Semplicità (?) insormontabili (?)

Per questo post ho scelto lo stesso titolo della rubrica che Roberto Casati e Achille Varzi tengono da parecchio tempo sul “domenicale” del Il Sole 24 ore. Non saprei dire da quanto, perché sull’edizione on-line del quotidiano non c’è, né tantomeno si ricavano notizie a tale riguardo. Ma questo è un dettaglio secondario, rispetto alla reazione indispettita che mi ha suscitato e ho cercato di esprimere tramite i punti interrogativi e non si è attenuata neanche lasciando passare una decina di giorni (anzi…).
Per chi non avesse presente il genere, si tratta di dialoghetti (da un calcolo molto sommario si aggirano sui 3500 caratteri, anzi 600 parole, dato che sui giornali si preferisce contare queste ultime, giusta il sistema anglo-americano) fra personaggi fittizi su un microtema, affrontato talora con arguzia, comunque sempre con l’intento di ‘smontare’ qualche ragionamento vizioso: i «crampi mentali» del buon vecchio Ludwig Wittgenstein…
Il titolo di quello di domenica 22 giugno 2014 è: Correggi a caso o a casa? ed esordisce con una ‘Lei’ che inveisce contro la stupidità del correttore ortografico — si lascia all’intelligenza del lettore intendere quello di un programma di scrittura, ovvero elaboratore elettronico di testi (come si chiamavano un tempo). Nulla da eccepire: io lo disattivo sempre (come una volta il famigerato T9 sui cellulari), da quando notai che Word di Micro$oft si ostinava a cambiare ‘Mondadori’ in ‘Mondatori’ e anche ‘on(-)line’ in ‘ondine’. [NOTA 1 ]
Un ‘Lui’ replica pacatamente facendo una distinzione, apparentemente inusitata, fra «errori-nonparola» (quelli ortografici, come ‘enrtò’ al posto di ‘entrò’) ed «errori-parola»: questi ultimi non sono definibili in positivo ma in opposizione ai precedenti, cioè si tratta di parole che si possono giudicare sbagliate soltanto in base a un contesto specifico.

Fin qui tutto bene. Anzi, viene addirittura menzionato il fatto che attualmente le macchine (integro ancora: calcolatori specializzati nell’analisi di testi) vengono “addestrate” ricorrendo a corpora molto ampi, che riducono le possibilità di errori, anche se non possono escluderle del tutto.
A mio avviso ciò dipende dall’essere procedure induttive, cioè bottom-up: niente di male, ma mi viene in mente che già Chomsky a metà degli anni Sessanta mise in luce i limiti di approcci del genere nella creazione di teorie linguistiche, preparando così il campo alla propria, poi assurta alla notorietà internazionale come «generativo-trasformazionale». [NOTA 2]
Proseguo nelle associazioni liberamente creative, al contempo implorando clemenza ai ‘veri’ esperti e studiosi sia di linguistica sia di informatica: la linguistica dei corpora (corpus linguistics) [NOTA 3] è stata un po’ come il (grosso modo coevo) connessionismo negli studi sull’intelligenza artificiale.

Ma sto divagando troppo, per cui torno subito all’articolo di Casati e Varzi (questa frase però si capisce meglio se si riemerge qui subito dopo la lettura della nota 3…).

‘Lui’ dichiara (spavaldamente? per disperazione? chissà…) di poter fare meglio assoldando un correttore di bozze. Al che ‘Lei’ risponde (con un tono fra l’ironico e il supponente):

Non dormirei tranquillo. Le mie statistiche dicono che un correttore umano sbaglia il 70 per cento delle volte con gli errori-parola. Questo significa (fai un paio di conti) che se hai un testo con dieci errori-parola, la probabilità che il tuo correttore non ne trovi precisamente tre è maggiore del sessanta per cento.

Non vale la pena andare oltre, dato che la storiella si conclude con una battuta (a mio avviso poco felice e ben poco risolutiva, rispetto al problema affrontato, o meglio appena accennato). Non è neanche ben chiaro perché l’iniziativa sia passata alla ‘Lei’, ma sorvolo anche su questo.
Mi piacerebbe davvero sapere da dove i due filosofi italiani tirino fuori quelle statistiche: io non le ho mai sentite (ma so di essere ignorante).
Certo non è il domenicale la sede adatta per fornirle. Peccato, passo dunque alle riflessioni che mi ha scatenato questa inedita perla di saggezza del duo.

