Virtù e manie di un redattore

Questo che leggete qui sopra (cioè: Virtù e manie di un redattore) è il sottotitolo del mini-corso on-line hands-on (suggerite altre sigle analoghe, per favore? magari in grado di attirare altri internauti curiosi? grazie) che spiega «come nasce un libro Carocci» – ma in realtà esemplifica (in quattro fasi, sino a questo momento) i passaggi ai quali viene sottoposto un qualsiasi dattiloscritto (olim manoscritto) da parte della redazione di una casa editrice dedicata alla saggistica che voglia esser degna di questo nome. Solo alla fine di questa sorta di ‘catena di montaggio’, infatti, il testo otterrà il “visto si stampi”, l’espressione fatidica con la quale si autorizza la tipografia a procedere, appunto, a stamparlo.

Alla pagina indicata compare subito, ossia in alto, la quarta fase, ma gli altri seguono sotto di esso.
Tentativo lodevole: gli esempi concreti di interventi di correzione sulla pagina aiutano a vedere meglio quello che succede nella ‘scatola nera’ che è così difficile da comprendere per i non-addetti ai lavori.
Tanto che Umberto Eco ci ha costruito sopra un’arguta storiella come incipit della ‘bustina di Minerva’ pubblicata col titolo Ma che cos’è questo editing? Osservazioni su un termine ambiguo sull’Espresso del 7 novembre 1996 (esattamente quando compivo 38 anni… un caso?).

Insomma in questi giorni i redattori Carocci non hanno fatto (solamente) festa, ma si sono industriati a mostrare le ‘buone prassi’ che guidano il loro lavoro e lo giustificano.
Tranne che agli occhi dei dirigenti, intenzionati a farli fuori.
Forse non hanno letto o hanno dimenticato quello che scriveva il compianto André Schiffrin, nel libro appassionato che dedica al «controllo della parola» in atto nell’industria culturale francese e anglo-statunitense:

La mia casa editrice, The New Press, opera da quindici anni come società d’interesse pubblico senza fini di lucro (non profit, public interest publisher); il che dimostra, se non altro, che si può mantenere un’elevata qualità editoriale e restare competitivi senza essere motivati dal perseguimento del profitto. [p. 86]

André Schiffrin

André Schiffrin

Lo portava a queste conclusioni la sua abile esperienza editoriale, ovviamente, sorretta ad esempio da quello che sosteneva anche Verlyn Klinkenborg sul New York Times, che cito sempre da Schiffrin:

Al pari di molti cambiamenti che si verificano in questo mondo, anche quelli che hanno rimodellato l’editoria sono considerati pressoché inevitabili, un portato attuale del capitalismo attuale. Eppure non c’è nulla di inevitabile in tali cambiamenti [… poiché] si è dovuto constatare molto spesso che i risultati non sono stati all’altezza delle aspettative. […] Il risultato è che ogni anno vengono pubblicati sempre più libri che durano sempre meno. E la maggior parte di questi libri merita davvero di vivere poco. […] E’ sciocco cinismo quello che i nuovi padroni delle case editrici un tempo indipendenti esprimono: finché il loro scopo principale sarà quello di soddisfare gli azionisti invece degli acquirenti di libri, la loro industria continuerà a scavarsi la fossa, come ha fatto il settore dei media musicali. Le notizie e i segnali che oggi provengono dagli ambienti dell’editoria tradiscono il disprezzo per qualsiasi cosa che non sia il profitto, e questa per il pubblico è la cosa più difficile da accettare: i lettori sanno istintivamente che il mestiere di fare libri è qualcosa di più che far soldi. [p. 52 – grassetti miei]

Questo è ciò che vogliono dimostrare i redattori Carocci, mettendo in campo al meglio e a beneficio di tutti le proprie capacità professionali per argomentare le loro ragioni.
Per non finire in mezzo alla strada.
Non se lo meritano.

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2 pensieri su “Virtù e manie di un redattore

  1. Pingback: Redattori in auge!!! | metagrapho

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