Translatio linguarum

Un'immagine scherzosa di Tullio Gregory.

Un’immagine scherzosa di Tullio Gregory.

0.1. Premessa

Un libro dal sottotitolo “Traduzioni e storia della cultura” non poteva non suscitare l’attenzione di chi scrive. L’autore Tullio Gregory è un filosofo italiano, ormai emerito, ma forse proprio per questo in grado di cogliere certi tratti di fondo dello sviluppo del pensiero occidentale che altri, più legati a interessi contingenti, accademici o meno, non possono permettersi di rintracciare o avere il lusso di seguire.
Ma prima di entrare nello specifico, segnalo qualche recensione di altri studiosi, poco più giovani di Gregory, a cui cedo subito il passo per autorevolezza:

0.2. Indicazioni per consultare proficuamente questo post
Chi già conosca Tullio Gregory, o non sia interessato ai suoi dettagli bio-bibliografici, può saltare direttamente al paragrafo 2. La lettura del 3 non è indispensabile, ma è consigliata se siete dei traduttori.

Tullio Gregory intento nella lettura silenziosa.

Tullio Gregory intento nella lettura silenziosa.

1. L’autore
Tullio Gregory si laureò nel 1950, a soli 21 anni, e dapprima si occupò soprattutto di platonismo medievale. Successivamente i suoi interessi si ampliarono al Sei-Settecento soprattutto francese e alla storia della filosofia in generale. Infatti alcuni lo ricorderanno come uno dei co-autori (insieme a Francesco Adorno e Valerio Verra) di uno dei manuali più longevi e fortunati di storia della filosofia per licei, credo tra i primi ad accludere anche testi antologizzati degli autori e della letteratura secondaria (prima ed. Laterza 1973 – Gregory firmava specificamente il secondo volume).
Altri si saranno imbattuti all’università in monografie arancioni di formato tascabile, tutte rigorosamente con identica articolazione interna: è la collana laterziana “I filosofi”, di cui si favoleggia che sia stata ideata da Gregory per includervi autori tutti rigorosamente già trapassati (80 titoli dal 1970 al 2000, quasi tutti pluristampati, a cui se ne aggiunge un’altra ventina usciti nel nuovo millennio, anche in versioni elettroniche – ePub con l’odioso DRM). Che infatti proprio dal 2000 fu affiancata dalla collana verde “Maestri del Novecento Laterza” (21 titoli fino al 2014, se non ho sbagliato a contarli sul sito, quindi una media annuale leggermente inferiore).
Oltre a numerose e importanti attività per l’istituto Treccani e più recentemente gli spazi della “Cucina filosofica” nel festival filosofia che si tiene dal 2001 a Modena e dintorni, Gregory può vantare la fondazione del Lessico intellettuale europeo: nei miei anni di università ricordo chiaramente la scritta su una porta in un corridoio al terzo piano nella ‘vecchia’ sede della facoltà di Lettere e i primi volumi pubblicati da Bulzoni (oggi da Olschki), dai quali trapelava pian piano cosa si nascondesse sotto quella formulazione perlomeno sibillina. La fusione con il Centro di studi sul pensiero antico (fondato e diretto da Gabriele Giannantoni) ha dato origine all’ILIESI: Istituto per il lessico intellettuale europeo e la storia delle idee; la storia è presentata da Gregory stesso in questo articolo. [NOTA ZERO] Per maggiori dettagli su di lui cfr. la “Quinta appendice” on-line della Enciclopedia Treccani.
Un lato del suo carattere che può apparire meno simpatico è la veemenza con la quale si è espresso contro iniziative come Wikipedia, del resto comprensibili rileggendo la sua storia personale, e a cui collego l’intervento del 2014 sulla «politica per la lingua» leggibile a questa pagina.
Il ‘succo’ del libro di cui parlo in questo post era stato già presentato, con abile mossa strategica dal punto di vista temporale, al festival filosofia il 19 settembre 2015, col titolo (su cui ci sarebbe molto da meditare, in sé) “Ereditare è tradurre” – a riguardo si veda questa video-intervista, apparsa sulla Gazzetta di Modena. Ma quasi tutto il testo risale a un articolo già apparso sui Quaderni di storia della casa editrice barese Dedalo nel 2009 (debitamente referenziato nella nota finale, peraltro priva di indicazioni, a p. 75), tranne qualche rifinitura, come il capoverso finale aggiunto all’ultima nota (119!) di p. 66, dato che all’epoca il c.d. HKS [NOTA 1] non era ancora completo.