Accidenti, ma se le cose stanno così, se cioè il lavoro sul testo mantiene ancora margini di errore così alti, allora fanno bene le case editrici a dismettere quel ramo che una volta era di competenza in parte della redazione e in parte (maggiore) del c.d. ufficio tecnico (oggi ormai estinto), ossia quello di pertinenza dei correttori di bozze: tanto secondo Casati e Varzi non servono a granché. Dove i due paiono giustificare in tal modo una prassi che ormai ha preso piede irreversibilmente ovunque a livello industriale, portando di fatto a libri complessivamente più scorretti. Eppure così facendo possibile che non ci si renda conto che si finisce per buttare alle ortiche senza troppi rimorsi anche una storia lunga ormai già qualche centinaio di anni (difatti, per la co-occorrenza con l’invenzione della stampa, i primi correttori pienamente consapevoli del proprio ruolo e della propria importanza furono gli umanisti, ma su questo rimando a un post che prima o poi dovrò decidermi a scrivere!). Che sia diventato troppo pesante l’onere di cotale stirpe? Tanto da sacrificarlo all’imperativo dell’efficienza-a-ogni-costo (in senso letterale, badate bene!). [NOTA 4]

  • Dunque a che servono volumi come quello di M. Cammarata, Il correttore di bozze (Bibliografica 1997), tanto per citare il primo concepito specificamente per il pubblico italiano che mi venga in mente? Altri potranno seguire a richiesta…
  • E quindi non caverebbe un ragno dal buco (in questo caso: un refuso dal testo) nemmeno Analizzare e correggere gli errori, come cercano di insegnare A. Cattana e M.T. Nesci nel volume omonimo, curato dalla linguista C. Marello per l’editore perugino Guerra nel 2004?

Cattana, Nesci (2004)

