I peggiori anni della nostra vita (2011-2013)

Alla fine ci sono andato; direi meglio ‘all’inizio’, ma in realtà l’incontro è cominciato con oltre mezz’ora di ritardo sul pur ‘comodo’ appuntamento da programma, molto ‘romano’: alle 11 di giovedì 20 marzo 2014.
Ci sono andato, lo confesso, anche perché avevo un po’ di nostalgia, dai miei tardi (e dispersivi) anni universitari, della splendida cornice scelta per questa presentazione: il salone vanvitelliano nella sede della Biblioteca Angelica

L'angolo a destra, entrando nel salone principale

L’angolo a destra, entrando nel salone principale

L'angolo a sinistra, entrando nel salone principale

L’angolo a sinistra, entrando nel salone principale

in pieno centro di Roma, a fianco della quattrocentesca chiesa di sant’Agostino, inondata di sole caldo e festoso.

Facciata della chiesa di S. Agostino a Roma

Facciata della chiesa di S. Agostino a Roma

Non si ha diritto alla cartellina con la documentazione se non si è accreditati (e mica ero l’unico a non esserlo, anche se pare che i convenuti, a gruppi, si conoscessero un po’ tutti fra loro: con buona probabilità, editori e/o librai; età media sulla cinquantina, diverse donne, i pochi trentenni si notano subito, sembrano un po’ impacciati e inesperti, ma sarà la mia spocchia…). Al diavolo la cartellina, l’abilità a prendere appunti mi è rimasta dai tempi dell’università (e due!).
Ad ogni modo qui c’è il comunicato stampa (PDF), per chi non voglia sorbettarsi il mio resoconto, lungo e tardivo (grazie lo stesso della visitina: nei post successivi sarò più breve, promesso), ma proprio per questo più ricco e sapido (spero, almeno).[^1]
Sul palco i cartellini dei tre relatori:

  • Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il libro e la lettura,
  • Rossana Rummo, direttrice generale per le biblioteche, gli istituti culturali e il diritto d’autore,
  • Lidia Ravera, scrittrice e assessora alla cultura e politiche giovanili della regione Lazio.

Invece non si è palesato Corrado Augias, pure annunciato in agenda (meglio così?).

I relatori (peccato per L. Ravera, un po’ dark dietro la lampada austera)

I relatori (peccato per L. Ravera, un po’ dark dietro la lampada austera)

Altra notazione potenzialmente negativa: si è trattato della mera presentazione, cioè alla fine di tutti i dati e di tutte le considerazioni, dal tavolo ufficiale non è stato avviato nessun dibattito, anzi ho avuto l’impressione che Ferrari, quasi avvertendo questa sorta di ‘vuoto’, di mancato dialogo, abbia pronunziato un ringraziamento un po’ imbarazzato, come a sugellare l’incontro in maniera cortese ma forzata, ossia senza alcuna intenzione di ammettere repliche (sappiamo infatti dalla semiotica sovietica che non congedarsi alla fine di un’interazione è ben peggiore del non salutarsi all’inizio, vero?).
E visto che qui sto già anticipando le critiche, tanto vale tirar giù subito il carico da novanta, così poi procederò ‘alleggerito’: l’articolo di Christian Raimo a p. 15 dell’edizione WE di «Pagina 99» (purtroppo non è on-line, ma è stato letto ampiamente e con gusto venerdì mattina dal suo sodale Nicola Lagioia a Pagina 3, la trasmissione di Rai3 che va in onda subito dopo il GR (ok, è vero, tra i due c’è anche Onda verde, con le informazioni sul traffico [auto]stradale, e ancora le previsioni meteo: però questo non lo dicono praticamente mai, quindi si rimane incollati quei 5-6 minuti all’apparecchio che… vabbè, non interessa nessuno).[^2]

Alcune precisazioni iniziali sono svolte da GAF: la ricerca, affidata all’istituto Nielsen, è la più ampia mai effettuta e conferma (se ce ne fosse bisogno…) che la crisi attuale è la più grave in Italia dal secondo dopoguerra, anche se a uno sguardo retrospettivo più consapevole segni di crisi si avvertivano già una decina d’anni fa (a dir poco).[^3]