Prospetto illustrativo del volume pubblicato da Olschki.

Prospetto illustrativo del volume pubblicato da Olschki.

2. Il libro
2.0. Il mio punto di vista
Vengo finalmente a spiegare perché questo libro mi interessa ed è molto importante.
Lo farò da un’angolatura particolare, che riesco a definire soltanto tramite la dicitura ‘in controcampo’: cioè riporterò dei passi, per così dire, di ‘sutura’ fra i temi portanti dell’argomentazione solida dell’autore. Questi li trasceglie dai suoi campi di interessi, che sono stati tanti, diversi e anche inusuali, ma da un certo punto di vista sarebbero delle ‘variabili’ sul Leitmotiv sottostante: intendo dire che avrebbe potuto pescarne e introdurne altri, ad libitum, dalle sue vaste conoscenze, giacché in sostanza quelli servono a sorreggere l’ipotesi forte di questo volumetto. La quale, se deve avere valore non episodico, ma costante, ricorrente, sempiterno oserei dire, può ricevere supporto da qualsivoglia contenuto preso in esame e portato all’attenzione del lettore. Questo lungo giro di parole mi serve in fondo a dire che a me il filo rosso interessa di più dei singoli argomenti che esso serve a ‘cucire’. Insomma, estremizzando: quanto state per leggere va in senso contrario a una recensione tradizionale, che di solito espone (ed eventualmente critica o corrobora) gli argomenti addotti dall’autore, ai quali dunque non porrò grande attenzione.
2.1. Alcuni temi
Ovviamente il primo nucleo concettuale è affidato alla cultura greca: punto di partenza comprensibile e giustificato inoltre dal greco quale «lingua di tutto il mondo mediterraneo» (p. 7), senza però dimenticare apporti dall’astrologia orientale. Il primo paragrafo è intitolato “Le sacre scritture” perché si chiude sottolineando la «traduzione come grazia di Dio, della provvidenza nella storia. [… Anche la traduzione] ha un’origine divina perché compie una missione salvifica superando ogni differenza linguistica e rendendo intelligibile a tutti la parola di Dio» (p. 8).
Segue un originale parallelo con la translatio cosmologica, di pianeti e astri che ha grande sviluppo agli inizi dell’età moderna (in nota compaiono Keplero e Campanella).
Il terzo paragrafo è animato principalmente dalle figure di Cicerone, Boezio e Cassiodoro, [NOTA 2] per spingersi fino ad Alcuino e Giovanni Scoto Eriugena.
Gregory è perfettamente consapevole dell’importanza delle opere arabe, ma sostiene che sono a loro volta eredità e trascrizione «di più antiche culture orientali – indiane, persiane, caldaiche» (p. 26). Quindi il senso più originale delle traduzioni in latino dal greco e dall’arabo sta nell’aver creato «un lessico filosofico, scientifico, teologico in gran parte nuovo, [… che] sarà la matrice di gran parte del lessico filosofico e scientifico delle lingue moderne» (pp. 28-29). Così trascorrono sotto i nostri occhi Petrarca, Ficino, Erasmo, Bruni e Bruno, poi i grandi filosofi del Sei-Settecento, per finire con Croce e Gentile, impegnati a redigere la presentazione della (all’epoca) nuova collana laterziana “Classici della filosofia moderna”: qualcuno la ricorderà per il colore arancio vivo della copertina (e sovracoperta, per i titoli più antichi), se non gli sovviene nessun autore specifico (dal 1907 al 1984 vennero pubblicati in tutto 62 titoli, più un terzo volume delle Opere italiane di Giordano Bruno con Il candelaio).
2.2. Le ‘suture’, ovvero il Leitmotiv
Il primo caso lo trovo a cavallo tra secondo e terzo paragrafo (p. 11):

