Fact-checking: una mania?

AGGIORNAMENTO (30 giugno 2013)

Cosi & Repossi

Francesca Cosi e Alessandra Repossi, come appaiono nel loro blog

Riprendo da un post non recentissimo del blog di Francesca Cosi e Alessandra Repossi il rimando a questo bell’articolo di Virginia Heffernan, datato 20 agosto 2010, sul lavoro di fact-checker al New Yorker: per farsi un’idea, pensate che lei cominciò PRIMA che nascesse internet. E anche a costo di rovinarvi il gusto di leggerlo (ma c’è molto altro, al suo interno!), riporto le conclusioni, interpretabili in senso sia sfiduciato sia ironico, senza che nessuna delle due ‘letture’ prevalga sull’altra:

fact-checking has assumed radically new forms in the past 15 years. Only fact-checkers from legacy media probably miss the quaint old procedures. But if the Web has changed what qualifies as fact-checking, has it also changed what qualifies as a fact? I suspect that facts on the Web are now more rhetorical devices than identifiable objects. But I can’t verify that.

 

 
Maistrello_2013

Mooolto più tardi (beh, due anni dopo) ho anche trovato quest’altro riferimento, un libro di Sergio Maistrello sull’argomento, che però non ho consultato (quindi non saprei se mi cita, dato che immagino sia uscito DOPO il mio post, anche se avrà comincato a scriverlo prima…). Sembra interessante perché vi si

racconta la parabola del fact checking, dalla nascita negli Stati Uniti degli anni ’20, fino all’espulsione dalle case editrici e all’incontro con la Rete, luogo per eccellenza dell’informazione “incontrollata”. Ma è anche una storia di rinascita: perché è proprio grazie a Internet che il fact checking torna in gioco sotto forma di servizi indipendenti, esterni alle redazioni dei giornali.

 

 

 

In Italia ha cominciato la fondazione Ahref di Trento, che sabato 28 aprile 2012 presentò al Festival del giornalismo di Perugia «Timu», la prima piattaforma di factchecking collaborativo, che «dovrebbe rispondere [… a] esigenze di disintermediazione e di responsabilizzazione civica» (la citazione è dal sito Corporeus corpora, che a fine dell’articolo presenta anche un video esemplificativo dell’attività della fondazione). Qui l’anticipazione del sito Il post, a firma di Adolfo Frediani, e qui la dichiarazione di Luca De Biase, che è il presidente della fondazione.[1]

Poi è stata la volta dell’augusto Corriere della sera: martedì 23 ottobre il direttore Ferruccio De Bortoli con un tweet annunciava la disponibilità on-line di quella stessa piattaforma perché chiunque potesse ‘correggere’ eventuali sviste, imprecisioni, errori negli articoli del quotidiano di via Solferino. Ecco il commento del Giornalaio (blog di Pier Luca Santoro), che acclude anche un’intervista al direttore della Fondazione ahref, dove si ricava molto di più rispetto alle poche righe presentate ‘propagandisticamente’ da un giornalista del Corriere stesso, Alessandro Sala. Invece Paolo Ratto, sul suo blog, ha sollecitato alcuni colleghi a fornire le loro riflessioni su questa innovazione, mettendole in fila con eventuali microdiscussioni. E riporto anche l’opinione positiva di Massimo Mantellini sul suo blog, che invece ne approfitta per punzecchiare il venerando CdS aggiungendo in cauda venenum: «eliminare da corriere.it tonnellate di fuffa, video di incidenti mortali, strano ma vero, foto di uomini dai peli delle orecchie più lungi del mondo, tutte attività nelle quali il sito web eccelle, forse aiuterebbe». Decisamente più critica è stata invece la presentazione della notizia sul blog della giornalista freelance Simona Petricciuolo, che sempre lo stesso giorno si è andata a spulciare le condizioni per collaborare e ha trovato alcuni punti sui quali dissente ferocemente.

fc@cds

Puntualissima (il post è datato 24 ottobre), sempre in tema di attendibilità delle notizie, è poi arrivata la demistificazione su Wittgenstein.it: parecchi quotidiani italiani avevano pubblicato con risalto la notizia di una ragazza nera a cui esponenti del Ku Klux Klan avrebbero dato fuoco in Louisiana, salvo poi rimangiarsi tutto!

