Partecipiamo? Partecipate!

Se avessi vinto un posto per lettore di italiano all’estero forse mi sarebbe dispiaciuto non andarci.


Siccome invece sono rimasto al palo, sabato mattina indosserò la maglietta di Strade e andrò alla manifestazione.

Qui un’intervista a Daniela Pietrangelo (dal Molise), fra i promotori della manifestazione.

Ho riperticato anche il comunicato ufficiale di Emanuela Brizi (Segreteria nazionale SLC area Produzione culturale) e Salvatore Chiaramonte (segretario nazionale della Funzione pubblica Cgil): in fronte e (subito sotto) retro.

 

Infine, inserisco qui un link a un articolo per la direttiva sul diritto d’autore, che è stata approvata recentemente dal parlamento europeo di Strasburgo e rientra senz’altro nei temi della manifestazione.

Tanto per gradire, date un’occhiata a come hanno votato gli europarlamentari italiani, pensando a quali partiti formano l’attuale governo…

Allora ci vediamo a Porta S. Paolo (e non dimenticate di portarvi l’ombrello)!

Annunci

Una giustizia a metà

OVVERO, DI QUANDO I CAPI PRIMA MENTONO, POI TRADISCONO I PATTI, INFINE FUGGONO CON LA CASSA PER RICOMINCIARE SOTTO ALTRO NOME COME SE NULLA FOSSE.

Mettetevi comodi, perché questa volta vi racconto una favola; una bella lunga, che apparentemente finisce bene, anzi benissimo; ma siccome la realtà supera sempre l’immaginazione, e tutto quello che state per leggere è avvenuto nel mondo reale (il sottoscritto si è limitato a cambiare dalla prima alla terza persona il racconto della diretta interessata e ad aggiungere qualche integrazione secondaria, ottenendo l’imprimatur definitivo per ospitarlo qui), il finale cambierà di segno repentinamente e si tramuterà in un epilogo amarissimo e tuttora inconsolabile. Quindi attenzione: non è una favola per addormentarsi tranquilli, ma per farvi destare bruscamente dai vostri sonni troppo placidi, convinti che Renzi sia riuscito finalmente a far imboccare all’Italia la strada giusta della ripresa che ci fa uscire dal tunnel eccetera eccetera eccetera!

