A Torino, la Germania e le traduzioni italiane: «un lavoro un po’ strano, non facile»

J.W. von Goethe sulla via Appia (Wilhelm Tischbein, 1787).

J.W. von Goethe sulla via Appia nella campagna romana (Wilhelm Tischbein, 1787).

È sempre bene portarsi avanti col lavoro: ci ha pensato anche il Giornale della libreria, ripreso poi da Biblit, che rammentano a tutti l’ospite del prossimo, e ormai imminente, XXVIII Salone del libro di Torino (14-18 maggio 2015, Lingotto): la Germania. Magari servisse a esorcizzare l’atmosfera pesante che aleggia intorno alle posizioni rigide di Angela Merkel quando si parla di economia europea…

Non vorrei farla tanto lunga: si sanno già da tempo un sacco di cose (il programma generale occupa 29 pagine di un pdf, scaricabile da qui; contiene anche un nutritissimo elenco di incontri specifici sulla traduzione, grazie a Ilide Carmignani). [NOTA 1] E sarà ‘svelato’ giovedì 7 maggio il programma delle manifestazioni che si terranno fuori della sede tradizionale (il Lingotto ex-Fiat), cioè la dodicesima edizione che quello che si chiama Salone off, #SalToff per gli amici di Titti.
Quest’anno dubito che ci saranno redattori precari o altri ‘interventi’ a vivacizzare una manifestazione che è diventata istituzionale quanto basta (a questo indirizzo una sorta di ‘rassegna stampa’ di quello che si combinò al Salone del 2011).

Vorrei invece mettere assieme un altro paio di segnalazioni pertinenti, senza aspirare all’originalità assoluta, ma per far risaltare quegli aspetti che considero qualificanti del mio blog: il lavoro editoriale e quello traduttivo.

Comincio con un articolo che si trova anche nel testo dei primi link: L’editoria italiana e gli editori tedeschi: piccola storia di un grande amore, scritto da Piero Salabè e datato 20 marzo 2015. Conobbi Salabè una decina di anni fa, si proponeva come redattore e traduttore per spagnolo e tedesco, ma nonostante il suo entusiasmo e la frequentazione di ambienti tedeschi risultò ancora ‘acerbo’ per il livello richiesto.
In questo “ingradimento”, pur nello spazio ridotto consentito da BooksinItaly, si avverte una certa padronanza della materia (en passant cita il caro vecchio Wagenbach, ma anche Piper e Hanser, con le quali pure ebbi rapporti, soprattutto all’inizio degli anni Novanta). In estrema sintesi, Salabè nota che l’onda lunga, l’amore per l’Italia, nato negli anni Sessanta e all’apice con la traduzione del Nome della rosa, oggi è definitivamente tramontata, anche se «le passioni vere possono sempre rinascere, soprattutto dopo una storia d’amore con radici così profonde come quella fra Italia e Germania», conclude. [NOTA 2] Chissà… tutto il discorso rimane però all’interno della sfera letteraria, senza prendere in considerazione nessun altro fattore nello sguardo complessivo. Per dirne uno solo: a mio avviso il crollo del muro di Berlino e la conseguente riunificazione dei due blocchi in cui era stata divisa la Germania dopo la sconfitta subita nel secondo conflitto mondiale quasi certamente hanno contribuito a riorientare in direzione Ovest-Est (semplifico…) interessi che prima si rivolgevano (anche) al Sud.

