Traduzione ‘automagica’: alcune novità e una discussione seria

Mi imbatto oggi per caso in questo articolo recentissimo sul sito Treccani, dove Giulia Bonelli spiega rapidamente i risultati raggiunti da tre nuovi traduttori automatici. Non pensate però a un saggio/documento/contenuto originale: la fonte (non dichiarata come tale, a meno che ciò non rientri fra le convenzioni sottaciute del genere testuale) è questo articolo pubblicato il 5 gennaio 2013 sull’autorevole quotidiano inglese Economist. Meglio però non divagare…
Ognuno dei tre traduttori ‘automagici’ segue un approccio diverso e in sé originale, che dà l’impressione (come sempre, in questi exploits della stampa ‘tecnologica’) di essere vicini alla meta, al sogno di costruire/adoperare un congegno per facilitare la comprensione tra parlanti di lingue differenti.
Il taglio è futuribile (il titolo è, provocatoriamente e anche un po’ ironicamente, Verso il sogno di Star Trek?), lo stile leggero, adatto al formato, alla sede in cui compare, così come al pubblico previsto (purtuttavia la fonte britannica sembra andare un po’ più in profondità…).

L’articolo merita anzitutto un paio di critiche, se non altro per dire che avrebbe potuto esser realizzato meglio. Entrambe si appuntano su imprecisioni che ho trovato nella esposizione del terzo apparato, quello in corso di sviluppo da parte della Micro$oft, presentato a ottobre 2012 in una conferenza a Tianjin.
(1) Si accenna al ‘neural networking’: ma preciso che in Italia di ‘reti neurali'[1] cominciò a parlare Domenico Parisi del CNR in un testo divulgativo come Intervista sulle reti neurali (il Mulino 1989), il quadro complessivo fu poi al centro di uno ‘storico’ workshop a San Marino,[2] cui seguì la traduzione in italiano di testi specifici (che non so quanto abbiano venduto, ma questo è un altro discorso) come quelli sul PDP di Rumelhart e McClelland (parziale). Per uno sguardo su tutto ciò, rimando alla biblio/sitografia sul Diogene, a firma di Daniele Calisi, e all’articolo di Frixione sul connessionismo, entrambi reperibili in rete.
(2) Bonelli scrive a un certo punto: «La cosa incredibile è che la versione cinese del discorso di Rashid [il direttore della ricerca in corso – N.d.R.] imitava il tono e l’inflessione della sua voce.» Ora, immagino che per effettuare l’esperimento di traduzione la lingua di partenza fosse l’americano (altre non sono specificate negli articoli citati all’inizio): però non mi risulta che i toni dell’americano standard coincidano con quelli del mandarino, anzi, quest’ultimo è più ricco: alla voce Lingua cinese della versione italiana di Wikipedia leggo: «Nel mandarino standard i toni sono quattro: uno piano, uno ascendente, uno discendente-ascendente e uno discendente. Vengono chiamati comunemente: primo, secondo, terzo e quarto tono. Esiste anche un tono neutro, classificato spesso come quinto tono.» Perché/Come si fa a ignorare così sciattamente decenni di studi di paralinguistica/tonem(at)ica/studio dei tratti soprasegmentali (o come altro vogliamo chiamarla)?

A questo punto chi mi conosce dirà: ecco, ora finirà sentenziando che sono tutte balle, che non vale proprio la pena di perder tempo su queste faccende, già ridicolizzate a sufficienza dal primo capitolo nel libro di Eco sugli errori di questi ritrovati tecnologici («I sinonimi di Altavista», pp. 25-35, quasi goliardico se non fosse tragicomico), che è una nuova versione del venerando miraggio della “lingua perfetta”, eccetera…
Sì, lo confesso: il primo moto, più istintivo che razionale, è stato quello, ma alla fine della lettura mi sono sforzato di fare un passo avanti, verso le seguenti considerazioni: c’è indubbiamente un grande sforzo da parte degli informatici (uso questo come termine-ombrello, ma il panorama è più variegato) per fornire strumenti ‘semplici’, direi quasi immediati, in grado di superare le barriere linguistiche, favorire il dialogo. Questo in sé è lodevole, dato che è uno dei grandi problemi dell’umanità, alla cura del quale sono votate discipline stimate come l’ermeneutica, la mediazione linguistica e molto altro ancora. In fondo non è grande la distanza dagli scatolotti tecnologici che ci si porta dietro per raccapezzarcisi qualcosa in un paese in cui bisogna andare ma di cui non si mastica affatto la lingua.[3]