Se la storia della cultura comporta sempre un ereditare e trasmettere, un trasferire da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti secondo le complesse linee di una «metamorfosi ordinata» [qui la nota 21 rinvia ai testi canonici di George Steiner, Gianfranco Folena e un articolo poco noto di Eugenio Garin, “Problemi di traduzione”, non a caso letto originariamente a un incontro del Lessico intellettuale europeo], cercheremo di seguire qui un aspetto particolare di questo processo, la translatio di testi scritti in alcuni momenti significativi nell’orizzonte e nei limiti della cultura europea, segnandone spesso crisi e rinascite. Ove tradurre – ereditare e trasmettere – è sempre un interpretare, come ricorda anche la connessione di termini con valore sinonimico interpretari, vertere, transferre. […] È la traduzione che prolunga nel tempo e nello spazio la vitalità di un testo, assicura e rinnova la tradizione.

Già qui colgo un aspetto non banale: spesso (già in antico) le traduzioni sono state viste con sospetto, accusate di sovvertire valori tradizionali e quindi da starne alla larga, se non da rigettare completamente.
Gregory ribalta questo luogo comune, introducendo invece tutto il valore innovativo dell’interscambio fra punti di vista differenti, che non vengono mortificati dal confronto, ma vivificati. Insomma, occorre riconoscere la forza positiva (e inarrestabile, corollario conseguente) del contagio, un concetto adoperato anche dall’antropologo ‘naturalista’ Dan Sperber, [NOTA 3] la cui deriva sociobiologica (innatismo mono-determinista) è però aliena dal quadro di riferimento che prediligo. [NOTA 4]

Nel terzo paragrafo Gregory sottolinea poi l’alterità della prospettiva adottata nel volumetto rispetto a qualunque teoria della traduzione, più o meno orientata alla letteratura (su tale inclinazione perniciosa, un’altra stoccata tra le pp. 29-30): qui si vede ‘semplicemente’ il tradurre «come trasferimento di un testo in una lingua diversa dall’originale, strettamente connesso a ogni translatio studiorum, a ogni passaggio di civiltà e cultura da uno ad altro contesto geografico, politico e linguistico, per salvare eredità che si sarebbero altrimenti perdute» (pp. 16-17).

Molto più avanti, quasi a fine libro (p. 60) Gregory propone un’estensione ulteriore:

anche la circolazione dei libri – in tutti i suoi aspetti materiali, dalla stampa alla loro diffusione per strade ufficiali e sotterranee – è un aspetto non marginale della translatio studiorum, con propri presidi e vie di comunicazione,

e lo ribadisce a fine testo, con affermazioni apparentemente controcorrente:

la storia delle traduzioni nell’età contemporanea – e in questa prospettiva la storia delle case editrici e di traduttori – è ancora da scrivere, forse anche perché dobbiamo liberarci del pregiudizio che antepone l’autore al traduttore, riconoscendo al primo un’originalità che il secondo non avrebbe; si rischia in tal modo di dimenticare che se ogni cultura è sempre un processo di appropriazione di interpretazione di esperienze diverse, con il loro trasferimento in contesti e linguaggi nuovi, la traduzione intra e interlinguistica svolge un fondamentale ruolo di mediazione nel quale il traduttore è attore e protagonista.

Qui Gregory sposa la causa difesa già da tempo dai ‘traduttori militanti’, cioè quelli che si battono per non volersi vedere annullati sin dalla posizione sul frontespizio. [NOTA 5]

Il classicista Luciano Canfora.

Il classicista Luciano Canfora.