  • E dove mettiamo le riflessioni, stimolanti e originali, sul rapporto fra linguistica testuale e redazione editoriale, che si possono leggere nel numero 103 degli Antwerp Papers in Linguistics, curato da Kris Van de Poel nel 2003?
  • Quest’ultimo è solamente uno dei possibili modi di ‘tagliare’ la materia, affrontata dal Gatto e la Volpe, probabilmente con superficialità inconsapevole, ma non per questo meno colpevole. Aggiungo che il sottotitolo di quel numero di rivista olandese è «From a talent to a scientific discipline»: a mio avviso esso coglie ed esprime in maniera pienamente significativa il tentativo/l’intento di passare da una considerazione ‘ingenua’ (un’abilità personale, ritenuta magari istintiva) alla costruzione ‘autocosciente’ di una funzione (alla quale provare ad applicare i principi della scientificità contemporanea: fallibilità, ripetibilità, impersonalità ecc., anche se non tutti sono sempre condivisi da tutti — ma non voglio impelagarmi adesso in una disquisizione epistemologica, ché il fine è un altro). Sforzo che trovo lodevolissimo e interamente condivisibile.
  • Posso esagerare? Ecco, allora i due compari andassero a consultare siti come quello dei redattori canadesi (assolutamente, radicalmente, indefettibilmente bilingui, come accade da noi in Alto Adige, ovvero Südtirol: versione francofona oppure versione anglofona); forse avranno difficoltà a sceverare fra structural editing, stylistic editing, copy editing e proofreading, però nei corsi che mi è capitato di tenere ho sempre provato un grande piacere nel portare tutto ciò a esempio del livello di finezza al quale può essere condotto il lavoro che si può compiere (si compiva? non si compirà più?) su un libro (intendo anzitutto di carta, ma credo che il supporto non conti più di tanto, tutto sommato [NOTA 5]). E che qui, nell’incuria e nell’abbandono, generali e specifici, pancronici e congiunturali, che affliggono il settore editoriale, è sicuramente molto difficile comprendere, spiegare e ancor più applicare. E che per questo viene sempre più svilito, degradato, estromesso dalle funzioni-chiave dell’azienda contemporanea (mi verrebbe da dire: non meramente editoriale).
  • E non si dica sia una fisima di noi occidentali: anche down under hanno «levels of editing» del tutto omologhi!
  • Potrei continuare, anche se ribaltando le carte e un po’ alla rinfusa, ma in realtà per salire di livello, ampliare sempre di più l’ambito del discorso e (tentare di) far capire che non è una questioncella secondaria né peregrina: fu Lev N. Tolstoj, scrivendo a un amico nel 1878, a coniare l’espressione «energia dell’errore», ripresa felicemente nel titolo di quel Libro sul soggetto (e nel capitolo eponimo, pp. 37-65) che è dopotutto un guazzabuglio ma anche l’ultimo lavoro a firma di Viktor Šklovskij, tradotto dalla bravissima (e amica) Maria Di Salvo per gli Editori Riuniti nel 1984 (Eнepгия злyждeния. Kнuгa o cюжeтe, 1981).
  • Che migra mutando fino a un misconosciuto La macchina dell’errore. Storia di una lettura, pubblicato da Mario Lavagetto per la PBE nel 1996.
  • E che, rimanendo in una temperie culturale affine, a me ricorda ciò che J.M. Lotman affidò ai suoi ultimi scritti, anche se non sono (ancora?) in grado di motivarlo e sebbene non vi sia citato il corifeo dei formalisti: mi riferisco propriamente a La cultura e l’esplosione. Prevedibilità e imprevedibilità (Feltrinelli 1993 [Kультyp и взрыв,1991]) e al suo ‘testamento’ (altro elemento che li accomuna!) Cercare la strada. Modelli della cultura (Marsilio 1994).
  • Forse che l’errore non è anche alla base dell’asimmetria popperiana tra verificazione e falsificazione? E proprio di asimmetria parla Lotman diffusamente, come chiosato qui in maniera che ci interessa più da vicino: «In ogni caso, le asimmetrie provocano tensioni, ora in un senso ora in un altro, creano un dinamismo che costringe il sistema a evolvere e a elaborare nuova informazione; lo costringono a tradurre e, traducendo, a produrre senso» (A.M. Lorusso, Semiotica della cultura, Laterza 2010, p. 88). Potrebbe essere una rilettura originale della «tensione essenziale» kuhniana, che sebbene ormai inesorabilmente démodée, vorrei ricordare tramite l’acuta ricerca di M. Buzzoni, Semantica, ontologia ed ermeneutica della conoscenza scientifica (Franco Angeli 1986).
  • Chiudo, addirittura e insolitamente, con un romanzo: George Steiner, Il correttore (Garzanti 1999 [Proofs, 1992]). L’autore, si sa, ha al suo attivo anche quel grande, scomodo libro che risponde al titolo di Dopo Babele. Aspetti del linguaggio e della traduzione (Garzanti 1995 [1992], che amplia la prima ed. Sansoni 1984 [1975 – una terza ed. Oxford UP, con poche correzioni aggiuntive, è poi del 1998]).

    Copertina della prima edizione inglese (Steiner 1975)

    All’inizio del Correttore si riferisce di «una storia leggendaria a proposito di correttori in un altro paese, […], che avevano corretto gli argomenti formali in un venerato trattato di logica matematica, semplicemente perché avevano notato delle irregolarità nel sistema prescritto di notazione simbolica e algebrica». E anche di un’altra «strana storia di un errore di stampa che aveva mutato i versi di un poeta elisabettiano dozzinale in oro zecchino. Qualche vagabondo aveva scritto delle banalità su una dama i cui capelli (hair) diventavano grigi e avevano perso la loro pristina luminosità; omettendo la ‘h’ in quel cliché, uno stampatore frettoloso aveva trasformato le parole in ‘a brightness falls from the air’ (‘una luminosità cade dall’aria’, invece che ‘scompare dai capelli’)» (p. 11). Ma verso la fine, in un dialogo fra il giovane collega che ha soppiantato il vecchio “Gufo” cui non sfuggiva neanche un refuso (e che durante un’escursione con l’amica riscopre epigrafi paleocristiane), riaffiora il magistero scholemiano: «Sa cosa insegna la Cabala? Che tutto il male, tutte le sofferenze dell’umanità provengono dallo sbaglio di uno scrivano pigro o incompetente che sentì male, o trascrisse erroneamente, un’unica lettera, un’unica e sola lettera nel Testo Sacro. Ogni errore successivo ci è pervenuto tramite e a causa di quell’unico erratum»(pp. 76 s.). Spero di non fare la fine del “Gufo/Professore” (Anacleto?), anche se ho l’impressione di essere, ancora una volta, vox clamantis in deserto

 

