Scioperare per lavorare?

Bologna la grassa sembra essere anche la città più virtuosa nei confronti dei redattori editoriali.

corteo
1. Parto dall’attualità: fa notizia (e anche un po’ fine decennio Sessanta?) il primo sciopero dei lavoratori del Mulino, storica casa editrice nata a Bologna nel giugno 1954 sulla scia della rivista omonima (attiva dal 1951):[NOTA 1] un gesto di solidarietà allo sciopero degli impiegati Carocci di Roma, che mercoledì 17 sono andati a manifestare proprio sotto i portici bolognesi, forti dell’appello lanciato da quattro studiosi di chiara fama come Alberto Asor Rosa, Tullio De Mauro, Adriano Prosperi e Luca Serianni, e sottoscritto da 3500 fra studenti, lettori forti e gente comune in soli tre giorni. Cerco di andare più a fondo, come al solito, per (far) capire i motivi di questa “eccezionalità”.

Dopotutto si tratta di due editori “cugini”: nel 2009 il Mulino acquisisce Carocci, lasciandogli però apparentemente piena autonomia di gestione e di marchio, e oggi fanno parte entrambi del gruppo Edifin. La piega che ha preso questa vicenda dimostra però che sbagliava chi voleva leggere nella manovra il tentativo, legittimo, astuto o secondo altri addirittura saggio, di rafforzare il settore della saggistica di alto livello, i cui consulenti e il cui pubblico gravitano soprattutto nell’ambiente universitario, a ridosso di un periodo che avrebbe visto proprio quel settore tra i più segnati dalla crisi editoriale.
In realtà il Mulino si è comportato più da “patrigno” che da “padre adottivo”, tendendo a privilegiare la produzione e la distribuzione propria a scapito di quella romana e guardando sempre un po’ dall’alto in basso la società “terrona”, fino a imporle una piattaforma informatica a senso unico – le cui redini, cioè, sono unicamente in mano ai piani alti degli uffici di Strada Maggiore.[NOTA 2]
volantino
Più in generale, tale asimmetria informativa si rifletteva anche nelle incertezze, freddezze, ritrosie, chiamatele come volete, insomma, scarsa comunicazione fra i due marchi, che andava dalla difficoltà di stabilire rapporti fra le assemblee dei lavoratori per elaborare strategie comuni a livello sindacale, fino alla scelta dei testi da realizzare: non sono pochi, infatti, i casi in cui due titoli si contendono i lettori (e quanti, ci si potrebbe poi interrogare…) su campi specialistici, e posso immaginare autori di grande caratura tirati per la manica ora da Bologna, ora da Roma, anche se hanno pubblicato con il contendente poco tempo prima… il che è comprensibile in un mercato libero, rispettoso del pluralismo informativo, ma suscita più di una perplessità quando a farsi concorrenza sono due società che lavorano, per così dire, nella stessa barca – o si dovrà dire, più opportunamente a posteriori, che in fondo tirano l’acqua allo stesso m/Mulino?

Io stesso ricordo (da ex laterziano) assemblee in cui non si riusciva a elaborare una posizione comune tra la sede romana e quella barese: e se questo avveniva all’interno della medesima società, nella quale evidentemente convivevano e confliggevano opinioni, usanze, aspettative molto diverse, si può intuire quanto fosse arduo in passato, ma continua a esserlo tuttora, stabilire contatti fra editori diversi, “fare rete” come si suol dire, anche solo per evitare di commettere gli stessi, imperdonabili errori!
Ognuno ripiegato sull’ombelico a coltivare il proprio orticello, si finisce a percorrere tutti sempre la stessa via invece di far tesoro delle mancanze altrui per elaborare strategie e ipotesi innovative!
Ecco dunque come si arriva, stancamente e ancora una volta, a registrare le stesse lamentele, a snocciolare i soliti dati negativi all’ennesima fiera di settore.