Ma aggiungo che torna in mente anche un testo di Luciano Canfora, che forse per il carattere altrettanto ‘eretico’ non ha avuto la fortuna che meritava: Il copista come autore (Sellerio 2002). Qui di traduzione si parla espressamente solamente nel terzo capitolo, ma le dichiarazioni di Canfora alle pp. 43-44 sono inequivocabili e consonanti a quelle di Gregory:

Tradizione «indiretta» è anche l’instancabile lavoro di traduzione condotto senza interruzione, e a partire sin dai tempi più remoti […] il passaggio da una lingua all’altra – sotto forma di traduzione, di parafrasi o di riscrittura creativa – è un fenomeno ininterrotto, che si svolge parallelamente all’altro grande fenomeno consistente nel lavoro di copia. La tradizione è essenzialmente o traduzione o copia. L’una e l’altra, in maniera complementare, intervengono nella constitutio textus, ma il loro significato supera di gran lunga il fine dell’edizione: esse sono la storia, sono le azioni costitutive della storia della civiltà scritta.

La dimostrazione-limite, per così dire, è che

anche traducendo parola per parola, il traduttore – soprattutto quando non ha capito – interpreta, e di conseguenza modifica, il suo modello (Copista, p. 46).

Due richiami balzano in mente:

  1. L’accostamento tradizione/traduzione pare un mero calembour da retore consumato, ma in realtà è un corto circuito già nella svista confessata da Giorgio Pasquali, nell’Appendice seconda, “Congettura e probabilità diplomatica”, del suo noto volume Storia della tradizione e critica del testo (ed. Mondadori 1974, p. 485).

  2. André Lefevere, noto in italiano soprattutto per il geniale volume tradotto da Silvia Campanini e curato da Margherita Ulrych, Traduzione e riscrittura. La manipolazione della fama letteraria (Utet 1998, ed. or. inglese 1992).

3. Considerazioni ulteriori
3.1. Testi paralleli

Jean Delisle, professore emerito all'università di Ottawa.

Jean Delisle, professore emerito all’università di Ottawa.

Probabilmente Gregory non conosce il testo diretto da Jean Delisle e Judith Woodsworth (presidente e fondatrice della Canadian Association for Translation Studies), promosso dalla Federazione internazionale dei traduttori (definita scherzosamente «la lobby meno potente del pianeta») e dall’Unesco, che affronta un compito analogo da una prospettiva meno ‘elevata’, cioè prendendo in considerazione altre fonti disparate, ma per questo a mio avviso contribuisce a integrare utilmente il panorama conoscitivo.

Miss Woodsworth

Miss Woodsworth

Mi riferisco a Les traducteurs dans l’histoire, la cui terza edizione per la cura di Benoit Léger è stata pubblicata nel 2014 dalle Presses de l’Université de Laval [NOTA 6] – nata nel 1950, sede a Québec, sul sito si vanta di essere la maggiore casa editrice di lingua francese in America, con una media di 120 novità all’anno. Di Delisle è stato tradotto in italiano Terminologia della traduzione, che curò con Hannelore Lee-Jahnke e Monique C. Cormier (Hoepli 2002, ed. or. 1999; traduzione di Caterina Falbo e Maria Teresa Musacchio, curatela di Margherita Ulrych).

Un altro testo canadese che gli si potrebbe accostare è quello curato nel 2006 da Georges L. Bastin e Paul F. Bandia, Charting the Future of Translation History (University of Ottawa Press, Ottawa): a singoli autori sono affidati dei ‘carotaggi’ su sette aspetti particolari (nella sezione “Methodology”: il postmoderno, storia e microstoria, la traduzione legale ecc.) e dieci realtà diverse (nella sezione “Current Discourses”: l’America latina, Israele, Cina ecc.), esposti nell’introduzione dei curatori (pp. 1-9), che però non menzionano Delisle. Tuttavia Bastin sarà uno dei collaboratori al testo curato da Delisle e Marco A. Fiola, La traduction raisonnée (Université d’Ottawa Press, 3^ ed. nel 2013), rivolto specificamente ai traduttori della combinazione FR > EN.

Il Prof. Dr. Lieven D’hulst.