C’era una volta (già, perché adesso non c’è più… no, meglio non anticipare gli sviluppi di questa storia davvero nefanda) un service editoriale nello sterminato e desolante hinterland milanese, che si occupava soprattutto di pubblicazioni scolastiche. Chiamiamolo, per semplicità, Gardo (la testa, cioè Infin, l’aveva persa così tanto tempo prima che neppure adesso c’è qualcuno che sappia dove sia finita!). E c’era una volta (ma questa c’è ancora, per sua fortuna) una giovane redattrice, laureata all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in Lettere moderne col massimo dei voti, che aveva persino seguito corsi professionalizzanti di Traduttore letterario dallo spagnolo, Autore e traduttore editoriale, Editor di testi e correttore bozze, piena di volontà e belle speranze (un’accoppiata micidiale, a volte), che lavorava sodo per lui – la chiameremo, per comodità, Laura, nome le cui risonanze petrarchesche fanno apparire quale perfetto senhal contrapposto aulicamente al destino crudele che purtroppo accomuna e strangola tante vite precarie nell’Italia d’oggi.
Nel settembre del 2011 Laura, grazie al passaparola di una collega, fa un colloquio di lavoro con Gardo, che in modo piuttosto autoritario le indica le proprie condizioni: la prestazione doveva svolgersi esclusivamente presso lo studio (che poi si rivelerà un piccolo ufficio in un seminterrato), con la strumentazione presente in loco (a una collaboratrice venne però fornita addirittura una sedia Ikea: il massimo del comfort extralusso!), in giorni e orari prestabiliti e fissi salvo eccezioni (per lo più per esigenze dei capi): 7/8 ore al giorno, 9,30-18, 4 giorni a settimana – tutta roba che Gardo chiamava «gentlemen’s agreement», tanto per far capire che il datore di lavoro non apparteneva alla genia degli squali del capitalismo senza scrupoli né morale, si apparentava piuttosto alla stirpe purissima dei capitani d’industria più equi, onesti e integerrimi…
A ben vedere Laura non aveva un contratto, però era dipendente a tutti gli effetti ed era la sua “capessa” a decidere ogni singolo aspetto della sua prestazione: oltre agli incarichi lavorativi, anche i giorni, gli orari e le ferie. Prendere o lasciare, tanto se non ti va bene, puoi accomodarti: là fuori c’è una fila interminabile di gente che aspetta di prendere il tuo posto, c’è soltanto l’imbarazzo della scelta (l’abbiamo sentito ripetere spesso che ci è venuto a noia, no?) – peggio dei lavoranti di colore nelle piantagioni di cotone che, se si ammalano, non sono pagati. E quando è un dirigente a rimanere a casa ammalato, anche l’ufficio resta tranquillamente chiuso, col risultato che i redattori sono costretti ad andarsene a spasso, senza alcun diritto di essere pagati né di poter continuare in alcuna maniera lecita il lavoro iniziato (forse nel timore che occupino l’ufficio? o che si rivendano PC e suppellettili varie per ritorsione, pretendendo poi di essere stati derubati dagli ultimi discendenti degli indiani metropolitani? beh, dopotutto dei “fantasmi” così bennati non sarebbero autorizzati a farlo, non sarebbero nemmeno in grado di concepire un’infamità del genere, vero?).
La paga iniziale è di 6,50€ all’ora con cessione di diritti di autore (Laura non ha la partita Iva), senza neanche la possibilità di fare una pausa ogni due ore (come prescrive la legge per chi lavora al pc tante ore di seguito) pena la decurtazione di quello che a stento poteva esser definito “stipendio”. Certo, c’era anche una pausa pranzo di mezz’ora, che però veniva detratta dalla paga. Quindi per timore di ritrovarsi a fine mese con troppi pochi soldi, come i suoi colleghi anche Laura preferiva sbocconcellare un panino nello scantinato e riprendere subito a macinare bozze, anziché godere di una pausa più lunga andando a mangiare fuori, non foss’altro che per sgranchirsi braccia e gambe e distrarsi un attimo. Una collega chiede allora ufficialmente che siano concessi almeno 10 minuti di pausa caffè al pomeriggio: i capi, dopo accurate (accorate?) riflessioni e anche a malincuore, la accordano (come sono buoni…), salvo che dopo un po’ quella stessa collega decide di non farla più perché si sente molto a disagio nei confronti dei superiori.
Dopo i primi pagamenti, per fortuna regolari, i conti delle ore e dei soldi intascati cominciano a non quadrare più; allora Laura prende il coraggio a due mani (l’atmosfera non dev’essere delle più distese…) e chiede spiegazioni. L’arcano (svelato solo dopo precisa richiesta, notare bene) sta nel fatto che col tempo la redazione si è ampliata e quindi (attenzione, questa è veramente un’originalissima alzata d’ingegno: onore alla creatività degli imprenditori!) ci vuole più tempo per scaldare il cibo nel microonde (vietato ridere, è un’affermazione che è stata fatta con la massima serietà e tutta la compunzione richiesta dalla circostanza). Vediamo bene il ragionamento, perché potrebbe tornare utile per tantissime altre sedi di lavoro. Secondo la titolare il tempo impiegato (forse avrebbe voluto dire ‘perso’, ma si dev’essere trattenuta) è di 3 minuti a testa in media che, moltiplicato per i sei schiavi incatenati nel bugigattolo, dà un totale di 18 minuti da detrarre cadauno (della serie: come farsi carico anche dei problemi degli altri, no?). Siccome questo non è abbastanza umiliante (a parte il fatto che i patti iniziali erano di calcolare cumulativamente in mezz’ora il tempo per il pranzo ‘interno’, e nessuno si era mai peritato di notificare che successivamente il computo era stato rimodulato pro capite – ammesso e non concesso che sia legale farlo…), si aggiunge la considerazione che la presenza di un solo bagno avrebbe allungato ulteriormente il tempo “sprecato” (ma certo, è Bianciardi che si era dimenticato di santificare i redattori che invece di stare chini sulle scrivanie a correggere refusi, preferiscono passare la giornata a leggere i fumetti in un cesso senza neanche una finestra sul cortile…).
Non bisogna credere che i datori di lavoro in Gardo fossero delle canaglie (non ancora, perlomeno: niente spoiler!), dato che a Laura concedono, sia pure a stento, qualche piccolo aumento: ottiene prima 7, poi 7,50€ l’ora, addirittura con la promessa di passare entro la fine del 2013 alla fantastiliardica cifra di 8€ (netti, ma senza alcun versamento di contributi, non dimentichiamolo; insomma, assimilabile alla paga media di una colf non particolarmente esigente né veloce o brava, con la differenza che quest’ultima se li intasca tutti esentasse e non ci deve manco rientrare di tutte le spese sostenute per studiare all’università e anche dopo). Contestualmente, però, Laura deve dare garanzia formale di rimanere a lavorare nel service fino a marzo 2014, per non pregiudicare il buon esito di una serie di progetti sui quali era impegnata. A posteriori pare evidente che in questa fase Laura venga circuita, cioè senza accorgersene subisce una duplice, sottile pressione psicologica: da un lato le si ventila la possibilità di continuare a lavorare anche qualora nel prosieguo dell’attività ci fossero stati cali nel flusso di lavoro, purché la sua richiesta di aumento sia ragionevole, contenuta. A questo proposito si tenga presente che dentro Gardo c’erano colleghi che percepivano dagli 8,50€/h fino a quasi 12€/h (questi ultimi per i collaboratori con partita Iva), a fronte sostanzialmente di mole e qualità di lavoro sostanzialmente non diverse da quelle di Laura. Dall’altro lato la dirigenza le chiede (spudoratamente) di comunicare subito qualunque eventuale intenzione di andarsene, dato che in quel periodo Gardo sta cercando altro personale e quindi non avrebbe difficoltà a sostituirla (sic).
A dicembre, però, il sospirato e pattuito aumento non arriva, dato che Gardo non riesce a portare a casa quattro commesse importanti. Occorre precisare che Laura non ha alcuna responsabilità in merito, anzi probabilmente non sarebbe neanche stata messa a lavorare su quei progetti. Dove si vede dunque che l’incapacità dirigenziale si scarica sulla parte più debole della struttura.
Si aggiunge qui un dettaglio non secondario per caratterizzare meglio le dramatis personae nel quadro complessivo che sta emergendo: durante i colloqui per l’aumento Gardo blandisce Laura qualificandola come una collaboratrice “importante”, su cui “ha investito” (gli altri, i paria dei paria, sarebbero invece soltanto lavoratori “temporanei”), insomma cerca di conquistarne la fiducia lusingandola, fingendo di voler avere un rapporto privilegiato con lei – ma è tutto fumo negli occhi per manipolarla meglio.
Ecco così che si inizia a profilare la tragedia, con un finale quasi eroicomico. Martedì 7 gennaio 2014 Gardo informa verbalmente Laura che alla fine di quello stesso mese la sua collaborazione sarebbe cessata temporaneamente per una pausa non ben precisata, cioè dandole tre sole settimane di preavviso ed estromettendola di fatto dal progetto su cui sta lavorando prima che lo stesso terminasse.
Colpo di scena (ma solo apparente): un paio di giorni prima della scadenza notificata così bruscamente Gardo si accorge che c’è ancora bisogno del suo contributo, per cui con grandissima faccia tosta le chiede di prolungare la presenza fino a metà febbraio, e la sventurata accetta, in virtù di quanto delineato poco sopra.
Dopo il 13 febbraio, però, piombano silenzio e disperazione. A nulla valgono telefonate e lettere di cui Laura tempesta la capessa. Così scopre di esser stata rimpiazzata da tre giovani e volenterosi “stagisti”: solo che non hanno alcuna forma di contratto di stage, dato che svolgono prestazioni non diverse da quelle degli altri, e sono pagati anch’essi a diritti d’autore; in compenso hanno meno di 35 anni e quindi costano meno all’azienda. Insomma, il confronto è impari coi “vecchi” redattori, ormai stanchi e ben coscienti del circo messo in atto dal gatto e la volpe, a favore di persone più giovani, con voglia di fare e dimostrare, in realtà ancora poco consapevoli della reale situazione in cui sono incappati. Poco consapevoli dei loro diritti, tanto che in parte si bevevano le bugie che i capi andavano raccontando per metterli uno contro l’altro, senza perdere l’occasione di parlare male alle spalle ora di uno ora dell’altro dipendente (e non è impossibile immaginare che venissero attuate costantemente varie forme di mobbing da parte dei “sepolcri imbiancati”, come ebbe a derfinirli un’ex collega di Laura quando se ne andò sbattendo la porta, risparmiandosi così un inganno perpetrato a lungo). Ecco, si può dire che vigeva la legge suprema DIVIDE ET IMPERA, per domarli e al buio incatenarli.
A questo punto, offesa nella sua dignità di lavoratrice e soprattutto messa sull’avviso da una storia simile capitata a un’altra collega, Laura mangia la foglia, cade il velo di Maia e capisce che la “pausa” che dovrebbe trascorrere prima di rinnovare il contratto era una panzana: mascherava la più dura realtà, che cioè non avrebbe più lavorato presso Gardo. Attenzione, però, quella soluzione non era dettata da pura cattiveria: era anche un modo assolutamente subdolo per far passare i giorni utili per un ricorso legale contro Gardo. Così Laura ha imparato a sue spese che il lavoro è un diritto, non una merce di scambio né un mezzo di ricatto (ma che, per capirlo ci voleva una presa di posizione ufficiale di papa Francesco?).
Allora decide di contattare un avvocato, il quale nel marzo 2014 scrive a Gardo quanto segue:

La lavoratrice prestava servizio alle dirette dipendenze degli amministratori, i quali controllavano ed etero-dirigevano modalità e tempi della prestazione, fissando univocamente orari, ferie e retribuzione nonché mettendo a disposizione della stessa mezzi e strumenti di lavoro (quali computer, tavoli da lavoro, uffici, stampanti, telefoni etc).
L’orario di lavoro svolto da Laura andava ben oltre quello previsto dal CCNL di categoria, accedendo al lavoro supplementare e straordinario, anche in considerazione di una pausa pranzo – non retribuita – di soli 30 minuti. Sono pertanto riscontrabili notevoli differenze retributive rispetto al dettato del medesimo CCNL, di cui ci si riserva la produzione in giudizio.
Lo studio editoriale, al solo fine di simulare nella forma quanto sostanzialmente era un comune rapporto di lavoro subordinato, retribuiva la dipendente quale lavoratrice autonoma sub specie “diritti d’autore”.
Come si avrà modo di dimostrare (sia mezzo mail, sia di testi sia con ogni altro mezzo di legge) la dipendente, in diverse occasioni, portava all’attenzione dei sig.ri amministratori l’incongruità dello stipendio percepito e la carenza di qualsivoglia garanzia e/o tutela di legge, ricevendo solo vaghe rassicurazioni sul futuro della collaborazione.
È di tutta evidenza che Gardo perseguiva un egoistico e spregiudicato interesse di risparmio fiscale in danno della lavoratrice, trattata quale mero strumento di profitto.