Considerato tutto ciò, già esser riusciti a superare quell’inerzia, quell’apatia che rasentava il menefreghismo è senz’altro un ottimo risultato.
Sarà avvenuto perché si saranno ribellati all’idea di mandare a casa la redazione romana in blocco gli eredi odierni del nucleo redazionale della rivista Il Mulino, che si costituì «con atto pubblico il 27 febbraio 1965» in «associazione privata, senza fini di lucro (…) per organizzare istituzionalmente il gruppo stesso»?[NOTA 3]
E puntualmente il 18 dicembre Luigi Pedrazzi, l’unico socio fondatore ancora in vita (87 anni, ma mente lucidissima), ha espresso a Marina Amaduzzi del Corriere di Bologna la prima critica alla validità delle dichiarazioni di Edifin (la società che controlla le due case editrici e ha emesso il verdetto di condanna a morte per i 17 carocciani, anche se in teoria la decisione definitiva spetterebbe a quella Associazione di cultura e politica “il Mulino” fondata quasi cinquant’anni fa).
Critica che ha ampliato nell’intervista concessa a Simonetta Fiori sulla Repubblica del 19 dicembre. Due brani basteranno a farne comprendere la linea argomentativa: «Mi sembra che manchi l’etica di cui parlava Weber» e «mi sembra che Bassani [il ‘liquidatore’, in quanto amministratore delegato delle due case editrici] si stia muovendo con insensibilità rispetto alla stessa storia del Mulino. Storia che è anche presente». Già, spesso e volentieri i ‘tagliatori di teste’ non sono proprio in grado di vedere lo spessore culturale, prodotto da una certa ‘genealogia’, di ciò che ‘potano’, finendo così con l’affossarlo irrimediabilmente.

2. Viene da pensare che proprio Bologna abbia una sensibilità più fine, più sviluppata su queste tematiche, a leggere sul sito della Rete dei redattori precari di un altro sciopero, svolto il 26 novembre 2014 dai lavoratori della casa editrice Zanichelli (anch’essa bolognese, sebbene fondata a Modena nel 1859) a favore dei collaboratori esterni!
Va bene, era soltanto di un’ora, ma anche lì si parla di un «presidio»: ciò ha tutta l’aria di essere un altro fatto inaudito e probabilmente è un esito, fra l’altro, di iniziative come l’inchiesta pionieristica sull’Editoria invisibile affidata dalla Cgil all’IRES (Istituto ricerche economiche e sociali) dell’Emilia Romagna
Ne avevo scritto giusto un anno fa (a cui aggiungo adesso questo articolo), mescolandovi altre iniziative consimili.[NOTA 4]

Per tutto questo nella fattura di oggi ho deciso di segnalare e non farmi retribuire i 3 giorni nei quali ho scioperato a favore dei colleghi Carocci, accogliendo un suggerimento lanciato da Claudio Riccio su Internazionale dell’11 dicembre.

3. Ma cosa c’è, dunque? Fischia il vento e soffia… ehm, un’aria di rinnovamento per l’editoria italiana?
Così parrebbe, a traguardare in sequenza l’intervento tanto lucido quanto esasperato di Mario Guaraldi dell’11 dicembre e la ripresa, anzi il rilancio-e-superamento (si potrebbe tradurre così Überwindung?) da parte dello “sfogo” di Antonio Tombolini (alias Simplicissimus), il quale sostiene con veemenza ancora maggiore la proposta di una Costituente del libro che mandi definitivamente a quel paese l’Associazione italiana degli editori (AIE).
Rammento altresì che ha appena compiuto un anno di vita l’Osservatorio degli editori indipendenti (ODEI), un consorzio di un’ottantina di aziende che in nome della bibliodiversità sta già pubblicizzando una propria manifestazione: BookPride, che si terrà a Milano dal 27 al 29 marzo 2015 (ingresso gratuito).bookpride

Sarebbe meraviglioso se questo fermento fosse l’avvisaglia di un cambiamento. Temo però che non ci sia da farsi soverchie illusioni.