Sempre su tali argomenti, non sono ancora riuscito a consultare Lieven D’hulst, Essais d’histoire de la traduction (Garnier 2014), di cui però intanto trovo straordinariamente azzeccato ed efficace il sottotitolo: Avatars de Janus. Dovrebbe avere almeno una parte teorica assai avvertita (oltre a studi specifici), a differenza di Michel Ballard, Histoire de la traduction. Repères historiques et culturels (De Boeck 2013) che stando alle recensioni disponibili su internet difetterebbe proprio di una solida struttura metateorica, pur avendo il merito di raccogliere e presentare una messe di riferimenti e una massa di fenomeni notevole. Ma che rimangono, appunto, messe e massa, alla fine informi ed eterogenei se non sorretti da un’idea chiara, una prospettiva acuta, un quadro concettuale in grado di unificarli.
In tal senso appare migliore Francesco Laurenti, Tradurre. Storie, teorie, pratiche dall’antichità al XIX secolo (Armando 2015), che cita subito (p. 4) il lavoro di Delisle e Woodsworth (ma nella prima edizione inglese del 1995) e dichiara come sua linea-guida «l’esistenza di una storia delle teorie della traduzione che precede di molti secoli la nascita dei Translation Studies e che s’è sviluppata per lungo tempo senza essere mai dissociata dalla pratica della traduzione. […] La storia della traduzione che ne è emersa è coincisa di volta in volta con la storia della lingua, delle religioni, del pensiero filosofico e dei legami tra lingue e culture diverse» (pp. 6-7). Dunque, non è molto lontano dagli intenti di Gregory… però le considerazioni espresse da Franco Nasi nella sua recensione (che integro qui pur essendo stata pubblicata qualche mese dopo il mio post) mi trovano assolutamente d’accordo:

Apprezzabile lo sforzo di Laurenti, utilissime certe sue indicazioni e scoperte di autori poco noti, ma l’impianto generale del lavoro, nonostante le dichiarazioni introduttive, si mantiene all’interno di una storiografia (o di un modo di intendere gli studi sulla traduzione) che ci pare abbia fatto il suo tempo.

Conserva una sua utilità, nonostante gli anni, anche Bruno Osimo, Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei (Hoepli 2002).

Fra tutti i libri francesi menzionati, sono convinto che in italiano troverebbe accoglienza migliore il primo (e ho già iniziato a spendermi per questo), nonostante la recensione, non scevra da qualche critica, di René Lemieux sul numero di giugno 2015 della rivista specializzata Trahir. Se qualche nostro editore fosse interessato, mi contatti immediatamente, non se ne pentirà: grazie!

3.2. In fine
Riflettendoci su, quanto scrivevo nel paragrafo 2.0. “Il mio punto di vista” non mi sembra affatto una forzatura immotivata. A ben vedere Gregory spiega molto poco e piuttosto vagamente come avvengano quei processi di trasmissione di saperi, che trasferiscono «da uno ad altro contesto culturale e linguistico miti e valori, simboli e modelli, una traduzione e riscrittura dei significati precedenti» (p. 11, già citato), sui quali ha scelto di posare il suo sguardo esperto e, in tal modo, nobilitare. Non poteva farlo in uno spazio così ristretto, e del resto a questo sono lasciati gli atti dei “colloqui” sul lessico intellettuale europeo (si veda sul sito ILIESI) e altri affini, come per esempio i testi curati da Jacqueline Hamesse soprattutto per l’ambito medievale latissimo sensu.

 

N O T E

[Nota 0]
Vedo solamente dopo aver pubblicato il post che Annarita Liburdi ha dedicato due bei lavori alla storia dell’istituto: Per una storia del Lessico Intellettuale Europeo (2000) e Il Lessico Intellettuale Europeo dal 2001 al 2006. Da Centro di Studio a Istituto (2007), entrambi pubblicati dallo stesso LIE.