Ora facciamo scorrere in avanti il tempo più rapidamente della giustizia italiana per arrivare all’aprile 2015, quando Laura esulta per un risultato positivo: nella prima fase del procedimento (condotto secondo il rito Fornero) la giudice accoglie totalmente le sue richieste e condanna gli ex datori di lavoro a risarcirla. Si rende conto con maggiore consapevolezza dei lavaggi di cervello che ha subìto e che, in alcuni momenti, la stavano facendo desistere, però poi è andata avanti confidando nella giustizia e nella verità.
A questo punto subentra la seconda fase del procedimento con rito tradizionale e Laura aspetta le reazioni e decisioni della controparte, che dopo un po’ si oppone all’ordinanza, ma infine anche il secondo giudice le dà ragione: bis, evviva, una seconda vittoria, brindiamo!
Qui, ahimè, cadono però le ultime, dolenti note. In tutti questi mesi di dibattimento, i giudici hanno chiesto ripetutamente a Gardo di conciliare, ma questi si è puntualmente rifiutato di farlo, accampando la scusa di voler avere da una sentenza definitiva la certezza che il suo modus operandi fosse scorretto. Ma non era questa la “vera” motivazione: stava semplicemente prendendo tempo per architettare una “fuga”. E del tipo più infido ed esecrabile! Infatti dopo un po’ si viene a sapere che ha svuotato il conto societario, ha cambiato sede operativa dello studio, ha fatto pressione sui testimoni perché testimoniassero il falso, si è messo a lavorare in un co-working per evitare il pignoramento mobiliare e, ciliegina finale sulla torta, ha addirittura messo in liquidazione la società. Tutto questo per non pagare il debito che aveva con Laura (e altri ex collaboratori), sancito ben due volte dal tribunale civile. Nonostante i pignoramenti eseguiti anche presso case editrici con cui Gardo ha rapporti, non sono mai stati trovati crediti, molto probabilmente perché sono già attivi sotto il nome di una nuova società.
Dunque mesi e mesi di lotta, pesante anche emotivamente, non sono serviti a niente, se non a produrre un profondo senso di impotenza e frustrazione! Pur avendo ricevuto conferme in ambito giudiziario, difficilmente Laura potrà avere indietro quello che le spetta e di cui avrebbe estremo bisogno (c’è bisogno di dirlo? non sarebbe sottinteso?). Tutto perché una srl senza beni immobili e con fatturati che non superano i 200mila euro è praticamente inattaccabile. Gardo la sta facendo sostanzialmente franca, sta riaprendo una nuova società e persevera nell’illegalità con cui tratta i suoi dipendenti senza contratto (e che sono conniventi finché converrà, fino a quando non prenderanno coscienza che il silenzio non paga mai). Quando una persona è disonesta, a quanto pare lo è fino in fondo e oltre. Un ennesimo caso di giustizia a metà.


Non volevo distrarre la lettura con link e note, per cui mi limito a segnalare qui appresso (tipo note alla fine non numerate, in perfetto trendy American style) qualcosa che IMHO possa servire a contestualizzarla. Sedulo curavi humanas actiones non ridere, neque lugere, neque detestari, sed intelligere, scriveva Spinoza all’inizio del suo Trattato teologico-politico (1670).

Sul «destino crudele» dei giovani d’oggi ho apprezzato il commento di Athenae Noctua su alcune esternazioni di politici (e mancano i link alle dichiarazioni fatte il 1° dicembre da Tito Boeri, attuale presidente dell’Inps, sulle casse vuote delle pensioni, altrimenti non pubblicavo più questo post…).

La «presa di posizione ufficiale di papa Francesco» è quella enunciata lo scorso 7 novembre.

Sui dipendenti-conniventi ci sarebbe molto da dire: qui si può soltanto stigmatizzarne il comportamento (autolesionista e perdente, alla lunga), aggiungendo che purtroppo è quello più diffuso nelle realtà editoriali italiane, specialmente quelle più piccole, i cui dipendenti sono più esposti a ricatti e vessazioni di vario genere. A tale proposito, rammento la dedica del comunicato sull’esito dell’indagine degli ispettori del lavoro nelle redazioni “Monda-zzoli”, ancora visibile sulla home page del sito della Rete dei redattori precari.
Conferma il malcostume imperante l’ultima ricerca dalla Associazione Artigiani e Piccole Imprese Mestre Cgia (che negli ultimi anni ha fornito documentazioni sempre pertinenti e originali), su cui informa Roberto Ciccarelli in un articolo sul Manifesto del 29 novembre.

Infine raccolgo qui una serie di collegamenti a tre situazioni in parte analoghe, non per consolare Laura o voi lettori, bensì come una sorta di promemoria (repetita iuvant) delle difficoltà del settore, perché è necessario rimanere sempre guardinghi, vigili e reattivi (altro che stay hungry, stay foolish o il nostrano e bonaccione stai sereno!):

  • a inizio 2015 fallisce la casa editrice Zandonai (Trento): ecco l’opinione dell’ex direttore editoriale Giuliano Geri, un articolo a consuntivo e un post dalla blogger di Doppioverso;
  • a maggio 2015 scoppia il bubbone ISBN, che genera dal basso il movimento #occupayISBN, con cui si schierano per esempio Christian Raimo e il blog Scrittori in causa; a riguardo il Sindacato dei traduttori editoriali pubblica una riflessione ben articolata;
  • di lì a poco la crisi coinvolge anche la casa editrice romana Castelvecchi, in particolare il gruppo LIT, con il quale a giugno il Sindacato dei traduttori editoriali, supportato da SLC-Cgil, apre una trattativa che attualmente risulta ancora in corso – giusto per lasciare qualche speranza residua ai miei pochi lettori 😉

Aggiungo in coda due interventi, usciti dopo questo post, ma bellissimi (per questo mi permetto di infrangere la freccia del tempo):

Allegri, Ciccarelli 2013
Roberto Ciccarelli, che ha salvato il suo libro importantissimo (cliccare sull’immagine per saperne di più) e chiama a raccolta gli interessati per domenica 20 dicembre (a Roma);

Oscar Raimo, in un articolo su Internazionale al cui sconforto c’è, purtroppo, ben poco da aggiungere, se non ribadire la chiusa:

tutta questa gente non pensa mai – mai, mai – a sindacalizzarsi, a mandare a fanculo chi si occupa di politica culturale nelle decine, centinaia di conferenze stampa, dibattiti, convegni in cui si presentano i festival, i programmi culturali, il nuovo splendido mondo creativo che verrà

Jobs Act: libertà di licenziare

Jobs Act: libertà di licenziare.

Dopo l’ultimo articolone, qui mi limito a segnalare quest’altro, che Alessandro Brunetti e Francesco Raparelli hanno scritto sul sito Zeroviolenza.it ed è stato ripreso in tempo reale anche su Dinamopress.

È una disamina analitica di ciò che non va nel JA, o meglio nel suo primo decreto attuativo, in vigore dal 1° marzo, che ha dato il via al «contratto a tutele crescenti».

Sono esaminate le criticità relative a

  • giustificato motivo oggettivo
  • giusta causa
  • licenziamento collettivo
  • altri quattro punti di rilievo giuridico, nei due ultimi dei quali viene messa in evidenza la violazione degli articoli 24 e 30 della Carta di Nizza — che è poi la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, approvata dal Parlamento il 7 dicembre 2000.

Da alcuni rilevamenti pare che già solo a febbraio 76.000 imprese abbiano chiesto di usufruire degli sgravi fiscali (fino a 8.000 euro per lavoratore, mica noccioline!) previsti da questa nuova misura, che inneggia alla nuova parolina magica: «decontribuzione».

Tutto ciò prelude, nel tam-tam mediatico filorenziano, alle considerazioni che è facile prevedere saranno pubblicamente condivise fra qualche mese: «Habemus ripresam, vedete che avevamo ragione noi a varare queste misure? Non siamo autoritari, lavoriamo per il bene del paese e dei lavoratori» e altre menate del genere che rientrano nel novero dei discorsi ‘circolari’ come le profezie che si auto-avverano e auto-incensamenti vari. Del resto già adesso c’è chi prevede 250.000 nuovi assunti nel corso del 2015. E non a caso Boeri ha rinviato l’analisi più approfondita a fine maggio.

