Genealogie di qualità: il caso Carocci

C’era una volta (dal 1926) La Nuova Italia, una casa editrice, in rotta col fascismo: suo fu il merito di far conoscere ancor prima del secondo conflitto mondiale autori come Cassirer, Dilthey, Gomperz, Jaeger, Meinecke, Rostovcev,[NOTA 1] Troeltsch, Zeller o gli italiani Guido Calogero, Gaetano De Sanctis e Luigi Russo. In seguito l’impegno in direzione della pedagogia (le opere di Dewey in primis), della filosofia e più in generale di una saggistica di caratura elevatissima (Bianchi Bandinelli, Binni, Calamandrei, Ramat, Saitta, Sapegno, Valiani, fra i soli italiani [NOTA2]) accrebbe il catalogo, fino a generare attorno al 1980 quella che oggi si sarebbe chiamata una spin-off: La Nuova Italia Scientifica (o più semplicemente NIS per gli amici), fondata da Giovanni Carocci (nato nel 1932 dal civilista ma anche letterato Alberto Carocci e Eva Vardes, figlia dello scultore ungherese Marc Vardes) e Tristano Codignola (figlio di Ernesto, che diede la sua impronta alla Nuova Italia stricto sensu) e dedicata pressoché interamente alla manualistica universitaria, con grafica austera ma tutto sommato rispondente ai fini intrinseci. [NOTA 3]

Dal 1983 al 1990 la NIS fu ben condotta da Lodovico Steidl prima di migrare in Laterza, nocchiero anche lì dell’Ufficio Università,[NOTA 4] in cui si è formato tra gli altri l’attuale direttore editoriale (?), Anna Gialluca.

Nel 1998 la NIS mutò nome in Carocci per volontà del residuo ‘eroe eponimo’, ma anche perché dal 1996 la gloriosa casa editrice che aveva avuto sedi a Venezia, Perugia, Firenze e Scandicci (in questo ordine, cronologicamente) era stata venduta un po’ per volta al gruppo Rizzoli Corriere della Sera, della cui divisione Education fa parte ancora adesso.[NOTA 5]

Il cambio non risultò sostanziale, dato che «Iniziò la produzione con collane tascabili rivolte agli operatori sociali e della scuola» per poi pubblicare dal 1985 «prevalentemente manualistica universitaria»[NOTA 6] e adesso vanta un catalogo di oltre 4000 titoli.[NOTA 7]

Una scelta precisa, non facile nel confronto con altri marchi editoriali più blasonati, ma che alla lunga è riuscita a crearsi una rispettabilità e un riconoscimento evidenti, grazie a un lavoro duro, incentrato sulla qualità e sulla promozione di alte professionalità in tutti i settori. L’acquisizione da parte della casa editrice Il Mulino di Bologna nel 2009 avrebbe potuto (dovuto?) portare a un rafforzamento di entrambe le realtà imprenditoriali: mirando a un pubblico analogo e selezionando titoli in parte simili, ci si sarebbe attesi una razionalizzazione oculata, in grado di valorizzare il patrimonio acquisito e portarlo a livelli ancora maggiori, se possibile, cioè anche quantitativi, in termini di fatturato. Il che avrebbe assecondato, tra l’altro, una tendenza attuale (e trasversale, system-wide) di massimizzare obiettivi ed elaborazioni comuni.

Purtroppo ciò non è avvenuto e la decisione improvvisa e inopinata da parte della dirigenza bolognese di licenziare tutta la redazione (11 impiegati), 3 amministrativi e mettere in cassa integrazione straordinaria a 0 ore altri 3 dipendenti (preludio alla mobilitazione e quindi praticamente forma dissimulata o differita di licenziamento) non solo sembra difettare di progettualità costruttive, ma risulta ancora più odiosa quando si pensi che «nel 1964, a seguito di divergenze politiche con la proprietà, i redattori costituiti in Associazione acquistarono la casa editrice, poi divenuta nel 1977 società per azioni».[NOTA 8]

