle esortazioni di Eco sono nati, qualche anno dopo, i corsi di Master Universitario di II Livello – Editoria Cartacea e Multimediale presso la Scuola superiore di studi umanistici dell’ateneo bolognese, verosimilmente i migliori mai tenuti in Italia, di cui quelli che si trovano adesso in circolazione sono pallidi cloni. Com’era da aspettarsi (siamo in Italia, no?), sembra che non saranno più ripetuti, nonostante la qualità degli insegnamenti e la riuscita, cioè il fatto che alcuni dei ‘masterizzati’ siano poi stati assunti in varie case editrici dopo uno stage semestrale, dato che occorre una lunga pratica per padroneggiare quest’ARTE.[6]

Post scriptum
Una cosa divertente (per chi ha una percezione distorta di certi dettagli dello scrivere, come l’ex redattore scrivente) è che in tutti questi siti il nome del fenomeno in esame si trova scritto in tutte le maniere possibili e immaginabili: tuttoattaccatto, staccato con uno spazio, oppure con-il-trattino, con le Iniziali Maiuscole o con solo la seconda parola bassa ecc. Viva la diversità di opinioni (e qui evidentemente non ci sono grandi discorsi da fare, quindi tanto più occorrerebbe intervenire), ma un redattore vecchio stampo si sarebbe messo le mani nei capelli e avrebbe deciso di uniformare in una maniera soltanto queste difformità: infatti a trovarsele così disparate su una pubblicazione cartacea darebbero probabilmente fastidio, no?

NOTE

[1] Chi conosce un minimo di linguaggio Html coglierà il riferimento al tag forse più tipico di quel linguaggio, cioè quello che serve a introdurre un link, il collegamento che ha contribuito a fare della navigazione su internet quello che la rende così pratica. Infatti il nome dell’ente viene scritto sia semplicemente, con 5 lettere minuscole, sia (forse dai ‘beneinformati’?) precedute da una parentesi angolare aperta, così: <Ahref

[2] E’ una questione alla quale accenna, inevitabilmente, ogni storia dell’editoria: basti per tutti il paragrafo 3, «Dallo stampatore umanista al libraio filosofo» nel quinto capitolo di Lucien Febvre e Henri-Jean Martin, La nascita del libro (Laterza 1977 [ed. or. 1958], a cura di Armando Petrucci, vol. I, p. 175 sgg.; nell’edizione originale che si può trovare (in formato Pdf) a questo indirizzo, il paragrafo inizia a p. 240, perché nell’edizione italiana sono stati operati tagli notevoli, anche se non viene esplicitato chiaramente). Ma in Italia Paolo Trovato l’ha saputa affrontare in maniera magistrale con due monografie: Con ogni diligenza corretto. La stampa e le revisioni editoriali dei testi letterari italiani (1470- 1570) (il Mulino 1991, rist. UnifePress, Ferrara 2009) e L’ordine dei tipografi. Lettori, stampatori e correttori tra Quattro e Cinquecento (Bulzoni 1998). In ultimo, mi piace citare la seconda Balzan Lecture, che trabocca di erudizione: Anthony T. Grafton, Humanists with Inky Fingers. The Culture of Correction in Renaissance Europe (Olschki 2011).

[3] E siccome il Canada è bilingue, sul sito c’è anche la versione francese, che recita: «La vérification de données, vérification de citations ou vérification de références consiste à vérifier les données et les citations par rapport aux sources originales indiquées par l’auteur ou à d’autres ouvrages de référence». A conferma che si tratta di una serie di punti, qui la definizione è scivolata all’ultimo posto. Ma le abilità, in francese, sono aumentate a 13 e sono anche descritte con maggiori dettagli!

[4] Lo conferma il fatto che dal 2011 hanno istituito anche un premio Judith Butcher, in onore dell’autrice (nella foto sotto questa nota) di quello che è uno dei manuali di redazione più autorevoli e longevi: Copy-editing. The Cambridge Handbook for Editors, Copy-editors and Proofreaders (Cambridge UP: c’era bisogno di aggiungerlo?). La prima edizione è del 1975 (e il sottotitolo si fermava ad ‘Handbook’), la quarta del 2006 (con la collaborazione di Caroline Drake e Maureen Leach). Nella storia editoriale ha progressivamente inglobato le varie evoluzioni della produzione, e adesso accoglie senza problemi al suo interno anche le tecnologie elettroniche, mentre sono cadute le trattazioni diventate nel frattempo obsolete, ad esempio sulla preparazione del dattiloscritto (!) per la tipografia (ma quasi tutti i capitoli sono stati rimaneggiati).

chief subeditor @ CUP

Judith Butcher

[5] E’ il punto 4.5. negli Standards of editing and of proofreading del ‘Code of practice’ della Sfep — a riprova del fatto di quanto siano elaborate e minuziose le norme in paesi che vantano una tradizione più lunga e un maggior riconoscimento al lavoro redazionale. In particolare, la sezione 4. è dedicata a «Copy-editing printed materials: Basic skills», il che dimostra che ci muoviamo nel medesimo ambito dei colleghi canadesi, anche se la presentazione linguistica è un po’ differente. L’intero Code of practice può essere comodamente scaricato come Pdf, nemmeno troppo pesante (238 Kb), da questo indirizzo.

[6] Uso intenzionalmente il tutto maiuscolo per enfatizzare questo aspetto, ma non è un’idea solipsistica né peregrina. Molti (lo avrete notato anche nelle scelte riportate sopra) utilizzano il termine ‘mestiere’, Mistretta appone al suo testo sull’editoria il sottotitolo «Un’industria dell’artigianato» (il Mulino, 2006 seconda ed.), ma Elsie Myers Stainton titolò il suo gradevole volumetto proprio così: The Fine Art of Copyediting (Columbia UP, New York-Oxford 1991, seconda ed.).