La questione è però da osservare con attenzione, perché (in parti che per adesso è difficile quantificare) un bel po’ dei posti di lavoro che saranno sbandierati proverranno da stabilizzazioni di contratti sussistenti (di qualunque tipo fossero); e un altro bel po’ saranno semplici regolarizzazioni di precedenti impieghi clandestini. Dunque i lavoratori che avranno beneficiato davvero di un lavoro ‘nuovo’ saranno (molti?) di meno.

Soprattutto importa la consapevolezza che occorrerà monitare l’andamento nel medio periodo: cosa avverrà fra 3 anni, quando scadranno tali agevolazioni per chi assume? Quale convenienza avranno le aziende a tenersi questi neo-assunti, pagandoli anche di più (come costo interno, non certo come salario)?

Redattori in auge!!!

Mimosa

Ma quanti begli anniversari si stanno festeggiando questi giorni: il 7 marzo il cinquantenario della Bloody Sunday, in cui si svolse la prima delle marce in Alabama contro la segregazione nei confronti dei ne(g)ri. L’8 marzo, accompagnato dalle solite mimose (spesso purtroppo strappate brutalmente da alberelli coraggiosi), si celebra la giornata della donna, pur non sapendo bene quale…

Il ponte Edmund Pettus, in Alabama, finalmente attraversato.

Il ponte Edmund Pettus, in Alabama, finalmente varcato dai manifestanti.

 

Ma no, aspettate un attimo, distratto da questo clamore di fondo mi sto perdendo qualcosa, che per i nostri interessi, qui e ora, è di importanza perlomeno analoga a quelle di cotali eventi: un’altra vittoria r-e-d-a-z-i-o-n-a-l-e (sensazionale).
La Camera del lavoro metropolitana di Bologna ha riportato l’esito della trattativa per 14 dipendenti della casa editrice il Mulino, che andranno a costituire la start-up/spin-off Edimill (contrari però i Cobas, il cui comunicato, duro e articolato, condanna l’accordo come «illegittimo per violazione delle disposizioni previste dalla legge 223/91»).
E il caso ha voluto che la data coincidesse con quella della sentenza storica con cui l’Ispettorato del lavoro di Milano ha ingiunto a una delle maggiori aziende editoriali italiane di assumere a tempo indeterminato 21 redattori, che in precedenza erano stati costretti a lavorare con modalità inadeguate.

Uno dei manifesti realizzati da ReRePre

Uno dei manifesti realizzati da ReRePre (2013)

Di quest’ultima notizia hanno parlato già Bibliocartina (con utile riepilogo, nei link e in calce, degli interventi precedenti in merito) , Roberto Ciccarelli sul Manifesto, Federica Zicchiero sul suo blog e uno dei focus sull’editoria che abbastanza regolarmente Andrea Coccia pubblica su Linkiesta; di quest’ultimo invito a leggere soprattutto il capoverso finale, che va oltre l’intento celebrativo e segnala le difficoltà «oltre la punta dell’iceberg».
La «manifestazione di interesse non vincolante relativa a una eventuale operazione di acquisizione dell’intera partecipazione detenuta da RCS MediaGroup S.p.A. in Rcs Libri S.p.A., pari al 99,99% del capitale sociale, nonché dell’ulteriore complesso di beni e attività che costituiscono l’ambito librario di RCS MediaGroup» (ricopio dal comunicato ufficiale Mondadori dello scorso 18 febbraio, giusto per non sbagliare, anche se a scapito dell’intelligibilità…) è stata l’argomento più discusso in rete negli ultimi mesi, sin dalla prima indiscrezione trapelata su Dagospia; per farla breve, invito a leggere ancora su Bibliocartina il comunicato ‘recalcitrante’ del Comitato di redazione e Rappresentanze sindacali unitarie di RCS.
Vorrei solo sperare che l’esito di questa proposta non porti di fatto a vanificare quelle assunzioni (come insinua, oltre al già citato articolo del Manifesto, anche Il Libraio), dato che Mondadori è ricorso contro la decisione dell’Ispettorato. Un’azione che se da un lato rientra in un modo di fare tipico di Segrate e del suo (ex) presidente, dall’altra ha il valore, più pratico, di prendere tempo, anche riguardo a questa maxi-operazione che porterebbe alla formazione di un supergruppo che varrebbe il 40% del mercato librario nostrano (25% scolastico, quasi 70% tascabili – proprio oggi Alessandro Gazoia ne ragiona in maniera tanto approfondita quanto intelligente su Internazionale).
Qui Il Libraio fa riflettere su alcune conseguenze possibili del matrimonio che per molti (compreso il ministro della cultura Franceschini, a differenza del presidente del Consiglio) “non s’ha da fare” e qui presenta il parere di Alberto Galla, presidente dell’ALI, l’Associazione librai italiani.
RCS-palazzo
La risposta di RCS, che si dovrà attendere al massimo fino al 29 maggio, quando ci saranno nuovi dirigenti, va nella medesima direzione.
Non so se questa campagna-acquisti sia soltanto da imputare al tentativo, in prospettiva, di porre un argine a «colossi del web», tipo Amazon, nello spirito che in anni recenti ha creato altre mostruosità: da «l’affare Vivendi» al più recente Penguin Random House. Su tutto questo non posso che citare ancora una volta la conclusione, amara ma realistica, di André Schriffin: «Il processo di concentrazione […porta] in un vicolo cieco: quanto più stretto è il controllo sui media, tanto più difficile diventa aprire un dibattito pubblico complessivo sulla loro situazione. E quanto più potenti sono i media, tanto più difficilmente i governi cercheranno di impedirne ulteriori fusioni» (Il controllo della parola, Bollati Boringhieri, 2006, p. 81). Correttamente in un’ottica sistemica Schiffrin esaminava l’insieme complessivo dei media (ossia, non unicamente l’editoria libraria, ma anche quotidiani, radio e televisione – e magari bisognerebbe aggiungere anche internet e telefonia – in ciò l’attuale petizione #menogiornalimenoliberi sembra imperfetta, anche se va firmata comunque); dunque per capire cosa sia in ballo anche qui occorre allargare la prospettiva (e fare ipotesi popperianamente ardite, salvo confutarle/rigettarle quando non siano corroborate): così potrebbe assumere un senso più chiaro la proposta di acquisto delle torri di trasmissione RaiWay, cioè servirebbe a mostrare che l’attacco mondadoriano è a tutto campo.

Il logo della casa editrice bolognese.

Il logo della casa editrice bolognese.

Concentriamoci adesso ad analizzare meglio l’altra notizia, così eclatante visti i “chiari di luna” attuali.
L’elemento più stimolante è dato forse dalla possibilità di saltare a pie’ pari la nuova normativa: ricordo infatti che il famigerato Jobs Act è entrato in vigore proprio in questi giorni, ma i lavoratori bolognesi hanno ottenuto l’applicazione dell’articolo 18 com’era in precedenza, nel punto della «clausola di responsabilità solidale» che anche il sindacato reputa tanto significante da scriverlo in nero.
Poiché la neonata Edimill sarà formata da 14 redattori, licenziati dal Mulino appositamente per venire riassunti lì, è stato specificato che non si applica la soglia minima dei 15 dipendenti per la reintegra in caso di licenziamento illegittimo, né per la facoltà di eleggere propri rappresentanti sindacali. Completa l’elenco di fattori positivi l’impegno a «un dettagliato piano formativo».
Ma c’è anche un elemento di segno opposto, e assai netto: la chiusura a ogni possibilità di applicare clausole analoghe anche ai lavoratori della casa editrice romana Carocci, la cui aspra battaglia tra dicembre e gennaio è stata ampiamente seguita qui (si vedano almeno questo post e quest’altro, a consuntivo).
Un ex-collega e amico che fa parte dei 10 redattori “parcheggiati” per un anno in CIGS ha commentato così:

Colpisce la smaccata disparità di trattamento rispetto a quello che ci è stato riservato. Noi siamo stati semplicemente buttati di sotto con un piccolo paracadute. E il fatto che nemmeno in linea teorica Carocci-Mulino abbia preso in considerazione l’ipotesi di coinvolgere in qualche modo i cassintegrati Carocci nella nuova struttura che nasce, evidenzia la volontà di silurarci a prescindere.

