Precaria da 8 anni fa causa alla Mondadori e viene assunta!

Dopo otto anni da precaria fa causa alla casa editrice. Ora è assunta – Articolo 36.

Qui per il medesimo argomento, pubblicato prima su Re.re.pre e in forma più succinta.

Ecco, l’ha fatto lei e lo farò anch’io. Bene, ora l’ho pure scritto, anche se il mio avvocato mi ha già fatto intendere che per la prima udienza ci sarà da attendere almeno sino all’inizio dell’anno nuovo. Ed è richiesta la mia presenza — wow, che emozione! ok, seriamente: ne avrei fatto volentieri a meno 😦

Non so se la casa editrice contro la quale ho presentato ricorso sia intenzionata ad assumermi in pianta stabile: in pratica mi chiese di ‘accomodarmi’ già alla fine del 1999, ma erano altri tempi e all’epoca l’uscita era pilotata in maniera da garantire una collaborazione esterna per parecchio tempo ancora.
Il collega con il quale avevo condiviso la stanza per buona parte degli anni Novanta accettò quella soluzione e infatti continuò a lavorare così per qualche anno, cioè sino a quando un altro editore di Roma gli propose l’assunzione regolare (forse per prevenire problemi legali e altre forme perniciose di rivalsa, non certo per spirito illuminato, suppongo…): ovviamente non se lo fece dire due volte. Io preferii sottrarmi, in zona Cesarini, intascai il mitico “trattamento di fine rapporto” e me ne andai a scoprire le meraviglie di internet e dell’intrattenimento on-line, che però in meno di tre anni non si rivelarono quelle «magnifiche sorti e progressive» che io stesso auspicavo. Così, faute de mieux, decisi di tornare all’ovile… dove mi sono rinchiuso (quieto vivere?) per quasi 10 (dieci!) anni.

Di fatto, adesso la “mia” casa editrice probabilmente non sa neanche che ho fatto ricorso e che dovrà presentarsi in aula, a meno di non scegliere la contumacia — ma non sembrano i tipi, per come li conosco: la faccia ce l’hanno bella di bronzo, ma in quel modo rischierebbero di perderla, direi, scioccamente…

E al momento non saprei nemmeno io dire se mi va di rientrare in quell’ambiente (ossia, supponendo che anche nel mio caso il giudice imponga la [ri]assunzione). Lo frequento dal 1989 (quasi un quarto di secolo, accidenti!) e su due piedi preferirei che mi dessero i soldi che mi spettano (il consulente del lavoro ne ha quantificati tanti, cosa che ha capito subito il mio avvocato, nonostante si ostini a chiamarmi ‘professore’, o forse proprio per questo, e suona dunque doppiamente falso…) e poi ognuno per la propria strada!
Il settore è in crisi conclamata, di idee non ne vedo certo spuntare da loro, tanti rapporti lì dentro si sono guastati (certo, anche per colpa mia) e l’atmosfera non può più essere quella di una volta. Del resto, non lo era già da tempo!
Ma da vecchie volpi giurerei che tireranno al ribasso, non si vergogneranno di fare il piagnisteo (come racconta lo pseudo-Tobia in questo articolo pubblicato oltre un anno fa sulla Repubblica degli stagisti) puntando sulla notorietà e autorevolezza del nome (un marchio vero e proprio) e quindi prevedo, anzi temo che le cifre sulla carta dovranno essere ridimensionate di molto. Soprattutto se il giudice spingerà per comporre un accordo onorevole, mentre io avverto ancora tanta rabbia e animosità e insofferenza e malessere. Per me e anche per tutti gli altri (e sono tanti, ormai lo sanno anche i sassi) che condividono questo destino amaro.

Nel primo articolo citato all’inizio, di Riccardo Saporiti (che ringrazio pur non conoscendolo perché è riuscito a farmi fendere l’afa terribile di questi giorni a colpi di mouse e tastiera), c’è però un punto che mi trova in disaccordo.
E’ quello dove l’avvocato Massimo Laratro afferma, a proposito del rischio di mobbing: «La mia assistita sta operando tranquillamente e non ha subito alcun tipo di ripercussione. Forse spesso si dimentica che le aziende hanno bisogno di questi lavoratori, che una casa editrice non può fare a meno di redattori». [nota 1] Non sto mettendo in dubbio questa affermazione: può darsi che in Mondadori, che è un transatlantico, ciò non succeda, o che i dirigenti vigilino affinché non succeda (si accettano altre ipotesi, pregasi attivare le testoline). Però la realtà è differente: la stragrande maggioranza delle case editrici sono medio-piccole [nota 2] e in quegli ambienti ci si rigira a fatica (talvolta anche in senso strettamente fisico, dato il costo a metro quadro degli affitti): il mobbing ESISTE e farne le spese può risultare intollerabile, a lungo o a breve termine!
Inoltre, se nelle case editrici ci fosse bisogno DAVVERO dei redattori, dieci anni fa (in qualche caso anche prima, in forme diverse) non sarebbe iniziato lo svuotamento (less is more! era il mantra che si sentiva glorificare dappertutto, come una sorta di panacea) che lascia intatte solamente le funzioni dirigenziali e quelle assolutamente indispensabili al funzionamento ordinario — e talora anche queste sono snaturate, dal punto di vista contrattuale e affini.
Dunque è assolutamente veritiera la frase finale dell’articolo (presumibilmente sempre dell’avvocato Laratro): «stiamo creando una classe di working poor». Certo: bisogna esserne consapevoli, farlo sapere in giro, soprattutto a quelli più giovani e inesperti, insomma non aver timore di dire (gridare?) che il re è nudo: perché la sua nudità è il presupposto del mio/vostro/nostro impoverimento. Materiale, prima ancora che spirituale. No, poi magari anche quello, a seguire; con comodo. Tanto ci sono le pasticche di ansiolitici e antidepressivi, no? [nota 3]