Drastico è stato Sergio Maistrello (che aveva presentato a Perugia la piattaforma con De Biase): il 15 novembre, placatasi l’eccitazione per la novità, scrive che il fact-checking «poco si adatta diventare prodotto» e definisce i siti attivi in tale direzione «l’esasperazione di un metodo espulso per contenimento dei costi dal processo produttivo della conoscenza»; e già Michele Kettmaier, direttore generale di Ahref, in un commento al post di Ratto, affermava: «Che il fact checking sia pratica ormai in disuso nelle redazioni dei giornali è un dato di fatto. Pochi sono quelli che lo fanno ancora con metodo e pochissime sono le redazioni di fc nel mondo. Non per svogliatezza o disinteresse. Il problema è esclusivamente economico e di opportunità. Mantenere una redazione di fact checking costa e i bilanci degli editori sono sempre più perennemente in rosso. E poi c’è il mercato, noi utenti, chiediamo informazioni sempre fresche, veloci e online in pochi minuti. Siamo noi stessi a produrre contenuti velocemente». Con l’occasione, segnalo che lo stesso Maistrello ha annunciato una settimana fa il primo convegno in Italia sul fact-checking, che si terrà a Trento il 18 gennaio presso la Fondazione ahref.

Coevo, ma sembra ignorare la novità di cui si parlava tanto in quei giorni, il post di Marina Petrillo sul «fact-checking interattivo», pubblicato sul suo blog Alaska. sentieri digitali (a proposito della trasmissione che fa su Radio Popolare), che parla della «operazione» reperibile sul New York Times, dove si riportano le dichiarazioni di Obama e Romney, al tempo stesso verificandole. Uno dei due commenti presenti su Alaska chiede «Cosa succederebbe se dei media indipendenti (o considerati tali, tipo corriere.it) si prendessero la briga di applicare il fact-checking alle conferenze stampa dei nostri politici?!»: ironia della sorte, era appena stato varato il servizio sul Corriere…

Per cambiare aria, ho trovato un piccolo e divertente esperimento-concorso sul blog di Stefano Quintarelli: bisognava scoprire dov’era l’errore in una notizia sul prezzo degli sms… Ah, ma era del 26 settembre 2009 ?!

La settimana scorsa, sul primo numero dell’ Espresso (anno LIX, n° 1, 10 gennaio 2013 – quello con la faccia patibolare di La Russa in copertina), anche il mio amico Alessandro Longo dice la sua nello spazio Tecnologia: «Pinocchio smentito dal web» è il titolo del suo articolo, sottotitolo «Nascono siti per smascherare azioni e affermazioni non veritiere» (nel sommario, p. 21), catenaccio «Verifica in Rete di azioni e affermazioni. E’ il “fact checking”, che ha già smascherato politici di rango. Negli Usa. E da noi» (p. 96). Lo specchietto (a p. 98, questo anche su internet) elenca i siti più importanti: Politifact.com, Morsiemeter.com [sic: ma nell’articolo è, correttamente, Morsimeter.com (N.d.R.)], Ahref, Factspreaders.net, Factcheck.org, Ilpost.it e Wikifactcheck.org; qualcun altro è sparso nelle righe: Truth Goggles, Hypothesis.is, Factcheck.it. A p. 96, prima colonna, Alessandro scrive: «Per fact checking s’intende la pratica di verificare, sul Web, fatti riportati da autorità di vario tipo: politici, giornalisti, media». E prosegue in terza colonna: «Negli Usa il fact checking nasce quindi in chiave politica e con lo scopo di rifondare il giornalismo». Mmh, non credo…

Finché lunedì sera, dopo l’intervista a Berlusconi di Ilaria D’Amico su Sky Tg 24, c’è addirittura un collegamento con l’università Roma 3, dove un gruppo di esperti (?) ha controllato in tempo reale 4 delle affermazioni fatte dal ‘banana’, trovandone 1 vera, 1 solo parzialmente e 2 false. Beh, questo è troppo!