Chissà come sarebbe andata se i colleghi del Mulino avessero avuto l’aiuto di San Precario, cioè un sostegno fattivo anche da parte della Rete dei redattori precari?
Eppure è arduo resistere in questo “deserto del reale” dell’editoria, così mutevole e sdrucciolevole (forse è regredita a un “perverso polimorfo”?); le file si assottigliano, si cercano altri spazi e lavori diversi, che consentano di respirare normalmente anziché di boccheggiare a stento.

Simona, una delle attiviste di ReRePre della prima ora (si parla del 2008…), intervistata da Ciccarelli, è schietta, diretta, non si vanta del successo per nascondere le difficoltà che il movimento sta attraversando:

«Ci stiamo con­tando — molti di noi […] hanno cam­biato mestiere o paese. C’è molto da fare: biso­gna pen­sare al lavoro auto­nomo, all’estensione delle tutele, creare un tarif­fa­rio per non soc­com­bere tra studi edi­to­riali e edi­tori che non pagano. Biso­gna capire se ci sono le energie». Perché il limite a tutte le azioni da intraprendere, come sempre e specialmente in Italia (basti vedere l’affluenza alle urne), «sta nell’abitudine a dele­gare e a non agire in prima persona».

Ma pure in un momento di riflessione non si possono, non si devono dimenticare i due obiettivi che sono stati fissati l’autunno scorso, in occasione del rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro per il comparto grafico-editoriale:

  1. preparare un lavoro negoziale che faccia da fondamenta per costruire un contratto unico che rappresenti tutti i lavoratori della cosiddetta filiera della carta e della comunicazione;
  2. organizzare un Forum o “Stati Generali dell’Editoria” per sensibilizzare l’opinione pubblica e le Istituzioni sull’importanza anche democratica, del Settore, e per tentare di dare un futuro a decine di migliaia di lavoratori.

I colleghi traduttori di StradE sono già un pezzo avanti per il primo punto e la collaborazione con ReRePre è già stata avviata (pur tenendo conto delle inevitabili e divergenti specificità); per il secondo, il Book Pride organizzato da ODEI ai Frigoriferi milanesi per fine marzo potrebbe fare da battistrada, un’utile occasione per scambiare idee fra addetti ai lavori, ma non solo (e reclutare nuove leve).

Il logo del Sindacato traduttori editoriali.

Il logo del Sindacato traduttori editoriali.

Tutti a Book Pride (Milano, 27-29 marzo 2015)!

Tutti a Book Pride (Milano, 27-29 marzo 2015)!

 

 

 

 

 

 

Il Sindacato dei lavoratori della comunicazione sta, finalmente anche se faticosamente, abbracciando un’ottica e acquisendo una consapevolezza diverse, più aperte al frammentato, sfuggente scenario contemporaneo (con l’occasione segnalo la ricerca Ires-Federazione dei lavoratori della conoscenza, ben più stimolante del titolo Lavoro – conoscenza – sindacato: una ricerca tra i lavoratori cognitivi, datata 2 ottobre 2014).

Logo e motto CGIL.

Logo e motto CGIL.

Così l’accostamento, dapprima casuale, degli ultimi argomenti porta da sé, quasi naturalmente, o misticamente, la soluzione: per non rimanere schiacciati e asserviti bisogna, ora più che mai, collegarsi ad altre realtà precarie, cercare modalità di intervento comuni, elaborare piani e strategie almeno affini per far sentire la propria voce, sempre più forte e dritta, pertinente e penetrante. Indomita. In segno di rispetto per (il) sé e in nome della dignità del lavoro.

Vittoria dei redattori!

Chi ha detto che ‘precario’ equivale a ‘sfigato’? Probabilmente chi pensa che il ‘redattore’ debba sempre chinare il capo e ingoiare senza diritto di replica le decisioni altrui, tutte, anche quelle che calpestano il suo diritto al lavoro e ledono la sua dignità di persona.
Allora non basta ‘indignarsi’: occorre passare all’azione, organizzarsi con quelli che condividono lo stesso magro destino trattamento, anche se paiono invisibili, ormai smaterializzati come l’incarnazione postmoderna, postcapitalistica, postdemocratica, postliquida (cioè, viscida) di Herr das Kapital.
Perché ribellarsi è giusto. Perché qualche volta si vince, ma non per caso, come al gioco d’azzardo, semmai più come Davide contro Golia (che poi ci rimane male…). E non è sognare utopie, ma la realtà.
Chi è scettico, infatti, legga qui sotto il comunicato (in italiano e subito dopo, grazie ai sapienti uffici di Leah Janeczko di StradE, anche in inglese) della Rete dei redattori precari, che segnano così un grosso punto a loro favore tesaurizzando un lavoro clandestino, slabbrato, denigrato, talora disperato, magari incompreso, durato anni. E finalmente sbocciato, nel modo migliore. Anche per vendicare quelli rimasti sul campo: legioni, anonimi.
Aveva proprio ragione De André: «dal letame nascono i fior».

ReRePre

Grande vittoria!

 

Conclusa l’indagine dell’ispettorato del lavoro di Milano:
i redattori editoriali vanno assunti

Si è conclusa alla fine del 2014 l’indagine dell’Ispettorato del lavoro cominciata nel maggio 2013 che ha coinvolto Mondadori e Rcs Libri. Dopo aver raccolto e verificato le testimonianze di decine di redattori, gli ispettori hanno decretato che nelle due aziende editoriali sussisteva una situazione di palese illegalità relativamente alle tipologie contrattuali utilizzate.
All’indomani della chiusura dell’indagine, l’Ispettorato, alla presenza di Francesco Aufieri, responsabile Slc-Cgil Milano, ha convocato i responsabili del personale di Rcs Libri e Mondadori, ai quali ha ingiunto di trasformare numerosi contratti di collaborazione a progetto in contratti a tempo indeterminato: i redattori, al pari di altre figure editoriali, svolgono un ruolo fondamentale all’interno di una redazione e quindi devono essere assunti.
Diverse le reazioni delle aziende: Mondadori ha deciso di presentare ricorso contro il verdetto dell’Ispettorato; Rcs Libri, invece, si è impegnata a trasformare 21 contratti a progetto in contratti a tempo indeterminato, a decorrere dal 1° luglio p.v.

Noi della Rete dei Redattori Precari, che prima abbiamo richiamato l’attenzione del sindacato sul far west editoriale e poi lo abbiamo spinto a richiedere l’ispezione nelle redazioni dei due colossi milanesi, consideriamo questa vittoria anche, e forse soprattutto, nostra.
Sin dalla fondazione della Rete, abbiamo perseguito l’obiettivo di riportare la legalità dentro le case editrici. A questo proposito, l’esito delle ispezioni di Milano non è certo risolutivo, ma crea un precedente importante a cui i tanti colleghi che continuano a subire abusi contrattuali potranno richiamarsi per far valere i propri diritti.
Sui diritti non si transige: questo è un principio che noi abbiamo sempre rivendicato con ostinazione, e che oggi, anche grazie al nostro impegno, è stato riaffermato nel settore editoriale. Ci preme sottolineare che a trarre beneficio immediato dal verdetto delle ispezioni saranno, con un’unica eccezione, persone estranee e in alcuni casi apertamente ostili alla Rete dei Redattori Precari. A queste persone dedichiamo la nostra vittoria.
Ora è tempo di guardare avanti: con il Jobs Act il governo Renzi ha mischiato le carte in tavola, e nel nuovo contesto dobbiamo ridefinire il nostro ruolo e i nostri obiettivi.
Ci auguriamo che molti di voi ci aiuteranno nel gestire questa delicata fase riorganizzativa. Gli indirizzi per entrare in contatto con noi sono sempre gli stessi:
milano@rerepre.org
bologna@rerepre.org
roma@rerepre.org

 

Milan’s Labor Inspectorate Concludes Its Investigation:
The Editors Should Be Hired

At the end of 2014, the Labor Inspectorate’s investigation involving Mondadori and RCS Libri, which began in May 2013, was completed. After collecting and verifying the testimony of dozens of editors, the inspectors decreed that the situation regarding the kinds of contracts being used in the two publishing companies was clearly illegal.