[Nota 1]
Si tratta del monumentale Harald Kittel, Armin Paul Frank, Norbert Greiner, Theo Hermans, Werner Koller, José Lambert, Fritz Paul (Hrsg./eds./éd. par; in Verbindung mit /in association with Juliane House, Brigitte Schulze), Übersetzung – Translation – Traduction. Ein internationales Handbuch zur Übersetzungsforschung / An international Encyclopedia of Translation Studies / Encyclopédie internationale de la recherche sur la traduction, 3 voll., Gruyter 2004-2011.

[Nota 2]
Per quest’ultimo, si potrebbe suggerire a Gregory di consultare la traduzione, diretta da Andrea Giardina, delle Variae per l’editore romano L’Erma di Breischneider (12 volumi apparsi fra il 2014 e il 2016, assai costosi e disponibili anche in versione digitale), anziché continuare a citarle dai venerabili MGH.

[Nota 3]
Un breve accenno in questa segnalazione di un suo testo, tradotto da Feltrinelli nel 1999.

[Nota 4]
Cfr. ad esempio, in riferimento al linguaggio umano, la recensione di Elisabetta Gola al libro di Grazia Basile, La conquista delle parole. Per  una storia naturale della denominazione (Carocci 2012), in AphEx, 8 (2013).

[Nota 5]
Penso ovviamente al Sindacato dei traduttori editoriali, e più in particolare al suo ultimo ‘successo’, vale a dire l’accordo siglato con ODEI (Osservatorio degli editori indipendenti) il 3 aprile scorso, in occasione della seconda edizione del Bookpride milanese, la Fiera dell’editoria indipendente. Per saperne di più, si può leggere l’annuncio sul sito ufficiale.

[Nota 6]
Le prime 35 pagine si possono scaricare da questo indirizzo.

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2 pensieri su “Translatio linguarum

  1. “È una rivelazione confrontare il Don Chisciotte di Menard con quello di Cervantes. Questi, per esempio, scrisse (Don Chisciotte, prima parte, capitolo nono):
    «… la verità, la cui madre è la storia, emula del tempo, deposito delle azioni, testimone del passato, esempio e consiglio del presente, avvertimento dell’avvenire».
    Redatta nel XVII secolo, redatta dal «genio profano» Cervantes, quell’enumerazione è un mero elogio retorico della storia. Menard, invece, scrive:
    «… la verità, la cui madre è la storia, emula del tempo, deposito delle azioni, testimone del passato, esempio e consiglio del presente, avvertimento dell’avvenire».
    La storia, madre della verità; l’idea è stupefacente. Menard, contemporaneo di William James, non definisce la storia come un’indagine della realtà, ma come la sua origine. La verità storica, per lui, non è ciò che è avvenuto; è ciò che riteniamo che sia avvenuto. Le clausole finali – esempio e consiglio del presente, avvertimento dell’avvenire – sono sfacciatamente pragmatiche.
    È anche nitido il contrasto tra i due stili. Lo stile arcaizzante di Menard – in fin dei conti straniero – soffre di una certa affettazione. Non così quello del precursore, che impiega con disinvoltura lo spagnolo corrente della sua epoca.” (Jorge Luis Borges, Finzioni (Ficciones, 1944), a cura di Antonio Melis, Adelphi, Milano, 2003. ISBN 8845914275, p. 43)”

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    • Grazie molte, Giovanni, di questo tuo “pensiero”. In realtà non abbiamo mai discusso di Borges, a meno di ricordare male; però la tua annotazione mi offre l’occasione di ricordare che il Chisciotte (rectius: il Quijote) “confessa” di trarre le sue origini dalla traduzione, e anche se ovviamente è una finzione-nella-finzione (una bugia al quadrato, banalizzando…) si tratta di un caso piuttosto insolito. Va poi aggiunto che l’opera chiude un ciclo (i poemi cavallereschi) ma insieme ne apre un altro, se si può sostenere che sia il progenitore del romanzo moderno. Ho riflettuto su queste congiunture, mi difettano però cognizioni più estese e più approfondite a riguardo, per cui non ne ho tratto alcuna conclusione sensata. Ma su qualcosa di affine scriverò fra non molto un altro post, certo meno interessante di questo, sebbene altrettanto speculativo.

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