Ad esempio, Loredana Lipperini sul suo seguitissimo blog Lipperatura prima di esortare a firmare l’appello «Non solo per Carocci» si chiede un po’ retoricamente, a immediato ridosso degli annunci “funebri” diramati alla tredicesima Fiera della piccola e media editoria: «Non basta la sospensione delle pubblicazioni di :duepunti e quella di edizioni di passaggio a far suonare il campanello d’allarme?».
Aggiungo per completezza di informazione che ai primi di dicembre ha chiuso anche l’agenzia letteraria Vicolo Cannery.
Ma quando la simpatica giornalista e conduttrice di Fahrenheit su Radio 3 scrive: «il piano industriale che prevede il licenziamento di circa la metà dei dipendenti [della Carocci] non è che un assaggio di quello che potrà avvenire, e con ogni probabilità avverrà, presso altre case editrici», dimostra di non sapere che il processo di svuotamento e smantellamento delle case editrici, con l’esternalizzazione e il subappalto del lavoro redazionale, è iniziato già da un sacco di tempo e soprattutto non può fermarsi.
Le prime a essere allontanate dal “centro del potere” furono le tipografie, suppongo addirittura verso la fine degli anni Settanta. Poi, nel corso degli anni Ottanta, dapprima in sordina, casualmente, alla spicciolata, sono stati dismessi gli uffici tecnici[NOTA 5] e comparti più o meno ampi delle mitiche “redazioni interne”, complice la rivoluzione informatica – che, come tutte le faccende tecnologiche, ha un lato positivo e risvolto malvagio. Col tempo questa semplice bifaccialità[NOTA 6] si è evoluta trasformandosi nell’incubo di un nastro di Moebius: difatti adesso la sua fisionomia consiste nell’avere “dentro” esclusivamente ruoli direttivi e, in qualche caso, di coordinamento col “fuori”.[NOTA 7] Questo nastrino è stato avvelenato progressivamente da una corsa al ribasso tra i «nuovi poveri»,[NOTA 8] che negli ultimi 2-3 anni ha assunto forme ancora più odiose giacché (come mi ha riferito una collega milanese) ad esempio i gruppi RCS e Mondadori hanno “imposto” di aprire la partita Iva a gran parte dei propri collaboratori, anche di lunga storia precaria, per poter continuare a lavorare con loro: in questo modo buona parte dei costi non sono più a carico delle aziende, ma dei prestatori d’opera. E non si tratta di una specificità milanese: date le difficoltà in cui si è trovata anche una sorta di editore-istituzione come la romana Treccani (sì, proprio quella che adesso sta rendendo disponibile on-line buona parte del suo patrimonio cartaceo tramite il sito omonimo), la dirigenza di quest’ultima ha fatto richiesta analoga (rafforzata magari dall’obbligo di costituirsi in cooperativa­ – immagino come ulteriore salvaguardia contro eventuali rivendicazioni legali) a chi volesse continuare ad avere un rapporto di lavoro, nonostante fosse stato/a anche da molto tempo co.co.co o co.co.pro o qualche altro singulto starnazzante del genere.

Non credo dunque che il destino che attende i dipendenti del Mulino sia poi tanto migliore di quello che incombe sulle 17 teste dei romani. È probabilmente intuendo questo esito che i redattori bolognesi, per la prima volta dopo sessant’anni, hanno deciso di scendere in piazza, a sostegno di coloro che gli erano più vicini.
Ora ditemi voi se questo non è il migliore dei mondi possibili, cioè il deserto del reale…

 

 

BO_dasotto

NOTE

1) Le informazioni storico-culturali sulla società editoriale il Mulino si trovano sulle pagine del sito ufficiale. A parte le foto della manifestazione, non sto a ripetere qui tutte le notizie sull’agitazione, che si possono ricuperare agevolmente dalle pagine della rassegna stampa che qualche angelo “tennico” tiene costantemente aggiornate sul blog dedicato specificamente a Caroccinsciopero dagli stessi dipendenti romani.

2) Analoghe osservazioni ben circostanziate sono riportate dalla viva voce di uno degli impiegati a rischio licenziamento nell’articolo di Bibliocartina datato 15 dicembre.

3) Anche queste informazioni sono assolutamente ufficiali (e cfr. N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani. Dall’Unità alla fine degli anni Sessanta, Laterza, Roma-Bari, 2007, p. 453).

4) Poiché il sito internet dove comparve non è più attivo, invito gli interessati-in-ritardo a leggerne su quello del Sindacato traduttori editoriali una sintesi o a scaricarne una versione più ampia.

5) Erano sostanzialmente quelli nei quali lavoravano i grafici e i correttori di bozze, a interfacciare direttamente la stampa tipografica.

6) L’immagine del foglio di carta era anche una delle metafore con le quali Saussure tentò di raffigurare il rapporto fra significante e significato (CLG 157, 159).

7) In ciò riscontro una totale analogia con i meccanismi illustrati già dieci anni fa da Francesco Antinucci, Tutto il potere ai segni. Marchio, brevetto, copyright: i nuovi monopoli, Editori Riuniti, Roma, 2002.

8) Tale dicitura circola tristemente ormai da tempo, però qui mi riferisco in particolare anche all’articolo di Roberto Ciccarelli sul Manifesto del 29 ottobre 2014 che riportava l’agghiacciante presentazione del terzo rapporto sui dati della gestione separata dell’Inps da parte dell’Osservatorio dei lavori dell’associazione XX maggio.

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