La parola passa a RR, che anticipa gli esiti salienti, dopo di lei esposti ed escussi più analiticamente da GAF. Questo PDF (23 slides) è la traccia del suo intervento.
Ci troviamo di fronte a un’emergenza, una «sofferenza industriale» (d’ora in poi utilizzerò questo tipo di virgolette per espressioni che ho sentito pronunciare dai relatori e riproduco fedelmente) di tutta la filiera del libro (editori, lettori, librai), sicuramente influenzata dalla crisi economica generale, ma che impone di «monitorare il fenomeno della lettura»; a leggere è meno di metà degli italiani e, ancora una volta, quelli che resistono vivono perlopiù al Nord e in parte al Centro, mentre il Sud continua a permanere in una situazione di subalternità e arretratezza. Unico spiraglio positivo pare la letteratura per ragazzi.
All’estero la situazione è ben diversa: in Francia il Centro nazionale per il libro ha un finanziamento di 20 milioni di euro (forse l’anno scorso erano 42, come si leggeva 13 mesi fa in questo articolo di Libreriamo) e anche qui da noi bisognerebbe spendere qualcosa di più dei 2 milioni attuali (erano 1,5 al momento dell’istituzione nel 2008, secondo quanto riportato sulla «Gazzetta ufficiale», ha scritto Raimo), soprattutto per opporsi alla tendenza generale, che vede il piccolo sacrificato a favore di «grandi agglomerati industriali»: è il caso di tante librerie storiche che chiudono, ma un discorso analogo si potrebbe fare per le sale cinematografiche (anche per quelle teatrali, aggiungerei). Tuttavia qualcosa si è iniziato a fare:

Il logo del progetto ministeriale per i piccini.

Il logo del progetto ministeriale per i piccini.

La manifestazione primaverile per i libri.

La manifestazione primaverile per i libri.

Il progetto ministeriale per le città che leggono.

Il progetto ministeriale per le città che leggono.

Leggere serve a costituire l’identità culturale e sociale di un paese: il nostro è particolarmente soggetto a una sorta di federalismo (anche più di una forma), quindi secondo RR è meglio «presidiare il territorio» che lanciare campagne ‘generaliste’, incapaci di cogliere le specificità creative (punto sul quale tornerà anche LR); ad esempio, i grandi festival hanno un largo séguito, ma alla lunga risultano sostanzialmente effimeri, non riescono a scalfire e incidere in profondità su certe abitudini, soprattutto quelle ‘cattive’.