NOTE

[1] Poi mi sono liberato della seccatura passando a Open Office e adesso a Libre Office. Sarebbe però interessante, almeno per me, sapere se sia più comune il primo o il secondo fra i due termini selezionati dal programma (in questo caso significherebbe indicare quale dei due il parlante medio nativo avverta come non/meno-inusuale) e soprattutto in base a QUALI criteri l’azienda Micro$oft gli fa scegliere quello che, almeno per me (ripetizione voluta!), è meno comune…
 
[2] La teoria stessa si è evoluta incessantemente per oltre quarant’anni e ha dato origine a una gamma di esiti così diversi tra loro, che di fatto è impossibile fornirne una bibliografia sintetica E ANCHE comprensiva. Secondo vari studiosi (Searle, Koerner, Newmeyer, Katz ecc.), infatti, Chomsky innescò una ‘rivoluzione’ nel campo. Per ragioni esclusivamente personali, quindi, mi piace rammentare: E. Bach, T.R. Harms (a cura di), Gli universali nella teoria linguistica (Boringhieri 1978 [ed. or. 1968]) e A. Radford, La sintassi trasformazionale. Introduzione alla teoria standard estesa di Chomsky (Mulino 1983 [ed. or. 1981]); a un livello più semplice c’è anche il libretto di G. Graffi, Che cos’è la grammatica generativa (Carocci 2008, 4ª rist. 2013) «E qualcuno dirà che c’è un <libro> migliore…» (adattamento di una citazione da una canzone di De André del 1972).

[3] Probabilmente poiché è una disciplina più recente, su di essa si trovano molti materiali in rete (p.es. il grosso Corpora e linguistica in rete, a cura di M. Barbera, E. Corino e C. Onesti – Guerra 2007 e il librettino di M. Barbera, Linguistica dei corpora e linguistica dei corpora italiana. Un’introduzione – Qu.A.S.A.R. 2013: per entrambi si veda il sito del docente Manuel Barbera). Qui indico ancora, soprattutto perché questo sviluppo è interessante anche per chi si occupa di traduzione: M. Hédiard, Linguistica dei corpora. Strumenti e applicazioni (Università di Cassino 2007); A. Panunzi, E. Cresti, Introduzione ai corpora dell’italiano (Mulino, 2013); M. Freddi, Linguistica dei corpora (Carocci 2014) – per l’anomalia che porta due editori affini e già da tempo operanti in sinergia a pubblicare testi analoghi (e non è l’unico caso: un’amica docente regolarmente incardinata [che tecnicismo raccapricciante…] mi ha confidato di recente l’imbarazzante difficoltà di dover scegliere fra P. D’Achille, L’italiano contemporaneo [Mulino, ultima ed. 2010] e L. Lorenzetti, L’italiano contemporaneo [Carocci, ultima rist. 2013] come volume da consigliare agli studenti).
Fra i siti internet consiglio, cominciando dal versante didattico: M.G. Guidetti, G. Lenzi, S. Storchi, Potenzialità e limiti dell’uso dei corpora linguistici per la didattica dell’italiano LS (Bollettino ITALS aprile 2012, a. X, n. XLIV), con utile sitografia, da integrare però in un inquadramento più ampio con l’articolo di M. Baroni, Corpora di italiano (dall’Enciclopedia dell’italiano sul sito Treccani, datato 2010) e soprattutto con le trattazioni che Isabella Chiari, docente alla Sapienza di Roma, ha raccolto sull’argomento nel sito alphabit.net, ricordando che la stessa ne aveva già iniziato a fare cenno, come sede assolutamente opportuna, in più parti del suo Introduzione alla linguistica computazionale (Laterza 2007).

[4] Questo aspetto è stato considerato da A. Schiffrin sia in Editoria senza editori (Bollati Boringhieri 2000) sia in Il controllo della parola (ivi 2006 [Le contrôle de la parole/Controlling the media, 2005; trad. di N. Negro]). Ci vorrei tornare meglio, intrecciandovi le riflessioni di un altro ‘grande vecchio’ dell’editoria europea, Klaus Wagenbach.

Klaus Wagenbach, classe 1930

André Schiffrin (dal sito Letteratu.it)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[5] A tale riguardo il denso volume di A. Zinna, Le interfacce degli oggetti di scrittura. Teoria del linguaggio e ipertesti (Meltemi 2004) mi sembra ancora utile accanto a G. Roncaglia, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro (Laterza 2010).

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