The day after the investigation was completed, in the presence of Francesco Aufieri, head of SLC-CGIL Milano [Union of Communication Workers-Italian General Confederation of Labor], the inspectorate summoned the human resources heads of RCS Libri and Mondadori and ordered them to change numerous project-based contracts into open-ended contracts; editors, just like other publishing figures, perform a fundamental role in an editorial staff and therefore should be hired employees.

Different reactions from the companies: Mondadori decided to appeal the inspectorate’s verdict; RCS Libri, instead, agreed to turn 21 project contracts into open-ended contracts as of July 1st of this year.

We at the Rete dei Redattori Precari—who first called the union’s attention to the “wild west” of the publishing world and then urged them to request an inspection of the editorial staffs at the two publishing giants in Milan—consider this victory partly, and perhaps mainly, ours.

Ever since our network was founded we’ve pursued the goal of bringing legality back to publishing houses. The outcome of the inspections in Milan certainly can’t make this happen, but it creates an important precedent which our many colleagues who continue to undergo contractual abuse can refer to when asserting their rights.

We must stand up for our rights: this is a principle we’ve always adamantly stuck to and today, thanks also to our commitment, it’s been reaffirmed in the publishing sector. We’d like to emphasize that, with only one exception, those who will immediately benefit from the inspector’s verdict are people who are not active members of our group and who in certain cases have been openly hostile to the Rete dei Redattori Precari. It is to these people that we dedicate our victory.

Now it’s time to look ahead. With the Jobs Act the Renzi government has shuffled the cards and we need to redefine our role and our goals in this new context.

We hope that many of you will help us handle this delicate phase of reorganization. If you’d like to contact us, our addresses are still the same:

milano@rerepre.org

bologna@rerepre.org

roma@rerepre.org

Signore e signori, ecco il CAZ, cioè, siamo davvero alla frutta…

È già una settimanella che fisso, come fossi ipnotizzato (e quindi incapace di reagire), 3 pagine nate quasi in contemporanea e sulle quali sono finito navigando un po’ a vista/caso nella congerie di informazioni che quotidianamente ci riversa addosso internet: Frizzifrizzi, Giampaolo Simi e Affari italiani.
A prima vista sembrerebbero avere ben poco a che fare con i miei interessi, e difatti non riguardano in maniera diretta e immediata la mia attività principale, poiché non ho scritto nessun libro, cioè non sono un autore (almeno non in modo esplicito… quando traduco).

Segrate: la sede della Mondadori.

Segrate: la sede della Mondadori.

Ma apprendere che siamo arrivati, grazie a Mondadori (ettepareva, ossia: chi altri, se no?), ai contratti ad anticipo zero dovrebbe far riflettere molti. A me pare che sia il segno, tangibilissimo, della fine di un’era, quella (definirla ‘capitalistica’ non aiuta granché) in cui l’editore pagava per assicurarsi il lavoro di qualcuno che scriveva su un certo argomento. In questo senso concordo con l’affermazione finale di Simi, secondo il quale sarebbe «l’inizio della fine degli editori», ma ciò non comporta (come sostiene lui) che questi ultimi siano votati all’estinzione, magari anche perché alla fine gli autori decidano in massa di migrare all’autopubblicazione (Lulu è il primo esempio che viene in mente: nato [nata?] nel 2002, al momento in cui sto scrivendo registra oltre un milione e mezzo di testi). Sottoscrivo invece largamente un’altra conclusione di Simi: «Si capovolge così anche la vecchia idea secondo cui i guadagni della classifica possono essere reinvestiti nella narrativa di ricerca o per far crescere coloro che saranno i grandi autori di domani».

Essa valeva anche per la saggistica (non-fiction), ma prescindiamo un attimo dalla tradizionale distinzione rispetto alla letteratura (fiction).
L’idea, che non riesco a esprimere con nettezza (per le carenze nella mia formazione e per la limitatezza del mio cervello, mezzi espressivi compresi) ma mi frulla in testa da quel giorno, è grosso modo questa: NON si tratta del segnale di una crisi contingente, che costringerebbe gli editori a ridurre progressivamente il poco che sborsano, con la scusa che qualcos’altro eroderebbe i loro già magri guadagni, MA di una nuova fase, in cui il denaro non conta (più), è del tutto virtualizzato, insomma se ne può fare a meno. E NON ‘tranquillamente’.[nota1]
Ecco, non pagare più gli autori mi sembra la perfetta premessa pratico-teorica per completare il percorso già avviato sulla china discendente, ossia per finire a non pagare neanche i traduttori: quali ragioni potrebbero accampare, infatti, che possano sopravanzare gli autori stessi, se vengono DOPO di loro e sono perdipiù INVISIBILI?

{aggiornamento: 29 dicembre 2013} Grazie a una segnalazione giunta sulla mailing list QWERTY, aggiungo il link a un post sul blog di Scrittori in causa (fondato nel 2010 da Alessandra Amitrano, Simona Baldanzi, Carolina Cutolo e Sergio Nazzaro).
Rispetto alla nebulosità delle mie affermazioni (o farneticazioni, se preferite – sopra me ne sono giustificato), in quell’articolo trovate una casistica pressoché esaustiva (anche se in questi casi l’ultima non è mai detta, purtroppo…) della “editoria a pagamento”, che viene declinata (propinata) in 5 modalità: Contributo alla pubblicazione; Condivisione del rischio imprenditoriale; Impegno contrattuale all’acquisto di copie; Pagamento delle royalty solo dopo tot copie vendute; e gran finale con La supercazzola (!).
Del resto basta scorrere il blog per capire chiaramente che si tratta di un argomento molto seguito, dato che gli sono stati dedicati quasi tutti gli interventi degli ultimi mesi.

[nota1]
Da quando fu superata la fase primitiva del baratto, l’uso del denaro è sempre stato la simbolizzazione di uno scambio. Non mi pare che figuri nelle “forme simboliche” di Cassirer, nonostante il suo ‘valore’ fosse stato già intuito dal Mauss del Saggio sul dono (praticamente coevo: 1923-1924), ed è stato poi sviluppato da Alfred Sohn-Rethel, allievo “francofortese” di Cassirer, in Das Geld, die bare Münze des Aprioris (tradotto in maniera estramente efficace da Francesco Coppelletti, a cominciare dal titolo: Il denaro. L’apriori in contanti [Editori Riuniti, 1991]). Aggiungo che è ben presente nella linea interpretativa della sociologia sistemica Parsons-Luhmann, e se non se ne fosse ormai andato anche lui da qualche anno, ritengo che anche Pierre Bourdieu potrebbe aggiungere qualche dettaglio interessante!

Precaria da 8 anni fa causa alla Mondadori e viene assunta!

Dopo otto anni da precaria fa causa alla casa editrice. Ora è assunta – Articolo 36.

Qui per il medesimo argomento, pubblicato prima su Re.re.pre e in forma più succinta.