Non ce la faccio più, per cui adesso sparo la mia (era ora, no?).
Rivendico la paternità (maternità?) della verifica al lavoro editoriale, non giornalistico. Gli editor nascono, direi quasi spontaneamente, con la stampa tipografica (pensiamo ai grandi umanisti, che lavorano presso gli stampatori-tipografi, come Bembo da Manuzio ecc.)[2], i giornali fanno la loro comparsa nel mondo soltanto un paio di secoli dopo, parallelamente alla formazione dell’opinione pubblica.
Cerco di dimostrare questa affermazione, anche se per adesso ricorrendo a testi esclusivamente contemporanei.
Il sito dei redattori californiani risponde alla domanda che cosa facciano, quale sia il loro mestiere, con un’analisi minuziosa delle loro attività/competenze/abilità. Nei servizi che possono offrire, sono elencate 12 distinte particolarità. La quarta (ma non è una presentazione in ordine di importanza, si tratta di un mero elenco nomenclatorio) è denominata Fact checking e definita nel modo seguente: «A fact checker does not make editorial changes, but simply verifies the accuracy of content as specified by the publisher. One client may request that the fact checker verify all statements, while another client may request the verification of addresses and trademarks only. The publisher specifies the degree of accuracy required». Giuro, e posso testimoniare, che questa stessa definizione c’era ancora prima che Obama venisse eletto.
Non è un’eccezione, si badi bene. Saliamo, non in politica, ma qualche migliaio di chilometri verso nord, e anche nel sito dei redattori canadesi (ahò, ma com’è che ‘ste cose ce stanno solo in Ammerika: quando mai si riuscirà a realizzare un’organizzazione del genere in Italia, dove siamo pure di meno?) troviamo che la settima delle 12 abilità professionali è proprio Fact checking/Reference checking: «Checking accuracy of facts and/or quotes by reference to original sources used by author and/or from other sources».[3]
Invece in Gran Bretagna, forse per snobismo, la stessa abilità va sotto il nome di Factual accuracy, così definita sul sito della Society for editors and proofreaders (la più blasonata oltremanica[4]): «Raise questions of factual accuracy and consistency regarding names, dates, events, people, places and references to visual elements as necessary. Refer these to the client or author as appropriate».[5]
Ma che si tratti della stessa faccenda potrebbe confermarlo anche Umberto Eco. Questi un paio di volte si è sentito in dovere di scendere in campo sull’argomento (forte della sua militanza redazionale nella casa editrice Bompiani, che non ha quasi mai abbandonato) nelle ‘bustine di Minerva’ (cioè sulla rubrica che ha tenuto per anni sull’Espresso): quella del 7 novembre 1996 (p. 218) e quella del 31 luglio 1997 (p. 170). Nella prima, intitolata «Ma che cosa è questo editing. Osservazioni su un termine ambiguo» spiega le differenze tra editor, line-editing, copy-editing e proofs-editing, chiarendo che per svolgere queste attività «ci vogliono persone che lavorano con estrema cura e che in Italia, tranne che in pochissime case editrici, mancano del tutto (o sono ormai scomparse)». Eppure occorre insegnare queste ‘materie’, perché è «un mestiere che richiede cultura, attenzione meticolosa, pratica di consultazione, conoscenza di convenzioni grafiche ormai adottate internazionalmente. E’ una forma di professionalità di cui la nostra editoria è carente». Il secondo intervento si intitola «Conoscete Giovanni il Battezzatore? C’è un editore che non lo conosce» e riporta esempi che possono tutti rientrare nella categoria di cui discorriamo qui (anche se non viene chiamata allo stesso modo): le cinque piaghe d’Egitto (corrige: o sono le 5 piaghe sul corpo di Cristo, o sono le 10 piaghe d’Egitto), la collocazione geografica di Modica rispetto alla Tunisia (serve guardare un atlante), Avicenna e Ibn Sina (trattati in un libro di storia come due autori distinti, mentre si tratta di due denominazioni del medesimo individuo) e altre amenità come Symeon Stylites e Giovanni il Battezzatore, appunto. Ma già nell’articolo del 1996 Eco mostrava una qualche insofferenza per l’analiticità delle distinzioni a cui accennavo poco sopra: «In America quest’arte ha raggiunto eccessi insopportabili» e cita una discussione con un editor statunitense a proposito di un Museo delle cere a Los Angeles, che risultava chiuso al momento della traduzione del suo libro, e che ha richiesto di inserire una nota per spiegare «l’apparente contraddizione» di fronte alla quale si sarebbe trovato il lettore che avesse voluto andare ‘davvero’ a visitarlo.
Eppure (anche) dalle esortazioni di Eco sono nati, qualche anno dopo, i corsi di Master Universitario di II Livello – Editoria Cartacea e Multimediale presso la Scuola superiore di studi umanistici dell’ateneo bolognese, verosimilmente i migliori mai tenuti in Italia, di cui quelli che si trovano adesso in circolazione sono pallidi cloni. Com’era da aspettarsi (siamo in Italia, no?), sembra che non saranno più ripetuti, nonostante la qualità degli insegnamenti e la riuscita, cioè il fatto che alcuni dei ‘masterizzati’ siano poi stati assunti in varie case editrici dopo uno stage semestrale, dato che occorre una lunga pratica per padroneggiare quest’ARTE.[6]

