Signore e signori, ecco il CAZ, cioè, siamo davvero alla frutta…

È già una settimanella che fisso, come fossi ipnotizzato (e quindi incapace di reagire), 3 pagine nate quasi in contemporanea e sulle quali sono finito navigando un po’ a vista/caso nella congerie di informazioni che quotidianamente ci riversa addosso internet: Frizzifrizzi, Giampaolo Simi e Affari italiani.
A prima vista sembrerebbero avere ben poco a che fare con i miei interessi, e difatti non riguardano in maniera diretta e immediata la mia attività principale, poiché non ho scritto nessun libro, cioè non sono un autore (almeno non in modo esplicito… quando traduco).

Segrate: la sede della Mondadori.

Segrate: la sede della Mondadori.

Ma apprendere che siamo arrivati, grazie a Mondadori (ettepareva, ossia: chi altri, se no?), ai contratti ad anticipo zero dovrebbe far riflettere molti. A me pare che sia il segno, tangibilissimo, della fine di un’era, quella (definirla ‘capitalistica’ non aiuta granché) in cui l’editore pagava per assicurarsi il lavoro di qualcuno che scriveva su un certo argomento. In questo senso concordo con l’affermazione finale di Simi, secondo il quale sarebbe «l’inizio della fine degli editori», ma ciò non comporta (come sostiene lui) che questi ultimi siano votati all’estinzione, magari anche perché alla fine gli autori decidano in massa di migrare all’autopubblicazione (Lulu è il primo esempio che viene in mente: nato [nata?] nel 2002, al momento in cui sto scrivendo registra oltre un milione e mezzo di testi). Sottoscrivo invece largamente un’altra conclusione di Simi: «Si capovolge così anche la vecchia idea secondo cui i guadagni della classifica possono essere reinvestiti nella narrativa di ricerca o per far crescere coloro che saranno i grandi autori di domani».

Essa valeva anche per la saggistica (non-fiction), ma prescindiamo un attimo dalla tradizionale distinzione rispetto alla letteratura (fiction).
L’idea, che non riesco a esprimere con nettezza (per le carenze nella mia formazione e per la limitatezza del mio cervello, mezzi espressivi compresi) ma mi frulla in testa da quel giorno, è grosso modo questa: NON si tratta del segnale di una crisi contingente, che costringerebbe gli editori a ridurre progressivamente il poco che sborsano, con la scusa che qualcos’altro eroderebbe i loro già magri guadagni, MA di una nuova fase, in cui il denaro non conta (più), è del tutto virtualizzato, insomma se ne può fare a meno. E NON ‘tranquillamente’.[nota1]
Ecco, non pagare più gli autori mi sembra la perfetta premessa pratico-teorica per completare il percorso già avviato sulla china discendente, ossia per finire a non pagare neanche i traduttori: quali ragioni potrebbero accampare, infatti, che possano sopravanzare gli autori stessi, se vengono DOPO di loro e sono perdipiù INVISIBILI?

{aggiornamento: 29 dicembre 2013} Grazie a una segnalazione giunta sulla mailing list QWERTY, aggiungo il link a un post sul blog di Scrittori in causa (fondato nel 2010 da Alessandra Amitrano, Simona Baldanzi, Carolina Cutolo e Sergio Nazzaro).
Rispetto alla nebulosità delle mie affermazioni (o farneticazioni, se preferite – sopra me ne sono giustificato), in quell’articolo trovate una casistica pressoché esaustiva (anche se in questi casi l’ultima non è mai detta, purtroppo…) della “editoria a pagamento”, che viene declinata (propinata) in 5 modalità: Contributo alla pubblicazione; Condivisione del rischio imprenditoriale; Impegno contrattuale all’acquisto di copie; Pagamento delle royalty solo dopo tot copie vendute; e gran finale con La supercazzola (!).
Del resto basta scorrere il blog per capire chiaramente che si tratta di un argomento molto seguito, dato che gli sono stati dedicati quasi tutti gli interventi degli ultimi mesi.

[nota1]
Da quando fu superata la fase primitiva del baratto, l’uso del denaro è sempre stato la simbolizzazione di uno scambio. Non mi pare che figuri nelle “forme simboliche” di Cassirer, nonostante il suo ‘valore’ fosse stato già intuito dal Mauss del Saggio sul dono (praticamente coevo: 1923-1924), ed è stato poi sviluppato da Alfred Sohn-Rethel, allievo “francofortese” di Cassirer, in Das Geld, die bare Münze des Aprioris (tradotto in maniera estramente efficace da Francesco Coppelletti, a cominciare dal titolo: Il denaro. L’apriori in contanti [Editori Riuniti, 1991]). Aggiungo che è ben presente nella linea interpretativa della sociologia sistemica Parsons-Luhmann, e se non se ne fosse ormai andato anche lui da qualche anno, ritengo che anche Pierre Bourdieu potrebbe aggiungere qualche dettaglio interessante!

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