Quindi la parola passa a GAF, che dopo aver ringraziato per l’ospitalità la dinamica e innovativa direttrice della biblioteca, Fiammetta Terlizzi, inizia a snocciolare le cifre del rapporto, con brevi commenti. Anche qui, per chi non ha tempo c’è il link per scaricare il PDF (33 slides) del suo intervento.
Anzitutto il c.d. Panel Consumer di Nielsen. L’indagine è stata effettuata su 3000 famiglie al mese per 3 mesi (tot. 9000 famiglie, l’età minima era pari o superiore ai 14 anni). Non si è puntato unicamente alle vendite (interpreto: dal punto di vista del commerciante), ma si è tenuto conto anche degli acquisti (il punto di vista del lettore) e soprattutto delle letture dichiarate. Questo è un asse sul quale è strutturato tutto il lavoro, per cui utilizzerò la ‘A’ per la prospettiva-acquirenti e la ‘L’ per la prospettiva-lettori.
Le aree geografiche in cui è stata diviso il Belpaese sono Nord-ovest, Nord-est (Emilia Romagna compresa), Centro (con la Sardegna) e Sud. Altri parametri significativi sono (in inglese fa più fico, non v’è dubbio…): affluency (rapporto fra reddito e componenti della famiglia, modulato in: alto/basso/poco sopra/poco sotto la media); life stages (7 tipi di famiglie).
Il totale degli italiani adulti è di 52,4 milioni: da questi, negli ultimi 3 anni, c’è stato un calo dell’11% fra i lettori (oggi L=22,4 mln) e del 15% fra gli acquirenti (A=19,5 mln nel 2013), che quindi adesso si sono ridotti a poco più di un terzo, il 37% (nel 2010 sfioravano la metà dell’intera popolazione adulta), pari a 21,5 milioni.
Prima conclusione: si smentisce la nomea del libro come «bene anticiclico», cioè che abbia fluttuazioni inverse a quelle dell’andamento dell’economia generale.
Invece si conferma ancora che in prima linea ci sono soprattutto le donne (41% fra A, ben 48% fra L; invece gli uomini crollano miseramente a ⅓: 33% in A, 38% in L); la fascia d’età con maggiori acquirenti è quella fra i 25 e i 34 anni (e quella immediatamente successiva, 35-44 anni, la più falcidiata, con un –17%, in precedenza raggiungeva il 57%, seguita dai 20-24 anni, scesi dal 52 al 40%), mentre fra i lettori è (sorpresa!) quella fra i 14 e i 19 anni (ha il 60% di L, anche se prima arrivava al 70%). Per l’area, il Nord-est si aggiudica il primato, sia negli A, 44% (mentre il Sud può vantare appena la metà di tale valore: 22%), sia negli L: 53% (fra i pochissimi dati addirittura in ascesa, seppure di un solo punto percentuale rispetto agli anni precedenti), mentre le altre tre portano tutte il segno meno: per L, il Nord-ovest arretra dal 53 al 49%, il Sud dal 39 al 31% e peggio ancora fa il Centro, dal 52 al 42%. Il genere più gradito è la narrativa (71%), seguita da biografie/autobiografie e da libri di storia.
Naturalmente fattori che favoriscono la lettura sono il livello d’istruzione e di benessere, ma non in maniera assoluta: ad esempio, soltanto il 57% dei laureati compra almeno un libro all’anno (erano il 75% nel 2011!); il numero di acquirenti maggiore si trova nei nuclei familiari di giovani (47%) e tra i single anziani (più di 65 anni: un dato apparentemente sconcertante, ma che verrà ricondotto a un senso complessivo). Questi ultimi si ritrovano anche nel gruppo relativo ai maggiori lettori, insieme alle famiglie «strutturate».
Relativamente al rapporto fra copie acquistate e lette: il 4% della popolazione adulta compra il 36% dei libri, che essendo il numero di copie stampate pari a 112 mln (suppongo nell’arco dei 3 anni esaminati, ma non è stato esplicitato; in un altro grafico questo totale era di 122, ma può darsi che io abbia inteso male), equivalgono a 40,3 mln di copie; si tratta di una media superiore ai 12 testi all’anno, il che significa che la spesa media per acquirente è piuttosto alta: 57,47 €/anno (comunque anch’essa ridotta del 9% rispetto al 2012). Ciò permette di fissare un totale di spesa complessiva, che equivale al «valore del mercato», di 1,1 miliardi € (anche qui si registra una flessione del 14% rispetto al 2012); per avere un termine di paragone, la cifra è pari a quella generata dalla sola pubblicità on-line. Non ho fatto a tempo a segnare tutte le percentuali relative al prezzo di copertina, ma credo sia già sufficientemente significativo che quelle sino a 5€ siano il 28% e quelle fra 6 e 10€ raccolgano il 31%.
Passando al versante L, almeno il 43% (22,4 mln) ha letto almeno un libro all’anno, il 5% legge il 39% dei libri prodotti e un altro 16% ne legge il 9%; le copie lette risultano essere 153 mln.[^4]
Insomma, gli italiani leggono più libri di quanti ne comprino!