A questo sguardo sull’Italia dalla Germania si accosta bene l’intervista a Enrico Ganni che Sara Meddi ha fatto trovare il 22 aprile 2015 su Pagina successiva (sito che non conoscevo, tra l’altro). Qui il discorso è ovviamente ribaltato, perché Ganni confessa candidamente: «non non sono in realtà molto preparato…», ma in realtà le sue conoscenze, ancorché presuntivamente generiche, bastano a confermare in più punti quanto descritto da Salabè. E quindi i due si complementano (non so se si complimentano pure) e passo oltre. Il discorso è ribaltato, però, anche perché si concentra sulle traduzioni che Einaudi ha promosso di autori tedeschi da quando Ganni prese il posto di Roberto Cazzola, che nel 1995 passò ad Adelphi (dove tuttora dovrebbe avere un ruolo di capo-redattore), lo stesso anno in cui, come per un raffinato gioco di scacchiera, Renata Colorni passò da Adelphi a Mondadori. [NOTA 3]
Ma al di là delle scelte e delle preferenze letterarie, si sa, inevitabilmente soggettive (si confrontino ad esempio le opinioni di un altro famoso germanista, Cesare Cases, nelle sue Memorie di un ottuagenario (Donzelli, Roma, 2003), alcune considerazioni svolte da Ganni fanno intravedere uno spaccato di vita editoriale italiana e dei suoi cambiamenti, ben più istruttivo di quanto dicano altri.
Ne riporto alcune: «All’epoca era diversa anche la struttura della casa editrice, per cui mi occupavo di tutto ciò che riguardava la Germania: saggistica, narrativa, classici, tascabili, poesia, teatro ecc. Era più una struttura orizzontale, adesso invece è una struttura verticale»; oppure: «ci sono una serie di autori che vanno bene e altri che fanno fatica, ma che magari si pubblicano più per onor di firma. Ma questo non solo da noi, è così per tutte le case editrici, le tirature sono sulle 2.500-3000 copie. In linea di massima, anche guardando i dati dell’AIE, gli autori inglesi hanno una tiratura media doppia, ma anche rispetto ai francesi. Con la crisi le tirature medie si sono però abbassate molto, e la divaricazione adesso è meno accentuata».
E ancora: «Prima di internet era un processo più lento, adesso si è continuamente subissati di proposte. All’Einaudi i computer sono stati introdotti proprio nel ’95, ma inizialmente venivano usati solo per impaginare, non c’erano ancora le mail, non si usava internet, era tutto più tranquillo, si leggevano i libri con calma. Adesso è tutto più veloce, ci sono libri molto combattuti, richiesti da più case editrici, e lì dobbiamo essere fulminei. Basta leggere i verbali delle riunioni Einaudi, per capire quanto sono cambiate le cose. […] era tutta un’altra impostazione» — sottoscrivo pienamente!
Poi ci sono anche delle affermazioni contraddittorie: in qualità di docente, Ganni sostiene che «finché continua a esistere l’editoria così come la conosciamo noi, con questo modello di lavorazione del testo, ci sarà sempre spazio per i traduttori», ma poche righe dopo dichiara che «non c’è molto spazio per inserire nuovi collaboratori. [… e siccome, data la complessità dei testi pubblicati da Einaudi] serve un retroterra culturale oltre che linguistico, […] non c’è moltissimo spazio per nuovi ingressi».
Le seguenti considerazioni qualitative portano anche a riflettere sulle difficoltà insite nel mestiere del traduttore: «il livello dei traduttori, soprattutto dal punto di vista linguistico, è molto migliorato. Fino a vent’anni fa si imparava a tradurre traducendo, con l’aiuto delle case editrici, adesso ci sono molti corsi, alcuni funzionano bene, altri meno… Però si creano anche molte illusioni e in parte si inflaziona il mercato, si crea molta mano d’opera che non ha lavoro e questo, secondo uno schema economico classico, comporta anche un ridimensionamento delle tariffe: se il lavoro non la fai tu, lo fa un altro. Sei io proponessi un contratto con una tariffa di 20-25 euro a cartella mi direbbero che siamo fuori budget. Il secondo discorso che faccio è che ci sono pochissime persone che conosco che vivono di sola traduzione, perché è un lavoro impegnativo, che porta via un sacco di tempo ed è sottopagato» (qui e dopo i neretti sono miei, evidenziano concetti cruciali). E di conseguenza «la scelta di vivere di sole traduzioni è molto problematica. Questo lo dico sempre quando parlo con persone più giovani, dico “fate anche qualcos’altro”. Va benissimo fare traduzioni, ma il mercato è quello che è, le case editrici fanno il loro mestiere di aziende in una società capitalistica e dunque vogliono risparmiare. E poi sei sempre alla mercé delle case editrici. Se per esempio cambia un editor rischi di non avere più lavoro. È stato così anche per me. Visto che il rapporto tra editor e traduttore è molto stretto, un po’ come quello tra editor e autore nell’italianistica, c’è uno scambio di sensibilità e fiducia. […] È un lavoro un po’ strano, non facile». Lo sappiamo bene, ma che ne sia consapevole anche lui e lo esprima in maniera così sincera è secondo me importante: significa che non si può più far finta di nasconderlo.