E’ evidente che i redattori Carocci non hanno la forza per emulare un’operazione del genere e che i tempi sono profondamente cambiati da allora, intere ere geologiche hanno attraversato e stravolto (nel bene e nel male) da capo a piedi tutto quanto il mondo editoriale. Ma poiché nonostante tutti i sommovimenti ritengo che alcuni valori debbano rimanere ben presenti in questo lavoro, sottoscrivo toto corde quello che scrive la Segreteria generale – Squadra comunicazione del SIndacato Traduttori editoriali concludendo il pezzo più bello fra tutti quelli usciti sinora a commentare il ‘fattaccio’: «Non si esce dalla crisi senza mettere la qualità al primo posto: ma “la qualità” non è un’astrazione, è il frutto del lavoro fisico ed intellettuale di persone competenti e preparate.»[NOTA 9]

Per questo invito tutti coloro che hanno avuto la cortesia e la pazienza a di leggere sin qui a fare le seguenti cose:

  • andare sulla pagina “Carocci in sciopero” del sito Facebook realizzata autonomamente dai lavoratori come forma di protesta e di aggiornamento in tempo (quasi) reale della situazione;
  • leggere i vari comunicati stampa e commenti;
  • sostenere, ciascuno secondo i propri mezzi e disponibilità[NOTA 10], la lotta di questi colleghi, che ho imparato a stimare in questi mesi durante i quali ho lavorato al loro fianco (ecco perché il mio blog è rimasto un po’ silente: ma il trade-off risultante è senza dubbio vincente!).
I lavoratori Carocci portano il loro striscione alla manifestazione CGIL-UIL di venerdì 12 dicembre 2014.

I lavoratori Carocci portano il loro striscione alla manifestazione CGIL-UIL di venerdì 12 dicembre 2014.

[NOTA 1]

Sui repertori è riportato ‘Rostovtzev’, come peraltro recitano copertina e frontespizio della sua opera più nota, a testimoniare di un annoso problema di trascrizione, confusa con la pronunzia – comunque «una delle più importanti personalità della storiografia del sec. 20º» per l’Enciclopedia Treccani on line.

[NOTA 2]

A me piace ricordare in maniera particolare il numero 72 della collana “Il pensiero storico”: Paul O. Kristeller, Concetti rinascimentali dell’uomo e altri saggi (trad. di Simonetta Salvestroni, che poi curerà le edizioni italiane di due importanti testi di Lotman: Testo e contesto. Semiotica dell’arte e della cultura, Laterza 1980 e La semiosfera. Asimmetria e dialogo nelle strutture pensanti, Marsilio 1985), in realtà fusione di due opere datate rispettivamente 1965 e 1972, prima ed. it. 1978 (lo ordinai undici anni dopo l’uscita al mio libraio di fiducia dell’epoca, che me lo procurò senza problemi, cosa impensabile con i ritmi parossistici del ricambio magazzino/libreria/macero di oggi) e fondamentale soprattutto per l’ottavo e ultimo saggio, Il sistema moderno delle arti (pp. 227-314), uscito originariamente in due parti addirittura negli anni 1951-52, e oggi considerato una pietra miliare negli studi di storia dell’estetica perché chiarisce il “cambiamento di paradigma” (espressione estranea a Kristeller, il va sans dire…) nel Settecento, con Batteux e Baumgartner, e la ‘condensazione’ delle «cinque belle arti» come siamo abituati a conoscerle in opposizione alle scienze. Su tutto questo rimando ancora al volume 1 (Storia) del Trattato di estetica curato da M. Dufrenne e D. Formaggio negli Oscar Studio Mondadori del 1981; alle traduzioni di autori sette-ottocenteschi pubblicate dal Centro Internazionale Studi di Estetica palermitano (inizialmente sotto gli auspici di Luigi Russo); infine agli studi di W. Tatarkiewicz, la cui Storia di sei idee (Aesthetica, Palermo, 1993, ed. or. polacca 1976) uscì proprio in quella collana.
Segnalo incidentalmente che parte dei volumi usciti originariamente nella collana «Il Filarete» per La Nuova Italia (dalla fine degli anni Cinquanta) si possono scaricare gratuitamente in pdf, tramite la licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate, dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, “ritargate” LED (Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto). Questo il link generale, guardate poi le varie sezioni, suddivise nelle principali discipline.