Post scriptum
Una cosa divertente (per chi ha una percezione distorta di certi dettagli dello scrivere, come l’ex redattore scrivente) è che in tutti questi siti il nome del fenomeno in esame si trova scritto in tutte le maniere possibili e immaginabili: tuttoattaccatto, staccato con uno spazio, oppure con-il-trattino, con le Iniziali Maiuscole o con solo la seconda parola bassa ecc. Viva la diversità di opinioni (e qui evidentemente non ci sono grandi discorsi da fare, quindi tanto più occorrerebbe intervenire), ma un redattore vecchio stampo si sarebbe messo le mani nei capelli e avrebbe deciso di uniformare in una maniera soltanto queste difformità: infatti a trovarsele così disparate su una pubblicazione cartacea darebbero probabilmente fastidio, no?

NOTE

[1] Chi conosce un minimo di linguaggio Html coglierà il riferimento al tag forse più tipico di quel linguaggio, cioè quello che serve a introdurre un link, il collegamento che ha contribuito a fare della navigazione su internet quello che la rende così pratica. Infatti il nome dell’ente viene scritto sia semplicemente, con 5 lettere minuscole, sia (forse dai ‘beneinformati’?) precedute da una parentesi angolare aperta, così: <Ahref

[2] E’ una questione alla quale accenna, inevitabilmente, ogni storia dell’editoria: basti per tutti il paragrafo 3, «Dallo stampatore umanista al libraio filosofo» nel quinto capitolo di Lucien Febvre e Henri-Jean Martin, La nascita del libro (Laterza 1977 [ed. or. 1958], a cura di Armando Petrucci, vol. I, p. 175 sgg.; nell’edizione originale che si può trovare (in formato Pdf) a questo indirizzo, il paragrafo inizia a p. 240, perché nell’edizione italiana sono stati operati tagli notevoli, anche se non viene esplicitato chiaramente). Ma in Italia Paolo Trovato l’ha saputa affrontare in maniera magistrale con due monografie: Con ogni diligenza corretto. La stampa e le revisioni editoriali dei testi letterari italiani (1470- 1570) (il Mulino 1991, rist. UnifePress, Ferrara 2009) e L’ordine dei tipografi. Lettori, stampatori e correttori tra Quattro e Cinquecento (Bulzoni 1998). In ultimo, mi piace citare la seconda Balzan Lecture, che trabocca di erudizione: Anthony T. Grafton, Humanists with Inky Fingers. The Culture of Correction in Renaissance Europe (Olschki 2011).

[3] E siccome il Canada è bilingue, sul sito c’è anche la versione francese, che recita: «La vérification de données, vérification de citations ou vérification de références consiste à vérifier les données et les citations par rapport aux sources originales indiquées par l’auteur ou à d’autres ouvrages de référence». A conferma che si tratta di una serie di punti, qui la definizione è scivolata all’ultimo posto. Ma le abilità, in francese, sono aumentate a 13 e sono anche descritte con maggiori dettagli!