Nel confronto fra libri ed e-books, questi ultimi progrediscono ma in maniera non eclatante, così come i primi resistono: difatti abbiamo, rispettivamente, un calo del 9%, pari a un totale di 19,2 mln A nel 2013 per i prodotti cartacei e un aumento del 14% per quelli elettronici, con percentuali sostanzialmente analoghe nella porzione L (21,9 e 1,9 mln, quindi negli e-books la crescita è quantificabiel in +17%).
Venendo a considerare il luogo di acquisto, è soprattutto la libreria (35%: 21% quella tradizionale e 14% quella appartenente a una catena), seguita da GDO («grande distribuzione organizzata», 18%: ipermercati 11%, supermercati 6%) e edicole (17%, di cui 6 relativi ad abbinamenti con altro, e 11 ‘autonomi’), mentre internet vanta appena l’11% e fanalino di coda sono le cartolibrerie (4%). Secondo GAF, questi ultimi dati confermano che si tratterebbe di una «crisi rallentata», soprattutto rispetto agli andamenti più drastici, riscontrati in altri paesi.
Avviandosi alla conclusione, ecco alcuni confronti più analitici sulle perdite per i 3 anni (2011 – 2012 – 2013): gli A passano in maniera inesorabilmente costante dal 44% (25,3 mln) al 41 (21,3) al 37 (19,5); i L dal 49% (25,3 mln) al 46 (24,4) al 43 (22,4): qui la flessione è appena meno accentuata, registrando un –8% fra 2012 e 2013 e un –12% dal 2011 al 2013. Il crollo maggiore fra gli A si è avuto nel Centro: 51, 39 e 36%; i single anziani passano dal 26% del 2011 al 33% del 2012 e si attestano al 30% nel 2013, mentre fra i L anziani è in netta controtendenza la progressione: 33, 38 e infine 39%.
Gli acquisti di e-books passano da 1 mln (2011) a 2,7 mln (2012) a 4 mln nel 2013 (+291% nei 2 anni, + 48% dal 2012); la lettura dai 3,4 mln ai 5,5 ai 7,4 (+118% nei due anni, +25% dal 2012). GAF si è soffermato in particolare su questi dati per sottolineare che l’insieme del libro si può considerare abbastanza «conservativo», cioè il mercato risentirebbe di «abitudini culturali conservatrici».
Flessione nei canali di vendita: maggiore (–21%) nelle librerie di catena (avevano una quota del 29% nel 2011, scesa a 26 nel 2012 e ancora a 23 nel 2013); –13% delle librerie tradizionali (dal 49% nel 2011 al 45% del 2012 al 43% del 2013), sostanzialmente appaiate alle edicole (–12%: 20% nel 2011, ‘tengono’ il 18% nei due anni successivi); appare soffrire un po’ meno la GDO (–9%: 37%, che poi diventa il 34% sempre nel biennio 2012-2013). A tale riguardo GAF commenta che si è contratto ciò che appariva più innovativo, mentre sembra abbia resistito soltanto ciò che era tradizionale, insomma c’è stata una sorta di «chiusura a riccio», che rinvia a «qualcosa di profondo» (già, ma cosa?) che non dipende dalle politiche culturali adotttate (quali, di grazia?) nel nostro paese. Comunque per capire se si è ‘usciti’ dalla crisi o no saranno decisivi i dati del 2014 (maddài!?).

Andamento delle vendite librarie nei trimestri finali (2010-2013).

Andamento delle vendite librarie nei trimestri finali (2010-2013).

La slide conclusiva, riportata anche in questo PDF, registra il numero di acquisti effettuati nel corso dei 3 anni: l’andamento è sinusoidale con un picco negli ultimi tre mesi di ogni anno (come sa bene ogni direttore editoriale, che mira a piazzare lì i titoli migliori). Qui la discesa è visibile in maniera anche più chiara: il 33% del quarto trimestre 2010, pari a una spesa complessiva di 587 mln €, cala al 29% nel 2011 (471 mln), al 27% nel 2012 (382 mln) e ancora al 26% nel quarto trimestre 2013 (335 mln: quindi una perdita ‘secca’ di 250 mln €, quasi un dimezzamento rispetto alla cifra iniziale). Percentuali del tutto analoghe per il versante L.

LR ha adoperato la graziosa metafora della «giacchetta» che può indossare per parlare del fenomeno: quella della scrittrice e quella della politica(nte). Ma in entrambi i casi questi dati la preoccupano seriamente. Come autrice, vede una «tendenza vecchia: va così male da tanto tempo»; la lettura non è più un fattore di elevazione, di promozione socio-culturale, c’è stato un impoverimento complessivo, è crollata una fiducia che si aveva nel libro (prima ci si vergognava di essere ignoranti, mentre oggi chi legge è praticamente uno «sfigato» all’interno di un gruppo!), e questo è responsabilità degli operatori; occorre riqualificare i prodotti immessi sul mercato tramite una selezione anche drastica. Lei stessa ha cercato sempre di scrivere per «la signora grassa», non mirando a un’élite irraggiungibile.
Come assessora, si chiede poi dove abbia sbagliato la politica culturale degli ultimi anni. Tutto considerato, il prezzo di un libro è conveniente e il bene acquistato ‘dura’ anche di più: fa il confronto con il costo del biglietto per il teatro dell’Opera, che è più alto e per rappresentazioni che durano un paio d’ore e basta, mentre un libro può essere riletto, prestato ecc. (fruizione maggiore, più dilatata). In particolare, nel lavoro svolto presso l’Assessorato ha tentato di invertire il verticismo culturale, di «fertilizzare i selvaggi [provenienti] dal basso», cioè dalle biblioteche e da tutte le situazioni locali, micro (p.es. associazioni spontanee di lettori), in cui ha potuto constatare la presenza di persone che per lavoro e passione sostenevano la lettura, anche quasi contro i propri interessi (p.es. bibliotecari che non percepivano lo stipendio da mesi…). Occorre rifinanziare la legge 16/2008: «Iniziative ed interventi regionali in favore della promozione del libro, della lettura e delle piccole e medie imprese editoriali del Lazio» tramite bandi che premino, appunto, quelle iniziative lodevoli dal basso, p.es. che portano i libri nelle carceri, negli ospedali, nelle scuole.
Ancora due appunti veloci ma IMHO interessanti per chiudere: il «bisogno di letteratura nasce dalla sofferenza»; e il narcisismo coltivato dalle scuole di scrittura può servire a rafforzare se stessi, innescando anche un processo virtuoso di lettura.
Comunque il tenore dell’intervento di LR è già parzialmente nella sua replica, recisa (chiude così: «Con la cultura si mangia, è vero, ma chi si vuole arricchire con la cultura, ha sbagliato indirizzo»), ad affermazioni di GAF occasionate dalla Buchmesse dell’ottobre 2013 (entrambi gli interventi sono usciti sull’«Huffington Post»); a lei si affiancava idealmente lo stesso 21 ottobre 2013 Elena Stancanelli, animatrice dell’associazione «Piccoli maestri», fra quelle menzionate all’Angelica.