Ecco, l’ha fatto lei e lo farò anch’io. Bene, ora l’ho pure scritto, anche se il mio avvocato mi ha già fatto intendere che per la prima udienza ci sarà da attendere almeno sino all’inizio dell’anno nuovo. Ed è richiesta la mia presenza — wow, che emozione! ok, seriamente: ne avrei fatto volentieri a meno 😦

Non so se la casa editrice contro la quale ho presentato ricorso sia intenzionata ad assumermi in pianta stabile: in pratica mi chiese di ‘accomodarmi’ già alla fine del 1999, ma erano altri tempi e all’epoca l’uscita era pilotata in maniera da garantire una collaborazione esterna per parecchio tempo ancora.
Il collega con il quale avevo condiviso la stanza per buona parte degli anni Novanta accettò quella soluzione e infatti continuò a lavorare così per qualche anno, cioè sino a quando un altro editore di Roma gli propose l’assunzione regolare (forse per prevenire problemi legali e altre forme perniciose di rivalsa, non certo per spirito illuminato, suppongo…): ovviamente non se lo fece dire due volte. Io preferii sottrarmi, in zona Cesarini, intascai il mitico “trattamento di fine rapporto” e me ne andai a scoprire le meraviglie di internet e dell’intrattenimento on-line, che però in meno di tre anni non si rivelarono quelle «magnifiche sorti e progressive» che io stesso auspicavo. Così, faute de mieux, decisi di tornare all’ovile… dove mi sono rinchiuso (quieto vivere?) per quasi 10 (dieci!) anni.

Di fatto, adesso la “mia” casa editrice probabilmente non sa neanche che ho fatto ricorso e che dovrà presentarsi in aula, a meno di non scegliere la contumacia — ma non sembrano i tipi, per come li conosco: la faccia ce l’hanno bella di bronzo, ma in quel modo rischierebbero di perderla, direi, scioccamente…

E al momento non saprei nemmeno io dire se mi va di rientrare in quell’ambiente (ossia, supponendo che anche nel mio caso il giudice imponga la [ri]assunzione). Lo frequento dal 1989 (quasi un quarto di secolo, accidenti!) e su due piedi preferirei che mi dessero i soldi che mi spettano (il consulente del lavoro ne ha quantificati tanti, cosa che ha capito subito il mio avvocato, nonostante si ostini a chiamarmi ‘professore’, o forse proprio per questo, e suona dunque doppiamente falso…) e poi ognuno per la propria strada!
Il settore è in crisi conclamata, di idee non ne vedo certo spuntare da loro, tanti rapporti lì dentro si sono guastati (certo, anche per colpa mia) e l’atmosfera non può più essere quella di una volta. Del resto, non lo era già da tempo!
Ma da vecchie volpi giurerei che tireranno al ribasso, non si vergogneranno di fare il piagnisteo (come racconta lo pseudo-Tobia in questo articolo pubblicato oltre un anno fa sulla Repubblica degli stagisti) puntando sulla notorietà e autorevolezza del nome (un marchio vero e proprio) e quindi prevedo, anzi temo che le cifre sulla carta dovranno essere ridimensionate di molto. Soprattutto se il giudice spingerà per comporre un accordo onorevole, mentre io avverto ancora tanta rabbia e animosità e insofferenza e malessere. Per me e anche per tutti gli altri (e sono tanti, ormai lo sanno anche i sassi) che condividono questo destino amaro.

Nel primo articolo citato all’inizio, di Riccardo Saporiti (che ringrazio pur non conoscendolo perché è riuscito a farmi fendere l’afa terribile di questi giorni a colpi di mouse e tastiera), c’è però un punto che mi trova in disaccordo.
E’ quello dove l’avvocato Massimo Laratro afferma, a proposito del rischio di mobbing: «La mia assistita sta operando tranquillamente e non ha subito alcun tipo di ripercussione. Forse spesso si dimentica che le aziende hanno bisogno di questi lavoratori, che una casa editrice non può fare a meno di redattori». [nota 1] Non sto mettendo in dubbio questa affermazione: può darsi che in Mondadori, che è un transatlantico, ciò non succeda, o che i dirigenti vigilino affinché non succeda (si accettano altre ipotesi, pregasi attivare le testoline). Però la realtà è differente: la stragrande maggioranza delle case editrici sono medio-piccole [nota 2] e in quegli ambienti ci si rigira a fatica (talvolta anche in senso strettamente fisico, dato il costo a metro quadro degli affitti): il mobbing ESISTE e farne le spese può risultare intollerabile, a lungo o a breve termine!
Inoltre, se nelle case editrici ci fosse bisogno DAVVERO dei redattori, dieci anni fa (in qualche caso anche prima, in forme diverse) non sarebbe iniziato lo svuotamento (less is more! era il mantra che si sentiva glorificare dappertutto, come una sorta di panacea) che lascia intatte solamente le funzioni dirigenziali e quelle assolutamente indispensabili al funzionamento ordinario — e talora anche queste sono snaturate, dal punto di vista contrattuale e affini.
Dunque è assolutamente veritiera la frase finale dell’articolo (presumibilmente sempre dell’avvocato Laratro): «stiamo creando una classe di working poor». Certo: bisogna esserne consapevoli, farlo sapere in giro, soprattutto a quelli più giovani e inesperti, insomma non aver timore di dire (gridare?) che il re è nudo: perché la sua nudità è il presupposto del mio/vostro/nostro impoverimento. Materiale, prima ancora che spirituale. No, poi magari anche quello, a seguire; con comodo. Tanto ci sono le pasticche di ansiolitici e antidepressivi, no? [nota 3]

Ma trovo anche un punto sul quale concordo pienamente e mi offre il destro di chiudere in bellezza.
L’avvocato dichiara infatti: «la precarietà è una condizione normale, riguarda il 60% dei lavoratori. E si basa non solo sul ricatto, ma anche su un consenso implicito del collaboratore che ha una professionalità medio-alta e facendo un lavoro in cui crede è disposto a qualsiasi cosa pur di continuare a svolgerlo». Ma in questo modo «è più facile per l’azienda schiacciarli e tenerli sotto il giogo. Per i lavoratori la paura è grande, anche perché perdere l’occupazione è visto come una sconfitta personale».
Ho evidenziato in grassetto i termini nei quali mi riconosco personalmente. Epperciò sottoscrivo anche questo: «”quello che vogliamo lanciare è un messaggio culturale: bisogna uscire dalla narrazione della paura e cominciare ad esercitare i propri diritti”. Anche se per farlo è “imprescindibile” l’esercizio di questi diritti, che inevitabilmente passa “dal conflitto”.»
Una lezione utile, per tutti!

 

[nota 1]
Precisazione (cito sempre dal pezzo su Articolo 36): «”La signora ha scelto di fare causa mentre ancora lavorava all’interno dell’azienda, visto che il suo contratto sarebbe scaduto a settembre. In sostanza ha chiesto che venisse accertata la legittimità della continuità di rapporto” [qui parla l’avvocato, per cui ho dovuto farci l’editing inserendo un altro tipo di virgolette; dopo prosegue Saporiti, chiosandolo]. In altre parole, ha ottenuto che fosse il tribunale a rinnovarle il contratto e a convertirlo in un tempo indeterminato, visto che di fatto il suo rapporto era già di natura subordinata.»

[nota 2]
Basandomi su quest’altro intervento di Articolo 36, a firma di Andrea Curiat (uscito in occasione dell’indagine sulla “Editoria invisibile” e che avevo già menzionato negli aggiornamenti al mio post di fine maggio sulle Trasparenze inquiete e affrante, evocate proprio datale inchiesta) si potrebbero sintetizzare come segue un po’ di cifre che restituiscono il succo dell’anomalia italica: un decimo delle aziende sforna ogni anno tre quarti dei libri messi in commercio, a fronte di quattro quinti degli operatori che non arriva a 50 titoli l’anno (media: 4 al mese; ed è una banale media matematica!). Forse (forse!) a livello internazionale il discorso potrebbe non esser molto diverso (anzi, all’estero le concentrazioni sono cominciate con almeno 10-15 anni di anticipo), ma è comunque da verificare.