Tra l’altro, proprio l’estate scorsa Colorni e Ganni erano i due ospiti per la sessione di tedesco alla seconda edizione della manifestazione Traduttori in movimento (Fossombrone, 14-17 luglio 2014).
E il fatto che la figlia di Eugenio Colorni, figliastra di Altiero Spinelli, nipote di Albert Hirschmann, abbia lavorato tanto sulla saggistica (cominciando da Franco Angeli, dopo la laurea in Filosofia medievale, poi curando la monumentale edizione di tutte le Opere di Freud per Boringhieri) mi serve proprio per passare senza soluzione di continuità all’ultimo snodo che intendo proporre.

Vale a dire, per riprendere direttamente il sottotitolo, Un’intervista con Gianfranco Petrillo, direttore di tradurre, rivista online dedicata al mondo della traduzione, circoscrivendo poi nel corso della discussione: «verso l’italiano». Okay, per quello che mi interessa mettere a fuoco, suona assai meglio il titolo: L’importanza della traduzione editoriale.
E siccome si è fatto tardi, fra tutti gli argomenti esposti con una pacatezza invidiabile, una sorta di calma olimpica, da Petrillo, seleziono esclusivamente quello nel quale egli, rivendicando la giustizia e il dovere di citare sempre il nome del traduttore, precisa: «sia che si tratti di narrativa sia che si tratti di poesia sia che si tratti di saggistica, la quale in realtà richiede capacità spesso superiori a quelle richieste per la narrativa». Qui i miei neretti indicano la piena consapevolezza della partigianeria di tale estrapolazione (in Inghilterra l’avrebbero tacciata di whig attitude), ma sorrido a pensare che una tale affermazione, piazzata subito dopo l’esordio, farà sobbalzare sulla sedia più di una persona!

 

[NOTA 1]

No Expo (2015)

No Expo (2015)

All’ultima pagina spunta minaccioso, anche lì, un appello al volontarismo, no, al volontariato… che mi lascia molto perplesso perché suona sempre un po’ come una presa in giro (dal punto di vista dei ‘volontari’) e appare sempre un po’ come un voler approfittare dell’energia, della buona volontà, dell’ingenuità probabilmente, dei più giovani e inesperti (dal punto di vista di chi usufruisce e sfrutta, in tutti i sensi, tali occasioni).  Anche quando, come qui, si garantiscono «momenti di formazione», un’assicurazione e un attestato di partecipazione. Perché di questi tempi il pensiero corre invariabilmente all’EXPO (anche sul blog di San Precario, sul Fatto quotidiano). Nel bene, ma più ancora nel male…

[NOTA2]
Mi piace ricordare qui un volume molto interessante, pur senza potermici soffermare: Natascia Barrale, Le traduzioni di narrativa tedesca durante il fascismo (Carocci, Roma, 2012). L’autrice è anche la traduttrice del volume autobiografico di Klaus Wagenbach, pubblicato da Sellerio nel 2013 (in edizione ridotta rispetto all’originale), del quale ho parlato diffusamente qui.

[NOTA 3]

Da sinistra: R. Colorni, E. Loewenthal, N. Ordine, E. Franco e L. Canfora. XXVII Salone del libro di Torino, 2014.

Da sinistra: R. Colorni, E. Loewenthal, N. Ordine, E. Franco e L. Canfora. XXVII Salone del libro di Torino, 2014.

Sulla Colorni si trova molto in rete, ma (per ragioni di copyright) non l’intervista Sulle spalle di un gigante, variegata e profonda, che le fece Ilide Carmignani per il numero 3 (2003) della rivista Comunicare. Letterature. Lingue, e in seguito ha inflazionato i (pochi) spazi editoriali dedicati specificamente ai traduttori: così ricompare al primo posto nella silloge sempre a cura di Ilide, Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria (Besa, Nardò [LE], 2008, pp. 19-30) ed è l’ultimo dei ‘Materiali’, la prima sezione nel numero 334 (aprile-giugno 2007), dedicato ai «Compiti del traduttore», della rivista aut aut (pp. 40-51).

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