NOTE (stavolta mi sono trattenuto… 🙂
[^1]
Ignoro senza rimpianti i resoconti, numerosi, sparsi qua e là, ma anodini e parziali, per passare subito a manifestare la personale approvazione del commento, impegnato ma come sempre intelligente, di Loredana Lipperini: sul suo blog finisce per rinviare alle argomentazioni che Tullio De Mauro sostiene da molti anni, sebbene egli ottenga solo l’ennesima conferma che nemo propheta in patria: «L’analfabetismo italiano ha radici profonde. Ancora negli anni Cinquanta il paese viveva soprattutto di agricoltura e poteva permettersi di avere il 59,2% della popolazione senza titolo di studio e per metà totalmente analfabeta (come oggi il 5%)». Si tratta di un brano citato spesso da un intervento datato marzo 2008 del linguista emerito (si trova anche qua), al quale ho apposto il corsivo. Io avevo accennato a sue precisazioni (uscite anch’esse su «Internazionale» ma l’anno scorso) in materia di istruzione e valutazione scolastica nella nota 8 del mio ultimo (2 marzo 2014) post, «Il (mio) capitale umano». Qui segnalo ancora che la correlazione tra analfabetismo funzionale (o illetteratismo) e digitale è stata evidenziata bene da Nello Iacono (Stati generali dell’innovazione) in questo stesso mese su «Agenda digitale».

[^2]

[^3]
Osservazione interessante, ma priva di riferimenti: più utile sarebbe stato contestualizzarla. A me vengono in mente, come al solito, un ‘seminale’ M. Livolsi (Almeno un libro. Gli italiani che (non) leggono; La nuova Italia, 1986), il Vigini ‘tascabile’ (L’editoria in tasca. Dati classifiche riflessioni 2004; Editrice Bibliografica, 2004), ma soprattutto la chiara sintesi di G. Solimine (L’Italia che legge; Laterza, 2010), ognuno con pertinenti approfondimenti bibliografici alla fine; GAF non solo non ha citato nessuno di questi, ma non ha dato proprio nessun tipo di riferimento!

© Gius. Laterza & Figli

Quarta di copertina di Solimine 2010 (L’Italia che legge).

[^4]
Sarei curioso di sapere come è stato stimato quest’ultimo valore: dalle utenze nelle biblioteche?

RICONOSCIMENTI
Le prime 4 foto in questo articolo sono state scattate il 20 marzo 2014 da chi scrive qui.

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2 pensieri su “I peggiori anni della nostra vita (2011-2013)

  1. Intanto grazie, Paolo Ferrucci. Mi incuriosirebbe capire come mai, fra tanti blog, pagine e commenti di cui è cosparso internet, sei andato (riuscito) a “capare” proprio questo mio articolo, pubblicato in ritardo (rispetto all’evento) e troppo lungo (rispetto agli standard usuali della comunicazione on-line).

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  2. Pingback: I peggiori anni del libro | L U N A T I S M I

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