Anomalie della filiera editoriale

Per il titolo di questo (sedicesimo: wow!) post non sono stato pigro: ho preferito lasciare lo stesso di questo articolo sul sito della Scuola Twain ma che io ho trovato (si fa per dire…) su Facebook, un social network che non amo ma dal quale passano anche cose interessanti, un po’ come nella vita vera, ma senza illusioni baudrillardiane (mi riferisco alle vaghe suggestioni suscitate dalla lettura del Manifesto del nuovo realismo di Maurizio Ferraris, che sto sfogliando questi giorni nei tragitti sui mezzi pubblici). Infatti quel titolo è perfetto per abbracciare la molteplicità di questioni chiamate in causa.

Per rovinarvi il gusto della lettura (o invogliarvi) svelerò che Anna Mioni (che conosco già dal suo contributo su Sam Lipsyte nel Mestiere di riflettere. Storia di traduttori e traduzioni, curato da Chiara Manfrinato per Azimut, Roma 2008) affronta in questo lungo articolo una serie di problemi centrali nel funzionamento del mercato editoriale, soprattutto del segmento finale, costituito dalla distribuzione e dalle librerie, che è probabilmente uno di quelli più deboli (e costitutivamente tali, cioè storicamente, per scarsa regolamentazione interna ecc.) nel nostro paese. Il cuore dell’intervento punta a questioni rilevantissime, come la qualità dei testi da pubblicare e, di conseguenza, la necessità di «dar tempo» a questi volumi perché riescano a fare catalogo, e si inserisce nella discussione in corso sulla proposta di «ridurre la produzione di libri per salvare il mercato editoriale» (una sorta di decrescita, per riprendere il concetto introdotto da Serge Latouche nel dibattito economico già da qualche anno: e basta riflettere seriamente sulla questione per intuirne i risvolti autenticamente epistemologici ed etici, legandosi alla sostenibilità del modello di sviluppo occidentale*). E trovo assai apprezzabile il richiamo finale alla necessità di «valorizzare le professionalità specifiche dell’editoria»: un appello che coinvolge agenti letterari, editor, uffici stampa e giornalisti, e si conclude rivolgendosi anche al Lettore.

Aggiungo ancora che il testo contiene parecchi link pertinenti, che accrescono di spunti e prospettive la presentazione dei problemi, peraltro a mio avviso già sufficientemente chiara di per sé. Del resto si tratta di problemi che ci riguardano tutti.

*) Ricordo il titolo di un recensione di parecchi anni fa nel «Times Literary Supplement» (forse), ovviamente dedicata a un volume che si collocava sul versante opposto della polemica: Why the West is the Best. E se oggi facciamo una banale ricerca con Google con questa stringa, emergono risultati che fanno capire come si tratta di una questione che divide, che è difficile affrontare senza schierarsi…

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