tech gadget

Un traduttore elettronico tascabile

Ma cosa comporterà tutto ciò, una volta che sia stato raggiunto, anche soltanto parzialmente, l’obiettivo agognato? Già l’industria del settore è in crisi, e non parlo unicamente per l’Italia. I prezzi crolleranno oltre il trend in atto, la professione scadrà a livelli abissali, anche se ci vorrà del tempo, che nessuno (tranne gli uomini del marketing di queste aziende impegnate nella ricerca di nuovi dispositivi) è in grado di fissare con attenzione. Insomma, penso che sia un destino inevitabile, anche se non sarà domani.
E qui mi sarei consolato scrivendo che il mio specifico non sarebbe stato toccato (noli me tangere!) da questa deriva… Invece ecco arrivare serendipicamente a salvarmi dai luoghi comuni un lungo ragionamento di Luigi Muzii, come sempre limpido e provocatorio, serrato e caustico, ma anche infarcito di link estremamente stimolanti e quanto meno inusuali nei dibattiti traduttivi, intitolato De labore interpretandi (c’è anche la versione inglese a questo indirizzo). A circa metà si legge tranquillamente che «la traduzione automatica è una soluzione praticabile, che può rivelarsi efficace e conveniente in determinati domini e per determinati clienti»: probabilmente non sarà sviluppata/raffinata al punto da riuscire a tradurre in maniera soddisfacente un testo letterario o uno saggistico abbastanza specifico, ma potrà andare bene per gran parte dei testi in circolazione e per molti degli usi possibili.[4]
Del resto, pensiamoci: se incontrate una pagina scritta in coreano, supponendo che siate in grado di riconoscere che è in coreano anziché di un’altra lingua estremo-orientale, e che la ritenete abbastanza importante per quello su cui state lavorando, non la dareste in pasto a Google Translator, o all’infame Altavista (per dire), pur di spremerne un barlume di sensatezza? Oppure, per sconfinare nel genere catastrofico, ricordo che nelle operazioni di soccorso dopo il disastro causato da un uragano nel sud degli Stati Uniti il supporto fornito da memorie di traduzione dalla lingua locale in americano risultò decisivo, ancorché lungi dall’essere perfetto.

Insomma, qui bisogna riflettere a fondo. Probabilmente la situazione di grave crisi ha portato a sviluppare queste considerazioni, che esigono di cambiare ‘modello di business’ per ottenere il successo. O almeno per volgere in positivo questa tendenza negativa che è strutturale. Che è un modo di evolvere, verosimilmente, per adattarsi alle mutate circostanze. E (cercare di) sopravvivere. Così, verrebbe da chiudere pensando a una ‘evolutionary linguistics’, una linguistica evoluzionistica, che va da Darwin a Maturana e Varela, in cerca di un approccio più naturalistico. Potrebbe essere rigenerante, cacciando tante idee (sbagliate) accumulate nel corso del tempo, ma delle quali si teme di disfarsi…

AGGIORNAMENTO (il giorno dopo)
Ho scandagliato la rete alla ricerca di qualche riscontro su questa problematica, non facile, e riporto qui tre siti (+ 1 con video), che ritengo sufficientemente rappresentativi delle tre posizioni che si trovano su internet (anche se la ricerca sarebbe tendenzialmente infinita).

  • Posizione contraria.

Il traduttore RU>EN Kevin Hendzel, di lunga esperienza e fama, ha criticato l’11 gennaio 2013 come troppo ottimistiche le previsioni sui progressi della tecnologia applicata ai problemi del linguaggio. E l’8 novembre 2012 più specificamente le pretese della traduzione automatica, relative al dibattito in corso (cui partecipa anche il nostro Muzii) sul post-editing.

  • Posizione intermedia.

Il sito francese Anyword (Guillaume de Brébisson) ha pubblicato il 2 novembre 2012 un’analisi che mette a confronto i traduttori automatici di Google, Bing, Systran, Reverso, Power Translator e Babylon. Qui mi pare importante il tentativo di quantificare la riuscita, assegnando a ciascuno di essi una percentuale di riuscita. Anche se i migliori (Google e Bing, a pari merito) restano ben al di sotto della soglia qualitativa richiesta ai traduttori di professione, che quindi richiede assolutamente il post-editing, afferma però anche che «il s’agit d’un excellent outil de traduction… pour traducteurs ! Car il va beaucoup plus vite de relire (on dit « post-éditer » dans le jargon de la TA) que de traduire, et un traducteur professionnel peut multiplier par cinq à dix sa productivité quotidienne».

  • Posizione favorevole.

Il 22 marzo 2012 Kirti Vashee, sul suo blog eMpTy Pages, ha sviscerato approfonditamente gli aspetti legati al «Post-Editing MT Compensation». Tale questione è stata ripresa il 24 ottobre 2012.

Il sito aggiuntivo è invece un canale Youtube, Qabiria TV, che a questo indirizzo offre diversi video (perlopiù in inglese; durata media sui 10 minuti) per apprendere i primi rudimenti della terminologia. Altra roba potenzialmente interessante è presente nel sito, ad esempio nella colonna laterale video analoghi introduttivi a strumenti per traduttori (SDL, Wordfast, OmegaT, Excel ecc.).

NOTE
[1] Viste le date, il termine italiano esiste ed è ben consolidato, da tempo: perché utilizzare quello inglese? Per darsi maggior lustro? Non siamo mica nella situazione del fiscal cliff / falaise fiscaledescritto nel post precedente…

[2] Non riesco a trovarne traccia su internet, magari perché ho cercato di corsa, ma non è un abbaglio perché vi partecipai personalmente (grazie alla cortesia di un amico, che mi offrì di coprire le spese; poi litigammo ma adesso siamo tornati in ottimi rapporti); forse si intitolava «Connectionism and Language», in tal caso sembra che si tenne nel 1990 (!).

[3] Nell’immagine qui sopra ho cancellato il marchio, per non essere tacciato di fare pubblicità occulta, ma mi pare che le aziende in concorrenza sul mercato si contino sulle dita di una mano sola, quella che basta a sorreggere l’oggettino raffigurato, ormai destinato a sostituire i minidizionari che mio nonno riportava dai paesi dove andava a lavorare (qui sotto, in un’immagine presa a caso da internet).

[4] Segnalo, per chi volesse approfondire l’approccio-Muzii, soprattutto gli articoli raccolti nella prima raccolta, intitolata Translation Standards e datata aprile 2012, del sito Surfing the Big Wave of Language Technology.

lilliput dictionaries

minidizionari di una volta

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