[NOTA 3]

Traggo le informazioni da due pagine internet che non compaiono immediatamente ai primi posti della ricerca, ma sono più informative, IMHO perché redatte da archivisti: questa di Luca Brogioni, alla quale rinvia anche quest’altra, a firma di Lucia Felici e Gianluca Perondi. In entrambi anche riferimenti a testi a stampa per approfondimenti ulteriori. Credo che una delle fonti possibili siano le pp. 388-94 dell’ormai classico N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani. Dall’Unità alla fine degli anni Sessanta (Laterza, Roma-Bari, 2007). Materiali, soprattutto epistolari, di Alberto Carocci sono conservati nel fondo omonimo presso la Fondazione Primo Conti. Sull’attività letteraria di Alberto Carocci (nel contesto della rivista «Solaria» tra le due guerre mondiali) informa Alberto Cadioli nel capitolo intitolato Carocci e Bonsanti, editori per la «civiltà delle lettere», compreso nel suo volume Letterati editori. L’industria culturale come progetto (il Saggiatore, Milano, 1995 – poi Net [Nuove edizioni tascabili, del medesimo gruppo editoriale], Milano, 2003: pp. 89-110).

[NOTA 4]

Ossia «produzione editoriale di testi per il mercato accademico», come si legge nel profilo pubblico di Steidl su LinkedIn, aggiornato al 2013.

[NOTA 5]

Si veda il sito omonimo.

[NOTA 6]

Così informa l’Enciclopedia Treccani on line, alla voce omonima.

[NOTA 7]

Questo dato (che né io né altri è in grado di confermare o smentire) è offerto dal sito francese ActuaLitté. Les univers du livre.

[NOTA 8]

Cito ancora una volta dall’Enciclopedia Treccani on line, s.v. Mulino, Il. Anche in questo caso, dal testo di Tranfaglia e Vittoria citato alla nota 3 si ottengono informazioni più precise: «Nel 1965 il gruppo redazionale della rivista [omonima, cioè intitolata ‘Il Mulino’] si staccò dal proprio finanziatore, che non condivideva l’appoggio dato al centro-sinistra, e, costituendosi in Associazione di cultura e politica ‘Il Mulino’, acquistò dalla Poligrafici ‘Resto del Carlino’ le quote della società editrice, assumendo così, oltre alla responsabilità dell’indirizzo politico e culturale e della conduzione tecnica, le responsabilità dell’amministrazione» (p. 453).

[NOTA 9]

Faccio notare, tra l’altro, che sebbene l’esordio dell’articolo puntualizzi che «Siamo traduttori editoriali, siamo lavoratori autonomi, per noi lo sciopero è una questione privata: se anche ci astenessimo dal lavoro, nessuno se ne accorgerebbe. Ma siamo vicini a tutti i lavoratori e le lavoratrici dell’editoria che lottano ormai da tempo contro la progressiva sottrazione di tutele, contro le esternalizzazioni senza contropartita, contro lo svuotamento di senso della loro opera e competenza». Si parva licet componere magnis, questo rafforza anche l’intuizione alla base di questo mio blog inattuale; cioè, che da un certo punto di vista le figure editoriali di redattore e traduttore sono nella stessa barca, vivono precarietà simili EPPERCIO’ devono combattere assieme. Al limite, ognuno dei due si può considerare “compagno di strada” dell’altro, purché si abbia la consapevolezza che l’obiettivo finale dev’essere comune e condiviso. Altrimenti gli sforzi di una sola parte rischiano di essere vanificati e dispersi.

[NOTA 10]

Cfr. «[…] a ciascuno secondo il suo bisogno» (Atti degli apostoli, 4, 35) e «Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni» (K. Marx, Critica del programma di Gotha, in K. Marx, F. Engels, Opere scelte, Editori Riuniti, Roma, 19692, p. 962).

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3 pensieri su “Genealogie di qualità: il caso Carocci

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