Mercati editoriali stranieri

Il numero 88 della newsletter La lettre del BIEF (Bureau international de l’édition française) ospita a pagina 5 un articolo di Elisabeth Beyer che sintetizza alcuni interessanti dati quantitativi di confronto tra il mercato editoriale in Francia e in Germania.

newsletter del BIEF
Si afferma che dal 2011 il tedesco è la lingua nella quale vengono tradotti più libri francesi (nel 2010 sono stati venduti 1.100 titoli), anche se in Germania per volume di titoli tradotti il francese viene dopo l’inglese (65%) e prima del giapponese (5,8%): sul primo valore era difficile avere dubbi, mentre appare singolare il peso del Sol Levante. Inversamente, i libri tedeschi venduti in Francia nel 2010 sono stati 469, ma la Germania è al quarto posto nella graduatoria dei paesi ‘importati’; nella presentazione però non si dice quali siano gli altri tre Stati più ‘appetibili’ per il mercato francese, né si ricava molto altro, neanche andando a ravanare nella fonte indicata nelle note finali, il Börsenverein des Deutschen Buchhandels, che è il sito istituzionale tedesco.

Un paio di considerazioni.

Sicuramente l’articolo deriva dall’incontro franco-tedesco (Berlino, 29-30 maggio 2012) di cui si dà conto nelle primissime pagine della newsletter. Il che mi porta a pensare che bisogna coltivare questi rapporti internazionali, anche per ricavare questo tipo di informazioni, e la tendenza che si intravede da alcune affermazioni è che a tale scopo non basti (più) la cooperazione culturale, ma occorra rafforzare quella politica. Mi sembra di vederci, in filigrana, analoghe tendenze in atto nella politica (lato sensu) della Comunità europea e, forse, nella compagine internazionale dei paesi più civilizzati, magari anche in risposta alla attuale crisi economica, peggiorata dalla globalizzazione che scatena il lato peggiore del potere finanziario, e alla constatata insufficienza delle risorse messe in campo sinora.

Per difetto, di fronte alla ricchezza di informazioni che si possono ricavare dai siti di altri paesi, emerge la grande inadeguatezza dell’ente italiano, il Cepell, attivo (si fa per dire…) per conto del Ministero dei beni culturali. I dati presenti, ad esempio sul sito dell’ente francese BIEF, sono tratti dagli annuari dell’AIE. Oppure, a voler essere proprio cattivi, provate a scaricare l’invito alla conferenza stampa per la presentazione odierna (Mandela Day!) del progetto “In vitro” (che mira ad «allargare la base dei lettori e rendere la lettura un’abitudine sociale diffusa e riconosciuta a partire innanzitutto dai piccolissimi») nella piccola chiesa sconsacrata di Santa Marta, al 5 di piazza del Collegio Romano (di fronte al mio liceo!). E’ un PDF codificato/salvato male sul sito e quindi se non si intuisce che occorre rinominarlo diventa assolutamente inutile, almeno per un utente medio.
Perché un’istituzione italiana, con un compito ben preciso, si deve distinguere per questa sciatteria e, più in generale, per la scarsa qualità dei contenuti rispetto a siti stranieri omologhi? E’ tutta e solo colpa della crisi economica attuale, che costringe a tagli ‘lineari’ sui fondi per la cultura, dopo aver smantellato lo Stato sociale e tante altre belle cose che non sembrano più di grande attualità?
Almeno su quest’ultimo punto vorrei suggerire a tutti una meditata lettura di Tony Judt, Guasto è il mondo (Laterza 2011, trad. it. di Fabio Galimberti; ed. or. Ill Fares the Land, Penguin 2010 — bel titolo erudito, che riprende un verso del poema di Oliver Goldsmith, Il villaggio abbandonato [1770], ma reso ex novo anziché nella traduzione di Carlo M. Bajetta, pubblicata da Vita e pensiero nel 2003, che avevo proposto di seguire).

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