[nota 3]
Del resto è l’allegra tendenza di questi ultimi anni quella di affossare la talking cure, la tecnica/terapia psicoanalitica classica, quella a base di parole, appunto, per proporre in alternativa una soluzione ‘chimica’. Che a parte eventuali effetti collaterali sulla salute individuale, di ‘sintesi’ mi pare abbia dalla sua essenzialmente il rivelarsi la soluzione più sbrigativa, demotivante e impersonale, per il medico ma anche per il paziente stesso! Meditate, gente, meditate…

Trasparenze inquiete e affrante

Image
AGGIORNAMENTI (12 giugno 2013)
  • Ho letto in ritardo l’articolo di Enzo Calderale su Tropico del libro, datato 4 giugno: un po’ lungo, ma in compenso ricco di link, di cui ho apprezzato quello alla recensione del filologo classico Dino Baldi; mi è piaciuto non tanto per le critiche all’ultimo libro firmato da Roberto Calasso (pure sostenibili), ma per l’insistenza sulla necessità di formarsi ancora, chiedendosi (anche nel mio caso, a questo punto sfruttando l’inoccupazione) cosa ha portato a fare questo lavoro e se ha senso continuarlo così.
  • E torna sull’argomento in maniera pertinente anche Andrea Curiat con un intervento sul sito Articolo 36 dell’8 giugno, dove tra l’altro risulta che l’AIE non ha risposto alle richieste di parlare con qualche suo esponente: ma se non ci pensa quell’ente, siamo messi tutti davvero male!
Ritengo estremamente importante segnalare la presentazione (13 maggio 2013, ore 14, presso la Camera del lavoro di Milano) dell’inchiesta sui lavoratori precari dell’editoria, svolta dall’Istituto di ricerche economiche e sociali dell’Emilia Romagna sulla grave (sia economicamente sia moralmente) situazione in cui versano oggi i collaboratori del settore editoriale: oltre il 92% ha un contratto ‘atipico’.
Diversi link sul sito ufficiale consentono di prelevare anche una sintesi di 1267 parole (pari a 8948 caratteri), 19 slides di presentazione e la locandina promozionale, oltre al rapporto completo: tutti in formato PDF, tranne la sintesi, che compare in una pagina a sé. Ottima anche la copertura della rassegna stampa, che al momento in cui scrivo conta già 9 link; molto ampia la presentazione su Bibliocartina, al punto da doversi distendere in due parti (con altrettanti link).

Se ne può leggere qui l’annuncio (20 giugno 2012) e qui un intervento a caldo di Simona (?), del 14 maggio u.s. (qui anche in PDF). Vi hanno contribuito in maniera sostanziale la Rete dei redattori precari e il Sindacato dei traduttori editoriali, le organizzazioni che sostengono i diretti interessati.

Manca invece dalla rassegna stampa il blog della compagna (?) Denisočka, che è andata alla presentazione e oltre a snocciolare i link di cui sopra, ne aggiunge altri significativi, come le conclusioni di Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil (organizzazione che partecipava con la sezione Sindacato dei lavoratori della comunicazione), rubricate in 2 links da YouTube (qui il primo e qui il secondo), o uno streaming da La7. Ma soprattutto faceva notare, fra dispiaciuta e costernata: “Mancavano solo, nei grandi numeri, loro: i colleghi precari“. Brava, ben detto!

Per completare la panoramica, in un’ottica di esprit de système, occorre tenere presenti almeno:

  • la sesta edizione dell’inchiesta di Biblit sulle tariffe delle traduzioni in regime di diritto d’autore per committenti italiani, relative al 2011: qui le slides (in formato Power Point), presentate e commentate alla Casa delle traduzioni lo scorso 23 aprile, con Marina Rullo, e qui il link per leggere o scaricare il rapporto completo (22 pagine in PDF, ancor più ricche di tabelle e considerazioni, utili soprattutto a chi consideri di intraprendere la professione — hanno risposto ‘soltanto’ 272 traduttori, una quota apparentemente minima epperò significativa perché ripartiti in parti pressoché uguali fra ‘professionisti’ e ‘attivi’; c’è una connessione diretta con l’Editoria invisibile nella collaborazione dell’IRES alla elaborazione dei dati, che è abbastanza complessa e richiede competenze specifiche — il modello al quale ci si ispira è sempre l’inchiesta condotta dal giornalista e scrittore Pierre Assouline “La condition du traducteur”, presentata al Salon du livre parigino del 2011);
  • il rapporto Istat su “Produzione e lettura di libri” (pubblicato il 16 maggio 2013 e relativo a 2011 e 2012), che conferma su scala più ampia la condizione pessima che viviamo tutti in Italia (ma non solo: sappiamo cosa è successo in Grecia e Spagna, nonostante i mezzi di informazione tradizionali facciano fatica a seguire quegli eventi, ritenuti poco interessanti per il pubblico italiano). Dalla pagina con una breve sintesi si possono poi scaricare la versione completa (Pdf), le tavole (zip), i prospetti (zip) e una nota sulla metodologia adottata (Pdf). I dati aggiornano quelli presenti in G. Solimine, L’Italia che legge (Laterza 2010), autore presente alla Casa delle traduzioni tre giorni fa, ossia giovedì 23 maggio.
    Forse l’unico settore a risentire (poco) meno della crisi è quello dell’editoria per ragazzi, come segnalava già l’AIE a ridosso della cinquantesima edizione della specifica Fiera del libro (Children’s Book Fair) che si è tenuta due mesi fa a Bologna, da domenica 24 a giovedì 28 marzo.

A tutti gli interessati del settore, ricordo infine che anche la docente bolognese Giovanna Scocchera sta raccogliendo dati sulla revisione delle traduzioni tramite una sua “indagine conoscitiva”, disponibile in duplice versione, per revisori e per traduttori, scaricabile (in formato docx) da questo link. Eccone il succo:

«La revisione è per ogni traduttore un momento cruciale sia all’interno del proprio lavoro di traduzione sia nel processo successivo di lavorazione editoriale. La pratica della revisione gioca inoltre un ruolo fondamentale nella formazione dei traduttori in quanto analizzare, commentare, migliorare – in altre parole, rivedere – le traduzioni proprie e altrui è uno strumento di crescita per ogni studente di traduzione e di maturazione professionale per ogni traduttore».

Lo scopo è qualitativo: «raccogliere informazioni del tutto nuove o mai rese disponibili finora […per] tracciare un identikit della revisione e del revisore che sia il più esaustivo possibile e che raccolga informazioni sul metodo di lavoro, i luoghi e i tempi della revisione, e infine le finalità attese ed effettive di questa attività», intesa sia come auto-revisione, sia come etero-revisione. Le risposte verranno poi «incrociate con i dati raccolti tramite colloqui e/o interviste da realizzare con altri professionisti dell’editoria che intervengono a diverso titolo nel processo di lavorazione di una traduzione (editor, redattori, correttori di bozze)» e «analizzate, interpretate e organizzate in modo da farne un documento a carattere divulgativo».

Buona lettura a tutti (e compilazione a chi vorrà).

Partita Iva – partita persa…

Solo buone intenzioni per le partite Iva.

Prima e indipendentemente (ma non troppo…) da altre considerazioni più ‘interne’ al mio lavoro, volevo segnalare subito questo articolo di Costanzo Ranci, pubblicato venerdì sulla Voce e ripreso ieri dal Fatto quotidiano, dove l’ho trovato.

Purtroppo riguarda tutti quelli che operano con la partita Iva (parasubordinati, collaboratori a progetto, gestione separata ecc.).
Magra consolazione appare allora il piccolo successo ottenuto da Acta (l’associazione del terziario avanzato, da tempo mobilitata su questa tematica) a luglio, quando ottenne dalla Camera il blocco dell’aumento dell’INPS.

Sta a tutti noi che subiamo questa disparità impegnarci perché la partita… non finisca qui!