Tuffo al cuore e nel passato: gli anni Settanta (dai Van Der Graaf a Giorgina Masi)

Consultavo, per sbaglio nel reparto dei nuovi, il Libraccio, quando mi imbatto in una doppia sorpresa sul prog-rock che mi fa balzare il cuore (o, se preferite: in mente tanti ricordi):
Paolo Carnelli, Van der Graaf Generator. La biografia italiana (Arcana; pp. 239, ISBN: 9788862312837), anche su questo sito, e
Michele Coralli, Van der Graaf generator. Discesa nel Maelström progressivo (Nuovi Equilibri; pp. 212, ISBN: 9788862223027)!

VDGG

the way they were some 40 yrs ago (dalla copertina del volume di Carnelli)

Per chi si chiedesse da dove abbiano preso il nome, ecco la spiegazione del MIT. Che c’entra, direte? Beh, quel periodo era così, forse incongruo, ma sicuramente più creativo di oggi (NB: in fisica l’ortografia è leggermente diversa [recte: Van de Graaff], dato che l’inventore era di origine olandese).

Non so se siano mai usciti dei volumi così specifici, ma è assai probabile che non ce ne siano stati tanti sino ad ora (buone bibliografia e sitografia sulla pagina italiana di Wikipedia, dove però al momento non compaiono ancora quelle due monografie). Mi pare perciò quasi assurdo che nel medesimo anno domini 2013 escano due testi simili per taglio, dimensioni, persino nelle assonanze di cognome degli autori, che rischiano dunque di sovrapporsi, contendendosi litigiosamente il pubblico relativamente ridotto che potrebbero avere. Per me, comunque, il gruppo è indissolubilmente legato alla trasmissione Rai Per voi giovani, insieme allo ‘struggimento’ per i Genesis di Nursery Cryme e ben prima di Yes e Gentle Giant.
Ma in fondo fa anche piacere trovarli così, serendipicamente: perché allora riemergono dal fondo lontano dell’età perduta ricordi foschi come la nebbia acre dei primi lacrimogeni fuori del Palasport (erano i Led Zeppelin?), la fatica del volantinaggio notturno per i radicali (che all’epoca erano un po’ come i grillini odierni, ma forse con più sale in zucca e proposte operative), avversato dai genitori (dopo le prime, ingenue discussioni calò il gelo…), virato poi in scialbi pomeriggi di sabato, risalendo idealmente controcorrente con un pugno di idealisti la folla distratta di una via del Corso o via Nazionale, tra il 1972 e il 1974. E chissà dove saranno finite le lettere intercorse con l’amicarissima di Firenze, persa per un malinteso poi reiterato pur non perdere la faccia e tenere il punto, mentre il resto del mondo continuava a girare senza che riuscissi a capirlo fino in fondo nemmeno pochi anni dopo, ancora più politicizzati, quando fui a poche centinaia di metri dall’uccisione di Giorgi(a)na Masi, nata nel mio stesso anno di grazia ma rimasta impigliata laggiù, in qualcosa più grande di noi.

trovo bellissime le parole interlineate in maiuscolo più piccolo alla scritta ufficiale sulla lapide all’angolo fra ponte Garibaldi e piazza Belli, in memoria della sua morte

Per rimanere nell’ambito musicale, e chiudere in bellezza, scovo nella pagina di Wikipedia che parla della sfortunata giovane persino alcune canzoni italiane che, citandola più o meno implicitamente, hanno contribuito a tenerne desto il ricordo nella memoria collettiva di più generazioni. Perché le parole devono affermare la vita stessa, anche se non possono non aggiungere altro… e su quell’altro costruiamo noi incessantemente ancora dell’altro (Peirce aveva ragione).

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Un pensiero su “Tuffo al cuore e nel passato: gli anni Settanta (dai Van Der Graaf a Giorgina Masi)

  1. Felice di risentirti/rileggerti.
    Molti ricordi comuni, oltre che di radicali tempo di “autonomi” che in zucca avevano le pigne e le mani troppo occupate: Giorgi(a)na è morta in quel clima lì ed era un brutto clima, scuro e di “piombo” com’ e poi passato alla storia. I lacrimogeni al Palasport erano sicuramente per Santana, forse anche per i Genesis. Non ricordo se e quando vennero i Led Zeppelin per i quali, ancora oggi, alzerei sulla paletta il voto più alto (non per i van de/r graaff, casomai i grandi Yes). Di recente, appunto dei Led Zeppelin, risento “The rain song” un pezzo che all’epoca probabilmente saltavo, muovendo a mano la puntina sul vinile, in cerca di tracce più rock. Struggente, una melodia di lineare semplicità ma – come scriverebbe un critico musicale – di evocabile commozione.
    Indulgente verso la retorica per cui “ai tempi nostri…” direi che effettivamente, oggi, di canzoni così, non se ne compongono più.

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