Ma trovo anche un punto sul quale concordo pienamente e mi offre il destro di chiudere in bellezza.
L’avvocato dichiara infatti: «la precarietà è una condizione normale, riguarda il 60% dei lavoratori. E si basa non solo sul ricatto, ma anche su un consenso implicito del collaboratore che ha una professionalità medio-alta e facendo un lavoro in cui crede è disposto a qualsiasi cosa pur di continuare a svolgerlo». Ma in questo modo «è più facile per l’azienda schiacciarli e tenerli sotto il giogo. Per i lavoratori la paura è grande, anche perché perdere l’occupazione è visto come una sconfitta personale».
Ho evidenziato in grassetto i termini nei quali mi riconosco personalmente. Epperciò sottoscrivo anche questo: «”quello che vogliamo lanciare è un messaggio culturale: bisogna uscire dalla narrazione della paura e cominciare ad esercitare i propri diritti”. Anche se per farlo è “imprescindibile” l’esercizio di questi diritti, che inevitabilmente passa “dal conflitto”.»
Una lezione utile, per tutti!

 

[nota 1]
Precisazione (cito sempre dal pezzo su Articolo 36): «”La signora ha scelto di fare causa mentre ancora lavorava all’interno dell’azienda, visto che il suo contratto sarebbe scaduto a settembre. In sostanza ha chiesto che venisse accertata la legittimità della continuità di rapporto” [qui parla l’avvocato, per cui ho dovuto farci l’editing inserendo un altro tipo di virgolette; dopo prosegue Saporiti, chiosandolo]. In altre parole, ha ottenuto che fosse il tribunale a rinnovarle il contratto e a convertirlo in un tempo indeterminato, visto che di fatto il suo rapporto era già di natura subordinata.»

[nota 2]
Basandomi su quest’altro intervento di Articolo 36, a firma di Andrea Curiat (uscito in occasione dell’indagine sulla “Editoria invisibile” e che avevo già menzionato negli aggiornamenti al mio post di fine maggio sulle Trasparenze inquiete e affrante, evocate proprio datale inchiesta) si potrebbero sintetizzare come segue un po’ di cifre che restituiscono il succo dell’anomalia italica: un decimo delle aziende sforna ogni anno tre quarti dei libri messi in commercio, a fronte di quattro quinti degli operatori che non arriva a 50 titoli l’anno (media: 4 al mese; ed è una banale media matematica!). Forse (forse!) a livello internazionale il discorso potrebbe non esser molto diverso (anzi, all’estero le concentrazioni sono cominciate con almeno 10-15 anni di anticipo), ma è comunque da verificare.

[nota 3]
Del resto è l’allegra tendenza di questi ultimi anni quella di affossare la talking cure, la tecnica/terapia psicoanalitica classica, quella a base di parole, appunto, per proporre in alternativa una soluzione ‘chimica’. Che a parte eventuali effetti collaterali sulla salute individuale, di ‘sintesi’ mi pare abbia dalla sua essenzialmente il rivelarsi la soluzione più sbrigativa, demotivante e impersonale, per il medico ma anche per il paziente stesso! Meditate, gente, meditate…

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4 pensieri su “Precaria da 8 anni fa causa alla Mondadori e viene assunta!

  1. Porca miseria, leggo solo ora questo tuo post. Ho spremuto le meningi (ma lo so anche per vie traverse), l’ultima cosa che sapevo anch’io è che stava lavorando tranquillamente perché intorno aveva tutti precari orgogliosi di lei. Ora sono passati alcuni mesi e non so se dall’alto le rompono e in che modo, ma tanto non la stavano mobbizzando da precaria peggio anche prima? Chi non ha seguito il suo esempio al momento è forse in una situazione più rosea? è un mattatoio, come lo rigiri resta tale.

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    • Bene se la conoscevi, ti avr fatto piacere la notizia, in ritardo o no. Mi dispiace se invece la tua situazione non ti consentir azioni legali. Credo per che abbiamo un’amicizia in comune: se cos, porgi a Marianna Aquino i saluti dell’ex Laterza Translations Coordinator (PQCV). Ciao!

      Il giorno 20 novembre 2013 13:52, metagrapho

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