[4] Lo conferma il fatto che dal 2011 hanno istituito anche un premio Judith Butcher, in onore dell’autrice (nella foto sotto questa nota) di quello che è uno dei manuali di redazione più autorevoli e longevi: Copy-editing. The Cambridge Handbook for Editors, Copy-editors and Proofreaders (Cambridge UP: c’era bisogno di aggiungerlo?). La prima edizione è del 1975 (e il sottotitolo si fermava ad ‘Handbook’), la quarta del 2006 (con la collaborazione di Caroline Drake e Maureen Leach). Nella storia editoriale ha progressivamente inglobato le varie evoluzioni della produzione, e adesso accoglie senza problemi al suo interno anche le tecnologie elettroniche, mentre sono cadute le trattazioni diventate nel frattempo obsolete, ad esempio sulla preparazione del dattiloscritto (!) per la tipografia (ma quasi tutti i capitoli sono stati rimaneggiati).

chief subeditor @ CUP

Judith Butcher

[5] E’ il punto 4.5. negli Standards of editing and of proofreading del ‘Code of practice’ della Sfep — a riprova del fatto di quanto siano elaborate e minuziose le norme in paesi che vantano una tradizione più lunga e un maggior riconoscimento al lavoro redazionale. In particolare, la sezione 4. è dedicata a «Copy-editing printed materials: Basic skills», il che dimostra che ci muoviamo nel medesimo ambito dei colleghi canadesi, anche se la presentazione linguistica è un po’ differente. L’intero Code of practice può essere comodamente scaricato come Pdf, nemmeno troppo pesante (238 Kb), da questo indirizzo.

[6] Uso intenzionalmente il tutto maiuscolo per enfatizzare questo aspetto, ma non è un’idea solipsistica né peregrina. Molti (lo avrete notato anche nelle scelte riportate sopra) utilizzano il termine ‘mestiere’, Mistretta appone al suo testo sull’editoria il sottotitolo «Un’industria dell’artigianato» (il Mulino, 2006 seconda ed.), ma Elsie Myers Stainton titolò il suo gradevole volumetto proprio così: The Fine Art of Copyediting (Columbia UP, New York-Oxford 1991, seconda ed.).

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6 pensieri su “Fact-checking: una mania?

  1. Una delle idee a fondamento del blog “Corporeus corpora” è alfine il fact checking, sebbene non ci si limiti a ciò ma si provi a fornire una versione più attendibile o ragionata della notizia commentata.
    Un buon esempio recente è senza dubbio, per restare in uno dei campi da noi più battuti, l’opinione del ministro Clini riguardo al rigetto del conflitto di attribuzioni della Corte Costituzionale. Le sue parole fanno intendere che l’alta Corte non rilevi alcun conflitto tra la decretazione del Governo (con susseguente legiferazione del Parlamento) e le decisioni della magistratura: “Non c’è conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato, come ho sempre sostenuto” (Sole 24 ore online)

    Mentre basta leggere la succinta, doverosa motivazione, per scoprire come si affermi invece che la Corte rifiuti di giudicare poichè, a suo insidacabile ma criticabilissimo giudizio (non è però qui sede adatta di censura), “il conflitto di attribuzione relativo a una legge o a un atto avente forza di legge è inammissibile quando sussiste la possibilità di sollevare eccezione di legittimità costituzionale su una norma … “. (da “Il fatto quotidiano”).
    Pertanto essa non si pronuncia affatto sul merito, ma rimanda tutto al dibattimento dell’eccezione di incostituzionalità, per cui non vi è alcuna valutazione di ammissibilità preventiva.

    Allo stesso modo risulta pessima informazione quella operata dalla Repubblica coi suoi titolisti:

    Ilva, per la Consulta nessun conflitto
    “Decideremo sulla legittimità del decreto”

    Come si faceva presente nel suo bel post, in Italia è del tutto evidente che occorrerebbe continuo vaglio di quanto dichiarato dalla politica e dal megafono mediatico. Poichè quest’ultimo, lungi dal controllare, spesso amplifica dolosamente gli effetti di parole già di per loro non veritiere.

    Il ruolo di Internet, insomma, al di là della piattaforma immaginata da Ahref, si dimostra insostituibile, soprattutto in Italia, paese con grande deficit storico di oggettività, indipendenza e democrazia.

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    • grazie del commento (e mi piace soprattutto il nome rabelaisiano dell’autore!). Concordo con la conclusione, anche se la finalità iniziale del mio post era quella, più modesta, di ricostruire le origini editoriali dell’espressione ‘fact-checking’.

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      • L’eterogenesi dei fini è tipica dei post internetici 🙂
        Succede praticamente sempre anche da noi.
        Rabelais era un genio.
        Saluti.

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